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Libia, dalle proteste alla guerra civile. Cronologia della crisi

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Libia, dalle proteste alla guerra civile. Cronologia della crisi

Questa la sequenza degli ultimi eventi in Libia dopo l'inizio delle proteste senza precedenti contro il regime del colonello Gheddafi, al potere da oltre 40 anni.
15-16 febbraio - Nella notte tra martedì e mercoledì la polizia disperde con la forza un sit-in antigovernativo a Bengasi, seconda città del paese e roccaforte dell'opposizione. 30 feriti. A al Baida, a 1200 km est da Tripoli, le forze di sicurezza uccidono due manifestanti.
17 febbraio - Dopo duri scontri, sei persone vengono uccise a Bengasi e due ad Al Baida. In giornata viene diffuso su Facebook un appello per scendere il piazza il giorno dopo in un "giorno della collera contro il regime". Scontri, feriti e arresti anche a sud di Tripoli a Zenten.
18 febbraio: Il bilancio della rivolta supera quota quaranta morti. Duri scontri a Bengasi, dove viene incendiata la sede della radio. A Baida due poliziotti sono catturati dai manifestanti, quindi impiccati. Nella capitale continuano invece a scendere in piazza i sostenitori di Gheddafi. Il colonnello Gheddafi fa una breve apparizione in pubblico ma non fa alcun discorso. Facebook non è più accessibile e le connessioni internet sono molto disturbate.
19 febbraio: A Bengasi 12 persone sono state uccise dalle forze dell'ordine mentre prendevano d'assalto una caserma. Sanguinosi scontri anche a Musratha, 200 km a est della capitale. La connessione a internet è praticamente impossibile.
20 febbraio: la contestazione si trasforma in aperta insurrezione nell'est del paese. Si parla ormai di oltre 100 morti da martedì. Nella sola giornata di domenica 60 persone almeno sono uccise a Bengasi. Le autorità libiche annunciano l'arresto di una serie di stranieri arabi accusati di complottare per destabilizzare il paese. A Tripoli gli avvocati organizzano un sit-in di protesta contro la repressione mentre la sede di una televisione e di una radio pubbliche vengono attaccate e saccheggiate. Il manifestanti attaccano anche posti di polizia e sedi dei comitati rivoluzionari. sfilano i sostenitori del regime e nella notte si scontrano con i rivoltosi presso la Piazza verde, nel centro città. In serata parla al paese Saif al islam, figlio di Gheddafi: Saif evoca lo spettro di una sanguinosa guerra civile ma promette riforme.

21 febbraio: HRW diffonde un nuovo bilancio. I morti sono oltre 230. Molti paesi occidentali si preparano a evacuare i loro cittadini mentre si diffonde la voce, non verificabile, di una fuga del colonnello Gheddafi. Nel pomeriggio, durissimi scontri a Tripoli: l'aviazione interviene contro la folla. Il bilancio dei morti supera quota trecento. In tarda serata Gheddafi si presenta in tv e smentisce le voci di fuga: "non sono in Venezuela". Dagli Usa il segretario di stato Clinton chiede di porre fine al "bagno di sangue". Dal quatar il teologo di origine egiziana Youssef al-Qardawi ha emesso una fatwa nella quale si invita l'esercito libico ad uccidere Muammar Gheddafi.
22 febbraio - Gheddafi appare in televisione e annuncia che non lascerà il Paese e lotterà "fino all'ultima goccia di sangue". Il ministero dell'Interno riferisce di 300 morti dall'inizio delle proteste e il presidente del parlamento afferma che è stata riportata la calma "nella maggior parte delle grandi città". Le Nazioni Unite hanno condannato la repressione, chiedendo la "fine immediata" delle violenze, mentre la Lega araba ha sospeso la partecipazione della Libia, "fino a quando le autorità libiche non accetteranno le rivendicazioni" del popolo e "ne garantiranno la sicurezza". Il presidente del parlamento libico ha annunciato che "la calma è stata ristabilita nella maggior parte delle principali città". Rimpatriati da Tripoli 400 italiani che ne hanno fatto richiesta.
23 febbraio - Continuano i rimpatri dei cittadini stranieri. Il ministro italiano degli Affari Esteri Franco Frattini ha evidenziato il rischio di un "esodo biblico" di cittadini libici verso l'Italia: ne potrebbero arrivare fino a 300mila. Nuove testimonianze dalla Libia fanno salire il numero plausibile delle vittime a più di 2.000 morti, ma la rete satellitare araba Al Arabiyah parla di 10mila vittime. Proprio nell'est del Paese, secondo alcune fonti, l'opposizione avrebbe ormai preso il controllo della situazione, con i militari schierati con i manifestanti. Al Qaida, secondo fonti libiche, avrebbe addirittura creato un emirato islamico a Derna. Obama torna a condannare le violenze e la repressione
24 febbraio - si combatte a Misurata al Zawaiha e Zura. Nel primo pomeriggio il leader libico Gheddafi appare in televisione con una telefonata e ribadisce l'intenzione di non lasciare e sconfiggere i ribelli. Gheddafi accusa al Qaida di orchestrare la rivolta. IL petrolio raggiunge i 120 dollari al barile. C'è attesa per una manifestazione indetta per venerdì dall'opposizione a Tripoli mentre si moltiplicano le voci relative a una marcia degli insorti verso Tipoli, che è accerchiata ad est e ovest.
25 febbraio - I ribelli avrebbero perso il controllo di Misurata. Nel pomeriggio scontri a Tripoli. Le truppe del regime fanno fuoco sulla folla dopo le preghiere del venerdì. Da Piazza verde il leader libico esorta i suoi a combattere fino alla mote mentre il figlio Saif al Islam, in una conferenza stampa, apre a un possibile negoziato con i ribelli. Gli Stati Uniti adottano sanzioni mentre una bozza di sanzioni è in discussione presso le Nazioni Unite. Prosegue la fuga degli stranieri dalla Libia.
26 febbraio - Pace relativa a Tripoli mentre si prosegue a combattere in diverse città del paese. Si riunisce il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La risoluzione prevede in particolare l'embargo sulla vendita di armi, il divieto di viaggiare negli Stati membri dell'Onu per 16 persone, tra cui il colonnello, i suoi otto figli e altre persone legate al regime e il congelamento dei beni finanziari del colonnello, di quattro suoi dei figli e di un'altra persone vicina al regime. Gheddafi potrà essere processato dal tribunale penale internazionale
27 febbraio - il colonnello Gheddafi torna a parlare e concede un'intervista alla tv serba "pink". La Libia, dice, è "completamente calma". A Bengasi attorno all'ex ministro degli interni si forma un Consiglio Nazionale.

fonte: ilsole24ore.com
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L'Onu: sì alla no fly zone in Libia
Esplosioni a Bengasi. Gheddafi minaccia

Al Palazzo di Vetro 10 sì, nessun contrario, 5 astenuti per la risoluzione che prevede il blocco spazio aereo e "misure per proteggere civili". La Francia chiede azioni immediate. Inizio di battaglia nella città degli insorti che festeggia la decisione del Palazzo di Vetro

TRIPOLI - L'Onu ha approvato l'intervento in Libia per difendere i civili. Si istituisce quindi la "no fly zone" - il blocco dello spazio aereo - e tutte le misure necessarie a difendere i civili. Lo ha fatto con 10 voti favorevoli, nessun contrario e 5 astenuti tra cui Russia e Cina. Una decisione che ha scatenato il tripudio tra la folla a Bengasi, la città ancora sotto il controllo dei ribelli che Gheddafi ha ripetutamente minacciato nelle scorse ore, promettendo di prenderla nella notte e di non riservarle alcuna pietà. E proprio da Bengasi, a tarda sera, si racconta di esplosioni che a seguito delle quali è entrata in azione anche la contraerea.

Le forze fedeli a Gheddafi puntano a Misurata. E' il giorno della "battaglia decisiva" per riprendersi la terza città del paese , come annunciato ieri da Gheddafi, e sottrarla ai ribelli. Anzi, la tv di Stato ha annunciato che in realtà sarebbe già tornata nelle mani dell'esercito ma gli insorti smentiscono. Prosegue anche la marcia verso Bengasi: l'esercito sarebbe a 160 chilometri dalla città, e intanto l'aeroporto di Benina è stato oggetto di alcuni aerei, anche se gli insorti annunciano di aver abbattuto due velivoli mitari. Gheddafi annuncia alla radio: "Stanotte attacco finale".

Onu, nuova bozza di risoluzione. La nuova risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu prevede "tutte le misure necessarie" per proteggere i civili in Libia, tranne l'occupazione. Ora potrebbe essere effettuato un intervento militare a cui parteciperebbero "Francia, Gran Bretagna, forse gli Usa e uno o più Stati arabi". E' questa la richiesta francese, ma smentita da fonti Nato: "Non è pensabile un intervento della Nato senza una riunione del Consiglio atlantico" che dovrebbe tenersi domani alla luce della risoluzione Onu, hanno detto fonti dell'Alleanza all'agenzia Agi a Bruxelles. La condizione, come più volte ribadito anche dal segretario generale Rasmussen, è che la risoluzione Onu dia espressamente mandato alla Nato di intervenire e che, inoltre, vi sia il supporto dei Paesi limitrofi. L'amministrazione Obama auspica che il Consiglio di sicurezza autorizzi un'ampia gamma di interventi militari contro le forze del colonnello, sostenendo che la sola no fly zone sarebbe "insufficiente". Ma la Germania insiste nel proporre - come ha ribadito il ministro degli Esteri, Guido Westerwelle - un ulteriore inasprimento delle sanzioni, per prevenire l'arrivo di tutti i mezzi finanziari al regime, ribadendo la propria opposizione a un intervento militare. Intanto la Lega Araba ha confermato che Paesi arabi - probabilmente Emirati arabi e Qatar - parteciperanno militarmente per imporre una no fly zone sulla Libia, se questa verrà approvata dal Consiglio di Sicurezza. L'Egitto: "Noi non ci saremo".

Russia, Italia, Cina frenano. "Quale saranno i meccanismi di controllo di tal decisione, chi la metterà in pratica e in quali forme? tutto ciò non è stato chiarito", ha chiesto il portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexandre Lukachevitch, a poche ore dal voto sulla bozza di risoluzione. Sia la Russia che la Cina - entrambi membri permanenti del consiglio e quindi con diritto di veto - si sono mostrate fino ad ora opposte o scettiche riguardo a un eventuale ricorso alla forza. Sulla stessa linea, l'Italia che con Frattini - oggi a Sarajevo - ribadisce la necessità di un cessate il fuoco immediato come precondizione a ogni intervento.

Minacce di ritorsione. Un'eventuale decisione di intervento militare da parte della comunità internazionale incontrerebbe naturalmente la reazione del regime di Gheddafi. L'ha esplicitato il ministro della Difesa di Tripoli, minacciando di colpire obiettivi civili e militari aerei e navali nel Mediterraneo in caso di azione armata contro la LIbia. "Ogni operazione militare contro la Libia esporrà un rischio tutto il traffico aereo e marittimo del Mediterraneo", ha affermato il ministero delle Difesa. "Qualsiasi obiettivo civile e militare sarà colpito", ha aggiunto il ministero.

Attacco finale a Bengasi. Muhammar Gheddafi ha parlato alla radio, rivolgendosi alla popolazione di Bengasi e avvertendo che l'attacco finale contro la roccaforte ribelle "avverrà questa notte". "Stiamo venendo a prendervi, non ci sarà pietà". Il rais ha anche imposto al suo esercito di "non sparare su chiunque abbandoni le armi stasera". L'attacco è proseguito per tutta la giornata. "Le forze di Gheddafi bombardano Bengasi ma non riescono ad avanzare verso il centro della città via terra": lo ha riferito Ibrahim Al Agha, membro del Consiglio dei rivoltosi. "Li stiamo aspettando e non molliamo - aggiunge - stiamo cercando con tutti i mezzi a nostra disposizioni di impedire il sorvolo basso dei bombardieri". Al Agha invitato a diffidare dei proclami della propaganda del regime: "Non vi meravigliate di sentire fra poco che le truppe del Colonnello hanno occupato Parigi e Londra, questi sono professionisti della menzogna". Secondo fonti concordanti, due aerei sarebbero stati abbattuti dagli insorti nel tentativo di respingere l'offensiva delle forze governative nei pressi di Bengasi. "Qui la situazione è calma, l'esercito ha tentato di effettuare un raid sulla città ma la difesa antiaerea ha respinto l'offensiva e ha fatto cadere due velivoli", ha detto all'agenzia di stampa France Press un portavoce degli insorti. La circostanza sarebbe confermata anche da un portavoce militare del Consiglio nazionale di transizione.

l raìs vuole Misurata. Già ieri la città è stata teatro di scontri violenti tra forze governative e insorti. Fonti mediche hanno riferito all'emittente Al Jazeera che il bilancio è di un centinaio di morti; ottanta sarebbero miliziani pro-Gheddafi. Il colonnello ieri si era detto convinto che la città sarebbe tornata oggi sotto il controllo dell'esercito. Annunciando che la battaglia sarebbe andata avanti oggi: "Prendete le armi e partecipate - ha detto, rivolgendosi ai giovani della città - perché Misurata non può essere lasciata in mano a un manipolo di folli". Secondo la televisione di Stato libica, le forze fedeli al raìs avrebbero già riconquistato Misurata. E sarebbero adesso impegnate a "sterilizzarla, ripulendola dalle bande terroristiche". Ma alcuni residenti smentiscono.

Combattimenti ad Ajdabiya, decine di vittime. Da ore i quartieri residenziali di Ajdabiyah, a circa 150 chilometri da Bengasi, sono sottoposti a pesanti e continui bombardamenti aerei da parte delle truppe fedeli a Gheddafi. Ed è di almeno trenta morti, tra cui donne e bambini, il bilancio degli scontri delle scorse ore tra esercito e insorti. La città, l'ultima prima di Bengasi, è accerchiata dalla forze di Tripoli che avrebbero già ripreso il controllo del porto di Zuetina, località poco più a nord.

(17 marzo 2011)
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[Edited by silvercloud87 3/19/2011 1:14 PM]
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Bombardamenti a Bengasi, otto morti e feriti
Gheddafi minaccia Gb e Francia: "Vi pentirete"


Esplode la battaglia tra i ribelli e le truppe regime. I cittadini sono in fuga. Abbattuto un caccia in volo (video) e carrarmati in città. Ma il leader dei ribelli invoca l'aiuto internazionale: "Qui è un massacro". Il colonello nega e in un messaggio letto dal suo portavoce, Ibrahim Moussa, si rivolge a Cameron e Sarkozy: "La Libia non è vostra. Non permettetevi ingerenze". E a Obama: "Siamo attaccati da Al Qaeda". Dopo l'approvazione della risoluzione Onu, l'ultimatum al colonnello della comunità internazionale: "Il cessate il fuoco sia effettivo". Gli Usa: "Pronti a usare la forza". Oggi a Parigi vertice tra Ue, Usa, Unione africana e Lega araba. L'azione militare potrebbe scattare subito dopo la conclusione del summit. L'Italia ha messo a disposizione sette basi, Frattini non esclude la partecipazione dei nostri aerei agli eventuali raid. Sì bipartisan alla mozione, Lega, Idv e Responsabili non votano. Scudi umani a Tripoli su obiettivi delle Nazioni Unite. Napolitano: "Faremo ciò che è necessario"

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Le forze in campo

MENTRE il regime libico annuncia il cessate il fuoco e la comunità internazionale accoglie la notizia con scetticismo, continuano sul terreno le preparazioni per possibili azioni armate contro i lealisti di Muammar Gheddafi. In prima linea Gran Bretagna e Francia, i due paesi che più hanno spinto per la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza che istituisce la no-fly zone e autorizza a colpire obiettivi a terra. Ma ci saranno anche altri paesi, verosimilmente anche l'Italia con i suoi cacciabombardieri. Le forze in campo saranno pressoché solo aeree, e la bilancia pende molto a favore della coalizione anti-Gheddafi. L'aviazione libica è in cattivo stato da quando sono cessati nel 1989 gli aiuti militari sovietici, e benché disponga di mezzi sufficienti per attaccare con relativa impunità le milizie ribelli, non può tenere testa a quello che schiera la Nato. Ecco quali sono le forze che potrebbero prendere parte alle operazioni sui cieli della libia.

Francia
Il paese più attivo nel lavoro diplomatico che ha portato alla risoluzione di giovedì è anche uno dei due, oltre agli Usa, che con la Libia si è già scontrato militarmente, nel conflitto in Chad durante gli anni Ottanta. Per pattugliare i cieli e colpire obiettivi a terra l'Armée de l'air potrebbe utilizzare i celebri e collaudati Mirage e il suo nuovo gioiello, il Rafale. La versione Mirage 2000, che sarebbe impiegata sia come pattugliatore sia come bombardiere, è tra l'altro proprio quella che il fabbricante Dassault avrebbe voluto vendere a Gheddafi prima che scoppiasse la crisi. Sarebbe il battesimo del fuoco invece per il modernissimo Rafale, in servizio da pochi anni e mai esportato, che potrebbe anche operare dalla portaerei nucleare De Gaulle, attualmente in rada a Tolone ma che potrebbe raggiungere le coste libiche in pochi giorni. Le basi da cui potrebbe partire l'attacco francese sono Solenzara in Corsica e Istres sulla costa mediterranea. In entrambi casi sarebbero necessari rifornimenti in volo, per i quali la Francia dispone di aerocisterne Boeing Kc-135.

Gran Bretagna
I britannici dovrebbero invece rischierarsi a sud, probabilmente in Italia o nella base di Akrotiri a Cipro, per essere a portata della Libia. Anche in questo caso sarebbero impiegati un aereo dalla lunga storia, il bombardiere Tornado veterano dell'Iraq e della ex Jugoslavia, e uno nuovo, il caccia europeo multiruolo Typhoon, al quale sarebbe affidato il controllo dei cieli. Insieme alle aerocisterne, potrebbero essere schierati già nel fine settimana in Italia, forse insieme ai vetusti ma ancora efficaci quadrimotori da ricognizione e guerra elettronica Nimrod. Da mettere in conto anche due fregate portaelicotteri, Cumberland e Westminster, al largo della Libia.

Usa
Attualmente gli Usa hanno nel Mediterraneo la portaerei nucleare Enterprise e numerose altre navi d'appoggio. Gli F-18 a bordo della portaerei sono in grado sia di far rispettare la no-fly zone che di attaccare ogni tipo di obiettivo a terra. Da aggiungere centinaia di aerei in Europa, schierati tra Aviano in Italia e basi in Germania e Gran Bretagna: ci sono cacciabombardieri F-15, F-16 e aerei anticarro A-10.

Italia
"L'italia ha una forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari", ha detto oggi il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. E proprio questa potrebbe essere la capacità che l'Aeronautica potrebbe impiegare nelle fasi iniziali delle operazioni. A essere chiamati in causa sarebbero i Tornado della versione speciale Ecr, una quindicina di aerei di base a San Damiano vicino a Piacenza, equipaggiati con missili americani Agm-88 harm che si dirigono verso le emissioni radar per distruggere i sistemi di guida senza i quali i missili antiaerei sono ciechi. Un tipo di operazioni difficili e specializzate che i Tornado italiani hanno già svolto nel 1999 durante la campagna Nato contro la Serbia. Per il bombardamento potrebbero essere impiegati anche gli Av-8 Harrier della Marina, basati a Taranto ma impiegabili sulla portaerei Garibaldi. E da Grosseto e Gioia del Colle potrebbero volare i caccia Typhoon, gli aerei più moderni dell'Aeronautica militare, mai impiegati in combattimento.

Danimarca e Norvegia
Gli F-16 dei due paesi scandinavi partecipano da tempo alle operazioni Nato in Afghanistan, soprattutto con compiti di attacco al suolo. Il ministro della Difesa danese ha detto che quattro F-16 più due di riserva sono pronti a rischierarsi a sud. La Norvegia ha indicato una disponibilità simile.

Altri paesi
La Lega araba è a favore della no-fly zone, ma finora nessun paese membro ha offerto aerei. Se si dovesse arrivare a quel punto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi dispongono dei più moderni cacciabombardieri americani ed europei (F-15 sauditi e F-16 degli Emirati). Immediatamente confinante l'Egitto, che dispone di F-16 e Mirage 2000, ma finora ha indicato solo la disponibilità a fornire armi leggere ai ribelli.

Libia
Il regime di Gheddafi fa paura più per i missili antiaerei di cui dispone - una trentina di batterie secondo le valutazioni dell'intelligence Usa - che per gli aerei, quasi tutti vecchi Mig sovietici in cattive condizioni. Le informazioni sono incerte, ma probabilmente restano utilizzabili alcune decine di Mig-23, macchine degli anni Settanta che il colonnello ha impiegato contro i ribelli insieme ai pari età Su-22. I mig-21, addirittura degli anni Sessanta, sarebbero ridotti a poche unità.

(18 marzo 2011)
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