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Il nulla che unisce Dio e Darwin

Last Update: 10/17/2008 6:43 PM
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Il nulla che unisce Dio e Darwin
Disegno intelligente ed Evoluzione sono entrambi figli del divenire e del caso

Gli sviluppi della biologia hanno sottoposto la teoria dell'evoluzione a critiche profonde, ma ne tengono tuttora fermi i capisaldi: il carattere casuale della produzione del patrimonio genetico e la selezione naturale. In un passo molto noto de Il caso e la necessità, Jacques Monod scrive che «soltanto il caso è all'origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice del prodigioso edificio dell'evoluzione». Monod si rifà esplicitamente al concetto democriteo di caso: la biologia percepisce il proprio legame con la filosofia greca, ma di esso non coglie ancora la forza — che in quanto segue intendo richiamare. D'altra parte la biologia sfrutta oggi a fondo il concetto di «programma», desunto dalla teoria dell'informazione: nei cromosomi di un embrione esiste un «piano», un «programma» appunto. «La vita segue un programma», che è «l'insieme delle potenzialità incorporate nella sostanza dei geni» (Salvador Luria). E, anche qui, il concetto biologico di «programma» è strettamente legato a quello aristotelico di «potenza».

Tale concetto aristotelico di «potenza» guida l'intera civiltà occidentale — quindi anche l'intero sviluppo del sapere scientifico. Non è una stranezza che Werner Heisenberg abbia affermato che le «onde di probabilità» che producono i fenomeni «possono essere interpretate come una formulazione quantitativa del concetto aristotelico di dýnamis, di possibilità, chiamato anche, più tardi, col nome latino di potentia».

L'«onda di probabilità» ha però molto da insegnare al modo in cui la biologia intende il concetto di «programma». Ha da insegnare che la scienza deve lasciarsi alle spalle ogni «necessità» e che la biologia non può concepire il patrimonio genetico come qualcosa che, «uscito dall'ambito del puro caso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni», come sostiene Monod.

«Caso» traduce la parola greca autòmaton che, alla lettera, significa «(ciò) che tende, si muove e si produce da sé». È la parola usata da Democrito — ma anche da Aristotele. Se si guarda ciò che sta attorno all'autòmaton, non si trova nulla che spieghi perché esso tenda, si muova, si produca. Cioè si trova il nulla. Muovendosi e producendosi «da sé stesso», si muove e si produce a partire dal proprio non essere.

Ma quando la filosofia parla dell'«essere» e del «non essere» li pensa primariamente in relazione al divenire del mondo. Si tratta di comprendere che il caso non è una forma particolare e più o meno diffusa di divenire, ma che, dato il modo in cui l'Occidente intende il divenire, il divenire, in quanto tale, è caso: dunque è caso anche quando, come appunto avviene nella tradizione occidentale, si intende che il divenire sia guidato dalla Mente o dalla Provvidenza divina e creato da essa; ed è caso anche quando si presenta con quelle altissime forme di regolarità che sono state via via messe in luce dall'uomo comune e dalla scienza. Per Aristotele l'embrione è «in potenza» un uomo, ossia è il «programma» seguito dalla vita umana che si sviluppa. L'embrione diventa uomo, nel senso che realizza il proprio programma (il proprio Dna, dice oggi la genetica). Ma, prima dell'esistenza (cioè dell'«essere») dell'uomo, tale realizzazione non esisteva, cioè «non era», era nulla. E la biologia si esprime appunto, continuamente, con affermazioni come questa (di Jacob): che l'evoluzione ha prodotto «fenomeni che prima sulla terra non esistevano».

Affermare che l'embrione è «in potenza» uomo significa dunque affermare che, nell'embrione, l'uomo realizzato non è, è nulla: si pensa, certamente, che esista già il programma di un certo individuo umano, ma non la realizzazione di tale individuo. Il programma, che è già esistente, è cioè unito al non essere (al nulla) della propria realizzazione. In relazione al programma, tale realizzazione non è casuale: il programma ne è la «spiegazione» e l'anticipazione. Ma in quanto la realizzazione è nulla quando ancora non esiste l'uomo realizzato, ne viene che questa sua nullità non può essere una «spiegazione» o un'anticipazione del futuro: è un nulla di spiegazione e di anticipazione. Ciò significa che, proprio perché si produce a partire dal proprio nulla, la realizzazione del programma è un «prodursi da sé», un autòmaton: è caso.

Non può quindi essere che aleatorio, casuale, il modo stesso in cui il programma guida l'evoluzione degli individui e delle specie. Se ancora si vuole parlare di «guida», il rapporto tra programma e sua realizzazione (o tra «genotipo » e «fenotipo») può avere soltanto un carattere «probabilistico» (come l'«onda di probabilità» di Heisenberg). Ma lo stesso accade nel rapporto tra il «Programma » divino e le sue creature, che, per quanto anticipate e spiegate dal «Programma», secondo la teologia cristiana sono da esso create ex nihilo sui et subiecti: «Dal loro esser (state) nulla e dalla nullità della materia ( subiecti) di cui son fatte». Nonostante abbiano alle spalle addirittura il Programma divino, le cose del mondo, in quanto create ex nihilo, sono caso, esistono casualmente. Il caso prevale sulla Provvidenza, che nella storia dell'Occidente intende, invece, essere spiegazione e anticipazione assoluta delle creature, mantenendo tuttavia, contraddittoriamente, la loro nullità originaria, ossia il loro essere originariamente un nulla che non può in alcun modo spiegare e anticipare la loro realizzazione. La stessa creazione divina del mondo è casuale, nonostante l'intenzione più ferma di vedere in essa la negazione più radicale della casualità.

Il creazionismo e le forme più intransigenti di evoluzionismo si trovano dunque sullo stesso piano: sono grandi variazioni dello stesso Tema, il Tema del divenire, inteso come evoluzione dalla potenza all'atto che la realizza, e pertanto come evoluzione dal non essere all'essere. Se si è capaci di scendere nel sottosuolo della filosofia (ossia dell'anima) del nostro tempo, si scorge il legame essenziale che unisce l'evoluzione (il divenire) e il caso. Il divenire è caso; e nessuna necessità può caratterizzare i programmi informatici, biologici, metafisici, teologici perché se essa esistesse spiegherebbe e anticiperebbe tutto il futuro e, quindi, lo dissolverebbe perché dissolverebbe il nulla di ciò che ancora non è: dissolverebbe il divenire e l'evolversi di cui tale necessità vorrebbe essere la spiegazione e l'anticipazione: dissolverebbe quel divenire che, per gli stessi amici dei programmi mondani o divini, è l'evidenza suprema.

Quel sottosuolo scorge, pertanto, che l'evoluzione non può nemmeno avere uno scopo necessario. Proprio perché il nulla originario delle cose non spiega e non anticipa il loro futuro, e la loro realizzazione è «libertà assoluta», l'evoluzione è «cieca», non può avere alcuna direzione se non quella che di fatto, casualmente, si produce e che di fatto è osservabile. Qualora avesse uno scopo inevitabile, quest'ultimo sarebbe daccapo il programma che dissolve il nulla del futuro e il divenire del mondo. Se la «direzione» dei fenomeni biologici è un semplice fatto constatabile (e non una «necessità»: il divenire del mondo «non ha senso»), rimangono tuttavia gli scopi dell'uomo (il senso che egli dà alle cose): rimane la sua lotta per la sopravvivenza, che ripropone e prolunga, nella dimensione cosciente, la cosiddetta «selezione naturale», secondo un tipo di «evoluzione » in cui va di fatto prevalendo, sugli altri scopi della civiltà occidentale e planetaria, la volontà dell'apparato scientifico-tecnologico di incrementare all'infinito la capacità di realizzare scopi. Va dunque prevalendo la selezione artificiale che si propone di guidare — secondo le leggi statistico- probabilistiche della scienza — la stessa «selezione naturale».
Per quanto paradossale possa apparire, la «teoria dell'evoluzione», e in generale del divenire, è il farsi massimamente coerente da parte della teoria della creazione divina del mondo; è la variazione più coerente al Tema del divenire. Ma è questo Tema a non venire mai e in alcun modo discusso nel suo significato più profondo. Esso porta ormai sulle proprie spalle l'intera storia della Terra. Non è già questo il motivo sufficiente perché finalmente ci si fermi, ci si volti e lo si guardi in faccia (e lo si scuota per vedere fino a che punto non si lascia sradicare)?

di Emanuele Severino
26 settembre 2008
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Peccato che nessuno venga a leggerla, è interessante....






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E' veramente incredibile!
Sono meravigliata!
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sì, molto affascinante
















Nella vita, raramente si incontrano persone dolci d'animo e intelligenti. La loro traccia resta indelebile nel cuore e mai svanisce. Io ho incontrato te, ti voglio bene e ti sono infinitamente grato, perchè mi hai fatto vedere il paradiso

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silvercloud87, 03/10/2008 14.31:


Disegno intelligente ed Evoluzione sono entrambi figli del divenire e del caso

[...]

Il creazionismo e le forme più intransigenti di evoluzionismo si trovano dunque sullo stesso piano: sono grandi variazioni dello stesso Tema, il Tema del divenire, inteso come evoluzione dalla potenza all'atto che la realizza, e pertanto come evoluzione dal non essere all'essere



La dialettica del Severino ci mette in evidenza un punto centrale molto importante e sui cui mi trovo d'accordo: che in fondo scienza e religione sono uguali.

Ma in che cosa lo sono effettivamente? Su quali parametri e, soprattutto, con quali effetti?

L'uomo è un essere complesso. Certamente. Ma è un uomo. La mia concezione, vicina al meccanicismo, mi ha portato a guardare l'uomo con occhi obiettivi.

Torniamo indietro. Indietro indietro. Prima dell'uomo primitivo. Darwin ci parla di scimmie e molti test di biogenetica possono dimostrare che dentro di noi esistono i geni di molte razze animali.

'Intelligenza' dal latino significa 'legere', cioè leggere. Semplicemente. Capire, comprendere non significa, quindi, elaborare. Ma riportare i fatti.

E qualcosa quando viene riportata diviene storia. Vale a dire che da una fonte scritta, o prova, si possono determinare dei fatti.

Il codice genetico è uno scritto. O programma. Ma essenzialmente un codice dove, al di là del motivo per cui l'uomo diventi uomo in quanto tale, questo scritto ci dice da dove viene. Cioè che questo codice nasce e si determina tramite un'evoluzione, una lotta intestina per la vita.

Questa volontà che per la religione è chiamata divina e per lo scienziato è casualità la troviamo direttamente nell'atomo stesso. Si chiama movimento. E' il movimento che crea la casualità scientifica o volontà divina.

Quello che voglio dire che se prendiamo i concetti basali e di grandi religioni e filosofie e del metodo scientifico ci rendiamo conto che sostanzialmente la stessa cosa: la ricerca della conoscenza.

Sofia o filosofia cercava il sapere, la verità delle cose.

In comune, religione e scienza, hanno soprattutto il fatto di essere frutti dell'uomo o meglio, della MENTE umana.

Ma cos'è la mente?

Noi siamo uomini che cerchiamo di indagare noi stessi. Ma perché lo facciamo? Un cane si chiede se deve morire? Una pianta, forse, si chiede se domani pioverà o meno?

E per la religione e per la scienza la riposta sarà: autocoscenza.

La psicologia si è posta grandissime domande che derivano spesso proprio dalla filosofia greca.

Una tra tante: l'uomo e lo spirito(psikè o soffio da psikein soffiare insufflare, notare anche le similitudini con la Genesi: e Dio soffiò sul corpo dell'uomo...). Esiste lo spirito? E se esiste è separabile dal corpo(teoria fulcro dell'aldilà e matrice del culto dei morti per tantissime tradizioni, anche cattolica ad esempio)?
Lo studio affrontato dalla psicologia, le osservazioni fisiologiche e i numerosi soggetti studiati negli anni confermano che, fino a prova contraria, questo spirito non c'è. Ma è un'idea, un'immagine che l'uomo si è fatta intorno al fatto che esiste, che ragiona, rafforzata dalla comprensione che dovrà perire in qualche modo e la coscenza, rispetto alle sue deduzioni, non può essere limitata. Trattasi di speranza, di voglia di immortalità che è la spinta stessa alla scoperta, all'arte, all'indagine della Natura.


silvercloud87:


Jacques Monod scrive che «soltanto il caso è all'origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice del prodigioso edificio dell'evoluzione».



Le mie conclusioni sono comunque identiche a quelle espresse dal Monod. Conclusioni che vengono da anni di esperienze in vari religioni, sette, sistemi di meditazione e altro.

Mi sono reso conto di un'evidenza disarmante. Noi siamo delle macchine(meccanicismo). Evolute, certo, capaci tramite i propri programmi sensienti di provare emozioni, di crearci persino delle spiegazioni sul come e perché esistono le cose e perché noi siamo autocoscenti.

Le religioni, le idee intorno ad esse, nascono da millenni di spiegazioni sommarie che l'uomo si è fatto intorno al mondo dandosi delle risposte in merito a quello che poteva vedere. Non poteva vedere dentro al corpo. Non poteva vedere sulle nuvole e dentro di esse. L'uomo tende a darsi delle spiegazioni dettate da timori ed interpretazioni erronee per cercare di superare l'insuperabile.

In psicologia l'ego è illusione. Una macchina molto complessa, a un certo punto della sua evoluzione, si rende conto della sua complessità e quale spiegazione può darsi se non quella di essere qualcosa di più di un semplice ammasso di carne e sistemi integrati, un insieme di leve ed organi e con una capacità pensante elevata, se non quella che un altro essere può aver creato una macchina così complessa, con queste miriadi di capacità? Se la domanda erronea nasce da un'osservazione inadatta, porta a conclusioni erronee. Quindi l'uomo dirà: chi mi ha creato? Perché tenderà a pensare che qualcuno ha fatto qualcosa, perché per fare qualcosa ci vuole il pensiero e solo l'uomo lo ha così elevato in Natura. Ergo Dio deve essere una specie di uomo superiore, potente, immortale, e quindi infinito per aver creato qualcosa di così complesso e all'interno di un sistema applicato quale la Natura.
L'uomo non può conoscere e credere che questo sia frutto della casualità. La mente è limitata anche in questo.

Ma se lanciamo un dado megalioni di volte siamo proprio sicuri che non uscirà mai il numero 6?

C'è stato tutto il tempo perché la casualità e la selezione naturale apportasse i propri miglioramenti. La tendenza della natura è il movimento e questa tendenza si trasmette attraverso la diversità e l'adattamento.

Anche un computer un domani, tra 50 o 60 anni, potrà avere un'intelligenza del tutto se non superiore a quell'umana. E una macchina complessa, un robot ad esempio, potrà arrivare automaticamente ad osservarsi.

E cosa dirà? Ma io non sono solo ferro e fili. Io sono vivo! Io penso(cogito ergo sum), non sono solo stringhe e codici.

E in quel caso dirà: sì, l'uomo mi ha assemblato, ma il mio essere profondo viene da un dio dei robot...

Non è fantascienza. E' frutto della complessità. Nel caso dei robot saremmo noi la spinta in quel senso.

Nel caso nostro è stata la casualità.



[Edited by misterx78 10/17/2008 5:38 PM]
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10/17/2008 6:21 PM
 
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[SM=x1467989] per quest'analisi è davvero interessante. [SM=g27811]
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Grazie, comunque, in effetti non è una negazione a priori di una filosofia che nasca dal 'nulla' in seno alla potenza creativa, infatti, a livello dialettico, dicono tutte e due, scienza e religione, la stessa cosa da quel punto di vista. Ma ci arrivano in maniera diversa.



[Edited by misterx78 10/17/2008 6:44 PM]
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