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Campionato di Calcio Serie A 2021 - 2022. Tutte le partite - Calendario - Commenti.

Last Update: 5/25/2022 2:00 PM
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Pjaca ci ha preso gusto, ma Immobile nel recupero beffa un bel Toro

Come contro il Sassuolo, il croato entra e segna,
ma il centravanti al 91’ su rigore evita la sconfitta alla Lazio


Mario Pagliara

[IMG]https://images2.gazzettaobjects.it/methode_image/2021/09/23/Calcio/Foto_Calcio_-_Trattate/AFP_9NE73G-205-k7bD-U4201398634187n0H-528x329@Gazzetta-Web_528x329.jpg?v=202109232256
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Il rigore trasformato da Immobile al 91’ ha decisamente il sapore della beffa per il Toro di questa sera, che aveva aperto le ali dopo il vantaggio firmato Pjaca (76’). L’uno a uno lascia ovviamente amarezza in Juric, suona come un pericolo scampato per Maurizio Sarri che ha seguito la sfida dalla tribuna (squalificato). I granata escono dallo stadio tra gli applausi del proprio pubblico, perché restano le immagini di un Toro bello e travolgente, che inizia a fare paura. La terza vittoria consecutiva è sfuggita all’ultimo secondo, ma la prestazione è stata impressionante per forza, determinazione, occasioni da gol create (7 pulite, con almeno 3 parate prodigiose di Reina). Aveva fatto sognare Marko Pjaca, per la seconda partita di fila eletto a spacca partita: subentrando aveva marchiato a fuoco la sfida in casa del Sassuolo di venerdì, per poco non si è ripetuto anche ieri sera. Questo Toro non muore mai, è indiavolato fino al novantesimo, e non è un caso se sei degli otto gol realizzati finora in campionato siano arrivati nel quarto d’ora finale. E la Lazio? Non si è visto praticamente nulla del sarrismo, è stata arroccata e schiacciata nella propria metà campo. E’ riuscita a tirare in porta per la prima volta all’88’ con un colpo di testa di Immobile, frutto di una carambola. E ringrazia l’intervento scomposto di Djidji nel finale se torna a Roma con un punto.

PRESSIONE TORO — Un po’ alla volta Ivan Juric comincia a trovare le tracce a conferma che la sua creatura sia stata pervasa dall’identità e dallo spirito desiderati dal suo allenatore. Dopo la goleada contro la Salernitana e il blitz di Reggio Emilia, anche il primo tempo di questo giovedì sera torinese conferma un Toro in salute, che mette in evidenzia ferocia ed intensità abbinate a una ottima struttura organizzata. A metà gara, a tratti, il Toro ha dominato il campo. E’ solo per un pizzico di imprecisione e per i meriti di Reina se i granata non mettono una ruota avanti all’intervallo. Dall’altra parte continua invece la difficoltà di questa Lazio nell’assorbire le richieste di Maurizio Sarri: a metà partita, nessun tiro nello specchio di Milinkovic da parte degli ospiti. Ma soprattutto, i proverbiali concetti del sarrismo proprio ancora non si vedono.

SANABRIA IN CATTEDRA — In partenza poche sorprese nel Toro: Linetty vince il ballottaggio con Lukic, c’è per la prima volta la coppia Pobega-Mandragora in regia. Stupisce invece la Lazio, con 4 cambi rispetto all’undici annunciato: panchina per Leiva, Milinkovic, Pedro e Lazzari. Dentro Marusic, Cataldi, Akpa-Akpro e il baby Raoul Moro (classe 2002). Il Toro gioca con impeto i primi venti minuti e gli ultimi venti del primo tempo, nel mezzo la Lazio non riesce mai a risalire la corrente o a riorganizzarsi. Si affaccia timidamente verso l’area granata solo sfruttando un paio indecisioni degli uomini di Juric: come al 10’, quando Milinkovic sbaglia la traiettoria del passaggio, Immobile intercetta e prova un pallonetto dalla lunga distanza che non ha né la forza né la precisione. Per il resto, i biancocelesti nel primo tempo finiscono schiacciati dalla pressione granata. Il primo squillo del Toro è firmato da Brekalo (9’), conclusione dalla distanza senza fortuna. Ma è nel finale che sale in cattedra Sanabria: al 38’ approfitta dell’errore in disimpegno di Marusic, ma il suo diagonale esce. Al 42’ l’occasione più ghiotta: la testa di Sanabria sbuca su un cross di Aina dalla sinistra, chiamando al super intervento Reina, aiutato anche dalla traversa.

PJACA SPACCA PARTITA — A inizio ripresa Sarri corre ai ripari: dentro Pedro per Moro e Milinkovic per Luis Alberto. La prima folata offensiva è proprio della Lazio con l’incursione di Felipe Anderson , ma Pedro in scivolata non riesce a deviare in porta una palla solo da spingere dentro. Nei successivi otto minuti il Toro arriva due volte alla conclusione: prima il tiro di Linetty, poi la zuccata di Sanabria, Reina è sempre attento. E mentre è il Toro a fare sempre la partita, all’ora di gioco arrivano le prime mosse di Juric, che getta nella mischia Ansaldi (per Aina) e Lukic (per Mandragora). Ci mette poco, anzi pochissimo, il fuoriclasse argentino di cui il Toro può disporre sulla sinistra. Rivedere per credere quello che combina al 25’: prima delizia il pubblico con una serie di finte e controfinte che mandano in tilt tre difensori della Lazio, pochi secondi dopo scarica un sinistro che senza l’intervento prodigioso di Reina (in angolo) avrebbe concluso la corsa all’incrocio. Per l’assalto finale, Juric inserisce Pjaca (per Brekalo) e Rincon (per Linetty), avanzando Lukic sulla trequarti. E’ la mossa che spacca la partita, perché due minuti dopo (31’) Marko Pjaca si fa trovare puntuale all’appuntamento con il gol sul cross di Singo. E’ il meritato vantaggio del Toro. Il croato si costruisce, quattro minuti dopo, anche la palla del raddoppio, ma Reina sfoggia la terza super parata della serata e dice di no ancora a Pjaca. E sull’angolo successivo il colpo di testa di Bremer non inquadra per pochi centimetri la porta. Al 91’ la beffa per il Toro: Djidji interviene in maniera scomposta su Muriqi, per Abisso è rigore. Dal dischetto Immobile non sbaglia. Il punto punisce il Toro, è troppo per la Lazio.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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9/24/2021 12:11 AM
 
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La Roma batte l'Udinese 1-0 e torna quarta.
Ma perde Pellegrini per il derby



Decide un gol di Abraham dopo un buon primo tempo.
Nella ripresa emergono i friulani che tengono il controllo della partita,
nel finale espulso il capitano che salterà la Lazio


Massimo Cecchini

Il calcio spettacolo è un’altra cosa, però Roma e Udinese è una partita vibrante, che rilancia i giallorossi i piani alti della classica e condanna l’Udinese alla seconda sconfitta di fila. Tutto questo grazie a un 1-0 santificato da un gol nel primo tempo di Abraham, che non ha disdegnato, nella ripresa, anche a dare una mano nei ripiegamenti. I friulani, principalmente nel secondo tempo, grazie ai cambi costruiscono gioco, però danno l’impressione di non avere un bomber che capitalizzi il lavoro svolto dagli altri. Il neo per la Roma è che domenica perderanno per il derby capitan Pellegrini, espulso nel finale.

SIGILLO DI ABRAHAM — Rispetto alla gara di domenica a Verona, Mourinho in avvio cambia solo un uomo, mentre Gotti - con un giorno in meno di riposo dopo il match col Napoli - ne avvicenda due. In partenza è la Roma che fa la partita, cercando di spingere forte nei primi minuti. Non è un caso che già al 4’ una conclusione di Mkhitaryan colpisce il palo esterno alla destra di Silvestri e quattro minuti più tardi, su azione d’angolo dalla sinistra, Cristante allunga il pallone calciato da Pellegrini verso il palo sinistro, su cui va a sbattere il colpo di testa di Zaniolo, in posizione defilata. Progressivamente, però, i friulani prendono le misure alle sgroppate dei padroni di casa, il cui ritmo lento riesce solo a liberare alla conclusione una volta Pellegrini, ma Silvestri blocca senza problemi. In avanti, comunque, l’Udinese stenta a farsi pericolosa, se si eccettua per un paio di guizzi firmati da Deulofeu. Il paradosso però arriva al 36’ quando, con la Roma in dieci per via del fatto che Mancini era a bordo campo per farsi medicare un taglio sullo zigomo, Calafiori parte in contropiede sulla fascia; l’impressione che Molina possa contenerlo, ma l’argentino lo perde goffamente e così il terzino mette al centro dove Abraham, sfruttando anche un errato movimento di Nuytinck, è puntuale all’appuntamento con primo gol all’Olimpico in campionato (il terzo stagionale). Il vantaggio spinge i bianconeri a uscire dal guscio, ma senza troppe idee. Solo un’accelerazione di Deulofeu, al 41’, costringe Rui Patricio alla risposta sul cross dell’attaccante, a quel punto è bravo Mancini ad anticipare Pussetto, che di testa avrebbe realizzato a porta vuota.

PELLEGRINI, CIAO DERBY — L’avvio di ripresa è al cloroformio, con i giallorossi che congelano il pallone cercando di provocare il pressing dei friulani - che invece a lungo non arriva - per cercare spazi. Solo al 17’ un bella di Makengo libera Udogie, il cui tiro non va lontano dal palo sinistro di Rui Patricio. Fuori un Molina totalmente negativo e il generoso ma sterile Pussetto, l’Udinese inserisce Soppy e Beto. Proprio Soppy, al 23’, si libera bene, ma conclude alto da buona posizione. I bianconeri però prendono campo, sfondando soprattutto a sinistra, dove viene adattato Ibanez per l’uscita di Calafiori. Così al 28’ Deulofeu conclude da posizione defilata, impegnando in tuffo Rui Patricio. L’inerzia alla fine è tutta per la squadra di Gotti, che negli ultimi minuti è anche in superiorità numerica per il secondo giallo a Pellegrini causato da una presunta gomitata a Samardzic. Il finale è ansiogeno per i colori giallorossi, che però non rischiano troppo, visto che l’unica conclusione nello specchio della porta è di Deulofeu, bravo al 46’ a impegnare Rui Patricio su punizione. Morale: pur soffrendo vince la Roma, ma per restare nei piani alti dovrà fare di più.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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9/24/2021 12:19 AM
 
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SERIE A 2021/2022 5ª Giornata (5ª di Andata)

21/09/2021
Bologna - Genoa 2-2
Atalanta - Sassuolo 2-1
Fiorentina - Inter 1-3
22/09/2021
Salernitana - Verona 2-2
Spezia - Juventus 2-3
Cagliari - Empoli 0-2
Milan - Venezia 2-0
23/09/2021
Sampdoria - Napoli 0-4
Torino - Lazio 1-1
Roma - Udinese 1-0

Classifica
1) Napoli punti 15;
2) Inter e Milan punti 13;
4) Roma punti 12;
5) Atalanta punti 10;
6) Fiorentina punti 9;
7) Lazio e Bologna punti 8;
9) Torino e Udinese punti 7;
11) Empoli punti 6;
12) Juventus e Sampdoria punti 5;
14) Sassuolo, Verona, Genoa e Spezia punti 4;
18) Venezia punti 3;
19) Cagliari punti 2;
20) Salernitana punti 1.

(gazzetta.it)
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9/26/2021 10:26 AM
 
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Maldini-Diaz da sogno: il baby Milan ritorna in vetta!

I rossoneri vincono 2-1 in casa dello Spezia.
Per Daniel era l’esordio dal primo minuto in A: in tribuna la gioia di papà Paolo.
Poi il pareggio di Verde (deviazione decisiva di Tonali) e la rete vincente di Diaz, appena entrato


Marco Pasotto


Le mille forme del Milan. Anche quando non ci sono i centravanti o, come stavolta, il centravanti non riesce a incidere, il Diavolo sa di avere tante strade diverse per arrivare in porta. E le usa sapientemente tutte. A La Spezia Pioli si è preso pure la soddisfazione di vedere in gol Daniel Maldini, al debutto da titolare in A, 13 anni dopo l’ultima rete di papà Paolo e 60 anni dopo l’ultima di nonno Cesare.

Il Milan non ha meritato particolarmente la vittoria sul piano del gioco e delle occasioni, ma è stato ammirevole nel reagire al pareggio di Verde arrivato a dieci minuti dal 90’, trovando la forza e soprattutto lo spirito di riportarsi avanti con Diaz. E occhio all’anagrafe dei gol. Il primo: cross di Kalulu (2000) e rete di Maldini (2001). Il secondo: cross di Saelemaekers (1999) e rete di Brahim (1999). Un inno al progetto e a un futuro che appare disegnato sempre più sulla pelle del Diavolo. Nota di merito anche per Pioli: la rete da tre punti è arrivata di nuovo da un giocatore entrato dalla panchina. Lo Spezia (tre k.o. su tre gare casalinghe) esce ancora tra gli applausi come con la Juve, ma anche stavolta a bocca asciutta: un peccato, considerata la produzione offensiva dei liguri, sciagurati però sotto porta.

LE SCELTE — Di fronte, due squadre alle prese con svariati problemi di infermeria. Coperte corte in diverse zone del campo per Thiago Motta e Pioli. Il tecnico dello Spezia rispetto alla scorsa partita infatti non ha recuperato nessuno e un paio di rotazioni nel 4-2-3-1 sono state inevitabili. Davanti alla difesa, confermata in blocco, è tornato Sala accanto a Bourabia (preferito a Ferrer), mentre al centro dell’attacco si è rivisto Nzola, con Antiste – reduce dal gol alla Juve – a destra e la conferma di Maggiore e Gyasi. Verde in panchina. Pioli, anche in ottica Champions, ha dato una bella rimescolata cambiando sei undicesimi rispetto all’undici iniziale col Venezia. In difesa sono tornati Tomori ed Hernadez, in mediana Kessie, sulla trequarti Saelemaekers da una parte, Rebic dall’altra (Leao fuori) e soprattutto la grande novità Daniel Maldini al posto di Diaz: per il figlio d’arte è stato il debutto in campionato da titolare, evento a suo modo storico 67 anni dopo l’esordio del nonno e 36 dopo quello di papà. Novità anche al centro dell’attacco, col ritorno di un centravanti di ruolo come Giroud.

CONCRETEZZA — Il problema per Pioli è stato che nei primi 45 nessuno è riuscito a servirlo. Né con una giocata singola, tanto meno facendogli arrivare la palla con azioni manovrate, che è poi la vera forza di una squadra in cui il collettivo è molto più importante delle individualità. Il Milan anche stavolta si è ritrovato impantanato presto nella ragnatela avversaria, ma rispetto alla partita col Venezia ha dovuto vedersela con un problema in più perché lo Spezia, a differenza dei veneti, si buttava nella metà campo rossonera ogni volta che poteva. E infatti negli ultimi venti metri è stato più concreto del Milan, pasticcione nella gestione della palla e nella scelta non solo dell’ultimo passaggio, ma anche del penultimo. Particolarmente opachi Kessie, Saelemaekers e Rebic (tanti palloni sbagliati per il croato), mentre Maldini dopo un avvio di personalità è sparito di scena. Se aggiungiamo che Hernandez in fascia doveva vedersela con un pessimo cliente come Antiste, che lo ha costretto a una inevitabile prudenza, ecco spiegati gli stenti rossoneri, incapaci di cambiare passo. Anche stavolta il giro palla non è stato particolarmente lento in sé per sé, ma prevedibile, effettuato in modo scolastico. Senza guizzi capaci di creare apprensione allo Spezia (giusto un tiro sbilenco di Tonali da buona posizione), che invece ne ha create più d’una a Maignan con i movimenti di Antiste, un paio di conclusioni velenose di Nzola, ma soprattutto con un contropiede in superiorità numerica dilapidato da Nzola e soci: nessuno si è preso la responsabilità di tirare, tutti hanno traccheggiato e alla fine Kalulu ha risolto la situazione sradicando la palla dai piedi di Nzola.

TESTIMONE SCOMODO — Nell’intervallo Pioli ha provato a correre ai ripari: fuori Giroud e Rebic, dentro Pellegri e Leao. Il portoghese è stato subito protagonista, con un paio di spunti che hanno spaventato lo Spezia e hanno preceduto di pochi secondi il gol rossonero: minuto numero 3, azione ben avviata dal portoghese, cross impeccabile di Kalulu e testa vincente di Maldini, abile a prendere il tempo a Hristov. In tribuna, il sorriso e la felicità negli occhi del papà sono stati una meravigliosa cartolina di famiglia. Il vero spacca partita però è stato Leao, particolarmente ispirato: al 12’ ha preso un palo con un visionario pallonetto a giro, poi ha sprecato davanti a Zoet. In mezzo, lo Spezia ha nuovamente dilapidato davanti a Maignan. Anzi, senza Maignan perché sul cross di Bastoni si è avventato Maggiore che ha incredibilmente spedito alto in area piccola a porta vuota. E’ stata una partita divertente nella ripresa perché i liguri hanno cercato con insistenza il pareggio e il Milan ha goduto di spazi maggiori rispetto ai primi 45 (fuori Maldini al quarto d’ora, dentro Bennacer con Kessie sulla trequarti). Lo Spezia ha riacciuffato il Milan a dieci minuti dalla fine con un’azione caparbia di Verde, polmoni freschi e spunto che gli hanno permesso di liberarsi dalla marcatura di Hernandez e concludere di sinistro. Il resto l’ha fatto uno stinco di Tonali: deviazione netta e decisiva, Maignan spiazzato e 1-1. A quel punto della partita per molti sarebbe stato uno schiaffo difficile da cui riprendersi. Ma ecco invece il nuovo Milan. Quello con una mentalità ulteriormente rafforzata, spinto dal desiderio di non accontentarsi e passare uno scomodo testimone a Napoli e Inter. Come col Venezia è stato decisivo Saelemaekers, con un’azione travolgente da sinistra che ha liberato al tiro – comodo – Diaz, entrato da poco. Zoet di nuovo battuto, Milan di nuovo coi tre punti in tasca grazie ai cambi di Pioli. Ora all’orizzonte prima della sosta ci sono Atletico Madrid in Champions e Atalanta in campionato: sarà un’altra settimana di passione.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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9/26/2021 10:30 AM
 
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Gol, pali, rigori sbagliati, Var e polemiche:
che 2-2 tra Inter e Atalanta! E gode... il Milan



Partita incredibile a San Siro: Lautaro porta subito avanti i suoi, Malinovskyi e Toloi la ribaltano.
Nella ripresa pareggia Dzeko, Dimarco sbaglia un rigore e a Piccoli
viene cancellato il gol vittoria in un caldissimo finale.
I rossoneri soli in testa per una notte


Luca Taidelli

Un match incredibile che alla fine fa felici solo le rivali scudetto. Ma Inter e Atalanta devono essere orgogliose di avere regalato uno spettacolo avvincente dal primo all'ultimo minuto. A San Siro Lautaro porta subito avanti i padroni di casa, Malinovskyi e Toloi la ribaltano. Nella ripresa pareggia Dzeko, mentre negli ultimi minuti prima Dimarco sbaglia un rigore, poi a Piccoli viene cancellato dalla Var il gol vittoria. Di fatto quattro partite in una -con tanto di record di conclusioni: 40! -, ma intanto (aspettando il Napoli) il Milan allunga e dorme una notte in testa da solo. E l'Inter interrompe a 18 la striscia di vittorie interne consecutive in campionato.

LE SCELTE — Inzaghi, che non ha convocato Correa, punta su Dzeko e Lautaro e a destra preferisce Darmian a Dumfries per il delicato duello con Gosens. Sull'altra fascia c’è Perisic, che incrocerà Zappacosta. Gasp recupera Pessina e lo piazza alle spalle di Zapata e Malinovskyi. Demiral titolare dietro, panchina per Djimsiti.

SFURIATA E RIBALTONE — Spesso in affanno all'alba degli altri match stagionali, l'Inter stavolta parte tarantolata. Due tackle consecutivi di Calhanoglu per esempio non si erano mai visti. Così come non s'era mai vista la Dea presa a sberle sui cambi gioco e sugli esterni. Al 3' Dzeko si mangia il vantaggio sul traversone di Darmian sporcato a centro area, ma subito dopo Lautaro (tenuto in gioco da Freuler) si avventa sul solito cross di Barella - 5 assist, il secondo per il Toro dopo il gol in fotocopia alla Samp - e fa esplodere il Meazza con una rasoiata al volo a fil di traversa. L'Atalanta sembra in trappola, perché se alza il baricentro si espone alle ripartenze avversarie. Dzeko e Lautaro si intendono a meraviglia, ma il bosniaco sbaglia il controllo del 2-0. Dopo un quarto d'ora però la musica inizia a cambiare. La mediana si sveglia e Zapata fa un gran lavoro sporco per far salire anche gli esterni. Manca presenza in area, che però può diventare relativa se hai Malinovskyi. L'ucraino prima affila il mancino con angoli velenosi (Brozovic al 26' si immola su Pessina) e poi al 30' dipinge un capolavoro dai 25 metri su cui Handanovic non può arrivare. Meno irreprensibile invece il portiere al 38' quando, dopo un gol mangiato da De Vrij in mischia, respinge sui piedi di Toloi un'altra sassata di Malinovskyi. Match ribaltato anche psicologicamente, perché i padroni di casa perdono lucidità nelle uscite, scambiano Dzeko per Lukaku servendolo in profondità sulla corsa, mentre la Dea ritrova l'antica sicurezza, facendo correre a vuoto Brozo e compagni.

LA RIPRESA — Nessun cambio nell'intervallo, con Handanovic che deve subito murare Pessina per evitare il tracollo. Maresca al 5' si inventa un mani di Skriniar e veleno Malinovskyi su punizione innesca la deviazione di Zapata: palo interno e poi Bastoni mura il colombiano. L'Inter barcolla, ora arriva sempre dopo sulle seconde palle e non riesce mai ad allargare il gioco. Calha sbaglia una lettura in ripartenza e lascia il posto a Vecino. Stessa sorte per l'ammonito Bastoni e per Darmian, dentro Dimarco e Dumfries. Il match si accende perché l'Inter non ci sta e prova ad alzare i giri. Vecino esalta Musso, Dimarco sui piazzati è la risposta a Malinovskyi e da corner Dzeko va vicino al 2-2, prima che Lautaro manchi la porta di un nulla sulla smanacciata di Musso da tiro cross di Barella. Ora è Gasp che cerca un cambio di marcia con Djimsiti, Ilicic e Piccoli per Pessina, Malinovskyi e Zapata, con Zappacosta che si alza nel tridente. Mossa che dura un amen, perché si fa male Palomino, entra Maehle e Djimsiti si abbassa. Il tempo di riassestarsi e l'Inter pareggia al termine dell'ennesima azione a falange sulla sinistra. Musso vola sul mancino di Dimarco, ma Dzeko sul tap-in non perdona. Apparecchiato un finale stupendo, in coda a una partita che già ne contiene tre. L'Inter ne ha di più, ma gli equilibri contiani saltano e Maehle in contropiede prova lo scherzetto. Le ultime cartucce sono Sanchez per Lautaro e Pasalic per Zappacosta. Handanovic dice di no a Ilicic. Demiral fa una pazzia, colpendo il pallone di mano per anticipare Dzeko. Rigore che però Dimarco stampa sulla traversa. Ma i colpi di scena non sono finiti. Perché su un pasticcio di Dumfries Piccoli fredda Handanovic. Sembra la beffa, ma in precedenza il pallone era uscito oltre la linea di fondo.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Che show a Marassi! Destro ribalta il Verona,
Kalinic al 91' ferma il Genoa americano



Sotto 2-0 per i gol di Simeone e Barak, la squadra di Ballardini
nel finale si porta sul 3-2 con Criscito e la doppietta dell'attaccante.
In pieno recupero il colpo di testa del croato vale il pareggio


Filippo Grimaldi

Fuochi d’artificio e sei gol nell’anticipo del Ferraris fra Genoa e Verona (3-3 il finale). Doveva essere la notte della festa dei nuovi padroni americani del Grifone di 777 Partners, che prima del fischio d’inizio hanno raccolto il primo applauso sotto la gradinata nord, sfiorata dai rossoblù di Ballardini dopo il sofferto recupero da 0-2 a 3-2, prima che Kalinic di testa in pieno recupero regalasse il pari finale ai veneti, che conquistano così il quinto punto in tre gare della gestione-Tudor.

Il Genoa ha pagato nel primo tempo le poche scelte di Ballardini e un atteggiamento poco efficace nella mediana, dove la squadra ha faticato parecchio. Rossoblù rinnovati rispetto a Bologna: Ballardini rinuncia a Vanheusden, Biraschi parte titolare e in mezzo fuori Touré e dentro Melegoni trequartista nell’ormai consueto 4-2-3-1, con Kallon largo a destra e Farés sulla fascia opposta. Tudor rivoluziona l’attacco: fuori Kalinic e Caprari, spazio a Lasagna e Simeone, la coppia offensiva supportata da Barak nel 3-4-1-2 di Tudor.

AVVIO SPRINT — I padroni di casa partono a ritmo altissimo, vanno vicino al gol con un sinistro di Criscito (2’), e schiacciano il Verona nella sua metà campo. Ma a sorpresa va in vantaggio il Verona: all’8’ Simeone stacca alto di testa sulle spalle di Cambiaso al limite dell’area piccola), dopoché Ilic aveva saltato Maksimovic sulla fascia destra. Il gol mette le ali ai veneti, il Genoa fatica a riorganizzarsi, ma il Verona continua a spingere forte sugli esterni. La squadra di Ballardini non convince: Destro è troppo isolato, destro da solo fatica. Al 27’ Cambiaso calcia da lontano, ma fuori misura. Barak in azione di disturbo sui due mediani del Genoa rallenta le ripartenze rossoblù. Poco dopo la mezz’ora Ballardini passa al 5-3-2, abbassando Fares e alzando Kallon al fianco di Destro. Ma cambia poco: Badelj (36’) ha il pallone giusto dal limite, calciando però malissimo.

LA RISCOSSA — Ballardini dopo l’intervallo piazza però Pandev a rinforzare l’attacco (fuori Cambiaso), con Behrami in mezzo al posto di uno spento Melegoni, ma i rossoblù incassano il raddoppio ospite al 3’: ingenuo Maksimovic, che colpisce da dietro Simeone appena entrato in area rossoblù e dopo il penalty check Doveri assegna il rigore: Barak spiazza Sirigu e fa due a zero. Il Genoa non va e quando si fa male Biraschi chiude tutti i cambi. Sirigu salva due volte su Lasagna e Barak, poi la gara cambia. Dawidowicz (30’), che ingenuità, tocca di mano sul cross di Pandev per Destro. Rigore, Criscito fa centro e riapre la gara: cinque minuti dopo una punizione di Rovella trova Destro che stacca altissimo di testa e fa centro, statica la difesa ospite. Due a due e rossoblù trasformati. Ancora l’attaccante innescato da Pandev firma il 3-2 con un pallonetto morbido sull’uscita di Montipò. Finale caldissimo, il Verona non ci sta e al 46’ Kalinic su assist di Casali dalla destra sigla il definitivo 3-3. Che gran divertimento.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Juve, con la Samp seconda vittoria in fila.
Ma ancora due gol subiti e Dybala k.o.

Vantaggio con Dybala e poi rigore di Bonucci, Yoshida riapre il match al 44'.
Locatelli trova il suo primo gol in bianconero, Candreva firma il 3-2 a 7' dalla fine


Livia Taglioli


La Juve, sotto la pioggia e soprattutto lo sguardo di Andrea Agnelli, conquista la sua prima vittoria all’Allianz Stadium, la seconda consecutiva (e con lo stesso risultato) in campionato, superando 3-2 la Samp, battuta anche nelle precedenti quattro sfide con i bianconeri. Una vittoria meritata ma anche zavorrata dall’infortunio occorso a Dybala, uscito in lacrime dal campo: un guaio muscolare alla coscia sinistra di cui si saprà di più nel prossimi giorni. Verdetto che si attende anche per Morata, il quale ha chiesto di essere sostituito per un dolore muscolare alla coscia destra. Se la gara racconta di una Juve in crescita quanto a spessore di gioco e organizzazione, conferma anche l’alta recidività bianconera quanto a gol subiti: anche oggi sono stati due, uno nel finale di primo tempo, l’altro a soli 7’ dal termine.

PRONTI PARTENZA GOL — Altra gara, altra formazione. La Juve parte da subito col giusto piglio giusto: Alex Sandro e Cuadrado spingono dalle retrovie, De Ligt dà sicurezza e Bonucci è il solito regista aggiunto. Il pressing alto della Samp rende difficile la vita a Bentancur e Locatelli, ma dove trova la strada sbarrata nel mezzo, la Juve scarta sulle fasce e crea vie alternative alla penetrazione offensiva, con Chiesa inizialmente a destra e Bernardeschi a sinistra (e Rabiot fermo per una botta). Perin regala un turno di riposo a Szczesny in vista del Chelsea, mentre davanti Morata e Dybala svariano, dando vivacità al fronte d’attacco. Di contro la Samp ha assenze pesanti in avanti (out Gabbiadini, Verre e il convalescente Torregrossa in campo solo nel finale) ma supplisce con squadra corta e pressing alto, mosse che ingabbiano la Juve per la prima decina di minuti. Poi la gara si sblocca, alla prima azione corale bianconera: parte da Locatelli, prosegue con Alex Sandro, provano conclusioni a ripetizione Chiesa e Locatelli, e alla fine l’assist vincente è dell’ex Sassuolo per Dybala: al 10’ il suo sinistro dal limite non perdona ed è 1-0 Juve.

DYBALA K.O. — Poi inizia la sagra del raddoppio sfiorato: al 12’ Chiesa, servito dall’argentino, sbaglia mira di un soffio, al 14’ Audero esce fra i piedi di Dybala e blocca, al 16’ ancora il portiere di scuola Juve respinge su Morata, e torna sul pallone anticipando di un istante l’accorrente Chiesa. In tutto ciò la Samp non si fa schiacciare a pelle di leopardo ma si butta con generosità in avanti, senza peraltro sorprendere i bianconeri. Insomma, è una Juve pericolosa in avanti ma senza smagliarsi dietro. In una parola equilibrata, ed è la prima volta che riesce a tenere posizioni e atteggiamento con promettente continuità. Nonostante un imprevisto, e di quelli pesanti: al 21’ Dybala esce dal campo zoppicando e nascondendo le lacrime con le mani sul viso, consolato da Bentancur. Nessuno salvo l’argentino in questo momento può intuire l’entità del guaio muscolare di cui è rimasto vittima. Al suo posto entra Kulusevski, davanti agli occhi dell’ex maestro D’Aversa. E come vuole Allegri cerca in tutti i modi di non far rimpiangere chi è uscito: pronti via si fa trovare in zona tiro due volte, senza però indovinare lo specchio, prima di sinistro e poi di testa. Nell’ultimo quarto d’ora il ritmo della gara si abbassa, salvo infiammarsi nei minuti finali: su un affondo di Chiesa, un braccio largo di Murru in area provoca un rigore a favore dei bianconeri e un’ammonizione per lui. Bonucci dal dischetto spiazza Audero con un destro perfetto: al 43’ è 2-0 Juve. Un minuto dopo Perin in tuffo dice di no a Quagliarella, ma sugli sviluppi del successivo corner Yoshida, lasciato solo in area, di testa firma il 2-1, su cross di Candreva. E per la Juve, che fin qui ha tanto ha creato e tanto sprecato, la gara si ripopola di antichi fantasmi.

LOCATELLI, PRIMO HURRA’. MA POI… — L’avvio della ripresa, sempre sotto una pioggia insistente, è piuttosto confuso: la Juve difende basso, quando attacca è imprecisa nei passaggi e con la Samp che fa densità in area non trova varchi praticabili. Ma la sua insistenza viene premiata al 12’: Chiesa si incunea in area e non trova lo spiraglio per concludere, sulla ribattuta della difesa è lesto Kulusevski a servire Locatelli: il suo destro di rapina batte Audero per il 3-1 Juve. Per Manuel è la prima rete in bianconero, la sua felicità trasbordante. La Samp manda in campo Augello, Damsgaard e Silva. La Juve insiste in avanti, spronata dalle urla di Allegri, ma senza grande costrutto, tanto che è della Samp l’azione più pericolosa, con Caputo che inventa un tacco-tunnel ai danni di De Ligt e offre a Quagliarella un pallone velenosissimo: ci pensa Alex Sandro a disinnescarlo in extremis. Anche Allegri si gioca la carta dei cambi, inserendo Chiellini e Ramsey al posto delle due ali, Chiesa e Bernardeschi: difesa a tre ed esperimento di un 3-5-2 che diventa 5-3-2 in fase difensiva. Bentancur con un gran destro chiama Audero ad un grande intervento, mentre Morata prima non trova lo specchio e poi chiede il cambio per un dolore alla coscia destra. Al suo posto entra Kean. Ma a segnare è la Samp, che al 38’ mette in vetrina Candreava: è il 3-2 finale, con la Juve che incassa almeno una rete per la 20esima gara consecutiva in campionato. E mercoledì la aspetta il Chelsea campione d’Europa.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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L'Empoli fa festa con un poker al Bologna.
E Sinisa manda tutti in ritiro

Seconda vittoria consecutiva per la squadra di Andreazzoli:
Bonifazi (autogol), Pinamonti e Bajrami rispondono alle reti di Barrow e Arnautovic,
con Ricci che la chiude nel finale dopo un buon momento degli ospiti. Rossoblù in ritiro


Luca Calamai


Fa festa l'Empoli. La vittoria per 4 a 2 contro il Bologna regala alla squadra di Andreazzoli i primi punti del campionato al Castellani. Un risultato che proietta la formazione toscana in una posizione di medio alta classifica. Molti rimpianti, invece, per il Bologna. La squadra di Mihajlovic (in tribuna perché squalificato) sull'1 a 1 ha sbagliato un calcio di rigore con Arnautovic. Poteva cambiare la storia della partita. È stata comunque una gara divertente che ha messo in mostra alcuni talenti interessanti a cominciare da Ricci, autore dell'ultimo gol.

IL PRIMO TEMPO — Una manciata di secondi e l'Empoli va subito in gol. Un cross teso dalla fascia destra di Henderson viene deviato in scivolata da Bonifazi. La più classica delle autoreti. La squadra di Andreazzoli insiste sfruttando un comprensibile momento di disorientamento degli avversari Ancora Henderson stavolta su punizione, sfiora il raddoppio. Il Bologna esce dal guscio. Barrow sfiora il bersaglio con una conclusione deviata in angolo con bravura da Vicario. Ma pochi secondi dopo, all'11', ancora Barrow è bravo a liberarsi in area, a ricevere il pallone da calcio d’angolo di Skov Olsen e a piazzare un diagonale imparabile. Stavolta è la formazione di Mihajlovic a insistere. E al 19' avrebbe la possibilità di passare in vantaggio. L'arbitro Giacomelli assegna il calcio di rigore ai rossoblù per un contatto in area Zurkowski-De Silvestri. Dal dischetto si esibisce Arnautovic che scarica un siluro che centra in pieno il palo. In questo ping-pong di stati d’animo stavolta è l’Empoli a rientrare bene in partita. Gli azzurri sfiorano il gol con un colpo di testa di Romagnoli su azione da calcio d’angolo. E al 31' vanno ancora a segno. Travolgente iniziativa di Stojanovic che arriva sul fondo e mette al centro per Pinamonti che gira di precisione beffando Skorupski. Il portiere rossoblù nel finale di tempo salva la sua porta da una conclusione ravvicinata del solito scatenato Henderson.

LA RIPRESA — Il Bologna inizia la ripresa con tre cambi. Entrano Theate, Svanberg e Sansone. La squadra rossoblù si schiera con il 3-4-1-2. Al 3' i bolognesi vanno al tiro con Sansone. Palla deviata in angolo. E sull’azione successiva Theate di testa alza sopra la traversa. Lo stesso Theate all’8’ è protagonista di un contatto in area su Henderson. L’arbitro Giacomelli viene richiamato al Var e assegna il rigore. Dal dischetto Bejrami realizza il 3 a 1. Il Bologna reagisce. Prova a dare continuità alla sua fase offensiva. Al 16’ Barrow è ancora molto pericoloso. Una sua conclusione dal limite centra in pieno la traversa. La palla arriva ad Arnautovic che batte di testa e colpisce la parte alta della traversa. L’Empoli torna ad attaccare. Zurkowski ha una buona occasione ma la sua conclusione è di poco alta sopra la traversa. Ancora la squadra di Andreazzoli si rende pericolosa con una ripartenza chiusa da Pinamonti con un destro a girare bloccato a terra dal portiere del Bologna. Al 32’ gli emiliani riaprono la partita. Pennellata di De Silvestri che trova libero in area Arnautovic. Controllo e palla in rete. Ancora il centravanti del Bologna ha l’occasione del 3 a 3 ma il suo tiro al volo è di poco alto sopra la traversa. Ancora una occasione da gol per i rossoblù ma il colpo di tacco in mischia di Soriano viene bloccato a terra dal portiere dell’Empoli. E proprio al 45’ arriva il gol che chiude la sfida. Lo realizza il giovane e talentuoso Ricci con un rasoterra imparabile. La squadra di Andreazzoli fa festa, mentre quella di Mihajlovic, come annunciato poco dopo il termine dell’incontro, da domani sarà in ritiro.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Il Sassuolo di Dionisi sorride con Berardi: Salernitana k.o. 1-0



I neroverdi tornano alla vittoria grazie al gol di testa dell'attaccante azzurro, su cross di Boga.
Tanta sfortuna per i granata, che sciupano diverse occasioni e restano ultimi, a 1 punto


Matteo Dalla Vite

Dopo tre kappaò consecutivi il Sassuolo – faticando nel cercare di far emergere la tecnica superiore alla rinomata fisicità della Salernitana – riesce a riprendersi tre punti con un colpo di testa di Berardi su assist di Boga. Il tutto succede nella ripresa di una gara vigorosa, in cui si sono sentiti molto i 2500 tifosi salernitani che hanno creato un frastuono bello e imperante (sotto il diluvio incessante) e che però non ha portato la squadra di Castori ad evitare la quinta sconfitta in campionato. Berardi ritrova il gol quindi, il secondo del campionato dopo quello rifilato all’Atalanta: Castori, senza Ribery, ha messo l’indice sulla battaglia che però spesso finisce per non bastare. Il cambio tattico, apprezzabile, non ha portato punti: ma per poco…

SALERNITANA IN CASA? — Al tecnico della Salernitana – reduce dal puntone contro il Verona - manca appunto Ribery (ma lo avrà alla prossima contro il Genoa) ma non l’idea strategica per affrontare il Sassuolo: niente 3-5-2 ma 4—3-1-2 coi Coulibaly boys in mezzo e Kastanos dietro a Djuric e Gondo, confermatissimo: l’armata granata è accompagnata sugli spalti del Mapei da 2500 tifosi che fanno un gran bel baccano, più di tutti gli altri che popolano lo stadio messi assieme. Dionisi arriva da tre sconfitte di fila ma non vuole cambiare né spartito (4-2-3-1) né, sostanzialmente, uomini: così, l’attacco presenta il poker dei miracoli, perché dietro a Raspadori (che arriva a questa gara con un solo gol realizzato ad agosto al Verona) c’è il trio Berardi, Djuricic e Boga. Gente, in poche parole, che potenzialmente ha grandinate di reti addosso ma che ancora non ha dato gioie direttamente proporzionali alle rispettive grandi qualità.

SERVE IL VAR — Nei primi venti minuti ci sono 5 situazioni buone per il Sassuolo, ma un solo tiro vero, quello di Lopez che Belec para perfettamente e in volo nel sette; le altre occasioni sono buttate da Boga o Djuricic. La Salernitana combatte, e si sa, quasi fosse un Fight Club: spezzetta la gara e arriva vicino a Consigli due volte, in una semirovesciata di Gondo e con un tiro poi vanificato dal fuorigioco del migliore in campo nel primo tempo, ovvero Mamadou Coulibaly. Dopo un’occasione di Kastanos (tiro fiacco, 37’), ecco l’episodio per dirimere il quale serve il Var: Gagliolo, al limite dell’area entra su Frattesi. Giua dà il rigore ma il Var interviene per fargli rivedere l’episodio: il difendente della Salernitana incoccia la palla prima e l’intervento è fuori area. Niente rigore e zero recupero.

BOGA E CASTORI — Nella ripresa il Sassuolo alza la qualità offensiva: rischia due volte (Rogerio salva su Bonazzoli, subentrato a Gondo) al 21’, ma una cosa fatta finalmente da Boga alla… Boga decide il vantaggio neroverde: fuga dell’ivoriano a sinistra, Gyomber lo fa andare e crossare, dall’altra parte della porta c’è Berardi non coperto da Ranieri e Gagliolo, zuccata e 1-0 al 9’ della ripresa. Da quel momento al salvataggio di Rogerio, Raspadori si ritaglia due momenti da gol che però non hanno fortuna. La Salernitana cambia l’attacco e schiuma fisicità, il Sassuolo avvicenda 4 uomini togliendo Raspadori, Frattesi, Berardi, Boga – visibilmente stanchi – e cerca con la leggerezza di Defrel e Traoré di dare il colpo decisivo. Un colpo di Simy finisce di poco alto: il Sassuolo sale a 7 punti, un anno fa ne aveva il doppio ma la crescita (lenta) continua. Castori? Qualcuno dice che può rischiare la panca: voce, per ora, tutta da confermare. Però chissà, magari contro il genoa sarà la sua Prova del 9.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Ancora Vlahovic: la Viola vince 1-0 a Udine e torna in zona Champions

Decide un rigore dell’attaccante serbo: terza vittoria consecutiva in trasferta per una Fiorentina
che dopo il gol soffre terribilmente i padroni di casa che però non riescono mai a trovare il pari


Francesco Velluzzi


Le stranezze del calcio. L’Udinese domina letteralmente la sfida con la Fiorentina. Mette energia, cuore, tecnica, e, nella ripresa, anche tiri in porta ma dalla Dacia Arena è la Viola che va via con i tre punti in tasca. Tutto grazie al rigore trasformato da Vlahovic dopo 16 minuti. Da quel momento hanno giocato solo i bianconeri di casa che, però, non hanno trovato prima la via della porta, poi, quando, dopo 55 minuti, hanno cominciato a tirare, trascinati da un Deulofeu stellare, sono incappati in Dragowski bravo a respingere tutto. La Fiorentina vola ai piani alti a quota 12 giocando la peggior partita della stagione, ma in cui per la prima volta non subisce gol. L’Udinese resta a quota sette, con tre sconfitte di fila (le altre due con Napoli e Roma), due di queste in casa, e zero gol segnati in queste tre sfide che erano sicuramente proibitive in partenza, ma che lasciano tanta amarezza perché sia con la Roma che con la Fiorentina la squadra di Gotti ha dominato almeno un tempo, stavolta molto di più.

PRIMO TEMPO — Prima di cominciare il pubblico della tribuna saluta con affetto Marek Jankulovski venuto a salutare lo stadio in cui è esploso da calciatore bianconero. Più staccato Nico Gonzalez, squalificato, beve il mate in divisa viola. Ma ecco le squadre. Gotti tiene lo stesso terzetto difensivo che gioca da inizio campionato, ma lascia in panchina Molina, colpevole nelle ultime due gare, a vantaggio dell’emergente 2002 francese Soppy sulla corsia di destra, a sinistra c’è Stryger Larsen. L’altra novità è davanti dove con Deulofeu gioca il lungagnone portoghese Beto, anche lui alla prima da titolare. Serve per spizzare, fare sponde in mezzo e colpire di testa sui cross degli esterni. Nel 4-3-3 di Vincenzo Italiano ci sono Callejon e Saponara a fare da esterni d’attacco con Vlahovic in mezzo come previsto. La Fiorentina pressa sempre alto, ma i primi 15 minuti dicono poco o nulla. Ci pensa, però, l’arbitro Ghersini a ravvivare la sfida assegnando con l’aiuto della Var e con le proteste viola, un rigore per un fallo di Walace su Bonaventura in area. Ci sarebbe parecchio da discutere, ma dal dischetto Vlahovic non sbaglia. L’Udinese capisce che deve reagire. Arslan costringe subito al fallo da giallo Martinez Quarta. La Fiorentina entra con decisione, Ghersini non sempre fischia, ma la protesta bianconera sale quando Deulofeu che ruba palla al lento Milenkovic si invola e in area va giù per un contatto con Martinez Quarta. Per Ghersini è tutto regolare. Deulofeu è inarrestabile, Walace recupera sempre il pallone che viene affidato spesso a destra a Soppy che a volte pasticcia a volte trova l’imbucata buona o crea pericolo. L’Udinese domina ma in porta non tira mai, aumentando l’astinenza. La Fiorentina tiene botta soprattutto con Duncan che gioca da mezzala a destra ma è l’equilibratore di tutto recuperando di tutto e impostando bene. Anzi al 39’ rischia pure il raddoppio della Fiorentina per una sgommata di Odriozola che calcia facendo attraversare al pallone tutto lo specchio della porta.

SECONDO TEMPO — Dagli spogliatoi non esce Soppy che lascia il posto a Pussetto per un’Udinese più offensiva che si mette a quattro, giocando col 4-2-3-1 con Pereyra, Pussetto e Deulofeu alle spalle di Beto. Spazio anche a Makengo al posto di Arslan che era a rischio dopo il giallo preso a fine primo tempo per un litigio con Bonaventura, peraltro in fase di possesso nell’area avversaria. Gli effetti si vedono perché al 10’ Pereyra semina tutti e serve Beto che calcia bene ma trova le manone di Dragowski. L’Udinese continua a far la partita, Walace recupera e gestisce palloni, la Viola prova a usare il corpo di Vlahovic per salire, ma il duello con Nuytinck è molto fisico ed è quasi sempre a favore dell’olandese. Ci prova anche Makengo, ma c’è sempre Dragowski. Italiano cambia pure lui: fuori Biraghi e dentro Terzic. Poco dopo rivoluzione: escono Martinez Quarta, Bonaventura e, a sorpresa, anche Duncan, il migliore fin qui. Dentro Nastasic, Malleh e Amrabat. Dal cambio la viola esce distratta perché un altro errore di Milenkovic sta per costare caro con Beto che parte. L’Udinese vuole e merita di recuperarla. Gotti è ancora più spregiudicato: dentro Molina e Udogie per avere maggiore spinta, fuori anche il pilastro della difesa Nuytinck. Ma Silvestri deve respingere su Saponara che prova a chiuderla da fuori area. L’Udinese assedia però la Fiorentina con Deulofeu che diventa inarrestabile, Odriozola vede le stelle con lo spagnolo che a sinistra è una furia. In campo va pure Samardzic. Proprio un assolo dello spagnolo costringe il portiere polacco a un altro salvataggio e Beto non riesce a buttarla dentro. È, invece Italiano che sta sempre fuori dall’area tecnica a sbracciarsi. Ci sono proteste anche per un fallo su Pussetto, ma Ghersini, insufficiente, al netto degli episodi da rigore, non fischia assolutamente nulla. Deulofeu non si arrende, ma il muro viola resiste anche grazie ad Amrabat e la Fiorentina porta a casa tre punti davvero insperati.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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9/27/2021 12:27 AM
 
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Sarri la spunta su Mou in un derby show:
la Lazio supera 3-2 la Roma

Biancocelesti sempre avanti:
i giallorossi reagiscono ma non basta,
alla fine decide il gol di Felipe Anderson


Stefano Cieri


Il derby dice Lazio e Sarri può finalmente gioire dopo un periodo delicatissimo. Il derby rilancia la sua squadra e soprattutto il suo progetto. Ma la Roma non esce ridimensionata dalla stracittadina romana. Giocata bene da entrambe le squadre, senza un attimo di pausa. All'inglese, insomma, come giustamente avranno apprezzato i rispettivi allenatori che la Premier l'hanno conosciuta davvero (Mourinho ne è un decano, ma anche Sarri ci ha allenato). Un pareggio avrebbe forse rispecchiato meglio l'andamento della gara, soprattutto sotto il profilo delle occasioni da rete che si sono sostanzialmente equivalse. Ma la Lazio alla fine prevale in virtù della sua superiorità nei primi 25 minuti di gioco, nel corso dei quali i biancocelesti sono padroni del campo e segnano i primi due gol che alla lunga faranno la differenza. Poi la gara è equilibrata, anzi la Roma la gioca forse anche meglio, ma quando parti dallo 0-2, specie in un derby, è difficile per non dire impossibile risalire la china.

SUBITO SCINTILLE — La Lazio approccia meglio la partita, nonostante le difficoltà delle ultime settimane. I biancocelesti, rispetto ai giallorossi, danno l'impressione di sapere meglio cosa fare e come farlo, almeno nella parte iniziale della gara. Palleggio stretto in mezzo al campo e poi sfruttamento dell’ampiezza, col pallone che viene smistato sulle fasce laterali. Il gol con cui la squadra di Sarri sblocca il risultato al 10’ è esattamente il manifesto di questa impostazione di gara. Milinkovic e Immobile si scambiano palla sulla trequarti, il centravanti apre poi sull'out di destra per Anderson che scodella in area dove si inserisce Milinkovic per il colpo di testa dell'1-0. Difesa della Roma che resta a guardare, sorpresa dallo scambio in velocità e dall'inserimento del centrocampista: Karsdorp e Mancini provano a chiudere, ma è tardi, così come Rui Patricio è impossibilitato ad anticipare Milinkovic. Anzi, sullo slancio lo travolge e becca anche il giallo. La Roma accusa il colpo, la Lazio gioca sul velluto, favorita anche dagli spazi che si aprono per il contropiede. Il raddoppio arriva proprio in questo modo. Immobile, lanciato da Luis Alberto, si invola sulla sinistra, serve al centro Pedro che di piatto destro dal limite dell’'rea supera Rui Patricio. La Roma reclama un possibile rigore per il contatto Hysaj-Zaniolo all'alba dell'azione. Il contatto in effetti c'è, ma non sembra sufficiente per decretare il rigore. Almeno questa è l'idea sia dell’arbitro Guida, che lascia correre, sia del Var Irrati che non interviene. Qualche minuto più tardi è anche la Lazio a reclamare un penalty per un contatto simile tra Ibanez e Anderson. Anche qua arbitro e Var ritengono che sia troppo poco per fischiare il rigore. Si arriva così a metà primo tempo e qui l’inerzia della gara cambia. La Lazio rallenta i ritmi del possesso palla, anche perché la Roma aumenta la densità in mezzo al campo e pressa gli avversari. Arrivano così anche le palle-gol per i giallorossi. Reina salva sul tiro dalla distanza di Veretout, poi viene salvato dal palo sul colpo di testa di Zaniolo. Ma nulla può al 41’ su un altro colpo di testa, quello di Ibanez su angolo di Mkhitaryan. Si va così al riposo sul 2-1.

BOTTA E RISPOSTA — Il secondo tempo comincia sulla stessa falsariga della seconda parte del primo. Roma protesa alla ricerca del gol e Lazio che cerca di sfruttare il contropiede. La partita non ha pause, le emozioni si susseguono da una parte e dall'altra. La prima a capitalizzare un'occasione è però la Lazio. Che al 17’ sorprende ancora la Roma in contropiede. Luis Alberto lancia Immobile dalla sua metà campo, il centravanti corre da solo verso la porta, poi al momento del tiro rientra verso l'area e serve l'accorrente Felipe Anderson che deve solo depositare in rete. La botta è durissima per una Roma che si era riorganizzata bene dopo l'avvio difficile. Ma la squadra di Mourinho ha il merito di non arrendersi. Si getta con il cuore in avanti, spinta soprattutto da Zaniolo. E sfiora subito il gol proprio con il numero 22. Il 3-2 arriva lo stesso dagli 11 metri, con la solita esecuzione impeccabile di Veretout. Guida concede il penalty per il contatto tra Zaniolo e Acerbi che viene confermato anche dopo essere stato rivisto al Var. Manca ancora mezzo tempo e la Roma ci crede. Mourinho getta dentro Shomurodov per El Shaarawy e poi Carles Perez per uno stremato Zaniolo. Nel finale il tecnico portoghese getterà nella mischia anche Smalling e Zalewski per Vina e Karsdorp, passando al 3-4-3. Ma il risultato non cambia. La Roma ci prova con qualche mischia, ma la difesa della Lazio è sempre attenta. Grazie anche ai cambi conservativi di Sarri (Cataldi per Leiva e Akpa Akpro per Luis Alberto). Sono così i biancocelesti a sfiorare il quarto gol con Immobile. Ma il centravanti della Lazio calcia fuori da ottima posizione davanti a Rui Patricio. Finisce con entrambe le squadre sotto la curva, osannate dai rispettivi tifosi. Giusto così. Un bel derby, giocato con veemenza ma senza eccessiva cattiveria e con entrambe le squadre che hanno onorato il calcio.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Osimhen e Insigne da sballo:
il Napoli fa 6 su 6 ed è in vetta da solo



Gli azzurri tornano in testa alla classifica a punteggio pieno.
Contro i sardi segnano il nigeriano e il capitano su rigore.
Rientra in campo Demme dopo il grave infortunio


Mimmo Malfitano

La capolista c’è e non sbaglia nemmeno stavolta. Due a zero al Cagliari e primo posto in solitario. C’è da chiedersi se ci sarà un avversario in grado di arrestare la marcia di questa squadra che continua a sbalordire per il gioco che produce e per la freschezza atletica che evidenzia, nonostante si giochi tre volte a settimana. Il protagonista? Victor Osimhen, ovviamente. Sì, ancora una volta lui, che regala al pubblico del Maradona un’altra sera magica, realizzando il primo gol e procurandosi il rigore trasformato da Lorenzo Insigne per il 2-0 finale. Poco ha potuto il Cagliari, sia sul piano del gioco sia su quello fisico. Ogni confronto è sembrato impari e, alla fine, ha dovuto cedere i tre punti.

CONFERME SPALLETTI — L’unica novità rispetto alla gara di Marassi, contro la Sampdoria, è l’inserimento di Politano al posto di Lozano. Ormai, l’avvicendamento tra i due sta diventando una consuetudine nella scelte di Luciano Spalletti. Per il resto, l’allenatore conferma la squadra che fin qui le ha vinte tutte. Walter Mazzarri si prende l’applauso del San Paolo, che non ha dimenticato i quattro anni vissuti insieme. Con l’allenatore del Cagliari, il Napoli ha vinto il primo trofeo dell’era De Laurentiis, la coppa Italia, e ha partecipato per la prima volta agli ottavi di Champions Legaue. La gente di Napoli non ha dimenticato e gli ha riservato una calorosa accoglienza. Mazzarri presenta alcune novità: Strootman, Zappa e Godin sono in campo dal primo minuto.

SEMPRE OSIMHEN — Il Napoli s’impadronisce subito dell’iniziativa e chiude il Cagliari nella propria metà campo. La regia di Fabian Ruiz e il pressing sulla fascia sinistra portato da Mario Rui e Insigne, creano criticità alla difesa rossoblù. L’azione del gol del vantaggio si sviluppa, però, a destra. Anguissa chiama all’inserimento Zielinski che in velocità supera Caceres e crossa. Sul pallone si avventa uno scatenato Osimhen che brucia sullo scatto Godin (11’). Il Napoli è di nuovo solitario in testa alla classifica. Il centravanti nigeriano è un’iradiddio. Al 24’, riparte di nuovo in velocità e appena giunto al limite dell’area fa esplodere il destro col pallone che accarezza il palo.

PRESSIONE CONTINUA — Il pressing napoletano diventa asfissiante. Il Cagliari prova ad allargare sugli esterni, ma Nandez è sistematicamente anticipato da Mario Rui, mentre a destra Lykogiannis tiene coperto Di Lorenzo. Proprio da un cross dell’esterno greco nasce il primo pericolo per Ospina: ci pensa Mario Rui ad anticipare il colpo di testa di Nandez. A centrocampo, la lotta è impari, Strootman è troppo morbido per contrastare Zielinski, mentre Deiola deve fare i conti con la fisicità di Anguissa. Il primo tempo si conclude con una punizione di Nandez che la difesa napoletana allontana.

SENZA STORIA — La ripresa è un monologo del Napoli, la superiorità è troppo evidente, sia sul piano tecnico sia su quello qualitativo. Osimhen ci prova dal limite (8’), ma Cragno blocca. Tre minuti più tardi, il nazionale nigeriano costringe al fallo in area Godin. Il difensore uruguaiano viene letteralmente stordito dai continui dribbling dell’attaccante napoletano, fino a stenderlo. L’arbitro Piccinini non ha alcuna esitazione a mostrare il dischetto. Alla battuta va Insigne che raddoppia. Sul finire della gara Spalletti inserisce Diego Demme che rientra dopo due mesi dall’infortunio al ginocchio subito a Dimaro, nell’amichevole contro la Pro Vercelli. Poi triplice fischio finale e grande festa sugli spalti, il Napoli è di nuovo da solo in testa alla classifica.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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9/28/2021 5:04 PM
 
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Brekalo illude il Toro, ma il Venezia pareggia su rigore

Succede tutto nella ripresa:
Singo manda in gol il croato,
poi i veneti trovano il pari con il penalty
di Aramu (espulso Djidji nella circostanza)


Mario Pagliara


Neanche il vantaggio di Brekalo è riuscito ad aiutare il Toro a venire a capo di una serata incredibilmente difficile. Il Venezia ne approfitta e strappa un pari meritato, grazie al rigore firmato dall’ex Aramu e assegnato a causa del disastroso intervento di Djidji su Okereke. Finisce con un uno a uno che contiene tante buone notizie per Zanetti, mentre palesa un vistoso passo indietro sul piano del gioco da parte della squadra di Juric. Toro troppo stanco per essere vero? Possibile.

TORO STANCO E SORPRESO — Chissà dove finisce allora la sorpresa e dove inizia la stanchezza. La verità potrebbe stare nel mezzo, perché il Torino del primo tempo è sia sorpreso dai cambiamenti tattici presentati da Zanetti (Venezia con il 4-4-2 e non con l’abituale 4-3-3), sia visibilmente sotto ritmo, apparso con il serbatoio in riserva dopo questo tour de force con quattro partite in quindici giorni (Juric non ricorre al turnover: le uniche novità sono Lukic e Ansaldi). Ne risente, fortemente, il livello della prestazione: nei primi quarantacinque minuti quello che si vede in campo è solo lontano parente del Toro di Juric apprezzato nelle ultime due settimane. Incapace di sfondare sulle fasce, puntualmente stoppato sulle vie interne, in sofferenza quando le mezzali venete cambiano passo e si affaccia nell’area del Venezia solo con una girata al volo di Sanabria (22’) e un timido tiro dalla distanza di Linetty (39’).

IL LEONE C'E' — Per quello che offre il primo tempo del Penzo, il discorso cambia sensibilmente se si parla del Venezia. La mossa di Zanetti di passare al 4-4-2 spiazza in avvio il Toro, tatticamente diventa la mossa chiave a metà partita: perché i due presunti esterni, Kiyine e Crnigoj, svolgono un lavoro quasi da mediani aggiunti su Singo e Ansaldi, bloccando alcune delle principali fonti di gioco dei granata. Non c’è Caldara in distinta, fermato in mattinata da un attacco influenzale. Il Venezia non solo imbriglia il Toro, ma appare spesso più fresco e con un motore più pimpante. Riesce pure a mettere in crisi la difesa granata in un paio di occasioni: il primo brivido lo firma Okereke (3’: palla sul fondo), poi sempre Okereke si mangia di testa un gol già fatto su assist di Crnigoj (palla alta sulla traversa). Johnsen un gol lo realizza pure, ed è anche molto bello, ma la posizione di partenza è in fuorigioco (25’). All’intervallo il punteggio non si schioda dallo zero a zero.

IL LAMPO DI BREKALO — Quando la partita riparte nel secondo tempo, il copione tattico non si discosta di molto da quello visto nel primo tempo. Serve un episodio per sbloccare il sostanziale equilibrio e quando arriva sposta l’inerzia della gara dalla parte del Toro. All’undicesimo i granata colpiscono con un’azione di contropiede: Singo sfonda ed è bravo nel fornire a Brekalo un assist che il croato non sbaglia. E’ il primo gol in granata del fantasista acquistato dal Wolfsburg. Subito dopo, Juric comincia a inserire forze fresche, lanciando Baselli al posto di Linetty, poi toccherà a Mandragora (per Pobega) e a Vojvoda (per Singo). Zanetti risponde con un doppio cambio: Ebuehi (per Schnegg) e Aramu (per Crnigoj), ripristinando il 4-3-3.

IL DISASTRO DI DJIDJI — Il Venezia però continua a giocare stabilmente nella trequarti granata, e al 32’ ottiene il meritato pareggio sfruttando il disastro difensivo di Djidji. Al 32’ il difensore del Toro frana in area su Okereke, dopo che pochi minuti prima si era fatto ammonire per un’altra indecisione a centrocampo. L’arbitro Maggioni assegna il rigore ed espelle Djidji: dal dischetto Aramu non sbaglia. Uno a uno, e Toro in dieci. Le emozioni corrono fino al novantesimo, perché nel recupero prima Milinkovic deve salvare il Toro, poi Mandragora si divora il match ball in contropiede all’ultimo secondo.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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SERIE A 2021/2022 6ª Giornata (6ª di Andata)

25/09/2021
Spezia - Milan 1-2
Inter - Atalanta 2-2
Genoa - Verona 3-3
26/09/2021
Juventus - Sampdoria 3-2
Empoli - Bologna 4-2
Sassuolo - Salernitana
Udinese - Fiorentina 0-1
Lazio - Roma 3-2
Napoli - Cagliari 2-0
27/09/2021
Venezia - Torino 1-1

Classifica
1) Napoli punti 18;
2) Milan punti 16;
3) Inter unti 14;
4) Roma e Fiorentina punti 12;
6) Lazio e Atalanta punti 11;
8) Empoli punti 9;
9) Torino, Juventus e Bologna punti 8;
12) Sassuolo e Udinese punti 7;
14) Verona, Sampdoria e Genoa punti 5;
17) Spezia e Venezia punti 4;
19) Cagliari punti 2;
20) Salernitana punti 1.

(gazzetta.it)
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Cagliari, la prima vittoria non arriva.
Il Venezia pareggia nel finale



Keita illude gli uomini di Mazzarri, Busio firma il pari al 92' con un tiro deviato in area.
Sardi penultimi a tre punti, veneti a cinque


Un tiro bruttino al 92' strucca il Cagliari e rinvia l'incontro con la prima vittoria in campionato. Cagliari-Venezia finisce 1-1: dopo il gol di Keita nel primo tempo è la conclusione deviata di Busio a rimettere la partita in equilibrio. Una partita che nel primo tempo sarebbe stata più onesta se avesse partorito un doppio vantaggio sardo, ma che alla lunga ha prodotto un pareggio equo perché dopo un'ora la squadra di Mazzarri è diventata trasparente.

PARTENZA SARDA — Il Cagliari parte forte nelle intenzioni, quelle che si basano sulle motivazioni. Perché l'oasi della prima vittoria in campionato inizia a diventare un riferimento pesante. La squadra di Mazzarri però impiega diversi minuti a erodere la difesa veneziana. Risulta così difficile arrivare in area e in principio si registrano solo tentativi da lontano di Joao Pedro, Deiola (due volte) e Lykogiannis. Che la partita sia in mano sarda è evidente. Che i sardi siano ficcanti lo è meno. E allora vale un sussulto il vantaggio del Cagliari: al 19' l'azione è avvolgente, piacevole. Dal centro all'esterno, dove sulla destra Caceres disegna un pallone morbido che Keita di testa strizza e butta nell'angolo giusto. Maenpaa ci prova, ma nulla può. Sardi in vantaggio, veneti in difficoltà. In difficoltà perché la squadra di Zanetti aveva costruito poco o nulla fin lì. L'unico segnale offensivo arriva al 27' quando Johnsen al volo sul secondo palo sveglia Cragno da una serata fin a quel punto serenissima. Palla respinta, pericolo evitato. Il finale del tempo è ancora a favore dei sardi che tornano a colpire dalla distanza: Marin scheggia il palo dal limite al 38'.

FINALE INTENSO — Zanetti deve mettere mano alla formazione iniziale, troppo delicata di fronte alla sostanza sarda. Dentro Henry per Okereke e Crnigoj per Kiyine. L'avvio è speranzoso, più per l'atteggiamento che per le occasioni anche se Henry dopo 6' avrebbe una palla buona che sceglie di cedere comodamente a Cragno. La seconda vita del Cagliari è ben diversa dalla prima. I ragazzi di Mazzarri appaiono spenti, fuori dal corpo che avevano reso vivo nel primo tempo. Il Venezia prende coraggio e prova a gestire la seconda frazione della partita alla ricerca del pareggio. I veneti provano a ridimensionare la serata dei sardi ma producono poco. Il tiro di Johnsen (il più vibrante dei suoi) che sfila di poco fuori è la cosa più concreta che i giocatori di Zanetti sono capaci di produrre. Mazzarri toglie Keita e inserisce Pavoletti, il collega inserisce anche Forte per irrobustire il fronte. L'anima veneziana non graffia fino al 92', quando mancavano un paio di giri d'orologio alla fine della partita. Una palla anonima entra in area, Busio la calcia, trova una deviazione che scansa Cragno ed entra. E' il pari della beffa, è il gol che rinvia il primo successo sardo in questo campionato.

Gasport

Fonte: Gazzetta dello Sport
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10/2/2021 11:53 PM
 
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Salernitana, ecco la prima gioia:
1-0 al Genoa, decide Djuric

I liguri senza Destro cadono all'Arechi:
per la squadra di Castori è la prima vittoria in campionato


Maurizio Nicita


Festa a Salerno per la prima vittoria in questo campionato di A. I granata ci mettono cuore, grande agonismo e anche se non sempre c’è lucidità, la squadra di Castori merita il successo per come lo ha voluto. Il Genoa nel finale avrebbe meritato il pareggio, per il miglior palleggio, ma Ballardini a pochi minuti dall’inizio, nel riscaldamento, perde Mattia Destro per un infortunio muscolare e l’assenza non è da poco. La Salernitana ritrova i 3 punti in A, dopo oltre 22 anni: era il maggio ‘99 quando battè il Vicenza. Tra l’altro la Salernitana mantiene per la prima volta la porta imbattuta. Ritardo Si comincia con qualche minuto di ritardo perché nel riscaldamento si fa male Mattia Destro. Il centravanti avverte un problema ai flessori e Ballardini lo sostituisce con Flavio Bianchi, classe 2000. Una bella botta per il Genoa che deve far a meno del suo terminale di gioco. Da parte sua Castori, come già col Sassuolo, passa alla difesa a 4 e una mediana a 3 che sostiene Ribery trequartista con Simy e Gondo di punta.

GENOA PERICOLOSO — Nonostante ai liguri manchi anche Caicedo, con Pandev in panchina, i ragazzi del 2000 - Kallon è del 2001 - comunque si rendono pericolosi con la Salernitana volenterosa ma confusionaria in costruzione. Curioso come il primo tiro del Genoa, di Criscito dalla distanza, sia parato… dall’arbitro Mariani. Il sinistro del capitano abbatte letteralmente il direttore di gara. Fiammate sterili della Salernitana, con un Ribery non particolarmente ispirato, e ripartenze più precise del Grifone che manca nella conclusione. Perché su un ottimo affondo di Kallon, Bianchi gli ruba palla ma la sua conclusione non è felice. E lo stesso Bianchi proprio in chiusura, da una palla brillantemente recuperata da Badelj, fallisce il bersaglio dai sedici metri in posizione ideale e senza manco tante pressioni. Con Simy irriconoscibile, la Salernitana ha un paio di situazioni che fanno sussultare il calorosissimo pubblico salernitano. Una conclusione di sinistro al volo di Gagliolo, comunque alta. E un tiro da fuori di Kastanos che Sirigu respinge coi pugni e Ribery non riesce a ribadire in rete.

NUOVA MEDIANA — Verso il tramonto del primo tempo i due Coulibaly accusano problemi muscolari. E Castori è costretto a ridisegnare la mediana con Di Tacchio regista, Kastanos che diventa mezzala destra, con Obi a sinistra. Proprio quest’ultimo crossa dal fondo un pallone basso e invitante sul quale Maksimovic anticipa tutti. Diversi cambi riassettano i sistemi in campo. Perché Ballardini passa a difendere a quattro, dopo aver perso Criscito per infortunio. Dentro Ekuban e poi Pandev col Genoa spinge col 4-2-3-1. Anche perché nel frattempo anche Castori ha cambiato la coppia d’attacco e su calcio d’angolo di Kastanos, Djuric trova la girata giusta per far gol sotto la curva Sud. La Salernitana rincula e il Genoa prende metri. Belec è bravo su una conclusione ravvicinata di Cambiaso, poi su un tiro cross di Ghiglione, Ekuban e Pandev mancano la deviazione a un metro dalla porta. Lo stesso macedone impegna ancora Belec in un intervento complicato. Il portiere sloveno grande protagonista, rischia ne recupero i connotati per andare a togliere dal primo palo una punizione insidiosa di Rovella.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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10/2/2021 11:59 PM
 
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Locatelli ci ha preso gusto:
il Toro gioca alla pari ma si arrende alla Juve

Il centrocampista, servito da Chiesa e in gol anche con la Samp, segna il
gol-partita all'86' e decide una partita non bella ma molto intensa


Mario Pagliara


E’ stato un bel derby, avvincente, in equilibrio fino al novantesimo, giocato a viso aperto e alla pari dal Torino e dalla Juventus. Lo vince la squadra di Allegri grazie a un colpo da biliardo nel finale di un campione d’Europa come Manuel Locatelli. Primo tempo di stampo europeo da parte del Toro, ripresa di nobiltà tutta juventina. Alla fine, la differenza l’ha fatta la capacità dei bianconeri di trovare lo spunto vincente, mancato alla squadra di Juric nella prima parte della gara. La Juventus così supera l’esame della stracittadina e continua la rimonta in classifica, per i granata è la prima sconfitta dopo quattro risultati utili di fila: i granata escono a testa alta, tra gli applausi del proprio pubblico.

TORO DI QUALITA' — Così bello, a metà partita, chissà se anche Ivan Juric lo avrebbe mai immaginato. Perché quando arriva il momento di tornare negli spogliatoi, all’intervallo, l’impressione netta che si ricava è quella di aver visto il miglior primo tempo del Toro di questa stagione, anche e soprattutto in relazione al valore dell’avversario. Nelle gambe del Toro ci sono il furore, il ritmo e l’aggressività a cui ormai i tifosi si sono abituati in questo inizio di campionato, ma c’è anche tanto altro: l’organizzazione, la capacità di uscire in maniera fluida sugli esterni e la disinvoltura con la quale Brekalo prova ad innescare spesso la scintilla in zona offensiva. La Juventus di Allegri imposta una prima parte del match soprattutto di attesa, è costretta da questo Toro a giocare nei primi quaranta minuti stabilmente nella proprietà metà campo. E nella fase centrale del primo tempo anche, per una decina di minuti abbondanti, arroccata nella propria area.

3-5-2 GRANATA VS 4-4-2 BIANCONERO — La sorpresa da derby, a cui Juric stava lavorando in questi giorni, si materializza quando si presentano le formazioni ufficiali: la novità è il ritorno di Mandragora nell’undici insieme a Pobega e Lukic a centrocampo, con Linetty scivolato in panchina. E’ un 3-5-2 leggermente atipico, perché Lukic fa tanto lavoro da pendolo e si alza spesso, ma gioca su una linea differente rispetto a Brekalo che è più a ridosso di Sanabria. Allegri presenta una Juventus con difesa e centrocampo a quattro, in linea con la vittoria di Champions contro il Chelsea. Davanti la coppia Chiesa (che parte più largo) e Kean che duella contro un gigantesco Bremer.

CHIAVI A JURIC — All’intervallo, le chiavi del derby ce le ha Ivan Juric. I granata si prendono il campo, conquistano gradualmente tutta la metà campo di Allegri sembrano avere a tratti un passo superiore. La Juve, in avvio, approfitta di due errori (di Sanabria e Zima) per scappare in contropiede (al 3’ e al 5’) ma Kean e McKennie (soprattutto quest'ultimo, che spreca una palla tutt'altro che impossibile) sono imprecisi nelle conclusioni. Sono due episodi, perché il Toro riparte in fretta e comincia ad esprimere un calcio a tutto campo con una bella e continua propensione offensiva. Mandragora fa le prove generali dalla distanza (9’) senza prendere la porta, un minuto dopo Singo sfonda contro Sandro ma il suo incrocio potente non ha fortuna. Minuto 22: Lukic la sfiora quanto basta per beffare la difesa juventina, ma per pochi centimetri non fa esplodere l’Olimpico. Da qui inizia il momento migliore del Toro: assolo di Brekalo, tiro in curva (36’). Due minuti dopo siluro di Mandragora, Szczesny si salva coi pugni. Al 41’ al colpo di testa di Sanabria manca la precisione per piazzare il sorpasso. Zero a zero all’intervallo: è un bel derby.

SUPER MILINKOVIC — Ad inizio ripresa Allegri fiuta che è il momento di cambiare qualcosa: richiama dalla panchina Cuadrado, inserendolo al posto di Kean. Non modifica il modulo, ma il tecnico bianconero avanza Bernardeschi davanti in coppia con Chiesa. La Juve cambia marcia e nel primo quarto d’ora della ripresa costruisce le sue migliori occasioni: dopo otto minuti serve un istinto superlativo di Milnkovic-Savic per strozzare in gola l’urlo di Alex Sandro, pericolosissimo con un colpo di testa. Cinque minuti dopo il portiere granata vola per stoppare una conclusione dalla distanza di Cuadrado. L’episodio che fa infuriare la panchina juventina arriva al 14’: contatto in area granata tra Pobega e Cuadrado, ma Valeri indica subito che per lui il calcio di rigore non c’è. E’ una ripresa di orgoglio e nobiltà da parte della Juve, che rende il derby ancora più avvincente. Il Toro ha il merito di tenere botta e, anche quando la partita sale di tono a livello agonistico, non si tira indietro e risponde colpo su colpo. Le mosse di Juric arrivano al 20’: dentro Ansaldi per Aina e Linetty per Lukic. L’innesto del polacco fa tornare il Toro a un 3-4-2-1 puro.

RIPRESA BIANCONERA — La Juve attraversa la sua fase migliore, è ormai stabilmente fuori dalla sua tana e riesce a costruire varchi sulle fasce per arrivare al tiro centralmente. Come si verifica al 26’, quando l’occasione cade nei piedi di Locatelli ma la sua staffilata dal limite dell’area vola alta sulla traversa. Alla mezzora Baselli (entrato al posto di Sanabria) porta forze fresche sulla trequarti di un Toro che ricerca nuove energie, dopo aver speso tantissimo nella prima parte della gara. A dieci dalla fine Allegri si gioca la carta Kulusevski (fuori Bernardeschi), è la mossa con la quale Max vuole capitalizzare nel finale l’ottimo secondo tempo giocato dai bianconeri.

IL COLPO DI LOCATELLI — Trenta secondi dopo la Juve avrebbe pure il match ball, grazie a un’incursione di Rabiot ma un recupero provvidenziale di Ansaldi evita la beffa per il Toro. Juric fiuta che è il momento di blindare i suoi, così tira fuori dalla mischia il talento di uno stanco Brekalo lasciando la scena alla grinta di Rincon. Ma il Toro non ne ha più nelle gambe e a tre minuti dal novantesimo Locatelli trova il colpo da biliardo sul quale Milinkovic proprio non ci può arrivare. Nel primo minuto di recupero, la Juventus scappa via con Kulusevski che colpisce il palo. Sarebbe stato troppo per questo Toro.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Dzeko entra e ribalta il Sassuolo:
l'Inter vince 2-1 ed è seconda



Dopo quelle di Verona e Firenze, altra vittoria in rimonta nella ripresa.
Decisivo l'ingresso del bosniaco, autore dell'1-1 dopo il rigore di Berardi.
Poi la decide dal dischetto Lautaro


Luca Taidelli

E' un'Inter perfetta ma indomabile quella che vince in rimonta lontano dal Meazza per la terza volta in 4 trasferte. Come Verona e Fiorentina, il Sassuolo va all'intervallo sull'1-0 ma non resiste alla reazione dei campioni d'Italia, trascinati da Dzeko, il cui ingresso ha rivoltato il match come un guanto. Dopo il rigore di Berardi, valutazione al limite di Pairetto su Handanovic nel finale di tempo. Poi Edin la decide segnando l'1-1 e procurandosi il penalty decisivo che Lautaro non sbaglia. Nerazzurri per una notte al secondo posto, a -1 dal Napoli capolista.

LE SCELTE — Dionisi risolve il ballottaggio tra Raspadori e Scamacca facendo partire a sorpresa Defrel davanti al trio Berardi, Djuricic, Boga. Muldur preferito a Toljan sulla destra. Inzaghi risponde insistendo su Dumfries, con Perisic a sinistra. Torna Calhanoglu in mezzo, mentre Correa viene preferito a Dzeko per affiancare Lautaro.

PRIMO TEMPO — L'Inter parte con quella fluidità di manovra mancata a Kiev e si rende pericolosa con Calha e Barella al termine di ottime azioni tutte di prima. Un errore di De Vrij costringe Handanovic alla parata su Defrel, ma a menare la danza sono i nerazzurri, con Frattesi e Lopez che faticano a tenere Barella e Calha. Due corner del turco e per due volte Bastoni sfiora l'impatto di testa. Il Sassuolo impiega un quarto d'ora a prendere le misure e quando riesce a innescare gli esterni crea problemi a una difesa poco pulita negli interventi. Dopo una serie di mischie gratuite, un errore in uscita di Barella libera Boga in area per l'uno contro uno con Skriniar. Lo slovacco abbocca e colpisce l'ivoriano per il rigore che al 22' Berardi trasforma con un sinistro a fil di palo ad eludere il tuffo di Handanovic, che aveva intuito la traiettoria. La squadra di Inzaghi prova a rialzare il baricentro, ma senza un regista offensivo come Dzeko fatica a stanare gli emiliani. Correa prova a svariare, ma i suoi ricami sulla trequarti si schiantano contro il muro neroverde. L'Inter così è pericolosa soltanto sui piazzati, ma Consigli para su Barella da corner e Defrel salva sulla linea quando sulla punizione di Calha Dumfries l'appoggia per Perisic sul secondo palo. Berardi e soci sono una fisarmonica, umili ad abbassarsi e a ripartire senza allungarsi troppo. Quello che manca all'Inter, spesso scoperta sulle transizioni difensive. Se si aggiungono l'assenza di raccordo tra mezzali ed esterni (anche per il lavoro di Boga e Barardi), una certa indolenza di chi dovrebbe accendere la luce (Calha e Correa) e un Lautaro che corre a vuoto, il vantaggio dei padroni di casa all'intervallo ci sta. E i nerazzurri devono pure ringraziare l'arbitro Pairetto che valuta come contrasto di gioco l'impatto di Handanovic - che fa di tutto per evitare l'avversario - su Defrel. Una valutazione su cui il Var non interviene lasciando la decisione del campo.

SECONDO TEMPO — Il copione non cambia a inizio ripresa. Inter confusamente in avanti ma sfilacciata come un vecchio jeans sulle ripartenze, con Handanovic che di piede salva su Rogerio. Gli errori in uscita dei campioni d'Italia sono imbarazzanti e a sinistra Boga e Rogerio fanno ciò che vogliono. Handanovic si supera sullo stesso Boga e su Djuricic. Inzaghi si decide a cambiare qualcosa e al 57' ne toglie addirittura quattro: fuori Bastoni, Dumfries, Calha e Correa per Dimarco, Darmian, Vidal e Dzeko. Passa una manciata di secondi e sul cross di Perisic Ferrari e Consigli leggono male e Dzeko, con un fiuto da centravanti che Correa non ha, di testa la pareggia. I due eventi in sequenza hanno l'effetto di ribaltare il mondo. Ora l'Inter è assatanata e arriva prima su ogni pallone, mentre il Sassuolo non trova più linee di passaggio pulite. Dionisi ci prova con Raspadori per Defrel. L'Inter a metà tempo rifiata e grazie a Djuricic riesce a far uscire i suoi. Quando la gara sembra addormentata, al 76' Brozovic pesca Dzeko sulla corsa con un lancio geniale, Consigli frana sul bosniaco per il rigore che Lautaro non sbaglia. Il solito Dzeko la chiuderebbe all'81' ma è in fuorigioco sul cross basso di Barella. I minuti finali si giocano box to box con adrenalina e acido lattico alle stelle, ma Dzeko, Boga e Vidal non trovano il bersaglio. Vince l'Inter. Vince soprattutto un super Dzeko.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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Lazio brutta e nervosa, il baby Bologna
fa festa con Barrow, Theate e Hickey



Romani dominati dai padroni di casa, che vanno in gol con un 19enne,
un 21enne e un 22enne. Acerbi, espulso per proteste, salterà la sfida con l'Inter


Matteo Dalla Vite

Sinisa scatena la tempesta perfetta con un diciannovenne (Hickey), un ventiduenne (Barrow) e un ventunenne (Theate). E il Bologna degli sbarbati si prende gioco di una Lazio col derby ancora nella testa e forse per questo superficiale, presuntuosa. In una parola: brutta. Ma non è tutto qui l’impianto accusatorio bolognese mai smontato da Sarri: perché la Lazio che perde 3-0 al Dall’Ara dimostra di non aver ancora capito cos’è il Sarrismo. Lazio a giri bassi, nervosa, pigra; Bologna con l’aic che diceva Mihajlovic (atteggiamento, intensità, concentrazione) ma soprattutto con l’istinto da killer perché in tre minuti del primo tempo ha regolato il volume (con Barrow al 14’ e Theate al 17’) e nella ripresa – dopo 20’ a soffrire ma non troppo – ha spaccato i decibel con lo scozzesino mancino (Hickey) che di destro infila un 3-0 che sa tanto di sentenza e di obbligo da parte di Sarri di rimettere la sua squadra (poi rimasta in 10 al 32’ s.t. per una frase di troppo di Acerbi) nuovamente in cantiere.

INIZIO SCORTICANTE — Mihajlovic conferma le indiscrezioni della settimana: 3-4-2-1, difesa a tre mascherata con ripiego a 5-3-2, debutta dal 1’ Theate e Soumaoro (falso positivo mercoledì scorso) è titolare per la prima volta in questo campionato; davanti, Barrow fa da spola fra l’affiancamento di Arnautovic e quello a Soriano in fase di rifinitura. Sarri, senza Immobile per 10 giorni (6 gol sui 15 della Lazio sono stati realizzati da lui), decide di dare fiducia a Muriqi (attaccante da 17 gol in 33 partite con la sua nazionale kosovara) affiancato nel tridente da Felipe Anderson e Pedro, che quindi non parte da Falso-9 anche se la sua “anarchia” lo porta in ognidove della zona offensiva. Il Bologna, che oggi compie 112 anni e che ha vissuto una settimana piuttosto turbolenta (dalle dimissioni, accettate, di Sabatini al ritiro a metà), doveva ricucire lo strappo coi propri tifosi dopo la prova di Empoli, 4 gol presi dopo i 5 contro la Ternana in Coppa Italia e i 6 dall’Inter qualche settimana fa: anche per questo Sinisa ha cercato di dare una sterzata, comportamentale e pure tattica abbandonando per una gara il suo 4-2-3-1 con annesse varianti in progress. L’inizio della gara è piena di Bologna: in tre minuti, la squadra di Sinisa sembra padrona, per insistenza, cattiveria, attenzione tattica e capacità di disinnescare una Lazio che per un tempo non sa di… Sarri. Al 14’ c’è il vantaggio con Barrow, tiro a giro con lancione-servizio di Theate (bravo assai); al 17’ i due si scambiano i favori perché il gambiano batte il corner e il belga sfrutta una dormita di Hysaj e dall’altro capo della porta infila il suo secondo gol (dopo quello All’Inter) in Serie A. E la Lazio? Alza un po’ i giri ma non troppo: del Sarrismo, poco o nulla. Le occasioni biancocelesti sono due: al 26’ Muriqi si fa imbavagliare da Skorupski sottoporta e al 38’ gli fa il solletico di testa.

SINISTRO-DESTRO — Nella ripresa la Lazio cerca di alzare i giri con maggior frequenza: per circa 20’ pianta le tende nella trequarti del Bologna che però si difende con ordine, non arma mai il contropiede laziale e soprattutto sfrutta la lentezza di esecuzione degli uomini di Sarri. Muriqi e Pedro arrivano al tiro, tiri da zero a zero; poi il Bologna esce dal guscio e confeziona il 3-0 con palla intelligente di Barrow a Hickey che salta Lazzari e di destro (lui mancino naturale) infila il coperchio alla gara con anche l’aiuto di Reina. Bologna esaltato, Lazio ancor più nervosa e che poi perde Acerbi che usa una parola di troppo verso l’arbitro Massa (scusandosi ma in ritardo) a tal punto da prendere il secondo giallo. Il Bologna chiude una settimana vissuta a tensione sostenuta con una vittoria roboante; la Lazio, che veniva da una settimana post-derby piena di esaltazione, deve rientrare in officina per guardarsi un po’ dentro.

Fonte: Gazzetta dello Sport
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