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RACCONTI BIBLICI PER RAGAZZI (Testo e immagini)

Last Update: 6/8/2017 3:33 PM
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1/16/2017 12:31 PM
 
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anto, tanto tempo fa il cielo, la terra e tutti gli abitanti non c'erano. Non c'era nulla di quello che noi vediamo: c'era però Dio, e tutto quello che vediamo l’ha fatto lui. Le cose andarono così.

Dapprima Dio disse: «Ci sia la luce!» E la luce cominciò a sfolgora­re. Dio vide che la luce era cosa buona; allora separò la luce dalle tenebre, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e poi mattina: e questo fu il primo giorno. Poi Dio fece il firmamento sopra le acque, e fu come una grande volta trasparente e tersa. Dio chia­mò il firmamento cielo.

E fu sera e poi mattina: secondo giorno. Dio disse ancora: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano tutte insieme, e appaia l'asciutto». Così avvenne; Dio chiamò l'asciutto ter­ra, e le acque mare, e vide che era cosa buona. Aggiunse: «La terra produca germogli, erbe, fiori e albe­ri che diano frutto, ciascuno secon­do la sua specie». E così avvenne: sulla terra spuntarono germogli e crebbero erbe e fiori e alberi da frutto, ciascuno secondo la sua spe­cie. Dio vide che tutto questo era cosa buona. E fu sera e poi mattina: terzo giorno.  Dio disse: «Ci siano luci nel firma­mento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano a segna­re il passare dei giorni, delle stagioni e degli anni, e servano anche a illu­minare la terra». Così avvenne: Dio fece due luci più grandi, la maggio­re per illuminare il giorno e la mino­re per rischiarare la terra, insieme con tante luci piccole; cioè creò il sole, la luna e le stelle, e li pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra, regolare il giorno e la notte e separare la luce dalle tenebre. Dio vide che tutto questo era cosa buo­na.

E fu sera e poi mattina: quarto giorno. Dio disse: «Le acque del mare si popolino di esseri viventi, e al di so­pra della terra, nel cielo, volino tan­te specie di uccelli». E così avvenne: Dio creò tutti gli abitanti dei mari, dalle grandi balene ai più minuscoli pesciolini, i coralli, le meduse e ogni altra creatura che vive nelle acque. Con esse creò anche tutte le creatu­re con le ali, ciascuna secondo la sua specie, e le mise a popolare il cielo. Dio vide che tutto questo era cosa buona. E fu sera e poi mattina: quinto giorno. Mancavano ancora gli abitanti della terra. Dio disse: «La terra si popoli di esseri viventi delle diverse specie: animali buoni da mangiare, bestie selvatiche, rettili e ogni altra specie che si muova sopra il suolo». Così avvenne: Dio creò le diverse specie di animali che vivono nelle foreste e nei campi, nei deserti e tra i ghiacci: vide che era cosa buona. A questo punto Dio aggiunse: «Facciamo l'uomo!» Ma non come le altre creature; infatti aggiunse: «Facciamolo a nostra immagine, a nostra somiglianza, ed egli domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sulle bestie che si muovono sulla terra». E Dio creò l'uomo a sua immagi­ne e somiglianza, e lo creò distinto in maschio e femmina. Dopo avere fatto ciò, li benedisse dicendo: «Date vita ad altri uomini e popola­te la terra; sottomettete a voi la ter­ra e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni esse­re vivente che popola la terra».

Dio aggiunse: «Ecco, vi do anche tutte le piante che crescono sulla terra e ogni albero da frutto, perché vi servano da cibo. A tutti gli animali della terra e agli uccelli del cielo, io do come cibo ogni erba verde». Così avvenne: dopo aver creato l'uomo simile a sé e averlo reso pa­drone di tutta la terra, Dio vide quello che aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e poi mattina: sesto giorno. 
Così furono completati il cielo e la terra con tutti i loro abitanti. Allora Dio nel settimo giorno cessò da ogni lavoro, lo benedisse e lo rese sacro. Per questo il settimo giorno, che noi chiamiamo domenica, gli uomini cessano da ogni lavoro, a somiglian­za di quello che ha fatto Dio.
Dio, dunque, creò il mondo e i suoi abitanti e pose l'uomo come re della sua creazione. Ci fu un re d’Israele, che si chiamava Davide, che compose questa poesia per ringra­ziare il Signore di avere creato con l'uomo il suo capolavoro: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, e la luna e le stelle da te create, che cosa è mai l'uomo perché te ne ricordi e te ne prendi cura? Eppure l’hai  fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato; gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto gli hai posto sotto i suoi piedi: tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci che percorrono le vie del mare. O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» 
Genesi 1-2; Salmo8
 
1. UN NOME PER OGNI ANIMALE. Genesi 2
Quando il Signore creò l'uomo, fece così: prese polvere dalla terra, la plasmò per darle la forma di un uomo, soffiò nelle sue narici un ali­to di vita, e l'uomo divenne un es­sere vivente. Dio lo chiamò Adamo. Poi il Signore piantò in Eden un meraviglioso giardino, ricco di alberi belli da vedere che producevano frutti buoni da mangiare. Un grande fiume irrigava tutto il giardino: poi di lì si divideva e for­mava quattro bracci che scorrevano per tutta la terra. E là, nel giardino di Eden, il Si­gnore pose l'uomo che aveva crea­to perché lo coltivasse e lo custo­disse. Il Signore voleva che l'uomo che aveva creato fosse felice. Davanti ad Adamo il Signore fece sfilare tutte le bestie della terra e tutti gli uccelli del cielo, per vedere quale nome l'uomo intendeva dare a ciascuno di essi: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato gli esseri viventi, quello sarebbe stato il loro nome. Così Adamo diede il nome a ogni specie di bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvati­che: e quello rimase il nome usato anche da tutti gli uomini che venne­ro dopo Adamo.
 
2. DIO CREA LA DONNA. Genesi 2
Dio aveva collocato Adamo nel meraviglioso giardino di Eden. Ma questo non bastava, perché Dio voleva che l’uomo fosse felice. Per questo disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che sia simile a lui». Allora fece scendere il sonno sull’uomo, poi gli tolse una costola, e con essa plasmò la donna. Condusse poi la donna all’uomo, il quale l’accolse con gioia dicendo: «Questa è carne della mia carne, e osso delle mie ossa; è proprio simile a me». E la chiamò Eva.
 
 3. IL SERPENTE NEL GIARDINO. Genesi 2-3
Adamo ed Eva vivevano felici nel giardino di Eden. Tutto là era bello da vedere, e senza dovere lavorare gli alberi davano ogni sorta di buoni frutti da mangiare. Il Signore Dio aveva dato tutto ad Adamo ed Eva, con una sola ec­cezione. Disse: «Potete mangiare tutti i frutti degli alberi del giardino. Ma in mezzo al giardino c'è un al­bero speciale, l'albero della cono­scenza del bene e del male: dei suoi frutti non dovete mangiare, altrimenti morirete». Così aveva detto il Signore. Ora, il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche. Esso non voleva bene all'uomo e alla donna, anzi cercava la loro rovina, perché quel serpente in realtà era il demonio, il nemico degli uomini. Così un giorno, là nel giardino di Eden, il serpente si rivolse alla don­na e le disse: «E’ vero che Dio vi ha proibito di mangiare i frutti degli al­beri del giardino?» «No» rispose Eva. «Possiamo mangiare tutti i frutti, tranne quelli dell'albero della conoscenza del bene e del male. Dio ha detto che non lo dobbiamo neppure toccare, altrimenti moriremo!» «Non è vero che morireste» mentì il serpente. «Anzi, Dio vi ha proibito quei frutti perché sa che se ne man­giate diventerete come lui, perché conoscerete il bene e il male.» Allo­ra Eva guardò i frutti dell'albero proibito, e li trovò desiderabili. Ne prese uno, ne mangiò una parte, poi diede l'altra ad Adamo, il quale ne mangiò lui pure. In quel momento si aprirono i loro occhi, si accorsero di essere nudi e subito intrecciarono foglie di fico per coprirsi. Adamo e Eva pro­varono una grande vergogna, e compresero allora il male che ave­vano commesso. Il Signore aveva dato loro tanti benefici, e loro in cambio gli avevano disobbedito.
 
4. LA DISOBBEDIENZA SCOPERTA. Genesi 3
Adamo ed Eva, nel giardino di Eden, avevano disobbedito al Si­gnore Dio, mangiando i frutti dell’albero che egli aveva proibito di mangiare. Essi udirono, a un certo punto, il Signore Dio che passeggiava nel giardino; allora si nascosero in mez­zo agli alberi. Il Signore chiamò l'uomo: «Dove sei?» e Adamo rispose: «Ho udito i tuoi passi e mi sono nascosto dalla paura, perché sono nudo». «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?» osservò il Signore: «tu hai mangiato i frutti che ti avevo co­mandato di non mangiare!» «Me ne ha dato da mangiare la donna che tu hai creato e mi hai posto accanto» disse l'uomo. «Che hai fatto?» chiese Dio ad Eva. «È stato il serpente a darne a me» rispose la donna; «egli mi ha ingannata e io ho mangiato!» Allora Dio pronunciò il castigo. Al serpente disse: «Tu dovrai per sem­pre strisciare sul ventre». E a Ada­mo e Eva disse: «Non potete più stare qui nel giardino. Andrete fuori e vi guadagnerete da mangiare con la fatica del lavoro». Pose poi un angelo dalla spada fiammeggiante a custodire l'ingresso del giardino.

[Edited by Credente. 1/17/2017 7:19 PM]
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5. CAINO E ABELE. Genesi 4
Adamo e Eva ebbero due figli, di nome Caino e Abele, Caino faceva l’agricoltore e Abele il pastore. Un giorno i due fratelli offrirono un sacrificio a Dio: Caino gli offrì i migliori frutti dei campi, Abele il più bell’agnello del suo gregge. Abele presentò la sua offerta con cuore sincero: per questo il Signore gradì il suo dono, e non gradì invece quello di Caino. Quest’ultimo si adirò molto e divenne geloso di suo fratello. Dio disse a Caino: «Perché sei irritato? Perché sei scuro in volto? Domina la tua gelosia».
 
6. CAINO UCCIDE ABELE. Genesi 4
Caino era geloso di suo fratello Abele perché il Signore gradiva i suoi doni, che egli offriva con cuore sincero, e mostrava di non gradire quelli di Caino stesso. La gelosia e l'ira di Caino crebbero al punto che un giorno egli invitò Abele nei cam­pi, e là lo uccise. Dio, che vede tutto, gli chiese: «Dov'è tuo fratello?» e Caino, ag­giungendo anche la menzogna al suo delitto, rispose: «Che ne so io? Sono forse io il custode di mio fra­tello, così che debba sempre sapere dove si trova?» «La voce del sangue di tuo fratel­lo grida verso di me» disse il Signo­re; «per questo tu dovrai fuggire di qui e andare ramingo per il resto della tua vita». Caino allora si impaurì. Temette che qualcuno, vedendolo fuggiasco, lo uccidesse. Ma il Signore non vuole la morte di nessuno, neppure di chi si comporta male come Caino. Per questo mise su di lui un se­gno di avvertimento, perché nessu­no gli facesse del male. Così Caino si allontanò dal Signore, e andò ad abitare nella terra di Nod. Dopo che Caino ebbe ucciso Abele, il Signore concesse un altro figlio ad Adamo e Eva, e lo chiamarono Set.
 
7. TRE ABILI FRATELLI. Genesi 4-5
In quei giorni vissero tre fratelli, Iabal, Iubal e Tubalkain. Essi divennero famosi perché insegnarono il loro lavoro ad altri uomini che vennero dopo di loro. Iabal faceva l’allevatore di bestiame, Iubal era un abile suonatore di cetra e di flauto; Tubalkain era fabbro, maestro nel lavorare il rame e il ferro. I primi uomini si comportavano male, dimostrando di somigliare più a Caino , che ad Abele. Uno di loro, di nome Lamech, era tanto cattivo e violento che si vendicava di ogni piccolo torto ricevuto.   
 
8. L’ARCA DI NOE’. Genesi 6-7
Tutti gli uomini che vivevano sulla terra erano cattivi, perché facevano quello che è male agli occhi del Si­gnore. Tutti, tranne i componenti della famiglia di Noè. Dio si stancò di tanto male che vedeva commettere di continuo, e decise di eliminare tutti i cattivi. Per questo si presentò a Noè e gli disse: «Io manderò un diluvio, una grande alluvione che spazzerà via ogni vita sulla terra, tranne coloro che voglio salvare». E gli diede un ordine: «Co­struisci un'arca, una grande nave. Deve essere a tre piani, col tetto e le finestre, lunga 150 metri, larga 25 e alta 15». Noè si mise al lavoro, insieme con i suoi tre figli Sem, Cam Iafet, mentre sua moglie e le mogli dei suoi figli raccoglievano cibo e ve­stiario per vivere dentro l'arca. I vicini di casa di Noè lo prende­vano in giro, perché pensavano che fosse matto a costruire una nave in mezzo alla pianura, lontano dal mare. Ma Noè non si lasciava im­pressionare, e continuava il lavoro. Quando ebbe finito la costruzione, raccolse da tutta la regione due ani­mali per ogni specie e li fece entrare nell'arca, dove infine si trasferì an­che lui con tutta la sua famiglia.
  
9. DOPO IL DILUVIO. Genesi 8-9
Seguendo il comando del Signore Noè aveva costruito l'arca e vi era entrato con la sua famiglia e con una coppia di animali per ogni spe­cie. Dopo una settimana cominciò a piovere: piovve tanto ma tanto, per quaranta giorni, da provocare un'immensa alluvione che coprì tut­to, case, alberi e montagne. Solo l'arca galleggiava sulle acque, pro­prio come il Signore aveva annun­ciato. Finalmente cominciarono a soffiare i venti, e l'acqua prese a ca­lare. Apparvero le cime dei monti, e l'arca si posò sul monte Ararat. Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e disse: «Voglio far uscire una colomba, per sapere se da qualche parte vi è terra asciutta». Ma la co­lomba tornò nell'arca, poiché non trovò dove posarsi. Noè attese altri sette giorni, poi fece uscire di nuovo la colomba; ma anche quella volta essa tornò, tenendo però nel becco un ramo­scello di olivo: segno che le acque si erano ritirate. Dopo altri sette giorni Noè lasciò andare di nuovo la colomba, che questa volta non tornò più. Passarono altre quattro settima­ne, e Dio ordinò a Noè: «Esci dall'arca tu e tua moglie, i tuoi figli e le loro mogli, e tutti gli animali d'ogni specie che hai con te: uccelli, rettili, bestiame domestico. Falli uscire dall’arca, perché si spandano sulla ter­ra e si moltiplichino». Obbediente al Signore che aveva voluto salvare lui e la sua famiglia, Noè uscì dall'arca con tutte le per­sone e gli animali che essa contene­va, e subito innalzò un altare per of­frire un sacrificio di ringraziamento al Signore. Il Signore Dio gradì il sacrificio di Noè; benedisse lui e i suoi figli e disse loro: «Ecco: la vita torna sulla terra, e tutto quello che si trova sul­la terra io lo do a voi».
 
10. IL SEGNO DELL’ARCOBALENO. Genesi 8-9
Quando Noè, salvato dal diluvio insieme con la sua famiglia e gli animali dell’arca, mise piede sulla terra asciutta, per prima cosa ringraziò il Signore che era stato così buono con lui. Allora il Signore gli disse: «Da oggi in poi, fino a quando durerà la terra, non vi sarà più un diluvio come questo; vi saranno sempre semina e mietitura, freddo e caldo, estate e inverno. Faccio questa promessa a te e ai tuoi discendenti, e come segno della promessa pongo tra le nubi l’arcobaleno».
 
11. LA TORRE DI BABELE. Genesi 11
Dopo i giorni del diluvio, gli uomini erano tornati a moltiplicarsi sulla terra, ed erano come una grande famiglia; tutti parlavano la stessa lin­gua. Abitavano nella pianura di Sennaar, e si sentivano molto im­portanti. «Costruiamo una città» si dissero «con una torre tanto alta che arrivi a toccare il cielo. Essa ci terrà sempre uniti, e anche in futuro tutti si ricorderanno di noi». Com'erano orgogliosi della loro idea! Ma essi stavano dimenticando Dio; non si chiesero se il loro pro­getto era secondo la volontà del Si­gnore: pensavano di poter fare a meno di lui. Per questo il Signore Dio inter­venne. Quando la costruzione era già molto avanzata, egli cambiò il loro linguaggio, sicché tutti quegli uomini orgogliosi non riuscivano più a intendersi tra loro e dovettero interrompere il lavoro di costruzione - della grande torre. Gli uomini che riuscivano a capir­si tra loro si unirono in gruppi: tutti si allontanarono dalla città e anda­rono ad abitare paesi diversi, di­sperdendosi su tutta la terra. La città che lasciarono interrotta, dove presero a parlare lingue diver­se, fu chiamata Babele, nome che in effetti significa confusione.
 
  12. DIO CHIAMA ABRAMO. Genesi 12
Abramo era un uomo nato a Ur, una città della Mesopotamia; insie­me con suo padre e tutta la famiglia si era trasferito a Carran, una città del nord, dove si guadagnava da vivere facendo il pastore e l'allevatore di bestiame. Abramo si trovava dunque a Car­ran, quando gli accadde una cosa straordinaria: il Signore Dio gli rivol­se la sua parola. A quel tempo tutti gli uomini avevano dimenticato il Signore, e adoravano tante divinità diverse che si erano inventati e si tramandavano di padre in figlio. Ma Abramo riconobbe la voce dell'uni­co vero Dio, il Signore, quando egli rivolse a lui. Gli disse: «Parti di qui, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre, e va' nel paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedi­rò; renderò grande il tuo nome e at­traverso di te darò grandi benefici agli uomini di tutta la terra». Abramo si fidò della parola del Signore, e per quanto gli dispiaces­se di lasciare Carran subito si mise in cammino verso sud, verso il pae­se di Canaan, portando con sé sua moglie Sara, suo nipote Lot, i servi e le greggi, con i pastori incaricati di condurle al pascolo.
 
13. LA NUOVA PATRIA DI ABRAMOGenesi 12
Seguendo l’invito di Dio, Abramo giunse nella terra di Caanan, quella che poi si chiamò Palestina. Qui giunto, udì di nuovo la voce del Signore che gli promise: «Io darò questa terra ai tuoi discendenti!» Allora Abramo, in segno di ringraziamento e di fiducia, eresse sul posto un altare al Signore. Si mise poi a percorrere tutto il paese che era ormai divenuto la sua nuova patria. Da Sichem dove il Signore gli parlò, si spostò a Betel, dove innalzò un altro altare, e andò infine ad accamparsi nel Neghev.

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1/16/2017 12:34 PM
 
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14. LA PROMESSA DELLA DISCENDENZA. Genesi 14-17
Abramo aveva gran numero di be­stiame, e altrettanto ne aveva suo nipote Lot. Poiché il paese dove abitavano non bastava per entram­bi, decisero di dividersi. Lot andò ad accamparsi con le sue greggi e i suoi pastori presso Sodoma, mentre Abramo rimase in Canaan. Poco tempo dopo, nel corso di una guerra condotta da quattro re contro la regione di Sodoma, Lot con i suoi familiari e i servi fu fatto prigioniero e condotto via. Quando Abramo lo seppe, radunò tutti i suoi dipendenti e partì all'inseguimento dei quattro re. Li raggiunse, piombò sul loro accampamento di notte, li sconfisse e liberò Lot, recuperando anche le ricchezze di cui i quattro re avevano fatto bottino. Al ritorno in­contrò Melchisedek, re di Salem e sacerdote del Dio altissimo, il quale lo benedisse. Il Signore Dio aveva promesso di dare la terra di Canaan ai discen­denti di Abramo. Ma Abramo e sua moglie Sara erano già vecchi, e non avevano figli: dov'erano i discen­denti? Abramo non capiva; ma Dio insisteva. «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci» gli disse una volta; «ebbene, altrettanto numerosa sarà la tua discendenza».









 
15. TRE MISTERIOSI VISITATORI. Genesi 21
Abramo aveva piantato le sue ten­de alle querce di Mamre. Un gior­no, nell'ora più calda, egli se ne sta­va seduto all'ingresso della sua ten­da quando, alzando gli occhi, vide tre uomini davanti a sé. Subito, se­condo le buone usanze dell'ospitali­tà, egli fece portare loro acqua per lavarsi i piedi; poi entrò nella tenda e disse a Sara di affrettarsi a prepa­rare le focacce, corse al bestiame, scelse un vitello tenero e lo fece cu­cinare, e quando tutto fu pronto of­frì da mangiare ai suoi tre misteriosi visitatori. Quando essi ebbero mangiato, annunciarono: «Torneremo tra un anno, e allora tu e Sara tua moglie avrete un figlio». Sara, che stava ad origliare da dentro la tenda, quando sentì quel­le parole rise dentro di sé, pensan­do che ormai, vecchia com'era, ri­sultava impossibile avere un bambino. Ma il Signore - perché quei tre visitatori altri non erano se non il Si­gnore - disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso? C'è forse qualcosa di impossibile per Dio?» E infatti tutto avvenne come il Si­gnore aveva annunciato. Abramo e Sara, benché vecchi, ebbero un bambino, a cui fu posto nome Isacco, che significa “Dio ha sorriso”.
 
16. FUOCO DAL CIELO SU SODOMA. Genesi 18-19
Gli abitanti di Sodoma e delle città vicine si comportavano molto male agli occhi del Signore: tutti, ad ec­cezione di Lot, il nipote di Abramo. Il Signore si stancò di tutto quel male, e manifestò al suo amico Abramo il proposito di distruggere quelle città. Ma Abramo osservò: «Forse a Sodoma ci sono cinquanta uomini onesti, che si comportano come piace a te: vuoi tu, Signore, farli morire insieme con i cattivi? Non sarebbe giusto». Rispose il Si­gnore: «Se troverò a Sodoma cin­quanta giusti, per riguardo a loro ri­sparmierò tutta la città». «Forse i giusti non saranno proprio cinquan­ta... forse saranno solo quaranta» ri­prese Abramo. E il Signore: «Per amore di quei quaranta, non di­struggerò la città». «Non arrabbiarti, Signore» disse ancora Abramo: «forse non saranno quaranta, ma trenta... venti... dieci!» E ad ogni cifra il Signore promette­va che, per riguardo a quei pochi, non avrebbe distrutto la città. Ma a Sodoma non si trovarono neppure dieci giusti; il Signore mandò i suoi angeli ad avvertire Lot di mettersi in salvo con la sua famiglia, e fece pio­vere fuoco dal cielo; Sodoma e le città vicine andarono distrutte.


17. ABRAMO MESSO ALLA PROVA DA DIO. Genesi 22
Un giorno Dio disse ad Abramo: «Offrimi in sacrificio il tuo unico fi­glio, Isacco». A quel tempo non era raro che gli uomini uccidessero i propri figli per rendere omaggio ai loro dèi: Abramo forse pensò che il Signore non era diverso dagli altri dèi. Ma si meravigliò ugualmente: Dio gli aveva promesso una nume­rosa discendenza, ed ora gli chiede­va di sacrificare il suo unico figlio. Egli era molto vecchio, altri figli non avrebbe potuto averne: come dun­que si sarebbero realizzate le pro­messe annunciate dal Signore? Abramo non capiva: ma se quella era la volontà di Dio, bisognava obbedire. Una mattina caricò l'asino con della legna, e partì con Isacco che era ormai un ragazzo. Giunto al monte Moria, lasciato l'asino caricò la legna sulle spalle di Isacco e con lui salì il monte. Sulla cima preparò un altare, vi dispose la legna e so­pra la legna mise il ragazzo; estrasse il coltello, e stava per vibrare il col­po quando un angelo di Dio gli fer­mò la mano e gli disse: «Non ucci­dere il ragazzo, non fargli alcun male! Ora Dio sa che tu lo ami so­pra ogni cosa, tanto che non gli hai rifiutato il tuo unico figlio». Dio ave­va messo Abramo alla prova.






 
18. UNA SPOSA PER ISACCO. Genesi 24
Quando Isacco ebbe l'età adatta a prendere moglie, suo padre Abra­mo chiamò il più fidato dei suoi di­pendenti e lo mandò a Carran a cercare la sposa. Carran era la città dalla quale Abramo stesso era sceso nella terra di Canaan, e dove vive­vano ancora i suoi parenti. Il servo prese dieci cammelli e molti gioielli, e partì. Giunto a Car­ran, si fermò fuori città, presso il pozzo dove al tramonto le donne venivano ad attingere acqua, e pre­gò il Signore: «Signore, non so come riconoscere la fanciulla che hai destinato ad Isacco. Fa' che sia colei alla quale chiederò da bere e che me ne darà e ne darà anche ai cammelli». A un certo punto vide avvicinarsi con la brocca in testa una bella fan­ciulla. «Dammi da bere» le chiese, ed ella subito rispose: «Certo, quan­to ne vuoi; e anche i tuoi cammelli avranno sete». La fanciulla si chiamava Rebecca, ed era proprio della famiglia dei pa­renti di Abramo. Quando il servo espose al padre di lei le ragioni del suo viaggio, egli chiese alla giovane se intendeva divenire la sposa di Isacco. Ella acconsentì, e il servo la condusse nella terra di Canaan.








19. LA SPOSA VELATA. Genesi 24-25
La carovana era ormai giunta nella terra di Canaan. Circondata dalle sue ancelle, la giovane Rebecca guardava la terra che ora diveniva la sua patria. Verso sera, alzando gli occhi vide un giovane venire verso la carovana. Quando seppe che era Isacco, il suo promesso sposo, Rebecca sceso dal cammello e si coprì il volto con un velo: lo sposo doveva vedere il suo viso soltanto il giorno delle nozze. Isacco e Rebecca celebrarono le nozze, e qualche anno dopo ebbero due figli gemelli, Esaù e Giacobbe.  

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1/16/2017 12:36 PM
 
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20. PER UN PIATTO DI LENTICCHIE. Genesi 25
Il Signore Dio aveva stipulato un patto con Abramo. Quest'ultimo si impegnava a scegliere il Signore come suo unico Dio, e in cambio il Signore si impegnava a dargli il possesso della terra di Canaan e una discendenza numerosa come le stelle del cielo e la sabbia del mare. Dopo Abramo, il patto valeva per suo figlio Isacco, e dopo di lui per il suo figlio primogenito, cioè Esaù. Ma il fratello gemello di Esaù, Giacobbe, voleva per sé i diritti del figlio primogenito. Un giorno Esaù tornò stanco e affamato dalla caccia, e trovò Gia­cobbe che aveva cucinato un piatto di lenticchie rosse. «Dalle a me, ché ho fame» disse Esaù a Giacobbe. E Giacobbe, pronto: «Cedimi in cambio la tua primogenitura». «Sto morendo di fame: a che cosa mi serve la primogenitura? Prenditela pure» gli rispose il fratello. «Giuramelo subito!» insistette Giacobbe. Esaù giurò, mangiò il piatto di lenticchie, poi si alzò e se ne andò. Egli dimostrò in questo modo di di­sprezzare le promesse del Signore Dio, e soltanto in seguito si rese conto di quanto aveva perduto agendo in modo così sciocco.






21. GIACOBBE INGANNA IL PADRE. Genesi 27
Esaù aveva ceduto i suoi diritti di primogenito a suo fratello Giacob­be. Ma perché la cosa avesse pieno valore, era necessaria la benedizio­ne del loro padre Isacco. Ora, Isacco non avrebbe mai concesso la benedizione a Giacob­be, perché il primogenito era Esaù, che era anche il suo figlio prediletto. Rebecca invece preferiva tra i suoi due figli Giacobbe, e gli suggerì il modo di ottenere con l'inganno la benedizione del padre. Accadde un giorno, quando Isac­co, ormai vecchio e quasi cieco, chiamò Esaù e gli disse: «Tu sei un cacciatore: esci a catturare della sel­vaggina, preparami un buon piatto e io ti benedirò prima di morire». Quando Esaù si fu allontanato per cercare la selvaggina, Rebecca chiamò il figlio Giacobbe e gli riferì le intenzioni di Isacco; poi aggiunse: «Portami subito due bei capretti del nostro gregge; io preparerò con essi un piatto gustoso per tuo padre, ed egli benedirà te». «Sai che mio fratello è molto pe­loso» osservò Giacobbe: «se mio padre mi tocca, si accorge che non sono Esaù, e invece di benedirmi mi maledirà!» Rispose Rebecca: «Tu fa' come ti dico». Poi con i due ca­pretti preparò un buon piatto, fece indossare a Giacobbe gli abiti di Esaù e avvolse le pelli dei capretti intorno al collo e alle braccia del fi­glio prediletto. Giacobbe si presentò al padre con la vivanda, e fingendo di essere Esaù gli chiese di benedirlo. «Hai fatto presto a trovare la sel­vaggina» osservò il vecchio Isacco; poi aggiunse: «Avvicinati e lasciati toccare; voglio sapere se sei proprio il mio figlio Esaù». Giacobbe si avvicinò; Isacco lo toccò, e disse: «La voce mi sembra quella di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù!» e gli dette la benedizione dei primogeniti.
 
22. ISACCO BENEDICE IL FIGLIO. Genesi 27
«Avvicinati e baciami, figlio mio!» Disse il vecchio Isacco. Giacobbe obbedì. Isacco aspirò l’odore dei suoi abiti, e gli diede la benedizione. Con essa il patto, stipulato dal Signore prima con Abramo e poi con Isacco, passava a Giacobbe. Disse Isacco: «Ecco: l’odore di mio figlio è come l’odore che sale da un campo fertile e ricco di frutti, un campo benedetto dal Signore. Il Signore ti concede la rugiada del cielo e abbondanza di frumento e di mosto. E tutti ti onorino e si inchinino davanti a te». 






 
23. L’INGANNO SCOPERTO. Genesi 27-28
Aiutato dalla madre Rebecca, Gia­cobbe aveva ingannato il padre: fa­cendosi passare per il fratello Esaù, si era fatto dare la benedizione ri­servata ai primogeniti, quella benedizione che portava con sé l'amici­zia del Signore Dio. Quando Esaù, che era uscito a caccia come il padre gli aveva chie­sto, tornò a casa, con la selvaggina catturata preparò una vivanda e la portò al vecchio Isacco. Questi, che era ormai quasi cieco, gli chiese: «Chi sei tu?» «Sono il tuo figlio pri­mogenito» rispose Esaù. «Chi era dunque colui che si è presentato prima di te» riprese Isacco «e che io ho già benedetto?» L'inganno fu così scoperto. Esaù si adirò molto e disse: «Quando no­stra madre sarà morta, ucciderò mio fratello!» Rebecca si preoccupò di questa minaccia; chiamò Giacob­be e gli disse: «Fuggi, fino a quando tuo fratello non si sarà calmato. Va' per qualche tempo a Carran, da mio fratello Labano. Diremo a tuo padre che vai dai nostri parenti a cercarti una sposa». Il vecchio Isacco fu d'accordo: come aveva fatto lui stesso, così Giacobbe non doveva prendere moglie tra le donne di Canaan.
 
24. UNA SCALA FRA TERRA E CIELO. Genesi 28
Giacobbe era in fuga da suo fratello Esaù, al quale aveva carpito con l'inganno la benedizione del primo­genito e quindi le promesse di Dio. Esaù era molto adirato con lui; chis­sà se almeno il Signore aveva per­donato il suo inganno? Una sera si coricò per terra a dor­mire, usando una pietra come guanciale. Addormentatosi, vide in sogno una scala che dalla terra rag­giungeva il cielo, e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. E il Signore stesso gli si fece davanti e gli disse: «Io sono il Signore, Dio di Abramo e Dio di Isacco, io ti darò una discendenza numerosa come le stelle del cielo e ad essa darò la ter­ra sulla quale tu stai. Ti proteggerò dovunque andrai, e ti farò tornare in questo paese». Giacobbe si svegliò tutto pieno di timore dicendo tra sé: «Il Signore è in questo luogo, e io non lo sapevo! Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo». Giacobbe prese allora la pietra che gli era servita da guanciale, la drizzò come una stele, la rese sacra versandovi sopra dell'olio e chiamò quel luogo Betel, nome che signifi­ca "casa di Dio". Poi fece voto di rimanere sempre fedele a Dio.




 
25. GIACOBBE INGANNATO. Genesi 29
Labano, zio di Giacobbe, aveva due figlie: Lia, la maggiore, e Rachele. Giacobbe chiese a Labano quest’ultima in sposa e Labano acconsentì a patto che prima Giacobbe lavorasse per lui sette anni. Ma al termine Labano, invece, gli dette Lia, dicendo: «Da noi non si usa che la figlia minore vada sposa prima della maggiore. Se vuoi anche Rachele, lavora per me altri sette anni». A quei tempi era lecito che un uomo avesse diverse mogli. Così Giacobbe lavorò per Rachele altri sette anni, perché l’amava molto. 





 
 
26. PACE TRA I FRATELLI. Genesi 32-33
Giacobbe rimase presso lo zio La­bano quattordici anni, durante i quali aveva lavorato per lui ma anche per sé, ed era divenuto molto ricco in bestiame di varia specie. Decise allora di tornare nella terra di Canaan, che Dio aveva promes­so di dare alla sua discendenza; rac­colse le mogli, i figli e tutte le sue proprietà, e partì. Lungo il cammino fu preso però da grande timore a motivo di suo fratello Esaù, che egli aveva ingan­nato e del quale temeva la vendet­ta. Allora gli mandò in dono duecento capre e venti capri, duecento pecore e venti montoni, trenta cammelle con i loro piccoli, quaranta giovenche e dieci torelli, venti asine e dieci asini. Il giorno dopo egli vide venire verso di lui Esaù con quattrocento uomini: non sapeva se suo fratello aveva gradito il suo dono, e con timore si prostrò sette volte fino a terra davanti a lui, per dimostrargli il massimo rispetto. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò e lo baciò, ed entrambi si misero a piangere dalla commozione. Giacobbe gli presentò poi le sue mogli e i suoi figli, e quindi riprese­ro ciascuno il proprio cammino.

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1/16/2017 12:39 PM
 
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27. GIACOBBE CAMBIA NOME. Genesi 32
Una volta accadde a Giacobbe un episodio misterioso. Era in cammi­no con la sua famiglia e le sue greg­gi, ma si ritrovò solo sulla riva del fiume Iabbok. Era notte, quando un uomo gli si avvicinò e lottò con lui fino all'aurora. A quel punto lo sco­nosciuto stava per allontanarsi, ma Giacobbe comprese che forse il suo avversario era un inviato di Dio. Per questo gli disse: «Non ti lascerò an­dare, se prima non mi avrai bene­detto». Allora quegli lo benedisse e aggiunse: «D'ora in poi non ti chia­merai più Giacobbe, ma Israele».









 
28. I DODICI FIGLI DI GIACOBBE. Genesi 35
Mentre era stato lontano dalla terra di Canaan, Giacobbe, che si chia­mava anche Israele, divenne padre di numerosi figli; altri figli, poi, egli ebbe una volta tornato nella terra che il Signore aveva promesso di dare ai suoi discendenti. Questi sono i nomi dei dodici figli maschi di Giacobbe-Israele: il pri­mogenito, Ruben, poi Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zàbulon, Dan, Nèftali, Gad, Aser, Giuseppe e Be­niamino. Tutti insieme, con le loro mogli e i loro figli, si stabilirono in Canaan come pastori nomadi.









 
29. GIUSEPPE IL SOGNATORE. Genesi 37
Giacobbe amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli, perché era il figlio che egli aveva avuto in vec­chiaia dalla sua amata moglie Ra­chele. Era dunque, Giuseppe, il suo figlio più piccolo, perché al tempo in cui si verificarono questi avveni­menti Beniamino, l'ultimo figlio di Giacobbe, non era ancora nato. Giacobbe aveva donato a Giu­seppe una veste con le maniche lunghe, che, in confronto con le corte vesti degli altri, era un abito principesco. I fratelli, vedendo la predilezione di Giacobbe per Giu­seppe, ne divennero invidiosi e non erano più capaci di trattarlo amiche­volmente. Una volta Giuseppe, che era allora un giovanetto e andava a pascolare il gregge con i fratelli, fece un sogno e lo raccontò ai fratelli: «Ho sognato che stavamo nei cam­pi a legare i covoni di grano, quan­d'ecco che il mio covone rimase dritto, mentre i vostri tutt'attorno si inchinavano davanti al mio». Quelle parole resero i fratelli fu­renti, perché a quei tempi i sogni erano considerati un'anticipazione di quello che sarebbe accaduto. Così, tutti adirati, gli risposero: «Pre­tendi forse di diventare più impor­tante di tutti noi, e che noi ci inchi­niamo davanti a te?»













 
30. GIUSEPPE SOGNA ANCORA. Genesi 37
Giuseppe, che aveva allora diciassette anni, fece un altro sogno e questa volta lo raccontò a suo padre e ai suoi fratelli. «Sentite» disse: Ho sognato che il sole la luna e undici stelle si inchinavano davanti a me. Anche il significati di questo nuovo sogno era chiaro. Quella volta fu il padre Giacobbe a parlare: «Che sogno è mai questo? Dovremmo forse io, tua madre e i tuoi fratelli inchinarci davanti a te? Credi forse di diventare tu, il più giovane, più importante di tutti noi? » 






 
31. GIUSEPPE VENDUTO DAI SUOI FRATELLI. Genesi 37
Giuseppe aveva diciassette anni, quando un giorno il padre lo man­dò a vedere come stavano i suoi fratelli, che erano a pascolare le greggi lontano da casa. I fratelli non amavano Giuseppe, perché era il prediletto del padre ed erano con­vinti che egli si ritenesse più impor­tante di loro. Giuseppe camminò a lungo, e finalmente trovò i fratelli a Dotan. Essi lo videro da lontano e, mentre si avvicinava, complottaro­no tra loro: quella doveva essere la volta buona per sbarazzarsi di lui, e decisero di farlo morire. «Lo getteremo in una cisterna» dissero. «Poi racconteremo a nostro padre che una bestia feroce l'ha sbranato!» Ma Ruben, il fratello maggiore tentò di salvarlo. Disse agli altri: «E’ nostro fratello, non uccidiamolo! Gettiamolo in una cisterna, ma non togliamogli la vita». Ruben intende­va infatti tornare poi di nascosto a liberarlo. Quando Giuseppe arrivò, gli tol­sero la bella veste con le maniche lunghe che il padre gli aveva regala­to, lo gettarono in una cisterna vuo­ta e sedettero a mangiare. Alzando gli occhi, i fratelli videro passare una carovana di mercanti. Allora pensarono: «Che guadagno c'è ad ucciderlo? Vendiamolo piut­tosto a quei mercanti». Così fecero: vendettero Giuseppe come schiavo ai mercanti per venti monete d'argento. Poi presero la sua veste, uccisero una capra, ne spruzzarono il sangue sulla veste e la presentarono al padre dicendo: «L'abbiamo trovata; guarda se è la veste di Giuseppe». Il padre Gia­cobbe prese la veste e la riconobbe: allora pianse a lungo, pensando che suo figlio fosse stato sbranato da una bestia feroce. Quella carovana di mercanti era diretta in Egitto. E fu così che Giu­seppe fu condotto in Egitto.

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1/16/2017 8:35 PM
 
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G
iuseppe, il giovane che i suoi fratelli avevano vendu­to ai mercanti, da questi ul­timi era stato condotto in Egitto e rivenduto a Potifar. Potifar era un uomo importante in Egitto; era il capo delle guardie del Faraone. Egli prese a ben volere Giuseppe, per­ché vedeva che era un giovane serio, attento a svolgere bene il suo lavoro, e allora gli affidò la direzio­ne della sua casa. Giuseppe pensava spesso a casa sua, a suo padre, ora che era schia­vo in un paese straniero. Ma la sua situazione peggiorò ulteriormente quando la moglie di Potifar volle fargli del male e lo accusò, davanti al marito, di essersi comportato in maniera disonesta. Non era vero, ma Potifar credette alla moglie e fece cacciare Giuseppe in prigione. Dopo qualche tempo furono im­prigionati con Giuseppe anche il capo dei coppieri e il capo dei pa­nettieri del Faraone. Questi suoi compagni una notte fecero un so­gno, ma non sapevano interpretar­ne il significato. Fu Giuseppe a dare loro la spiegazione. Il capo dei coppieri raccontò: «Ho sognato una vite con tre tralci sui quali maturavano i grappoli; io presi l'uva, la spremetti nella coppa e la diedi in mano al Faraone». Giusep­pe spiegò: «I tre tralci sono tre gior­ni: fra tre giorni il Faraone ti libererà dalla prigione e ti ridarà la tua cari­ca come prima. E allora, ti prego di ricordarti di me: dì al Faraone che io sono innocente!» lì capo dei panettieri allora rac­contò anch'egli il suo sogno: «Por­tavo sulla testa tre canestri di pane bianco e di dolci per il Faraone, ma gli uccelli calavano sui canestri e ne mangiavano il contenuto». Giusep­pe gli disse: «So che cosa significa. I tre canestri sono tre giorni: fra tre giorni il Faraone deciderà la tua sor­te, e ti farà impiccare». Le cose andarono proprio come Giuseppe aveva detto. Ma il capo dei coppieri si dimenticò di Giusep­pe e non fece nulla per liberarlo. Trascorsero due anni, dopo i quali il Faraone fece un sogno. Gli parve di trovarsi presso il Nilo, il grande fiume da cui dipende la vita dell'Egitto. Dal fiume uscirono pri­ma sette vacche grasse, che si mise­ro a pascolare; poi uscirono sette vacche  magre,  che  divorarono quelle grasse.

Sognò ancora sette spighe, belle e piene, che spuntava­no da un unico stelo; ma dopo spuntarono sette spighe vuote, che inghiottirono quelle piene. Quando si svegliò, il Faraone convocò tutti i sapienti del suo re­gno perché gli spiegassero i due so­gni, ma nessuno lo seppe fare. Allo­ra il capo coppiere si ricordò di Giu­seppe, e disse al Faraone: «Ho conosciuto in carcere un giovane ebreo, che interpretò esattamente un mio sogno». Il Faraone mandò a chiamare Giuseppe, gli narrò quello che ave­va sognato e Giuseppe gli disse: «I due sogni hanno uno stesso signifi­cato: Dio ti fa sapere quello che sta per accadere. Il paese d'Egitto co­noscerà sette anni di abbondanza, cui seguiranno sette anni di carestia. Provvedi dunque a trovare un uomo intelligente e capace, che rac­colga tanti viveri durante i primi set­te anni, da distribuire poi nei sette anni di carestia, quando altrimenti non ci sarà nulla da mangiare». Il Faraone rispose: «Hai parlato bene, e Dio è con te perché ti ha rivelato tutte queste cose. Tu dun­que sei l'uomo adatto. Ecco: io ti do ogni potere, e tutti in Egitto do­vranno obbedire a te; dopo di me, tu sarai l'uomo più importante del regno». E così Giuseppe divenne vi­ceré dell'Egitto; il Faraone gli dette il suo anello, lo rivestì di abiti lus­suosi e gli mise intorno al collo un monile d'oro. 
Durante i sette anni di abbondan­za Giuseppe ammassò ogni quanti­tà di grano e di altri viveri, sicché quando venne la carestia in Egitto nessuno soffriva la fame, anzi veni­vano anche dai paesi vicini a com­perare grano. Lo stesso fecero i fra­telli di Giuseppe, perché la carestia si era abbattuta anche nella terra di Canaan. Essi non sapevano quale sorte era toccata a Giuseppe, e quando si presentarono davanti a lui, poiché egli era vestito all'egizia­na, non lo riconobbero. Li riconobbe però Giuseppe il quale, senza parere, si informò di loro e di come stesse il padre Gia­cobbe e il fratello minore Beniami­no; anzi, con un pretesto, li costrin­se a tornare una seconda volta, portando Beniamino con sé. Quando li ebbe tutti davanti, Giuseppe si commosse profonda­mente e decise che era il momento di farsi riconoscere. Disse: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello che voi avete venduto. Ma ora non temete e non rattristatevi, perché è stato il Signore a disporre che io venissi qui prima di voi, per permettere che tutta la nostra famiglia sopravviva alla carestia». I fratelli, a quella rivelazione, fu­rono presi da grande paura perché temevano che Giuseppe si vendicasse di loro. Ma egli li rassicurò di nuovo e disse: «La carestia durerà ancora cinque anni; andate dunque a prendere mio padre, e le vostre mogli e i vostri figli e trasferitevi in Egitto: io vi darò una terra dove po­trete vivere in pace». Genesi 39-45.
                             1

                                                                                                   GLI EBREI VANNO IN EGITTO 
Genesi 46

Giuseppe, il viceré d'Egitto, voleva che tutti i suoi familiari si salvassero dalla carestia; per questo dovevano trasferirsi dalla terra di Canaan, dove abitavano, in Egitto, dove egli poteva assicurare loro il necessario per vivere. Suo padre, il vecchio Giacobbe, si chiese se era bene lasciare la terra di Canaan, quella terra che il Signo­re Dio aveva promesso a lui e ai suoi discendenti. Giacobbe non sapeva come comportarsi; ma il Signore Dio gli venne in aiuto. Una notte, Giacob­be ebbe una visione e Dio gli disse: «Io sono il Signore, Dio di tuo pa­dre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo, e un giorno io farò tornare il tuo grande popolo in que­sta terra di Canaan». Giacobbe allora radunò tutti i suoi figli, le loro mogli e i loro bam­bini, con il bestiame e tutte le altre ricchezze che si erano acquistati nel­la terra di Canaan, e scese in Egitto. Gli Ebrei che scesero in Egitto era­no in tutto settanta persone. Gia­cobbe si fece precedere dal figlio Giuda, il quale si recò da Giuseppe ad annunciargli l'arrivo di tutta la famiglia di Giacobbe, in accordo con i suoi desideri.


[Edited by Credente. 1/27/2017 11:47 AM]
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1/16/2017 8:36 PM
 
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GIACOBBE E IL FARAONE Genesi 47

Settanta persone, l'intera famiglia di Giacobbe giunsero in Egitto. Giu­seppe, che non vedeva il padre da molti anni, fece attaccare il suo car­ro e gli andò incontro. Appena Giuseppe vide il padre, gli si gettò al collo e pianse a lungo dalla commozione. Giacobbe era non meno commosso, e gli disse: «Ora posso anche morire, perché ho visto che sei ancora vivo!» Giuseppe annunciò: «Vado ora ad informare il Faraone in persona dell'arrivo di mio padre e dei miei fratelli con le mogli e i figli». Il Faraone disse a Giuseppe: «Il paese d'Egitto è a tua disposizione: fa' risiedere tuo padre e i tuoi fratelli con le loro mogli e i loro figli nella parte migliore del paese, nella fertile terra di Gosen». Poi il vecchio Giacobbe fu intro­dotto alla presenza del Faraone d'Egitto. «Quanti anni hai? » gli chie­se il Faraone. «Centotrenta» rispose Giacobbe «trascorsi in una vita erra­bonda, tra molte difficoltà». Giacobbe e i suoi figli si stabiliro­no nella terra di Gosen, in Egitto, dove poterono continuare la loro attività di pastori e allevatori di be­stiame. E Giuseppe non mancava di provvedere alle loro necessità.

 





3
LA VISIONE DI GIACOBBE Genesi 48
Un giorno Giacobbe-Israele mandò a chiamare suo figlio Giuseppe, vi­cerè d'Egitto, e gli riferì una visione che aveva avuto molti anni prima. Gli disse: «Quand'ero nella terra di Canaan, il Signore mi apparve, mi benedisse e mi fece una promes­sa dicendo: tu avrai una numerosa discendenza, i figli dei tuoi figli di­venteranno un popolo, e a quel po­polo io darò questo paese. Ricorda­lo dunque, tu e i tuoi fratelli e i vo­stri figli dopo di voi: il Signore vi ha promesso la terra di Canaan, e là un giorno vi farà tornare!»
 




4
GIACOBBE PREDICE IL FUTURO DEI SUOI FIGLI Genesi 49
Il vecchio Giacobbe, chiamato an­che Israele, un giorno chiamò i suoi figli e disse: «Radunatevi, perché io vi annunci quello che accadrà nei tempi futuri. Radunatevi, figli di Giacobbe, e ascoltate Israele vostro padre».  Uno per uno essi passarono davanti a lui, e di ciascuno di loro egli manifestò qualche caratteristica, che sarebbe divenuta evidente nei loro rispettivi discendenti, una volta tornati nella terra di Canaan pro­messa dal Signore. A Issacar disse: «Tu sei robusto come un asino, e ti adatterai a sop­portare la dominazione dei nemici». A Nèftali disse: «Tu sei agile come una cerva, che sarà madre di bei cerbiatti». A Beniamino, l'ultimogenito dei suoi figli, disse: «Tu somigli a un lupo che sbrana la preda». A Zàbulon disse: «Tu abiterai lun­go la riva del mare, dove approde­ranno le navi.» A Aser disse: «Tu abiterai in una regione fertile, ricca di grano con cui si farà un pane degno del re». A Giuseppe disse: «Tu sei come il germoglio di un albero, verdeggian­te perché le sue radici sono presso una fonte d'acqua. Dio onnipotente ti aiuti e ti benedica!»

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1/16/2017 8:38 PM
 
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5

GIUDA IL GIOVANE LEONE Genesi 49

Giacobbe-Israele, prima di morire, parlò ai suoi figli del loro futuro. Chiamò insieme Simeone e Levi, per dire loro che sarebbero stati di­visi e dispersi, perché si erano la­sciati prendere dalla collera ed erano stati violenti e crudeli. L'annuncio più sorprendente, però, Giacobbe lo fece a Ruben e a Giuda. A Ruben disse: «Tu sei il mio fi­glio maggiore, fiero e forte, bollente come l'acqua. Ma tu non sarai il più importante tra i tuoi fratelli, perché un giorno hai offeso tuo padre». A Giuda disse: «Sarai tu il più im­portante. Tu sei come un giovane leone: sottometterai i tuoi nemici, e anche i tuoi fratelli si inchineranno a te. Il bastone del comando resterà saldamente nelle tue mani, fino a quando verrà colui al quale esso appartiene, colui al quale tutti i po­poli obbediranno». Molti da allora si sono chiesti chi fosse quel discendente di Giuda, a cui appartiene il bastone del co­mando, colui destinato a guidare tutti i popoli. Molti secoli dopo si è capito che Giacobbe-Israele inten­deva parlare del Messia, il Signore Gesù, mandato da Dio a salvare il mondo intero.

  6

EFRAIM E MANASSE Genesi 48

Dopo essersi stabilito con tutta la fa­miglia nella terra di Gosen, Giacob­be mandò a chiamare il figlio Giu­seppe, viceré d'Egitto, per ringra­ziarlo ancora una volta del bene che aveva fatto alla sua famiglia, salvata dalla carestia. Come segno di riconoscenza Gia­cobbe volle adottare come propri i due figli di Giuseppe Efraim e Ma­nasse, che erano nati in Egitto e che erano ancora ragazzi. «Essi saranno figli miei» disse «e avranno l'eredità al pari degli altri miei figli: l'eredità della terra che il Signore ha promesso di dare ai miei discendenti». Volle poi che i due ragazzi si avvicinassero: li abbracciò, li baciò e li benedisse. Nella benedi­zione pose le proprie mani sul loro capo: incrociando le braccia, pose la mano destra sul capo di Efraim, che era il figlio minore, e la sinistra, la meno importante, su Manasse, il primogenito. Giuseppe volle correggere il pa­dre, e gli fece notare che doveva scambiare le mani per mettere la destra sul capo del figlio maggiore; ma Giacobbe non volle. «Anche se è il figlio minore, Efraim avrà una discendenza più numerosa, più pro­spera e potente di Manasse».

 

7

LA MORTE DI GIACOBBE Genesi 47-50

Giacobbe-Israele si sentiva ormai giunto al termine della sua vita ter­rena. Chiamò Giuseppe e gli disse: «Quando sarò morto, portami via dall'Egitto e seppeliscimi nel sepol­cro dei miei antenati». «Farò come hai detto» rispose Giuseppe; ma Giacobbe voleva es­serne proprio sicuro; per questo ag­giunse: «Giuramelo!» Giuseppe lo giurò. Il sepolcro era la caverna di Ma­cpela, presso Ebron, nella terra di Canaan. Era una caverna che Abra­mo aveva comperato per darvi sepoltura a sua moglie Sara, e là era­no poi stati sepolti lo stesso Abramo, Isacco e sua moglie Rebecca, e la prima moglie di Giacobbe, Lia. Quando Giacobbe-Israele morì, in tutto l'Egitto si fece lutto per set­tanta giorni, perché era morto il pa­dre del viceré. Trascorsi quei giorni, Giuseppe si fece dare il permesso dal Faraone di andare a seppellire suo padre nella terra di Canaan. Con lui andarono i suoi figli e i suoi dipendenti, i suoi fratelli con le loro famiglie, i ministri e i consiglieri del Faraone, con i carri e i cavalieri. Fu una carovana imponente, che accompagnò il corpo di Giacobbe a Ebron, e poi tornò in Egitto.





 

8
GIUSEPPE IL GIUSTO E I FRATELLI Genesi 50
Dopo che Giacobbe fu sepolto, i suoi figli furono presi da paura nei confronti del loro fratello Giuseppe. Essi, tanto tempo prima, lo avevano venduto schiavo, ed egli aveva do­vuto molto soffrire per questo: era stato portato in un paese straniero, era stato accusato ingiustamente, era stato messo in carcere. Poi era divenuto un uomo impor­tante: addirittura il viceré d'Egitto, ma certo, essi pensavano, non ave­va dimenticato il male ricevuto da loro. Se non li aveva puniti, anzi li aveva salvati dalla carestia, era stato, pensavano, per riguardo al loro comune padre. Ma ora che egli era morto, nulla lo avrebbe più tratte­nuto dal vendicarsi su di loro per il male ricevuto. Per questo i fratelli mandarono a dirgli: «Prima di morire, nostro pa­dre ti ha chiesto di perdonarci»; Poi andarono a gettarsi ai suoi piedi di­cendo: «Siamo tuoi schiavi!» Giuseppe si commosse profonda­mente e disse loro: «Non abbiate paura. Spetta a Dio distribuire pre­mi e castighi: sono io forse al posto di Dio? Anzi, il Signore nostro Dio dal male ha ricavato il bene, perché per mezzo mio vi ha mantenuto in vita e vi ha fatto crescere!»
 9
UN BIMBO FRA I GIUNCHI Esodo 1-2
Molti, molti anni erano trascorsi da quando gli Ebrei si trovavano in Egitto. Essi si erano accresciuti di numero, divenendo un popolo, e si erano fatti molto potenti nel paese che li ospitava. Tanto potenti che il re d'Egitto, il Faraone, cominciò a preoccuparsi. «Questi figli di Israele possono met­tersi a combattere contro di noi» pensava; «bisogna impedire che crescano ancora di numero». E per fare questo, dapprima il Fa­raone ridusse tutti gli Ebrei in schia­vitù, obbligandoli a lavorare duramente per lui; poi diede ordine che ogni bambino che nasceva in una famiglia ebrea, se era maschio, do­veva essere immediatamente fatto morire, gettandolo nel Nilo. Qualche tempo dopo quest'ordi­ne crudele, in una famiglia nacque un bimbo maschio, e i suoi genitori cercarono in ogni modo di salvargli la vita; per questo lo tennero nasco­sto per tre mesi. Quando non poté più tenerlo na­scosto, la madre prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece per impedire all'acqua di pe­netrarvi, vi mise dentro il bambino e lo depose tra i giunchi sulla riva del fiume Nilo.
 









10
MOSE SALVATO DALLE ACQUE Esodo 1- 2
Per salvare il suo bambino dalla morte ordinata dal Faraone, una mamma ebrea pose il suo piccolo entro un cestello e lo affidò alle ac­que del Nilo. La sorella del bambi­no, che era già grandicella, si fermò a distanza per vedere che cosa sa­rebbe accaduto. Poco dopo la figlia del Faraone scese al fiume con le ancelle per fare il bagno; vide il cestello, lo mandò a prendere e vi trovò il bambino che piangeva. «E’ un figlio degli Ebrei» comprese, e ne ebbe compassione. La sorella del bimbo si avvicinò e le disse: «Vuoi che vada a chiamare una balia ebrea, perché si prenda cura del bambino al posto tuo?» La figlia del Faraone acconsentì: così la sorella andò a chiamare la madre, e la principessa le affidò il bimbo da allevare. Fu così che il bambino fu allevato senza pericolo dalla sua stessa ma­dre. Quando fu cresciuto, ella lo condusse alla principessa, la quale lo adottò come figlio e gli mise nome Mosè, che significa "salvato dalle acque". Mosè rimase alla cor­te del Faraone, dove poté studiare e diventare un uomo molto impor­tante e rispettato: il Signore Dio lo preparava così a svolgere i grandi compiti che intendeva affidargli.
 

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1/16/2017 8:39 PM
 
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MOSE’ FUGGE NEL DESERTO Esodo 2

Gli Ebrei, il popolo d'Israele, si la­mentavano fortemente della loro condizione di schiavi in Egitto. Mosè era molto addolorato al vede­re il suo popolo oppresso. Un giorno vide un egiziano che picchiava un ebreo; si guardò attor­no, vide che non c'era nessuno, e allora uccise l'egiziano e nascose il suo corpo nella sabbia. Il giorno dopo vide due ebrei che litigavano tra loro; Mosè cercò di farli smettere, ma uno dei due gli disse: «Tu non sei nostro giudice. Vuoi forse uccidermi, come hai già ucciso l'egiziano?» Mosè ebbe pau­ra perché pensò: «Il mio segreto è ormai noto a molti!» Anche il Faraone, infatti, venne a saperlo, e cercò di catturare Mosè per metterlo a morte. Allora Mosè si allontanò dall'Egit­to e fuggì nel deserto. Fu così che Mosè capitò presso un pozzo, dove difese sette sorelle, che venivano ad abbeverare il loro gregge, dai soprusi di altri pastori. Riconoscenti, le sorelle lo condusse­ro a casa del loro padre Ietro, che accolse con gratitudine Mosè e gli diede in sposa una delle sue figlie. Mosè rimase dunque con letro, e si dedicò a pascolare il suo gregge.




 
 12
UNA FIAMMA CHE NON BRUCIA Esodo 3-4
Mosè stava pascolando il gregge di letro, suo suocero, nel deserto, quando lo colpi un fatto insolito: un roveto, cioè un cespuglio di rovo, era in fiamme: bruciava, ma non si consumava. «Voglio avvicinarmi ad osservare come mai» si disse con stupore Mosè. Quando si fu avvicinato, sentì una voce provenire dalle fiamme: «Mosè, Mosè!» «Eccomi!» rispose Mosè. «Non avvicinarti oltre» disse la voce. «Togliti i sandali, perché il luogo dove stai è terra santa.» Mosè si tolse i sandali, e la voce proseguì: «Io sono il Signore Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Gia­cobbe. Ho visto le sventure del mio popolo schiavo in Egitto e ho scelto te per liberarlo. Ti recherai dal Fa­raone a dirgli di liberare il mio po­polo e lasciarlo partire». Mosè si copri il volto, perché ave­va paura di guardare verso Dio; poi disse: «Chi sono mai io, Signore, perché il Faraone mi dia retta?» «Io sarò con te» lo assicurò il Signore. E Mosè: «Oltre tutto io faccio fatica a parlare, non ho la lingua sciolta». Il Signore gli disse allora: «Tu istruirai tuo fratello Aronne, ed egli parlerà al tuo posto».







 
13
IL NOME DI DIO Esodo 3
In ginocchio di fronte al roveto ar­dente disse Mose al Signore: «Tu mi ordini di andare dal mio popolo a dire che lo vuoi liberare dalla schia­vitù, ma essi non mi crederanno e h mi chiederanno chi e che mi man­da dimmi qual è il tuo nome!» il Signore rispose: «Dirai: mi manda a voi Iahvè, Dio dei vostri padri, di Abramo, di Isacco, di Gia­cobbe; mi manda a condurvi fuori dall'Egitto, nel paese che io ho pro­messo a loro e ai loro discendenti».  Iahvè vuol dire COLUI CHE È, il Dio vero, l'unico Dio.
 
14
LE PIAGHE D’EGITTO Esodo 4-12
Mosè si avviò verso l'Egitto, a com­piere la difficile missione che Dio gli aveva affidato. Lungo il cammino gli venne incontro suo fratello Aron­ne, e con lui si presentò al popolo d'Israele per annunciare che il Si­gnore aveva avuto pietà delle loro tribolazioni, e aveva deciso di ricon­durre il suo popolo nella terra di Canaan, la terra promessa, tanto fertile e ricca che era come se vi scorressero a fiumi il latte e il miele. Ma bisognava convincere il Fa­raone; egli non voleva lasciar parti­re gli Ebrei, che gli servivano come schiavi per costruire le sue città. Per bocca di Aronne, Mosè annunciò al Faraone molti castighi mandati da Dio per indurlo a liberare il popolo d'Israele. I castighi, le famose "piaghe d'E­gitto", puntualmente si verificarono: l'acqua di tutto l'Egitto fu cambiata in sangue, il paese fu invaso dalle rane, dalle zanzare, dai mosconi, ci fu una grande morìa nel bestiame, gli Egiziani furono colpiti da ulcere, i campi furono devastati prima dalla grandine e poi dalle cavallette, e per tre giorni tutto il paese d'Egitto fu immerso nel buio. Ad ogni castigo, il Faraone man­dava a chiamare Mosè e gli promet­teva che avrebbe lasciato partire il popolo d'Israele; ma appena il ca­stigo cessava, cambiava idea. Allora il Signore annunciò la piaga più grave: la morte di ogni figlio primo­genito degli Egiziani, dal figlio del Faraone al figlio dell'ultimo servo. Così accadde: nella notte annun­ciata, morirono tutti i primogeniti degli Egiziani, mentre nessuno fu colpito del popolo d'Israele. Il Faraone allora convocò in tutta fretta Mosè e gli diede l'ordine di andarsene via subito, lui e tutto il suo popolo, e lasciare per sempre il paese d'Egitto.«Andatevene tutti, voi Israeliti!» urlò il Faraone. «Anda­tevene dove volete, ma partite!»
    

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1/16/2017 8:41 PM
 
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15

IL SEGNO DEL SANGUE Esodo 11-12

Per liberare il suo popolo dalla schiavitù, il Signore aveva dovuto far morire i primogeniti degli Egizia­ni. I primogeniti degli Ebrei invece si salvarono, perché il Signore ave­va ordinato al suo popolo di segna­re le porte delle proprie case con il sangue di un agnello. L'agnello poi doveva essere arro­stito al fuoco e mangiato in fretta, insieme con erbe amare, in piedi, con il bastone in mano, pronti tutti a partire perché il Faraone stava per dare il permesso. Quella cena fu detta Pasqua, pa­rola che vuol dire "passaggio", e il Signore diede l'ordine di ripeterla anche in seguito, per ricordare i prodigi da lui compiuti a favore del suo popolo: per ricordare il "pas­saggio" del Signore che, vedendo il segno del sangue dell'agnello sulle porte delle case, ha risparmiato dal­la morte i suoi amici; e per ricordare anche il" passaggio" che il Signore ha fatto compiere al popolo d'Israe­le dalla schiavitù dell'Egitto alla li­bertà nella terra promessa. E infatti, appena consumata la Pasqua, il popolo di Dio lasciò defi­nitivamente l'Egitto e si avviò, con l'aiuto di Dio e sotto la guida di Mosè, verso la sua nuova patria.





 
16
E IL MARE SI APRI’ Esodo 14-15
Il popolo d'Israele era in cammino nel deserto; dopo una lunga schia­vitù in Egitto, finalmente Mosè, mandato da Dio, lo stava condu­cendo verso la terra che Dio stesso aveva promesso di dare ai discen­denti di Abramo, Isacco e Giacob­be. Il Faraone re d'Egitto aveva dato agli Ebrei il permesso di partire; ma ben presto se ne pentì, e al­lora radunò i suoi carri da guerra e si lanciò al loro inseguimento, per riportarli indietro. Li raggiunse in prossimità del Mar Rosso. Mosè e i suoi si trovavano in una situazione drammatica: il mare da­vanti e l'esercito del Faraone alle spalle. Tutto sembrava perduto, quando Dio intervenne con uno dei suoi più strepitosi prodigi. Per tutta la notte il Signore Dio fece soffiare un vento gagliardo che sospinse le onde, e il mare si aprì, lasciando un passaggio dove il po­polo d'Israele poté camminare sicu­ro e a piedi asciutti fino a raggiun­gere la sponda opposta. I carri del Faraone si lanciarono all'inseguimento lungo lo stesso passaggio, ma mentre lo stavano percorrendo le acque tornarono al loro posto, travolgendo gli insegui­tori. Gli Ebrei erano salvi, e tutti in­sieme ringraziarono il Signore.









 
17
I PRODIGI NEL DESERTO Esodo 15-17
Con mano potente il Signore aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù dell'Egitto, facendogli attraversare il mare a piedi asciutti. Ma molti altri prodigi il Signore compì per il suo popolo, in cammi­no attraverso il deserto per giungere alla terra promessa. Quando, dopo tre giorni di cam­mino, giunsero alle acque di Mara, gli Ebrei sperarono di potersi disse­tare, ma scoprirono che quelle ac­que erano salate, come il mare: il Signore però, attraverso Mosè, le rese buone da bere. Più avanti temettero di morire di fame, e si lamentarono con Mosè. Ma ecco che il giorno dopo essi tro­varono intorno all'accampamento un grande stormo di quaglie, che poterono prendere con le mani, e sul terreno una sostanza granulosa, bianca e dolce, buona da mangiare e molto nutriente: era la manna, che accompagnò il cammino del popolo di Dio fino a quando esso giunse nella terra promessa. Un'altra volta il Signore dissetò il popolo facendo scaturire acqua dal­la roccia; e quando gli Amaleciti at­taccarono Israele, Dio gli diede la vittoria, per amore di Mosè che aveva pregato per questo.




 18
I DIECI COMANDAMENTI Esodo 19-20
Il popolo d'Israele era da tempo in cammino nel deserto verso la terra promessa, quando piantò le tende ai piedi di un'alta montagna, il Monte Sinai. Là, Dio chiamò Mosè sul monte per quaranta giorni, poi gli diede due tavole di pietra su cui erano scritte dieci leggi, i dieci co­mandamenti. Disse il Signore a Mosè: «Io faccio un'alleanza con il mio popolo. Se esso osserverà que­ste dieci leggi, io sarò il suo Dio, lo guiderò e lo proteggerò». 
Questi sono i comandamenti:
«Io sono il Signore Dio tuo!
1. Non  avrai altro Dio all'infuori di me.
2. Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio.
3. Ricordati di santificare la festa;
                   sei giorni lavorerai, il settimo è sacro al Signore.
4. Onora tuo padre e tua madre, e avrai lunga vita.
5. Non uccidere.
6. Non portare via a nessuno la moglie o il marito.
7. Non rubare.
8. Non dire il falso a danno del tuo prossimo.
9. Non desiderare le cose del tuo prossimo.
10. Non desiderare la moglie o il marito del tuo prossimo».

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1/16/2017 8:43 PM
 
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19

IL VITELLO D’ORO Esodo 32-34

Quando scese dal monte, Mosè vide che il popolo non aveva sapu­to attenderlo. Anzi, aveva commes­so una grave mancanza, raffiguran­do Dio sotto forma di un vitello d'oro, e tutti lo adoravano dicendo: «Ecco il nostro Dio che ci ha con­dotti fuori dall'Egitto!» Mosè si indignò, e nell'ira gettò a terra le due tavole della legge, che si spezzarono. Poi distrusse il vitello d'oro e castigò chi l'aveva fatto. In­fatti nessuno ha mai visto Dio, e ai tempi di Mosé era proibito raffigu­rarlo in qualunque modo. Il giorno dopo Mosè tornò sul monte, e per prima cosa supplicò il Signore di perdonare il grave pec­cato del suo popolo. Nella sua bon­tà il Signore concesse il perdono e diede a Mosè altre due tavole della legge insieme con molte istruzioni su come il popolo di Dio doveva vivere, per piacere a Dio. Dopo altri quaranta giorni Mosè scese all'accampamento. Alla pre­senza di tutto il popolo parlò del patto che il Signore proponeva, e lesse la legge che il popolo doveva impegnarsi a rispettare in cambio del potente aiuto di Dio. Tutti ascol­tarono e si impegnarono, anche per i propri discendenti.






 
20
ASCOLTA ISRAELE Deuteronomio 6
Nel deserto Mosè spiegò al popolo tutti i comandamenti e i precetti del Signore; poi disse queste parole, che da allora molti ripetono come una preghiera: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuo­re; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quan­do ti coricherai e quando ti alzerai.»









 
21
LA DIMORA DI DIO Esodo 35
I dieci comandamenti che Dio ave­va dato a Mosè sul monte Sinai era­no scritti su due tavole di pietra. Mosè fece costruire per loro una cassetta di legno di acacia rivestita d'oro e ve le pose al suo interno. Questa cassetta contenente le tavo­le si chiamò Arca dell'Alleanza. L'Arca aveva un coperchio d'oro sormontato da due cherubini: essi costituivano il trono di Dio, invisibi­le ma presente in mezzo al suo po­polo. Mosè diede disposizioni per­ché la presenza di Dio sull'Arca fos­se rispettata e venerata da tutti. Nel deserto non vi era un tempio in cui il popolo potesse recarsi ad adorare il Signore: per questo Mosè eresse una tenda speciale, da smontare e rimontare ad ogni tappa del viaggio. Questa tenda era di lino finissimo tinto di porpora ed era di­visa in due ambienti: uno contene­va l'Arca, l'altro oggetti preziosi tra cui un candelabro d'oro a sette bracci e un altare d'oro su cui si bruciava l'incenso profumato. Al di fuori della tenda, di volta in volta veniva montato un recinto con il grande altare dei sacrifici, dove venivano bruciati gli animali scelti e le primizie dei raccolti che il popolo d'Israele offriva al Signore.









 
22
ESPLORATORI IN CAANAN Numeri 13
Prima di entrare con tutto il popolo nella terra promessa, Mosè mandò un gruppo di uomini ad esplorarla. Erano uno per tribù, e tra loro vi era il braccio destro di Mosè, che si chiamava Giosuè. Dopo quaranta giorni gli esplora­tori fecero ritorno e riferirono così: «Abbiamo trovato una terra ricca e fertile, tanto che pare vi scorrano latte e miele: guardate alcuni dei suoi frutti!» E mostrarono al popolo un grappolo d'uva tanto grosso, che dovevano portarlo in due so­speso ad una stanga.








 
23
QUARANT’ANNI NEL DESERTO Numeri 14
«La terra di Canaan è fertilissima» dissero gli esploratori al popolo d'I-sraele «e questi frutti meravigliosi che vi abbiamo portato lo dimostrano. Però questa terra è abitata da popoli potenti, che hanno costruito grandi città fortificate. Inoltre alcuni di loro sono grandi come giganti!» Al sentire quelle parole molti Israeliti si spaventarono e dissero; «Non potremo mai conquistare quella terra. È meglio per noi torna­re in Egitto, altrimenti moriremo in questo deserto!» Mosè e Giosuè cercarono di cal­mare il popolo e dissero: «Quella è la terra che il Signore ci ha promes­so. Egli è con noi e di certo ci darà la forza di conquistarla». Ma il po­polo ribelle non voleva sentire ra­gioni e riprese a lamentarsi. Allora, al di sopra della tenda che conteneva l'Arca dell'Alleanza, luo­go della presenza invisibile di Dio, apparve a tutto il popolo d'Israele la gloria del Signore. E il Signore dis­se: «Ecco, voi non entrerete in quel­la terra: la darò ai vostri figli!» E tu così che il popolo d'Israele rimase nel deserto per quaranta anni, e solo i figli di quegli uomini che ave­vano dubitato del Signore poterono entrare nella terra promessa.









 
24
LA CONQUISTA DELLA TERRA PROMESSA Deuteronomio34
Mosè, l'amico di Dio, colui che par­lò con il Signore faccia a faccia, non poté guidare il popolo d'Israele alla conquista della terra promessa. Aveva centoventi anni quando il Si­gnore, dalla vetta del Monte Nebo, gli concesse di vedere la terra promessa in tutta la sua estensione: da Dan a Bersabea, dal fiume Giorda­no al mare Mediterraneo. Poi Mosè morì, e il suo posto alla guida del popolo fu preso da Gio­suè. Il Signore gli disse: «Sii forte e coraggioso, perché tu dovrai guida­re il mio popolo alla conquista della terra che ho promesso di dargli. Se voi osserverete tutti i precetti che vi ho dato per mezzo del mio servo Mosè, non abbiate timore, perché io sarò con voi!» Giosuè guidò i guerrieri del po­polo in numerose spedizioni e bat­taglie vittoriose, e conquistò la terra di Canaan. Poi divise il territorio in tante parti, e le assegnò ciascuna a una delle tribù che componevano il popolo d'Israele. Alla tribù di Levi però non assegnò un territorio, per­ché quella tribù era addetta al servi­zio del Signore presso la tenda della sua dimora, la tenda che conteneva l'Arca dell'Alleanza. La tribù di Levi non aveva terra, perché la sua ric­chezza era il Signore.

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1/16/2017 8:47 PM
 
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25

RAAB E LE SPIE Giosuè 2

Per entrare nella terra promessa, la prima città che Giosuè doveva con­quistare era Gerico, una città temi­bile con le sue mura possenti. Per conoscere meglio la sua forza, Gio­suè mandò due uomini a spiare al­l'interno della città. Il re di Gerico se ne accorse, e allora fece chiudere le porte e ordi­nò di cercare le spie e di catturarle. I due uomini erano entrati in casa di una donna, che li fece salire sulla terrazza e li nascose sotto una cata­sta di steli di lino. Quando le guar­die del re vennero a cercarli, la donna, che si chiamava Raab, dis­se: «Sono fuggiti: correte e li rag­giungerete!» Salita sulla terrazza, ella disse ai due Israeliti: «So che il Signore è con voi, e certo prenderete questa città. Quando vi entrerete, usate be­nevolenza a me e alla mia famiglia!» I due le assicurarono: «Quando arri­veremo, tieni la tua famiglia in casa con te lega una cordicella rossa alla finestra, perché i nostri guerrieri possano riconoscere la tua casa e salvare tutti coloro che vi abitano». La casa di Raab era posta sopra le mura; la donna allora calò i due uomini dalla finestra con una corda, ed essi tornarono sani e salvi all'ac­campamento di Israele.

 

26

ATTRAVERSO IL GIORDANO Giosuè 3

Giosuè tolse l'accampamento da ol­tre il fiume Giordano, per attraver­sarlo e così entrare nella terra pro­messa. Tutto il popolo si mosse, preceduto dall'Arca dell'Alleanza, portata a spalla dai sacerdoti. Non appena i piedi dei sacerdoti toccarono l'acqua, il fiume interrup­pe il suo corso: le acque si fermaro­no a monte, lasciando il greto asciutto. Tutti poterono passare al­l'altra riva, dopo di che il fiume ri­prese a scorrere. Fu questo un altro grande prodi­gio, che Dio fece per il suo popolo.

 

27

LE MURA DI GERICO Giosuè 6

Giosuè e i suoi guerrieri erano giun­ti sotto le mura di Gerico. La città aveva chiuso le porte delle sue mura possenti davanti a loro: come conquistarla? Ancora una volta il Signore inter­venne in aiuto del suo popolo, che seguì le sue disposizioni e così con­quistò la città. Ecco come avvenne. Per sei giorni, mantenendo un assoluto silenzio una processione fece il giro intorno alle mura: in te­sta camminavano sette sacerdoti con la tromba in mano, quindi veni­va l'Arca dell'Alleanza e infine Gio­suè con i guerrieri. Il settimo giorno tutti si alzarono all'alba, e girarono intorno alla città sette volte: a quel punto i sacerdoti suonarono le trombe e tutti i guer­rieri lanciarono un forte grido. A quel suono, senza neppure toccarle, le mura di Gerico crollarono e i guerrieri, disposti tutt'intorno ad essa, entrarono nella città e la con­quistarono. Da quella città per la quale non avevano combattuto, per volontà del Signore gli Israeliti non presero bottino. L'oro, l'argento, il bronzo e il ferro che vi trovarono furono ri­servati e dedicati al Signore Dio e furono posti nel tesoro che stava presso la sua dimora.









 
28
QUEL GIORNO IN CUI IL SOLE SI FERMO’ Giosuè 10
Gli Israeliti conquistavano una dopo l'altra le città della terra promessa. Allora gli abitanti di Gabaon si dis­sero: «Meglio cercare pace con il popolo d'Israele, piuttosto che com­batterlo ed essere anche noi sconfit­ti». E stipularono un'alleanza con Giosuè. Cinque re delle città vicine allora decisero di muovere guerra a Ga­baon; radunarono i loro eserciti e assediarono la città. I suoi abitanti mandarono messaggeri a Giosuè, per invocare il suo aiuto. Giosuè accorse con i suoi guerrieri, e ingaggiò battaglia con gli eserciti dei cinque re. Piombò su di loro all'improvviso, e gettò lo scom­piglio fra i loro soldati; ma si avvici­nava la sera e la battaglia non era ancora decisa. Allora Giosuè invocò l'aiuto del Signore, e disse: «Sole, fermati su Gabaon!» E, con grande meraviglia, quel giorno il sole non tramontò prima che il popolo d'Israele avesse riportato completa vittoria su tutti i nemici. Non era mai accaduta e non accadde mai più una cosa simi­le, che il sole si fermasse nel cielo. E Giosuè divenne famoso in tutta la regione, come grande condottiero e come amico del Signore.







 
29
GIOSUE’ PARLA NELLA VALLE DI SICHEM Giosuè 24
Quando ebbe conquistato la terra promessa e l'ebbe divisa tra le tribù del popolo d'Israele, Giosuè convo­cò a Sichem i rappresentanti di tutte le tribù. Essi accorsero numerosi, e Giosuè parlò loro. Egli ricordò la storia dei loro an­tenati, di Abramo, Isacco; Giacob­be; ricordò la schiavitù dell'Egitto e le grandi gesta compiute da Dio per liberare il suo popolo; ricordò la legge che Dio aveva dato per mez­zo di Mosè; ricordò la bontà del Si­gnore che si era manifestata anche nel dare loro la terra che ora abitavano. Parlando a nome del Signore Giosuè aggiunse: «Vi ho dato una terra, che non avete lavorato; abitate in città, che non avete costruito; mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantato. Ricordatevi di tutto questo. Dunque, temete il Signore e servitelo con sincerità e fedeltà. Rispettate la sua volontà, obbedite a lui solo e non lasciatevi andare ad adorare i falsi dèi degli altri popoli!» «Orbene» disse ancora Giosuè «decidete oggi se volete servire il Si­gnore, o se preferite le divinità degli altri popoli. Quanto a me e a tutta la mia famiglia, noi vogliamo servire per sempre il Signore!»

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1/16/2017 8:49 PM
 
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30
ISRAELE SCEGLIE IL SIGNORE Giosuè 24
Grande era la folla che si era riunita nella valle di Sichem, e grande era l'attenzione con cui aveva ascoltato il discorso di Giosuè suo capo. Gio­suè aveva invitato il popolo d'Israe­le a scegliere: o servire per sempre il Signore Dio, o allontanarsi da lui per onorare gli dèi stranieri che ave­vano trovato nella terra di Canaan. Così il popolo d'Israele rispose a Giosuè: «Noi serviremo per sempre il Signore nostro Dio e obbediremo alla sua voce». Così essi giurarono, per sé e per i propri discendenti poi fecero ritorno alle loro case.









 
31
DEBORA E I CARRI DI FERRO Giudici 4-5
Il popolo d'Israele viveva in pace nella terra promessa, ma spesso do­veva far fronte ai popoli vicini che gli muovevano guerra. Allora i capi d'Israele, che si chiamavano giudici, invocavano l'aiuto del Signore e ra­dunavano i guerrieri per difendersi dai nemici. Una volta era giudice d'Israele una donna, Debora, quando il terri­torio del nord fu attaccato dal po­tente esercito di Sisara. Gli uomini d'Israele avevano molta paura, per­ché erano tutti a piedi, e ben poco potevano fare contro il nemico, che aveva novecento carri di ferro. Ma Debora radunò i guerrieri vicino alla pianura e li incoraggiò: «Il Signore ci darà la vittoria, perché avanza in battaglia davanti a noi» disse. I nemici sui carri di ferro correvano per la pianura, quando cominciò a piovere: e scese tanta acqua da allagare tutta la pianura; i carri di ferro si impantanarono e rimasero bloccati; i nemici si diedero alla fuga, inseguiti dai guerrieri d'Israele, che riportarono così una strepitosa vittoria. Debora cantò allora un inno di ringraziamento al Signore, che combatté per il suo popolo mandando la pioggia provvidenziale.









 
Il popolo d'Israele da lungo tem­po ormai era oppresso dai ne­mici Filistei, e levava preghiere al Signore perché venisse in suo aiuto. Il Signore intervenne man­dando nel popolo d'Israele Sanso­ne, un uomo che egli si era riserva­to prima ancora che nascesse. Il se­gno che egli era tutto di Dio era questo: fin dalla nascita non doveva mai tagliarsi i capelli. In cambio, il Signore gli dava una forza straordi­naria per combattere i Filistei. La sua forza era davvero grande: un giorno, in campagna, gli venne incontro ruggendo un leone, e San­sone senza armi afferrò il leone e lo squarciò. Qualche tempo dopo ripassò da quelle parti, e volle andare a vedere i resti del leone; vide che uno scia­me di api vi si era installato e aveva già cominciato a produrre miele, tanto che Sansone poté prenderne e cibarsene. Il fatto del leone e del miele gli diede spunto per proporre un indo­vinello a trenta giovani Filistei. Disse loro: «Se me lo spiegate entro sette giorni, vi darò trenta vesti con il loro cambio; altrimenti sarete voi a darle a me». Essi acconsentirono, ed egli pro­pose l'indovinello: «Dal divoratore è uscito il cibo; dal forte è uscito il dolce». risolvere l'enigma, e vi riuscirono soltanto con un imbroglio, allo sca­dere del settimo giorno. Gli rispose­ro: «Che cosa è più dolce del miele? Che cosa è più forte del leone?» Sansone doveva dunque dare a ciascuno di loro una veste con il suo cambio: se le procurò ucciden­do altri trenta Filistei. Così cominciò a combattere contro i nemici. Un'altra volta, al tempo della mietitura del grano, catturò trecento volpi, le legò a due a due per la coda con una fiaccola accesa nel mezzo e le lasciò andare nei campi di grano dei Filistei, distruggendo il raccolto, le vigne e gli oliveti. I Filistei, furenti, marciarono in gran numero contro il popolo di Israele, che si impaurì. Ma Sansone disse: «Non preoccupatevi: conse­gnate me stesso, legato, ai Filistei, ed essi se ne andranno». Così fu fatto; ma appena fu in mezzo ai Fili­stei, Sansone fece forza e spezzò le funi con cui era stato legato, poi trovò una mascella d'asino e con essa si mise a colpire i nemici, ucci­dendone un migliaio. Un'altra volta Sansone si trovava nascostamente a Gaza, una città fili­stea; i soldati di Gaza lo vennero a sapere, e si misero in guardia per sorprenderlo e ucciderlo. Ma San­sone li prevenne: a mezzanotte si alzò per andarsene e, poiché le por­te della città erano sbarrate, con la sua forza afferrò i due battenti di una porta, li divelse con anche gli stipiti, se li pose sulle spalle e li por­tò fin sulla cima di un colle vicino. Poiché non riuscivano a catturar­lo in altro modo, i Filistei decisero di ricorrere all'inganno. A Sansone piaceva una donna filistea di nome Dalila, ed ella, d'accordo nascosta­mente con i capi del suo popolo, chiese a Sansone da dove provenis­se la sua forza prodigiosa. Egli non voleva rivelarglielo, ma Dalila tanto insistette che alla fine Sansone le disse: «La forza mi viene dal Signo­re mio Dio; io mi sono consacrato a lui, come dimostrano i miei capel­li che non sono mai stati tagliati». Allora, una notte, mentre Sanso­ne dormiva, Dalila gli fece tagliare i capelli e lo fece legare con salde funi. Sansone pensò di potersi facil­mente liberare dalle funi, ma si ac­corse che non aveva più i lunghi ca­pelli, e con essi era svanita tutta la sua forza. Così i Filistei lo catturarono; gli cavarono gli occhi e lo chiusero in una prigione dove lo misero a gira­re la macina. Lentamente, però, i suoi capelli ripresero a crescere, e con essi la forza. Dopo qualche tempo, nella ricorrenza di una festa di Dagon, la divinità che essi adoravano, i Filistei si radunarono numerosi nel loro tempio, e con grande giubilo si ral­legravano di non avere più da te­mere il pericolo di Sansone. «Il no­stro dio ci ha dato nelle mani il no­stro nemico» si dissero, e decisero di far venire Sansone al tempio, per divertirsi vedendolo ormai vinto. Lo mandarono a prendere nella prigione, e Sansone venne nel tem­pio, accompagnato per mano da un ragazzo, perché era cieco. Nel tem­pio e sul terrazzo c'erano tutti i capi dei Filistei e una grande folla, circa tremila tra uomini e donne, che guardavano incuriositi quell'uomo di cui avevano avuto tanta paura. Sansone, senza parere, chiese al ragazzo che lo accompagnava: «Fammi toccare le due colonne che reggono questo edificio, perché possa appoggiarmi ad esse». Poi ri­volse una preghiera al Signore: «Si­gnore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, o Dio!» Subito dopo toccò le due colon­ne per rendersi ben conto di dov'e­rano; poi, facendo forza con le braccia contro di esse, gridò: «Che io muoia insieme con i Filistei!» Sansone riuscì a spostare le co­lonne; l'edificio allora crollò rovi­nando addosso a tutti i presenti. Fu­rono più i nemici che Sansone ucci­se con la sua morte, di quanti ne aveva uccisi durante la sua vita. Giudici 13-16

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1/16/2017 8:50 PM
 
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IL SIGNORE CHIAMA GEDEONE Giudici 6-7

Il popolo d'Israele da anni era op­presso dai Madianiti, che rubavano o distruggevano il suo raccolto e il suo bestiame. Un giorno un inviato del Signore apparve a Gedeone e gli disse: «Il Signore è con te, uomo forte e va­loroso, e ti manda a liberare il suo popolo dai Madianiti». «Come posso sapere che è il Si­gnore? Dammi un segno» chiese Gedeone al visitatore; «e intanto non andartene, mentre vado in casa a prendere del cibo da offrirti». Andò, e tornò con pane e una pen­tola in cui aveva cotto della carne. «Versa il brodo sul pane!» gli dis­se il misterioso visitatore. Gedeone fece ciò che gli era stato chiesto; al­lora l'altro, con il bastone che tene­va in mano, toccò il pane e la carne bagnati dal brodo, e immediata­mente un fuoco li consumò mentre il visitatore scomparve. Allora Gedeone comprese: quello era un angelo del Signore; il Signo­re dunque gli aveva parlato e gli af­fidava l'incarico di liberare il suo popolo dai nemici. Egli si sentì allo­ra pieno di forza e, quando i Madia­niti tornarono ad attaccare Israele, Gedeone mandò messaggeri a tutte le tribù e radunò un grande esercito presso la fonte di Carod.

 



2
LA RUGIADA SUL VELLO Giudici 6
Gedeone voleva essere proprio cer­to che il Signore chiamasse lui a capo dell'esercito di Israele. Per questo chiese: «Signore, esporrò stanotte sull'aia un vello di lana; se domani mattina troverò rugiada sol­tanto sul vello, saprò che tu salverai Israele per mezzo di me». Al matti­no il vello era bagnato di rugiada, mentre il terreno intorno era asciut­to. «Dammi sicurezza, Signore: con­cedimi la prova contraria» egli chie­se. E la notte seguente Gedeone trovò il terreno bagnato, mentre il vello era perfettamente asciutto.
 





3
VITTORIA SUI MADIANITIGiudici 7
Gedeone aveva radunato l'esercito per combattere i Madianiti, ed era accampato alla fonte di Carod. «I guerrieri che sono con te sono troppo numerosi» disse il Signore a Gedeone; «essi potrebbero pensare che la vittoria dipenderà dal loro valore, e non invece dalla mia bon­tà. Perciò invita chi ha paura della battaglia a tornarsene a casa». Gedeone così fece, e se ne anda­rono ventiduemila uomini lascian­done soltanto diecimila. «Sono an­cora troppi» disse il Signore; «falli scendere a dissetarsi alla fonte: ter­rai da parte quelli che per bere si porteranno l'acqua alla bocca con le mani, mentre rimanderai a casa quelli che per bere si metteranno in ginocchio.» Gedeone così fece, e rimasero con lui solo trecento uomini. «Con questi pochi uomini io salverò il popolo d'I­sraele, liberandolo dai Madianiti» as­sicurò il Signore a Gedeone. All'avvicinarsi della notte, Gedeo­ne divise i trecento guerrieri di Israele in tre schiere, consegnando a ciascuno una tromba e una broc­ca vuota con dentro una fiaccola; diede loro istruzioni precise, e nel pieno della notte li condusse fino al­l'accampamento dei nemici. I trecento si disposero in silenzio tutt'intorno all'accampamento in cui i Madianiti dormivano; poi, a un se­gnale, spezzarono le brocche facen­do brillare le fiaccole nella notte, mentre con l'altra mano suonavano le trombe e gridavano: «Per il Si­gnore e per Gedeone!» I Madianiti si destarono di sopras­salto; al vedere le fiaccole e al senti­re i suoni e le grida si spaventarono; si misero a gridare anch'essi, a cor­rere, e nella confusione a combat­tersi tra loro, e infine fuggirono. E così, senza armi e senza neppure muoversi dal loro posto, gli Israeliti vinsero, e riconobbero che la vitto­ria era un dono di Dio.
 
4
LA FAVOLA DEGLI ALBERI Giudici 9
Gli abitanti di Sichem si erano scelti come capo Abimelech, un uomo ambizioso e crudele. Allora suo fra­tello Iotam li mise in guardia facen­do loro questo discorso: «Voi avete fatto come quegli al­beri che vollero scegliersi un re. Dis­sero all'ulivo: Regna su di noi. Ma l'ulivo rispose: Volete che rinunci al mio olio, con il quale si onorano Dio e gli uomini, solo per fare il re su di voi? «Chiesero allora al fico: Vieni tu a regnare su di noi. Ma il fico rispose: Volete che smetta di produrre fichi, frutti così dolci e squisiti, solo per fare il re su di voi? «Dissero gli alberi alla vite: Allora vieni tu a regnare su di noi. La vite rispose: Volete forse che smetta di produrre il vino, che rallegra gli uo­mini, solo per regnare su di voi? «Chiesero infine a un inutile ce­spuglio spinoso: Regna tu su di noi! Il cespuglio subito accettò, dicendo: Io sarò vostro re, e se non sarete buoni sudditi vi farò bruciare dal fuoco!» Iotam aveva ragione. Abimelech si rivelò inutile e cattivo, e dopo qualche tempo gli abitanti di Si­chem si ribellarono a lui per liberar­si del suo dominio crudele.

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5
RUT LA NUORA FEDELE Rut 1
Al tempo in cui il popolo d'Israele era governato dai giudici, si abbatté sul paese una grave carestia. Per questo un uomo di Betlemme mi­grò con la sua famiglia nel paese di Moab, dove si stabilì. I suoi figli presero in moglie don­ne moabite, ma dopo qualche tem­po essi morirono, così come il loro padre. Allora la loro madre, di nome Noemi, chiamò le due nuore e disse loro: «Io non ho la possibili­tà di darvi da vivere; tornate per­ciò alle vostre famiglie; io per parte mia intendo tornare a Betlemme, che è la mia città, tra il mio popolo». Delle due nuore, una ritornò nel­la sua famiglia, ma l'altra non volle abbandonare la vecchia suocera; le disse: «Dove andrai tu andrò an­ch'io; dove ti fermerai mi fermerò. Il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio. Solo la morte mi separerà da te». Noemi cercò di insistere; ma l'al­tra era ben decisa. Allora entrambe raccolsero le proprie cose e lascia­rono insieme la terra di Moab av­viandosi verso Betlemme. La nuora straniera, pronta a la­sciare la sua patria e le sue abitudini pur di non abbandonare la vecchia suocera, si chiamava Rut.






 
6
RUT NEI CAMPI DI BOOZ Rut 2-4
Nella città di Betlemme tutti ammi­ravano la giovane straniera di nome Rut, che aveva accettato rischi e fa­tiche pur di non abbandonare la vecchia suocera Noemi. Le due donne avevano vita diffi­cile, perché non avevano di che vivere e spesso non sapevano come fare a procurarsi da mangiare. Un giorno, era il tempo della mietitura dell'orzo, Rut andò a spigolare, e senza saperlo capitò nei campi di Booz, che era un lontano parente della suocera Noemi. Rut lavorò instancabilmente tutto il giorno. Booz se ne accorse, la ammirò e volle favorirla. Disse allo­ra ai suoi uomini: «Lasciate cadere apposta un po' di spighe, perché ilraccolto di quella donna sia più ab­bondante». Un'altra volta Booz le regalò sei misure l'orzo, e infine, ammirato del suo comportamento generoso verso Noemi, Booz sposò Rut. Per le due donne era la fine dei sacrifici, per­ché Booz era ricco. Il matrimonio di Booz e di Rut fu importante anche per un'altra ra­gione: essi ebbero un figlio che fu la consolazione della vecchia Noemi, la quale gli pose nome Obed. Egli divenne padre di Iesse, a sua volta padre del grande Davide.





7
UN FANCIULLO OFFERTO AL SIGNORE 1 Samuele 1-2
Viveva nel popolo di Israele una donna di nome Anna, la quale era amata teneramente dal suo sposo, ma era assai triste perché non ave­va nessun figlio. In quel tempo l'Arca dell'Alleanza con la sua dimora si trovava a Silo, e il sacerdote Eli con i suoi due figli prestava servizio nel santuario del Signore. Là, dove molti Israeliti si recava­no a pregare il Signore, un giorno Anna rivolse al Signore Dio, pian­gendo, una preghiera e una pro­messa. «Signore» disse «se tu mi manderai un figlio, io lo consacrero a te: egli sarà al tuo servizio per tut­ta la vita». Il Signore Dio ascoltò la preghie­ra di Anna, ed ella ebbe un bambi­no cui pose nome Samuele. Lo crebbe con amore, e dopo alcuni anni, quando ormai Samuele pote­va vivere anche senza la mamma, Anna lo portò al santuario e lo affi­dò al sacerdote Eh perché lo edu­casse nel servizio del Signore. Anna offri poi un sacrificio al Si­gnore, innalzò verso di lui un canti­co di lode e fece ritorno alla sua casa. In seguito il Signore premio Anna, concedendole di avere altri tre figli e due figlie.






 
8
DIO PARLA AL PICCOLO SAMUELE Samuele 2-3
Samuele viveva nel santuario del Signore, insieme con il sacerdote Eli, che lo educava al servizio del Signore, e ai suoi due figli. Questi ultimi, però, si comportavano male, svolgendo il loro servizio in un mo­do che offendeva il Signore. Samuele era un fanciullo, quan­do una notte si sentì chiamare: «Sa­muele, Samuele!» Egli credette che quella fosse la voce di Eli, il quale dormiva poco lontano. Prontamen­te allora si recò da lui: «Eccomi» gli disse. Ma Eli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire». Poco dopo si sentì chiamare una seconda volta; tornò da Eli, il quale però lo rimandò a dormire. Accadde poi una terza volta: allo­ra Eli comprese, e disse al fanciullo: «Se ti sentirai chiamare ancora, ri­sponderai così: Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta». Samuele ritornò a dormire, e quando si sentì chiamare ancora ri­spose: «Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta». Era infatti il Signore a chiamarlo, per affidargli un messag­gio: «Sto per punire i figli di Eli a causa della loro cattiva condotta» disse il Signore «perché essi hanno fatto ciò che è male ai miei occhi, ed Eli non gliel’ha impedito. Riferi­sci ad Eli le mie parole».




 
9
SAMNUELE PROFETA DEL SIGNORE 1 Samuele 3-4
Il sacerdote Eli si rese conto che il Signore aveva parlato al fanciullo Samuele, e gli chiese che cosa gli avesse detto. Samuele riferì: il Signore Dio era molto scontento della condotta che tenevano nel santuario i due figli di Eh, e perciò aveva deciso di punirli. Poco tempo dopo i due colpevoli rimasero uccisi in battaglia. Quando divenne adulto, Samuele ricevette molti messaggi da Dio: e tutti si re­sero conto che il Signore lo aveva scelto come suo profeta, cioè una persona incaricata di parlare per lui.





10
L’ARCA IN MANO AI FILISTEI 1 Samuele 5-6
Accadde una volta che il popolo di Israele fu attaccato dall'esercito dei Filistei, e il Signore permetteva che il suo popolo avesse la peggio: lo permetteva perché gli Israeliti ave­vano molte volte violato la volontà del Signore, e il Signore voleva ri­chiamarli ad essere fedeli a lui solo. Quando si resero conto che sta­vano per perdere la battaglia, i guerrieri d'Israele andarono a pren­dere l'Arca dell'Alleanza, su cui era, invisibile, la presenza del Signore. Essi dicevano: «Se il Signore è in mezzo a noi, nostra sarà la vittoria!». Invece perdettero, e i Filistei cat­turarono l'Arca e la portarono nel tempio del loro dio Dagon. Il giorno dopo essi trovarono la statua del loro dio caduta a terra davanti all'Arca del Signore. La ri­misero al suo posto, ma il giorno seguente la trovarono ancora a ter­ra, e a pezzi. Dopo di che presero a diffondersi tra i Filistei strane malat­tie: essi attribuirono la causa di tutto questo all'Arca, e cominciarono ad avere paura del Signore. Allora decisero di rimandare l'Ar­ca agli Israeliti: la collocarono su un carro nuovo, vi aggiunsero doni d'oro e la rimandarono in mezzo al popolo del Signore.

[Edited by Credente. 1/16/2017 8:53 PM]
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11
L’ARCA RITORNA TRA IL POPOLO DI ISRAELE 1Samuele 6
I Filistei, che si erano impadroniti dell'Arca del Signore, la rimandaro­no agli Israeliti su un carro trainato da due mucche che nessuno guida­va. Eppure le mucche andarono dritte, senza deviare né a destra né a sinistra, verso il territorio degli Israeliti. Era il tempo della mietitura del grano. Gli Israeliti, che erano al la­voro nei campi, quando videro pas­sare l'Arca sul carro si rallegrarono molto: il Signore, che invisibile abi­tava sull'Arca, tornava a stare in mezzo al suo popolo!






 
12
LA VIA DELLA SALVEZZA 1 Samuele 7
Ancora una volta i Filistei tornarono a minacciare il popolo di Israele. Fu Samuele, sacerdote del Signore, a indicare al suo popolo la via della salvezza: «Eliminate tutti gli dèi stra­nieri e fate in modo che il vostro cuore sia interamente rivolto al Si­gnore. Se servirete lui solo, egli vi libererà dai Filistei». Gli Israeliti seguirono i consigli del saggio Samuele. Essi eliminaro­no le immagini delle divinità stranie­re. Così riuscirono a vincere i loro nemici e a riprendere alcune città che essi avevano loro sottratto.









 
13
IL POPOLO CHIEDE UN RE 1 Samuele 9-10
Gli anziani del popolo di Israele un giorno si presentarono a Samuele, giudice e profeta del Signore, con una richiesta. Dissero: «Noi non vo­gliamo essere diversi dagli altri po­poli; vogliamo anche noi avere un re che ci tenga uniti, ci governi con giustizia e guidi il nostro esercito nelle battaglie che combattiamo contro i nostri nemici». Samuele rispose: «Noi abbiamo già un re: è il Signore!» Ma gli an­ziani insistettero; allora Samuele consultò il Signore. «Ascoltali» gli disse il Signore; «regni pure un re su di loro. Tu sceglie­rai come re colui che io ti indicherò, e lo consacrerai.» Dopo qualche tempo accadde che un giovane di nome Saul giras­se da un villaggio all'altro alla ricer­ca di certe asine di suo padre, che si erano smarrite. Passando vicino alla casa di Samuele, pensò di andare a consultare il profeta per sapere se doveva continuare a cercare le asi­ne del padre oppure no. Samuele vide che Saul era un giovane bello e alto: in statura sor­passava dalla spalla in su chiunque altro del popolo. Lo trattenne pres­so di sé fino al giorno dopo, e com­prese che Saul era il prescelto dal Signore a diventare re. Allora prese l'ampolla dell'olio e gli versò l'olio sul capo: in questo modo lo consa­crò, e gli spiegò quello che Dio ave­va deciso a suo riguardo. Disse anche Samuele a Saul: «Quanto alle tue asine, non preoc­cuparti: esse sono già state ritrova­te. Ora torna a casa; io ti seguirò, offriremo sacrifici al Signore, e poi ti dirò che cosa dovrai fare». Sulla strada del ritorno Saul in­contrò un gruppo di profeti con arpe e flauti. Ne fu sorpreso, perché Samuele glielo aveva predetto; allo­ra comprese che davvero Dio lo aveva scelto, e si mise a lodare il Signore insieme con i profeti.
14
SAUL E’ PROCLAMATO RE Samuele 10
Samuele aveva consacrato Saul come re di Israele, ma in segreto; ora bisognava manifestare davanti al popolo la scelta del Signore. Per questo il profeta Samuele convocò il popolo a Mizpa. Fece raggruppare gli uomini appartenenti a ciascuna tribù, e fece ripartire ogni tribù secondo le famiglie che la componevano. A quel punto estrasse a sorte una tribù fra le altre, e capitò la tribù di Beniamino. Estrasse poi a sorte una famiglia tra quelle della tribù di Be­niamino, e fu la famiglia di Matri. Quindi estrasse a sorte un uomo, tra quelli della famiglia di Matri: e risultò proprio Saul. Si misero a cercarlo, e lo trovaro­no nascosto in mezzo ai bagagli; lo portarono davanti a tutti, e Samue­le disse: «Ecco, questo è il prescelto dal Signore!» Allora tutti gridarono: «Viva il re!» Offrirono sacrifici al Signore e fece­ro festa. Poi Samuele espose al po­polo che cosa significava avere un re, e ricordò che tutti, il re e il popo­lo, dovevano preoccuparsi per pri­ma cosa di fare quello che piace al Signore. Poi Samuele scrisse queste cose in un libro, perché tutti le ri­cordassero sempre.







15
SAUL DISOBBEDISCE AL SIGNORE 1 Samuele 15
Il re Saul mosse guerra contro gli Amaleciti, e il profeta Samuele si presentò a Saul per dirgli: «Il Signo­re sarà con te e ti darà la vittoria; ma tutto il bottino deve essere of­ferto al Signore. Né tu né alcun sol­dato dovete tenere qualcosa per voi stessi». Saul partì per la guerra e davvero vinse gli Amaleciti; ma disobbedì al Signore, perché insieme con i sol­dati trattenne il meglio del bottino invece di offrirlo al Signore. Allora Dio parlò a Samuele e gli disse: «Mi pento di avere scelto co­me re Saul, perché egli si è allonta­nato da me e non ha ascoltato la mia parola». Samuele si recò da Saul e gli rife­rì quello che il Signore gli aveva ri­velato. Allora Saul riconobbe di avere trasgredito la volontà del Si­gnore, e chiese di essere perdonato. «Non posso» rispose il profeta «per­ché Dio si è ritirato da te, e ha già scelto un altro che regnerà dopo di te.» Poi si voltò per andarsene; Saul cercò allora di trattenerlo afferran­dolo per un lembo del mantello, che si strappò. Samuele allora ag­giunse: «Ecco: allo stesso modo il Signore ha strappato da te il regno che ti aveva dato».






16
UN GIOVANE PASTORE DI GENTILE ASPETTO 1 Samuele 16
Disse il Signore al profeta Samuele: «Va' a Betlemme, nella casa di Ies­se: tra i suoi figli mi sono scelto il re che deve succedere a Saul». Samuele partì, e quando fu nella casa di Iesse volle vedere tutti i figli maschi. Iesse presentò il primo, Eliab, e Samuele si chiese se fosse lui l'eletto del Signore. Il Signore gli rispose: «Non bada­re al suo aspetto o alla sua imponente statura; io l'ho scartato, per­ché l'uomo guarda l'apparenza, ma io guardo il cuore». Iesse fece venire avanti allora il secondo dei suoi figli, e il terzo, quarto e così via fino al settimo. Al­lora Samuele chiese: «Sono qui tut­ti, i tuoi figli?» «Resta ancora l'ulti­mo, che ora sta a pascolare il greg­ge» gli rispose lesse. «Mandalo chiamare» riprese Samuele. Il giovane pastore fu fatto venire, e il profeta Samuele lo vide: era fulvo di capelli, con begli occhi e gen­tile di aspetto. «E lui che ho scelto» gli disse il Signore. Allora Samuele gli versò l'olio sul capo e così lo consacrò in mezzo ai suoi fratelli. Quel giovane pastore di gentile aspetto si chiama­va Davide. Egli divenne in seguito il più grande re d'Israele.

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17

DAVIDE ALLA CORTE DI SAUL 1 Samuele 16

Il re Saul sapeva che il Signore Dio non era contento di lui, perché egli gli aveva disobbedito; anche il pro­feta Samuele non si faceva più ve­dere da lui e non gli dava più i suoi consigli. Per questo Saul era inquie­to, e anzi di tanto in tanto aveva cri­si di follia. I suoi consiglieri allora gli dissero: «Chiama qualcuno che suoni bene la cetra; quando sarai inquieto, egli suonerà e tu ti calmerai». Saul accettò e disse: «Cercatemi qualcuno adatto». «Conosco io chi può andar bene» disse uno dei consiglieri del re Saul. «E’ Davide, il minore degli otto figli di lesse. E’ un giovane di bell'aspet­to, forte e coraggioso, abile nelle armi, saggio nel parlare e buon suo­natore di cetra». Davide fu mandato a chiamare, e così ogni tanto andava alla corte di Saul, specialmente quando il re cambiava umore: e allora Davide lo placava con il canto, accompagnan­dosi con la cetra, fino a quando il re si calmava. Saul non sapeva che quel giova­ne pastore era già stato scelto dal Signore a divenire dopo di lui re d'Israele, invece di Gionata, che era il figlio maggiore del re.










18
DAVIDE CONTRO IL GIGANTE GOLIA 1 Samuele 17
Gli Israeliti erano in guerra contro i Filistei. I guerrieri d'Israele erano at­territi perché ogni giorno un uomo gigantesco usciva dall'accampa­mento filisteo per sfidarli. Ogni gior­no, da quaranta giorni, il gigante, che si chiamava Golia, gridava: «Israeliti: mandate uno dei vostri a combattere contro di me. Se vince­rà, noi Filistei saremo vostri servi; se invece vincerò io, voi sarete schiavi nostri». Davide allora disse: «Andrò io!» Di corsa scese al torrente, prese cinque pietre e se le pose nella sua bi­saccia da pastore; poi con la fionda in mano avanzò verso il gigante. Questi, quando vide venire verso di sé quel giovane disarmato, si mise a ridere di lui; ma Davide gli disse: «Tu vieni a me con la spada, la lan­cia e l'asta: io vengo a te nel nome del Signore mio Dio, che ti darà nelle mie mani!» Quando fu alla giusta distanza, Davide mise la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra e con la fionda la lanciò, colpendo Golia dritto in fronte. Il gigante, tramortito, cadde a terra: con un balzo Davide gli fu sopra, e con la sua stessa spada gli tagliò la testa. Allora tutti i Filistei si diedero alla fuga, inseguiti dai sol­dati d'Israele.
 
19
DAVIDE IN TRIONFO Samuele 18
Davide, giovane e disarmato, con l'aiuto del Signore aveva vinto il gi­gante Golia, esperto guerriero. In questo modo aveva dato la vittoria all'esercito d'Israele, mettendo in fuga tutte le schiere dei potenti ne­mici, i Filistei. Davide tornò dal campo di batta­glia insieme con il re Saul, e in tutti i villaggi e le città che attraversavano le donne uscivano dalle case a fe­steggiarli, danzando e cantando in­torno a loro. E cantando dicevano: «Il re Saul ha vinto mille nemici, ma Davide ne ha vinti diecimila!»








20
SAUL TENTA DI UCCIDERE DAVIDE 1 Samuele 18-19
Il popolo d'Israele ammirava e amava molto Davide, che aveva uc­ciso il gigante Golia e messo in fuga i Filistei, loro nemici. Il re Saul allo­ra divenne geloso di lui, e cercava il modo di eliminarlo. A chi avesse ucciso il gigante, il re aveva promesso la propria figlia in sposa. Ma ora Saul disse: «Gliela darò, se prima ucciderà cento Fili­stei». Dovendo affrontare cento ne­mici, pensava Saul, uno o l'altro uc­ciderà lui! Invece, ancor prima del tempo fissato, Davide tornò e portò le prove di avere ucciso non cento, ma duecento Filistei. E così Davide ebbe in sposa la figlia del re, Mikal. Ma Saul non abbandonò l'idea di uccidere Davide. Un giorno Saul era in casa, ed era di umore cattivo. Allora Davide prese la cetra e si mise a suonare per calmarlo, quan­do il re, afferrata la lancia, la scagliò d'improvviso contro Davide. Se l'avesse preso, di certo Davide sarebbe morto; ma il giovane riuscì a scansarsi, e si salvò fuggendo dal­la reggia. Tutte le volte che Saul attentava alla vita di Davide non riusciva a metterlo a morte, perché Davide era protetto dal Signore.





21
MIKAL AIUTA DAVIDE 1 Samuele 19
Mikal, la figlia del re Saul, amava molto il suo sposo Davide. Quando Saul tentò di uccidere Davide con un colpo di lancia, Davide riuscì a fuggire, e corse a rifugiarsi in casa sua. Mìkal però lo mise in guardia: «Mio padre purtroppo non cambierà idea; vuole metterti a morte, e manderà a cercarti anche qui. Perciò devi fuggire questa notte stessa». Davide ascoltò il consiglio della sua sposa. Ella lo calò dalla finestra e Davide corse a nascondersi nei campi. Allora Mikal preparò il letto di Davide come se egli vi si trovas­se: sotto le coperte mise dei panni che simulavano il suo corpo. Come Mikal aveva previsto, il mattino seguente Saul mandò alcu­ni suoi uomini a prendere Davide a casa sua, con l'intenzione di ucci­derlo. Mikal rispose loro: «Riferite al re che non può venire, perché è malato» e mostrò loro il letto da lontano. «Portatemelo qui con il suo letto!» ordinò Saul. Allora scoprirono l'in­ganno, e Saul si adirò con la figlia. Le disse: «Perché mi hai ingannato lasciandolo fuggire?» «Ha minacciato di uccidermi, se non l'avessi lasciato fuggire» mentì Mikal per amore di Davide.







22
GIONATA L’AMICO FEDELE 1 Samuele 20
Gionata, il figlio del re Saul, era molto amico di Davide ed era molto addolorato che suo padre volesse metterlo a morte. Davide si recò di nascosto da Gionata a chiedergli di indagare su quali erano le intenzioni del re a suo riguardo. Gionata gli promise che l'avrebbe fatto e glielo avrebbe riferito entro tre giorni, e concorda­rono il luogo e il modo. Quando era a tavola con il padre, Gionata cercò di farlo parlare, e Saul disse: «So bene che tu sei ami­co di Davide! Ma non capisci che, se egli vive, tu non diventerai re dopo di me?» E con ira aggiunse: «Davide deve morire!» Gionata cercò di difendere Davi­de, ricordando al padre che egli non aveva fatto nulla di male; ma il re fu irremovibile. Allora Gionata prese con sé arco e frecce, e ac­compagnato da un ragazzo uscì in campagna. Là dove era d'accordo con Davide, si mise a lanciare frec­ce come per fare esercizio nel tiro con l'arco, mentre il ragazzo andava a recuperarle. A un certo punto gri­dò al ragazzo: «Corri: la freccia è più avanti di dove ti trovi!» Era il segnale convenuto: Davide, che osservava e ascoltava di nascosto, comprese qual era la decisione di Saul. Quando Gionata mandò il ragazzo a riportare le frecce a casa, Davide uscì dal nascondiglio, si av­vicinò a Gionata e lo abbracciò. I due amici piansero. Poi, quando venne il momento di separarsi, Gio­nata disse: «Tu ora devi fuggire, e nasconderti; ma non temere, per­ché il Signore è con te dovunque andrai. Ti prego, anzi, di non odiare me per la cattiveria di mio padre; sii sempre amico mio come io sono stato e sono amico tuo. Giurami che, quando tutti i tuoi nemici sa­ranno sconfitti, avrai riguardo per i miei figli e i miei discendenti». E Davide, commosso, giurò.


23
LA SPADA DI GOLIA 1 Samuele 21-23
Sotto la minaccia del re Saul che voleva metterlo a morte Davide fu costretto a fuggire. Dapprima si recò nel santuario del Signore, di nascosto: disse al sa­cerdote che era dovuto partire in fretta, senza poter prendere armi, e allora il sacerdote gli disse: «Conser­viamo qui la spada di Golia, il gi­gante filisteo che tu hai sconfitto. Prendila, se vuoi». Davide la prese, e andò a vivere nel deserto. Molti uomini si unirono a lui, e con essi egli si mise a com­battere i nemici del suo popolo.

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1/16/2017 8:58 PM
 
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24

DAVIDE SFUGGE A SAUL 1 Samuele 23

Davide, con i suoi uomini, stava nel deserto, e non combatteva contro il re Saul che voleva metterlo a mor­te, ma contro i nemici del popolo d'Israele, i Filistei. Saul, però, odiava a tal punto Davide, che voleva ad ogni costo farlo morire. Un giorno alcune spie vennero a lui e lo informarono che Davide con i suoi si trovava in una certa regione del deserto. Allora Saul radunò l'esercito e partì. Giunse non lontano da dove Da­vide si trovava, e quasi riuscì a prenderlo in trappola; e certo vi sarebbe riuscito, se il Signore non fos­se stato dalla parte di Davide, che egli aveva scelto come nuovo re. A un certo punto dell’insegui­mento, i due eserciti si trovarono tanto vicini da vedersi. Si erano inoltrati infatti nella stretta e profon­da gola di una montagna, e Saul con i suoi avanzava lungo unodei versanti, mentre Davide con i suoi procedeva lungo il versante oppo­sto. Per Davide non ci sarebbe stato scampo, se d'improvviso non fosse giunto a Saul un messaggero ad an­nunciare che i Filistei avevano inva­so il regno e il re doveva affrettarsi a tornare a difenderlo. Così Davide sfuggi nuovamente a Saul.





 
25
ABIGAIL DONNA ACCORTA  1 Samuele 25
Davide stava con i suoi uomini nel deserto, pronto a combattere con­tro i nemici del popolo d’Israele. Al tempo della tosatura delle pecore, quando tutti sono allegri per il gua­dagno che ne ricaveranno, Davide mandò alcuni suoi giovani guerrieri da Nabal. Nabal era un uomo molto ricco, che Davide aveva aiutato difenden­do le sue greggi dai predoni. Per questo gli mandò a dire: «Aiuta me e i miei uomini: è difficile trovare di che vivere, nel deserto». Ma Nabal si dimostrò ingrato, rispose a male parole, e non gli volle dare nulla. Un servo avvisò dell'accaduto la moglie di Nabal, Abigail. Ella com­prese il pericolo che si prospettava: sdegnati per la risposta, gli uomini di Davide avrebbero potuto vendi­carsi di Nabal e dei suoi beni. Allora Abigail, di nascosto del marito, rac­colse in fretta e caricò sugli asini duecento pani, due otri di vino, cin­que arieti, cinque misure di grano tostato, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi sec­chi. Mandò i servi con gli asini cari­chi a Davide, ed ella stessa li seguì. Quando giunse davanti a Davide, Abigail si prostrò ai suoi piedi e dis­se: «Accetta questi doni; non badare alla cattiveria di mio marito. Il Si­gnore ti colmerà di favori, se non t vendicherai di lui». «Benedetto il Signore che ti ha mandato a me» rispose Davide «im­pedendomi così di far vendetta con le mie mani. Tu sei una donna ac­corta e saggia!» Abigail tornò a casa, e trovò il marito che banchettava come un re. Quando gli riferì l'accaduto, per lo spavento del pericolo che aveva corso Nabal rimase come paralizzato, e qualche giorno dopo morì. Davide venne a sapere che Nabal era morto, e si ricordò di quanto fosse saggia Abigail; allora la mandò a prendere, e la sposò.
26
DAVIDE RISPARMIA LA VITA A SAUL 1 Samuele 26
Saul, re d'Israele, era ostinato nel volere mettere a morte Davide per impedirgli di regnare al suo posto. Il re con i suoi fedeli era attenda­to nel deserto, quando una notte Davide e un suo guerriero scesero nell'accampamento, fino al giaciglio del re. Tutti dormivano, e nessuno si accorse della presenza di Davide. Il giovane disse: «Ecco l'occasione di uccidere il tuo nemico!» «Non sia mai» rispose Davide. «Il re, anche se vuole la mia morte, è il consacrato del Signore!» Poi prese la lancia e la brocca d'acqua che stavano a capo del letto del re, e si allontanò. Salì su un colle vicino e a gran voce chiamò il re Saul. Disse: «Io sono innocente; perché mi perseguiti? Ecco, avrei potuto ucciderti e non l'ho fatto. Se non credi, man­da qui un uomo a prendere la tua lancia e la tua brocca». Saul fu colpito dalla generosità di Davide e gli gridò di rimando: «Ho avuto torto. Torna da me: non ti farò più del male». Ma Davide non si fidava, perché il re era molto instabile nelle sue de­cisioni. Gli disse in risposta: «Come oggi la tua vita è stata preziosa ai miei occhi, così la mia vita sia pre­ziosa agli occhi del Signore».





 
27
DAVIDE PIANGE PER SAUL E GIONATA 1 Samuele 31; 2 Samuele 2
Il re d'Israele, Saul, morì sul monte Gelboe, nel corso di una battaglia contro i Filistei, i potenti nemici. Con lui morirono molti soldati, tra cui Gionata, figlio del re e grande amico di Davide. Quando Davide ebbe la notizia, non pensò a tutto il male che Saul gli aveva fatto. Invece levò un la­mento che diceva: «Monti di Gel­boe, non scendano più rugiada né pioggia su di voi, perché qui sono stati trafitti gli eroi. Figlie d'Israele, piangete su Saul! L'angoscia mi stringe per te, amico mio Gionata!»  





















 
28
DAVIDE DIVIENE RE 2 Samuele 2; 5; 8; 12
Dopo la morte di Saul e di suo figlio Gionata, gli uomini della tribù di Giuda, quella cui apparteneva Da­vide, si recarono da lui e lo procla­marono loro re. Davide si era stabilito nella città di Ebron, e qui regnò per sette anni sulla tribù di Giuda. Dopo sette anni, lo riconobbero come re anche gli uomini delle altre tribù, e così Davide divenne re di tutto il popolo d'Israele. Aveva tren­t'anni quando fu fatto re, e il suo regno durò quarant'anni. Durante quel tempo egli combat­té molte guerre contro i nemici, altri ne sottomise ampliando il regno, e con il bottino di guerra ammassò grandi ricchezze. Fu un buon re per il suo popolo; amministrava saggiamente la giusti­zia; celebrava la grandezza del Si­gnore, componendo bellissime pre­ghiere dette Salmi, e diede ordine di mettere per iscritto la storia del popolo d'Israele, il popolo che Dio si era formato e aveva protetto e aiutato in tante occasioni. Davide ebbe varie mogli, come allora era permesso, e numerosi figli. Tra essi Salomone, figlio di Betsabea; a lei Davide promise che Salomone sa­rebbe stato il suo successore.







29
LA CONQUISTA DI GERUSALEMME 1 Cronache 11
In mezzo al territorio di Israele c'era una città abitata da stranieri, i Ge­busei. Era la città di Gerusalemme, che si trovava su un colle ed era tutta circondata di mura. Era una città impossibile da conquistare; i suoi abitanti lo sapevano bene, per­ché dicevano: «Bastano i ciechi e gli zoppi a respingere gli assalti dei no­stri nemici». Davide, divenuto re di tutto il po­polo d'Israele, vide che Gerusalem­me era la città giusta per farne la capitale di tutto il regno. Ma come fare a conquistarla? Esaminando bene come era co­struita, Davide si accorse che i Ge­busei avevano scavato un pozzo profondo dall'interno della città, per raggiungere l'acqua della fonte Ghi­con, che si trovava fuori delle mura. Allora disse ai suoi uomini: «Se ci sono volontari che salgano dalla fonte su per il pozzo, io darò loro un gran premio; anzi, il primo che giungerà dentro la città diverrà capo del mio esercito». Un gruppo di uomini salì per il pozzo, entrò di sorpresa in città e la conquistò. Il primo ad entrarvi fu Ioab, e Davide lo proclamò capo dell'esercito. Così Gerusalemme di­venne capitale del regno d'Israele.






30
L’ARCA E’ TRASPORTATA A GERUSALEMME 2 Samuele 6
L'Arca dell'Alleanza, la cassetta d'oro che conteneva le tavole della legge date da Dio al popolo per mezzo di Mosè, era quanto di più prezioso il popolo d'Israele posse­desse. Sul coperchio dell'Arca stavano due cherubini con le ali che si toccavano: essi erano il trono di Dio, invisibile ma presente in mezzo al suo popolo. Quando Davide ebbe conquista­to Gerusalemme, facendone la ca­pitale d'Israele, si preoccupò di tra­sportare dentro la città l'Arca del Si­gnore, che fino ad allora era rimasta in vari luoghi della campagna. Il trasporto doveva riuscire molto solenne, pensò Davide, degno della maestà del Signore. Per questo egli convocò tutto il popolo a far festa all'Arca con canti e suoni, ed egli stesso, toltosi l'abito regale, prece­deva l'Arca danzando. Sua moglie Mikal lo vide dalla fi­nestra, e quando rientrò nel palazzo reale gli disse parole di disprezzo, per essersi messo a danzare davanti a tutti come un uomo qualunque. Ma Davide le rispose: «Ho voluto così onorare il Signore. Ed era giusto, perché egli è stato tanto buono con me; ero un semplice pastore, un uomo da nulla, ed egli mi ha fat­to diventare re del suo popolo!»

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1/16/2017 9:02 PM
 
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Davide, re d'Israele, era un uomo buono e retto, che fa­ceva quello che piace al Si­gnore; e anche quando commetteva qualche peccato, subito chiede­va perdono al Signore. Non così i suoi figli, che erano spesso violenti ed egoisti. Assalonne era uno di loro: era giovane, bello e coraggioso, e si era attirato le sim­patie di molti; ma il suo cuore era pieno d'inganni. Una volta Assalonne ritenne di essere stato offeso da suo fratello Amnon. Allora, senza manifestare la sua ira, invitò Amnon a un banchet­to e ordinò ai propri servi di ucci­derlo. Poi fuggì, per non incorrere nel castigo di Davide. Assalonne aveva un amico pres­so il re: Ioab, il comandante dell'e­sercito. Dopo tre anni Ioab si rese conto che il re aveva smesso di piangere il figlio ucciso, e allora ot­tenne da lui il permesso che Assa­lonne tornasse nel paese d'Israele, ma senza presentarsi al re. Assalon­ne però tanto fece e tanto insistette, che Davide accettò di rivederlo lo perdonò e lo baciò. Da allora il giovane, dandosi arie di grande ricchezza e potenza, cir­condato dai suoi uomini andò a mettersi alla porta della città. Quan­do qualcuno arrivava in città per presentarsi a ricevere giustizia, As­salonne lo chiamava e gli diceva: «Tu sei nel giusto, ma nessuno rico­nosce i tuoi diritti; nessuno ascolta le tue ragioni da parte del re. Ah, se fossi nominato io giudice d'Israele! Allora sì, tutti quelli che hanno subi­to torti riceverebbero giustizia». Poi gli porgeva la mano, lo ab­bracciava e lo baciava, fingendosi addolorato per lui. In questo modo crescevano nel paese le simpatie per il giovane Assalonne. Giunto il momento opportuno, Assalonne si presentò a Davide e gli chiese: «Lasciami andare a Ebron, perché ho promesso al Signore di offrirgli sacrifici in quella città». In realtà egli aveva ben altra intenzio­ne; infatti portò con sé alcuni personaggi in vista del regno e mandò messaggeri in tutte le tribù, ad an­nunciare che egli era il nuovo re in Ebron.

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Quando andarono a riferire a Da­vide che Assalonne aveva ordito una congiura, si era proclamato re e aveva un numeroso seguito, Davide disse: «Presto, fuggiamo, altrimenti nessuno di noi sfuggirà dalle mani di Assalonne». Subito Davide lasciò la reggia, circondato dalle guardie e dagli amici fedeli, e buona parte del po­polo di Gerusalemme andò con lui. Egli prese la via del deserto; nella valle di Cedron si fermò, e attese che tutti coloro che lo seguivano passassero davanti a lui. Vide allora venire anche il sacerdote Zadok con i leviti che portavano l'Arca del Si­gnore. Ma Davide gli ordinò: «Ri­porta l'Arca in città! Se il Signore e con me, mi farà tornare a rivederla; se invece il Signore non vuole che torni, sia fatta la sua volontà». Davide si avviò poi su per il mon­te degli Ulivi; saliva piangendo, con il capo coperto e a piedi scalzi in se­gno di grande dolore. Lungo il cammino un uomo lo insultò, e le guardie avrebbero voluto ucciderlo. Ma Davide le trattenne dicendo: «Il mio stesso figlio tenta di togliermi la vita: che cosa sono al confronto gli insulti di questo sconosciuto? Lasciatelo stare: forse Dio guarderà ciò che devo subire e mi ricambierà con un bene maggiore». Intanto Assalonne era entrato a Gerusalemme e si era installato nel­la reggia. I suoi consiglieri gli sugge­rirono poi di inseguire Davide, per uccidere lui e tutti coloro che stava­no con lui. Assalonne li ascoltò, radunò l'e­sercito e si mise all'inseguimento. Anche Davide si preparò alla bat­taglia. Radunò coloro che gli erano rimasti fedeli, li organizzò in tre gruppi e, davanti a tutti, ordinò ai capi di trattare con riguardo il gio­vane Assalonne, suo figlio. La battaglia si svolse nella foresta di Efraim, e i soldati di Davide riu­scirono a prevalere su quelli di As­salonne, i quali si diedero alla fuga. Anche Assalonne fuggì, cavalcando un mulo. A un tratto il mulo si infilò tra i rami bassi di un grande albero, e la testa di Assalonne rimase impi­gliata tra i rami. Il mulo passò oltre, mentre Assalonne rimase sospeso tra cielo e terra. Un uomo lo vide e andò ad av­vertire Ioab, il capo dell'esercito. «Perché non l'hai ucciso all'istante?» gli chiese Ioab, e l'altro rispose: «Ho sentito con le mie orecchie il co­mando del re, di risparmiare la vita di suo figlio». Ma Ioab non lo stette a sentire: andò, e uccise Assalone. Davide stava seduto sulla porta della città, quando giunse un mes­saggero ad annunciare la vittoria. «E il giovane Assalonne, sta bene?» chiese Davide. L'altro rispose: «Sia­no come quel giovane tutti i nemici del re!» Davide, allora, comprese che suo figlio era morto. Grande fu il suo dolore: egli fu scosso da un tremito e pianse. Diceva tra le lacrime: «As­solonne, figlio mio! Fossi morto io invece di te, figlio mio Assalonne!» E così la vittoria si tramutò in lut­to; tutti erano tristi per il dolore del re, che piangeva il figlio anche se lo aveva tradito.
2 Samuele 13-19
 1
IL SIGNORE E’ IL  MIO PASTORE Salmo 22
Re Davide continuò per tutta la vita a comporre poesie, che cantava ac­compagnandosi con la cetra. Ascol­ta questo salmo - così si chiamano le sue composizioni - pieno di felici­tà per la protezione che il Signore manifesta a chi si rivolge a lui con fiducia. «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.»
 









 
2
UNA PROFEZIA PER DAVIDE 2 Samuele 7
Davide viveva in pace a Gerusa­lemme, dove aveva fatto trasporta­re l'Arca dell'Alleanza. Un giorno chiamò il profeta Natan e gli disse: ('Ecco: io sto in un bel palazzo, mentre l'Arca del Signore è ancora sotto una tenda. Voglio costruire una casa, cioè un grande tempio, anche per il Signore». Natan, che come tutti i profeti parlava a nome di Dio, gli disse: «Non preoccuparti di costruire un tempio: il Signore non te l'ha chie­sto. Anzi, egli ti fa una promessa. Il tempio lo costruirà tuo figlio Salomone, che sarà re dopo di te; e an­che dopo Salomone a Gerusalem­me regneranno i tuoi discendenti. Il tuo trono sarà stabile per sempre». Davide allora si recò davanti al­l'Arca, alla presenza del Signore, e disse: «Chi sono io, Signore, perché tu mi colmassi di tanti favori? E questo è parso ancora poco ai tuoi occhi: ecco che garantisci la mia di­scendenza anche per un lontano avvenire. Tu sei davvero grande Si­gnore Dio!» La profezia si è avverata con Gesù, discendente di Davide e figlio di Dio: egli è il Re dell'universo, e il suo regno è senza fine: il suo trono è stabile per sempre.









 
 
3
LA RICONOSCENZA DI DAVIDE Salmo 138
Dio conosce a fondo il cuore del­l'uomo: Davide lo sa, e così canta la sua riconoscenza: «Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando mi seggo e quando mi alzo, quando cammino e quando riposo, Dove andare lontano da te? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli abissi, eccoti. Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità del mare, là mi guida la tua mano. Per te le tenebre sono luce e la notte è chiara come il giorno.»







 
4
PER AMORE DI GIONATA 2 Samuele 4; 9
Davide regnava a Gerusalemme, amato e rispettato dai sudditi e te­muto dai nemici. Egli era potente, ma non dimenticava chi gli aveva fatto del bene. In particolare non di­menticava Gionata, figlio del re Saul; non dimenticava la promessa che gli aveva fatto, di trattare con riguardo i suoi discendenti. Ma ne esistevano ancora? Il re fece compiere indagini per saperlo, e gli riferirono che uno solo dei figli di Gionata era sopravvissuto. Si chiamava Merib-Baal; era ormai un uomo, ed era storpio di entrambi i piedi: aveva cinque anni quando giunse la notizia della sconfitta di Saul e Gionata; la nutrice l'aveva preso in braccio per fuggire, ma nella fretta il bambino era caduto ed era rimasto storpio. Quando Davide lo mandò a chia­mare, Merib-Baal si presentò pieno di paura, perché temeva che Davi­de volesse vendicare su di lui il male ricevuto da Saul. Ma il re gli disse: «Non temere! Voglio trattarti con benevolenza, per amore di Gionata tuo padre. Ti restituisco tutti i campi della tua famiglia che ti sono stati tolti, e d'ora in poi tu mangerai sempre alla mia tavola. Per amore di Gionata!»







 
5
SALOMONE E’ CONSACRATO RE 1 Re 1-2
Il re Davide si era fatto molto vec­chio, e il suo figlio maggiore, Ado­nia, pensò di approfittarne per pro­clamarsi re. I personaggi principali del regno erano dalla sua parte, e così molti del popolo. Già da lungo tempo, però, re Davide aveva deciso che alla sua mor­te il suo posto doveva essere preso da un altro figlio, Salomone. Il pro­feta Natan allora mandò la madre di Salomone da Davide, a ricordar­gli la promessa e a rivelargli i progetti di Adonia. Al sentire di Adonia, Davide chia­mò il profeta Natan e il sacerdote Zadok e disse loro: «Prendete subi­to la mia guardia, fate salire Salo­mone sulla mia mula e scendete alla fonte Ghicon: là consacrerete Salomone come re; poi farete suo­nare le trombe, e griderete: Viva il re Salomone!» Così fu fatto, e così Salomone di­venne re del popolo d'Israele. Sen­tendosi poi vicino alla morte, Davi­de chiamò a sé Salomone e gli dis­se: «Sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore, e riu­scirai in tutte le tue imprese!» Poi il grande re Davide morì; Sa­lomone prese il suo posto, e il suo regno divenne prospero e potente, perché il Signore era con lui.










 
6
IL SOGNO DI SALOMONE Re 3
Il re Salomone si recò a Gabaon, ad offrire un grande sacrificio di rin­graziamento al Signore. E il Signore quella notte gli apparve in sogno e gli disse: «Chiedimi quello che desi­deri da me». Salomone rispose: «Tu, mio Si­gnore, sei stato tanto buono con me da farmi divenire re al posto di mio padre Davide. Ma io sono come un ragazzo, privo di esperien­za per governare bene il tuo popo­lo. Concedimi di essere saggio.» Al Signore piacque questa richie­sta, e rispose a Salomone: «Tu non mi hai chiesto una lunga vita, né la ricchezza, né la sconfitta dei tuoi ne­mici, ma mi hai chiesto la saggezza per governare degnamente il mio popolo: ecco, io ti dono un cuore saggio e intelligente, e ti dono an­che quello che non hai chiesto. Ti dono, insieme con la saggezza, la ricchezza e la gloria e una lunga vita». Salomone si svegliò, tornò a Ge­rusalemme e si recò davanti all'Arca dell'Alleanza, alla presenza del Si­gnore. Offrì altri sacrifici al Signore, e il Signore mantenne le sue pro­messe: Salomone regnò per qua­rant'anni, e il suo regno fu saggio, ricco e glorioso.







 
7
IL GIUDIZIO DI SALOMONE 1 Re 3
Salomone era un re molto saggio, tanto che le sue sentenze divennero famose in tutto il mondo. Una volta si presentarono a lui due donne. La prima disse: «Noi abitiamo nella stessa casa, e a cia­scuna di noi è nato un bambino a pochi giorni di distanza l'uno dall'al­tro. Una notte il bambino di questa donna morì; allora ella lo sostituì con il mio: il bambino che ora ella porta in braccio è il mio!» La seconda donna, però, prote­stava e diceva: «No: il bambino è mio. Il tuo è quello che è morto!» Allora Salomone fece portare una spada e ordinò alle guardie «Tagliate in due il bambino, e datene metà ciascuno alle due donne!» A quelle parole, la prima donna disse: «No, mio signore, non ucci­dere il bambino: preferisco che sia dato alla donna che lo tiene in braccio, piuttosto che muoia!» La seconda donna, invece, diceva: «Va bene, sia diviso: non sia né mio né tuo». Di proposito il saggio re Salomone aveva dato quell’ordine non voleva mettere a morte il bambino, ma sapeva che la vera madre avrebbe preferito perderlo piuttosto che vederlo morire. E fece dare piccolo alla madre vera.






 
8
UNA CASA PER IL SIGNORE 1Re 5-6
Salomone regnava in pace sul po­polo d'Israele, e ritenne giunto il momento di realizzare quello che già era stato il desiderio di suo pa­dre Davide: costruire una dimora stabile per il Signore. Fino a quel momento l'Arca del­l'Alleanza, sopra la quale era l'invi­sibile presenza di Dio, era collocata sotto una tenda, che era stata spo­stata molte volte dal deserto del Si­nai fino a Gerusalemme. Ora il Si­gnore avrebbe avuto una casa sta­bile in mezzo al suo popolo, un tempio degno di lui. Per questo Salomone mandò ambasciatori a Chiram, re del Liba­no, che a suo nome gli dissero: «Tu sai che Davide mio padre non ha potuto edificare un tempio al nome del Signore a causa delle guerre che i nemici gli mossero da tutte le parti. Ora che il Signore mi ha dato pace da ogni parte, ho deciso di edificare un tempio al suo nome. Ordina, dunque, che si taglino per me cedri e abeti del Libano». Quando Chiram udì queste paro­le, mandò a dire a Salomone: «Ho ascoltato il tuo messaggio: farò quanto tu desideri riguardo al le­gname di cedro e al legname di abete. I miei servi lo caleranno dal Libano al mare; io lo metterò in mare su zattere fino al punto che tu mi indicherai. Là io lo scaricherò e tu lo prenderai». Dopo questi accordi, Salomone chiamò migliaia e migliaia di operai del suo popolo e li mandò a cavare pietre dai monti e chiamò al suo servizio abili architetti. E nell'anno quarto del suo regno, sopra il colle che stava a nord della città di Geru­salemme, vale a dire il monte Sion, diede inizio ai lavori. La costruzione del tempio durò sette anni; e risultò magnifica, tanto da divenire famosa non solo tra il popolo d'Israele, ma anche presso i popoli stranieri.
 
9
IL TEMPIO SUL MONTE SION 1 Re 6-7
Il tempio che Salomone innalzò al Signore sul monte Sion, a Gerusa­lemme, era imponente e magnifico. Altissime e spesse muraglie soste­nevano da ogni lato un'immensa spianata, lunga quasi cinquecento metri e larga duecentocinquanta. Al centro della spianata era il san­tuario, tutto di marmo adorno d'oro, di bronzo e di legni preziosi come il cedro del Libano. Ai lati del santuario vi erano ampi cortili, tutti lastricati in marmo e cir­condati da solenni portici su colon­ne pure di marmo.





   10
IL SANTUARIO DEL TEMPIO 1 Re  6
La parte principale del grande tem­pio costruito da Salomone era il santuario. Esso si innalzava al di so­pra delle altre costruzioni del tem­pio, e poteva essere visto da lonta­no in tutto il suo splendore. Esso era composto di tre stanze: l'atrio, il Santo, e il Santo dei Santi. Nel Santo si trovava un grande cande­labro a sette bracci e una mensa su cui erano posti dodici pani, tanti quanti erano le tribù del popolo d'I­sraele. Nel Santo vi era anche un piccolo altare d'oro, l'altare dei pro­fumi, su cui veniva bruciato l'incenso.

[Edited by Credente. 6/8/2017 3:33 PM]
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11
IL SANTO DEI SANTI 1 Re 6
La terza stanza del santuario era il luogo più sacro di tutto il tempio di Gerusalemme anzi, era il luogo più sacro di tutta la terra. Questa stanza era detta Santo dei Santi, e conteneva l'Arca dell'Al­leanza, sopra la quale era l'invisibile presenza del Signore. L'Arca del­l'Alleanza si trovava in mezzo a due giganteschi cherubini fatti di legno d'olivo ricoperto d'oro. I due cheru­bini erano alti oltre quattro metri: le loro ali, che si toccavano al centro della stanza, erano distese sopra l'Arca dell'Alleanza.








   
12
LE OFFERTE PER IL SIGNORE Re 6
 Davanti al santuario del tempio di Gerusalemme, all'aperto, c'era quanto occorreva per offrire al Si­gnore i sacrifici che il re e il popolo portavano al tempio: animali senza difetto o primizie dei raccolti. Essi venivano bruciati sull'altare dei sa­crifici, un enorme cubo di pietre squadrate, con una rampa su un lato per potervi salire. Non lontano dall'altare vi era un amplissimo bacile di bronzo, sorret­to da dodici buoi pure di bronzo; era pieno d'acqua, che serviva per la purificazione dei sacerdoti.




  
13
SACERDOITI E POPOLO NEL TEMPIO 1 Re 6-7
Nel grande tempio di Gerusalem­me, costruito da Salomone, i com­piti principali erano svolti dal som­mo sacerdote e dagli altri sacerdoti; i compiti meno importanti erano svolti dai leviti. I sacerdoti portavano vesti spe­ciali quando svolgevano il loro compito nel tempio. Per rispetto al luogo santo della presenza del Si­gnore, camminavano a piedi nudi. Essi ricordavano che il Signore, quando parlò a Mosè dal roveto ar­dente, là nel deserto, gli comandò di togliersi i sandali che indossava, perché il luogo dove il Signore era presente era sacro. Soltanto i sacerdoti potevano en­trare nel santuario; essi solo poteva­no offrire Sacrifici. Il popolo non po­teva neppure avvicinarsi all'altare, però gli uomini potevano assistere alle cerimonie stando dietro una transenna. Le donne potevano arri­vare fino al cortile che precedeva quello degli uomini. Gli stranieri, invece, cioè coloro che non appartenevano al popolo d'Israele, potevano entrare soltanto nel cortile più esterno del tempio; una scritta in varie lingue li avverti­va che, se fossero penetrati oltre, ri­schiavano la morte.




  
14
IL SIGNORE ENTRA NEL SUO TEMPIO Re 8
Il grande tempio costruito da Salo­mone sul monte Sion, a Gerusa­lemme, era pronto: solenne, magni­fico nella sua costruzione e nei suoi arredi. Era pronto, ma mancava l'essenziale per cui era stato costrui­to: l'Arca dell'Alleanza, su cui era l'invisibile presenza di Dio. Dal tempo del re Davide, l'Arca dell'Alleanza si trovava con la sua tenda a Gerusalemme. Il re Salo­mone, quando il tempio fu termina­to, convocò gli anziani del popolo, i principi e i capi, e con grande so­lennità fece trasportare l'Arca del­l'Alleanza nel tempio. I sacerdoti e i leviti la sollevarono, e con gran tripudio generale l'Arca fu trasportata nella parte più interna del tempio, il Santo dei Santi. Ap­pena essi ne furono usciti, la gloria del Signore, sotto forma di una nube, riempì il tempio: il Signore prendeva possesso della sua dimora tra gli uomini. Il re poi si pose presso l'altare, e davanti a tutto il popolo innalzò una preghiera al Signore. Disse: «Signo­re, ascoltaci quando verremo in questo luogo a pregarti. Tu, dal cie­lo, ascolta le nostre suppliche e per­dona i nostri peccati». Poi Salomone offrì un sacrificio al Signore e benedisse il popolo.






  
15
PELLEGRINI IN CAMMINO Salmo 83
 Dovunque abitassero, anche molto lontano da Gerusalemme, gli Israe­liti avevano come loro più grande desiderio di recarsi nella città santa, nel tempio del Signore dove si tro­vava l'Arca dell'Alleanza. Che cosa poteva esserci di più desiderabile? Ecco che allora tra il popolo di Israele era stato compo­sto questo canto: «Quanto sono amabili le tue dimore, Signore Dio dell'universo! L'anima mia è triste perché è lontana dal tuo tempio. Anche il passero trova la casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli là, vicino al tuo altare, o Signore, mio re e mio Dio. Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi! Beato chi trova in te la forza di compiere il santo viaggio. Lungo il cammino cresce il suo vigore finché compare davanti a te. Per me un giorno nel tuo tempio è più che mille giorni altrove.» Il viaggio di cui parla questo can­to è quello che gli Israeliti compiva­no per Pasqua e nelle altre feste principali, recandosi a Gerusalem­me, sul colle di Sion dove sorgeva il tempio del Signore.





 16
LA RICONOSCENZA DEI PELLEGRINI Salmi 120; 129; 123
I pellegrini che si recavano a Geru­salemme lungo il cammino usavano pregare con alcuni salmi. «Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra.» Così pregavano i pellegrini, per chiedere soccorso nelle difficoltà del cammino. Per presentarsi davanti al Signore bisogna essere pentiti dei propri peccati; è quello che i pellegrini chiedevano con questo salmo: «Dal profondo a te grido, Signore; Signore, ascolta la mia voce. Se consideri le nostre colpe, chi potrà stare davanti a te? Ma presso di te è il perdono! Io spero nel Signore; la mia anima lo attende più di quanto le sentinelle attendano l'aurora.» Dopo avere ottenuto il perdono, i pellegrini ringraziavano il Signore con questo salmo: «Se il Signore non fosse stato con noi, le acque ci avrebbero travolti, un torrente ci avrebbe sommersi. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato, e noi siamo volati via!»







  
17
LA PARTENZA DEI PELLEGRINI Salmi 132; 133
I pellegrini che andavano a Gerusa­lemme viaggiavano in gruppo, ed era bello ritrovarsi con chi aveva la stessa fede: era bello e gradevole come la rugiada che scende dal monte Ermon: «Ecco quanto è buono e quanto è soave, che i fratelli vivano insieme! E come rugiada dell'Ermon che scende sui monti di Sion.» L'Ermon è il monte più alto del territorio di Israele, e le sue nevi erano simbolo di refrigerio per gli abitanti di quel paese assolato. Dopo i giorni trascorsi presso il tempio, i pellegrini si preparavano alla partenza. Prima, però, chiede­vano ai sacerdoti, che avevano la fortuna di restare nel tempio di Ge­rusalemme, di continuare a pregare per loro: «Ecco, benedite il Signore, voi tutti, servi del Signore; voi che state nella casa del Signore durante le notti. Alzate le mani verso il tempio e benedite il Signore. » In risposta, i pellegrini che parti­vano riceveano dai sacerdoti un'ultima benedizione: «Da Sion ti benedica il Signore che ha fatto cielo e terra.»





 18
LE FESTE DEL POPOLO D’ISRAELE Levitico 16; 23
Nel tempio di Gerusalemme il po­polo d'Israele celebrava le sue feste. Esso era particolarmente fre­quentato di sabato, il giorno della settimana in cui nessuno lavorava e tutti avevano più tempo per lodare il Signore dei suoi benefici. La principale delle feste era la Pasqua: essa ricorreva in aprile e ri­cordava a tutti la grande impresa che il Signore aveva compiuto per il suo popolo liberandolo dalla schia­vitù dell'Egitto. Cinquanta giorni dopo la Pasqua ricorreva la festa di Pentecoste, quando si ringraziava il Signore per i doni della terra e si offrivano a lui le primizie dei raccolti. Si celebrava poi la festa dell' E­spiazione, quando si chiedeva per­dono al Signore dei peccati del po­polo. In quel giorno si sceglievano due capri. Tirando a sorte, uno dei due veniva riservato al Signore, l'al­tro al demonio. Il sommo sacerdote compiva un rito, con cui riversava tutti i peccati del popolo sul secon­do animale, che poi veniva manda­to libero nel deserto. L'altro capro, invece, veniva offerto in sacrificio nel tempio: esso rappresentava il popolo d'Israele che offriva tutto se stesso al Signore.






 19
LA FESTA DELLE CAPANNE Levitico 23
Una delle feste principali che il po­polo del Signore celebrava era la festa detta delle Capanne, o delle Tende, o dei Tabernacoli. Si chiamava così perché nella ri­correnza della festa per otto giorni tutti lasciavano le loro case per vi­vere sotto le tende o in capanne provvisorie. In questo modo si ri­cordavano i quarant'anni durante i quali il popolo d'Israele era vissuto nel deserto, dopo l'uscita dalla terra d'Egitto. Negli otto giorni sotto le tende nessuno lavorava; tutti pensavano ai grandi prodigi compiuti dal Si­gnore per il suo popolo: l'aveva nu­trito nel deserto e difeso dai nemici, aveva stipulato con esso un'allean­za, gli aveva dato la sua legge per­ché sapesse come comportarsi in ogni situazione della vita, e infine gli aveva dato una terra fertile in cui abitare. Ricordando quanto era stato buono il Signore, veniva spontaneo ricordare anche tutti gli altri doni che il Signore fa ai suoi amici: e tutti lo lodavano e lo ringraziavano, im­pegnandosi a contraccambiare nel­l'unico modo che il Signore gradi­va: cioè amarlo, e quindi osservare la sua legge.






 20
LE NAVI DI SALOMONE 1 Re 9-10
Salomone era un re molto saggio e abile. I suoi uomini commerciavano per lui, ed egli metteva tasse su tut­te le carovane di mercanti che attra­versavano il regno. Con l'aiuto del suo amico Chiram, re di Tiro, Salomone costruì anche una flotta in Elat, sulla riva del Mar Rosso: il suo dominio, in­fatti, arrivava fin là. Chiram inviò sulle navi i suoi servi, marinai che conoscevano il mare, e questi, in­sieme con i servi di Salomone an­darono nel paese di Ofir, a prende­re oro che portarono a Salomone.







 
  
21
LA GRANDEZZA DI SALOMONE 1 Re 9-10
La grandezza di Salomone si esten­deva per tutto il regno di Israele. La flotta che caricava oro nel paese di Ofir portava anche prezioso legno di sandalo, con il quale il re fece co­struire ringhiere per il tempio e per la reggia, e anche cetre e arpe per i cantori. Tutti i re dei regni vicini e lontani onoravano Salomone: i visitatori che arrivavano alla sua reggia offri­vano in dono oggetti d'oro e d'ar­gento, vestiti, armi, profumi rari, ca­valli e muli. Si dice che durante il regno di Salomone a Gerusalemme l'argen­to era abbondante come i sassi! Salomone aveva radunato anche carri e cavalli, che i suoi mercanti comperavano dai re Ittiti e dai re di Aram. I carri erano millequattrocen­to e i cavalli erano dodicimila, distri­buiti tra Gerusalemme e le città del regno d'Israele. Un giorno il Signore apparve per la seconda volta a Salomone e gli disse: «Io ho ascoltato la tua pre­ghiera e la tua supplica e ho santifi­cato il tempio che tu hai costruito per me. Ma se vi allontanerete da me e andrete a servire altri dèi, io rigetterò via da me il tempio che ho consacrato a mio nome.»






 
22
UN TRONO D’ORO E D’AVORIO 1 Re 10
Salomone aveva anche abbellito il palazzo reale, che sorgeva accanto al tempio del Signore, e lo aveva arricchito con ornamenti d'oro. Dentro il palazzo Salomone ave­va fatto costruire il suo trono: era d'avorio rivestito d'oro puro, e aveva due bracci laterali ai cui fianchi si ergevano due leoni. Il trono era appoggiato sopra sei gradini, sui quali, da una parte e dall'altra, stavano altri dodici leoni. Nessun altro re della terra aveva un trono d'oro e d'avorio simile a quello del re Salomone.






  23
LA CAROVANA DELLA REGINA SABA Re 10
Re Salomone superava per ricchez­za e saggezza tutti i re della terra. Da ogni parte della terra si deside­rava avvicinare Salomone per ascoltare la saggezza che Dio gli aveva messo nel cuore. Attirata dalla fama di Salomone venne un giorno a fargli visita a Ge­rusalemme una regina di un regno d'Arabia, la regina di Saba. Ella partì dal suo paese con una lunga carovana di cammelli carichi di doni davvero degni di un re: oro, pietre preziose, aromi e profumi che intendeva donare a Salomone.








 
24
SALOMONE E LA REGINA DI SABA Re 10
Partita dal suo regno d'Arabia, dopo un lungo viaggio la regina di Saba arrivò a Gerusalemme. Ella si presentò al re Salomone e gli offrì i suoi doni. Poi volle mettere alla prova la sua saggezza: per questo, come si usava tra i sovrani orientali, gli pose molte domande difficili, e Salomone a tutte rispose. La regina di Saba rimase molto ammirata. Poi Salomone mostrò alla regina il tem­pio del Signore che aveva costruito e la reggia che aveva abbellito; le spiegò le leggi che erano state stabi­lite nel suo regno e l'attività dei suoi ministri. Quando la regina di Saba ebbe ammirato tutta la saggezza di Salo­mone e ciò che egli aveva costruito, rimase senza fiato. Allora disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza! Io non avevo voluto credere a quanto si diceva finché non sono venuta qui e i miei occhi non hanno visto: ebbene, non me ne era stata riferita neppure la metà! Beati i tuoi ministri, che ascoltano la tua saggezza; beato il tuo popolo, governato da te; bene­detto il tuo Dio, che ti ha fatto re!» Dopo di ciò Salomone offrì an­ch'egli molti doni alla regina di Saba, ed ella tornò nel suo regno.





 
25
IL REGNO DIVISO Re 11-12
Salomone regnò per quarant'anni con saggezza e gloria. Non però ne­gli ultimi anni, quando si allontanò dal Signore: le sue mogli straniere lo attirarono verso i loro dèi, e Salo­mone fece quello che è male agli occhi del Signore. Per questo il Signore gli disse: «Tu non ti sei comportato come tuo padre Davide; tu non hai osservato l'alleanza con me. Perciò dovrei to­glierti il regno che ti ho dato. Ma per amore di Davide lascerò una parte del regno ai tuoi discendenti». Quando Salomone morì, divenne re suo figlio Roboamo. Egli si com­portò da sciocco e da cattivo, e una gran parte del popolo si ribellò a lui. Così il regno si divise in due. Il terri­torio meridionale rimase con Ro­boamo; si chiamò regno di Giuda, ed ebbe come capitale Gerusalem­me. Il territorio settentrionale diven­ne il regno d'Israele, sua capitale fu la città di Samaria, e il primo re fu un ministro di Salomone di nome Geroboamo. Geroboamo voleva evitare che i suoi sudditi andassero a pregare il Signore nel tempio di Gerusalem­me; perciò innalzò due altri templi al Signore nel suo territorio, uno a Betel e l'altro a Dan.




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I PROFETI DEL SIGNORE Re 14-16; Amos 7; Geremia 1
Il regno di Saul, di Davide e di Sa­lomone si era diviso in due. A Ge­rusalemme regnavano, uno dopo l'altro, i discendenti di Davide. Essi, però, spesso si comportavano male, avevano poca fede nel Signore e spesso lo abbandonavano per se­guire falsi dèi che erano adorati dai popoli stranieri. Lo stesso facevano i re d'Israele, che regnavano a Samaria. Il popolo vedeva il cattivo esempio dei loro re, e faceva altrettanto. Il Signore vedeva il tradimento del suo popolo, e non si stancava mai di invitarlo ad abbandonare la sua cattiva condotta e a ritornare al suo amore. Lo faceva in vari modi. Per esempio, permetteva che nelle guerre vincessero i nemici, per far comprendere al suo popolo che sol­tanto se rimaneva amico del Signo­re poteva vivere sicuro e in pace. Un altro modo usato dal Signore per richiamare il suo popolo era quello di mandare uomini speciali che parlassero per lui: i profeti. Furono molti i profeti mandati dal Signore, sia nel regno di Giuda sia nel regno d'Israele; ma spesso né i re né il popolo li ascoltavano; anzi, spesso li maltrattavano, li cacciavano o addirittura li facevano morire. Il Signore sceglieva i suoi profeti tra il popolo, non importa a quale categoria appartenessero; bastava che nel loro cuore avessero tanto amore per Dio. Amos, per esempio, era un semplice pastore del regno di Giuda: il Signore lo chiamò e lo mandò nel regno d'Israele, ad an­nunciare gravi castighi per chi non si ravvedeva. Geremia era un giovane timido; quando il Signore lo chiamò, rispo­se: «Vedi: io non so parlare bene, perché sono giovane!» Ma il Signore gli rispose: «Non dire: sono gio­vane; tu devi soltanto ripetere quel­lo che io ti ordino di dire».

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1/17/2017 6:48 PM
 
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27

IL SIGNORE APPARE AL PROFETA ISAIA Isaia 6

 Uno dei grandi profeti del regno di Giuda fu Isaia. Egli seppe che il Si­gnore aveva scelto lui un giorno in cui si trovava a pregare nel tempio di Gerusalemme ed ebbe una visio­ne grandiosa. Egli vide il Signore su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto lambivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, i quali cantavano e proclamavano: «Santo, santo, santo è il Signore Dio dell'u­niverso; i cieli e la terra sono pieni della sua gloria». Isaia a quella visione fu preso da un grande timore e disse: «Povero me, sono perduto, perché io sono solo un uomo, e peccatore: eppure i miei occhi hanno visto il Signore!» Allora uno dei serafini volò verso di lui, e gli parve come se con un carbone ardente gli toccasse la boc­ca dicendo: «Ecco, le tue labbra ora sono purificate; i tuoi peccati sono perdonati». Isaia comprese il significato di quel gesto: il Signore aveva tolto ogni impedimento, perché egli po­tesse parlare a nome suo. Perciò, quando udì la voce del Signore che diceva: «Chi manderò? Chi andrà a parlare per noi?» Isaia subito rispo­se: «Eccomi, manda me!»






 
28
AMOS IL PROFETA Amos 5
C'era un profeta di nome Amos. Era un pastore del regno di Giuda, ma Dio gli disse di recarsi a parlare a suo nome nel regno di Israele. Amos andò, obbedendo al coman­do del Signore. Uno dei peccati che Amos rim­proverava maggiormente era il modo in cui i ricchi d'Israele tratta­vano il prossimo. Spesso i ricchi si preoccupavano di andare al tempio a offrire sontuosi sacrifici, ma poi si comportavano male con gli altri, imbrogliando, insultando, sfruttan­do i poveri e i deboli. Ben altro era ciò che preferiva il Signore! Egli voleva che i poveri fossero aiutati e che chiunque fosse trattato con giustizia. Così, parlando per bocca del profeta Amos, il Si­gnore disse: «Io detesto le vostre fe­ste; non gradisco le vostre riunioni. Voi mi offrite animali in sacrificio: ma io non li guardo neppure. Piut­tosto, fate scorrere ciò che è giusto come l'abbondanza dell'acqua di un fiume. Cercate il bene e non il male, se volete vivere». Ma la predicazione di Amos dava fastidio. «Tornatene al tuo paese» gli dissero allora. «Le nostre faccen­de non ti riguardano, e quello che dici non ci interessa!»






 
29
AMOS ANNUNCIA LA SALVEZZA Amos 9
Il profeta Amos avvertiva il popolo d'Israele che se non si fosse pentito dei suoi peccati, il Signore lo avreb­be severamente castigato, al punto di distruggere il tempio costruito da Salomone. Ma se esso avesse mo­dificato la sua condotta, Dio sareb­be tornato ad amarlo. Tutti dovevano imparare a fare la volontà di Dio: allora, diceva Amos, i raccolti sarebbero stati nuovamen­te floridi e abbondanti, le vigne così ricche che il vino sarebbe corso giù a rivoli per le colline, e i giardini sa­rebbero stati ricchi di frutti.








 30
LE SOFFERENZE DI GEREMIA Geremia 10
Gremia era un profeta nato vicino a Gerusalemme. Egli, parlando a nome del Signore, spesso rimpro­verava il popolo ebraico perché, in­vece di adorare il Signore, unico e invisibile, preferiva le divinità degli stranieri. Così Geremia non si stancava di ripetere: «Le false divinità non esi­stono, anche se sono raffigurate da statue. Non sono che legno tagliato nel bosco, opera di un falegname. Sono ornate d'argento e d'oro, ma non sanno parlare; e bisogna por­tarle, perché non camminano. Sono come uno spaventapasseri in un campo di cocomeri! Non dovete avere paura di loro, perché non fanno alcun male. Ed è inutile pre­garle, perché esse non possono fare alcun bene!» Geremia vedeva anche che i po­poli vicini erano più forti degli Israe­liti, e capiva che Dio si sarebbe ser­vito di loro per castigare il suo po­polo. Geremia tentò in tutti i modi di convincere il popolo di Israele che, se avesse continuato ad adora­re le false divinità, sarebbe stato sconfitto dai nemici. Geremia conti­nuava a ripetere: «Dio vuole che torniate da lui!» Ma il popolo d'I­sraele non l'ascoltava.








   31
GEREMIA VA DAL VASAIO Geremia 18
Gli uomini d'Israele mostravano di non credere al profeta Geremia, che temeva i castighi del Signore per tutto il popolo ebraico, se esso non si fosse deciso a ritornare ad adorare il vero Dio e a rinunziare a onorare i falsi dèi. Un giorno il Signore invitò Gere­mia a spiegarsi al suo popolo con un esempio pratico. Gli disse dunque: «Prendi e scendi nella bottega del vasaio: là ti farò udire la mia Pa­rola». Geremia obbedì: andò nella bottega di un vasaio e vide che stava fabbricando dei vasi d'argilla, modellando appunto l'argilla con l'aiuto del tornio. Quando un vaso riusciva male, il vasaio impastava di nuovo l'argilla per modellare un vaso migliore. «Ecco» disse allora il Signore per bocca di Geremia: «Io potrei agire con voi, popolo d'Israele, proprio come questo vasaio. Voi siete come argilla nelle mie mani; se adorate i falsi dèi, siete come un vaso riuscito male, che bisogna rifare». Le parole dì Geremia non piacevano ai capi della città, che se ne lamentarono con il re. «Geremia sta seminando paura» dicevano. Ma Geremia, come tutti i profeti, non poteva fare a meno di dire al popolo quello che il Signore Dio gli ordinava. 








 
 
Un giorno il Signore scelse come suo profeta un uomo di nome Giona. Gli disse: «Alzati e va' a Ninive, la grande città, e avverti gli abitanti che devono cessare di comportarsi male, perché la loro cattiveria ha ormai sorpassato ogni limite ed è giunta fino a me». Ninive era una città straniera: il Signore voleva dire che egli è Dio non soltanto del suo popolo, ma anche di tutti gli altri popoli, e di tutti si prende cura. Ma Giona ebbe paura di recarsi in quella città: e se lo avessero messo a tacere con la forza? Per questo Giona fuggì dalla presenza del Signore; scese a Giaffa e si imbarcò su una nave diretta a Tarsis, nella direzione opposta a quella di Ninive. Durante la navigazione, però, mentre Giona se ne stava a dormire sotto coperta, si levò un forte vento che lacerò le vele e si scatenò una tempesta così forte che mise in pericolo la nave. I marinai si misero a invocare i loro dèi e a gettare in mare tutto il carico, perché la nave potesse galleggiare meglio. Quando si accorsero di Giona addormenta­to, si chiesero come mai anche lui non pregasse il suo Dio. E incomin­ciarono a chiedersi come mai fosse­ro stati tanto sfortunati da finire in quella tempesta. Allora i marinai si dissero l'un l'altro: «Tiriamo a sorte, per sapere chi è la causa della scia­gura che si è abbattuta su di noi». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. «Chi sei?» gli chiesero. «Da dove vieni? Dove sei diretto? Di che col­pa ti sei macchiato? Perché si è ab­battuta su di noi questa sciagura?» «Sono un ebreo, e temo il Signo­re Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra» rispose Giona ai marinai. «Ora però mi sto allontanando da lui, perché ho disubbidito al suo co­mando. » «Che cosa possiamo fare perché la tempesta si calmi?» chiesero allo­ra i marinai. «Prendetemi e gettatemi in mare, e la tempesta si placherà, perché so che essa si è abbattuta su questa nave per causa mia» disse Giona. Dapprima i marinai non vollero farlo, ma quando videro che il mare diventava sempre più forte, prega­rono Dio perché non li punisse per la morte di Giona; poi lo presero e lo gettarono in mare. Subito la tempesta si placò! Il Si­gnore allora fece in modo che Gio­na fosse inghiottito da un grosso pesce e là, nel ventre del pesce, Giona rivolse un'ardente preghiera al Signore, piena di pentimento per non aver seguito il suo comando e di speranza nel suo perdono. Dopo tre giorni e tre notti il Signore comandò al pesce, e il pesce rigettò Giona, vivo, sulla spiaggia del suo paese, da dove era partito. Giona aveva cercato di sottrarsi al comando del Signore, ma inva­no. Allora si decise, e come voleva il Signore andò nella grande città straniera di Ninive a parlare al suo re e ai suoi abitanti. Camminava per le strade, e ripe­teva: «Ancora quaranta giorni, e Ni­nive sarà distrutta! Se non cambie­rete la vostra condotta, non potrete sopravvivere!» I cittadini di Ninive credettero a Dio che parlava per bocca di Gio­na, e dal più grande al più piccolo si vestirono di sacco in segno di penitenza, cioè per mostrare che vole­vano cambiare la loro condotta. Anche il re di Ninive si vestì di sacco, e per penitenza andò a se­dersi sulla cenere. Il re disse: «Pre­ghiamo perché Dio abbia pietà di noi e deponga il suo sdegno!» E, infatti, Dio vide l'operato del re e dei cittadini di Ninive; vide che si erano pentiti della loro cattiva condotta, ebbe pietà di loro e non distrusse la città. Giona avrebbe dovuto rallegrarsi che gli uomini di Ninive si fossero pentiti e perciò fossero stati salvati. Invece ne fu indispettito e pensò che lo avrebbero ritenuto uno sciocco, dal momento che aveva annunciato una distruzione che non c'era stata. Allora Giona prese a la­mentarsi con il Signore, e gli disse: «Lo sapevo che sarebbe andata così già la prima volta che mi hai ordina­to di venire a Ninive. Per questo ho cercato di fuggire a Tarsis! Perché tu sei un Dio buono e misericordio­so, e anche se minacci di punire, poi ti impietosisci. Dunque ora toglimi la vita, perché per me è meglio morire che vivere!» «Ti pare giusto di essere così sde­gnato?» gli disse il Signore. Ma Giona, tutto corrucciato, uscì dalla città e si fermò poco distante; si fece un riparo di frasche e si se­dette in attesa di vedere che cosa sarebbe accaduto a Ninive. Allora il Signore fece crescere presso Giona una pianta di ricino, all'ombra della quale egli potesse ripararsi. Giona provò una grande gioia per quel dono. Ma il giorno dopo il Signore mandò un verme a rodere la pianta, ed essa si seccò. Giona rimase al sole e disse: «Me­glio per me morire che vivere!» «Ti pare giusto sdegnarti per una semplice pianta di ricino?» gli chiese il Signore. E aggiunse: «Ti dai pena per quella pianta, che non hai pian­tato e per la quale non hai fatto al­cuna fatica: e io non dovrei preoc­cuparmi di Ninive, in cui vivono più di centoventimila creature umane?» Giona 1-4
 1
IL RE ACAB E IL PROFETA ELIA 1 Re 6-17
Tra tutti i re d'Israele, Acab fu quel­lo che più fece male agli occhi del Signore. Egli prese in moglie Geza­bele, figlia del re di Sidone e dun­que una straniera: anche a causa di Gezabele, Acab fece innalzare nella città di Samaria un tempio a Baal, un falso dio adorato dagli stranieri. Gezabele poi manteneva un gran numero di profeti di Baal, ed era nemica di tutti coloro che si mante­nevano fedeli al Signore. Per cercare di convertire il cuore del re e di tutti coloro che si erano piegati ad adorare Baal, il Signore mandò nel regno d'Israele il grande profeta Elia. Poiché i richiami ripetuti di Elia non venivano ascoltati, su comando del Signore Elia si presentò al re Acab e gli disse: «Io sono al servizio del Signore, Dio di Israele. A nome suo ti dico che d'ora in poi sul tuo regno non ci sarà più né rugiada ne pioggia, fino a quando lo dirò io». Così avvenne. Mancando la ru­giada e la pioggia, i campi presero a seccarsi e non davano più frutto; senza più erba, il bestiame prese a morire. La situazione era grave: fi­nalmente il re diede ordine di cerca­re Elia. Ma il profeta se ne stava na­scosto, con l'aiuto del Signore.




2
ELIA NUTRITO DAI CORVI 1Re 17
Elia, il profeta del Signore, era in pericolo. Il re Acab e la perfida regi­na Gezabele lo cercavano dovun­que, da quando egli aveva annun­ciato il castigo del Signore: la care­stia in tutto il regno. Ma il Signore stesso provvedeva a nascondere e procurare cibo al suo profeta. Dapprima lo mandò a nascondersi presso il torrente Che­rit, e gli disse: «Berrai l'acqua del torrente, e comanderò ai corvi che ti porteranno il cibo». E così avven­ne; i corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera.




 3
LA FARINA DELLA VEDOVA 1Re 17
Il Signore si preoccupava di tenere nascosto il suo profeta Elia, minac­ciato dal re Acab. Perché fosse più sicuro, lo mandò in un paese stra­niero. Gli disse: «Alzati e va' a Zare­pta di Sidone: ecco, ho dato ordine a una vedova di quella città di darti da mangiare». Elia andò a Zarepta. Presso la porta della città vide una vedova: si riconosceva che era vedova, dal ve­stito che indossava. Il profeta la chiamò: «Prendimi un po' d'acqua da bere, e anche un pezzo di pane!» La donna rispose: «Tutto quello che mi resta è un pugno di farina e un po' d'olio; stavo andando a rac­cogliere qualche pezzo di legna, per cuocere la farina per me e per mio figlio. La mangeremo e poi morire­mo, perché non abbiamo altro!» Ma il profeta la rassicurò: «Non temere. Con l'olio e la farina prepa­ra una focaccia per me e portamela; poi ne preparerai una per te e per tuo figlio, perché il Signore ti assicu­ra che la farina della giara non si esaurirà, e l'orcio dell'olio non si svuoterà». E così avvenne: Elia, la vedova e suo figlio ebbero tutti da mangiare per giorni e giorni, perché olio e fa­rina non si esaurivano mai.






 
4
ELIA E IL FIGLIO DELLA VEDOVA 1Re 17
Elia se ne stava nascosto a Zarepta di Sidone, in casa di una vedova che lo aveva accolto e gli aveva dato da mangiare. Dopo qualche tempo il figlio della donna si ammalò, e la malattia si ag­gravò al punto che il ragazzo morì. La povera vedova cominciò a pian­gere e lamentarsi, sospettando che il profeta Elia fosse in qualche modo la causa della morte del suo unico figlio. Nel suo immenso dolore, la donna gridò al profeta: «Sei venuto qui a punirmi facendo morire mio figlio?» Ma il profeta le prese il ragazzo dalle braccia, lo portò al piano di sopra, nella propria camera, e lo stese sul letto. Poi invocò il Signore, dicendo: «Signore, aiuta questa ve­dova che mi ospita. Fa' che l'anima torni nel corpo del ragazzo!» Il Signore ascoltò la preghiera di Elia; l'anima del ragazzo tornò nel suo corpo, ed egli riprese a vivere. Elia riprese il ragazzo tra le braccia, lo riportò al piano di sotto e lo rese alla madre dicendole: «Ecco: tuo fi­glio vive!» La donna allora si rallegrò gran­demente e disse ad Elia: «Ora so con certezza che tu sei un uomo di Dio; ora comprendo che quando parli, tu parli a nome del Signore».












 
5
LA FEDE DI ABDIA 1Re 18
Già da tre anni su tutto il regno d'I­sraele imperversava la carestia, per­ché, come il profeta Elia aveva an­nunciato al re Acab, da tre anni non scendeva né pioggia né rugiada. Era giunto però il tempo di met­tere fine al castigo, e il Signore disse a Elia: «Su, presentati ad Acab, per­ché ho deciso di concedere la piog­gia alla terra». Acab, il re che aveva tradito il Si­gnore, aveva un suo ministro che era invece molto fedele al Signore, e aiutava di nascosto tutti coloro che come lui si opponevano alle fal­se divinità straniere. Questo mini­stro si chiamava Abdia. Un giorno Abdia era in campa­gna, quando gli si fece incontro il profeta Elia. Abdia lo riconobbe, e si prostrò con la faccia a terra da­vanti all'uomo di Dio. Elia gli disse: «Avverti il re Acab che sono venuto a parlargli». Abdia si impressionò, e rispose: «Il re ti ha fatto cercare a lungo, in ogni angolo del regno. Se adesso lo vado a chiamare, e poi quando arriva tu sei scomparso di nuovo, mi castigherà facendomi morire!» «Abbi fiducia: non mi muoverò di qui» riprese Elia. Abdia si fidò, andò e tornò da Elia con il re.

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1/17/2017 6:50 PM
 
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6
ELIA SFIDA I SACERDOTI DI BAAL 1Re 18
«Tu e la tua famiglia siete la rovina di Israele» disse il profeta Elia al re Acab «perché avete abbandonato il Signore per seguire quel falso dio, Baal. Ora ti dimostrerò chi è il Dio vero! Convoca il popolo sul monte Carmelo, insieme con i profeti di Baal». Quando tutti furono radunati sul Carmelo, Elia parlò: «Fino a quan­do zoppiccherete da entrambi i pie­di? Decidetevi: non potete seguire sia il Signore sia Baal. Vedete: io sono rimasto solo come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal li vedete qui, son ben quattrocentocinquanta. Ebbene, facciamo una sfida: offriamo un sacrificio, io al Si­gnore ed essi a Baal, ma senza ap­piccare il fuoco. Il vero Dio sarà co­lui che manderà il fuoco dal cielo sul sacrificio a lui offerto. Cominci­no quelli di Baal, perché sono più numerosi». I profeti di Baal eressero un alta­re, presero un giovenco e lo posero sopra la legna; poi si misero ad in­vocare il loro dio. Lo invocarono a lungo, tanto che Elia a un certo punto si mise a deriderli: «Chiamatelo più forte: forse il vostro dio dor­me, oppure è in viaggio!» Passato mezzogiorno senza che nulla accadesse, Elia eresse anch'e­gli un altare, vi pose la legna e il giovenco e, per rendere ancora più strabiliante quello che stava per ac­cadere, fece versare acqua abbon­dante sull'altare e sulla legna. Poi ad alta voce pregò così: «Si­gnore, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: oggi tutti vedano che tu sei il Signore Dio, perché il tuo po­polo ritorni a te». Appena ebbe fini­to di parlare, un fuoco cadde dal cielo sull'altare eretto da Elia, e consumò il sacrificio, la legna e le pietre dell'altare. Allora tutto il popolo si prostrò a terra ed esclamò: «Il Signore è Dio! Il Signore è Dio!».
  7
TORNA LA PIOGGIA 1Re 18  
Non pioveva da tre anni nel regno d'Israele, ma ormai quel castigo sta­va per cessare: il re e il popolo ave­vano riconosciuto che il Signore è l’unico, il vero Dio. Il profeta Elia disse al re Acab: «Su, mangia e bevi e sii contento, perché sento il rumore di una piog­gia torrenziale». Poi si recò sul monte Carmelo, di fronte al mare; sedette a terra, con il viso tra le ginocchia, e si mise a pregare. Elia si era portato un ragazzo, che aveva la vista buona. A un certo punto chiamò il ragazzo e lo mandò a scrutare il mare. «Non c'è nulla» rispose il ragazzo, dopo aver attentamente guardato «Tornaci altre sette volte» ordinò il profeta. Il   ragazzo obbedì, e la settima volta disse: «Ecco, sale dal mare una nuvoletta, grossa come una mano d'uomo». Allora Elia gli disse: «Presto, recati dal re a dirgli di at­taccare i cavalli al carro e affrettarsi alla reggia, per non essere sorpreso dalla pioggia». E difatti subito il cielo si oscurò per le nubi, si levò un forte vento e incominciò a piovere a dirotto. La siccità era terminata. 

 
 8
ELIA IN FUGA 1Re 19
La regina Gezabele, che adorava il falso dio Baal, perseguitava Elia, profeta del Signore. Di fronte alle sue minacce, il pro­feta fu costretto a salvarsi con la fuga. Dal regno d'Israele scese nel regno di Giuda, lo attraversò tutto e giunse in vista del deserto. Si inoltrò ancora una giornata di cammino, e andò a sedersi sotto un ginepro. A quel punto Elia pregò così: «Ora basta, Signore; sono troppo stanco. Prendi pure la mia vita». Poi si coricò e si addormentò. Ad un tratto un angelo del Signo­re lo toccò e gli disse: «Alzati e man­gia!» Elia guardò, e vide presso di sé una focaccia cotta sulle pietre ro­venti, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, e tornò a coricarsi. Poco dopo l'angelo tornò e invitò Elia a mangiare di nuovo. Gli dis­se: «Mangia! Devi percorrere un lungo cammino!» Elia si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, cam­minò per quaranta giorni e quaran­ta notti finché giunse al monte di Dio, nel Sinai. Era quello il monte sul quale Mosè si era incontrato con il Signo­re, che gli aveva dato le tavole dei dieci comandamenti.


 
9
ELIA INCONTRA IL SIGNORE 1Re 19
Elia giunse al monte di Dio, dove già Mosè si era incontrato con il Si­gnore. Entrò in una caverna per tra­scorrervi la notte, quando sentì una voce che gli diceva: «Esci e fermati sul monte: passa il Signore!» Ed ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e vio­lento, tanto da spezzare le rocce dei monti; ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era là. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì, Elia comprese: passava il Signore! Sentì allora una voce che gli chie­deva: «Che fai qui, Elia?» Il profeta rispose: «Il popolo d'I­sraele ha abbandonato la tua al­leanza, per seguire falsi dèi. Io sono rimasto solo a parlare per te, Signo­re, ed ecco che vogliono togliermi la vita!» «Io conosco coloro che mi sono rimasti fedeli» disse il Signore ad Elia. «Tu non temere; torna sui tuoi passi, nella terra d'Israele. Là trove­rai Eliseo, che io ho scelto come profeta dopo di te. Tu lo chiamerai e lo consacrerai.»

 
10
LA VOCAZIONE DI ELISEO 1Re 19
Elia, il profeta del Signore, era sem­pre pronto ad obbedire ai suoi co­mandi. Egli gli aveva detto di chiama­re e consacrare colui che sarebbe sta­to il suo successore: Eliseo. Elia trovò Eliseo mentre questi stava arando i suoi campi. Elia gli si avvicinò e gli gettò addosso il man­tello. Voleva dire con ciò che gli trasmetteva il suo incarico. Eliseo uccise un paio di buoi e con la legna dell'aratro ne fece cuo­cere la carne, che distribuì ad amici e parenti: così tutti seppero che per lui cominciava una nuova vita.




11
LA VIGNA DI NABOT 1Re 21
Un uomo di nome Nabot possede­va una vigna accanto al palazzo di Acab, re di Israele. Un giorno Acab disse a Nabot: «Cedimi la tua vigna. E’ vicina alla mia casa, e voglio farne un orto. In cambio ti darò una vigna migliore, o, se preferisci, ti pagherò in denaro quello che vale». Nabot, però, gli rispose: «Quella vigna appartiene alla mia famiglia da generazioni: mi guardi il Signore dal cedere l'eredità dei miei padri!» Il re Acab se ne tornò a casa triste e sdegnato per il rifiuto di Nabot. Si stese sul letto, si girò verso la parete e non volle mangiare. Entrò la moglie Gezabele e gli chiese: «Perché sei in collera, per­ché non vuoi mangiare?» Le rispose Acab: «Perché ho det­to a Nabot: "Cedimi la tua vigna per denaro o, se preferisci, ti darò un'altra vigna". Ma egli mi ha rispo­sto: "Non cederò la vigna, non ce­derò l'eredità dei miei padri!"» Allora la moglie del re Acab, la perfida regina Gezabele, disse al marito: «Sei o non sei tu il re di Israele? Non abbatterti! Alzati, man­gia e sta allegro! Penserò io a farti avere la vigna di Nabot!» E subito preparò un piano.

 
12
IL PROFETA ELIA CONTRO IL RE ACAB 1Re 21
Per impossessarsi della vigna di Na­bot, la perfida regina Gezabele scrisse una lettera a nome del re Acab, la sigillò con il sigillo del re e la mandò ai capi della città con l'or­dine di processare Nabot con false accuse, e condannarlo a morte. Così avvenne. Dopo l'ingiusta morte di Nabot, Gezabele disse ad Acab: «Ecco, ora la vigna di Nabot è tua». Ma il Signore aveva parlato al profeta Elia, e quando Acab sce­se a prendere possesso della vigna, Elia era là. «Il Signore sa che hai ucciso Nabot per prendergli la vigna» disse Elia al re. «Poiché tu hai commesso questo grande male, una sciagura si abbatterà su di te, e Gezabele mori­rà così come è morto Nabot». Allora Acab si stracciò le vesti per il dispiacere, si mise a digiunare e a camminare a testa bassa, per dire che chiedeva umilmente perdono al Signore del male commesso. Il Si­gnore allora ordinò a Elia di andare a riferire così al re: «Poiché si è umi­liato davanti a me, non farò scende­re su di lui la sciagura durante la sua vita». Gezabele però, che non si era pentita, più tardi in una rivolta fu uccisa, proprio come lei aveva fatto uccidere Nabot.





13
IN CIELO SU UN CARO DI FUOCO 2Re 2
Elia camminava verso Gerico con il suo fido discepolo Eliseo. Questi sa­peva che proprio quel giorno il Si­gnore avrebbe preso con sé il suo maestro, il grande profeta che lo aveva servito fedelmente per tutta la vita. Elia disse ad Eliseo: «Rimani qui, perché il Signore mi manda al fiume Giordano». Ma Eliseo rispose: «Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò!» E tutti e due si incamminarono. Giunti alla riva del fiume Giorda­no, Elia prese il mantello, lo arroto­lò e con esso batté le acque del fiu­me: esse si divisero di qua e di là, e i due profeti passarono il fiume a piedi asciutti. Giunti all'altra riva, Elia disse ad Eliseo: «Chiedi quello che desideri, prima che io sia portato via». «Che i due terzi del tuo spirito passino a me» rispose Eliseo, per dire che era pronto a prendere il posto di Elia. «Sei stato esigente nel domanda­re, tuttavia Dio te lo concederà» dis­se Elia. E mentre parlavano, un tur­bine si interpose tra loro, ed Elia salì al cielo nel turbine, come su un car­ro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, mentre Eliseo gridava: «Pa­dre mio, padre mio, guida del po­polo d'Israele!»




 
14
LO SPIRITO DI ELIA SI POSA SU ELISEO 2Re 2
Elia, il profeta, era stato rapito in cielo su un carro di fuoco mentre Eliseo, suo discepolo, lo guardava. Dopo che Elia fu scomparso alla sua vista, Eliseo raccolse il mantello che era caduto a Elia, tornò al Gior­dano e con esso ne colpì le acque che si separarono di qua e di là. Così Eliseo passò dall'altra parte. I profeti di Gerico, che lo aveva­no osservato da una certa distanza, dissero: «Lo spirito di Elia si è posa­to su Eliseo». Essi gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui. I profeti dissero ad Eliseo: «Ecco, tra i tuoi servi ci sono certo cin­quanta uomini di valore. Mandali a cercare il tuo padrone Elia, nel caso lo spirito del Signore l'avesse preso, e gettato su qualche monte o in qualche valle!» Eliseo disse ai profeti che tutto ciò non era necessario, ma essi tan­to insistettero che alla fine Eliseo ac­consentì a mandare gli uomini a cercare Elia. Per tre giorni gli uomini cercaro­no Elia, ma non lo trovarono. Così essi tornarono da Eliseo, che stava in Gerico. Ed Eliseo disse loro: «Non vi avevo forse detto che non era necessario andare?»



15
LE ACQUE RISANATE 2Re2
Il profeta Eliseo si trovava a Gerico, quando gli abitanti della città si re­carono da lui a dirgli: «Ecco, questa è una bella città; ma le sue acque sono cattive, e rendono sterile la terra». Eliseo disse loro: «Portatemi del sale». Glielo portarono, ed egli si recò alla sorgente dell'acqua; vi ver­sò il sale e pronunciò queste parole: «Dice il Signore: rendo sane queste acque; d'ora in poi esse saranno buone da bere, e renderanno fertili i campi». E così avvenne, come si può vedere ancora oggi.

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1/17/2017 6:53 PM
 
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16
L’OLIO DELLA VEDOVA 2Re 4
Un giorno si recò dal profeta Eliseo una donna a dirgli: «Mio marito è morto. Come tu sai, egli era un uomo buono, che sempre ascoltava e metteva in pratica le parole del Si­gnore. Ora però un nostro creditore è venuto a prendersi i miei due figli come schiavi, in pagamento dei no­stri debiti». Eliseo le chiese: «Che cosa posso fare per te? Dimmi che cosa hai nel­la tua casa». «In casa ho soltanto un vasetto d'olio» rispose tristemente la donna. «Va' a chiedere vasi vuoti a tutti i tuoi vicini» ordinò il profeta «e chiedine molti. Entra in casa. Chiudi la porta dietro di te e i tuoi figli. Poi dal tuo vasetto versa olio in quei vasi, e metti da parte quelli pieni». La donna fece così; i suoi figli le porgevano i vasi ed ella li riempì tutti d'olio; e l'olio del suo vasetto finì soltanto quando tutti i vasi furo­no pieni. Allora ella andò da Eliseo, l'uomo di Dio, a raccontargli che il suo poco olio si era moltiplicato. «Ed ora, che devo fare?» chiese la donna. Il profeta le rispose: «Va' a vende­re l'olio dei vasi: con quello che rica­verai pagherai il debito, e te ne re­sterà per mantenere te e i tuoi figli».


 
17
L’ALITO DELLA VITA 2Re 4
Un giorno il profeta Eliseo andò da una donna molto ricca, che dava sempre da mangiare a lui e al suo servo quando passavano. Eliseo sapeva che la donna non aveva bambini, e desiderava molto averne uno. Allora le chiese: «Ecco, per tutto il bene che hai fatto a me, il Signore Dio ti concede di avere un figlio». Così avvenne. Quel figlio poi crebbe, ed era ormai un ragazzo. Un giorno era nei campi con il pa­dre, quando sentì un gran male alla testa. Fu condotto a casa, la madre lo tenne sulle ginocchia fino a mez­zogiorno, ma poi il ragazzo morì. La madre allora lo distese sul let­to, e subito, fatta sellare un'asina, si affrettò a recarsi da Eliseo. Quando seppe dell'accaduto, Eliseo si avviò con la donna alla casa di lei; qui giunto, entrò solo nella stanza dove il fanciullo era stato adagiato, e chiuse la porta. Eliseo stette dapprima a pregare il Signore; poi si distese sul ragazzo, mise le mani sulle sue e la bocca sulla sua, e gli alitò il proprio respi­ro. Il corpo del ragazzo riprese calo­re, poi aprì gli occhi. Eliseo chiamò la madre e le disse: «Ecco, riprendi tuo figlio».

 
18
LA LEBBRA DI NAAMAN 2Re 5
Il capo dell'esercito del re di Siria era un uomo valoroso e molto ono­rato dal suo re; ma aveva quella terribile malattia che si chiama leb­bra. Il nome di quell'uomo era Naa­man. Durante una guerra contro Israele, i Siriani avevano preso pri­gioniera una fanciulla, che divenne la serva della moglie di Naaman. La fanciulla un giorno disse alla sua padrona: «Se Naaman andasse dal profeta che è nel mio paese, egli lo guarirebbe dalla lebbra». Naaman, col permesso del suo re, andò dal re di Israele, che lo mandò dal profeta Eliseo. Così Naaman, con il suo carro e i suoi servi, arrivò alla casa di Eliseo e si fermò davanti alla porta. Eliseo, senza riceverlo in casa, gli mandò a dire: «Va' a lavarti sette volte nel fiume Giordano, e guarirai». Allora Naaman si adirò e se ne andò dicendo: «Pensavo che il pro­feta mi sarebbe venuto incontro, avrebbe pregato il suo Dio, mi avrebbe toccato nella parte amma­lata e così la lebbra sarebbe scom­parsa; invece mi manda a dire di la­varmi nel Giordano! Forse che i fiu­mi della mia città non sono migliori di tutte le acque d'Israele? Era ne­cessario che venissi fin qui?» Ma i suoi consiglieri gli dissero: «Se il profeta ti avesse comandato di compiere qualcosa di difficile, non l'avresti forse fatta? A maggior ragione perciò esegui la cosa sem­plice che ti ha detto». Naaman ascoltò il consiglio; scese al Giordano, vi si immerse sette vol­te, ed ecco che la sua lebbra scom­parve! Allora egli disse: «Ora com­prendo che non vi è altro Dio se non il Signore, Dio d'Israele!» Tornò dal profeta, ad offrirgli ric­chi doni in cambio della guarigione; ma Eliseo li rifiutò. Con ciò egli in­tendeva dire che Naaman era guari­to dalla lebbra non per opera sua, ma per la volontà del Signore.
 
19
LA SCURE NELL’ACQUA 2Re 6
Un giorno Eliseo e i suoi compagni decisero di costruire una nuova casa, dove riunirsi. Scesero al fiume Giordano, e si misero all'opera. Mentre stava abbattendo un tron­co, ad un uomo cadde nel fiume il ferro della scure. La cosa lo preoc­cupava molto, perché la scure era stata presa a prestito, e ora non sa­peva come restituirla. Lo disse ad Eliseo e il profeta, fattosi dire il pun­to in cui il ferro era caduto, vi gettò nell'acqua un pezzo di legno: subito il ferro venne a galla e poté così es­sere recuperato.






 
20
IOAS, IL PICCOLKO RE 2Re 11
Il re e il popolo di Giuda e d'Israele si comportavano male agli occhi del Signore, ma il Signore non veniva meno alle sue promesse. Una volta morì in battaglia il re di Giuda Acazia. Allora sua madre Atalia uccise tutti i principi, per divenire lei la regina. Dopo di lei un altro, non della famiglia, sarebbe di­venuto re: ma in questo modo veniva meno la promessa fatta dal Si­gnore a Davide, che sul trono di Gerusalemme avrebbe regnato sempre un suo discendente. Ecco però che, mentre Atalia faceva uccidere tutti i principi, una so­rella del re Acazia prese un bimbo figlio del re, Ioas, e lo nascose. Il piccolo Ioas rimase nascosto sei anni nel tempio del Signore, mentre Atalia regnava sul paese. Il settimo anno il sacerdote Ioiada convocò nel tempio i capi del popolo e i sol­dati, e presentò loro il piccolo Ioas, che fu proclamato re, secondo la volontà del Signore. Quando udì le acclamazioni, Ata­lia si diresse al tempio: ed ecco vide il piccolo re e accanto a lui i cantori e le trombe, e tutto il popolo in fe­sta. E così Ioas, discendente di Da­vide, divenne re: il Signore mante­neva le sue promesse.


 
21
LA LEZIONE DELLE FRECCE 2Re 13
Quando Eliseo si ammalò della ma­lattia di cui morì, Ioas re di Israele andò a visitarlo. Egli scoppiò in pianto davanti al profeta dicendo: «Padre mio, padre mio, protezione di Israele!» Eliseo gli disse: «Prendi arco e frecce». Il re prese arco e frecce. Aggiunse Eliseo: «Impugna l'arco». Quando il re l'ebbe impugnato, Eli­seo mise la mano sulla mano del re, quindi gli disse: «Apri la finestra ver­so Oriente». Dopo che la finestra fu aperta, Eliseo disse: «Tira!» Ioas tirò. Eliseo disse: «Freccia vittoriosa per il Signore, freccia vit­toriosa su Aram. Tu sconfiggerai gli Aramei». Eliseo disse ancora al re d'Israele: «Prendi le frecce». Quando Ioas le ebbe prese, gli disse: «Percuoti con le tue frecce la terra». E Ioas la per­cosse tre volte, poi si fermò. Eliseo si indignò contro di lui e disse: «Avresti dovuto colpire con le tue frecce la terra cinque o sei volte. Allora avresti sconfitto definitiva­mente Aram. Ora, invece, sconfig­gerai Aram solo tre volte». Poi Eliseo, l'uomo di Dio, morì: la fine del regno di Israele era stata profetizzata.


 
22
GIOSIA E IL LIBRO RITROVATO 2Re 22-23
Ci fu un re, di nome Giosia, che re­gnò a Gerusalemme per trentun anni. A differenza di tanti altri re, egli fece sempre quello che è bene agli occhi del Signore. Nel diciotte­simo anno del suo regno Giosia diede ordine di riparare il tempio del Signore. Durante i lavori, il sa­cerdote Chelkia ritrovò nel tempio un libro di cui si era persa memoria, e lo fece portare al re. Il libro conteneva per esteso la legge del Signore, con i discorsi e le raccomandazioni di Mosè al popo­lo. Quando il re ebbe udito le paro­le del libro, si stracciò le vesti in se­gno di grande dolore, perché sape­va che i re suoi predecessori e anche il popolo non avevano osser­vato la legge del Signore. Poi convocò nel tempio tutti gli anziani del regno e tutti gli abitanti di Gerusalemme, con i sacerdoti e i profeti: e alla loro presenza fece leg­gere le parole del libro. Terminata la lettura il re, in piedi, rinnovò l'alleanza con il Signore, e a nome di tutto il popolo si impe­gnò ad osservare la legge di Dio. Poi fece distruggere tutte le statue e i templi delle false divinità che c'e­rano nel regno, e celebrò una gran­de Pasqua.



23
IL TEMPIO DISTRUTTO 2Re 17-25
Malgrado i tanti segni dell'aiuto di Dio, il popolo d'Israele continuava a tradirlo, commettendo quello che era male agli occhi del Signore. E allora egli permise che sui regni di Giuda e d'Israele scendesse un gra­ve castigo, dopo di che il popolo sa­rebbe tornato a lui. Così i due regni, uno dopo l'al­tro, furono conquistati dai nemici. Tutto si avverò come i profeti ave­vano annunciato. Nabucodonosor, re di Babilonia, venne con un im­menso esercito e assediò Gerusa­lemme. La città resistette per circa quattro mesi, fino a quando i suoi abitanti non ebbero più nulla da mangiare. Poi, attraverso una brec­cia nelle mura, i Babilonesi entraro­no nella città. Il re tentò di mettersi in salvo con la fuga, ma fu catturato e molti furono uccisi. Il Tempio costruito da Salomone fu distrutto. I soldati di Nabucodo­nosor rubarono tutti i suoi tesori, tutti gli oggetti e le decorazioni in oro, argento e bronzo. Un gran nu­mero di Israeliti fu fatto prigioniero, e mandato a vivere a Babilonia. Là, in quella terra straniera, essi ebbero molto a soffrire. Ma, secondo il pia­no di Dio, là essi compresero il male che avevano fatto e ripresero a pregare il Signore.









24
QUATTRO RAGAZZI ALLA CORTE DI BABILONIA Daniele 1
Nabucodonosor, re di Babilonia, ordinò al sovrintendente della sua casa di scegliere alcuni ragazzi fra gli Israeliti che erano stati deportati nel suo regno. Essi dovevano essere di bell'aspetto e intelligenti, e doveva­no essere istruiti per ricoprire cari­che alla corte del re. Tra i ragazzi prescelti vi furono Daniele, Anania, Misaele e Azaria. Ad essi, come agli altri, veniva dato il cibo della tavola del re. Ma i buo­ni israeliti non mangiavano il cibo degli stranieri; perciò Daniele chiese al sovrintendente di non costringerli a questo. «Ma se il re vedrà i vostri volti meno floridi di quelli degli altri ragazzi» disse il sovrintendente «in­colperà me, e mi condannerà a morte!» Mettici alla prova per dieci gior­ni» lo pregò Daniele. «Dacci soltan­to acqua e legumi; poi farai il con­fronto con gli altri ragazzi, e decide­rai tu stesso». Il sovrintendente accettò, e al ter­mine della prova i volti dei quattro ragazzi apparvero più belli e floridi degli altri. Essi si dimostrarono an­che intelligenti e saggi, e così Danie­le, Anania, Misaele e Azaria al ter­mine del periodo di istruzione rima­sero al servizio del re.


  25
LA STATUA E IL SASSOLINO Daniele 2
Il re Nabucodonosor una notte fece un sogno. Vide una statua enorme, che aveva la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le co­sce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi parte di ferro e parte di terracotta. Mentre stava guardando, dal monte si staccò un sasso che andò a colpire i piedi della statua, frantu­mando la terracotta: allora tutta la statua crollò, mentre il sasso diven­ne tanto grande da riempire tutta la regione. Poiché i sapienti della sua corte non sapevano dare la spiegazione del sogno, si presentò a Nabucodo­nosor il giovane israelita Daniele. «Il mio Dio mi ha fatto conoscere il significato del sogno che hai fatto» disse Daniele «e io te lo riferisco. La testa d'oro della statua è il tuo re­gno glorioso, o re; ma dopo il tuo ne verranno altri sempre meno forti e gloriosi del tuo, fino a quando Dio farà sorgere un regno che toglierà valore a tutti gli altri, crescerà fino ad occupare tutta la terra e non avrà mai fine». Il regno di cui aveva parlato il profeta Daniele è quello fondato da Gesù, il Figlio di Dio venuto in que­sto mondo, il Re dell’Universo il cui regno non avrà mai fine.  
 
 
26
NABUCODONOSOR E LA STATUA D’ORO Daniele 3
Il re Nabucodonosor, re di Babilo­nia, fece erigere una statua d'oro alta trenta metri e larga tre; poi radu­nò i principi, i governatori, i capitani, i giudici, i tesorieri, i consiglieri e i prefetti, insomma tutti i funzionari del suo vasto regno. E un araldo in­timò: «Al suono degli strumenti mu­sicali, tutti devono prostrarsi ad ado­rare la statua d'oro. Chi non la ado­rerà, sarà gettato in una fornace ardente». I tre giovani israeliti che erano alla corte di Babilonia, cioè Anania Misaele e Azaria, si rifiutarono però di adorare la statua. Il re Nabuco­donosor li fece arrestare, e volle sa­pere la ragione del loro rifiuto. «Dio solo si deve adorare» rispo­sero i tre giovani. «Tu puoi anche gettarci nella fornace. Se Dio vuole, ci libererà; e se anche non vorrà salvarci, noi non andremo mai con­tro la sua volontà. » Nabucodonosor divenne furibon­do; fece aumentare il fuoco della fornace sette volte e vi fece gettare i tre giovani legati. Con stupore però vide che essi rimasero illesi, anzi passeggiavano in mezzo alle fiam­me lodando Dio. Allora li fece uscire, e constatò che neppure un loro capello era stato sfiorato dal fuoco.

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1/17/2017 6:55 PM
 
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27

LA FORNACE ARDENTE Daniele 3

«Solo il Signore si deve adorare» avevano detto al re Nabucodonosor i tre giovani ebrei Anania, Misaele e Azaria. Per questo il re li aveva fatti gettare in una fornace ardente, dal­la quale però, per grazia di Dio, era­no usciti illesi. Stupito, il re disse: «Questi giova­ni hanno preferito la morte pur di non disobbedire al loro Dio, e il loro Dio li ha salvati. Perciò io de­creto che nessuno nel mio regno deve recare offesa al Dio di Anania, Misaele e Azaria, poiché nessun al­tro è potente come il loro Dio»





 
28
LA SCRITTA SULLA PARETE Daniele 5
Quando divenne re di Babilonia, Baldassar imbandì un grande ban­chetto per mille dei suoi nobili, e davanti a loro incominciò a bere vino. Dopo aver molto bevuto, or­dinò ai servi di portare le coppe preziose e i vasi d'oro e d'argento che suo padre Nabucodonosor ave­va tolto dal tempio del Signore che era a Gerusalemme, e li usò per brindare ai suoi falsi dèi. All'improv­viso, però, apparvero le dita di una mano che scrivevano sulla parete della sala. Il re Baldassar si spaven­tò moltissimo e fece venire i suoi saggi per interpretare la scrittura mi­steriosa tracciata sul muro. Nessuno seppe darne il significa­to; per questo il re si spaventò an­cora di più, e con lui i suoi consi­glieri. Intervenne allora la regina, la quale disse al re: «Non turbarti; co­nosco io un uomo che saprà spie­garti la scritta». E mandò a chiama­re un ebreo, che già un'altra volta aveva saputo spiegare i sogni del re. Si chiamava Daniele, ed era un profeta del Signore. Daniele disse al re Baldassar: «Tu hai disprezzato il Signore Dio, usan­do i vasi del suo tempio per glorifi­care i tuoi falsi dèi. Essi non vedo­no, non sentono, non comprendono: non sono nulla! E invece il Signore, nelle cui mani è la tua vita, tu non l'hai glorificato». Daniele proseguì: «E’ per questo che il Signore Dio ha mandato la mano a tracciare quella scritta sulla parete. Essa va letta così: MENE, TE­KEL, PERES. E questa ne è l'inter­pretazione: MENE, Dio ha giudicato il tuo regno e vi ha messo fine. TE­KEL, sei stato pesato sulla bilancia e sei stato trovato scarso. PERES, il tuo regno sarà diviso e sarà dato ai Medi e ai Persiani.» Come Daniele aveva preannun­ciato, quella stessa notte Baldassar, re di Babilonia, fu ucciso. E al suo posto Dario, il Medo, divenne re.
 
29
DANIELE SFIDA I COMANDI DEL RE Daniele 6
Daniele, il profeta del Signore che viveva in esilio a Babilonia, era il più intelligente e il più saggio dei consiglieri del re. E il re gli diede ca­riche di grande responsabilità, po­nendolo al di sopra di tutti i gover­natori del regno. Allora i governatori cominciarono a cercare in Daniele qualche colpa, che lo screditasse davanti al re, e quindi fosse tolto di mezzo: essi vo­levano prendere il suo posto. Poiché non trovavano nessuna colpa in Daniele, ricorsero ad un imbroglio. Si recarono dal re, e gli fecero firmare una legge che dice­va: «Tutti gli abitanti del regno de­vono rivolgere preghiera soltanto al re. Chiunque sarà trovato a pregare altri uomini o dèi, sarà gettato nella fossa dei leoni». Daniele comprese che quella leg­ge era stata fatta per lui. Egli, infatti, non nascondeva la sua fede: ogni giorno, tre volte al giorno, apriva le finestre della sua camera rivolte ver­so Gerusalemme, e si inginocchiava a pregare, lodando Dio che a Geru­salemme aveva la sua dimora tra gli uomini. Senza badare alla legge e al casti­go, Daniele continuò come sempre a pregare apertamente il Signore.




   
30
DANIELE NELLA FOSSA DEI LEONI Daniele 6
 Una legge del re proibiva a chiun­que di rivolgere preghiere se non allo stesso re. Daniele, però, conti­nuava a pregare il Signore Dio. I suoi nemici, che lo spiavano per poterlo accusare proprio di questo, avvisarono il re che Daniele trasgre­diva i suoi ordini. Il re ne fu molto dispiaciuto, perché aveva grande fi­ducia in Daniele, e lo stimava più di tutti gli altri suoi ministri. Ma la leg­ge era stata fatta, e bisognava ri­spettarla: essa prevedeva che i tra­sgressori fossero gettati nella fossa dei leoni. Il re pensò per tutto il giorno come salvare Daniele. Ma non ci fu modo; mentre veniva calato nella fossa dei leoni, il re gli disse: «Il tuo Dio, che tu ami con tanta fedeltà, ti possa salvare». Il re trascorse la notte insonne per il dispiacere. All'alba, subito si recò alla fossa, e chiamò: «Daniele, servo di Dio, il Dio che tu ami ha potuto salvarti?» Daniele rispose: «Il mio Dio ha mandato il suo angelo a chiudere la bocca ai leoni, che non mi hanno fatto alcun male». Il re si rallegrò molto che Daniele fosse salvo; lo fece uscire, e tutti po­terono vedere che neppure un graf­fio lo aveva segnato.
 











 

Nel palazzo di Assuero, re di Babilonia, viveva un israelita di nome Mardocheo. Egli apparteneva a quegli israeliti che da Gerusalemme erano stati portati in esilio a Oriente, e ora prestava ser­vizio alla corte del re. Mardocheo aveva allevato come se fosse sua figlia una giovane, figlia di suo fratello, di nome Ester; ella era rimasta senza i genitori, e lo zio si prese cura di lei. Accadde che Assuero preferì Ester a tutte le altre donne del suo regno: la sposò, le mise in capo la corona reale e la nominò regina. Un giorno Mardocheo udì il com­plotto di due ministri che progetta­vano di uccidere il re. Mardocheo lo disse a Ester, e Ester lo disse al re. Fu fatta un'indagine, il complotto si rivelò vero e i due ministri furono entrambi giudicati colpevoli e meri­tevoli di morte. Dopo qualche tempo, il re mise un uomo di nome Aman a capo di tutti i principi che governavano il re­gno. Aman odiava Mardocheo e tutto il popolo d'Israele; per questo un giorno si presentò ad Assuero e gli disse: «C'è un popolo sparso per tutte le province del tuo regno. Le sue leggi sono differenti da quelle degli altri popoli, e non osserva le leggi che tu hai emanato. Se così ti piace, dà ordine che sia sterminato e le sue proprietà siano requisite. Io stesso verserò gran parte delle loro ricchezze nel tesoro reale». Assuero si tolse l'anello con il si­gillo e lo consegnò ad Aman, per dire che gli dava pieni poteri in quella questione, e precisò: «Il da­naro tienilo per te; e di quel popolo fa' come ti piace: è tuo». Aman scrisse ai principi di tutto il regno una lettera con il sigillo del re, per annunciare che in un certo giorno, il tredici del mese di Adar, tutti gli Israeliti dovevano essere sterminati, e tutti i loro beni dove­vano essere confiscati. Quando seppe di quella decisio­ne, Mardocheo si stracciò gli abiti, si vestì di sacco in segno di grande dolore e con il capo cosparso di ce­nere andò per la città, levando gri­da di dolore. In quel modo egli intendeva an­che richiamare l'attenzione di Ester. Non poteva andare da lei, perché nessuno sapeva che Ester, la regi­na, apparteneva anch'ella al popolo d'Israele. Quando riferirono a Ester che Mardocheo si comportava in quello strano modo che indicava un grande dolore, Ester chiamò un fidato funzionario del re e lo mandò na­scostamente da Mardocheo a vede­re che cosa era accaduto. Mardocheo informò il funzionario del progetto di Aman, e fece pregare Ester di presentarsi al re a difen­dere il suo popolo. Ma questo era molto rischioso, Ester lo sapeva bene: se qualcuno, non importa se uomo o donna, se sconosciuto o amico, e compresi i ministri e la stessa regina, si fosse presentato al re senza essere stato chiamato, sa­rebbe stato messo a morte; a meno che il re avesse puntato lo scettro contro quella persona, conceden­dole di parlare e di restare in vita. Mardocheo tuttavia pregò ancora Ester di intervenire, e tentare di sal­vare il suo stesso popolo anche a rischio della vita. La regina gli man­dò questa risposta: «Va', raduna tutti gli Israeliti che abitano in que­ sta città e digiunate per me per tre giorni; anch'io, con le mie ancelle, digiunerò per chiedere l'aiuto di Dio. Poi mi presenterò al re e, se dovrò morire, morirò». Il terzo giorno, dopo una lunga preghiera al Signore, Ester indossò le vesti regali e così adornata si pre­sentò al re. Ella piacque al re, il quale puntò lo scettro verso di lei e le chiese: «Che cosa desideri, regina Ester? Qualunque cosa mi chiedi te la con­cederò, fosse anche la metà del mio regno». «Ti chiedo di intervenire oggi al banchetto che ho preparato per te e per Aman» rispose la regina. Il re e Aman andarono al ban­chetto, e Assuero disse ancora: «Che cosa desideri, regina Ester? Qualunque sarà la tua richiesta, sarà soddisfatta». Ester allora disse: «Se ho trovato favore ai tuoi occhi, o re, come pri­mo desiderio concedimi la vita, e come secondo desiderio sia rispar­miato il mio popolo. Poiché io e il mio popolo siamo condannati ad essere distrutti, uccisi e annientati». «Chi è, dov'è colui che osa pro­gettare ciò?» chiese il re, sorpreso e adirato. «L'oppressore, il nemico è quel malvagio di Aman» disse coraggio­samente Ester, puntando il dito contro il ministro del re. Aman fu preso da paura; tentò di implorare perdono per quello che aveva fatto, ma Assuero non volle sentire altro e lo condannò a morte. Poi diede ordine a tutto il regno di salvare la vita a tutti gli appartenenti al popolo d'Israele. In seguito Mardocheo si presentò al re, perché Ester gli aveva detto chi era Mardocheo per lei. Assuero prese l'anello con il sigillo reale, che aveva tolto ad Aman, e lo diede a Mardocheo, ordinando che il suo nuovo ministro avesse onori regali. Tutti gli Israeliti ebbero in quei gior­ni gioia e onore, grazie a Ester, la regina che salvò il suo popolo. Ester 1-8
 
1
SUI FIUMI DI BABILONIA Salmo 137; Ezechiele 11
Deportati in terra straniera, il re e gli abitanti della terra di Israele ebbero molto a soffrire. In seguito essi lo ricordarono con questo canto: «Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Gerusalemme. Là ci chiedevano di cantare, coloro che ci avevano deportato: di cantare canzoni di gioia, per loro, i nostri oppressori. "Cantateci i canti di Sion" dicevano. Ma come cantare i canti del Signore in terra straniera? Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.» Là, in terra straniera, essi com­presero come si sta male lontani dal Signore. E compresero che egli aveva permesso la loro rovina per meglio richiamarli a sé. Gli Israeliti compresero di avere fatto tanto male, abbandonando il Signore: e allora, proprio come il Si­gnore voleva, ripresero a rivolgersi a lui. Gli chiedevano perdono per i peccati commessi, e lo supplicavano di concedere di nuovo il suo amore. E il Signore, che è buono e vo­lentieri perdona, mandò loro i pro­feti, a far loro coraggio e dire che egli non li aveva dimenticati.





 
2
LE VISIONI DEL PROFETA EZECHIELE Ezechiele 11; 37
Al suo popolo che soffriva nella ter­ra d'esilio e che si era pentito dei suoi peccati, il Signore mandò i profeti a rincuorarlo. Uno di loro, Ezechiele, trascorse con gli esuli quasi tutta la sua vita. Egli ricordava bene il tempio di Ge­rusalemme, e annunciò al popolo del Signore che un giorno il Signore avrebbe concesso ai suoi fedeli di tornare a pregare nel tempio. Il Signore anzi avrebbe fatto di più, assicurava Ezechiele: avrebbe cambiato il loro cuore, e invece del loro cuore cattivo, come di pietra, gliene avrebbe dato uno capace di amare il Signore. Ezechiele esponeva al popolo le visioni che Dio gli mandava. Una ri­guardava la ricostruzione del popo­lo di Dio. Narrò il profeta che Dio lo aveva condotto in una valle, piena di ossa aride, e gli aveva detto: «Parla a queste ossa: dì loro che sto per ri­portarle in vita, e tutti di nuovo sa­pranno che io sono il Signore!» Appena ebbe detto ciò, si sentì un gran rumore: erano le ossa che si ricomponevano. Ezechiele aguzzò la vista, ed ecco notò che le ossa si ricoprivano di muscoli, i muscoli si coprivano di pelle, e poi si mettevano in piedi: i morti erano tornati in vita, ed erano numerosi come un esercito. Dio spiegò al profeta: «Queste ossa sono tutti i figli d'Israele. Ora essi sono come morti, come ossa aride. Nell’esilio in cui si trovano, essi pensano che non vi sia speran­za per loro. Ma tu và, e riferisci loro che io, il Signore, li richiamerà in vita e li riporterò nella loro terra, quella terra d' Israele che io ho pro­messo di dare ad Abramo e alla sua discendenza». «Farò entrare in loro il mio spirito ed essi rivivranno»,  disse ancora il Si­gnore. «Così sapranno che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò».

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1/17/2017 6:58 PM
 
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3

RITORNO DALL’ESILIO  Esdra 1-6

Il popolo d'Israele dovette trascor­rere molti anni in esilio. Ma per la tribù di Giuda, i Giudei, esso ebbe fine quando in Oriente, là dove si trovavano, divenne re Ciro. il re Ciro nel primo anno del suo regno emanò questo proclama: «Il Signore Dio del cielo mi ha incari­cato di costruirgli un tempio in Ge­rusalemme. Tutto il popolo del Si­gnore che si trova nel mio regno sia rilasciato, e torni a Gerusalemme a costruire il tempio. E io ordino che il popolo di Dio abbia oro e argento e beni e bestiame, oltre che offerte per la casa di Dio da costruire a Ge­rusalemme». I Giudei dunque tornarono a Ge­rusalemme a ricostruire il tempio: si realizzavano così le promesse che il Signore aveva fatto al suo popolo per mezzo dei profeti. La ricostruzione del tempio durò a lungo, perché comportava nume­rose difficoltà; ma alla fine essa fu condotta a termine, e fu festeggiata con grande gioia da tutto il popolo. Tutti celebrarono solennemente la festività della Pasqua; da allora nel tempio si riprese a offrire sacrifici al Signore, e canti di lode a lui che è potente e buono, tanto da far tor­nare il suo popolo dall'esilio.


 
4
LA GIOIA DEL RITORNO Samo 125
Coloro che tornarono in patria dall'esilio in Babilonia ricordarono l'av­venimento con questo canto: «Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Gerusalemme, ci sembrava di sognare! La nostra bocca si aprì al sorriso, la lingua cantò canzoni di gioia. Lo dicevano anche gli stranieri: "Dio ha fatto cose grandi per loro!" Sì, grandi cose ha fatto il Signore per noi; ci ha colmati di gioia, come quando si miete e si portano a casa i covoni».



 
5
NEEMIA E IL RE CIRO Neemia 1-2
I Giudei, cioè coloro che nel popolo d'Israele appartenevano alla tribù di Giuda, appena tornati dall'esilio ri­costruirono il tempio. Ma la città di Gerusalemme, che i nemici tanto tempo prima avevano distrutto, si trovava ancora in cattive condizioni, e le sue mura erano di­strutte e inservibili. Neemia, uno dei giudei rimasti in Persia, venne a conoscere le condi­zioni in cui si trovava la città. Allora, tutto triste, si presentò al re. «Per­ché sei tanto infelice?» gli chiese il re, e Neemia rispose: «Perché Gerusalemme, la città dei miei padri, è desolata. Permettimi di andare a ri­pararla!» Il re acconsentì, e Neemia partì. Giunto a Gerusalemme, riposò tre giorni; poi si alzò e di notte andò con pochi uomini a ispezionare le mura. Vide che in molti punti vi erano state aperte brecce, e le porte erano state divorate dal fuoco. Andò allora dai capi del popolo e disse: «Vedete bene in che situazio­ne ci troviamo: Gerusalemme è di­strutta, le mura inservibili. Dobbia­mo farci coraggio e metterci al lavo­ro per ricostruirle!» Tutti risposero: «Ci metteremo subito all'opera e le ricostruiremo!»


 
6
NEEMIA E LE MURA RICOSTRUITE Neemia 2-7
Sotto la guida di Neemia, i Giudei decisero di ricostruire le mura di Gerusalemme. Alcuni si facevano beffe di loro; ma Neemia disse: «Noi ci metteremo all'opera, ma chi ci farà riuscire è il Signore!» Fu suddiviso il lavoro tra gli uo­mini, e l'opera incominciò. I nemici che abitavano la regione circostante non volevano, però, che i Giudei tornassero ad essere un popolo po­tente: essi si riunirono con l'inten­zione di attaccare la città, impedire la ricostruzione e sottomettere il po­polo di Dio. Ma Neemia venne a saperlo. Egli divise gli uomini in due gruppi: metà lavorava alla ricostruzione, e l'altra metà stava di guardia, in armi. Anche quelli che lavoravano tenevano le armi a portata di mano ed erano pronti alla difesa. Il lavoro procedeva spedito dal­l'alba al tramonto, e dopo cinquan­ta giorni l'opera fu terminata. Neemia stabilì: «Le porte della città si aprano quando il sole è già alto, e si chiudano quando ancora gli abitanti sono in piedi. Scegliamo tra gli abitanti le sentinelle e le guar­die, e ognuna sia sempre vigile al suo posto». Il Signore aveva dato molta sag­gezza al suo servo Neemia.






 
7
L'ALLEANZA RINNOVATA Neemia 7-13
Nella città di Gerusalemme i Giudei vivevano sicuri, ora che le mura erano state ricostruite ed erano ben sorvegliate dalle sentinelle. Allora tutti pensarono di ringra­ziare il Signore di questo. Si radu­narono tutti, uomini e donne, e dis­sero a Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato al suo popolo. Esdra era uno scriba, cioè un esperto nella spiega­zione della legge. Esdra dunque portò il libro della legge del Signore davanti a tutto il popolo radunato, e salì su una tri­buna di legno costruita per l'occa­sione. Benedisse il Signore, tutti in piedi risposero «Amen», poi ascolta­rono la lettura e la spiegazione della legge del Signore. Tutti riconobbero di averla tante volte trasgredita, e dicevano: «Tu, Signore, non ci hai trattato secondo le nostre colpe, ma ci hai sempre colmato di favori! Ecco, ora noi promettiamo di osservare ogni co­mandamento della tua legge». Poi con gran gioia, tra inni e can­ti, si fecero due processioni che gi­rarono lungo le mura della città e si ricongiunsero nel tempio; là furono offerti sacrifici al Signore, e si fece una festa grande.


 
8
GIOBBE MESSO ALLA PROVA Giobbe 1-42
Oramai tutti avevano ben compreso che chi non è fedele al Signore va incontro a tante difficoltà. Ma è solo per questo motivo che bisogna es­sere fedeli? Bisogna forse evitare di commettere il male soltanto per evi­tare i castighi di Dio? O bisogna comportarsi bene sempre, qualun­que cosa accada? La storia di Giobbe dà la risposta a questa domanda. Viveva nella terra di Uz un uomo giusto e irreprensibile, che temeva Dio ed evitava il male. Egli aveva sette figli e tre figlie, e possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinque­cento asine; aveva alle proprie di­pendenze una servitù molto nume­rosa, ed era il più importante degli uomini d'Oriente. Il suo nome era Giobbe. Un giorno il Signore disse a Sata­na: «Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno sulla terra è retto come lui». Ma Satana rispose: «Prova a togliergli qualche suo possedimen­to, e vedrai che ti maledirà!» Il Si­gnore allora disse a Satana: «Tutto quello che ha è in tuo potere; ma non danneggiare il suo corpo». Ed ecco che un giorno venne da Giobbe un messaggero ad annun­ciargli: «I predoni hanno fatto un'in­cursione e hanno portato via i tuoi buoi e le tue asine, uccidendo i guardiani!» Stava ancora parlando, quando giunse un altro messaggero a dirgli: «Un fuoco ha bruciato le pecore e i loro guardiani!» E un altro ancora annunciò: «I nemici ti hanno porta­to via tutti i cammelli!» Infine un altro messaggero disse: «I tuoi figli e le tue figlie erano in festa, quando la casa è crollata so­pra di loro e tutti sono morti!» Allora Giobbe si gettò a terra e disse: «Tutto quello che avevo era dono del Signore. Ora egli me l'ha tolto: sia fatta la sua volontà».
  9
GIOBBE E’ COLPITO ANCORA Gobbe 1-42
Per volontà del Signore, Giobbe era stato duramente colpito nei suoi affetti e nelle sue ricchezze: tutti i suoi figli e tutte le sue figlie erano morti, e aveva perduto anche tutti i suoi averi. Eppure Giobbe si era sottomesso alla volontà del Signore: molto si era addolorato, ma non aveva odiato Dio. Ma Satana non era soddisfatto: voleva che Giobbe si allontanasse da Dio. Allora Satana disse al Si­gnore: «Io so perché Giobbe conti­nua a benedirti: è ancora vivo e in buona salute. Prova a colpire il suo corpo, e ti maledirà!» E il Signore disse a Satana: «E’ in tuo potere, ma risparmiagli la vita. Vedremo se mi ama davvero!» Satana allora colpì Giobbe con piaghe in tutto il corpo, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe, in segno di lutto, andò a sedersi su un mucchio di cenere. Molto grande davvero era la sua sofferenza! Sua moglie gli disse: «Insisti anco­ra ad accettare la volontà di Dio? Ormai devi maledirlo, dopo tutto quello che ti è successo!» «Tu parli come una sciocca» ri­spose Giobbe. «Se da Dio accettia­mo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»




 
10
GIOBBE E I TRE AMICI Gobbe 1-42
Giobbe era stato colpito da ogni male: aveva perso i figli, non aveva più alcuna ricchezza e il suo corpo era tutto piagato. Eppure egli rima­neva fedele al Signore. Un giorno vennero tre suoi amici: essi commiserarono Giobbe e mo­strarono comprensione per lui, ma non poterono fare a meno di dirgli che se soffriva tanto, doveva avere commesso qualche male. A questi discorsi Giobbe replica­va che quello non era il suo caso. Egli non aveva commesso alcun male: soffriva senza saper il perché.





 
11
GIOBBE INTERROGA DIO Gobbe 1-42
Giobbe, provato da tante sofferen­ze, levò infine la sua voce a Dio, chiedendogli la causa della sua grande tribolazione. Ma il Signore da un turbine gli ri­spose che non tutto possono capire gli uomini. Soltanto Dio sa il perché di tante cose, lui che è il creatore del cielo e della terra. Disse il Signore: «Chi è costui che vuole insegnare a me? Dov'eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra? Dillo, se sei tanto intelli­gente! Chi decise le sue dimensio­ni? Chi l'ha resa salda, mentre can­tavano in coro le stelle del mattino e applaudivano tutti gli angeli? «Da quando vivi, hai mai coman­dato al mattino di avanzare, hai mai detto al sole dove sorgere? Sei mai arrivato dove comincia il mare, hai mai passeggiato sul fondo degli abissi? Qual è la strada per andare dove abita la luce? Sei mai giunto ai serbatoi della neve e della grandi­ne? Puoi tu alzare la voce fino alle nubi, e ordinare che piova?» Allora Giobbe rispose al Signore e disse: «Si tratta di cose troppo grandi per me. Perciò mi pento di avere osato chiederti conto, e non dirò altro né replicherò, ma farò pe­nitenza sulla cenere!»



  12
GIOBBE PREMIATO Giobbe 1-42
Benché colpito da tante sventure, Giobbe non si ribellò al Signore, né pretese di capire quello che soltanto il Signore conosce. E il Signore apprezzò la pazienza e l'umiltà di Giobbe, e gli ridiede la salute e la ricchezza: anzi, gli diede il doppio di quello che aveva prima. Tutti gli amici vennero a far festa con lui, e lo consolarono di tutte le sue disgrazie. Così il Signore benedisse gli ulti­mi giorni di Giobbe più dei primi. Egli vide figli e nipoti, fino alla quar­ta generazione.



13
NELL’ATTESA DEL MESSIA Daniele 7

Colui che i profeti avevano prean­nunciato, il Messia lungamente atte­so da quella parte del popolo d'I­sraele che era rimasta fedele al Si­gnore, nel tempo stabilito da Dio finalmente giunse. Si avverava così la profezia di Daniele. Essa è nota come «la visio­ne del Figlio dell'uomo» e ci presen­ta un Anziano attorniato da angeli di fronte a cui, sulle nubi del cielo, giunge un Figlio di uomo: e a lui l'Anziano conferisce potere eterno e un regno che non avrà mai fine. Così parlò Daniele.

14
LA VISIONE DEL FIGLIO DELL’UOMO Daniele 7

«Guardavo, quand'ecco furono portati dei troni, e un Anziano di nobile aspetto sedette: la sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana. Il suo trono era come una vampa di fuoco. «Guardavo, quand'ecco apparve sulle nubi del cielo uno, simile a un Figlio di uomo. Giunto fino all'An­ziano fu presentato a lui ed egli gli diede potere, gloria e regno. Tutti i popoli serviranno il Figlio dell'uo­mo. Il suo potere è eterno, e il suo regno non sarà mai distrutto».
15
L'ATTESO E’ QUI Daniele 7

Quando il profeta Daniele scrisse la visione del Figlio dell'uomo, era come se proponesse un enigma: che cosa mai voleva dire? Quando però Gesù, riferendosi alla sua vita terrena e alla sua mis­sione, varie volte ha chiamato se stesso Figlio dell'uomo, allora tutto è diventato chiaro. Egli, Gesù, è Dio perché viene dal cielo. E’ uomo, e infatti ha l'a­spetto di un figlio di uomo. Dio Pa­dre, l'Anziano, lo ha reso re dell'u­niverso, e re che regna per sempre: infatti è Dio, e perciò vive in eterno.

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1/17/2017 7:02 PM
 
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16

ZACCARIA E ELISABETTA Luca 1

Al tempo in cui sulla Palestina re­gnava Erode, tra i sacerdoti che a turno prestavano servizio nel tem­pio di Gerusalemme c'era un uomo di nome Zaccaria. Egli era ormai molto avanti negli anni, e così era anche sua moglie Elisabetta. Zaccaria e Elisabetta erano buo­ni, preoccupati di osservare in tutto la legge del Signore; ma avevano un dispiacere: il Signore non aveva concesso loro di avere un figlio, benché lo avessero pregato tanto. Ora erano vecchi, e avevano per­so la speranza di averne uno. Un giorno in cui era di servizio nel tempio, toccò a Zaccaria entrare nel Santo, la stanza dove soltanto i sacerdoti potevano entrare, ad offri­re al Signore l'incenso, mentre fuori il popolo attendeva pregando. Era dunque intento a mettere l'incenso sul braciere, collocato so­pra l'altare d'oro, quando Zaccaria vide un angelo del Signore, in piedi alla destra dell'altare. A quella apparizione egli fu preso da timore; ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria! Il Signore ha ascoltato le tue preghiere, e con­cede a te e a tua moglie Elisabetta di avere un figlio, al quale metterai nome Giovanni».



17
ZACCARIA E L’ANGELO Luca 1
L'angelo, là nel tempio, aveva par­lato a Zaccaria: gli aveva annuncia­to che lui e sua moglie Elisabetta, benché vecchi, avrebbero avuto un figlio. Zaccaria non riusciva a cre­derci, ma l'angelo gli disse: «Tu sa­rai molto felice della sua nascita; e molti saranno a rallegrarsi. Egli pre­parerà un popolo ben disposto ad accogliere il Signore che sta per ve­nire. Io sono Gabriele, e sto al co­spetto di Dio. E lui che mi ha man­dato a parlarti. Poiché tu non credi, ecco: resterai muto fino a quando queste cose si realizzeranno».





 
18
ZACCARIA TORNA A CASA Luca 1
Il sacerdote Zaccaria aveva dubitato di poter divenire padre di un bam­bino; per questo l'angelo Gabriele gli aveva detto: «Come segno che dico la verità, resterai muto fino a quando quello che ti ho annunciato si avvererà». E difatti Zaccaria, uscito dal tem­pio, non riusciva più a parlare, e con la folla che lo stava attendendo dovette cercare di spiegarsi a gesti. Allora tutti compresero che nel tem­pio egli aveva avuto una visione. Concluso il suo servizio, Zaccaria tornò a casa, e dopo qualche tempo sua moglie Elisabetta si accorse che l'annuncio del Signore stava per realizzarsi: ella sarebbe diventa­ta madre di un bambino. Si rese conto che questo era dovuto a un grande favore da parte di Dio, e al­lora ringraziò con tutto il cuore il Si­gnore, che aveva esaudito la sua preghiera. Quel bambino, di cui lo stesso angelo Gabriele aveva indicato il nome, era Giovanni, che significa "Dio è favorevole". In seguito egli fu anche chiamato Giovanni Batti­sta. A lui il Signore affidò il grande compito di preparare il popolo d'I­sraele ad accogliere Gesù, il Messia annunciato dai profeti.






  19
UNA GIOVANE DI NOME MARIA Luca 1
L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in un villaggio della Palestina chiamato Nazaret. Là viveva una giovane donna di nome Maria: Dio conosceva il suo cuore, che era col­mo di fede e di amore per lui. Per questo il Signore aveva già fatto per Maria una cosa straordinaria: l'ave­va ricolmata della sua grazia, cioè l'aveva come riempita, da sempre, di tutto il suo amore. Dio aveva fatto questo, perché aveva visto che, fra tutte le donne, Maria era la più degna di divenire la madre del suo Figlio.










 
 
 
20
MARIA MADRE DI DIO Luca 1
Un giorno l'angelo Gabriele fu in­viato da Dio nel villaggio di Nazaret. Egli entrò nella casa di Maria e le disse: «Ave, piena di grazia, il Si­gnore è con te». Quello era un saluto insolito, e Maria si chiese che cosa significasse­ro quelle parole. L'angelo proseguì: «Non temere, Maria: tu hai tutto il favore di Dio. Per questo diverrai la madre di un bimbo, al quale mette­rai nome Gesù. Egli sarà grande! L'Altissimo Signore Dio lo chiamerà suo Figlio, e gli darà il trono di Davi­de suo antenato. Egli regnerà sul suo popolo, e il suo regno non avrà mai fine». Maria allora chiese: «Come posso avere un bimbo, se non sono anco­ra sposata?» L'angelo Gabriele le spiegò: «Lo Spirito Santo scenderà su di te; la potenza dell'Altissimo Dio ti avvol­gerà come una nube: e il bimbo che nascerà sarà santo, sarà il Figlio di Dio. Ti do una prova che dico il vero: sta per avere un bimbo anche la tua parente Elisabetta, benché vecchia, perché nulla è impossibile al Signore Dio». Allora Maria disse: «Eccomi: sono la serva del Signore. Voglio fare la sua volontà: accada pure quello che tu hai detto!»












21
MARIA VA A TROVARE ELISABETTA Luca 1
Maria aveva saputo dall'angelo Ga­briele che la sua anziana parente Elisabetta era in attesa di un figlio, quel figlio che aveva tanto atteso e che ora giungeva come un segno: Dio aveva ascoltato le preghiere sue e del suo sposo Zaccaria. Decise allora di andare a trovare Elisabetta, per darle la bella notizia che anche lei, Maria, attendeva un bimbo, il cui padre era Dio. Ma Elisabetta già lo sapeva, perché quan­do Maria giunse nella sua casa e la salutò, ella si sentì come ispirata da Dio e rispose: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Quale grande grazia, che la madre del mio Signore venga da me!» Elisabetta ricordò poi il suo sposo Zaccaria, che in cuor suo aveva du­bitato delle parole con le quali gli era stato annunciato il dono di un figlio, e per il suo dubbio era rima­sto muto. La giovane Maria, invece, non aveva dubitato. Per questo, Elisa­betta aggiunse: «Beata te, Maria, perché hai creduto che il Signore avrebbe realizzato tutto quello che ti ha fatto annunciare». Allora Maria rispose con un inno di lode al Signore Dio.




22
IL SUO NOME E’ GIOVANNI Luca 1
Maria, che stava per divenire la ma­dre di Gesù, rimase con la sua pa­rente Elisabetta fino a quando a quest'ultima nacque il bimbo an­nunciato dall'angelo al padre incre­dulo, Zaccaria. Proprio perché ave­va dubitato delle parole dell'inviato di Dio, Zaccaria era rimasto muto. Otto giorni dopo la nascita, secon­do l'usanza, bisognava dare il nome al bambino. Poiché il padre non poteva parla­re, i parenti pensarono che il bambi­no dovesse essere chiamato Zacca­ria. Ma Elisabetta intervenne e disse: «No, si chiamerà Giovanni!» «Giovanni?» chiesero gli amici e i parenti. «Perché? Nessuno nella tua famiglia porta questo nome». Poi fecero segni al padre del bambino, che non poteva parlare, per sapere come voleva che lo si chiamasse. Zaccaria, spiegandosi a segni, si fece dare una tavoletta e vi scrisse sopra: «Giovanni è il suo nome». E non appena ebbe scritto il nome del bambino, proprio come l'angelo Gabriele aveva annunciato, Zacca­ria recuperò l'uso della parola, e in­nalzò un inno di lode al Signore. Parenti e vicini si meravigliarono delle cose insolite che accadevano, e si domandavano: «Che cosa di­venterà questo bambino?»





23
GIUSEPPE IL FALEGNAME Matteo 1
Maria stava per diventare la madre del Figlio di Dio. Ella era fidanzata a Giuseppe, un umile falegname di Nazaret che era però un discenden­te del grande re Davide. Quando seppe che Maria, la sua promessa sposa, stava per diventa­re la madre di un bimbo, Giuseppe pensò di liberarla dalla promessa. Ma un angelo gli apparve, e gli spiegò: «Giuseppe, non esitare a prendere come tua sposa Maria: il suo bimbo è Figlio di Dio!» L'angelo gli disse anche il nome del bambino: Gesù, che significa "Dio è Salvatore", e aggiunse: «E’ proprio il nome giusto, perché quel bambino, Figlio di Dio, salverà il suo popolo dai suoi peccati». Allora Giuseppe ricordò tante cose dette dai profeti e scritte nei li­bri sacri che si leggevano ogni saba­to nella sinagoga. Ricordò in parti­colare che il profeta Isaia aveva par­lato di una donna non sposata che avrebbe avuto un figlio, chiamato Emmanuele, nome che significa “Dio è con noi”. Il bambino di Maria era dunque lui l'Emmanuele, Dio che si faceva uomo come noi per stare con noi! Giuseppe si sentì il cuore pieno di amore per Dio, che realizza cose meravigliose e adempie alle pro­messe, e si rese conto di quale grande incarico riceveva in quel momento da Dio: essere il custode, il protettore del Figlio di Dio, tenere in terra il posto del padre. Allora Giuseppe non ruppe il fi­danzamento, e prese Maria come sua sposa, ed ebbe cura di lei. Gli altri non sapevano come stavano le cose; così, quando il bimbo nacque, tutti pensarono che fosse figlio di Giuseppe. Per la legge egli era figlio di Giuseppe, e poiché Giuseppe era un discendente di Davide, anche Gesù fu considerato un discendente dell'antico re. Anche questo, come avevano detto i profeti.
 
24
DA NAZARET A BETLEMME Luca 2
Cesare Augusto, l'imperatore di Roma che comandava anche in Pa­lestina, ordinò che si facesse un censimento: voleva cioè che si con­tassero quanti abitanti vivevano nel­l'Impero romano. Il censimento doveva svolgersi così: ognuno doveva andare a farsi registrare nel luogo d'origine della sua famiglia. Poiché Giuseppe era discendente di Davide, e Davide era di Betlemme, dovette andare da Nazaret, dove abitava, a Betlemme: egli prese un somarello, gli fece sali­re In groppa Maria, e partì.



 
25
E’ NATO GESU’ Luca 2
Giuseppe e Maria, la sua sposa, erano in viaggio da Nazaret a Betlemme. Era questo un viaggio piut­tosto lungo e disagevole, specie per Maria, la quale stava per dare alla luce il suo bambino. Ma bisognava andare, perché l'imperatore di Roma, che comandava anche in Palestina, aveva ordinato che cia­scuno si recasse nel suo luogo d'ori­gine per il censimento. I viaggi allora si facevano così: si camminava durante il giorno, e la notte ci si fermava nelle locande che si trovavano lungo la strada. Per alleviare la fatica di Maria Giu­seppe la faceva viaggiare in groppa a un asinello. Dopo parecchi giorni di cammino Giuseppe e Maria arrivarono a Be­tlemme, la città di Davide, affollata di forestieri anch'essi venuti per il censimento. Giuseppe cercò alloggio nella lo­canda, ma la trovò tutta piena. Ma­ria stava per dare alla luce il bambi­no, e bisognava trovare un riparo. Giuseppe trovò una grotta, di quel­le che i pastori e i contadini usava­no come stalla. E là, in quella grot­ta, Maria diede alla luce il suo bam­bino, il Figlio di Dio. Con cura ella lo avvolse in fasce, e lo depose nella mangiatoia.
 
 
26
IL CANTO DEGLI ANGELI Luca 2
Nei campi intorno a Betlemme c'e­rano dei pastori, i quali passavano la notte all'aperto per fare la guar­dia al loro gregge. Una notte accadde una cosa stra­ordinaria: d'improvviso essi furono tutti avvolti e rischiarati da una grande luce, e nella luce videro un angelo del Signore. I pastori furono presi da timore, ma l'angelo disse loro: «Non teme­te: vi porto una bella notizia, una notizia che procurerà grande gioia a voi e a tutto il popolo. Oggi a Be­tlemme, la città di Davide, è nato il Salvatore, il Messia annunciato dai profeti, il Signore! Andate a veder­lo; lo riconoscerete quando trovere­te un bambino avvolto in fasce, de­posto in una mangiatoia». E subito si unirono a quello che aveva parlato altri angeli, che si mi­sero a lodare Dio dicendo: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama». Concluso il loro canto di lode, gli angeli si allontanarono dai pastori ri­salendo verso il cielo. I pastori, an­cora tutti stupiti per quello che ave­vano visto e sentito, si dissero l'un l'altro: «Andiamo fino a Betlemme, per vedere quello che è successo e che il Signore ci ha fatto conoscere».


27
L’ANNUNCIO AI PASTORI Luca 2
L'angelo del Signore aveva dato un annuncio straordinario ai pastori che stavano a guardia delle loro greggi nei campi intorno a Betlem­me: a Betlemme era nato un bam­bino, il Cristo Signore, cioè il Mes­sia, di cui avevano parlato tante volte i profeti. Ed ora i pastori avevano la possi­bilità di vederlo, e avevano il privi­legio, loro così poveri e disprezzati da tutti, di vederlo per primi. Davvero Dio non fa differenza di persone: anzi, i poveri e gli umili sono i suoi prediletti!  


 

28
MARIA LODA IL SIGNORE Luca 1
Maria, chiamata da Dio a divenire la madre del suo Figlio Gesù, lodò il Signore con un grande inno, che molti ripetono tuttora come una preghiera. Maria così disse: «L'anima mia loda il Signore ed esulta, piena di gioia, in Dio mio salvatore, poiché egli ha guardato me, sua umile serva. D'ora in poi gli uomini che verranno mi chiameranno beata. Dio onnipotente ha fatto in me cose meravigliose. Santo è il suo nome: di padre in figlio sarà misericordioso verso tutti coloro che lo amano. Egli ha mostrato la sua potenza: ha fatto fallire i progetti dei superbi, ha mandato in rovina i potenti, mentre ha dato aiuto agli umili. Ha colmato di beni gli affamati, mentre ha mandato via i ricchi a mani vuote. Si è ricordato di essere misericordioso e perciò ha mandato un soccorso a Israele suo popolo, secondo la promessa che aveva fatto ad Abramo e ai suoi discendenti, per sempre».
 

29
L'OMAGGIO DEI PASTORI Luca 2
I pastori avevano ricevuto dall'angelo l'annuncio che a Betlemme era nato il bambino Gesù. Andarono dunque in fretta a Betlemme, e nel­la stalla dove Giuseppe e Maria avevano trovato riparo videro il bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia. Allora i pastori ringraziarono Dio, perché quel bambino era la prova dell'amore che Dio aveva per gli uomini. I pa­stori, poi, non tennero la loro gioia tutta per sé, ma a tutti quelli che in­contravano raccontavano l'evento meraviglioso che si era verificato.

[Edited by Credente. 1/17/2017 7:05 PM]
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1/17/2017 7:08 PM
 
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ZACCARIA RINGRAZIA IL SIGNORE Luca 1
Quando nacque il suo bambino Giovanni, il padre Zaccaria innalzò un canto di lode al Signore per le meraviglie che si andavano com­piendo. «Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha fatto visita e ha liberato il suo popolo. Tra i discendenti di Davide ha fatto nascere un Salvatore, come aveva promesso per bocca dei santi profeti. Egli è stato misericordioso. Ora possiamo servirlo senza paura, fedeli a lui per tutta la vita. E tu, figlio mio, diventerai profeta dell'Altissimo Dio: camminerai davanti al Signore a preparargli la strada. Annuncerai al suo popolo che Dio lo salva nella sua bontà e perdona tutti i suoi peccati. Il Signore brillerà per noi come il sole nelle tenebre e guiderà i nostri passi sulla strada della pace». E così fu: Giovanni, il bambino che era nato, crebbe nel corpo e nello spirito preparandosi alla mis­sione che lo attendeva. Egli sarebbe stato l'ultimo dei profeti, incaricato di indicare che Gesù, il Messia, era arrivato tra gli uomini.





  
31
UN BAMBINO E’ NATO PER NOI Isaia 9; 11; 35; 62
Il bambino nato a Betlemme era il Messia, cioè il Salvatore tanto atte­so dai profeti e dal popolo di Israe­le. Così il profeta Isaia aveva an­nunciato la sua venuta: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. «Un bambino è nato per noi! Sul­le sue spalle egli porta gli emblemi del Re. «Grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine, nel regno che egli viene a rendere saldo e forte: nel suo regno tutti faranno ciò che è buono e giusto davanti a Dio. «Egli, discendente di Davide, por­terà con sé lo Spirito di Dio. Non giudicherà secondo le apparenze, ma con giustizia, senza ri­guardo per i potenti e i violenti. «Nel suo regno, il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitellino e il leone pascoleranno assieme, e ba­sterà un fanciullo a guidarli. Insieme al pascolo andranno anche la muc­ca e l'orsa, con i loro piccoli. Il leo­ne si ciberà di paglia, senza uccide­re più; il bimbo giocherà senza peri­colo con i serpenti. «In tutto il regno di Dio nessuno più si comporterà male; tutti vivran­no in armonia e in pace. «Ecco: arriva il Salvatore».










 
 
L’angelo del Signore aveva detto a Maria: «Quando nascerà il tuo bambino, il Figlio dell'Altissimo Dio, tu gli met­terai nome Gesù». Quel bambino nacque nella grotta di Betlemme, e secondo l'uso ebrai­co il nome gli fu imposto otto giorni dopo. Il nome fu naturalmente quel­lo indicato dall'angelo: Gesù, che si­gnifica "Dio è Salvatore". Infatti, per mezzo di quel bambino Dio interve­niva a salvare il suo popolo. I profeti l'avevano predetto secoli prima: un giorno Dio avrebbe man­dato un salvatore, e lo chiamavano Messia, cioè "Consacrato dal Si­gnore. Dire Messia è come dire Cristo: ecco perché Gesù fu poi chiamato anche Cristo. Gesù era il primo figlio di Maria, e la legge ebraica diceva che il pri­mo figlio apparteneva al Signore, e bisognava in un certo senso compe­rarlo da lui, offrendogli in cambio due tortore o due giovani colombi. Per questo, quaranta giorni dopo la nascita, Maria e il suo sposo Giu­seppe portarono Gesù nel tempio del Signore, a Gerusalemme, e por­tarono anche due tortorelle da offri­re al Signore. Nel tempio incontrarono un uomo, di nome Simeone. Era un uomo buono, che in tutta la sua vita aveva sempre cercato di com­portarsi come piace al Signore. Simeone ricordava le parole dei pro­feti, e aspettava con ansia il giorno in cui il Signore avrebbe mandato il Messia. E il Signore gli aveva pro­messo che prima di morire egli avrebbe avuto la gioia di vederlo, il Messia tanto atteso. Il giorno in cui Maria e Giuseppe portarono Gesù al tempio, Simeone aveva avuto l'ispirazione di recarsi anche lui nella casa del Signore. Quando egli vide quel bambino, Dio gli fece capire che quello era il Messia. Allora Simeone lo prese tra le braccia, e ringraziò il Signore con tutto il cuore. Disse: «Ora, Signore, lascia pure che io, tuo servo, vada in pace, come tu hai promesso, perché i miei occhi hanno visto il Salvatore che tu hai mandato. Tu l'hai messo davanti a tutti i popoli della terra, come una luce che illumina tutte le nazioni e dà gloria al tuo popolo, Israele». Maria e Giuseppe erano meravigliati al sentire quelle Simeone li benedisse, e parlò loro alla madre del bambino, Maria, dicendo: «Questo bambino sarà la causa della rovina o della salvezza di uomini del popolo d'Israele. Sarà un segno di Dio, che metterà in chiaro le intenzioni di molti, intenzioni che essi tengono nascoste nel cuore. E a te, Maria, una spada trafiggerà l'anima». Con quelle misteriose parole Si­meone voleva dire che Gesù, in futuro, sarebbe stato accolto da una parte del popolo ebraico, mentre un'altra parte lo avrebbe rifiutato. Coloro che lo accolgono, cioè cre­dono in lui e lo amano, si salvano perché andranno in paradiso, men­tre per chi lo rifiuta sarà la rovina. Quanto a Maria, ella avrebbe molto sofferto a vedere il suo figlio rifiuta­to: avrebbe sofferto come se una spada l'avesse trafitta. Nel tempio, quel giorno, Maria e Giuseppe incontrarono anche una donna, di nome Anna. Ella era mol­to vecchia, aveva ottantaquattro anni, e da molti anni, da quando era rimasta vedova, si era dedicata totalmente a Dio; viveva nel tem­pio, e notte e giorno dimostrava a Dio tutto il suo amore per lui, con sacrifici e preghiere. Quando vide il bambino, anche Anna comprese di chi si trattava; al­lora, come Simeone, si mise a loda­re Dio, e parlava del bambino a tut­ti coloro che aspettavano la venuta del Messia. Non fu quella l'unica volta che i suoi genitori portarono Gesù nel tempio di Gerusalemme. Tutti gli anni Giuseppe e Maria sua sposa si recavano a Gerusalem­me per la festa di Pasqua, e porta­vano con sé anche Gesù. Quando egli ebbe dodici anni, accadde che, trascorsi i giorni della festa, mentre Giuseppe e Maria si avviarono verso casa, Gesù rimase a Gerusalemme. Giuseppe e Maria viaggiavano con numerosi altri pellegrini, gli uo­mini separati dalle donne, come si usava. Il primo giorno di cammino essi non si accorsero che mancava Gesù: Giuseppe pensava che fosse con Maria, e Maria pensava che fosse nel gruppo degli uomini. Sol­tanto alla sera si accorsero della sua assenza: allora subito, lasciato il gruppo, tornarono a Gerusalemme. Dopo tre giorni di ansiose ricer­che lo trovarono nel tempio, intento a discutere con gli anziani e i mae­stri, i quali si meravigliavano della sua intelligenza e delle tante cose che sapeva. Sua madre allora gli disse: «Quanto ci hai fatto stare in pensie­ro!» Ma Gesù rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Pa­dre mio?» Il fanciullo Gesù sapeva che il pa­dre suo non era Giuseppe, come gli altri pensavano, ma Dio!
Luca 2
  1
I MAGI D’ORIENTE Matteo 2
Nella notte in cui nacque Gesù, il Signore non solo mandò l'angelo a dare il gioioso annuncio ai pastori, ma mandò anche un messaggio ad alcuni Magi, cioè uomini saggi e sa­pienti, che abitavano in un lontano paese d'Oriente. Questo messaggio era una nuova stella che all'improv­viso prese a brillare nel cielo. Vedendola, in base ai loro studi, i Magi pensarono: «Questa stella se­gna la nascita di una persona molto importante, di un re, il re dei Giu­dei. Dobbiamo seguirla, trovare il bambino che è nato e adorarlo! »






 
2
PORTERANNO ORO E INCENSO Genesi 49; 2Samuele 7; Isaia 60
La nascita di Gesù dapprima fu un avvenimento conosciuto da poche persone. In seguito, quando nel po­polo d'Israele furono in molti a sa­perlo, molti si accorsero anche che essa realizzava le parole dei profeti. Giacobbe, per esempio, nel be­nedire i suoi figli previde che Giuda avrebbe regnato per sempre. Il profeta Natan aveva annuncia­to a Davide, della tribù di Giuda, che a regnare per sempre sarebbe stato un suo discendente. Tutto questo si realizzava in Gesù: egli era un uomo, appartenente alla tribù di Giuda e discen­dente di Davide. Ed era Dio: un re che regna per sempre, perché non muore mai! C'era dunque di che rallegrarsi, come aveva detto il profeta Isaia: «Alzati, Gerusalemme, vestiti di luce, perché risplende su dite e ti illumina la gloria del Signore! «Ecco: le tenebre ricoprono la terra, ma su di te risplende il Signore! «Allora verso la tua luce si incammi­neranno i popoli. I loro re saranno attratti da Colui che ti illumina. «Gli stranieri ti porteranno i loro te­sori; uno stuolo di cammelli ti inva­derà: porteranno oro e incenso, e verranno a lodare il Signore!»









3
I VIAGGIO DEI MAGI Matteo 2
Una nuova stella, grande e lumino­sa, era apparsa all'improvviso nel cielo, a significare che un nuovo re dei Giudei era nato, e i Magi d'Oriente avevano deciso di seguirla. Essi fecero preparare una carovana di cammelli, cercarono i doni adatti per il nuovo nato e partirono. Dopo un lungo viaggio, sempre guidati dalla stella, i Magi giunsero a Gerusalemme. «Dov'è il re dei Giudei che è nato?» domandavano i Magi. «Ab­biamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo!»







 
4
ERODE RE DEI GIUDEI Matteo 2
Al tempo in cui Gesù nacque a Be­tlemme, regnava sulla Giudea Ero­de, un re crudele e sanguinario. Egli era salito al trono con l'ap­poggio dei Romani, che avevano conquistato l'intero territorio della Palestina, ma che avevano conces­so il regno a Erode per governare meglio su quel paese. Erode regnò fino a qualche anno dopo la nascita di Gesù. La gelosia e il sospetto lo condussero a fare uccidere parecchi membri della sua famiglia. La gelo­sia e il sospetto lo indussero anche a perseguitare il piccolo Gesù.






 
  5
IL RE ERODE E I MAGI Matteo 2
Era credenza comune tra gli orien­tali che l'apparizione di un nuovo astro nel cielo significasse la nascita di un grande personaggio. Così il re Erode, quando venne a sapere che i Magi erano arrivati a Gerusalem­me seguendo la stella e che cerca­vano il nuovo re dei Giudei, si tur­bò e si impaurì. Egli era pieno di so­spetto verso questo nuovo re dei Giudei, che avrebbe potuto insidiar­gli il trono. Che fare? Erode, dunque, convocò i capi dei sacerdoti e chiese loro dove sa­rebbe dovuto nascere il Messia, di cui da secoli parlavano i profeti. Gli fu risposto: «A Betlemme, perché il profeta Michea l'ha detto chiara­mente con queste parole: "E tu, Betlemme, non sei certo l'ultima delle città della Giudea, perché in te nascerà un capo che guiderà il mio popolo, Israele!"». Questo fu il piano di Erode: egli chiamò segretamente i Magi, si fece dire con esattezza quando era com­parsa la grande e nuova stella nel cielo e li invitò a recarsi a Betlemme con queste false parole: «Andate a Betlemme e cercate con cura il bam­bino. E quando l'avrete trovato, tor­nate da me a dirmelo, perché an­ch'io possa andare a rendergli omaggio e ad adorarlo!»

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1/17/2017 7:10 PM
 
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6
L’ADORAZIONE DEI MAGI Matteo 2
Il re Erode voleva che i Magi d'Oriente lo aiutassero a scoprire dove si trovava il bambino che dicevano sarebbe divenuto re dei Giudei. In realtà, egli non aveva alcuna inten­zione di andare a rendere omaggio ad un rivale: egli voleva sapere dove si trovava, per eliminarlo! I Magi ripartirono e la stella che avevano visto in Oriente brillava sul loro capo e li guidava. Nel vederla, essi provavano una grandissima gioia. Infine la stella si fermò sopra il luogo in cui si trovava il bambino Gesù con Maria, sua madre. Essi si inginocchiarono e lo adorarono; poi gli offrirono i loro doni. Aperto uno scrigno, uno di loro gli offrì oro, un dono davvero adatto ad un re. Un altro tirò fuori dallo scrigno l'incenso, capace di spandere il suo gradevole profumo quando veniva messo a bruciare sul fuoco, ed era an­ch'esso un dono degno di un re. Un altro ancora aprì uno scrigno e ne prese la mirra, una resina profu­mata, preziosa anche per le sue proprietà medicinali: anche questo era un dono raro e degno di un re. A rendere omaggio a Gesù, dun­que, non furono solo gli umili pa­stori che badavano alle loro greggi presso Betlemme, ma anche gli illu­stri sapienti venuti dall'Oriente.










 
7
I BAMBINI DI BETLEMME E IL RE ERODE Matteo 2
I Magi, guidati dalla stella, erano ar­rivati alla grotta di Betlemme e ave­vano adorato il bambino Gesù. Era tempo, ora, di fare ritorno al loro paese. In sogno, però, il Signore avvertì i Magi di non riferire nulla ad Erode e di non ritornare da lui. E così i Magi non passarono da Ge­rusalemme, ma rientrarono nel loro paese per un'altra strada. Quando si rese conto che i Magi si erano presi gioco di lui e se ne erano andati senza avvertirlo e sen­za ripassare da Gerusalemme, Erode si infuriò e cercò un altro modo per eliminare il nuovo nato di Be­tlemme, il bambino che egli pensa­va che sarebbe divenuto suo rivale nel regno di Giuda. Così Erode mandò i suoi soldati a Betlemme e nel suo territorio, con l'ordine di uccidere tutti i bambini dai due anni in giù, che rappresen­tavano il tempo passato da quando i Magi gli avevano rivelato di avere visto la stella nel cielo. L'ordine crudele, purtroppo, fu eseguito, e ne risultò una strage: tutti i bambini al di sotto dei due anni a Betlemme e nel suo territorio furono uccisi. Ma per quanto riguar­dava il bambino Gesù, quest'ordine crudele si rivelò inutile.









 
8
LA FUGA IN EGITTO Matteo 2
Il crudele massacro dei bambini di Betlemme, voluto dal re Erode, non riuscì a colpire il bambino Gesù. In­fatti un angelo del Signore era ap­parso in sogno a Giuseppe e gli aveva ordinato: «Alzati! Prendi con te il bambino e sua madre, e fuggi in Egitto, perché Erode sta cercan­do di uccidere il bambino. In Egitto tu resterai con il bambino e sua ma­dre fino a quando io ti avvertirò di tornare!» Giuseppe, destatosi, subito fece quanto gli aveva detto l'angelo: prese il bambino, Maria sua madre, e di notte fuggì in Egitto, dove rima­se fino alla morte di Erode. In que­sto modo il bambino Gesù si salvò, e si avverò anche ciò che aveva detto il Signore per mezzo del suo profeta Osea: «Dall'Egitto ho chia­mato mio figlio!» Quando Erode morì, un angelo apparve nuovamente in sogno a Giuseppe che si trovava in Egitto: «Alzati! Prendi con te il bambino e sua madre, e torna nel paese di Israe­le. Sono morti, infatti, coloro che insi­diavano alla vita del bambino!» Giuseppe, nuovamente, fece quanto l'angelo gli aveva comanda­to: si alzò, prese con sé il bambino Gesù e sua madre e si mise in viag­gio dall'Egitto verso il paese Israele.











 
9
GESU’ DI NAZARET Matteo 2; Luca 2
Dall'Egitto, dov'era fuggito per sal­vare la vita del bambino Gesù, Giu­seppe tornò nella terra di Israele, e precisamente nel suo villaggio di Nazaret. Là Gesù crebbe e si fece robusto; era pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. Visse a Naza­ret, sempre obbediente a Maria sua madre, e a Giuseppe, fino a quan­do ebbe circa trent'anni. Per que­sto, benché fosse nato a Betlemme, fu chiamato Nazareno. Nessuno in quegli anni si accorse che era il Figlio di Dio.







 
10
GIOVANNI INVITA ALLA PENITENZALuca 3
Giovanni, il bambino nato da Zac­caria e da Elisabetta pochi mesi pri­ma della nascita di Gesù, crebbe nel corpo e nello spirito. Su di lui, ormai uomo, scese la parola di Dio. Giovanni stava sulla riva del fiu­me Giordano e diceva: «Sta per ve­nire il Messia annunciato dai profeti! Dovete chiedere perdono a Dio per le vostre colpe, e cambiare vita». Tutti avevano un grande rispetto per Giovanni, perché egli per primo metteva in pratica quello che diceva agli altri. Aveva trascorso molti anni nel deserto, nutrendosi di cavallette e di miele selvatico, e vestiva pove­ramente con una veste di peli di cammello. Quelli che erano disposti a cam­biare vita si avvicinavano a lui nel­l'acqua, ed egli versava loro altra acqua sul capo, cioè li battezzava. Per questo Giovanni è chiamato Battista, che vuol dire battezzatore. Alcuni gli chiedevano: «Che cosa dobbiamo fare per divenire più buoni?» Giovanni rispondeva: «Chi ha due vestiti, ne dia uno a chi non ne ha. Chi ha da mangiare più del necessario, faccia altrettanto!»  Vennero a farsi battezzare anche alcuni esattori delle tasse, e an­ch'essi gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?» A loro Gio­vanni rispose: «Non fatevi dare per le tasse neanche una lira più del giusto». Lo interrogavano anche i soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?» E Giovanni diceva: «Non approfittate della vostra forza e delle armi che portate. Non maltrattate nessuno!» Tutti avevano tanta ammirazione per Giovanni, da chiedersi se per caso il Messia non fosse proprio lui. Ma egli spiegò: «No! Il Messia è molto più grande di me! Io non sono neppure degno di toccargli i sandali! Io vi battezzo con l'acqua. Egli vi darà, con l'acqua del battesi­mo, lo Spirito Santo!»
  11
GIOVANNI A GESU’: «ECCO L’AGNELLO DI DIO» Giovanni 1
Giovanni il Battista, cioè il battezzatore, se ne stava dunque sulle rive del fiume Giordano. Invitava i catti­vi a cambiare vita, per prepararsi ad accogliere con animo puro il Messia che stava per venire. E quelli che erano disposti a cambiare vita, Gio­vanni li battezzava. Il suo comportamento era sor­prendente, e tutti volevano saperne di più. Per questo lo interrogavano: «Per caso, sei tu il Cristo, cioè il Messia annunciato dai profeti?»   «No, non sono io» rispondeva Giovanni. «Sei allora Mosè, o il profeta Elia tornato nel mondo?» «No» ri­spondeva Giovanni. «Insomma, chi sei?» A questa domanda Giovanni rispose: «Come disse tanto tempo fa il profeta Isaia, io sono una voce che grida nel de­serto: preparate la strada al Signore che viene!» E un giorno il Signore, Gesù, venne davvero. Gesù aveva lasciato Nazaret e si era recato sulle rive del Giordano dove Giovanni stava battezzando. Quando lo vide venire verso di lui, Giovanni disse alla folla che lo cir­condava: «Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo. Egli è il Figlio di Dio!»  









 
12
IL BATTESIMO DI GESU’ Matteo 3
Gesù si avvicinò a Giovanni, che stava battezzando gli Ebrei sulle rive del fiume Giordano. Come tutti gli altri, anche Gesù entrò nell'acqua, come segno che voleva ricevere il battesimo. Ma questo Giovanni proprio non se l'aspettava: egli dava il battesi­mo ai peccatori, mentre Gesù non aveva nessun peccato. Anzi, egli era il Figlio di Dio venuto nel mon­do proprio per togliere i peccati deli uomini! Per questo Giovanni disse a Gesù: «Tu non devi farti battezzare. Piuttosto, io dovrei es­sere battezzato da te». Ma Gesù gli rispose: «Fa' come ti chiedo: c'è una ragione». La ragione Giovanni la comprese subito dopo: appena ebbe battezza­to Gesù, vide lo Spirito di Dio scen­dere come una colomba su Gesù, mentre una voce diceva: «Questi è il mio Figlio prediletto, che ha tutta la mia approvazione». La voce di Dio il Padre, mentre Dio il Figlio era lì, appena uscito dall'acqua, e Dio lo Spirito Santo era sceso sopra di lui! Le tre persone della santissima Trinità erano presenti insieme. Il momento era di grande solennità: Gesù cominciava l'opera per la quale era venuto nel mondo.




















13
GESU’ VINCE IL DIAVOLO Matteo 4  
 
 
 
 
 
Gesù aveva un compito importante da svolgere. Per prepararsi bene, si ritirò per quaranta giorni nel deser­to, senza mangiare, allo scopo di pregare meglio il Padre del cielo. Al termine dei quaranta giorni, ebbe fame. Allora Satana, il diavo­lo, pensò di approfittarne per fargli commettere qualcosa di male. Gli disse: «Se è vero che sei il Figlio di Dio, comanda che questi sassi di­ventino pane». Ma Gesù rispose: «L'uomo non vive soltanto di pane, ma anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo portò a Geru­salemme, sul pinnacolo più alto del tempio, e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù: Dio manderà gli an­geli a sorreggerti, per impedire che ti faccia male». Ma neppure stavolta Gesù cadde nel trabocchetto, e ri­spose: «E’ male mettersi nel perico­lo, e pretendere che Dio intervenga a salvare con un miracolo». Il diavolo insistette. Portò Gesù su un monte altissimo, gli mostrò tutta la terra con le sue ricchezze e disse: «Tutto quello che vedi io te lo darò, se ti inchinerai davanti a me e mi adorerai». Ma Gesù rispose: «Vattene, Satana! Bisogna adorare soltanto Dio».
 
14
GESU’ ANNUNCIA LA BELLA NOTIZIA Matteo 4
Gesù aveva circa trent'anni, quan­do lasciò Nazaret per cominciare a svolgere il compito per il quale era venuto sulla terra. Era andato a farsi battezzare da Giovanni al fiume Giordano, pre­senti il Padre e lo Spirito Santo. Aveva meditato per quaranta giorni nel deserto, dopo di che aveva vin­to il diavolo che voleva fargli com­mettere peccati. Ormai tutto era pronto: e Gesù prese a girare per le città e i villaggi della Palestina, e a tutti quelli che incontrava ripeteva: «Convertitevi, perché il regno dei cieli e vicino». Cioè, cambiate vita, siate amici sinceri di Dio, ed egli vi aprirà la porta del suo regno, dove si è felici per sempre. Queste parole di Gesù erano pro­prio un lieto annuncio per gli abi­tanti della Palestina. Erano il "van­gelo", cioè la "bella notizia" che essi attendevano da tempo. Non ne avevano forse parlato i profeti? Non l'aveva ripetuto anche Giovanni, a chi andava a farsi bat­tezzare da lui? Il Cristo, cioè il Mes­sia, doveva venire a rendere possi­bile una vera amicizia tra gli uomini e Dio. E il Messia, il Cristo, il Signo­re Gesù, era arrivato!
 
15
I PRIMI DISCEPOLI Luca 5
Un giorno Gesù parlava alla folla presso il lago Tiberiade. C'era an­che un pescatore di nome Simone. Gesù disse a Simone: «Esci al largo e cala le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo pescato con fatica tutta la notte, senza pren­dere nulla. Ma se lo dici tu, tornerò a gettare le reti!» E così fece, insieme con suo fra­tello Andrea. Quando ritirarono le reti, presero una quantità enorme di pesci, al punto che le reti quasi si rompevano. Dovettero chiedere aiuto ai loro soci, i fratelli Giacomo e Giovanni, i quali stavano su una barca vicina. Presero tanti pesci, che riempirono oltre misura en­trambe le barche. Simone e gli altri erano stupefatti. Gesù disse a Simone: «D'ora in poi tu sarai pescatore di uomini!» Vole­va dire che avrebbe portato gli uo­mini ad accogliere la bella notizia di cui parlava Gesù. Così Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni lasciarono il loro lavoro di pescatori per seguire Gesù. Furo­no i suoi primi discepoli. Simone, che abitava a Cafarnao, accolse Gesù nella sua casa. Simo­ne è quel discepolo a cui Gesù cambiò il nome e lo chiamò Pietro.

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1/17/2017 7:28 PM
 
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16
GESU’ CHIAMA FILIPPO E NATANAELE Giovanni1
Un giorno Gesù incontrò un uomo di nome Filippo, e lo invitò a dive­nire uno dei suoi discepoli. Filippo accettò, e quando a sua volta incontrò il suo amico Nata­naele gli disse, tutto contento: «Abbiamo incontrato il Messia, colui che i profeti hanno annunciato! E Gesù di Nazaret». Natanaele rimase indifferente. Ri­spose: «Di Nazaret? Può forse veni­re qualcosa di buono da quel minuscolo villaggio?» Ma Filippo insistet­te: «Almeno vieni a vedere!» Quando lo vide venirgli incontro, Gesù disse di lui: «Ecco un vero israelita, in cui non c'è falsità». Natanaele era sorpreso. Gli disse: «Tu mi conosci? Come mai?» Gesù gli rispose: «Prima che Filip­po ti chiamasse, io ti ho visto quan­do eri sotto il fico». Era vero che prima di incontrare Filippo, Natanaele stava all'ombra di un fico. Dunque quell'uomo non era un uomo come gli altri! Nata­naele comprese, ed esclamò: «Mae­stro, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!» Gli rispose Gesù: «Tu credi sol­tanto perché ti ho detto di averti vi­sto sotto il fico? Vedrai cose ben maggiori di questa!»



 
17
A CANA IL PRIMO MIRACOLO Giovanni 2
Nel villaggio di Cana di Galilea si celebrava uno sposalizio, al quale era stato invitato anche Gesù, con sua madre Maria e i suoi discepoli. Durante il pranzo di nozze venne a mancare il vino, col rischio di ro­vinare la festa. Maria se ne accorse e disse a Gesù: «Non hanno più vino». Gesù le rispose: «Non è ancora giunto il momento che io faccia miracoli». Ma Maria disse agli inservienti: «Fate quello che egli vi dirà». C'erano in quella casa sei grandi giare di pietra, che potevano contenere ciascuna due o tre barili. Gesù disse agli inservienti: «Riempite d'acqua le giare.» Quando gli inser­vienti ebbero fatto ciò che Gesù aveva detto, Gesù disse ancora: «Adesso prendete un po' di quello che c'è dentro le giare e portatelo ad assaggiare al capotavola». L'acqua era diventata vino, e del migliore! Il capotavola, quando l'ebbe assaggiato, disse allo sposo: «Di solito, nelle feste, tutti danno agli invitati prima il vino migliore. Poi, quando si è bevuto molto, of­frono quello meno buono. Tu inve­ce hai conservato il vino più buono da servire per ultimo!» Così Gesù diede inizio ai suoi mi­racoli, in Cana di Galilea.







 
18
GESU’ SCACCIA I MERCANTI DEL TEMPIO Giovanni 2
Si avvicinava la festa di Pasqua, e Gesù andò a celebrarla a Gerusa­lemme. Entrato nel tempio, trovò nel primo cortile una quantità di mercanti, che cambiavano le mone­te straniere o vendevano buoi, pe­core e colombe a coloro che poi li offrivano in sacrificio. Ai mercanti non importava nulla del tempio, della Pasqua e dei sacri­fici offerti al Signore. Essi badavano soltanto a guadagnare il più possibi­le. Per questo Gesù si indignò. Pre­se delle cordicelle, ne fece una sfer­za e si mise a rovesciare i banchi e scacciare i mercanti. Diceva: «Porta­te via questa roba! Voi avete tra­sformato in mercato il tempio, che è la casa del Padre mio!» Intervennero alcuni capi ebrei. «Chi sei tu per fare queste cose?» gli chiesero. «Chi ti ha dato l'autorità?» E Gesù allora disse: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere». Essi allora non capirono, ma i suoi discepoli si ricordarono in se­guito di queste parole e comprese­ro. Gesù parlava del tempio del suo corpo. Con quelle parole egli an­nunciava la sua morte e, il terzo giorno successivo, il suo ritorno alla vita, la sua risurrezione.








 
19
UNA VISITA NOTTURNA Giovanni 3
Uno dei capi dei Giudei, di nome Nicodemo, aveva un gran desiderio di parlare con Gesù. Ma non voleva farsi vedere da nessuno, perché te­meva che lo scambiassero per un discepolo di quel Maestro, che gli altri capi del popolo guardavano con diffidenza e sospetto. Allora Nicodemo pensò di andare da Gesù di notte, e gli disse: «Mae­stro, sappiamo che tu sei venuto da Dio, perché nessuno fa quello che fai tu!» Gesù, in risposta, gli spiegò una cosa della massima importanza. Gli disse: «Ti dico, in verità, che se uno non rinasce dall'altro, non può entrare nel regno di Dio». «Come può un uomo nascere quando è vecchio?» chiese stupito Nicodemo. E Gesù gli spiegò: «Bi­sogna nascere dall'acqua e dallo Spirito, per entrare nel regno di Dio». Gesù con quelle parole vole­va annunciare il battesimo. Il batte­simo, dato con l'acqua, dona lo Spirito Santo. Chi Io riceve, riceve in sé la vita stessa di Dio; il Signore lo adotta come suo figlio e gli apre le porte della sua casa. Gesù concluse: «Dio ha tanto amato gli uomini da mandare il suo unico Figlio, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».




 
20
LA PARABOLA DEL SEMINATORE Matteo 13
«Il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte dei semi caddero sulla strada: vennero gli uccelli e li divorarono. Alcuni semi caddero tra i sassi, dove non c'era molta terra; subito germoglia­rono ma con scarse radici: appena spuntò il sole, le pianticelle si secca­rono. Altri semi caddero tra i cespu­gli spinosi, che crescendo soffocaro­no i germogli. Un'altra parte infine cadde sul buon terreno e diede frut­to abbondante.» Un giorno Gesù narrò ai suoi ascoltatori questa parabola. Le pa­rabole sono quasi come indovinelli, e gli ascoltatori di Gesù cercarono di capire: chi è il seminatore? Che cos'è il seme da lui seminato? E il terreno? Qualche volta Gesù stesso dava la spiegazione. Altre volte non c'era bisogno, perché i suoi ascoltatori la comprendevano da sé. Sulla parabola del seminatore, Gesù die­de questa spiegazione: «Il seme è la parola di Dio; i di­versi tipi di terreno sono i cuori de­gli uomini. «Quando un uomo ascolta la pa­rola di Dio e non la comprende, è come il terreno arido di una strada: il seme non attecchisce, viene il de­monio e lo porta via. «La parola che cade nel terreno sassoso è quella di chi la accoglie con gioia, ma è incostante, cambia idea facilmente. Appena si presenta qualche difficoltà, la persona inco­stante rifiuta la parola di Dio, che non ha messo radici profonde nel suo cuore. «Il terreno coperto di cespugli spi­nosi è il cuore di chi è attaccato ai soldi e alle cose del mondo: esse soffocano la parola di Dio e non le permettono di dare frutto. «La terra buona è invece colui che ascolta seriamente la parola dì Dio, la accoglie volentieri e così essa mette salde radici e dà frutto abbondane di opere buone».
 
21
IL REGNO DI DIO E IL GRANELLO DI SENAPE Matteo 13
Per essere sicuro che tutti lo com­prendessero, Gesù si spiegava con racconti e paragoni. Così, parlando del regno di Dio, Gesù disse: «Il regno di Dio è simile a un po' di lievito che una donna ha preso e ha mescolato con una grande quantità di farina, e a un certo pun­to tutta la pasta è lievitata! «Il regno di Dio è simile anche a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo. Poi, pieno di gioia, va a vendere tutto quello che ha e com­pera quel campo!»







 
 
22
IL FIGLIO DEL FUNZIONARIO DEL RE Giovanni 4
Gesù si trovava in Cana di Galilea, il paese dove aveva cambiato l’acqua in vino, quando si recò da lui in gran fretta un funzionario del re, che abitava a Cafarnao. Questi, tutto preoccupato e addolorato, gli disse: «Maestro, mio figlio è ammalato al punto che sta per morire. Ti prego, vieni con me a Cafarnao, vieni a guarirlo!» «Va pure, tuo figlio è guarito» gli disse Gesù, senza muoversi. Egli voleva mostrare ai presenti che aveva il potere di compiere miracoli anche quando era lontano. Il funzionario del re credette alla parola di Gesù e si mise in cammino. Non era ancora arrivato a casa, quando i suoi servi gli corsero incontro e gli dissero: «Tuo figlio è guarito!» Il funzionario del re volle sapere a che ora il figlio aveva cominciato a stare meglio. I servi gli risposero: «Ieri pomeriggio, verso l’una, la febbre se ne è andata». E il padre si rese conto che era proprio l’ora in cui Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio è guarito!» Gesù compiva  molti miracoli. Poteva farlo, perché egli era un uomo, ma era anche Dio, e Dio ha il potere di fare tutto ciò che vuole.





 
23
IL LIEVITO E IL TESORO Matteo 13
Per essere sicuro che tutti lo comprendessero, Gesù si spiegava con racconti e paragoni. Così, parlando del regno di Dio, Gesù disse: «Il regno di Dio è simile a un po’ di lievito che una donna ha preso e ha mescolato con una grande quantità di farina, e a un certo punto tutta la pasta è lievitata!» «Il regno di Dio è simile anche a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo. Poi, pieno di gioia, va a vendere tutto quello che ha e compera quel campo!»






 
 
 
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GESU’ GUARISCE UN LEBBROSO Marco I
Al tempo di Gesù c'erano in Palesti­na molti lebbrosi. Essi erano colpiti dalla lebbra, una malattia molto contagiosa che li costringeva a stare lontani dagli altri uomini. Un giorno un lebbroso si avvicinò a Gesù e gli disse: «Se vuoi, tu puoi guarirmi!» Gesù ebbe compassione di lui. Stese la mano, lo toccò e gli disse: «Guarisci!» Subito la lebbra scomparve: era guarito! Allora l'uomo, felice, co­minciò a raccontare a tutti quello che era accaduto. E la fama di Gesù si diffondeva per la regione.









 
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GESU’ CHIAMA LEVI MATTEO Marco 2
In Palestina al tempo di Gesù c'era una categoria di persone che tutti detestavano e cercavano il più pos­sibile di evitare. Erano gli esattori delle tasse, considerati traditori del popolo e peccatori. Un giorno, a Cafarnao, Gesù pas­sò accanto al banco dove la gente si recava a pagare le tasse. Vide tra gli esattori un uomo di nome Levi e gli disse: «Vieni con me». Allora l'uo­mo si alzò, lasciò il suo lavoro e si mise al seguito di Gesù. Levi, l'esattore delle tasse, è il di­scepolo conosciuto anche con il nome di Matteo, ed è lo stesso che scrisse uno dei quattro vangeli. Felice e commosso che Gesù avesse scelto proprio lui, che era di­sprezzato da tutti, Levi Matteo invi­tò Gesù a cena in casa sua, insieme con altri esattori delle tasse suoi amici. Gesù accettò, e questo susci­tò la meraviglia di alcuni maestri della legge. Così, questi chiesero ad alcuni discepoli di Gesù: «Perché il vostro Maestro mangia con quei peccatori?» Ma Gesù sentì le loro parole e rispose: «Le persone sane non hanno bisogno del medico. Ne hanno bisogno, invece, i malati. Io non sono venuto a chiamare i giu­sti, ma i peccatori!»



 
 
26
LA RETE DA PESCA Matteo 13
A che cosa è simile il regno di Dio? Così disse ancora Gesù: «Il regno di Dio è simile ad una rete gettata nel mare, che raccoglie pesci di ogni genere. «Quando è piena, i pescatori la ti­rano a riva, si siedono e mettono nei cesti i pesci buoni da mangiare; i pesci cattivi da mangiare, invece, li buttano via. «Così sarà la fine del mondo: gli angeli separeranno gli uomini buoni dai cattivi. I buoni saranno portati nel regno dei cieli; i cattivi, invece, saranno buttati via».

1/17/2017 7:31 PM
 
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27

L'UOMO CALATO DAL TETTO Marco 2

Gesù era in casa, a Cafarnao, e la folla si accalcava perfino davanti alla porta per ascoltarlo. Giunsero quattro uomini, che portavano su una barella un parali­tico. Volevano presentano a Gesù perché lo guarisse, ma a causa della folla non riuscivano a entrare. Salirono allora sul tetto della casa, tolsero la copertura di paglia in corrispondenza del punto in cui si trovava Gesù, e calarono il pa­ralitico dall'apertura. Quando Ge­sù vide la fede di quegli uomini, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono perdonati i tuoi peccati». A quelle parole alcuni maestri della legge che erano presenti pen­sarono dentro di sé: «Ma che cosa dice? Dio solo può perdonare i pec­cati! Quest'uomo bestemmia!» Ma Gesù indovinò i loro pensieri e disse: «Perché pensate così? Vi do la prova che io ho il potere di perdona­re i peccati: farò qualcosa che potete vedere con i vostri occhi». Gesù si rivolse al paralitico e gli disse: «Alzati, prendi la tua barella e torna a casa!» Mentre tutti lo guardavano, il pa­ralitico si alzò, prese la barella e se ne andò via. Tutti erano stupiti e di­cevano: «Non abbiamo mai visto una cosa del genere!»











 
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L'UOMO DALLA MANO PARALIZZATA Matteo 3
Di sabato gli Ebrei facevano festa, perché ricordavano il comandamento del Signore che diceva di non lavorare in quel giorno. Essi perciò non facevano nulla, neppure le opere buone. Gesù un giorno in­segnò loro con un esempio e con un miracolo che non così intendeva il Signore quando aveva dato quel comandamento. Un sabato, dunque, Gesù entrò nella sinagoga di Cafarnao, quando vide un uomo con una mano para­lizzata. I nemici di Gesù spiavano ogni occasione per accusarlo di an­dare contro la legge di Dio, e anche quel giorno osservavano attentamente quello che egli avrebbe fatto. Gesù sapeva bene di essere osservato da loro. Allora disse all'uo­mo che aveva la mano malata: «Vieni qui, in mezzo a noi». Poi Gesù si rivolse a chi lo osser­vava e disse: «E’ permesso nel gior­no di sabato fare un'opera buona? Per esempio, è permesso salvare una vita?» Essi tacevano: di sabato essi non avrebbero neppure salvato un uomo in pericolo. Gesù si rattristò per la durezza del loro cuore. Disse all'uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano guarì.





 
29
GESU’ SCEGLIE I DODICI APOSTOLI Marco 3; Matteo 5
Un giorno Gesù, tra tutti i suoi di­scepoli, ne scelse dodici. Sono i do­dici apostoli, parola che significa "inviati", e a loro egli diede compiti speciali. Ecco i loro nomi. Il primo fu Simone, al quale Gesù diede il nome di Pietro. Dopo di lui Gesù scelse suo fratello An­drea. Poi i due fratelli Giacomo e Giovanni, ai quali diede il sopran­nome di "figli del tuono". E ancora Gesù scelse Filippo, Natanaele chia­mato anche Bartolomeo, Levi detto Matteo; quindi scelse Tommaso, Giacomo figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, e Giuda Iscario­ta, che poi fu il traditore di Gesù. Un giorno Gesù disse ai suoi di­scepoli: «Voi siete il sale della terra. Attenti a non perdere il sapore: il sale che perde il sapore non serve a nulla e va gettato via. «Voi siete la luce del mondo. Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta. Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così deve risplendere la luce delle vostre opere buone davanti agli uomini, perché essi vedano il bene che voi fate e ringrazino il Signore».




 
30
UN GRUPPO DI DONNE AIUTA GESU’ Luca 8; Marco 15
Gesù si spostava per le città e i vil­laggi ad annunciare a tutti la bella notizia del regno di Dio. Egli era accompagnato dai dodici apostoli, e lo aiutavano anche alcu­ne donne. Gesù le aveva guarite da diverse malattie, ed esse per ricono­scenza mettevano i loro beni a di­sposizione di Gesù e degli apostoli. Tra quelle donne vi erano Maria Maddalena, Giovanna moglie del­l'amministratore di Erode, Maria madre dell'apostolo Giacomo di Al­feo, e Salome madre degli apostoli Giacomo e Giovanni.







 
31
LA PARABOLA DELL’ERBA CATTIVA Matteo 13
Un giorno Gesù raccontò questa parabola: «Il regno dei cieli è come un uomo che ha seminato buon - seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, un suo nemico venne a seminare erba cattiva in mezzo al grano e poi se ne andò. Quando il grano cominciò a spunta­re, spuntarono anche le erbacce che crescevano in mezzo alle spi­ghe. I contadini allora dissero al pa­drone: "Vuoi che andiamo a strap­pare le erbacce?" Ma il padrone ri­spose: "No, perché così rischiate di strappare anche il grano buono. Lasciate che crescano insieme fino al giorno della mietitura: allora raccoglieremo le erbacce, e le brucere­mo; e raccoglieremo il grano, e lo riporremo con cura nel granaio"». Dopo che ebbe raccontato que­sta parabola alla folla, Gesù entrò in casa e i suoi discepoli gli chiesero: «Spiegaci la parabola dell'erba catti­va nel campo». Allora Gesù disse: «Chi semina buon seme sono io. Il campo è il mondo. Il nemico è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo, quando gli uomini cattivi e inutili come quelle erbacce saranno mandati col diavolo, mentre gli uo­mini che hanno dato frutti buoni sa­ranno accolti nel regno di Dio».








 
Quando Gesù decise di incominciare a svolgere il compito per il quale era venuto sulla terra, lasciò il suo villaggio di Nazaret e si trasferì a Cafarnao. A Nazaret aveva trascorso tutta la vita come nascosto, senza che nes­suno sapesse che egli era il Figlio di Dio. Soltanto sua madre Maria lo sapeva. Andò dunque ad abitare a Cafar­nao, una città importante, che si trovava sulla sponda occidentale del lago Tiberiade, o lago di Gali­lea. Là Gesù aveva trovato i suoi primi discepoli, e li aveva scelti tra i pescatori: uno di loro, Simone, che Gesù successivamente chiamò Pie­tro, lo aveva accolto nella sua casa. Da Cafarnao, poi, Gesù girava a piedi con i suoi discepoli per i villag­gi della Galilea, ad annunciare il vangelo del regno. Vangelo, infatti, è una parola che significa buona novella, o bella notizia: Gesù an­nunciava a tutti la bella notizia che Dio è un padre che vuole un bene immenso agli uomini, e li vuole feli­ci con sé nel suo regno. Un giorno Gesù uscì da Cafarnao e si diresse verso un monte. I suoi discepoli lo seguivano. Quando ar­rivò in cima, si sedette, con i disce­poli accanto a sé, e insegnò loro le "beatitudini", cioè spiegò chi sarà beato nel regno dei cieli perché fa ciò che il Signore approva. Disse dunque Gesù ai discepoli: «Beati coloro che sono poveri di fronte a Dio, perché Dio offre loro il suo regno. «Beati coloro che soffrono, per­ché Dio li consolerà. «Beati coloro che non sono vio­lenti, perché Dio darà loro la terra promessa, il paradiso. «Beati coloro che con tutto il cuo­re desiderano ciò che Dio vuole, perché Dio li esaudirà. «Beati coloro che hanno compas­sione degli altri, perché Dio avrà compassione di loro. «Beati coloro che sono puri di cuore, perché vedranno Dio «Beati coloro che si impegnano a diffondere la pace, perché Dio li ac­coglierà come suoi figli. «Beati coloro che sono maltrattati perché cercano di fare la volontà di Dio: Dio darà loro il suo regno. Ral­legratevi se vi maltrattano perché siete miei discepoli: Dio vi ha pre­parato una grande ricompensa!» Talora Gesù saliva sulla barca con i suoi discepoli per attraversare il lago e recarsi sull'altra riva. Ci fu una volta in cui, stanco per la fati­cosa giornata, Gesù si distese sul fondo della barca, appoggiò la testa su un cuscino e si addormentò. Era l'ora di sera, e il cielo era sereno. All'improvviso, però, come capita sul lago di Galilea, si levò una grande bufera. Le acque si agitarono. Le onde erano più alte della barca e gli apostoli incominciarono ad avere paura. Quando l'acqua prese a rovesciarsi dentro la barca, temet­tero proprio di affondare. Allora si avvicinarono a Gesù, che continua­va a dormire, e lo svegliarono di­cendo: «Signore, salvaci! Anneghe­remo tutti!» Gesù allora si alzò e disse verso il vento: «Taci!» E all'acqua disse: «Placati!» D'improvviso la bufera cessò, e Gesù disse agli apostoli: «Perché avete tanta paura? Non avete fede in me?» I discepoli si guardarono l'un l'altro con espressioni di sorpresa e di meraviglia, e dicevano: «Ma chi è, dunque, questo nostro Maestro, al quale anche i venti e le acque ob­bediscono?» I discepoli cominciavano a capire. Dio ha creato i venti, le acque e tut­to quanto esiste, e tutto è sottomes­so a lui. Se Gesù può comandare alle forze della natura, vuol dire che ha la stessa autorità e la stessa po­tenza di Dio. Quell'esperienza che tanto aveva spaventato i discepoli, era servita a conoscere meglio il loro Maestro e ad avere più fiducia in lui. Un'altra volta i discepoli erano in barca senza Gesù. Si era levato un po' di vento, che aveva mosso la superficie del lago. La barca prese ad ondeggiare. Intanto era scesa la sera. I disce­poli remavano faticosamente, cer­cando di accelerare il ritorno a riva, ma la riva era ancora lontana. Gesù, che si trovava ad attenderli sull'altra riva, vide i suoi discepoli in pericolo e volle aiutarli. Così si av­viò verso di loro camminando sul­l'acqua. Quando videro quella figura che camminava sulle onde, gli apostoli si spaventarono. «Coraggio, sono io! Non temete!» disse Gesù. «Signore, se sei davvero tu, co­manda che io ti raggiunga e che venga verso di te camminando sul­l'acqua!» gli disse Pietro. «Vieni!» gli ordinò Gesù. Pietro scese dalla barca e comin­ciò a camminare sull'acqua. Ma ben presto fu preso dalla paura e co­minciò ad affondare. Allora implorò l'aiuto di Gesù e gridò: «Signore, salvami!» Gesù lo raggiunse, lo prese per mano e lo sollevò dicendo: «Perché non hai avuto fiducia in me?» Poi insieme con Pietro Gesù salì sulla barca. A vedere ciò, gli altri discepoli si inginocchiarono ed esclamarono: «Davvero tu sei il Figlio di Dio!» Marco 1; 4; Matteo 5; 8; 14       

                                                   continua alla pagina n.2 successiva a questa (clicca sul quadratino sotto a destra)

[Edited by Credente. 1/17/2017 7:37 PM]
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