Un errore, grave

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Etrusco
00Wednesday, September 22, 2010 1:39 PM
Profumo - Unicredit
Un errore, grave

Non è il disaccordo sulla presenza dei libici che ha indotto le fondazioni italiane e gli azionisti tedeschi a sfiduciare Alessandro Profumo, peraltro senza scegliere subito un sostituto, come dovrebbe avvenire in una grande banca internazionale. Sarebbe infatti sciocco opporsi a un socio di minoranza che non esita a mettere mano al portafogli quando la banca ha bisogno di capitale fresco. La Libia è solo un pretesto.

Il vero scontro che oppone Profumo ai grandi azionisti della banca è la sua decisione di trasformare Unicredit da una somma di feudi locali (Monaco di Baviera, Verona, Torino, Modena, Treviso...) in una struttura unica, come lo sono le grandi banche internazionali, ad esempio Hsbc (Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), la più estesa e la migliore banca al mondo. Una banca unica è più efficiente, ha costi inferiori ed è in grado di offrire ai propri clienti (aziende e famiglie) credito e servizi a condizioni più favorevoli. È evidente che se fossero i clienti a decidere sceglierebbero una banca unica; ma non sono loro, e gli interessi dei grandi azionisti di Unicredit non coincidono con quelli dei suoi clienti.

Per creare una banca unica è necessario smantellare tanti piccoli feudi, ciascuno con i suoi interessi locali, con le sue parrocchie e le sue poltrone da difendere. «Quando ci sono delle decisioni che incidono sul mio territorio ho diritto di dire la mia» ha proclamato ieri Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona. Non vi è dubbio, anche se il suo diritto si limita a poter esprimere un’opinione perché il sindaco di Verona non è un azionista di Unicredit. Tosi omette di spiegare perché teme la banca unica: forse perché essa ridurrebbe il suo «peso politico» in Unicredit? Oppure pensa che danneggerebbe le aziende della sua città? Ma se così fosse, come mai ieri Emma Marcegaglia, presidente degli industriali, è scesa in campo in difesa del progetto di Profumo? I politici della Lega non sono diversi dai vecchi democristiani: loro controllavano il territorio (e i voti) attraverso le Casse di risparmio e le municipalizzate, la Lega mi pare sulla stessa strada.

I piccoli feudi non esistono solo in Italia: l’altro ieri la Süddeutsche Zeitung lamentava che Monaco di Baviera non è più un grande centro finanziario; sono rimaste BayernLB, una cassa di risparmio in difficoltà, e l’ex Hvb, una banca che Unicredit ha acquistato salvandola dal fallimento. È curioso che dopo i loro clamorosi insuccessi i bavaresi oggi reclamino posizioni di comando in Unicredit (caso mai, voce in capitolo nella gestione della banca potrebbe chiederla a giusto titolo la Polonia, dove Unicredit va a gonfie vele).

Alessandro Profumo ha anche commesso degli sbagli: comprare Capitalia, per esempio, e gestire troppo frettolosamente l’ingresso dei libici. Ma oggi paga per una sua scelta giusta: non aver accettato di venire a patti con le consorterie che comandano in Italia. In quindici anni ha creato l’unica grande multinazionale con una testa italiana. I piccoli feudi sono fermamente intenzionati a distruggerla. Con il capitalismo dei feudi le nostre imprese non andranno lontane. E le modalità ieri usate dagli azionisti possono solo danneggiare la reputazione dell’Italia.

Francesco Giavazzi
22 settembre 2010



Arjuna
00Wednesday, September 22, 2010 5:16 PM
Unicredit, non c'è solo la questione libica dietro la resa di Profumo

Le dimissioni dopo un lungo braccio di ferro

Ieri si è conclusa una lunga stagione, iniziata nel 1997 con l’ascesa di Profumo al vertice del Credito Italiano, da cui il talentuoso banchiere nato 53 anni fa a Genova, ha preso le mosse per costruire una banca presente in 22 paesi e con circa 30 milioni di clienti.

La storia di Unicredit inizia nel 1998 con la fusione tra Credito Italiano, Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona (Cariverona), Cassa di Risparmio di Torino, Cassa di Risparmio di Trieste e Cassamarca.

Nel 1999 ai aggiungono Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto (Caritro) e Cassa di Risparmio di Trieste. Inevitabilmente queste operazioni hanno attribuito grande peso alle fondazioni bancarie azioniste.

Profumo quindi deciso a fare della sua banca una pubblic company e ad affrancarsi dalla tutela delle fondazionii, nel 2005 UniCredit annuncia l'opa sulla banca tedesca HypoVereinsbank AG che determinò l’ OPA a cascata su Bank Austria Creditanstalt e BPH (controllate da HVB) a cui seguì la scalata a Bank Polska Kasa Opieki Spólka Akcyjna (Bank Pekao S.A.).

Profumo, raggiunto il suo scopo, ha posto forti limiti all’autonomia dell’istituto sul territorio e ne ha centralizzato la gestione. In particolare ha impresso un notevole controllo sui comitati crediti - gli organi che deliberano in merito alle erogazioni - di tutte le banche acquisite.

I grandi soci istituzionali che hanno perso peso nella gestione dell’istituto, si consolano con gli utili da capogiro che provengono dalle cedole di dividendi distribuite da Piazza Cordusio.

Quindi tutto bene fino al 2008. Poi la grande crisi dei mercati e il collasso di tutte le piazza finanziarie del mondo. Il titolo di piazza Cordusio affonda. Unicredit soffre molto di più degli altri istituti italiani, subisce un tracollo clamoroso della sua patrimonializzazione ai limiti della normativa prudenziale. Sui conti della banca pesano come un macinio gli assets tossici in portafoglio di HVB e le allegre erogazioni di credito al consumo delle controllate dell’est.

Profumo, nonostante smentisca più volte, è costretto a ricapitalizzare la sua banca. Deve prima di tutto rassicurare i mercati e soprattutto i clienti. Milioni di correntisti timorosi di un crack, avrebbero affossato l’istituto con prelievi di massa.

Pertanto Profumo per reperire liquidità è costretto a richiedere l’intervento delle fondazioni. La Mediobanca di Geronzi, garantendo l’inoptato, organizza la pattuglia di fondazioni che si devono fare carico di un vero e proprio salvataggio. Nel 2008 queste istituzioni locali hanno versato nelle casse di Unicredit quasi 4 miliardi di euro mediante la sottoscrizione di uno strumento ibrido, i cashes, introdotti sul mercato per l’occasione. L’intervento però non è stato sufficiente, Unicredit deve ricorrere ad un altro aumento di capitale e all’emissione di bond.

Profumo che per quindici anni ha perseguito una rapida crescita dell’istituto a scapito della qualità delle operazioni per smarcarsi dalla fondazioni, ha dovuto bussare al loro porta con il cappello in mano, accettando la loro ingerenza nella gestione dell’istituto. Non a caso la scorsa primavera, con il rinnovo di tutto il Board, Profumo ha dovuto accettare come vice presidente Fabrizio Palenzona, espressione per antonomasia delle fondazioni.

Unicredit nelle varie ricapitalizzazioni operate negli scorsi due anni, ha beneficiato dei fondi provenienti dalla Libia di Gheddafi.

Al di là del paravento per cui formalmente gli investitori siano due, le autorità libiche sono salite fino oltre il 7% di Piazza Cordusio. Nonostante i proclami della Lega Nord, in particolare del Sindaco Tosi, tali investitori non costituiscono una minaccia per l’istituto. La Libia infatti tradizionalmente investe nei paesi occidentali con scopi meramente speculativi, senza fini strategici come avviene per i fondi sovrani di altri paesi come la Cina.

Di riflesso, lo scontro tra Profumo e i grandi azionisti non verte sul peso dei libici nell’istituto. L’attrito riguarda la vision della banca. Se negli anni le fondazioni hanno perso quote di potere ricevendo copiosi dividendi da distribuire a pioggia sui loro territori, a partire dal 2008 hanno patito una flessione dell’utile della banca che è passato da 6,5 mdl di euro nel 2007, a 4 mld nel 2008 per chiudere a 1,7 mld nel 2009. Nell’ultimo esercizio poi non hanno sostanzialmente ricevuto utili a fronte di ingenti investimenti per ricapitalizzare l’istituto di cui abbiamo detto.

Anche gli atri grandi soci sono molto preoccupati dal pessimo andamento dei conti. Per questa ragione Profumo, trovandosi in affanno, ha pensato di scaricare i costi delle sue scelte manageriali direttamente sui lavoratori della banca. Il piano “one 4C” volto a costituire il “bancone”, prevede l’incorporazione di tutte le attività retail italiane nella controllata Unicredit Banca e l’eliminazione di tutte le consociate presenti sul territorio, causando il taglio di circa 4500 posti di lavoro.

Ecco quindi che le fondazioni, portatrici degli interessi della politica locale non tollerano oltre un simile bagno di sangue tra i lavoratori. Non possono inoltre accettare una riorganizzazione che eliminando le subsidiaries del gruppo presenti sul territorio, centralizzi ancora di più l’erogazione del credito.

La poltrona di Profumo non è quindi stata minata dai libici ma dalla provincia italiana che rifiuta una banca troppo distante dalle istanze del territorio. Giuste o sbagliate che siano.

Del resto Profumo si è inebriato dei modelli anglosassoni fino a non parlare più di profitto ma la così detta “profittabilità”! E la ricerca esasperata dell’utile ha determinato gli eccessi della tecnofinanza e dell’indebitamento senza limiti. Un modello di banca che non considera la centralità degli istituti finanziari per lo sviluppo della comunità ma alla stregua di una qualsiasi impresa capitalistica.

Profumo ha tradito pertanto lo spirito delle casse di risparmio che hanno costituito proprio il nucleo forte di Unicredit. Questi istituti infatti, fino alla legge Amato del 1990, erano caratterizzati dalla finalità di raccogliere il piccolo risparmio a cui si associava l’erogazione di prestazioni di previdenza individuale e l’attività di beneficenza. Questi enti quindi rivestivano un ruolo importante nello sviluppo del tessuto economico-sociale.

Al contrario Unicredit negli ultimi anni non ha mai preso parte alle grandi operazioni di sistema come il salvataggio di Alitalia o di altre aziende colpite dalla congiuntura economica che hanno visto in prima linea altri istituti come Intesa o la stessa Mediobanca che ha gestito proprio la ricapitalizzazione di Unicredit!

Profumo chiamandosi fuori da queste operazioni a servizio della società italiana, ha trascurato gli obblighi morali connaturati con l’attività bancaria, e si è precluso senza dubbio una salda rete di relazioni che avrebbero deposto in suo favore in un CDA come quello che si è svolto ieri a Piazza Cordusio.

Fonte
Etrusco
00Wednesday, September 22, 2010 6:36 PM

1- LA TRATTATIVA - LIQUIDAZIONE MILIONARIA IN ARRIVO...
Da "il Fatto Quotidiano" - Alessandro Profumo è uno dei più pagati manager italiani di ogni tempo. Negli ultimi dieci anni Unicredit gli ha dato uno stipendio complessivo di 50 milioni di euro, in media cinque milioni all'anno. Un dipendente di basso livello della stessa banca per incassare quella cifra dovrebbe lavorare non dieci ma duemila anni. Adesso si inseguono le voci sulla liquidazione che il banchiere genovese sta trattando con Unicredit. Un braccio di ferro sicuramente gagliardo: "Spendo forse un centesimo di quello che guadagno", ha detto una volta Profumo, ma non per questo sembra intenzionato a fare sconti a quelli che l'hanno cacciato.

Alessandro Profumo

Si parla di una buonuscita tra i 30 e i 50 milioni di euro, probabilmente i due estremi tra domanda e offerta. I 50 milioni sarebbero appunto tutti gli stipendi degli ultimi dieci anni. Non sarebbe un record. Nel 1998 Cesare Romiti ottenne dalla Fiat una buonuscita di 101 milioni di euro, molto più di quanto aveva guadagnato nei suoi 24 anni di servizio. Matteo Arpe, amministratore delegato della banca romana Capitalia, cacciato nel 2007 dopo uno scontro con il presidente Cesare Geronzi, prese 31 milioni di liquidazione dopo sei anni di servizio.

profumo

Lo stesso Geronzi, quando Capitalia fu incorporata da Unicredit, nello stesso 2007, in una vicenda che segna l'inizio della sua ostilità verso Profumo, fu gratificato dal consiglio d'amministrazione, nell'ultima seduta, di un "premio alla carriera" di 20 milioni di euro, deliberato per acclamazione. Non era una liquidazione, perché Geronzi era già in pensione.

 

2- DAGOREPORT

Il Financial Times, in pieno stile "Brit massone", schiaffa il caso IOR goduriosamente in prima pagina, con corredo di foto gigante di Gotti Tedeschi, mentre relega l'uscita di Profumo da UniCredit alla storica colonna "Lex" e alla prima pagina dell'inserto economico.

Alessandro Profumo su _La Stampa_

L'analisi di "Lex" è impietosa: dopo una "lunga e spesso tempestosa storia d'amore" gli azionisti ne hanno avuto abbastanza dell' "arroganza e inaffidabilità" di Profumo. FT parla di un manager che ha seguito pedissequamente i dettami della sua formazione in McKinsey ("crescere, razionalizzare, innovare"). Gli investitori hanno apprezzato la crescita - e i corposi dividendi - dei primi anni, ma aver assorbito Capitalia a pochi mesi dalla crisi finanziaria ha indebolito i "capital ratio" della banca costringendola a pompare 4 miliardi in cassa.

LEX del Financial Times su Profumo

Quando parla poi dell'acquisizione di HypoVereinsbank, vero trampolino di UniCredit verso il glorioso mondo degli istituti a vocazione internazionale, non fa certo un complimento a Dieter Rampl, vicepresidente a piazza Cordusio e per molti il Bruto che ha sferrato la pugnalata finale ad Arrogance. HVB, infatti, all'epoca dell'acquisizione era considerato il paria del sistema finanziario, una banca "che nessun altro avrebbe toccato", sottolineando quanto il Nostro cercasse disperatamente di accreditarsi sul piano internazionale.

In chiusura, "Lex" ricorda come UniCredit abbia perso il 70% del suo valore di borsa dal picco raggiunto nel 2007, ma afferma che il colpo di grazia per Profumo è stato l'aver cercato segretamente di ottenere un sostegno dagli azionisti libici. "L'eredità di Mr. Profumo avrebbe potuto essere l'aver trasformato il sistema bancario italiano. Invece verrà ricordato per aver fallito nel costruire un edificio più duraturo".


3 - CASO PROFUMO: LA POLITICA NON C'ENTRA NIENTE. NON SI PUÒ GUIDARE UNA BANCA COME UNA PUBLIC COMPANY SENZA TENERE CONTO DEGLI AZIONISTI.
Oscar Giannino per Panorama Economy, in edicola domani

CESARE ROMITI

Francamente non sono tra coloro che restano stupiti per l'esito che ha avuto il lungo regno di Alessandro Profumo al vertice di Unicredit. Due settimane fa ve l'avevamo detto che occorreva occuparsi del malessere al vertice della banca non per questioni legate a questo o quell'aspetto personale dell'orgogliosa leadership di Profumo, ma perché in Unicredit venivano al pettine problemi di sistema, esattamente com'erano venuti a galla nella vicenda della Fondazione Sanpaolo in Intesa.

CESARE GERONZI SI DA UN TONO

In Intesa il vertice della banca ha avuto forza e determinazione spietata nel ricondurre ai minimi termini la pretesa di una fondazione di volersi disallineare dal management. In Unicredit le fondazioni di Verona, Torino e Bologna hanno fatto fronte unito con gli amministratori tedeschi, e il manager è andato a casa.

Entrambe le vicende dimostrano però, almeno dal modesto punto di vista di chi qui si occupa per voi di exit strategy: la pretesa influenza impropria della politica è un'ombra cinese agitata con molta malizia e studiata abilità. In realtà, non è stata affatto la politica a mettere zampa nella caduta di Profumo.

MATTEO ARPE & GIRLFRIEND

Direte voi: ma come, non è stato forse il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, il più guerrigliero dichiaratore contro l'impropria presunta regia attribuita a Profumo nel far salire i libici nel capitale della banca senza avvisare fondazioni azioniste e presidente tedesco? Certo che sì. Ma questa è appunto la maliziosa e studiata abilità in cui la Lega ormai inizia a eccellere. I leghisti non sono formalmente neppure entrati dentro la Fondazione Cariverona, e Tosi è stato semplicemente astuto sui media a invocare il ritorno in banca del potere ai territori.

Se non fosse così e fossimo stati in presenza di uno spietato attacco per allineare la seconda banca italiana al naturalmente famigerato governo Berlusconi, non si capirebbe perché al contrario il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, abbia giocato fino all'ultimo nella vicenda assai più il ruolo del pompiere che quello del piromane.

OSCAR GIANNINO Flavio Tosi

Come già avvenuto in passato in presenza di vicende come il salvataggio del gruppo Risanamento per Intesa, sia pur rifuggendo da ogni compromettente e improprio atto o dichiarazione ufficiale, Tremonti ha tentato il tentabile per spiegare alle fondazioni che era meglio procedere diversamente, per l'instabilità e le tensioni sul fronte bancario.

Il teatrino politico italiano dirà che è stata la Lega a entrare a gamba tesa, e che Biasi e Palenzona non sono o non sembrano certo di sinistra. La sostanza è che la caduta di Profumo con la politica non c'entra niente. È invece una sorta di paradossale vendetta a tempo di Vincenzo Maranghi, dall'aldilà. Profumo fu il più decisivo nel decretarne l'allontanamento da quella che era ancora la vecchia Mediobanca, troppo cucciana. L'accusa decisiva? Essere autoreferenziale, ignorare gli azionisti.

Profumo ha fatto la stessa cosa al cubo. Con l'aggravante di avere imboccato il modello operativo anglosassone poi scoppiato nella crisi, con ricapitalizzazioni e tagli a utili e dividendi più dolorosi ai suoi azionisti che a quelli di altre banche italiane.

GIULIO TREMONTI

Con Profumo cade il grande sogno di un capobanca che la guida come una public company rispondendo solo al mercato. Il mercato di riferimento continua a essere quello delle fondazioni e dei tedeschi di Allianz, gente concreta che mal sopporta la solitudine dei numeri primi, se dividendi e utili calano come sono calati in Unicredit.

MARANGHI

È questa la ragion sistemica che ha portato al pettine nodi accumulati da due anni. E che sia sistemica lo conferma il fatto che la Banca d'Italia, rivolgendo istanza formale alla banca per capire che cosa era davvero successo nell'ascesa libica, abbia finito per offrire il pretesto formale al presidente Dieter Rampl per farsi dare dal comitato corporate governance il mandato formale a investigare: la prima plateale sconfessione dell'amministratore delegato.

A reggere, anche nei guai e problemi, al vertice di grandi banche in Italia sono presidenti e amministratori delegati assai più versati nell'arte della concertazione con grandi soci e interessi consolidati di ogni tipo. Come capita a Intesa. La politica che torna a fare da improprio padrone è un rischio da tenere presente, certo. Ma non si è manifestata se non sotto forma di abile sfruttatrice, in chiave locale, di eventi decisi da altri e altrove.

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Per libici e tedeschi, una festa inattesa: e su questo bisogna riflettere, visto che siamo il Paese che ha evitato salvataggi bancari. Dubito che in Germania potrebbe mai avvenire il contrario, il giorno che qualche amministratore italiano decidesse di mettere alla porta il capo di Deutsche Bank.

4- PROFUMO, "UN UOMO FUORI DAL SISTEMA" UN TIPO IL QUALE GUADAGNA 435 VOLTE UN METALMECCANICO?
Andrea Marcenaro per "Il Foglio" -
Non riuscivo a capacitarmi, sulle prime. Avevo appena letto alcuni autorevolissimi pareri secondo i quali Alessandro Profumo, l'amministratore delegato di Unicredit, non veniva fatto fuori a causa di uno degli infiniti, e più o meno nobili, o magari ignobili interessi, per cui di solito si fanno fuori, oppure si mettono a cavallo, gli uomini che gestiscono potere, no. Il motivo per cui Alessandro Profumo veniva fatto fuori, questo almeno spiegavano i suddetti autorevolissimi commentatori, dipendeva dal fatto che il grande manager "era un uomo fuori dal sistema". Assolutamente testuale: "un uomo fuori dal sistema".

RAMPL

E così, su due piedi, ordinato come sembrava, pettinatino come tendeva sempre a presentarsi, veniva difficile immaginare il dottor Profumo come una Janis Joplin del sistema bancario, il Jimi Hendrix dell'alta finanza, o perfino un Jack Kerouac del gioco di borsa.

facci13 andrea marcenaro

Invece, facendo mente locale, non ci voleva poi molto a capire come un tipo il quale guadagna 435 volte un metalmeccanico, sia senza dubbio un pezzo di integrato. Laddove, uno che piglia 434 volte un bancario, un dropout.

5- PROFUMO È STATO FATTO FUORI PERCHÉ PASSAVA UN SACCO DI TEMPO A NEW YORK, PARIGI, LONDRA, E A VERONA NEANCHE UNA CARTOLINA
Michele Serra per "la Repubblica" -
Sulla vicenda Unicredit, molto complicata per i profani come me, un lampo chiarificatore arriva dal sindaco di Verona Flavio Tosi, secondo il quale "bisognava fermare i libici perché potrebbero non fare gli interessi di Verona e del Veneto".

Michele Serra

Si sapeva, in giro, che Unicredit è un grande gruppo bancario europeo, con propaggini e affiliazioni dall´Atlantico al Volga. Ora finalmente si scopre, grazie alla forte denuncia di Tosi, che questa smisurata espansione continentale aveva il subdolo scopo di trascurare Verona, fino al punto di coinvolgere i libici, la cui ostilità per la zona di Verona è risaputa. Provate a parlare a un libico di Verona: prima sputerà per terra in un accesso di disprezzo, poi vi dirà che lui, piuttosto che favorire gli interessi di Verona, è disposto a tutto.

Ecco a cosa serve la cultura "local": a evitare che i fumi della mondializzazione ci offuschino la vista e ci impediscano di vedere le cose come stanno davvero. Vista da piazza delle Erbe, con un bianchetto in mano, la vicenda Unicredit si svela, infine, in tutta la sua semplicità: Profumo è stato fatto fuori perché passava un sacco di tempo a New York, Parigi, Londra, e a Verona neanche una cartolina.

 

Fonti varie (vedi sopra) [22-09-2010]

[SM=x44515]

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