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100Utenti,100album di musica,100 recensioni

Last Update: 12/21/2011 12:22 PM
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11/27/2011 11:36 AM
 
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Mi raccomando è di fondamentale importanza l'indice secondo me. Così, anche chi non può seguire tutte le pagine riesce a capire di che dischi si sta parlando
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Il basket è una merda ed io amo DIO
11/27/2011 12:54 PM
 
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Vado anch'io.
E preferisco non immergermi nei meandri dei ricordi e/o imbarcarmi in scelte difficili su una vita di ascolti. Quindi rimango sul qui ed ora, anche per la mia ferma convinzione della correlazione della musica al proprio tempo (in realtà solo perchè l'avevo già fatta sta recensione e così non mi devo sbattere [SM=x2584204] ).



JAMES BLAKE - James Blake

E’ l’album di cui si sta più parlando in giro in questo inizio d’anno, forse in maniera persino esagerata, ma una volta sentito non è difficile capirne le motivazioni, visto che non può che essere un disco che spacca in due i giudizi. E infatti le impressioni che si leggono svariano dal capolavoro assoluto, da una selva di 9 che magnificano la sua vena soul, che sono comunque la maggioranza, a chi parla di disco noioso che in realtà è molto più freddo di quanto vogliano far apparire ed è solo hype.
Di hype ce n’era, questo è poco ma sicuro, dopo i tre EP dello scorso anno incensati un po’ ovunque, soprattutto quel capolavoro che era CMYK, e dopo la firma major, questa era una delle uscite discografiche più attese in assoluto. Aggiungiamoci la cover di Limit To Your Love di Feist, gioiellino riuscito benissimo, e qui contenuta, e la smania per l’esordio su lunga distanza era giustamente diventata spasmodica.
E lui che fa? Abbandona le sonorità più ritmate di CMYK ed ha una svolta (che comunque un po’ si poteva già prevedere dall’ultimo singolo Klavierwerke) direi minimalista, in cui tende a sottrarre il più possibile al suono, a togliere, a curare i vuoti, gli spazi, i silenzi, rendendoli la parte fondamentale del disco; e visto che lui stesso ha fatto più volte il nome degli XX, il paragone sullo stesso tipo di ricerca sonora incentrata su un’essenzialità ritmica non può che uscire fuori naturale. Di coraggio ne ha da vendere, questo è certo.
Disco che è formato principalmente dalla sua voce, molto soulful, facilmente accostabile a quella di Antony per timbro vocale, ma molto spesso manipolata, spesso assieme al solo pianoforte, o a minimi effetti e rumori, tenuti però sempre in modo da non risultare mai invadenti, con beat astratti e dimessi.
E il soul è proprio il punto focale su cui si regge questo lavoro, che punta ad entrarti dentro, a conquistare appunto la tua anima, e lo fa in una sua maniera molto personale, ti prende a livello emotivo senza fartene accorgere, ti conquista, ti ritrovi immerso in questo flusso e ne capisci la grandezza.
La prima metà è di altissimo livello, il tridente iniziale, in particolare I Never Learnt To Share, che dispensa quasi in due metà il sound di Blake, solo vocale all’inizio per poi finire in un flusso elettronico spettrale, e Wilhelms Screen, retta su un’unica strofa. Repeat e gospel, due anime apparentemente antitetiche eppure qui spesso conciliate. La seconda metà non è sugli stessi livelli, ed ogni tanto subentra un piccolo filo di ripetitività, ma non si fa comunque fatica ad arrivare in fondo senza stancarsi neppure per chi, come me, non è abituatissimo a queste sonorità.
Ma James Blake ha di certo dimostrato di stare in una lega tutta sua, di poter fare quello che gli pare e di stare, lui appena arrivato, già nell’olimpo dei grandi della musica odierna.
Se ne continuerà a parlare, e tanto, e probabilmente sarà destinato a diventare una pietra di paragone.

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11/27/2011 1:00 PM
 
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«Ragazzi, andate a comprare l’album. Devo costruire un altro parcheggio per l’elicottero.»

16 anni fa, proprio in questo mese, al loro secondo disco, gli Oasis balzano in cima alle classifiche, con il terzo album più venduto nella storia del Regno Unito, «(What’s the story) Morning Glory?», alle spalle di due mostri sacri come i Beatles e i Queen.

Ora, nel 2011, le violente liti familiari dei due fratelli Gallagher hanno portato allo scioglimento di una band storica e alla creazione di due progetti musicali distinti, la carriera da solista di Noel Gallagher e il nuovo gruppo di Liam Gallagher, i Beady Eye.

Canzoni orecchiabili, timbro inconfondibile e brani vintage, ma le tensioni interne che animavano la band, scomparendo, hanno fatto perdere smalto ai due fratelli più famosi della storia del rock.

Sono lontani i tempi in cui gli Oasis, vincendo la famosa “Battle of the Bands” con i Blur, imponevano al mondo il Britpop come genere musicale e stile di vita, mescolando le sonorità che avevano animato gli anni ’70 a Liverpool e dintorni a uno stile più cupo, adatto ai giorni nostri.

Unire il pop dei Beatles alla rabbia di fine secolo, questo era il compito degli Oasis, e Morning Glory la sua più compiuta realizzazione.

Some might say, pezzo semplice e immediato che ha ricevuto un nuovo recente successo come brano di punta nel videogame Guitar Hero, è stato il primo singolo a raggiungere il primo posto in classifica. Uscì in contemporanea con il singolo dell’altra band inglese, i Blur, e sancì l’inizio della “Battle of the Bands” con un duro testa a testa.

Roll with it, brano rock che rispecchia atmosfere del passato, vede in una sua esecuzione a Top of the Pops i tratti distintivi della band inglese: i fratelli Gallagher, costretti dal format della trasmissione a cantare in playback, si scambiano posti e strumenti, rimangono a bocca chiusa durante le parti cantate della canzone ed escono dal palco ridendo.

Sfacciati e scanzonati, gli Oasis non negano le forti influenze dei Beatles, determinanti per i loro successi, ma le esaltano in tutti i modi. I loro pezzi di maggiore successo, Wonderwall e Don’t Look Back in Anger, derivano rispettivamente da una produzione di George Harrison e da una delle tante battaglie pacifiste di John Lennon (“So I’m starting a revolution from my bed…”), per non dimenticare l’introduzione che è palesemente tratta dalla celeberrima Imagine, facendo da ponte a due mondi musicali contigui.

La melodia e le parole di queste due canzoni create da Noel, di una semplicità quasi ricercata e un’intensità che emerge fin dalle prime note, ben si sposano con il timbro roco di Liam e con le chitarre distorte, e consacrano queste due canzoni come pezzi simbolo di un decennio che, finite le rivoluzioni artistiche degli anni precedenti, preferisce guardarsi indietro e declinare a suo modo la rabbia, rivisitando e violentando le melodie di un tempo in una sorta di sadico postmoderno musicale.

Anche nei video gli Oasis rifiutano di conformarsi alla modernità, sostituendo gli effetti speciali tipici dell’epoca con occhiali rossi e capigliature simili ai loro beniamini di Liverpool. Suonano come i Beatles, cantano come i Beatles, e quello che hanno cercato di fare in tutta la carriera è raggiungere i loro miti. E se il risultato non fosse chiaro, si potrebbe chiedere direttamente a Noel Gallagher: «Non sono come John Lennon, che credeva di essere l’Onnipotente. Penso solo di essere John Lennon».
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11/27/2011 1:45 PM
 
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ma l'indice lo deve fare l'ideatore del topic?..o qualche admin?

In che modo si puo' fare,si inserisce il link diretto della pagina con dentro gli album o semplicemente scritto pag 1 ecc..pag 2 ecc.
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11/27/2011 2:12 PM
 
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Cacchio, io parlerei delle solite cose...
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11/27/2011 2:20 PM
 
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Parteciperò sicuramente. Devo solo scegliere tra 2-3 album.
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11/27/2011 2:28 PM
 
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Comincerò con un album dei REM (Plo lascio a te l'onore di fare recensioni su Moz e co.)
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11/27/2011 2:44 PM
 
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Summoning - Oath Bound
2006, Napalm Records
Ambient/Atmospheric Black Metal

Tracklist:
1. Bauglir (intro)
2. Across The Streaming Tide
3. Mirdautas Vras
4. Might And Glory
5. Beleriand
6. Northward
7. Menegroth
8. Land Of The Dead

Ultima fatica del monumentale duo Silenius e Protector, epici cantori degli scritti di J.R.R. Tolkien. Oath Bound rappresenta il capolinea, l'arrivo, la fine di un interminabile viaggio, iniziato con gli oltre 10 minuti di Across The Streaming Tide, per passare alla marcia di Mirdautas Vras, completamente scritta in lingua oscura, risuonante in sottofondo del marziale suono delle corna di guerra orchesche.
Si prosegue con Might & Glory, pezzo sprigionante la classica vena imponente e drammatica dei Summoning, un preludio alla seguente e suggestiva Beleriand. Il sesto pezzo, Northward, mescola tutto il sound evocativo delle precedenti tracce in una grande esplosione ipnotica. Menegroth invece ha l'ingrato compito di destare l'ascoltatore dal sogno ad occhi aperti fin ora ascoltato, con la canzone "meno" riuscita, probabilmente non all'altezza dell'enorme potenziale dalla coppia viennese.
Si chiude con Land of the Dead, considerata appieno il manifesto del gruppo, una scia malinconica di desolazione e morte, inarrivabile per la stragrande maggioranza delle black metal band desiderose di avventurarsi nel difficile e complesso mondo del fantasy musicale.
Non c'è molto da aggiungere, i Summoning si descrivono da soli.
Oath Bound è un capolavoro, concepito ad uso e consumo della schiera di black metallers evoluti e raffinati. Il resto, i detrattori, possono semplicemente andare a farsi fottere. Senza mezzi termini.



Upon the plain, there rushed forth and high
Shadows at the dead of night and mirrored in the skies
Far far away beyond might of day
And there lay the land of dead of mortal cold decay

[Edited by Iron Ghost 11/27/2011 3:13 PM]
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11/27/2011 4:53 PM
 
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Tralasciando i miei preferiti, quali Lateralus, The downward spiral, Unknown pleasure e vari, vado con un disco seminale, ma meno conosciuto.

Slint - Spiderland.
1991 se non ricordo male, la copertina (come riportano ormai tutte le recensioni) è un ottimo prospetto, all'apparenza semplice e spensierata, ad un secondo sguardo terribilmente malinconica e misteriosa. E così tutto il disco che darà praticamente inizio (insieme ad altri) a quello che oggi è l'abusatissimo post rock. Le melodie sono lente e ripetitive, il cantato, anzi la narrazione è quasi atonale, le storie oscure e di difficile interpretazione, un filo conduttore: la malinconia (a mio modo di vedere). I brani sono soliti passare da un lento incedere ad un esplosione graffiante di chitarre intrecciate, il tutto supportato da rapidissimi cambi di tempo della batteria e del basso di David Pajo). Una band che si consacrerà e esaurirà in questo suo piccolo capolavoro.
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Roberto Favaro, il più meglio calciatore del mondo.
11/27/2011 10:18 PM
 
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Uhm buona iniziativa, magari recensirò l'album che ho nell'avatar.
11/27/2011 10:34 PM
 
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Re:
mickfoley82, 27/11/2011 13.45:

ma l'indice lo deve fare l'ideatore del topic?..o qualche admin?

In che modo si puo' fare,si inserisce il link diretto della pagina con dentro gli album o semplicemente scritto pag 1 ecc..pag 2 ecc.




Ci ho pensato io [SM=x2584176]
Comunque ottima iniziativa,la metto in evidenza e credo che parteciperò pure io.
Vorrei recensire(si fà per dire)un'album dei SOAD,ma forse credo che il drugo abbia la prelazione su quel gruppo [SM=x2584199]
[Edited by Jake"thesnake"Roberts 11/27/2011 10:42 PM]
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Non ho un cellulare con WhatsApp
e non lo avrò mai.
11/27/2011 10:45 PM
 
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Re: Re:
Jake"thesnake"Roberts, 27/11/2011 22.34:




Ci ho pensato io [SM=x2584176]
Comunque ottima iniziativa,la metto in evidenza e credo che parteciperò pure io.
Vorrei recensire(si fà per dire)un'album dei SOAD,ma forse credo che il drugo abbia la prelazione su quel gruppo [SM=x2584199]




[SM=x2584176]
pero' a pagina 1 c'è l'album di Gold Member quello di Ben Harper.
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11/27/2011 10:51 PM
 
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Il Drugo ha un nick non suo, credo che schifi qualsiasi tipo di musica non ballabile o giù di lì.
Ancora non so cosa recensirò, ma credo di fare Nati per subire degli Zen, che ho in mente la rece ma non so dove postarla.
11/27/2011 10:51 PM
 
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Re: Re: Re:
mickfoley82, 27/11/2011 22.45:




[SM=x2584176]
pero' a pagina 1 c'è l'album di Gold Member quello di Ben Harper.



Figura di merda... [SM=x2584241]
Scusami Goldie... [SM=x2584254]
Risolvo subitissimo!

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11/27/2011 10:57 PM
 
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Album: Somewhere in Time
Artista: Iron Maiden
Genere: New Wave of British Heavy Metal

Per parlare di questo disco dobbiamo necessariamente fare un passo indietro. E' il 1985, e i Maiden girano il mondo con il colossale World Slavey Tour, megaproduzione che propone i pezzi dell'ultimo platter Powerslave (1984) e i migliori del repertorio della Vergine. Durante questo estenuante tour, i rapporti in seno alla band iniziano ad incrinarsi, Adrian Smith inizia a sentire la "tourneite", e in generale i membri del gruppo non sono più così uniti. Iniziano i primi screzi (McBrain che litiga con un roadie operchè a suo dire lo ha distratto durante un assolo di batteria), ma fortunatamente la toruneè finisce e c'è un po' di tempo per ricaricare le pile.

Non troppo, perchè come espresso più volte da Harris la vita a quel tempo era "reheasal, studio, rehearsal, tour" (prove, registare un disco, prove, ancora concerti) perciò la band inizia a scrivere nuovo materiale, questa volta incentrato sul futuro, sui viaggi nel tempo; anche musicalmente si asisste ad un radicale cambiamento: se prima i pezzi dei Maiden erano relativamente brevi, veloci, incazzosi (con qualche eccezione, vedi la lunga Rime of the Ancient Mariner) su questo disco appaiono marcati svolazzi prog, suite lunghe e intricate e...i sintetizzatori. Molti fan gridarono allo scandalo a quel tempo, poichè la Vergine era il simbolo dell'Heavy duro e puro. Ma analizzando il disco, esso contiene delle vere e proprie perle.

Apre le danze "Caught Somewehere in Time", e subito si nota la strada intrapresa dai Maiden: non più un opener veloce e immediato, ma un pezzo lungo e complesso, con un chorus molto easy ma di grande impatto. Degna di nota la cavalcata di Harris tutta in terzine. Belle anche le armonizzazione del sempre valido duo Murray/Smith, mentre Dickinson è la solita Air Raid Siren.

La seconda song è uno dei classici della band, la famosa Wasted Years, scritta da uno Smith sconsolato durante il WSTour. Arrangiamenti molto hard-rock style (non è un mistero che l'autore sia stato influenzato da questo genere), e un testo nostalgico e quasi sconsolato, ripreso bene dal ritornello: "Don't waste your time always searching for those Wasted Years". Anche qua abbiamo una melodia assimilabile al primo ascolto, e un assolo di chitarra ottimo.



Si prosegue con l'ottima Sea of Madness, scritta sempre da Smith. Questa è forse la canzone più longeva del lotto, al primo ascolto forse fa un po' storcere il naso, ma col passare del tempo si rivela essere una buonissma composizione: degni di nota lo stacco centrale pulito e il riff portante.

Heaven Can Wait è il vero classico di questo disco, oltre 9 minuti di stacchi, cori ruffiani e assoli ben fatti. Questa è la più prog del disco, emblematico il fatto che l'autore sia Harris.

The Loneliness of the Long Distance Runner riprende un po' la struttura della precedente, ma qui il protagonista è McBrain che fa correre gli altri musicisti. Forse la meno convincente.

Stranger in a Strange Land si regge su un riff di Harris in terzine cadenzato, e si assiste ancora d uno stacco centrale con assolo incociato tra lo stesso basissta e Dave Murray. Canzone convincente, fu estratta come singolo.

Deja Vù è la più controversa del disco: per molti è una cagata, per me invece una piccola perlina nascosta: tralasciando un testo illeggibile per banalità, il resto è ottimo: arrangiamenti curati, riff armonizzati convicenti e un bridge che da solo vale la canzone.

Si chiude con un tentativo di replicare il capolavoro Rime of the Ancient Mariner. Se in questa canzone l'argomento era l'omonimo poema di Coleridge, ora il personaggio omaggiato è Alessandro Magno, e proprio così si chiama il pezzo: Alexxander the Grate. Molto evocativo, carico di feeling, e diversi stacchi e cambi di tempo. Conclude il disco in maniera adeguata.

Questo disco fu l'inizio della fase "tastierizzata" dei Maiden, proseguita con l'enorme 7th Son of a 7th Son, unanimemente considerato il capolavoro della band. Le atmosfere richiamano il film blade Runner, anche la fantastica copertina (contenente oltre 80 citazioni della storia della band) vede un Eddie catapultato nel futuro dopo essere risorto dall'antico Egitto. Questo è il mio album preferito di tutti i tempi, lo ascoltati alla noia, a volte lo rimetto su e la godibilità è sempre la stessa. Sicuramente, molto sottovalutato.

[Edited by The Real Deal 11/27/2011 10:58 PM]
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