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Storyline Matters Again

Last Update: 6/18/2011 5:47 PM
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"La storia per un lettore intelligente, ha un gran numero di implicazioni filosofiche e mitologiche tali da attirare fortemente, senza nulla togliere alla caratterizzazione più immediata, quella dell’avventura".

J.R.R. Tolkien




Certo che è curioso. Curioso che in questo preciso momento storico, le due federazioni mainstream più importanti sul suolo nord-americano prendano, almeno apparentemente, due strade così diametralmente opposte. E' infatti di pochi giorni (settimane), notizia abbastanza rilevante, che fa presagire quelli che saranno gli sviluppi e la strada da percorrere nel futuro prossimo sia della Total Nonstop Action, sia della World Wrestling Entertainment. E tutto a cominciare dai nomi.

Pare, e gli effetti sono già più che evidenti, che entrambe siano in odore di 'rivoluzione', o quanto meno di rebranding, a cominciare proprio dal nome che sino ad oggi le ha 'caratterizzate' e rese riconoscibili dai fan dello sport-entertainment tutto. Se infatti, la WWE ha deciso di abbandonare la denominazione per intero, affidandosi al solo logo, alla sola 'immagine', per distinguere il proprio prodotto, dall’altro lato della barricata, abbiamo una TNA decisa a lasciarsi alle spalle un acronimo ambiguo e passabile di doppi sensi imbarazzanti (quanto questo sia poi così veritiero è tutt'ora da certificare), per un 'impatto', sempre parlando di marchi, di ben altro effetto, implicitamente andando contro le scelte della propria rivale (che si allontana idealmente sempre di più, da ciò che l’ha vista nascere ed esplodere), facendo assumere in maniera preponderante alla parola IMPACT il ruolo di marchio effettivo della compagnia (tralasciando in secondo piano, sfocato e minuscolo, lo storico 'tna'), aggiungendo quella 'parolina magica' (ed una campagna pubblicitaria fortemente improntatavi), ovvero WRESTLING. E nel farlo, come dichiarazione d’intenti, a fugare qualsiasi dubbio, ci viene specificato anche che quel termine, wrestling, conta, eccome se conta.

Ed in un primo momento siamo proprio tentati a crederci. Siamo fiduciosi che, in un modo o nell’altro, la federazione di Orlando possa darci ciò che più bramiamo, ciò che dalle parti di Stamford, in maniera irragionevole e insensata (da quella che è la nostra personale, e tuttavia limitata, prospettiva), ci viene sadicamente negato, l’imprescindibile ragione che ci ha avvicinato sin da piccoli allo spettacolo, il confronto dinamico e potente tra due uomini su un ring, il buon caro vecchio wrestling.

Ecco, ma si tratta di questo? Si tratta davvero di lotta, pura e semplice? No, la questione non è così semplice.
Non per un tale che vive in Danimarca, e che al secolo risponde al nome di Rolf Jensen.

Jensen, direttore dell’Istituto per gli Studi sul Futuro di Copenaghen, in modo indiretto (ma neanche tanto) ci risponde su un libro illuminante (sia da un punto di vista prettamente sociologico, e mi pare abbastanza ovvio visto il legame vitale e conseguente, sia dal lato che più specificatamente ci interessa nello sviluppo del discorso, cioè l’importanza del racconto, della storia narrata), il cui titolo è : The Dream Society.

La tesi sviluppata, affascinante e sulla quale, dalla prospettiva da cui sto guardando ora, mi trova perfettamente d’accordo, è che si è entrati, volenti o meno, in questa prima decade di millennio, in un nuovo stadio evolutivo della società. Ciò che ci siamo lasciati alle spalle, e di cui ancora avvertiamo gli strascichi per così dire, è la così detta società dell’informazione, spinti verso quella che appunto lo scrittore danese definisce come società del sogno. E se ci si riflette sopra non è poi tesi tirata a campare, tutt’altro.
Le comunità umane, con l’evoluzione, sono arrivate a definire se stesse attraverso l’appartenenza. Che fosse questa ad un determinato gruppo o ad un determinato bene materiale. Io sono perché posseggo. Attraverso migliaia di anni si è giunti a quest'ultimo stadio prima del 'distacco'. Ultimo stadio che ha visto lo sviluppo esponenziale dei mezzi di comunicazione (internet, naturalmente), la nascita e l’affermazione di importantissime compagnie che hanno modificato radicalmente ciò che è il nostro quotidiano (Bill Gates e Microsoft), ed ora si sta piano piano avventurando nella società del sogno, ipotizzata appunto da Jensen (epigono di questa, non può che essere il padre dei social network, Mark Zuckerberg e il suo Facebook, oserei dire).

Ma perché? E soprattutto cosa centra? Secondo Jensen, il consumatore del nuovo millennio, dopo aver per anni cercato di definire se stesso attraverso l’acquisto e il possedimento di beni materiali, si interesserà al lato emotivo, al coinvolgimento (sempre più totale), nelle storie, alla ricerca spasmodica dell’emozione che in questi anni ha perso di vista. Il nuovo consumatore comprerà esperienze e sentimenti, non più cose.
Per renderci conto di ciò basta far mente locale e vedere quanta strada commerciale hanno fatto lo sviluppo della tecnologia 3D, o lo stesso sistema Wii per le console, che intrattengono in maniera sempre più interattiva il giocatore, che è letteralmente immerso e protagonista nelle storie che gioca. Il perché di questa ricerca di protagonismo ed emozioni dirette, è tutto ancora da analizzare (ed in una recente intervista il vecchio leone della regia, Woody Allen, ce ne dà una sua interpretazione, da cui non mi dissocio più di tanto), ma ciò che conta, ciò che evidenzia questo lungo discorso è il bisogno viscerale dell’uomo per le storie. Così è, sin dall’alba dei tempi.
Sempre Jensen infatti ci riporta la storia dei cubetti di ghiaccio dell’aeroporto di Copenaghen.
Nel 1996, una società produttrice di drink, importò blocchi di ghiaccio dalla Groenlandia. I cubi di ghiaccio furono trasformati, attraverso un’abile campagna pubblicitaria, in storia suggestiva con millenni d’età, che andava a colpire direttamente l’immaginario fantastico del consumatore. Infatti, l’aria presente nelle bolle dei cubi di ghiaccio, venne venduta come aria pura, lì intrappolata da prima delle piramidi. Aria pura insomma, per nuovi drink. Il regno delle possibilità per un prodotto di per sé insignificante: "Ordini un cubetto di ghiaccio dell’era glaciale e arriva con un drink!". Ecco che la storia era diventata il prodotto.
La ricerca del libro di Jensen, dimostra come la crescita maggiore nei consumi sarà di natura non materiale, rendendo importante il fatto che: "ora ogni compagnia si prepara per predisporre la crescita dei mercati emozionali".
Infine, il mercato globale del futuro sarà guidato dalle emozioni, le persone mireranno a ottenere la realizzazione emotiva che hanno sempre ricercato nelle storie.



Ed eccoci di nuovo a noi.
Ad inizio papiro, illustravo appunto come ora (non prima e non dopo), entrambe le compagnie (TNA e WWE), abbiano deciso di 'svoltare' verso qualcosa che, con la giusta prospettiva, sembra convergere verso lo stesso obiettivo, cioè 'coinvolgere' lo spettatore. Adottando metodi differenti, alcuni atti a disconoscere agli occhi del vecchio appassionato, il ruolo che la parte lottata ricopre all’interno della storia, altri a mettere l’accento proprio su questa, dando al confronto in-ring tutto lo spazio che questi merita. Almeno apparentemente.
Basta vedere in effetti nello specifico, che cosa in realtà accade, per renderci immediatamente conto che per assurdo, le due compagnie, al momento, fanno l’opposto di ciò che in realtà sembrava loro manifesto programmatico.
Guardiamo per un attimo alla WWE, che 'abbandonando il lottato', ci si aspetterebbe certamente più concentrata e attenta alla costruzione delle storie, al coinvolgimento narrato (producono, attraverso la WWE Films, cinema, e cosa c‘è di meglio della settima arte per raccontare una storia?).

La settimana passata abbiamo avuto una puntata di Raw dove, quasi unanimamente riconosciuto un po' da tutti, si è riscontrato un buon livello per i confronti in-ring, tutti o quasi però, senza giustificazione (storia) alcuna, salvo poi lasciare alla sola storyline principale, e al feud ‘minore’ dell‘ex-campione (in quella che ripeto, dovrebbe essere la compagnia per antonomasia dove ci si aspetta più lavoro in questo frangente), uno straccio di sviluppo in vista del PPV.

Ed ad Orlando cosa accade? L'IMPACT WRESTLING del 26 maggio ci dona un prodotto quasi perfetto, dove il lottato non è certamente sottovalutato, ma non al centro della puntata, casomai al servizio delle storyline. Ogni segmento è curato e logicamente sviluppa la storia come così dovrebbe essere (impegnando tutti i wrestler coinvolti), per motivare quello che in fine sarà il confronto, e non viceversa.
Semplicemente perché il 'viceversa' non è possibile, non è proponibile a lungo termine. Ecco dove wrestling matters, dove conta per davvero (di questa settimana è emblematica la risposta di Young ad Anderson nel lockeroom, riportiamo lo spettacolo ai vecchi tempi, quando il wrestling contava...).



"Wrestling is all about telling stories".

Conta infatti, solo e soltanto nella misura in cui è al servizio delle storie. Solo in questo caso riesce a trovare la sua ragion d’essere, e non semplice, per quanto meravigliosa (ma 'vuota'), esibizione d’abilità.
Dunque abbiamo due compagnie, dove si dice una cosa (e la si promuove con forza), ma si fa altro. Almeno per ora.
'Altro', che nel caso IMPACT WRESTLING, è sorta di compromesso che in fin dei conti non allontana ne tradisce, ma anzi recupera ciò che era già caratteristica della federazione di Orlando (alla faccia del rebranding, che è solo di marchio e confezione), e che nel caso della WWE ha visto, proprio questa settimana, dar dimostrazione di saper ancora coinvolgere con l’azione in-ring, è vero, ma smarrendo la strada per raccontare storie efficaci che vadano oltre il solo main eventing. Il che, per una compagnia che si avvicina all’entertainment in generale, mostra un lato troppo debole e che assolutamente va rafforzato, paradossale dirlo, proprio in quello che credono di saper far meglio, cioè raccontare storie (e la scelta di nomi come quello di Mike Mizanin a promuovere la compagnia, dovrebbe in linea teorica, essere figlia del ragionamento di Jensen).

Narrare sta diventando una parte importante delle strategie di business, ed entrambe le compagnie lo sanno bene. Chiunque, in futuro, racconti la storia migliore e chiunque la racconti nel migliore dei modi, vincerà. La palla, ancora una volta è in mano loro, ma grazie a questa concorrenza, saremo noi a decidere la partita.

Lascio infine, in linea con la tradizione meta-testuale che mi ha preceduto, con una provocazione.
Non me ne vogliate, sono riconoscente dello spazio che mi si è offerto, ma la critica è vitale, e se ho scritto ciò che ho scritto, è perchè infine mi importa.

Quanto su questi lidi (il Megaforum), wrestling matters again? Come la TNA, si vuole promuovere questa sezione, ma alla fine si rimane senza storie (pur possedendo grandi 'lottatori' per 'raccontarle'), e ci si concentra semplicemente su altro.
Dall’altra parte invece, come in WWE, non ci sono in media grandi narratori, e il livello generale delle 'storyline' è piuttosto basso, lo concedo, ma paradossalmente (o forse, come già dicevo tempo fa, si tratta di pura conseguenza fisiologica), di là mi sembra, storyline e wrestling contano ancora, nonostante tutto.

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