CRISTIANI CATTOLICI ECUMENICI

IL VANGELO DI SAN LUCA

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    00 11/25/2008 10:39 AM

    INTRODUZIONE

    Il Vangelo di Luca non è che il primo volume della sua opera, gli Atti degli Apostoli costituiscono la seconda tavola del dittico, inseparabile dalla prima. La tradizione cristiana ha cominciato molto presto a distinguere il Vangelo dagli Atti e, purtroppo, ha collocato il vangelo di Giovanni dopo quello di Luca, spezzando così l'unità dell'opera lucana.

    L'intenzione di Luca era proprio quella di offrirci un resoconto ordinato (Lc. 1,3), mostrando come la buona novella iniziata in Galilea "dopo il battesimo predicato da Giovanni" (At. 10,37) si sia poi diffusa "fino all'estremità della terra" (At. 1,8).

    Vorremmo, pertanto, ripercorrere l'itinerario spirituale che Luca ha percorso mentalmente e strutturalmente con il suo pensiero, la sua riflessione, nello sforzo che ha fatto di coordinare il suo Vangelo in una certa maniera. Noi sappiamo che gli evangelisti non adoperano a capriccio lo stesso materiale, disponendolo in una maniera o in un'altra, ma lo fanno intenzionalmente, perché hanno delle finalità che essi raggiungono proprio nell'adattare, nello strutturare in una determinata maniera il materiale evangelico preesistente. E' di qui che nasce la "teologia" di Luca, di Marco e di Matteo, ossia la "spiritualità" di ciascuno dei Sinottici.

    Alcuni definiscono il Vangelo di Marco: "Vangelo del catecumeno", perché ha lo scopo di aiutare chi viene introdotto alla fede e si appresta a diventare in un certo senso un discepolo del Signore.

    Il Vangelo di Matteo, invece, è il "Vangelo del catechista", cioè il Vangelo per aiutare colui che deve introdurre altri alla fede e questo risulta, per esempio, dalla struttura dei famosi 5 grandi discorsi del suo vangelo. Quindi, un materiale abbondante a uso dei maestri delle comunità, dei "catechisti", nel senso più alto e più nobile del termine: sono gli Apostoli stessi i primi catechisti.

    Il Vangelo di Luca, invece, è il "Vangelo del discepolo" di Cristo, vale a dire di colui che ha intrapreso a seguire Gesù e lo vuol seguire nonostante tutto. Molti sono gli elementi che avvalorano questa intenzione di Luca, per esempio, quel detto che è riportato soltanto nel suo vangelo: "Chi mette mano all'aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio" (9,62). Non basta intraprendere, non basta fare un bel tratto di strada, bisogna andare fino in fondo senza pentimenti. Aver messo mano all'aratro e poi voltarsi indietro significa  fallire il proprio ruolo di  discepolo di Cristo.

    Un altro elemento importante per capire il ruolo del "discepolo” è dato dalla "grande inserzione" lucana, che va dal cap. 9,51 fino al cap. 19,28. Questo blocco letterario caratteristico di Luca, descrive il viaggio di Gesù a Gerusalemme, quasi a dire che chi crede in Cristo deve percorrere questo "faticoso" itinerario che culmina in Gerusalemme, cioè la città del sacrificio e della morte. Nella prospettica lucana il discepolo di Cristo è colui che "segue" il Maestro ovunque egli vada, fino al martirio, se è necessario.

    I   -   L'autore   -  La tradizione cristiana ha costantemente indicato Luca, il "caro medico di Paolo (Col. 4,14) come l'autore del terzo vangelo[1]. Egli non fu né un apostolo né un testimone oculare della vita terrena di Gesù, ma conobbe Cristo dai primi testimoni della sua vita e si preparò alla stesura del suo vangelo con un'accurata indagine (1, 2-3).

    Luca introduce cambiamenti abbastanza significativi nelle sue fonti, particolarmente nel materiale attinto da Marco, da rendere credibile la tradizione che parla di "Luca medico"[2]: per es. il riferimento di Luca a una grande febbre in 4,38 (modificando Mc. 1,30); la sua affermazione in 5,12 sull' "uomo pieno di lebbra" (ampliando Mc. 1,40); l'omissione di un commento spregiativo nei confronti dei medici in 8,43. Infine, in At. 28, 7-10, Paolo e il suo compagno di viaggio, Luca, sono altamente onorati per aver guarito molti ammalati nell'isola di Malta. Numerosi altri testi si armonizzano perfettamente con una professione medica: 6,18; 8,42; 13,11.32; At. 3, 7, 9,33.

    Luca appare quasi improvvisamente e discretamente al fianco di Paolo durante il suo secondo e terzo viaggio missionario; gli Atti iniziano la loro relazione degli eventi con una prima persona al plurale. Tali "sezioni-noi" ricorrono in At. 16, 10-17; 20, 5-21.18; 27,1-28.16. In base a queste sezioni sembra che Luca abbia accompagnato Paolo da Troade (nell'Asia Minore settentrionale) fino al porto di mare di Filippi in Grecia. Rimase a Filippi per sei o sette anni fino al ritorno di Paolo dal suo terzo viaggio missionario. Entrambi poi viaggiarono per mare fino a Mileto e Cesarea; dopo essere sbarcati a Cesarea andarono a Gerusalemme. Luca rimase al fianco di Paolo durante la sua prigionia a Cesarea; e con Paolo e Aristarco fece l'avventuroso viaggio fino a Roma. Paolo indica Luca come uno dei suoi compagni più fedeli al tempo del suo domicilio coatto a Roma (Col. 4,14; Fil. 23s). Durante questo periodo romano, è possibile che Luca abbia avuto contatti personali con Marco.

    Secondo il prologo anti-marcionita[3], Luca non era sposato, lavorò nell'Acaia (Grecia), e morì all'età di 84 anni. L'imperatore Costanzo II trasportò le sue reliquie a Costantinopoli nel 357 d.C., una leggenda molto tardiva parla di un secondo trasferimento (1177) in Italia e precisamente a Padova. Nel secolo XIV si credeva che Luca fosse stato un abile pittore e l'autore di una famosa icona  di Maria, conservata ora in Roma (S. Maria Maggiore). La Chiesa  occidentale celebra la sua festa il 18 ottobre.

    II   -   Caratteristiche letterarie    -   Luca il medico scrive con un occhio che scruta le reazioni psicologiche e le motivazioni nascoste. Egli solo descrive l'ambiente psicologico in 3,15; 4,14s; 9,43; 11,1.29; 13,1; 17,20; 18,1.9; 19,11. La sua origine pagana e i suoi numerosi e lunghi viaggi rappresentano probabilmente la spiegazione della sua apertura di mente e del suo profondo universalismo. Egli mostra un favoritismo per le minoranze, per gli emarginati e i non privilegiati. Samaritani, lebbrosi, pubblicani, soldati, pubblici peccatori segnati a dito, pastori ignoranti, poveri, tutti costoro sono l'oggetto di un particolare incoraggiamento nel suo vangelo.

    La lettura del vangelo stesso mostra che il suo autore è di formazione ellenistica e ha indirizzato il suo scritto a una comunità cristiana di origine pagana. Ed è per loro che introduce numerosi cambiamenti nella tradizione evangelica. Egli tralascerà parole semitiche oppure le sostituirà con termini a loro più familiari. Non usa mai le seguenti parole semitiche che ricorrono in altri vangeli: "Abbà" (Padre) in Mc. 14,36 (cfr. Lc. 22,42); "Boanerges" (figli del tuono) in Mc. 3,17 (cfr. Lc. 9,54); "Ephphatha" (apriti) in Mc. 7,34; "Hosanna" (salvaci, ti preghiamo) in Mc. 11,9; Gv. 12,13; Mt. 21,9 (cfr. Lc. 19,38). Invece del titolo ebraico "Rabbì" Luca preferisce "Didaskale" (insegnante), e soprattutto "Epistata" (maestro). Egli dà il significato della parola invece di riportare la forma aramaica, usa "kranion" (greco per "cranio") invece di "golgotha".

    Un'altra concessione ai lettori pagani è la sua prassi di citare raramente  - almeno se confrontato con Matteo - l'AT. Ma egli ha un altro modo di porre in evidenza il compimento delle speranze veterotestamentarie. Per Luca, Gesù stesso è il profeta, egli usa questo titolo per designare Gesù molto più sovente di Marco (Lc. 4,24; 7,16.39; 9,19). Gesù appare specialmente nel ruolo di Elia, il profeta inviato ai pagani, eppure Luca non ci presenta mai Gesù che predica ai gentili. Il confronto con Elia può essere valutato più esattamente se teniamo presente un altro fattore: Luca non solo fa un parallelo tra il ministero di Gesù nel suo vangelo e quello della Chiesa in Atti, ma vede nella Chiesa un compimento del ministero profetico di Gesù. Si possono notare i seguenti paralleli: battesimo dello Spirito (Lc. 3,21ss.; At. 2,1ss.); predicazione concernente lo Spirito (Lc. 4, 16-19, At. 2,17); rifiuto (Lc. 4,29; At. 7,58; 13,50); guarigioni di moltitudini (Lc. 4,40ss.; At. 2,43; 5,16); glorificazione (Lc. 9, 28-36; At. 1, 9-11). Luca, pertanto, non soltanto evita le citazioni dell'AT di minor interesse per i suoi lettori pagani, ma dirige l'attenzione sul ministero profetico di Gesù, che trova il suo compimento nel ministero della Chiesa in mezzo ai pagani.

    Per amore dell'ordine, Luca evita ordinariamente le ripetizioni superflue di eventi simili: una sola unzione di Gesù (7, 36-50); una sola moltiplicazione dei pani e dei pesci (9, 12-17); un solo racconto del fico sterile (13, 6-9); un solo ritorno di Gesù agli apostoli nel giardino (22, 39-46); un solo processo davanti alle autorità giudaiche (22, 66-71). Questa disposizione del materiale e queste soppressioni suggerite da un profondo senso artistico non trattennero, però, Luca dal citare due volte certi detti di Gesù.

    Luca fu uno storico accurato oltre che un artista sensibile; egli rispettò le sue fonti. Alcuni detti pertanto ricorrono due volte; tratti una volta da Marco e un'altra, forse, dalla fonte Q: 8,16 = 11,33;  8,17 = 12,2;  8,18 = 19,26;  9,24 = 17,33;  9,26 = 12,9; 9,50 = 11,23. Luca stabilisce in questo modo un parallelo tra il primo stadio: il ministero galilaico di Gesù (4, 1-9,50) e il secondo: il grande viaggio (9,51-19,28).

    III   -   Caratteristiche dottrinali    -   La figura di Gesù tratteggiata da Luca è ricca e articolata e, ovviamente, nelle sue linee fondamentali è comune anche agli altri vangeli. Tuttavia ci sono sottolineature particolari, come ad esempio l’universalità, la predilezione per i poveri, la misericordia e il perdono. Uomo di chiesa e di tradizione, Luca è anche uomo dai vasti orizzonti e di delicata sensibilità, specialmente nei confronti dei peccatori, degli emarginati, dei pagani e dei poveri.

     Un unico grande piano inizia nel Vangelo e si compie in Atti. Sia il vangelo che Atti iniziano nella Gerusalemme messianica con il dono dello Spirito (Lc. 1,5-2,52; 3,21ss.; Atti 1-2). Il Vangelo ci presenta poi il ministero galilaico di Gesù (4, 1-9,50) e il suo viaggio a Gerusalemme (9,51-19,28). Il libro degli Atti continua questo piano descrivendo il primo ministero degli apostoli, limitato per la massima parte all'ambiente giudaico (At. 8,15), a cui fa seguito il viaggio di Paolo al centro del mondo: Roma. Non soltanto esiste questo parallelo tra il Vangelo e gli Atti, ma noi vediamo che gli Atti continuano là dove il Vangelo termina.

    In Luca Gesù non predica direttamente ai gentili, né porta a termine l'instaurazione del suo regno. Il regno deve includere anche i pagani, ma questa dimensione universale è realizzata soltanto dopo l'ascensione di Gesù, nel ministero della Chiesa, come viene descritto in Atti. Luca ricorda ripetutamente ai suoi lettori che il tempo della Parusìa (la venuta di Cristo alla fine dei tempi) è assolutamente imprecisato, il regno non si è manifestato nella sua piena gloria né con la risurrezione di Gesù, né con la caduta di Gerusalemme; adesso, nell'ambito della Chiesa, esso viene gradualmente manifestato, come anticipazione del compimento finale di tutte le speranze e le promesse.

    Nell'ambito di questo piano più vasto, Luca sviluppa altri temi subordinati. Egli scrive il "Vangelo della misericordia" o il "Vangelo dei grandi perdoni". Tra i sinottici Luca è il solo che include episodi o parabole quali la donna peccatrice (7, 36-50); la pecora smarrita, la dramma perduta, il figlio prodigo (cap. 15); la presenza di Gesù nella casa di Zaccheo (19, 1-10); il perdono di Gesù ai suoi carnefici (23,34); il buon ladrone (23, 39-43). Luca (6,36) riporta le parole di Gesù: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro", mentre in Mt. (5,48) abbiamo l'altra versione: "Siate perfetti…". Tutto il discorso della "pianura" accentra l'attenzione sul vincolo sociale della carità (Lc. 6, 17-49), mentre il discorso catechetico di Matteo della "montagna" indugia sugli aspetti legali del messaggio e sulla rilevanza della legge mosaica. Luca inserisce altre notevoli aggiunte al testo di Marco: in 5,32 nell'affermazione: "Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (cfr. Mc. 2,17; Mt. 9,13), egli inserisce la frase "a penitenza". Abbiamo un'analoga modifica in Lc. 8,12 (cfr. Mc. 4,15; Mt. 13,19).

    Il perdono di Gesù è offerto a tutti gli uomini, e possiamo così dire che Luca ha composto il "Vangelo della salvezza universale". La tavola genealogica (3, 23-38) non circoscrive la stirpe di Gesù unicamente alla linea regale di Davide, come avviene in Mt. 1, 1-16, ma colloca Gesù nell'albero genealogico dell'intera razza umana in quanto figlio di Adamo che era figlio di Dio. La fede di Abramo può essere condivisa da tutti gli uomini, che diventano per ciò stesso figli di Abramo (Lc. 3,8). Immediatamente precedente a questa affermazione abbiamo la citazione ampliata di un testo di Isaia, Mc. 1,3 e Mt. 3,3 omettono le parole "ed ogni uomo vedrà la salvezza di Dio" (Lc. 3,6).

    Questo stesso interessamento misericordioso è offerto a tutti i poveri e umili, così che Luca merita di essere definito il "Vangelo dei poveri". Questo spirito si manifesta chiaramente nei racconti dell'infanzia, nei quali i poveri e gli insignificanti sono scelti per i più grandi privilegi: la coppia sterile, Zaccaria ed Elisabetta; Maria e Giuseppe scelti tra oscuri nazaretani; i pastori della campagna; un vecchio e una vecchia vedova al tempio. Luca conserva questa grande stima per la povertà di fatto nelle beatitudini, nello scrivere "beati voi che siete poveri", egli conserva il dialogo diretto in seconda persona e non aggiunge, come fa Matteo, "poveri in spirito" (Lc. 6,20).

    Egli inserisce l'intero testo di Isaia che riguarda i poveri ai quali sarà predicato il vangelo (4,18; 7,22). La parabola dell'uomo ricco e di Lazzaro è esclusiva di Luca (16, 19-31). Altri detti sulla povertà inclusa una parabola, si trovano soltanto in Luca (12, 13-21).

    Non sorprende, però il fatto che Luca oltre che presentarci un Gesù amico dei poveri, dei peccatori, degli ultimi, ci mostra anche un Gesù esigente nella sua sequela e nei suoi insegnamenti. Per questo il suo vangelo può anche essere definito: il "Vangelo dell'assoluta rinuncia". I discepoli devono lasciare "tutto" (Lc. 5,11); in un'affermazione analoga, Mc e Mt limitano la rinuncia alle reti e al padre (Mc. 1, 16-20; Mt. 4, 18-22) per poter seguire Gesù. Di riscontro, un'altra asserzione, propria al solo Luca (9,62), insiste sulla dedizione totale a Gesù. Soltanto Luca aggiunge la parole "moglie" alla lista di ciò che ad alcuni verrà richiesto di abbandonare per amore del regno (14,26). Ancora, dove Matteo scrive "accumulatevi dei tesori nel cielo" (6,20), Luca ha, "vendete quello che possedete e datelo in elemosina" (12,33). Luca estende la sopportazione della croce dal singolo momento escatologico (Mc. 8,34; 16,24) alle continue sofferenze della vita di ogni giorno (Lc. 9,23). La necessità della sofferenza e della rinuncia come mezzi per attuare il compimento glorioso, viene sottolineata dalle ripetute affermazioni che Gesù "deve soffrire" (9,22; 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44).

    Tale distacco e tale rinuncia sono possibili perché Gesù e i suoi discepoli sono presentati in un continuo impegno verso Dio in questo "Vangelo della preghiera e dello Spirito Santo". Luca ci raffigura Gesù in preghiera prima di qualsiasi tappa importante nel suo ministero messianico: al suo battesimo (3,21); prima della scelta dei Dodici (6,12); prima della professione di fede di Pietro (9,18); alla trasfigurazione (9,28), prima di insegnare il "Padre Nostro" (11,1); nel Getsemani (22,41). Gesù era il maestro della preghiera e insistette con frequenza che anche i suoi discepoli fossero uomini di preghiera (6,28; 10,2; 11, 1-13; 18, 1-8; 21,36).

    Luca allude ininterrottamente al ruolo dello Spirito (1,15.35.41.67; 2, 25-27; 3,16.22; 4,1.14.18; 10,21; 11,13; 12,10.12). Dove Matteo (7,11) parla delle cose buone che il Padre dà a coloro che gliele chiedono, Luca (11,13) parla dello Spirito come del dono per eccellenza. Concesso nel passato ai Giudici dell'AT questo Spirito è ora inviato a Giovanni Battista (1,15.80) e ai suoi genitori (1,41.67). Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo (1,35) ed egli stesso è ripieno di Spirito Santo (4,1). Ciò che avvenne per Gesù deve continuare ad avvenire per la Chiesa, fino alla parusìa. Lo Spirito di conseguenza occupa lo stesso ruolo di primaria importanza anche in Atti: la Chiesa continua la missione di Gesù, l'era escatologica, inaugurata da Cristo che durerà fino a quando lo Spirito la porterà a compimento in un certo momento del futuro.

    Lo Spirito, posseduto da Gesù, irradia gioia e pace fra tutti coloro che lo ascoltano. Luca scrisse il "Vangelo della gioia messianica". Vari termini greci che esprimono la gioia o l'esultanza ricorrono con notevole frequenza in Luca. Una lettura sia pure affrettata dei singoli vangeli lascia l'impressione che Matteo abbia un'impostazione seria e quasi maestosa, Marco il candore non impegnato di un diario, ma Luca trabocca di gioia non appena la persona si è resa conto della realtà stupenda che si è attuata. Più di qualsiasi evangelista, Luca riporta l'ammirazione delle folle che seguivano Gesù (5,26; 10,17; 13,17; 18,43). Questo spirito di gioia diffuso tra la gente è l'adempimento della promessa di Gesù che i suoi seguaci saranno "felici" e "fortunati" (1,45; 6,20-22; 7,23; 10,23; 11,27ss.; 12,37ss.; 14,14ss.; 23,29).

    IV   -   Le fonti   -    Luca 1, 1-4 afferma che furono fatte accurate ricerche per ottenere una conoscenza di Gesù basata su testimonianze dirette. Egli si impegnò nella ricerca e nello studio di varie fonti scritte o tradizioni ufficiali, come pure di tradizioni orali che circolavano privatamente nella Chiesa. Ad Antiochia, dove è probabile sia stato battezzato, Luca entrò in contatto con Manaèn, un compagno d'infanzia di Erode Antipa (At. 13,1), forse per mezzo suo incontrò Giovanna la moglie di Cusa, procuratore di Antipa (Lc. 8,3). E' probabile che queste persone abbiano dato a Luca informazioni sul comportamento di Erode nei confronti di Gesù e di cui si parla soltanto in Luca (13, 31-33; 23, 7-12). Nell'Asia Minore è probabile che Luca abbia incontrato i discepoli di Giovanni e che abbia attinto da loro alcuni temi caratteristici di Giovanni, quali i racconti dell'infanzia e gli elementi basilari per il suo racconto della passione-glorificazione. Tracce giovannee in Luca sono: i temi di Gerusalemme e del tempio; l'importanza della glorificazione di Gesù; fatti esclusivi riguardanti il ministero di Gesù a Nazaret (4, 22b-30, che Giovanni apprese da Maria?); l'influsso giovanneo sulla scena della trasfigurazione (Lc. 9, 28-36); l'inno di lode di Gesù (10,22); l'esortazione alla fiducia in Dio (12,32).

    Luca ebbe due anni a sua disposizione - durante la prigionia di Paolo a Cesarea (At. 24,27) - per raccogliere informazioni e intervistare persone che avevano conosciuto Gesù o avevano sentito parlare di lui da testimoni oculari e auricolari. Egli incontrò il diacono Filippo, l'apostolo della Samaria (At.8; 21,8), ed è possibile che da lui abbia avuto informazioni concernenti gli eventi descritti in 9, 52-56; 17,11-19.

    La peccatrice pentita, il cui nome è tenuto segreto da Luca, si confidò con Luca il medico e gli raccontò la storia della sua conversione (7, 36-50).

    Benché Luca, come Paolo, non si era mai sposato in vista del regno di Dio e dell'apostolato (14,26; 18,29), riconosce alle donne un ruolo molto più importante di quello riconosciuto da qualsiasi altro evangelista. La spiegazione di questo suo atteggiamento potrebbe essere trovata nel suo ambiente ellenico nel quale la società permetteva alle donne di occupare ruoli pubblici di grande importanza, molto più di quanto avvenisse nell'ambito del giudaismo (At. 8,27; 16, 13-15, 18,26; 24,24).

    Un'altra fonte, importante per l'atteggiamento di fondo di Luca, era costituita dalla sua associazione con l'apostolo Paolo. Il commento analizzerà questo influsso paolino in 7,9; 10,7ss.; 39; 11,13; 17, 7-10; 18,1. 14; 21,19.28.34-36. E' possibile che Paolo abbia contribuito a consolidare decise posizioni di Luca quanto all'universalità della salvezza, alla volontà salvifica di Gesù, al suo freddo atteggiamento nei confronti della legge.

    Oltre queste fonti orali, Luca utilizzò parecchi documenti e, in effetti, attinse ad essi alquanto liberamente. La sua fonte scritta più importante fu il vangelo di Marco. Luca incorpora il 60% dei 661 versetti di Marco; i brani marciani formano un terzo dei 1149 versetti di Luca. I principali paralleli tra Luca e Marco sono i seguenti:

    Lc. 4,31-6,19        segue Mc. 1,21-3,12

    Lc. 8,4-9,50          segue Mc. 4,1-9,41

    Lc. 18,15-21,38    segue Mc. 10,13-13,37.

    La dipendenza di Luca da Marco è ancora più complicata. Le sezioni narrative sembrano a volte essere state attinte a Matteo attraverso Marco: Lc. 4, 1-3 si basa direttamente su Mc. 1.13, che a sua volta potrebbe dipendere la Mt. 4, 1-3; altri casi simili sono: Lc. 5,26; Mc. 2,12; Mt. 9,8; oppure anche Lc. 8,25, Mc. 4,41. Mt. 8,27; o ancora Lc. 8,44; Mc. 5,27; Mt. 9,20. Ci sono casi, specialmente nel racconto di "detti" di Gesù, nei quali Luca è in accordo verbale con Matteo; in questo caso Luca e Matteo dipendono probabilmente da una fonte scritta comune, Q.[4]

    Il modo in cui Luca utilizza le sue fonti illumina maggiormente lo stile e le caratteristiche del terzo vangelo. Luca usa il materiale attinto da altre fonti con rispetto, ma non mai passivamente, senza cioè apportare il suo personale contributo. Egli vi lascia trapelare con tatto d'artista il suo punto di vista. Per amore di uno stile armonioso e letterario egli opera numerose omissioni: i dettagli che annoierebbero oppure offenderebbero i suoi lettori pagani.

    Un senso di delicatezza induce Luca ad escludere scene di violenza e di mancanza di rispetto: l'uccisione di Giovanni Battista (Mc. 6, 16-29); i commenti alquanto rudi dei discepoli (cfr. Lc. 8, 22-25 con Mc. 4, 35-41); gli insulti durante la passione (Mc. 14,65; 15, 15-19). Egli sopprime anche tutti quei commenti che sembrano limitare in Gesù la conoscenza del futuro o la conoscenza dei pensieri degli uomini (Mc. 4,40; 13,32).

    Oltre alle omissioni, Luca introduce anche dei ritocchi e degli ampliamenti nel suo materiale. I risultati di questo lavoro editoriale sono già stati posti in rilievo quando abbiamo indicato i vari temi dottrinali.

    V   -   Data e luogo di composizione   -    Secondo gli studiosi il vangelo di Luca, fu composto in greco,  in una data posteriore al 70 d.C. Una tradizione assai antica, fornita da Ireneo e dal prologo monarchiano e accettata da Gerolamo e Gregorio Nazianzeno, indica la Grecia meridionale come il luogo di composizione.

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    00 11/25/2008 10:41 AM

    I.   PROLOGO (1, 1-4)

    Luca è il solo evangelista che premette al suo scritto un prologo nel quale dichiara, nei primi due versetti, le fonti a cui attinge: “Coloro che furono testimoni e divennero ministri della parola” (gli apostoli) e nei due versetti successivi, lo scopo e le caratteristiche del lavoro che intraprende: “Ho deciso di fare ricerche accurate  e di scriverne un resoconto ordinato … perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti”.

    In questo prologo, Luca adotta un classico stile greco e un vocabolario che si ritrova identico in trattati ellenistici dell'epoca, in cui si dichiarano le finalità per cui si scrive un libro e il metodo che si è seguito.

    In questo modo, egli rivela chiaramente che il suo libro è un'opera di attualità, destinata ai suoi contemporanei non giudei. Fin dall'inizio, Luca si pone in relazione con alcuni precursori che hanno redatto un racconto scritto[5]. Essi erano privi, secondo lui, sia delle qualità che lui spera di mettere in opera e sia delle fonti a cui attingerà: il vangelo di Marco, che non riporta né la nascita di Gesù né le apparizioni pasquali, e una raccolta di parole del Maestro ("fonte Q"), che non conteneva quasi nessuna narrazione.

    Questi precursori (Marco e fonte Q), per comporre i loro scritti, avevano attinto alla "Tradizione"[6], cioè alla trasmissione orale del vangelo da parte degli Apostoli, che sono stati prima testimoni oculari delle parole e delle opere di Cristo (è il contenuto del primo volume) e ministri poi della parola (secondo volume: Atti degli Apostoli).

    Luca precisa allora, che si è preoccupato di porsi scrupolosamente in ascolto della tradizione ecclesiale e di scriverne un resoconto ordinato.  Quest'ultima annotazione non indica in primo luogo un ordine cronologico: intende piuttosto precisare che l'opera illumina il modo in cui Dio guida, avvenimento dopo avvenimento, il suo disegno di salvezza nella storia. Luca ha indubbiamente una preoccupazione di storicità, ma conoscendo le opere degli storici greci e latini suoi contemporanei, cerchiamo di non proiettare sul progetto di Luca la concezione moderna della ricerca storica.

    L'opera è dedicata all' "egregio Teofilo", un convertito di origine pagana, che forse occupava un posto importante nell'amministrazione romana. Lo scopo a cui mira Luca è quello di "convincere Teofilo della solidità degli insegnamenti ricevuti".

    Due annotazioni per concludere.

    La prima è che la trasmissione degli avvenimenti di Gesù avvenne in una comunità di credenti: questo è il senso fondamentale dell’espressione “servi della Parola”, che Luca applica direttamente ai primi testimoni, ma anche ai successivi testimoni. Servitore della Parola dice l’atteggiamento di chi si assoggetta alla Parola e cerca con ogni cura di non tradirla, indica anche che i testimoni si lasciano coinvolgere dalla Parola che trasmettono: sono discepoli del Signore, non persone neutrali.

    La seconda annotazione è che non basta affermare che gli avvenimenti di Gesù esigono di essere trasmessi in una comunità credente. Occorre andare oltre e precisare che la vita della comunità fa intimamente parte degli avvenimenti stessi: infatti occorre annunciare un Cristo vivo, che opera attualmente, non un semplice ricordo del passato.

    La comunità è il luogo in cui gli avvenimenti di Gesù tornano ad essere vivi, attuali e salvifici, tornano ad essere “vangelo oggi”, cioè storia di salvezza che accade “fra noi”. E’ in forza di questa intuizione che Luca può parlare, con molta profondità, di avvenimenti accaduti fra noi, cioè nella comunità cristiana, pur essendo in realtà accaduti nel passato. Ed è per lo stesso motivo che egli sente il bisogno di scrivere, in continuità con la storia di Gesù, la storia della chiesa (Atti degli Apostoli).

    II.  I RACCONTI DELL'INFANZIA (1,5-2,52)

    Matteo, Luca e Giovanni aggiungono una specie di "vangelo dell'infanzia" alla loro opera principale. Quello di Giovanni potrebbe essere descritto come un inno arcaico cristiano nel quale viene proclamata la preesistenza di Gesù e il suo divenire carne, il racconto di Matteo è composto sotto forma di annuncio ufficiale, catechetico; la narrazione di Luca, invece,  combina insieme lo stile dottrinale e meditativo.

    Che questi "racconti dell'infanzia" non facessero parte della predicazione apostolica originale può essere stabilito non soltanto dal fatto che il ministero pubblico di Gesù ebbe inizio solo con il suo battesimo amministratogli da Giovanni ma anche dal fatto che il ministero degli apostoli si poggiava unicamente su ciò di cui essi stessi erano stati, cioè testimoni oculari.

    A partire dalla Pentecoste gli apostoli nella loro predicazione, si rifacevano alla risurrezione, alla passione e morte, al ministero pubblico di Gesù e infine alla sua "vita nascosta". I racconti dell'infanzia emersero solo più tardi come risultato dello sforzo di impartire una istruzione sempre più completa sull'opera e le parole redentrici di Gesù.

    Anche Luca, quindi, esprime nei "Vangeli dell'infanzia" il massimo della sua teologia, ed è per questo che forse dovremmo leggerli alla fine, perché per ultimi sono stati scritti, così come per ultimo è stato redatto il "Vangelo dell'infanzia" di Matteo.

    Questi "Vangeli dell'infanzia" sono altamente teologici ed esprimono l'esigenza che la comunità primitiva (la comunità dei credenti sotto la guida degli Apostoli) avverte di penetrare il "mistero" del Cristo morto e risorto e tutto ciò che vi era all'origine. Si tratta di un "ritornare indietro", un interrogarsi, su questo "inizio" della vita di Gesù, anche alla luce di citazioni della Sacra Scrittura.

    E' chiaro, a questo punto, che l'esigenza teologica ha il sopravvento sulla realtà storica, per cui c'è un tipo di storia nei "Vangeli dell'infanzia" completamente diverso dal resto del Vangelo.

    E' risaputo che gli studiosi parlano di racconto "midrashico", cioè di dati storici non sempre facilmente ricostruibili, nei quali prevale l'interpretazione teologica e spirituale. Per esempio: chi sono i Magi? Chi mai saprà dirci qualcosa di questi personaggi? Certamente nessuno. E siccome Matteo, che ci descrive l'episodio  di questi personaggi, non sa dirci che pochissime cose; nessuno, quindi, è autorizzato a fantasticare su di loro, perché il nucleo storico che pure doveva esserci, è difficilmente ricostruibile.

    Di qui l'interesse che hanno gli evangelisti Matteo e Luca nel riproporci alcuni episodi dell'infanzia, in cui il nucleo storico si riduce a ben piccola cosa, ma il più è interpretazione e meditazione.

    In conclusione i racconti dell'infanzia di Gesù di Luca sono un insieme di testi dell'AT. Possiamo citare alcuni esempi: Lc. 1,12 (Dan. 10,7.12); Lc. 1,16ss (Mal. 3,1.4ss); Lc. 1,19 (Dan. 9, 20-23); Lc. 1,28.32 (Zc. 3, 14-17); Lc. 1,35 (Es. 40,35); Lc. 1, 40-46.55 (2 Sm. 6); Lc. 1,42 (Giud. 5,24); Lc. 1,64ss. (Dan. 10,16ss); Lc, 1,76 (Mal. 3,1).

    A   -   IL DITTICO DELL'ANNUNCIAZIONE (1, 5-56)

    Questi due "annunci" qualificano il Vangelo, che è appunto un "lieto annuncio", ed è precisamente in questi due racconti che ricorre per la prima volta in Luca il termine "Vangelo", "lieto annuncio" (2,10). L'angelo dà l'annuncio a Zaccaria, a Maria, ai pastori.

    Luca nel presentare l'avvenimento reale dell'annunciazione, ha voluto offrire un insegnamento teologico e la sua abilità sta nel mettere a confronto questi due episodi come se fossero due dittici, meglio due parti di un solo quadro: l'annuncio a Zaccaria e l'annuncio a Maria: la descrizione della nascita di Giovanni e di quella di Gesù: il cantico di Zaccaria e quello di Maria.

    1.     L'annuncio della nascita di Giovanni Battista (1, 5-25)

    Luca decide di iniziare tutta la sua opera ponendo in scena, nel tempio, il sacerdote Zaccaria. Avrebbe potuto benissimo cominciare, ad esempio, presentando Maria in preghiera con tutte le donne di Nazaret, poi dire che sua cugina Elisabetta (cfr. 1,36) era vecchia e sterile… Invece egli punta volutamente il riflettore su Gerusalemme e il suo tempio, sull'attesa di tutto il popolo. Che cosa significa questo?

    Molti particolari della scena si riferiscono al passato, ai racconti dell'AT in cui sono narrati annunci di nascite straordinarie: l'apparizione dell'angelo del Signore e il timore dell'uomo di fronte a questa manifestazione del divino, il messaggio celeste seguito da un'obiezione o dalla richiesta di un segno, che tutto avverrà come annunciato.

    Un modello letterario come questo si incontra già nel caso del concepimento di Ismaele (Gn. 16, 7-13), di Isacco (Gn. 17-18) e di Sansone (Giudici 13); sarà ripreso, nella scena che segue, per l'annuncio fatto a Maria. Notiamo che, sia in questi racconti dell'AT sia nelle due annunciazioni narrate da Luca, si tratta soprattutto di dialoghi, il cui elemento centrale è una rivelazione.

    Inoltre, il racconto fa chiaramente allusione ad Abramo e a sua moglie Sara: l'età viene ad aggiungersi alla sterilità (Gn. 16-17). Come Abramo (Gn. 15,8), il vecchio sacerdote chiede un segno: "In che modo potrò conoscere questo?". Ma per quale motivo l'angelo ritiene che Zaccaria, ponendo la stessa domanda di Abramo, si dimostra incredulo? Secondo alcuni perché egli sa già dalle Scritture, che sterilità e vecchiaia non rappresentano ostacoli per Dio, che in passato, appunto, ha concesso dei figli ai patriarchi. Per altri, come vedremo nel commento alle singole espressioni, qui si parla di una visione estatica.

    “Nei giorni di Erode”: si tratta di Erode il Grande, che regnò poco meno di 40 anni e morì nel 4 a.C. Perciò l’anno zero della nostra èra cristiana non coincide con la nascita di Gesù, che invece va collocata, anno più anno meno, verso il 5 a.C. Luca non era in grado di fornirci una data più accurata, o forse non aveva interesse a farlo. E’ però pienamente consapevole di raccontarci un fatto reale, che si colloca in un tempo e in un luogo.

    "Zaccaria": il nome significa: "Jahwé si è ricordato". Egli appartiene all'ottava classe dei sacerdoti, quelli che discendevano da Abia, uno dei ventiquattro nipoti del primo sommo sacerdote, Aronne (1 Cron. 24,10).[7]

    "Elisabetta": il suo nome significa "Dio ha giurato (di proteggerci)". Essa era una parente di Maria, benché non si conosca il grado esatto di parentela (1,36). La coppia non aveva figli. Questo versetto di apertura si richiama alle numerose donne illustri d'Israele che erano rimaste sterili per lungo tempo: Sara (Gen. 15,3; 16,1); Rebecca (Gen. 25,21); Rachele (Gen. 29,31); Anna (1 Sam.1,2).

    "Erano tutti e due giusti": diversamente dai farisei (Lc. 16,15), essi erano costantemente fiduciosi in Dio per il compimento delle sue promesse ed erano sempre disposti a essere guidati dalla sua volontà (At. 3,14; 7,25).

    "Una grande moltitudine": ciò è un'indicazione che si trattava dell'offerta vespertina dell'incenso più che di quella mattutina.

    "L'angelo del Signore": è una figura veterotestamentaria di messaggero (Gen. 16,10; 22,11.15.16; Es.3,2; Sam. 24,16). Il racconto dell’Annunciazione ricalca i motivi più comuni delle annunciazioni dell’AT: l’angelo del Signore, il turbamento e il timore dell’uomo di fronte al messaggio di Dio, l’assicurazione della presenza divina, la richiesta di un segno. Sono tratti che secondo l’AT accompagnano il manifestarsi abituale di Dio all’uomo, e che troveremo anche nel successivo racconto dell’annuncio a Maria. Questo parallelo con la letteratura veterotestamentaria rende estremamente difficile individuare e fissare il nucleo storico del documento teologico lucano.

    "Non temere": queste parole introducono frequentemente una grande azione redentrice di Dio (Gen. 15,1; Gs. 1,9; Is. 41,1.4). Le parole dell'angelo ripetono una formula per la nascita assai comune nella Bibbia: Gen. 6,11; Giud. 13,3; Is. 7,14.

    "Giovanni": il suo nome significa. "Jahwé ha mostrato il suo favore", un nome che simboleggia il ruolo di Giovanni nell'economia salvifica di Dio.

    "Gioia e allegrezza": segni indicativi dell'era messianica: Sal. 96,11ss; 97,1.8; 126,2.5; Is. 12,6; 25,9.

    "Davanti al Signore": questa preposizione ricorre 22 volte in Luca e 13 volte in Atti e in nessun altro passo nei vangeli (salvo in Gv. 20,30): un'indicazione che Luca ha rielaborato il vangelo dell'infanzia.

    "Né vino né bevanda inebriante": il fanciullo sarà consacrato come un nazireo prima della nascita (Num. 6, 1-21). Una caratteristica ancora più importante del nazireo era la disposizione che non si tagliasse i capelli (1 Sam. 1,11, At. 18,18; 21, 23-26), ciò che non viene menzionato nel caso di Giovanni Battista. E' possibile che Luca abbia adattato qui il linguaggio di un brano più antico del racconto di Sansone (Giudici 13,14) come può darsi che il voto di nazireato - piuttosto imprecisato nella storia - potesse assumere forme differenti, come la vita ascetica praticata a Qumran.

    "Fin dal seno di sua madre": come un secondo Geremia (Ger. 1,3). Questa immagine proclama che ogni azione del Battista era iniziata e sostenuta da Dio; nessun altro, perciò, era meglio adatto al ruolo di precursore di Gesù.

    "Pieno di Spirito Santo": il riferimento non è alla terza persona della Trinità ma a Dio in quanto esercita un potere salvifico straordinario.

    "Ricondurrà": il riferimento potrebbe essere o al ruolo sacerdotale di riconciliazione oppure al tema dell'Esodo, del ritorno alla terra promessa (Is. 40,3ss.; Mal. 2,6; 3,1.24).

    "Lo spirito e la potenza di Elia": l'attribuzione dello spirito di Elia al Battista è evitata in maniera singolare da Luca, eccetto nei racconti dell'infanzia: un'altra indicazione che l'autore originale di questi ultimi non fu Luca. Secondo la tradizione giudaica (Mal. 3,23) il ritorno di Elia doveva precedere e preparare l'era messianica. Giovanni Battista sarà "Elia che deve venire" (Mt. 17, 10-23; Lc. 9,30). Sembra che il concetto qui espresso sia che i membri del popolo non si comporteranno più come "padri" fieri e indipendenti, ma come "figli" devoti e obbedienti. Il parallelo qui è tra padri (i disobbedienti) e figli (la saggezza dei giusti).

    "Come posso conoscere questo?": la domanda di Zaccaria è simile al quesito di Abramo (Gen. 15, 3-5). Chiedere un segno si accorda perfettamente con la prassi biblica (Gen. 15,8, Giud. 6,36ss.; 2 Re 20,8), a volte è Dio stesso che offre un segno (Es. 3,12, Is. 7,11). Il conseguente castigo inflitto a Zaccaria, pertanto, sorprende alquanto. Il castigo, comunque, era solo temporaneo e mitigato dalla gioiosa attesa di un figlio. Abbiamo anche la sensazione che qui si alluda a qualcosa di simile a una gioia estatica, troppo intensa per poter essere esternata con parole: Dan. 10,15ss., Lc. 24,41. Questa è l'impressione lasciata nel popolo nel v. 22.

    "Questo lieto annunzio": il greco "euaggelizo" allude a Is. 40,9; 52,7 e al ruolo del Battista nella salvezza messianica.

    "Se ne tornò a casa sua":  la conclusione è simile a quella del racconto di Anna (1 Sam. 1,19ss.). Zaccaria viveva nella regione della tribù di Giuda (v. 39); una tradizione antica localizza la sua casa a "Ain Karim", a circa 6,5 Km. da Gerusalemme.

    "Si tenne nascosta": forse Elisabetta si è appartata per lo stesso motivo per cui suo marito rimase senza parola, sopraffatta dalla gioia per un evento così incredibile.

    "Cinque mesi": è lo stile di Luca di rivolgere l'attenzione al prossimo evento ancor più meraviglioso.

    "La vergogna": cfr. Gen. 30,23; 1 Sam. 1,.8.11. Secondo la mentalità del tempo, l’assenza di figli appariva come una vergogna, una sorta di castigo.

    2.     L'annuncio della nascita di Gesù (1,26-38)

    Questo annuncio è parallelo a quello precedente. Non è dalla Bibbia - dove non se ne parla mai - che Luca ha attinto un tale procedimento, ma dalla letteratura ellenistica[8]. Il genere letterario adottato da Luca ci fa andare alla ricerca non tanto delle somiglianze quanto delle differenze, lo scopo è quello di far scoprire quale dei due bambini è superiore all'altro. Lo schema degli annunci permette di costatare la distanza che c'è tra Gesù e Giovanni.

    Certo la scena non si svolge nello scenario prestigioso dl tempio, ma più modestamente "in una città della Galilea", in una casa privata. Che la rivelazione sia fatta alla futura madre e non più al padre costituisce una differenza poco rilevante: i modelli dell 'AT possono infatti mettere in scena una donna. Molto più significativa è la verginità di Maria. Per dono di Dio, Elisabetta ha concepito un figlio da suo marito; Maria è soltanto sposa promessa, non ha ancora potuto condurre vita comune con Giuseppe e concepirà senza unione sessuale. Se la nascita di Giovanni è straordinaria, quella di Gesù lo è ancora di più.

    La verginità di Maria spiega anche un'importante differenza nello schema dell'annuncio. La giovane donna muove un'obiezione al messaggio celeste ponendo una domanda analoga a quella del sacerdote Zaccaria: "Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo ( = non ho rapporti sessuali")? (v. 34). Ora, questa volta, l'angelo non la riterrà assolutamente una mancanza di fede; egli risponde alla domanda senza farvi obiezione e dà a Maria un segno che, al contrario di quello ricevuto da Zaccaria, non costituisce un castigo: la sua parente è incinta.

    Il fatto è che Maria si trova di fronte a una situazione radicalmente nuova nella Bibbia la quale non parla di concepimento senza unione sessuale, mentre il marito di Elisabetta conosceva perfettamente la storia di Abramo, identica alla sua.

    Le due annunciazioni parallele divergono, quindi, su questo punto, e al silenzio forzato del sacerdote si oppone la docile accettazione della "serva del Signore" che si sottomette alla "parola"; in questo modo, la "parola" è adempiuta. Maria si definirà di nuovo col nome di "serva" in 1,48: una parola che Luca adopera altrove per designare i membri della Chiesa (At. 2,18, 4,29; 16,17).

    Nel gioco delle uguaglianze e delle differenze il racconto dell’annuncio a Maria assume toni e colori che altrimenti non avremmo notato.

    Il primo quadro è sostanzialmente celebrativo. Zaccaria ed Elisabetta sono descritti come “giusti davanti a Dio” e osservanti rigorosi di tutte le leggi del Signore. Nulla di celebrativo, invece, nel secondo quadro. Nessun cenno alle virtù di Maria, né alla sua preghiera, né alla sua attesa. Tutto è dalla parte di Dio, pura grazia.

    Nel primo quadro è l’osservanza della legge che viene premiata, nel secondo è la grazia che viene proclamata. La legge e la grazia: due parole che già dicono la differenza fra l’antico e il nuovo. Lo scenario del primo quadro è grandioso e solenne: nel tempio, durante una liturgia, un sacerdote nell’esercizio della sua funzione, sullo sfondo il popolo in attesa. Il secondo quadro è privo di ogni scenario, come già si è avuto modo di notare.

    Il confronto mostra, dunque, un continuo alternarsi di grandezza e piccolezza, solennità e semplicità, che già lascia intravedere i tratti nuovi e inconfondibili del volto di Dio che si è manifestato in Gesù di Nazaret. Da una parte il divino si mostra con tratti di grandiosità e solennità, dall’altra si mostra nella più assoluta semplicità, e proprio per questo svela un volto inatteso e sorprendente. Da una parte l’osservanza della legge, dall’altra la grazia. Da una parte l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altra Dio che entra nella casa dell’uomo.

    "Sesto mese": dal concepimento, cioè, del Battista.

    "Nazaret": una città insignificante, mai menzionata nell'A.T. disprezzata dagli stessi palestinesi del tempo di Gesù (Gv. 1,46) e abitata da gente gelosa e materialista (Lc. 4, 23-30).

    "Vergine": Luca pone due volte l'accento sulla verginità di Maria.

    "Maria": "Mirjam" significa "esaltata". Giuseppe, fidanzato di Maria, sembra essere stato di origine giudaica, forse un abitante di Betlemme. Attraverso Giuseppe, pertanto, in quanto suo padre legale, e non attraverso Maria, Gesù eredita una rivendicazione al trono di Davide.

    "Ti saluto": (chaire), sullo sfondo di Sof. 3,14-17;  Zc. 9,9; Gl 2,21 questo saluto assume il significato di un invito alla gioia: “gioisci”. Nei passi citati è invitata a gioire la figlia di Sion. Prima di chiamare a una missione, Dio invita alla gioia. La “lieta notizia” precede sempre ogni missione. Il contenuto della lieta notizia è detto subito dopo: la certezza della presenza del Signore (“il Signore è con te”) e il suo amore gratuito e fedele.

    "Piena di grazia": (kecharitomene) il verbo dice fondamentalmente l’amore gratuito. La forma passiva suggerisce che il soggetto è Dio, il tempo perfetto che si tratta di un’azione stabile. Si può perciò tradurre con “amata gratuitamente e stabilmente”.

    "Il Signore è con te": vedi Es. 3, 11-12 (Mosè), Gdc. 6, 11-16 (Gedeone), Ger 1. Affidando una missione, Dio assicura sempre la sua presenza, che tuttavia non sottrae alle difficoltà né alle debolezze. Alcuni manoscritti greci secondari (il Codice Alessandrino, un manoscritto di Sant' Efrem, ecc…) aggiungono: "Tu sei benedetta fra le donne".

    "Concepirai un figlio e lo chiamerai Gesù": Maria comprese che l'angelo le stava annunziando che suo figlio sarebbe stato divino, la seconda persona della santissima Trinità? Andrebbe ricordato quanto segue: innanzitutto Luca non sta scrivendo il diario del giorno dell'annunciazione, ma un vangelo di salvezza. In secondo luogo, Maria in quanto "donna del popolo" non era certo abituata a pensare nei termini filosofici più tardivi di persona e natura (Gesù è una persona, ma ha due nature: divina e umana) e sarà stata invece impressionata dalla potenza e dall'infinità bontà divina nelle parole e nelle opere di Gesù. Il racconto dell'infanzia, composto in un periodo post-pentecostale suggerisce abbastanza chiaramente la divinità di Gesù. Il testo lucano si ispira a Zc. 3, 14-17 e Gioe 2, 21-27 nel descrivere l'era messianica e la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L'AT non afferma la presenza di Dio in una persona umano-divina, ciò che invece fa Luca applicando molto accuratamente i testi a Gesù.

    "Non conosco uomo": il fidanzamento di Maria con Giuseppe indica che essa pensava a una vita matrimoniale normale. Gli studiosi, circa quest'obiezione di Maria, danno varie soluzioni:

    1)     Maria, pensando che l'angelo parlasse di una concezione immediata, obiettò che i rapporti matrimoniali non erano permessi fino al termine dell'anno del fidanzamento.

    2)     Un'opinione comunemente sostenuta da esegeti cattolici ritiene che Maria aveva fatto un voto di verginità perpetua già prima del suo fidanzamento con Giuseppe; Giuseppe avrebbe accettato il matrimonio a questa insolita condizione.

    3)     Altri pensano che Maria decise di fare il voto di perpetua verginità al momento dell'annunciazione o a motivo del segno richiesto in Is. 7,14 oppure a causa dell'impellente necessità del mistero della divina maternità.

    "Ti coprirà della sua ombra": l'ombra dello Spirito che copre Maria richiama la nube che riempì il tempio di Gerusalemme ((Es. 40,35; 1 Re 8,10). La discesa dello Spirito Santo di Dio (usato senza articolo) e la proclamazione del Figlio di Dio danno al versetto un tono apocalittico. Sia il tema del tempio che lo spirito escatologico esigono la verginità o la continenza, virtù richiesta dalla Bibbia nei fedeli e nei guerrieri (Lv 15, 16-18; 1 Sm 21,4; 2 sm 11,11). La verginità di Maria è in tal modo un richiamo alla lotta apocalittica della croce e all'ambiente liturgico della Chiesa primitiva.

    "Nulla è impossibile a Dio": la verginità di Maria rivela una nuova dimensione e nuovo e profondo significato: quello della fiducia e dell'obbedienza totale a Dio, così come Osea raffigura Israele nel suo ruolo di vergine sposa di Dio (Is. 2,21).

    “Eccomi!”: dice la prontezza dell’obbedienza. Secondo la Bibbia è questo “eccomi” che dice l’identità dell’uomo davanti a Dio. Il nome di Dio è: “Io sono colui che è qui con te”. Il nome dell’uomo è “Eccomi”.

    “La serva del Signore”: è questo il terzo nome di Maria che compare nel racconto. Il narratore l’ha chiamata “Maria”, l’angelo “amata gratuitamente per sempre”, Maria chiama se stessa “serva”. Il primo è il nome dell’anagrafe: serve a distinguere Maria dalle altre donne. Il secondo è invece il nome davanti a Dio che svela la profonda identità (amata). Il terzo (serva) è il nome che dice la missione di Maria, il suo modo di stare davanti a Dio e agli uomini.

    3.     La visita a Elisabetta (1,39-56)

    Non c'è da stupirsi che questa scena non abbia parallelo: il suo scopo è quello di effettuare il collegamento tra il ciclo di Giovanni e quello di Gesù. L'incontro delle due donne incinte permette l'unico incontro tra i due nascituri.

    In questo episodio compare per la prima volta il tema del viaggio: la "parola" comincia il suo cammino e la sua corsa ("in fretta") e la porterà fino a Roma, simbolo dell'estremità della terra abitata (At. 1,8; 28, 30-31).

    Maria prorompe nel primo dei quattro cantici di Lc. 1-2. E' un vero mosaico di testi dell'AT dal cantico di Anna (1 Sam. 2, 1-10) che gli serve da modello, ai Salmi. Quest'inno di lode non ha che un tenue legame con il contesto; solo il v. 48 opera il collegamento con il racconto evocando implicitamente l'annunciazione.

    Maria nel cantico di ringraziamento, chiamato spesso "Magnificat" (dalla prima parola della traduzione della Volgata) interpreta la sua situazione e rilegge tutta la storia del passato in chiave non autobiografica (si mette infatti ai margini), ma dell'evento di cui lei è portatrice.

    Un confronto con Gen. 30,13 rivela che le generazioni chiameranno beata Maria più a motivo di colui che porta in grembo, che in virtù di qualche merito personale.

    I vv. 51-53 illustrano il rovesciamento delle situazioni e dei valori che caratterizzano il passaggio da questo mondo al mondo nuovo. L'intervento salvifico di Dio che ha avuto inizio con il concepimento di suo Figlio, il Messia renderà prima di tutto giustizia agli umiliati, agli oppressi. E' questa una situazione cara a Luca, che sarà ulteriormente sviluppata quando ci proporrà le beatitudini e i "guai" (Lc. 6, 20-26) che chiariranno meglio questa tematica. Facciamo soltanto notare che il testo di Luca pone già sulle labbra di Maria un linguaggio che, essendo radicato nell'AT caratterizzerà la venuta del regno nella predicazione di Gesù.

    In conclusione questo cantico è meditazione e preghiera nello stesso tempo, ci insegna anche come dobbiamo pregare. Maria raccogliendo tutta la storia del passato, rilegge la storia di Israele: Abramo non è forse l'esempio più concreto delle "arditezze" che Dio sa fare? Abramo vecchio, Sara sterile, eppure da loro verrà una discendenza che nessuno saprà contare, più grande delle stelle del cielo, della sabbia che è numerosa sul lido del mare (Gen. 13,16; 15,5).

    Maria è la sintesi delle meraviglie che Dio ha sempre fatto nella storia, Maria è capace di rileggere la sua "personale" esperienza nella storia universale. Sul suo esempio anche noi, come discepoli di Cristo, dobbiamo saper leggere la nostra storia alla luce della fede, con il bene, ma anche con il male che c'è stato e che ci sarà ancora nell'ambito di questa nostra esperienza umana, intrecciata di amore, di benevolenza, di misericordia, di perdono. Soltanto così saremo imitatori di Maria nella linea della fede, nella luce della carità, nella linea appunto di questa capacità "critica" di saper leggere tutto alla luce di Dio. In tal modo tutto, nella nostra vita, sarà sotto il segno della volontà del Padre. La nostra "piccola" storia potrà allora fermentare la "grande" storia del mondo.

    B   -   IL DITTICO DELLE NASCITE (1,57-2,52)

    1.     La nascita di Giovanni Battista (1, 57-80)

    La nascita di Giovanni è descritta brevemente (vv. 57-58), ma con un'espressione ricca di significato teologico: “Per Elisabetta giunse il tempo del parto", la promessa divina sta per compiersi. Il racconto della circoncisione sviluppa esclusivamente, ma con abbondanza di particolari, il tema della scelta del nome (vv. 59-66). Una famiglia sacerdotale è per sua natura conservatrice della tradizione, ora la madre rifiuta di dare al bambino il nome del padre e decide addirittura di dargliene uno del tutto inusitato nella cerchia dei parenti: Giovanni. Il racconto prosegue rilevando che Zaccaria non ha udito quello che sua moglie ha detto: se "domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse" è perché egli è muto e sordo. Le risposte del padre e della madre sono identiche: di qui la meraviglia degli altri personaggi davanti a questo nuovo segno di un intervento divino. Scrivendo: "Il suo nome è Giovanni", Zaccaria obbedisce alle parole dell'angelo e all'improvviso riacquista la parola e l'udito secondo quanto gli era stato annunciato (1,20). Le parole che egli pronuncerà sono una benedizione a Dio che ha anche la qualifica di profezia (vv. 64-67).

    Come il Magnificat, anche il salmo profetico di Zaccaria o Benedictus è ricco di citazioni dell'AT e inizia col rendere grazie per una triplice azione di Dio che compie le profezie.

    1)      Con l'invio dell'angelo Gabriele e la realizzazione del suo annuncio egli ha cominciato il suo intervento presso il popolo liberandolo e suscitando al suo interno un messia davidico.

    2)      La conclusione del Benedictus affermerà senza ombra di dubbio che non si tratta di Giovanni.

    3)      Quest'azione divina, conforme al "giuramento fatto ad Abramo" ha uno scopo: dare la salvezza al popolo d'Israele affinché possa servire Colui che è e che salva. Quest'affermazione si riferisce alla parola divina rivolta sul Sinai a Mosè: "Lascia andare il mio popolo a celebrare una festa per me nel deserto" (Es. 3,18; 5,1). In accordo con tutta la tradizione, la liberazione dall'Egitto è figura di quella concessa da Dio alla fine dei tempi e Zaccaria ricorda che il dono della salvezza ha come corollario un requisito: quello del servizio cultuale, dell'adorazione.

    La profezia prosegue chiarendo il compito di Giovanni: egli sarà profeta e precursore, non figlio di Dio o messia! E' lui che rivelerà "al popolo di Dio la conoscenza della salvezza", invitandolo ad accogliere il perdono di Dio. La profezia si indirizza allora al sorgere della luce (un sole che sorge dall'alto per rischiarare…) escatologica del messia che rappresenta la nascita di Gesù Cristo, di cui Giovanni risulta il precursore. Si realizza così la profezia di Is 9,1. Si noterà che il verbo "visitare" riferito a Dio nel v. 68  qui è riferito a Cristo. Innegabilmente, quest'ultima parte dell'inno è di fattura cristiana.

    L'insieme della scena si chiude con un "sommario" dove si dice il bambino "cresceva".

     E' il primo di un genere letterario frequente in Luca-Atti, in cui viene posta in rilievo soprattutto la crescita della parola di Dio e della comunità (At 6,7). Per illuminare il personaggio di Giovanni il testo attinge a passi dell'AT che riguardano due bambini nati miracolosamente: Sansone e Samuele. Si ha infine un'annotazione importante: questo figlio di una famiglia sacerdotale non ha come luogo di residenza il suo villaggio e il tempio, ma il deserto di Giuda, il luogo dove la parola di Dio gli sarà rivolta (3,2) per investirlo come profeta.

    "Vennero per circoncidere il bambino": la circoncisione, specialmente nel periodo del post-esilio divenne l'atto più importante perché rappresentava l'ingresso del bambino maschio nel popolo di Dio. La sua necessità per ricevere la salvezza attraverso Cristo fu negata nelle epistole di Paolo. Ma Lc 1-2 fa della cerimonia della circoncisione un momento culminante nel quale Dio e il suo popolo sono alleati e si impegnano: Dio al perfetto compimento delle promesse e Israele alla perfetta osservanza della legge.

    "Benedictus": la prima parte è  chiaramente giudaica, modellata sulle preghiere che si recitavano durante la cerimonia della circoncisione, la seconda parte fu un'aggiunta cristiana (o dei discepoli del Battista: vv. 76-79). L'inno benedice Jahwè per quella salvezza che egli ha sempre attuato.

    "Benedetto": una imitazione dello stile degli inni di lode in Sal 34,2; 67,2; 103,1; 113,2.

    "Ha visitato": termine biblico che esprime o un favore o un castigo; Dio non può mai essere presente in modo neutrale (Ez. 3,16; 4,31; Lv. 18,25, Is, 10,12; 23,17).

    "Ha concesso misericordia ai nostri padri": Lc col termine "padri" intende coloro che si trovano nel paradiso del cielo (13,28; 16,23; Gv. 8,56) ma che anelano al compimento totale di tutte le speranze e promesse.

    "Santa alleanza e giuramento": cfr. Gen. 12, 1-3; 15,17; 22, 15-18.

    "Per tutti i nostri giorni": le parole riflettono una speranza in un prossimo adempimento delle promesse messianiche.

    "E tu bambino": si intravedono realizzate le speranze dei padri attraverso l'intervento del figlio di Zaccaria.

    "Un sole che sorge":  il Messia, a cui si allude con un nome misterioso: il "nascente", andò ben presto in disuso nella comunità cristiana.

    "Tenebre e ombra di morte": una combinazione di Is. 9, 1-2 e 42,7. Quando le tenebre dl peccato e della miseria saranno al massimo allora gli uomini comprenderanno che soltanto Dio li può salvare.

    "Il fanciullo visse in regioni deserte": è possibile che il fanciullo sia stato affidato ai membri della comunità di Qumran.

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    00 11/25/2008 10:44 AM
    2.     La nascita di Gesù (2, 1-40)

    Il testo fa risaltare con chiarezza il procedimento del parallelismo. In effetti esistono due differenze fondamentali tra questa scena e la precedente: riguardo al Figlio di Maria, l'obiettivo è puntato in primo luogo sulla scena della nascita, mentre per Giovanni si dà risalto alla circoncisione e all'imposizione del nome.

    I vv. 1-7 narrano il censimento[9], il viaggio dei genitori e la nascita del "figlio primogenito"[10]. L' "editto di Cesare Augusto"[11] è un tentativo di Luca di collocare Gesù nella storia universale (lo farà con maggiore ampiezza in 3, 1-2) e allo stesso tempo di mostrare che l'azione divina si serve di questo decreto di Cesare. Negli Atti, Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il vangelo. Infine, e soprattutto, ciò offre un pretesto per il viaggio: un pretesto, poiché tali censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.

    Queste pericopi (1-2) sono decisamente lucane perché differenti nello stile dal tono semitico; Luca ha, in questo, apportato il suo personale contributo nei racconti dell'infanzia pre-esistenti.

    Luca in effetti conosce dalla tradizione (cfr. anche Mt. 2,1) che il bambino è nato a Betlemme, la città di Davide; questa località permette di ribadire una volta di più la discendenza davidica di Gesù (v. 4). Luca tuttavia non cita la profezia di Michea 5,1 (cfr. Mt. 2,6), ma è anche vero che le citazioni testuali sono assai rare in Lc 1-2. In realtà la conclusione del viaggio non è Betlemme, bensì una mangiatoia[12] dove il neonato sarà deposto “perché non c’era posto per loro nell’albergo”[13]. Ora, quale luogo più significativo per dei pastori di una mangiatoia? Eccoci quindi orientati verso i pastori.[14] A Luca interessa il fatto che i pastori godono di una cattiva reputazione in Palestina, dove sono spesso considerati ladri e disonesti. Coloro che occupano il gradino più basso della scala sociale sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di colui che ha per madre un'umile donna (1,48) ed è "inviato a portare ai poveri il lieto annunzio" (4,18). Il neonato è già colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (15,2).

    La rivelazione propriamente detta (vv. 9-12) contiene molti elementi che ricordano i racconti dell'annuncio a Zaccaria e a Maria, solo l'obiezione umana non è qui presente. Un "angelo del Signore" sostituisce Gabriele. La nascita di Gesù è una buona notizia (letteralmente "vangelo") apportatrice di "grande gioia". Al neonato vengono dati tre titoli. "Oggi è nato per voi" poveri e gente modesta, "un Salvatore, che è il Messia Signore". Tre titoli, tutti sgorgati dalla confessione della fede pasquale della Chiesa, i due ultimi in ambiente giudaico, il primo in ambiente soprattutto pagano per contrastare il culto imperiale che presentava Cesare come salvatore. Ai pastori  viene dunque rivelato l'annuncio (il kèrjgma) della Chiesa che predicheranno Pietro (At 2,36) e Paolo (At 13,35).

    Il "segno" - presente qui come nelle due annunciazioni, ma non richiesto dai pastori -  è in forte contrasto con questi titoli cristologici. Infatti il "segno" che permetterà a coloro che lo cercano di trovare il "bambino avvolto in fasce", è che giace in una mangiatoia e non in una culla situata in qualche palazzo reale. Il lettore può restare sorpreso dal fatto che il segno non risulta prodigioso. Mentre Israele poteva aspettarsi che la nascita del messia fosse accompagnata da segni straordinari (cfr. la stella che precede i magi in Mt. 2, 2-9), il segno qui fornito è appropriato a colui che sarà l'umile Messia sofferente dei poveri; esso si addice in modo tutto particolare ai pastori.

    Si fa allora udire la lode di "una moltitudine dell'esercito celeste" (vv. 13-14) che viene ad aggiungersi all'angelo che ha proclamato il lieto annuncio; il breve inno che essa intona invita pastori e lettori a riconoscere la potenza di Dio che, nella nascita del figlio di Maria, procurerà la pace, cioè sicurezza, concordia e prosperità al popolo che è l'oggetto della benevolenza divina. Non si tratta della "buona volontà" dell'uomo ma del beneplacito di Dio. La frase: "Pace in terra agli uomini di buona volontà"  non si riferisce alle buone disposizioni degli uomini ma alla predilezione di Dio. Dio non va pensato come uno che si compiace della bontà dell'uomo ma piuttosto come uno che infonde la bontà nell'uomo attraverso la sua divina elezione e misericordia.

    Fino a questo momento i pastori sono stati passivi; cessano di esserlo nella scena seguente: essi vedono tutto ciò che era stato loro annunciato dall'angelo e trasmettono il suo messaggio, udendolo la gente si meraviglia, come si erano meravigliati i parenti di Zaccaria (1,63) e si meraviglieranno il padre e la madre di Gesù (2,33). Il v. 20 è ancora più preciso sui pastori: dopo la loro partenza essi prendono il posto degli angeli "glorificando e lodando Dio" (vv. 13-14).

    Il v. 21 segna il passaggio alla scena che segue. Come per il figlio di Zaccaria e di Elisabetta, l'imposizione del nome diventa più importante del rito della circoncisione; il fatto è che esso obbedisce, in entrambi i casi, all'ordine di Gabriele. Se la scena del precursore è stata oggetto di una lunga esposizione, quella di Gesù è solo accennata.

    L'impurità di Maria non era di ordine morale ma semplicemente di carattere rituale (Lv 12, 2-4): come Gesù osservò pienamente la legge mosaica e si immerse completamente nell'umanità, per poterla trasformare, così Maria è presentata totalmente donna come tutte le altre nel momento in cui genera suo figlio.[15] La sua purificazione, come la circoncisione di Gesù interessa ogni singolo membro del popolo d'Israele.

    La presentazione di Gesù al tempio, in osservanza a Es. 13, 1-16 è un momento culminante nel racconto dell'infanzia; in tutto il resto del vangelo Gerusalemme occuperà un posto centrale. Luca non dice nulla del riscatto o "redenzione" di Gesù (Num 18,15 ss.), egli era proprietà del suo Padre celeste anche prima di questa cerimonia; questo atto esternò ciò che era e sarebbe rimasto sempre vero.

    Invece di un agnello di un anno, Maria e Giuseppe fanno "l'offerta dei poveri" (una coppia di tortore o di giovani colombi), un volatile era per l'olocausto di adorazione, l'altro era per un sacrificio per il "peccato" (Lv 12, 6-8; 5, 7-10).

    Simeone  è un uomo estraneo al servizio nel tempio che giunge "mosso dallo Spirito", anche lui aspetta che si compia la profezia delle "settanta settimane", cioè, l'ora ultima quando Dio verrà a salvare, una volta per tutte, il suo popolo: una speranza proclamata dal "libro della consolazione" (Is 40-55). Simeone gode di una grazia unica: egli sa che questo momento è imminente, vedrà il momento in cui, con la venuta del messia, la storia sarà definitivamente ribaltata. Lui, l'ultima sentinella dell'antica alleanza che attendeva l'alba dei tempi messianici "prese tra le braccia" il primogenito del mondo nuovo che egli ha riconosciuto. Prorompe poi  in un cantico (vv. 29-32) e in una profezia (vv. 34-35).

    Diversamente da Maria e da Zaccaria che, nel loro inno, parlavano di Dio alla terza persona, Simeone si rivolge direttamente a lui. Davanti al Signore che ha mantenuto la sua promessa egli riconosce che il suo compito di sentinella è giunto al termine: come Abramo, egli può andarsene in pace presso i suoi padri ed essere sepolto (Gen 15,15); il patriarca aveva non solo ricevuto la promessa ma l'aveva anche visto realizzarsi.

    Inoltre, lo Spirito profetico gli concede una nuova luce sulla missione del bambino, un messaggio che Gabriele non aveva rivelato a Maria: Gesù sarà il Servo che Dio ha destinato ad essere luce delle nazioni, affinché la sua salvezza raggiunga l'estremità della terra (Is. 49,6). I pagani non saranno soltanto i testimoni, ma i beneficiari della salvezza definitiva, allo stesso titolo di Israele. Si tratta di una straordinaria anticipazione, poiché questo sarà il programma annunciato dal Risorto in Lc 24,47 e realizzato da Paolo che adempirà, nel nome del suo Signore, questa profezia di Is. 49,6 (At 13, 46-47).

    Ma al cantico di gioia segue una profezia minacciosa (vv. 34-35): il figlio di Maria diventerà motivo di divisione in Israele. Parole profetiche che Gesù farà proprie: "Pensate che io sia venuto per portare la pace tra gli uomini? No, vi dico, ma la divisione…" (Lc 12, 51-52). Il rifiuto di Gesù e della sua parola da parte di Israele, qui preconizzato, percorrerà come un filo rosso tutta l'opera di Luca fino alla tremenda conclusione degli Atti: ai giudei di Roma, divisi, Paolo dichiarerà che la salvezza di Dio  sarà inviata ai pagani, poiché essi ascolteranno (At 28, 24-29). In definitiva l'uomo dovrà pronunciarsi a favore o contro l'inviato di Dio: ciò permetterà di svelare inevitabilmente i pensieri segreti di molti uomini, cioè l'indurimento del loro cuore.

    Una simile profezia attua una convinzione della Bibbia: gli stessi doni di Dio sono fonte di vita o di morte secondo le disposizioni di coloro che li ricevono. Simeone rivela in poche parole che una tale divisione del popolo ferirà Maria nel più profondo del suo essere. In ciò non dobbiamo scorgere un annuncio dei dolori di Maria ai piedi della croce, episodio assente in Luca. Ma come Madre del Messia ella soffrirà più degli altri israeliti per il modo in cui questo messianismo si realizzerà.

    Il racconto potrebbe terminare qui. La vecchia profetessa Anna che arriva non annuncia alcuna nuova rivelazione (vv. 36-38), ma si esprime in linguaggio indiretto. Ma è a questa donna, modello della vedova giudea o cristiana, che tocca fare eco al cantico di Simeone, permettendo così a Luca di chiudere questa scena di rivelazione con una nota gioiosa.

    La conclusione (vv. 39-40) ricorda ancora una volta la fedeltà dei genitori alla legge. Poi c'è il ritorno in Galilea. Al contrario di Giovanni che viveva nel deserto, Gesù abita a Nazaret.

    TORNA ALL'INDICEGesù dodicenne nel tempio (2, 41-52)

    Quest'ultimo racconto di Lc 1-2 è estraneo al parallelo Gesù-Giovanni. Gesù ha dodici anni, l'età in cui, secondo tradizioni giudaiche che risalgono al primo secolo, Samuele cominciò a profetizzare (1 Sm 3) e Daniele pronunciò una sentenza molto saggia (Dan 13). Un'età tuttavia in cui questi giovinetti non sono ancora maggiorenni: la loro sapienza viene quindi posta in maggiore risalto. E' dunque, in senso stretto, l'unico racconto dell' "infanzia" che segna il passaggio tra il racconto delle origini e quello dell'inizio del ministero.

    La scena è collegata alla precedente: per la seconda volta, Gesù è nel tempio e, là dove si era manifestato grazie al cantico e all'oracolo profetico di Simeone, rivela ora la sua sapienza ai dottori della legge e la sua relazione con il suo Padre celeste ai suoi genitori.  Allo stesso tempo questa prima salita di Gesù a Gerusalemme per la Pasqua annuncia il grande viaggio (9,51 ss.) e l'ultimo insegnamento nel tempio (19,47; 20,1).

    La legge ebraica prescriveva il pellegrinaggio a Gerusalemme in occasione delle tre feste più importanti: Pasqua, Pentecoste (o Festa delle Settimane) e Festa delle Capanne (Es 23,14; Dt 16,16), ma l'usanza dispensava coloro che vivevano molto distanti dalla città, fatta eccezione della festa di Pasqua, che aveva un'ottava (22,1).

    Il centro della scena (vv. 46-49) è costituito da due quadri di differente portata. Il primo mostra la sapienza di Gesù, che è la capacità di conoscere la volontà di Dio rivelata nelle Scritture e di conformarsi ad essa. La manifestazione di questa sapienza provoca, nel pubblico, uno stupore identico a quello che provocheranno più avanti alcuni avvenimenti miracolosi (5,26; 9,36; At 3,10) e, nei genitori di Gesù, una meraviglia che ritroveremo in coloro che ascolteranno il su insegnamento nella sinagoga di Cafarnao (4,32).

    Il secondo quadro costituisce il culmine del racconto. Al rammarico di Maria, Gesù risponde con una duplice domanda che è allo stesso tempo un rimprovero. E' la madre che parla (Giuseppe tace sempre in Lc 1-2) e Luca non prova nessun imbarazzo a farle indicare il suo sposo chiamandolo "tuo padre", perché nella replica Gesù parlerà di un altro Padre, quello celeste. A Maria che parlava dei "doveri filiali" pensando al quinto comandamento (Es 20,12), Gesù risponde rimandando al primo: il dovere verso Dio (Es 20, 3-6), egli è il figlio obbediente del suo Padre celeste. Così sia le prime che le ultime parole di Gesù prima di spirare (23,46) ricordano suo Padre.

    In questa risposta di Gesù, risuona il verbo "devo", che lo troveremo in altri nove casi, ciò dimostra che la missione di Gesù (Lc 4,43) e soprattutto la sua passione-resurrezione (Lc 9,22; 24,26) rientrano nel piano divino della salvezza che egli si assume. Di fronte all'espressione "devo", non vi è da stupirsi che Maria e Giuseppe "non compresero ciò che aveva detto loro"; entrambi prefigurano i discepoli che, ad esempio dopo il terzo annuncio della passione "non capirono" (18,34). Ma si obietterà: come può Luca mettere in scena una Maria che non comprende nulla di quanto Gesù dice, mentre essa ha ricevuto tante rivelazioni - da Gabriele, dai pastori, da Simeone -  sulla condizione eccezionale del suo bambino e le ha meditate "nel suo cuore " (2,19)? Maria ha sentito dire che egli è Messia e Figlio di Dio: ma comprende veramente che cosa significa ciò? Lei certamente ignora in che modo questi titoli si realizzeranno.

    Una duplice conclusione e due ritornelli (vv. 50-52) chiudono l'episodio. Luca rileva anzitutto l'incapacità di comprendere dei genitori, poi mostra Gesù, rientrato a Nazaret, che torna a una scrupolosa osservanza della pietà filiale in conformità alla legge. Segue allora il ritornello del “ricordare” di Maria: ella continua la sua riflessione nel mistero (2,19) che si concluderà, come per i  discepoli, solo dopo la luce pasquale (At 1,14).

    Quanto al ritornello della crescita, Luca pone l'accento sulla sua condizione connaturale: egli crebbe come un qualsiasi altro ragazzo naturale: di età e grazia. Grazia indica amabilità nei confronti di Dio e degli uomini che include non soltanto la santità ma anche la gentilezza, il tatto, il fascino. Gesù crebbe sotto ogni aspetto - fisico, intellettuale, emotivo, spirituale - per la grande opera che l'aspettava.

    Un ultimo rilievo: la menzione del ritorno a Nazaret impedisce che il "ciclo dell'infanzia" si chiuda nel tempio, dov'era iniziato. Infatti dopo un percorso assai lungo (Lc 3-19) Gesù tornerà di nuovo a Gerusalemme.

    CONCLUSIONE

    TORNA ALL'INDICE

    Al momento di chiudere questo "vangelo dell'infanzia" ci poniamo due domande:

    1)    Di quali fonti ha potuto disporre Luca nella redazione di questi due capitoli?

    Il racconto di Matteo 1-2 non può assolutamente essere posto in parallelo con quello di Luca. Le differenze sono numerose. A titolo di esempio, ricordiamo che Mt 2 non racconta la nascita di Gesù, narra invece episodi sconosciuti a Luca (ad esempio: i Magi, la strage degli innocenti, ecc…); è a Giuseppe che viene rivelato il destino di Gesù… Insomma, i due racconti non hanno origine comune.

    Si trovano però molti elementi comuni ai due vangeli: la personalità dei genitori, i fidanzati che non hanno ancora avuto rapporti sessuali; l'annuncio da parte di un angelo del concepimento verginale grazie all'azione dello Spirito Santo e la nascita di Gesù a Betlemme; la sua infanzia a Nazaret. Matteo e Luca concordano anche sulla messianicità di Gesù che ha una relazione speciale con Dio, ma anche su un tema che essi trattano in modo assai differente: il rifiuto di Israele e l'appello ai pagani. Così, all'atteggiamento omicida di Erode e all'adorazione dei Magi in Matteo, corrisponde la profezia di Simeone in Lc 2, 31-35.

     Questi dati comuni permettono di concludere che prima di Luca e di Matteo circolavano in alcune chiese prima dell'anno 70, delle tradizioni che avevano anzitutto lo scopo di rafforzare e chiarire la fede in Gesù, il Cristo Signore, e che presero forme assai diverse. In maniera più immediata, Luca ebbe a disposizione diverse fonti, probabilmente scritte in greco: una "leggenda"[16] sulla nascita di Giovanni Battista, un racconto di annuncio a Maria, i cantici di Maria e di Zaccaria e forse una relazione dell'incontro tra Maria e Elisabetta. Nel testo, nulla viene a suffragare l'ipotesi secondo cui Luca avrebbe avuto a disposizione confidenze di Maria, madre di Gesù.

    Proprio basandosi su questi dati e attingendo all'AT, Luca ha composto i primi due capitoli della sua opera con grande libertà: una libertà simile a quella che si prenderà negli Atti, ma molto più grande di quella di cui si avvale, di fronte alla tradizione, per descrivere il ministero di Gesù.

    2)    Qual è il livello di storicità di Lc 1-2?

    Si impone un'osservazione. Sono numerosi i personaggi di questo vangelo dell'infanzia - quindi non solo Maria - che ricevono una rivelazione sul ruolo futuro di Gesù. I pastori "riferirono quello che del bambino era stato detto loro" a molte persone. Anna "parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la liberazione di Gerusalemme". Molti dottori della legge sono testimoni, nel tempio, della sapienza di Gesù dodicenne. Ora, questa conoscenza su Gesù è completamente assente nei personaggi posti in scena a partire da Lc 3. Nessun essere umano - né Pietro e neanche il centurione ai piedi della croce - confesserà Gesù come Figlio di Dio (titolo rivelato a Maria: 1,35). Quanto ai tre titoli cristologici rivelati ai pastori che si ritiene li abbiano divulgati (2,11.17), il titolo "Salvatore" non si ritroverà che in alcuni discorsi degli Atti, sulla bocca di Pietro (At 5,31) e di Paolo (13,22). Se, per diciotto volte in Luca, qualcuno si rivolge a Gesù chiamandolo "Signore", il titolo "Cristo" viene pronunciato una sola volta da Pietro (9,20), prima di ritrovarsi su bocche incredule durante la passione. Quanto al concepimento verginale, viene ignorato da tutti gli altri personaggi del vangelo e degli Atti.

    Tutto ciò mostra la differenza che esiste tra quello che narra del Cristo il vangelo dell'infanzia di Luca, da un lato, e il resto del suo racconto dall'altro. Se Lc 1-2 annuncia già tutta la fede della Chiesa, è perché questi due capitoli sono fortemente rischiarati dalla fede pasquale e la mettono in atto. La messianicità e la signoria di Gesù che l'angelo annuncia ai pastori sono esattamente il messaggio che Pietro proclamerà dopo Pasqua: "Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù che voi avete crocifisso" (At 2,36). Ma questa dignità che Gesù ha ricevuto il mattino di Pasqua, Luca confessa - insieme alla sua Chiesa - che era già misteriosamente presente nel figlio di Maria fin dalla nascita.

    TORNA ALL'INDICEIII.          PREPARAZIONE AL MINISTERO PUBBLICO (3,1-4,13)

    Dopo aver proceduto in modo autonomo alla stesura del suo vangelo dell'infanzia, Luca si collega qui al lavoro dei suoi predecessori: Marco e la fonte "Q". Egli attinge largamente all'uno e all'altra per descrivere l'insegnamento del Battista e il suo arresto, il battesimo di Gesù e le tentazioni. In questo modo, Luca fa suo il ritratto teologico tratteggiato dalla Tradizione: Giovanni era la voce che, nel deserto, invitava il popolo d'Israele a preparare la via per il Signore Gesù. Ciò non gli impedisce - come vedremo - di imprimere il suo tocco personale a questo ritratto.

    TORNA ALL'INDICEA  -  PREDICAZIONE DI GIOVANNI BATTISTA (3, 1-20)

    Luca, conformemente agli altri sinottici, e Giovanni, apre il vangelo propriamente detto con la predicazione del Battista ((3, 1-20), ma a differenza degli altri evangelisti premette un ampio quadro della situazione politico-religiosa in cui il precursore comincia la sua manifestazione, dall’imperatore di Roma al pontificato di Anna e Caifa. E’ un’introduzione troppo solenne per non supporre che egli miri soprattutto alla persona e alla missione di Gesù e all’instaurazione del regno di Dio destinato a sostituire tutte le dominazioni terrene.

    Luca abbonda nella sua enumerazione richiamando accanto alla Galilea e Giudea due domini pagani, appunto per ricordare che non solo Israele ma anche i gentili erano chiamati a passare sotto la regalità di Cristo.

    Il sommo sacerdote Anna, anche se dal 15 d.C. aveva finito il suo incarico, continuava ad esercitare il suo peso nelle decisioni del Sinedrio (cfr. Gv 18, 13-24; At 4,6). Caifa d’altronde era suo suocero (cfr. Mt 26,3.57;Gv 18, 24-28).

    Luca nel “racconto” dell’infanzia (1, 5-80) aveva lasciato Giovanni “nel deserto”[17]; da qui riprende ora a parlare della sua missione, solo che a differenza di Matteo e Marco il precursore non è ferma in un luogo ma si muove “per tutta la regione” (3,3), non è tanto un eremita che si ritira nel deserto, quanto piuttosto un profeta itinerante.

    La missione di Giovanni è quella di tutti i profeti: riportare il popolo al suo Dio. La conversione è il tema abituale della predicazione profetica. Difatti non si è mai pienamente orientati verso il bene, verso Dio e il prossimo, c’è sempre qualcosa o molto da modificare, rettificare, perfezionare. Il grido di Giovanni “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” non risuona mai invano per quanti si mettono in ascolto della Parola di Dio che è sempre una spada tagliente, a doppio taglio che ha molto da recidere, sradicare nel cuore degli uomini, soprattutto del credente (cfr. Is 49,2; Ebr 4,12).

    Giovanni accompagna la sua predicazione con l’invito a sottoporsi a un rito simbolico che di per sé non realizzava ma indicava il cambiamento di vita che il penitente si proponeva di attuare.

    Il “battesimo” consisteva in un’immersione e riemersione nelle e dalle acque del Giordano. Con tale gesto l’uomo segnalava ai presenti che nel suo intimo si andava verificando come un’abluzione spirituale, un rinnegamento delle sue vecchie abitudini con l’intento di far subentrare un nuovo regime di vita, fatto di umiltà, bontà, mansuetudine, lealtà.

    Le parole pronunciate o poste in bocca a Giovanni provengono da Is 40, 2-5 e sono quelle con cui il grande profeta postesilico annunzia ai suoi connazionali la fine della schiavitù babilonese e il ritorno in patria. Si tratta pertanto di un annuncio di consolazione e non di un oracolo di sciagure. Giovanni assumerà anche la figura di un predicatore arcigno e catastrofico (Lc 3, 7-18), ma in questi primi tratti della sua missione è un annunciatore di buone notizie, in altre parole del “vangelo”. Ciò che conta è saperlo accogliere, fargli spazio nel proprio cuore. La “strada” da preparare non è più quella che attraversa il deserto, da Babilonia a Gerusalemme, bensì quella più breve, però più insidiosa che va dalla mente al cuore, alla volontà dell’uomo, e dove si annidano angolosità di ogni genere che ne ostacolano e ne impediscono la percorribilità. L’agire morale dell’uomo è per l'autore biblico la conformità a un codice stradale: ci sono varie infrazioni suggerite dalla pigrizia, dalla vanità o dall’orgoglio che debbono essere evitate, altrimenti non potrà trovare accoglienza il messaggio evangelico. Sono veri idoli che ostacolano il cammino di Dio nell’uomo e per questo sono da rimuovere se si vuole “vedere”, cioè fare esperienza della salvezza che ci attende.

    Dal punto di vista esegetico, Luca, composto dopo Mc e Mt, si manifesta sospettoso verso un tentativo del cristianesimo primitivo di presentare il Battista come un rivale o addirittura come un dichiarato oppositore di Gesù. Il vangelo di Giovanni (1,8.19-34) sarà assai esplicito nel far rilevare che Giovanni il Battista non è il Messia.

    Facendo un confronto tra Lc e Mt (dipendenti entrambi dalla fonte Q) troviamo che:

    1)     Lc omette l'annuncio di Giovanni Battista che il regno di Dio è vicino (Mt 3,2) e riserva a Gesù questa proclamazione (Lc 10,9.11).

    2)     Lc sopprime la descrizione del Battista nel ruolo di Elia (Mt 3,4 parall. Mc 1,6) e il resoconto dell'attività del Battista, specialmente il fatto che accorrevano a lui da ogni regione per farsi battezzare (Mt 3,5).

    3)     Nell'affermazione: "viene dopo di me Colui che è più forte di me", Luca allontana il pericolo che Gesù venga considerato un discepolo del Battista o forse anche un suo intimo amico. Lc considera Giovanni l'ultimo e il più grande dei profeti d'Israele, ma chiaramente al di fuori della gloriosa èra messianica che inizia con Gesù (Lc 16,16; At 13,24): in questi testi l’evangelista asserisce che Giovanni venne "prima della sua [di Gesù] venuta".

    Benché la prassi di presentare un profeta indicando i nomi delle autorità contemporanee abbia paralleli nell'AT (Is 1,1; Ger 1,3; Os 1,1), lo stile di Luca si avvicina di più a quello degli autori classici greci, come Tucidide, che inizia in modo analogo la narrazione della guerra del Peloponneso.

    L'evangelista inquadra l'inizio della predicazione del Battista nella cornice della storia contemporanea a partire dall'impero romano, passando attraverso il governo politico e religioso della Palestina.

    Il governo politico passa dal regno di Erode il Grande[18] - un regno soggetto a Roma - che costituiva la cornice del "vangelo dell'infanzia" (1,3; 2, 1-2), a un'amministrazione diretta della Giudea da parte dell'imperatore[19] e del suo governatore,[20] mentre il resto del regno di Erode - la Galilea in particolare - era affidato ai suoi figli, che ne erano i reggenti.[21]

    Il governo religioso, invece, è incentrato sui sommi sacerdoti Anna e Caifa.[22]

    Giovanni s'affaccia sul deserto meridionale di Giuda, nei pressi del Mar Morto, ove confluisce il Giordano. La sua predicazione è, per Luca, centrata sul battesimo di conversione e di perdono. Come gli altri evangelisti, egli illustra la missione del Battista con una citazione di Isaia (40, 3-5)[23], un testo che celebrava il ritorno glorioso degli Ebrei esuli a Babilonia lungo una via piana e retta, simile alle strade processionali che conducevano ai templi.

    Si ha, quindi, l'inizio di una nuova éra a cui bisogna prepararsi con la conversione.

    Giovanni chiede a coloro che incontra di mutare condotta, di tenere un comportamento che testimoni una vera conversione[24]. Sfilano ora davanti al Battista tre categorie diverse. Queste pericopi (10-14) che sono esclusive di Lc rivelano l'interesse dell'evangelista per la dimensione universale della redenzione.

    1)     Gli Ebrei che vanamente allegano la loro discendenza da Abramo e che devono, invece, compiere "frutti degni di conversione", cioè che testimonino un autentico mutamento di vita.

    2)     I pubblicani, cioè gli esattori delle tasse e i loro subalterni, invitati al rigore della giustizia evitando corruzioni e vessazioni.

    3)     I soldati, ai quali si impone il superamento di ogni tipo di violenza.

    Ma la figura del Battista è tutta protesa verso un altro personaggio e un altro battesimo "in Spirito Santo e fuoco"[25].  Nei confronti di Cristo, Giovanni si sente simile a una schiavo del livello infimo: lo sciogliere il legaccio dei sandali era un atto che un padrone non poteva esigere dal suo servo ebreo, perché considerato troppo umiliante.

    TORNA ALL'INDICEB  -   IL BATTESIMO DI GESU' (3, 21-22)

    Il battesimo che Gesù introduce è "in Spirito Santo e fuoco" e non più come la semplice purificazione praticata dal Battista. Si ha, così, il vero ritratto del precursore, che rifiuta ogni tentazione messianica, coltivata forse dai suoi discepoli, per puntare tutto su Gesù. Frattanto, quasi a completamento del ritratto, Luca anticipa la notizia della carcerazione del Battista ad opera di Erode Antipa, per il suo adulterio con Erodiade.[26] In un certo senso, qui Luca si conceda da Giovanni: non lo farà più comparire e ometterà il racconto del suo martirio, che egli pure leggeva in Mc 6.

    I riferimenti tuttavia non mancheranno: Lc 7, 18-33 lo presenterà attivo anche dall'interno della sua prigione, mentre Lc 9, 7-9 lo supporrà già messo a morte.

    Il battesimo di Gesù da parte di Giovanni conclude la rappresentazione del precursore. Luca introduce, rispetto a Matteo e Marco, in questa grande epifania di Gesù come "Figlio prediletto" di Dio, due elementi: il primo è la preghiera, un tema caro all'evangelista, mentre il secondo è la visibilità della presenza dello Spirito Santo sotto il segno "corporeo" della colomba.

    “Il cielo si aprì”: il cielo si apre per permettere la comunicazione tra il mondo del divino e gli uomini. L’apertura dei cieli è un motivo ricorrente nei testi di rivelazione, e prelude sempre a una visione: così per esempio: Is 6,1; Ez 1,1 e anche At 7,56. Nel nostro episodio, però, l’apertura dei cieli non prelude a una visione del mondo celeste, bensì alla discesa dello Spirito Santo. Il riferimento veterotestamentario più opportuno sembra essere Is 63,19: “Oh, se tu aprissi i cieli e scendessi! Davanti a te i monti tremerebbero!”. Si tratta di un versetto in cui l’orante chiede a Dio di riaprire il cielo, di manifestarsi e di scendere in mezzo al popolo, così da attuare un nuovo esodo. Questo suggerimento al passo di Isaia suggerisce un significato importante al battesimo di Gesù: dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Dio e da parte del suo Spirito, ora inizia il tempo atteso, nel quale Dio di nuovo si dona agli uomini e torna a parlare.

    "Colomba in forma corporea": le tradizioni più antiche  (Os 11,11; Sal 68,14) raffigurano il nuovo popolo d'Israele e la comunità escatologica con l'immagine della colomba. Luca intende dire che Gesù poteva quasi stendere la mano e toccare la nuova comunità che si stava formando attorno a lui, il che sarebbe stato possibile in un modo del tutto speciale quando la Pentecoste avrebbe realizzato la promessa del battesimo di Gesù.

    "Dal cielo venne una voce": “dal cielo” non significa tanto la provenienza quanto l’autorevolezza. E’ uno stile biblico comune che ricorre sotto varie forme, e si riferisce a un messaggio o a un'azione che esprime le speranze di Dio e la sua determinazione (Es 19,9; 1 Sm 3,4 ss; 7,10; Sal 29).

    "Tu sei il mio Figlio diletto": le parole "Figlio mio" sono una deliberata sostituzione neotestamentaria dell'ebraico "ebed" (servo). Poiché il servo del Signore è sia un individuo ideale, sia il rappresentante dell'intera comunità (Is 42,1). Gesù è completamente incarnato nella comunità escatologica, fino al punto da essere battezzato come tutti gli altri uomini; ma egli incarna pure nella unicità singolare della sua persona i loro ideali più sublimi e le loro speranze. A motivo della sua unione totale con ogni debolezza, il Servo Gesù deve assoggettarsi anche alla morte umana in modo da poter infondere la vita in ogni sfera dell'esistenza umana. Questa associazione del battesimo di Gesù con la sua futura morte e risurrezione emerge chiaramente in Lc 12,50 (Mc 10,38). Sembra che in Luca l'espressione "Figlio mio" completata dal precedente riferimento allo Spirito Santo, sia una confessione della divinità di Gesù.

    TORNA ALL'INDICEC  -  LA GENEALOGIA DI GESU' (3, 23-38)

    Ormai Gesù è pronto per inaugurare il suo ministero ed è a questo punto che Luca ne introduce la genealogia[27], posta da Matteo in apertura del suo vangelo. Il percorso è qui inverso da Gesù si risale non solo fino a Davide e Abramo (come in Matteo), ma fino ad Adamo, quasi a sottolineare l'universalità della salvezza offerta da Cristo e l'origine divina della razza umana.

    Unico tra gli evangelisti, Luca segnala l’età di Gesù. A questa breve annotazione fa seguire un albero genealogico, che non ha pretese di storicità ma nasconde - sotto l’aridità di un elenco di nomi – importanti insegnamenti teologici.

    Gesù è legato alla storia del suo popolo, solidale con essa e ne costituisce il punto di arrivo. Bisognerebbe avere la pazienza di leggere, dietro i nomi citati, le vicende che essi rappresentano. Sono spesso vicende di peccato, di infedeltà, di amore da parte di Dio e di tradimento da parte dell’uomo. Gesù è solidale con tutto questo: non con il peccato, ma con questi uomini, con questa storia.

    Ma la genealogia, come si è detto, si prolunga fino ad Adamo, fino a Dio. Il Cristo è di tutti, non solo degli ebrei. La storia di Gesù è inscindibile da quella ebraica, e questa è inscindibile dalla storia del mondo.

    La genealogia non parla di Maria né della generazione di Gesù ad opera dello Spirito Santo. Luca lo ha già detto ampiamente nei racconti dell’infanzia. Qui soltanto un cenno indiretto, che però il lettore è in grado di capire: “figlio di Giuseppe, come si credeva”. Per comprendere Gesù occorre guardare in alto: Egli è generato dallo Spirito senza concorso di uomo. Ma occorre anche guardare alle spalle, risalendo fino ad Adamo “figlio di Dio”. Le due filiazioni, quella che scende dall’alto e quella che viene dal basso, in Gesù si incontrano.

    Di solito si costruisce un albero genealogico per distinguere le proprie origini da quelle degli altri uomini. Qui è l’opposto: la genealogia è riportata non per separare ma per unire, non per contrapporre ma per collegare. E’ questa la direzione costante dell’intero evento cristologico, già inscritta, quasi fosse un codice genetico, nelle stesse origini di Gesù. Il paradosso è che Gesù è il solo che potrebbe vantare una diversità. La linea orizzontale delle due origini è, infatti, attraversata da una linea verticale che vi ha introdotto un’assoluta novità. Ma Dio non ragiona come gli uomini. Questi si illudono di affermare la propria originalità separandosi. Gesù, invece, esprime la sua novità e la sua trascendenza facendosi vicino.

    TORNA ALL'INDICED  -  LE TENTAZIONI DI GESU' (4, 1-13)

    Luca introducendo la genealogia rischia di eliminare il legame fondamentale stabilito dalla tradizione tra il battesimo e la tentazione. Egli ricorda, dunque, questa scena dicendo che Gesù ritorna dal Giordano ed esplicita il legame con la genealogia e la teofania battesimale: è come Figlio di Dio riempito dello Spirito Santo che Gesù sarà messo alla prova. Viene condotto dallo Spirito nel deserto, luogo ambiguo dove, secondo la Bibbia, l'essere umano può entrare in contatto con forze maligne, oppure entrare in comunione con il Dio vivente.

    Dalla fonte "Q" Luca attinge una riflessione cristiana sul Cristo basata su tre citazioni del Deuteronomio accuratamente scelte, allo scopo di illustrare un'esperienza fondamentale di Gesù. Caso unico nella letteratura evangelica: Gesù in quest'occasione non si esprime che attraverso tre prove che il popolo d'Israele aveva conosciuto durante l'esodo e alle quali aveva ceduto; Gesù, invece, risulta vincitore dell'Avversario.

    La tradizione presentava probabilmente i tre episodi nello stesso ordine di Matteo: il pane[28] ( la ricerca dei soli beni materiali); la parte più alta del tempio[29] (è il mettere Dio alla prova nella ricerca di segni messianici che sbalordiscono); i regni del mondo[30] (il compromesso con il male per assicurare il proprio potere di messia).

    Luca avrà invertito la seconda con la terza tentazione, in modo che l'ultima - la più importante - si svolgesse a Gerusalemme.

    Qual è, ci si chiederà, la radice storica di questa scena iniziale che Luca ha ereditato? Alcuni studiosi negano la storicità della scena della tentazione. Dobbiamo tuttavia tenere conto del fatto che gli altri vangeli ci descrivono Gesù provato e tentato nell'ultima parte della sua vita, e dobbiamo prendere atto della forte tradizione a favore della realtà della scena del deserto. E' possibile che Mt e Lc (oppure Q) abbiano ampliato un'antica ma breve tradizione (Mc) e abbiano aggiunto dettagli tratti da avvenimenti più tardivi in base a definite e diverse prospettive teologiche.

    La prima tentazione di Lc ci richiama alla mente Gv 6, 26-34; la seconda, Gv 6,15, la terza, Gv 7, 1-4. Altre somiglianze ricorrono in Mt 12, 38-42; 16, 1- 4; 27,42. Come Matteo e Luca raggruppano secondo un loro ordine personale detti e azioni di Gesù, ignorando dettagli cronologici o geografici, allo scopo di comporre o il discorso della Montagna (Mt 5-7) o la relazione del viaggio (Lc 9,51 ss.), così un procedimento analogo potrebbe essere la spiegazione del modo in cui reali tentazioni sparse lungo la via di Gesù sono trasposte in un nuovo contesto al fine di concentrare l'attenzione su implicazioni teologiche.

    Perché la Chiesa fece ciò? E infatti certo che il racconto della tentazione esisteva già in "Q" quando Luca si mise a scrivere. Di fronte a un determinato episodio (Gesù che dopo il suo battesimo si ritira nel deserto) dobbiamo tenere conto di una duplice realtà: certamente quella delle tentazioni, ma soprattutto quella di un messianismo terreno, è stata certamente una dimensione costante del ministero di Gesù, ma allo stesso tempo c’è stato il continuo rifiuto di Gesù nel cedervi. Nel vangelo di Lc (10,25; 11,6 ss; 22,42) se ne incontrano tracce precise, che culminano in una realtà inoppugnabile: Gesù è stato un messia povero e sofferente.

    TORNA ALL'INDICEIV.           IL MINISTERO GALILAICO (4,14-9,50)

    I sinottici, come la primitiva predicazione apostolica, omettono completamente il ministero giudaico all'inizio della vita pubblica di Gesù (cfr. At 10,37 ss.), che è invece così notevole in Giovanni. Stando alle informazioni di Gv, Gesù prima di inaugurare un ampio apostolato in Galilea, sarebbe stato a Gerusalemme per una festa di Pasqua  (Gv 2, 13.23), e in quel periodo scacciò i cambiavalute del tempio (Gv 2, 13-22) ed ebbe un incontro segreto con il fariseo Nicodemo (Gv 3,1 ss.). Le sue azioni straordinarie attirarono l'attenzione dei visitatori provenienti dalla Galilea (Gv 4,45).

    Mentre Lc, da teologo, afferma che Gesù ritornò il Galilea "con la potenza dello Spirito" (4,14). Mt spiega che Gesù "si ritirò per sottrarsi all'ostilità dei sacerdoti e dei farisei (Mt 4,12; Gv 4,1).

    Luca ci offre una narrazione ordinata del ministero pubblico, porta Gesù a Gerusalemme alla fine, per mettere in evidenza il punto culminante del rifiuto da parte dei giudei e l'inizio di un apostolato su scala mondiale a favore dei pagani. L'espansione universale del regno ha inizio il giorno di Pentecoste (At 2).

    Abbiamo qui un'indicazione dei motivi per cui Lc fa un uso selezionante di Mc. Benché il ministero galilaico in Luca (4,14-9,59) riproduca quello di Mc (1,14-9,39), tuttavia Lc omette liberamente il ministero di Gesù nel territorio pagano, presente in Mc (6,45-8,26), perché il suo intento è quello di voler comporre la narrazione di un ministero ininterrotto in Galilea, per dare il massimo risalto al rifiuto incontrato da Gesù a Gerusalemme.

    [Edited by (Gino61) 11/25/2008 10:45 AM]
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    (Gino61)
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    00 11/25/2008 10:52 AM
    A.   DUE EPISODI TIPICI: A NAZARET E A CAFARNAO  (4, 14-44)

     

    Questi due avvenimenti simboleggiano il rifiuto di Gesù da parte dei suoi stessi concittadini e la stima tributatagli da estranei.

    TORNA ALL'INDICE- Gesù a Nazaret (4, 14-30).

    Composta quasi interamente da brani propri di Luca, la scena della predicazione di Gesù nel villaggio "dove era stato allevato" ha un carattere programmatico assai accentuato; essa annuncia infatti dei temi che occuperanno un posto centrale nell'insieme di Lc-Atti.

    Il sommario introduttivo (vv. 14-15) ripete ancora una volta che Gesù è dotato dello Spirito profetico che, dopo il deserto, lo guida sui luoghi del suo ministero. Il contenuto dell'insegnamento di Gesù non è precisato, mentre in Mc 1,15 egli predica esplicitamente il regno di Dio. Le prime parole pubbliche di Gesù saranno, dunque, la sua interpretazione di Isaia. Detto ciò, Luca noterà spesso che Gesù insegna, senza precisarne il contenuto; il fatto è che prendere la parola è un atto in sé già significativo, indipendentemente dal contenuto. A differenza del Battista, Gesù parla spesso in luoghi e tempi specificatamente adibiti a questo scopo: è solito entrare in una sinagoga il giorno di sabato.

    Marco (1, 14-15) e Matteo (4, 12-17) aprono il ministero pubblico di Gesù con un sommario breve e generale: “Gesù percorre la Galilea annunciando che il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. Luca invece preferisce aprire il ministero pubblico di Gesù con un discorso programmatico, in cui non compare il termine “Regno”, ma viene esplicitato il contenuto: “l’oggi della salvezza, il compimento delle Scritture, la centralità di Gesù”. Per questo scopo Luca pone l’episodio all’inizio della vita pubblica di Gesù, mentre Marco e Matteo pongono l’episodio di Nazaret più avanti, a missione inoltrata.

    La prima parte del racconto (vv. 16-22) descrive una parte del culto sinagogale[31]. Essa tralascia le preghiere iniziali e la prima lettura, tratta dalle legge di Mosè, conservando solo una lunga citazione della seconda: la profezia di Is 61, 1-2. Luca ne omette solo il verso minaccioso: "(a proclamare) un giorno di vendetta da parte del nostro Dio". Secondo l'oracolo, il compito dell'inviato è quello di annunciare con vigore la scomparsa di quello che fa soffrire i poveri e gli oppressi, di proclamare l'inizio di un'epoca in cui l'uomo sarà accolto da Dio.

    Gesù spiega agli abitanti di Nazaret: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura per voi che mi ascoltate". Ciò che più importa, è notare che Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano alcuni predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l’attenzione sull’evento che lo compie: la sua venuta, appunto. Il consacrato e l’inviato dello Spirito è Lui. L’attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore: “Gli occhi di tutti erano fissi sopra di Lui”. L’ “oggi” è la novità di Gesù. L’ “oggi” è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26;13, 22-23; 19,5; 23,43), indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L’oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento e il nostro tempo è l’oggi di Dio. Ora, pur rimanendo "stupiti per le parole di grazia che pronunciava", gli abitanti di Nazaret non vedono che un aspetto di Gesù (il "figlio di Giuseppe"), non scorgono in lui il profeta ultimo che pure indicava Is 61.

    Nella seconda parte del racconto (vv. 23-27), Gesù prende la parola di sua iniziativa in due fasi. La domanda del v. 22 lo lascia capire: la gente di Nazaret reclama un segno e Gesù  anticipa la loro richiesta (v. 23) ricorrendo a un proverbio. Egli dovrebbe confermare le sue parole compiendo per loro, nella sua patria, atti di potenza simili a quelli compiuti a Cafarnao. Luca, infatti, li racconterà poco più avanti, ai vv. 31-41. A questa pretesa, Gesù risponde con un altro proverbio (v. 24) e con due esempi (vv. 25-27) tratti dal corpus dei profeti (cfr. 1Re 17; 2Re 5)[32]. Anche questa volta, Gesù non dichiara apertamente che lui è il profeta, anche se in questi versetti tutto lo lascia capire. La patria che rifiuta di accogliere colui che annuncia un "anno di grazia" (v. 19), non è soltanto Nazaret, ma anche Israele. Il segno miracoloso che Gesù offre ai suoi concittadini non si compie presso di loro, ma fuori della sua patria, poiché essi respingendo questa universalità, rifiutano anche l'inviato che ne è il portatore.

    La conclusione del racconto (vv. 28-30) è anch'essa programmatica: il privilegio di Israele è giunto al termine e il fatto che Dio accoglie le nazioni pagane, questo provoca la collera dei "giudei". Qui viene prefigurato un racconto di At 13 dove si parla che i giudei di Antiochia di Pisidia passano dall'atteggiamento benevolo verso Paolo al furore, vedendo i pagani ascoltare la parola del Signore (At 13, 44-45). Se il v. 24 conteneva già una minaccia implicita nei confronti di Gesù, il v. 29 descrive decisamente un primo tentativo di uccisione. La cacciata di Gesù "fuori dalla città" da parte degli abitanti di Gerusalemme - come avverrà per Stefano At 7,58 - e il suo supplizio vengono così prefigurati (cfr. At 3, 14-15). A partire da questa scena, veniamo a sapere che il titolo di "profeta" per Gesù significa il rifiuto e la passione: Lc 13, 33-34 preciserà solo il luogo di questo delitto. Per il momento non è ancora l'ora degli avversari (22,55) e Gesù prosegue la sua strada che lo porterà a Gerusalemme.

    TORNA ALL'INDICE- Gesù a Cafarnao (4, 31-44).

    Come la precedente relazione, anche questa ci descrive un giorno tipico nel ministero di Gesù e in quanto tale ci presenta uno schema in miniatura del suo intero ministero. Luca segue qui il vangelo di Marco (la Giornata di Cafarnao), ma sempre con accurati ritocchi. Egli omette la frase marciana un po’ indelicata secondo cui Gesù non insegnava come gli scribi. Da parte sua Matteo colloca la frase al termine del discorso della montagna.

    Il luogo è Cafarnao, una città che Luca specifica per i suoi lettori pagani come una città della Galilea.

    L'introduzione (vv. 31-32) ricorda che Gesù insegna abitualmente durante il culto della sinagoga (cfr. 4,15). Prima di parlare diffusamente degli atti di potenza compiuti da Gesù, Luca nota che questo insegnamento ha anch'esso una forza insolita che meraviglia chi lo ascolta. In tal modo, l'esorcismo che Gesù compirà (v. 35) non è che una delle manifestazioni di questa potente parola. Poiché il lieto annunzio si realizza anche tra i suoi ascoltatori, l'insegnamento e le guarigioni sono strettamente legati.

    TORNA ALL'INDICE1.     Liberazione di un indemoniato (4, 33-37) - V. Mc 1, 23-28.

    Gesù entra nella sinagoga che era stata edificata da un ufficiale romano (7,3) e incontra un uomo posseduto da uno spirito immondo che gli impediva di partecipare al culto e alla gioia religiosa. Siccome la Bibbia attribuisce ogni male, sia fisico che morale, a una forza diabolica (Gen 3), non è sempre facile determinare in qualsiasi episodio biblico l'esatta natura del possesso diabolico. L'evangelista, comunque, era veramente convinto che la presenza di Gesù era causa di scontri violenti tra le forze sovrumane del bene e dl male.

    Il racconto si inserisce in uno schema classico:

    -         Il demonio riconosce l'esorcista e si ribella.

    -         L'esorcista proferisce una minaccia o un ordine.

    -         Il demonio esce davanti a tutti. Per dimostrare la realtà dell'espulsione, l'uomo viene qui "gettato a terra davanti a tutti".

    -         Il racconto, infine, registra l'impressione prodotta sui presenti: un timore religioso che porta a interrogarsi sull'origine di questa parola così efficace. Il lettore sa che si tratta dello Spirito di cui Gesù ha ricevuto l'unzione.

       TORNA ALL'INDICE2.            Guarigione della suocera di Pietro (4, 38-39) - V. Mc 1, 29-31; Mt 8,14 ss.

    Dopo la guarigione di un uomo in una casa di preghiera, ecco quella di una donna febbricitante in una casa privata. Gesù "minacciò la febbre" proprio come aveva minacciato lo spirito al v. 35, per Lc questa guarigione è paragonabile a un esorcismo. In scena c'è Pietro, che Gesù è venuto a trovare in casa sua e con i membri della sua famiglia  egli può costatare la guarigione istantanea: “La donna si mise a servirli”. Il racconto prepara la chiamata di Pietro (5, 1-11): Gesù e Simone sono già collegati da un vincolo stretto e l'atto di fede di quest'ultimo (5,8) è preparato dalla straordinaria guarigione di cui egli è testimone in casa propria.

               TORNA ALL'INDICE        3.            Guarigioni di ammalati (4, 40-41) - V. Mc 1, 32-34; Mt 8,16 ss.

    Questo sommario riassume molte guarigioni, per mostrare in Gesù il guaritore e l'esorcista: si tratta di individui affetti da diverse malattie ai quali Gesù impone le mani, un gesto di guarigione legato qui al rito dell'esorcismo. Come in precedenza, gli spiriti conoscono il ruolo di Gesù nella storia della salvezza, essi gridano spaventati e frustrati, ma Gesù ordina loro di stare zitti e tranquilli, per evitare che venga riconosciuto semplicemente come un messia taumaturgo e politico.

             4.            Gesù parte da Cafarnao  (4, 42-44) - V. Mc 1, 35-39; Mt 4,23; 9,35.

    In questo quarto e ultimo episodio, Gesù lascia Cafarnao. Poiché Luca non ha ancora introdotto sulla scena i discepoli, è la folla - e non Simone e i suoi compagni, come in Mc. 1, 36-37 - che lo cerca e viene da lui. E' perciò impressionante il contrasto tra gli abitanti di Nazaret che "lo cacciarono fuori" e le folle di Cafarnao che "volevano tenerlo sempre con loro, senza mai lasciarlo partire"!

    "Bisogna che io annunzi la buona novella del regno di Dio alle altre città", un'espressione ripresa da Is 32,7. Questo vangelo da proclamare è che Dio stesso assume il potere, entra in azione per rendere giustizia e per salvare. Gli episodi della giornata di Cafarnao illustrano questa realtà operante attraverso la predicazione e le guarigioni di Gesù. E' per questo motivo che egli deve lasciare la città dove, per la prima volta, ha liberato delle persone alienate dal male e proseguire il suo giro delle sinagoghe in tutta la terra di Giudea.

    TORNA ALL'INDICEB.  DALLA CHIAMATA DI PIETRO A QUELLA DEI DODICI (5,1-6,16)

    Benché il racconto del ministero galilaico (4,14-9,50) segua molto da vicino il vangelo di Marco, Luca non colloca la chiamata di Pietro prima della giornata di Cafarnao (come avviene in maniera alquanto inaspettata in Mc). Egli compone invece la sua versione personale della vocazione di Pietro e dispone gli eventi secondo una sequenza più ordinata (1,3): chiamata dei discepoli privilegiati (5, 1-11); due guarigioni (il lebbroso e il paralitico) che sono causa di dispute (5, 12-16.17-26); chiamata di Levi, un altro discepolo (5, 27-39); due episodi (le spighe strappate e la guarigione di un uomo dalla mano inaridita) in giorno di sabato che danno origine a nuove dispute (6, 1-11); la scelta dei Dodici (6, 12-16).

    a)    La vocazione di Simon Pietro (5, 1-11) - V. Mc 1, 16-20; 4,1; Mt 4, 18-22; cfr Gv 1, 35-42; 21, 1-11.

    A differenza di Matteo e Marco, Luca introduce la vocazione dei primi discepoli di Gesù (Pietro, Giacomo e Giovanni), solo dopo i miracoli di Cafarnao e aggiunge il racconto della pesca miracolosa che l'evangelista Giovanni presenta dopo la risurrezione (21, 1-11). Si ha, così, in modo concreto la qualità della redazione dei vangeli, che organizzano i ricordi storici della vita di Gesù secondo diverse prospettive di ordine teologico.

    La narrazione di Luca o è una composizione da lui redatta utilizzando varie fonti oppure è il frutto di una trasmissione orale con dettagli di narrazioni differenti mescolate insieme. L’opinione più probabile è la prima, poiché questa sezione è eccezionalmente ricca di tratti stilistici lucani.

    La descrizione del luogo (5, 1-3) corrisponde a Mc 4,1 ss.; poi Mc procede con la parabola del seminatore.

    A differenza di Mc 1,17 ss, dove Gesù rivolge la parola ad Andrea oltre che a Pietro e poco dopo anche a Giacomo e Giovanni, questa sezione di Lc ci descrive Gesù che si rivolge esclusivamente a Pietro: “D’ora in poi tu sarai pescatore di uomini”. Questa frase, così fortemente sottolineata in greco, implica un profondo cambiamento nella vita di Pietro. Egli pascerà uomini allo scopo di salvare le loro vite, invece dei pesci per i pasti di famiglia; il verbo al futuro seguito dal participio assegna a Pietro una vocazione che dovrà continuare per tutta la sua vita. Scrivendo dopo il 70 d.C., Luca deduce che la leadership di Pietro non sarà mai trasferita a nessun altro, neppure a Giacomo, come sosterrebbero alcuni studiosi in base al Libro degli Atti 10.

    Simome-Pietro non sarà solo il portavoce del gruppo che segue Gesù (Lc 9,20), egli svolgerà una funzione analoga all’interno del gruppo degli apostoli presenti a Gerusalemme dopo Pasqua (At 1,15). Soprattutto predicherà la parola di Dio, compiendo così la grande “retata” che raccoglierà gli uomini per formare la prima comunità cristiana (At 2, 14-41).

    Infine, un ultimo tratto tipico di Luca: i nuovi discepoli abbandonano tutto, non soltanto le reti come in Mc 1,18. Seguire Gesù è compiere una scelta radicale.

    TORNA ALL'INDICEb)    Due miracoli e il racconto di una disputa (5, 12-26).

    Da 5,12 a 6,11 Luca attinge quasi tutto il suo materiale a Marco introducendovi soltanto leggeri ritocchi. Quanto a disposizione strutturale, i prossimi due miracoli (il lebbroso e il paralitico) si armonizzano perfettamente con i due eventi (il digiuno cristiano e il sabato) riportati dopo la chiamata di Levi.

    - La guarigione di un lebbroso (5, 12-16) – V. Mc 1, 40-45; Mt 8, 1-4.

    Luca colloca questa guarigione “in una città”, mentre Mc 1,39 la colloca in aperta campagna, luogo più logico per incontrare un uomo che si trovi ormai negli stadi più avanzati di una malattia di pelle molto contagiosa. A Lc non importa tanto l’itinerario di Gesù, quanto coloro ai quali si rivolge. Il lebbroso era considerato impuro sia per il culto che per la vita sociale. Egli è cacciato “fuori del campo” (Lev. 13, 45-46) perché considerato morto per la comunità: si può pensare a una forma più radicale di povertà? Il lebbroso non chiede di essere guarito ma di essere mondato, questo sentimento riflette tutta la tradizione biblica secondo la quale la sofferenza più acuta causata dalla lebbra era la disperazione del sentirsi esclusi dalla comunità. Soltanto una persona realmente monda poteva prendere parte ai servizi religiosi e alle assemblee della comunità.

    Così Gesù, violando le norme di purità rituale “tocca” il malato quasi ad assumere e a liberare quel male infondendo la sua forza risanatrice. Si mostra, però, rispettoso delle leggi ufficiali, invitando il malato guarito a presentarsi alle autorità[33] per essere riammesso nella società religiosa e civile (Lev. 14, 2-3).

    Il brano si conclude con un riferimento alla preghiera. Mentre Mc insinua che Gesù fu costretto a ritirarsi nel deserto per evitare che la folla eccitabile organizzasse un movimento rivoluzionario messianico politico, Luca pone in evidenza che il ritiro di Gesù per pregare era spontaneo e abituale. Nella preghiera otteneva quanto la folla gli chiedeva.

    In questo episodio Lc tralascia gran parte del dialogo e compone una narrazione più scorrevole, ma meno personale.

    - La guarigione del paralitico (5, 17-26) – V. Mc 2, 1-12; Mt 9, 1-8; Gv 5,8.

    Luca ha completamente rielaborato l’introduzione di questo racconto attinto sostanzialmente da Mc. Già nell’introduzione Lc annota che questo episodio “accade”. Gli eventi di Dio non si programmano, l’importante è guardarli con attenzione quando accadono.

    La narrazione si dilunga nel descrivere il modo con cui il paralitico, sdraiato su un lettuccio, riesce a raggiungere Gesù. E’ uno sforzo che Gesù legge come un segno di fede (“visto la loro fede”). Ma nonostante questa fede – o forse proprio per questa – Gesù sembra voler deludere il desiderio di guarire del paralitico. Venuto a chiedere la guarigione, egli si sente dire: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”. Gesù gli offre un di più, non un di meno, ma non è ciò che l’ammalato aspettava. Per lui il problema è anzitutto la salute, per Gesù è anzitutto il rapporto con Dio.

    L’inaspettata affermazione di Gesù (“ti sono rimessi i peccati”) cambia totalmente la direzione del racconto, il cui perno non è più la potenza del miracolo, ma la pretesa di Gesù di offrire il perdono dei peccati. In effetti, il giudaismo conosce dei riti di perdono nell’ambito della liturgia del tempio; il perdono dei peccati si otteneva col pentimento e, soprattutto, col sacrificio per il peccato (Lv 4,1-5,13). In gruppi come quello di Giovanni Battista, il perdono si otteneva con la conversione del cuore e il rito battesimale (Lc 3,3). Ma Gesù non passa attraverso il sistema del tempio e non dimostra più nemmeno che il perdono è stato concesso grazie a un rito nell’acqua, come faceva Giovanni. Qui la guarigione fisica del paralitico (“alzati e cammina”) sarà segno del perdono (“ti sono rimessi i peccati”). La guarigione da ora in avanti sarà semplicemente un segnale che suggerirà di guardare altrove: “Perché sappiate che il Figlio dell’uomo[34] ha il potere sulla terra di rimettere i peccati”. L’uomo ha bisogno di salute, ma anche di perdono. Ecco perché Gesù non soltanto guarisce, ma offre perdono e invita alla conversione.

    TORNA ALL'INDICEc)     La vocazione di Levi  (5, 27-32).

    La chiamata del pubblicano Levi è un breve racconto che riproduce tutte le strutture essenziali della sequela: l’iniziativa di Gesù (“notò”), il distacco radicale (“lasciato tutto”), la prontezza della risposta, l’imperativo del seguire.

    La sequela non è un’azione puntuale che si apre e subito si chiude, come una decisione che si prende una volta per sempre, ma un’azione che si prolunga nel tempo, un cammino, una decisione continuamente ripresa.

    Nella chiamata di Levi c’è una nota diversa rispetto alla chiamata dei primi discepoli: Gesù chiama al suo seguito anche i pubblicani e i peccatori. I pubblicani, cioè gli esattori delle tasse alle dipendenze di Roma, erano considerati alla stregua dei pubblici peccatori.

    Oltre a chiamare i peccatori al proprio seguito, Gesù siede anche a mensa con loro, un gesto, questo, ritenuto gravissimo e scandaloso, perché violava le prescrizioni della purità che vietavano la comunanza di mensa con stranieri e peccatori.

    Frequentare i peccatori è un comportamento che svela  la ragione della venuta di Gesù: “Sono venuto per i peccatori”. Non è, quindi, un fatto occasionale o accidentale. Già sappiamo che l’universalità della sua missione non permette a Gesù di lasciarsi rinchiudere dalla folla (4, 42-43): Egli è venuto per predicare anche alle altre città. Ora ci viene detto che la sua missione non gli permette neppure di lasciarsi rinchiudere nello schema del puro e dell’impuro, del giusto e del peccatore.

    Una discussione sul digiuno (5, 33-35)

    Agli scribi che gli domandano perché i suoi discepoli non digiunano, Gesù risponde parlando di se stesso. Dopo aver detto di essere il Figlio dell’uomo che ha autorità di perdonare i peccati e il medico venuto a guarire i peccatori e poi, più avanti, di essere il Signore del sabato (6,5), in questa controversia sul digiuno proclama di essere lo “sposo”, cioè il Messia atteso. Lo sposo e le nozze sono due classiche metafore messianiche.

    Le cinque controversie contengono una rivelazione cristologica, cioè una rivelazione della identità di Gesù. Chi è costui che si arroga diritti che appartengono a Dio e trasgredisce comportamenti da tutti accettati? Questo è il vero nodo di ciascuna controversia. Solo chi comprende chi è Gesù percepisce la verità delle sue parole e dei suoi gesti.

    Gesù non si limita ad affermare la sua messianicità, ma predice volutamente anche il martirio che lo attende: “Quando lo sposo sarà tolto…”. In quel tempo anche i discepoli digiuneranno, e il digiuno che distingue i discepoli di Gesù, è la partecipazione al suo martirio.

    Il vino e gli otri (5, 36- 39)

    Il punto sul quale cade il peso dei due paragoni, è che non si può mettere insieme il nuovo e il vecchio. Si finisce col rovinarli ambedue.

    Probabilmente i farisei si aspettavano un Messia che si sarebbe limitato a correggere alcuni aspetti del loro sistema religioso, Gesù invece non è venuto per rattoppare il loro vecchio mondo religioso. Lo rompe. Occorre dunque il coraggio di cambiare gli otri e il vestito.

    Gesù non si cura di spiegare di quale novità si tratti, perché tutto è già spiegato con chiarezza dal contesto: il perdono, l’accoglienza dei peccatori, la libertà di fronte al digiuno, il sabato per l’uomo. E’ una novità teologica non morale. Infatti non introduce semplici correttivi sul modo con cui l’uomo deve onorare Dio, ma racconta come Dio guarda l'uomo.

    TORNA ALL'INDICEd)    Dispute sul sabato (6, 1-8).

    Le ultime due polemiche riguardano il sabato. Il riposo sabbatico rimanda esplicitamente al riposo che Dio si concesse dopo aver creato il mondo (Es 20, 8-11). Comunemente raccogliere le spighe in giorno di sabato era già ritenuto una violazione del comandamento. Luca rafforza la violazione aggiungendo che “le sfregavano con le mani”. L’osservanza del sabato era uno dei precetti divini più chiari, quasi una tessera di riconoscimento del vero credente. Non sorprende che i farisei chiedano ai discepoli spiegazioni: “Perché fate ciò che non è lecito fare di sabato?”.

    Come sempre, Gesù risponde direttamente, come se la domanda fosse stata rivolta solo a Lui. La sua risposta è in due tempi. Dapprima rinvia alle Scritture, citando un episodio che si legge in 1 Sam 21, 1-7. Il vostro ragionamento – sembra dire Gesù – è contraddetto dalle stesse Scritture che voi venerate.

    Ma subito dopo afferma – ed è questa la vera risposta – che “il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato”. Sta qui il profondo contrasto tra i farisei e Gesù, che non si riduce a una maggiore o minore rigorosità nell’osservanza delle regole. Non si tratta di introdurre qualche eccezione in più in una regola che però resta immutata. Si tratta di cambiare la radice della legge. Gesù è signore del sabato e lo subordina al bene dell’uomo. Ha l’autorità per farlo.

    Una guarigione di sabato (6, 9-11).

    Guarendo in giorno di sabato un uomo che aveva la mano paralizzata, Gesù ribadisce quanto appena detto: è il Signore del sabato e subordina al bene dell’uomo la sua osservanza.

    Anche il giudaismo ammetteva in giorno di sabato salvare la vita con la fuga, portare aiuto a un uomo in pericolo o a una donna colta dai dolori del parto o in caso di incendio, e così via.

    Ma nel caso di Gesù non c’è traccia di urgente necessità. Il suo gesto era un’eccezione alla regola, ma cambia il quadro teologico della regola.

    Scribi e farisei lo osservano per accusarlo. Gesù conosce i loro pensieri e li sfida, guarendo l’ammalato con il massimo della pubblicità: “Mettiti in mezzo”.

    Nelle precedenti controversie sono gli scribi che pongono domande ai discepoli o direttamente a Gesù, qui è Gesù che pone loro una domanda, ma non rispondono. Sono persone che non si lasciano interrogare né intendono discutere. Hanno già deciso (6,11).

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    (Gino61)
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    00 11/25/2008 10:53 AM
    e)     La scelta dei dodici (6, 12-15).

    Inizia una nuova tappa del cammino di Gesù e compare sulla scena un personaggio nuovo: i dodici. Gesù si separa dai discepoli per pregare in solitudine, per tutta la notte,  senza sosta, fermo davanti al suo Dio.

    Luca è l’evangelista che ricorda che Gesù ha pregato in tutti i momenti importanti della sua missione, specialmente quando doveva prendere una decisione. La scelta dei dodici è uno di questi momenti.

    Gesù sceglie i dodici dalla cerchia più ampia dei discepoli. La loro chiamata è descritta con tre verbi: chiamare, scegliere, dare il nome. Sono verbi che pongono in evidenza la libera e gratuita iniziativa di Gesù. Perché abbia chiamato loro e non altri, non è detto. Di Giuda, posto in fondo all’elenco, si dice che tradirà. Neppure il gruppo più scelto è immune dal male.

    Anche Marco e Matteo sanno che i dodici sono apostoli. Soltanto Luca però precisa che è stato Gesù in persona a dare loro questo nome. E’ un nome che indica la loro principale funzione: l’Apostolo è l’inviato autorizzato, che parla a nome di chi lo invia ed è testimone della sua volontà. La nota che lo caratterizza è la fedeltà: l’Apostolo non è autorizzato a dire parole sue o ad esprimere una volontà propria ma è totalmente vincolato alla volontà di chi lo invia. Stando agli Atti degli Apostoli - dove Luca mostra concretamente la loro funzione - gli apostoli hanno il compito di guidare la comunità, annunciare il vangelo, vigilare sulla conservazione e la trasmissione della vera fede.

     

    TORNA ALL'INDICEC.  INTENSO SVOLGIMENTO DEL MINISTERO (6,17-9,9)

     

    La narrazione ordinata del ministero galilaico (4,14-9,50) ebbe inizio con due episodi tipici: uno a Nazaret per mettere in evidenza il rifiuto di Gesù da parte dei suoi stessi concittadini (4, 14-30); l’altro a Cafarnao, per simboleggiare la sua accoglienza entusiastica da parte di estranei (pagani) in una città in cui egli stesso era straniero (4, 31-44). Poi Luca continua la sua narrazione aggiungendo altri importanti dettagli nel racconto della costruzione del regno con: la chiamata di Pietro, la missione dei dodici e alcune dispute con i vari gruppi ostili. Resta così allestito il palcoscenico per una presentazione della parte culminante del ministero in Galilea.

     

    TORNA ALL'INDICEa)    Le beatitudini (6, 17-26)

    La cornice di questo discorso di Gesù è molto solenne (6,17). Gesù discende dalla montagna in un luogo pianeggiante (Matteo dice invece che salì sul monte) e pronuncia il suo discorso circondato da molti discepoli, dai dodici e dalle folle venute da ogni dove, perfino dalle contrade pagane di Tiro e Sidone. Il discorso è pronunciato davanti a tutti: non solo ai dodici e non solo al popolo giudaico, ma a tutti. Tuttavia è anche vero che il discorso è particolarmente rivolto ai discepoli, le folle sono sullo sfondo, in seconda fila: “Alzati gli occhi verso i suoi discepoli”.

    In questa cornice universale, Gesù è presentato nell’interezza della sua missione: annuncia la Parola, guarisce i malati, libera dallo spirito del male.

    Nel quadro grandioso che abbiamo descritto, le beatitudini assumono il senso di una proclamazione messianica: un annuncio che il regno di Dio è arrivato. Dietro le beatitudini, gli esegeti, hanno intravisto il testo profetico di Isaia 61,1ss, un passo già citato da Gesù nella sinagoga di Nazaret. I profeti hanno descritto il tempo messianico come il tempo in cui Dio si sarebbe preso cura dei poveri, degli emarginati, degli affamati, dei perseguitati e degli inutili. Gesù proclama che questo tempo è arrivato. Per i profeti le beatitudini erano al futuro, una speranza, per Gesù è un presente: oggi i poveri sono beati, e la ragione è una sola: la gioia del regno arrivato. E’ alla luce di questo regno, che ha capovolto i valori comuni, che si giustifica la paradossalità di queste parole di Gesù che proclamano “felici” persone che si trovano in situazioni di sofferenza.

    L’aspetto più importante è forse ancora un altro: Gesù non si è accontentato di proclamare le beatitudini, le ha vissute per primo. Ha cercato i poveri e li ha amati. Egli fu povero, sofferente, affamato, perseguitato. Sta qui il senso profondo delle beatitudini. La vita di Gesù è la chiave che permette di entrare nel loro spirito e comprenderle.

    Matteo elenca otto beatitudine, Luca invece ne elenca quattro: i poveri, gli affamati, coloro che piangono e i perseguitati.

    Nella sua accezione originaria la parola “poveri” (ptochoi) indica i mendicanti, coloro che fanno gesti di implorazione, si rannicchiano. Non c’è soltanto il fatto della povertà, ma anche quello di essere trascurati, poveri accanto a gente ricca, oppressi.

    Coloro che piangono e coloro che hanno fame sono, sostanzialmente, una ripetizione dei poveri

    Non è possibile introdurre in queste beatitudini di Luca una dimensione etica e spirituale, Luca ha di mira delle situazioni.

    La quarta (i perseguitati) è la beatitudine del discepolo: si stacca quindi dalle tre precedenti che non hanno direttamente di mira il discepolo ma semplicemente il povero e l’oppresso.

    Già è possibile una prima conclusione: a differenza di Matteo, Luca sembra aver di mira delle situazioni di fatto di oppressione ed emarginazione e non atteggiamenti etici (poveri in spirito, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore).

    Il messaggio delle beatitudini lucane sembra essere anzitutto un severo giudizio sul mondo ricco (aspetto rafforzato dall’aggiunta delle quattro maledizioni).

    Nell’interesse della cristianità che ha di fronte (Luca scrive per delle comunità che vivono in seno al mondo pagano, in città ricche di benessere) l’evangelista stigmatizza il mondo dei ricchi, dei gaudenti.

    Il messaggio vuole dunque invitare a capovolgere le valutazioni: i poveri contano presso Dio, ad essi appartiene il Regno. Si noti la precisa formulazione delle beatitudini: ai poveri non viene detto direttamente di farsi giustizia, ma che ad essi appartiene il regno, e questa promessa non è al futuro, ma al presente. Il discorso evangelico è religioso, non sociologico o politico.

    Ma è proprio da questo valore religioso che scaturisce il diritto dei poveri ad avere giustizia: poiché sono amati da Dio e appartengono al Regno, pertanto sono ingiuste le emarginazioni in cui sono stati confinati.

    E’ possibile anche un’altra conclusione: davanti a una folla di malati, venuti per essere guariti, Gesù proclama le beatitudini. A coloro che sono afflitti, piangono e soffrono, Egli addita anzitutto un futuro diverso, non promette un cambiamento presente: “Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati”. Gesù compie miracoli, ma i miracoli sono segnali di speranza, non soluzioni. Nelle beatitudini, Egli non proclama che ora non ci sarà più la sofferenza, né le molte cause che la provocano, afferma, invece, la certezza di un mondo nuovo, e questo rende possibile vivere già ora in una luce totalmente diversa.

    Le beatitudini ci insegnano come un vero discepolo deve guardare la folla dei diseredati che hanno circondato Gesù e che riempiono il mondo: con occhi nuovi, con gli occhi di Dio.

    Per concludere: le beatitudini vanno anche lette alla luce degli Atti degli Apostoli. Luca, infatti, descrive la Chiesa ideale come la comunità in cui “non c’era nessuno che ritenesse cosa propria alcunché di ciò che possedeva, ma tutto era fra loro comune, poiché quanti possedevano campi o case, li vendevano e portavano il ricavato ai piedi degli Apostoli. Veniva poi distribuito a ciascuno secondo che ne aveva bisogno” (At 4, 32-35).

     

    TORNA ALL'INDICEb)    Amore verso i nemici (6, 27-38)

    La parte centrale del “discorso della pianura” è dedicato allo “specifico” del cristiano che è l’amore.

    Matteo dedica due capitoli (5-7) al “Discorso della Montagna”, Luca, invece, solo 30 versetti dei 107 di Matteo. Luca si limita all’essenziale: la proclamazione delle beatitudini e il comandamento dell’amore.

    Il discorso della pianura di Luca e il discorso della montagna di Matteo provengono da documenti della Chiesa che radunavano insieme varie affermazioni di Gesù.

    Luca, diversamente da Matteo non è interessato a mostrare l’originalità della giustizia cristiana nei confronti di quella degli scribi e farisei, è però interessato a mostrare la differenza fra il discepolo e il mondo.

    L’insistenza di tutti gli imperativi e dei paragoni che qui ricorrono, riguarda un solo punto: la legge dell’amore. Gesù, infatti, parla di un modo nuovo di regolare i rapporti: non più la vecchia giustizia della parità del dare e dell’avere, ma un nuovo criterio che rompe gli angusti confini costituiti dalla reciprocità.

    Il criterio della reciprocità è del tutto stravolto, per esempio la modalità del perdono (6, 27-28), va molto al di là della semplice rinuncia alla vendetta. Nei confronti del nemico vengono suggeriti quattro atteggiamenti positivi da assumere: amare, far del bene, benedire e pregare.

    L’aggettivo “vostro” è importante, perché rende tutto più concreto: si tratta proprio dei tuoi nemici, e la figura del nemico non è eccezionale, ma quotidiana: non solo i persecutori (che non si incontrano ogni giorno), ma chi parla male di te, ti odia e ti tratta male. Il nemico da amare è la persona ostile che sta sotto casa.

    I paragoni (6, 29-30) che immediatamente seguono (offrire l’altra guancia, non rifiutare la tunica, prestare anche a chi non restituisce) confermano che si tratta di un modo nuovo di costruire i rapporti.

    Spesso ci si riferisce a questi paragoni per proclamare la non violenza evangelica. Troppo poco. Qui vengono messe in discussione le regole che noi riteniamo giuste, le uniche capaci di costruire la convivenza. La legge dell’amore esce da questi schemi di reciprocità e tende alla gratuità. Questa è la differenza fra il “peccatore” e il “discepolo” (6, 33-34). Amare chi ci ama e prestare a chi ci restituisce è l’onestà dei peccatori, non del discepolo. Gesù ha un criterio molto diverso dal nostro per distinguere i peccatori e i discepoli.

    Il criterio della giustizia di Gesù è il comportamento del Padre (6,35), il cui amore per l’uomo è gratuito e universale, “benevolo” anche verso gli ingrati e gli ingiusti. L’aggettivo “benevolo” (chrestos in greco) dice l’amore attento, mite, accogliente, che non fa pesare ciò che dona.

    Tutto il discorso sulla “nuova giustizia” viene riassunto con l’espressione: “Siate misericordiosi come lo è il Padre vostro” (v. 36). La misericordia è l’amore ostinato, che rimane saldo anche se non corrisposto, addirittura anche se tradito. E’ quando si condividono gli stessi comportamenti del Padre che si dimostra – prima a se stessi che agli altri – di essere veramente figli di Dio. Il figlio assomiglia al Padre: la parentela con Dio (una realtà che non è visibile) è resa concreta e visibile dalla qualità dei nostri comportamenti verso gli altri.

    I detti che seguono (6, 37-38) sembrano riportare il discorso all’indietro, verso un ideale di giustizia ancora richiuso nella parità del dare e dell’avere: non giudicate e non sarete giudicati, date e vi sarà dato, con la misura con cui misurate. Ma forse Luca vuole semplicemente affermare che la nuova giustizia, che rompe lo schema della parità, non è improduttiva e nemmeno impossibile, come invece molti (anche cristiani) ritengono. Il Signore ricambia l’obbedienza del suo discepolo con una abbondanza che va oltre la misura (6,38).

     

    TORNA ALL'INDICEc)     Alcuni paragoni (6, 39-49)

    La terza parte del discorso della pianura è una raccolta di alcuni paragoni, il primo dei quali è chiamato “parabola” (6,39). Sono paragoni non uniti bene al testo precedente, in realtà non sono nemmeno ben collegati tra di loro. Sono detti staccati, pronunciati da Gesù in occasioni diverse, inseriti qui dall’evangelista perché, possono illustrare il tema della nuova legge e del vero discepolo.

    Esaminiamoli uno per volta.

    a) Primo paragone (6, 39-40): se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadono in una fossa. Per Matteo Gesù riferisce questa espressione ai farisei del suo tempo: guai a voi guide cieche (Mt 23,16). Per Luca, invece, il paragone non si riferisce soltanto ai farisei del tempo di Gesù, ma viene applicato direttamente ai discepoli successivi, ai maestri di oggi, che non devono essere guide cieche, ma discepoli della Parola dell’unico Maestro. La verità della parola del discepolo non sta nella sua abilità personale, ma nella sua fedeltà.

    b) Secondo paragone (6, 41-42): la pagliuzza e la trave. Mettere in pratica le parole di Gesù significa anche trovare il coraggio della correzione fraterna. Ma si può incorrere in alcuni pericoli: quello ad esempio, di usare due pesi e due misure, una per gli altri e una per sé; più indulgenti verso se stessi e più rigidi verso gli altri. La conclusione del paragone è che occorre l’accortezza di incominciare la critica da se stesso. E’ nella critica di sé che si trova la giusta misura su cui regolare la nostra critica verso gli altri.

          c) Terzo paragone (6, 43-45): l’albero buono e l’albero cattivo. La prima impressione è che Gesù stia richiamando l’attenzione sulle opere. Sembra voler dire: sarete giudicati non in base al messaggio che offrite, ma in base ai segni che saprete costruire. Il paragone, però, può avere un’altra direzione: è dall’interno che provengono le azioni, buone e cattive. Il vero problema, perciò, è di cambiare l’interno, la sorgente. Difatti in 6,45 si ricorda che è dal cuore che derivano le azioni.

    La conclusione del discorso (6, 46-49), verte ancora su un ultimo paragone: una casa costruita sulla roccia e l’altra sulla sabbia. E’ un paragone ricco di echi veterotestamentari. La roccia, che dà stabilità alla casa, è il Signore, la parola di Dio, la fede, il Cristo. L’inondazione nel linguaggio biblico è spesso il simbolo del giudizio di Dio. Con questo paragone l’evangelista vuole indicare le condizioni necessarie perché la vita cristiana possa svolgersi con costanza e fedeltà. La prima condizione è la necessità di appoggiarsi a Cristo (la roccia), l’unico capace di rendere incrollabile la fede del discepolo, di sottrarla alla fragilità dell’uomo. La seconda condizione è la necessità di fare la volontà di Dio. Alla dimensione della fede deve seguire la dimensione morale. Il vero cristiano è descritto da Luca con tre verbi: venire, ascoltare, fare (6,47). Il tratto delicato e decisivo è il terzo: trasformare le parole ascoltate in parole fatte, in gesti concreti.

    L’affermazione che si legge in 6,46 (“perché mi chiamate: Signore, Signore, ma non fate ciò che vi dico?”) forse è una polemica contro un culto formalista che si esauriva nelle parole dimenticando la carità.

    Non è da escludere che i fatti che immediatamente seguono il discorso della pianura (“Quando ebbe finito di rivolgere al popolo queste parole”) abbiano lo scopo di provare la verità delle parole dette da Gesù. Sono parole confermate dalla potenza di Dio, come mostrano il miracolo della guarigione del servo del centurione (7, 1-10) e la risurrezione del figlio della vedova di Naim (7, 11-17).

    Ma l’idea principale è probabilmente un’altra: Gesù ha proclamato la grande legge dell’amore, ed ecco che Egli la osserva per primo, utilizzando la sua potenza per compiere gesti di bontà: guarisce, ridona la vita, ai messaggeri del Battista presenta come credenziali i suoi gesti di salvezza (7, 18-30), accoglie il pentimento di una peccatrice (7, 36-50), chiama a far parte del suo seguito anche alcune donne (8, 1-3).

    TORNA ALL'INDICEd)    Il servo del centurione (7, 1-10)

    Secondo la legge giudaica, entrare nella casa di un pagano comportava un’impurità che impediva, per un certo tempo, di accostarsi alla preghiera. E’ forse per questo motivo che il centurione non pretende che Gesù entri in casa.

    La sua fede, forte e rispettosa, viene premiata. Il servo è guarito per la potenza della parola di Gesù  e per la forza della fede del centurione.

    Una caratteristica comune a tutti gli evangelisti è il modo in cui Gesù, benché fisicamente assente, salva una persona in difficoltà, usando semplicemente la sua parola: ciò è posto particolarmente in evidenza da Luca.

    Un particolare che non deve sfuggire in questo miracolo è il personaggio che chiede il miracolo: il centurione, cioè un soldato pagano. Certamente è un simpatizzante del popolo d’Israele (“ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga”), cioè un “proselita”, uno di quei pagani che, delusi dalle ideologie dei greci e dei romani e dalla sapienza dei filosofi, si erano rivolti alla fede ebraica: pregavano nelle sinagoghe e prendevano parte alle opere di carità in favore dei poveri, ma non erano ebrei nel vero senso della parola, erano sempre di origine pagana, di un altro popolo, esclusi dalla vera e propria elezione di Dio.

    Ma per Gesù non ci sono differenze. La fede non coincide con gli ambiti istituzionali, e non sempre la trovi dove te l’aspetti. Un pagano può avere fede come gli ebrei, anche più degli ebrei

     

    TORNA ALL'INDICEe)     Il figlio della vedova di Naim (7, 11-17)

    La tradizione evangelica ricorda tre miracoli di risurrezione: il figlio della vedova di Naim (7, 11-17), la figlia di Giairo (8, 50-56), Lazzaro (Gv. 11).

    Il loro intendo non è anzitutto quello di mostrare la straordinaria potenza di Gesù, ma di mostrare che in Lui è la vita. Luca ha collocato l’episodio a questo punto del vangelo probabilmente per preparare la risposta di Gesù agli inviati del Battista, venuti a chiedergli i segni della sua messianicità. Fra questi segni c’è anche la risurrezione dei morti: ecco perché Luca ha posto qui, immediatamente prima,  la risurrezione del figlio della vedova.

    Il racconto lucano è disseminato di particolari che hanno tutti un profondo significato. Il ragazzo morto è il figlio unico di una donna vedova. All’entrata della città Gesù si imbatte – si direbbe per caso “avvenne” – nel suo funerale. Gesù è accompagnato dai suoi discepoli e il feretro è seguito da molta gente. Così il miracolo è compiuto davanti a molti testimoni.

    Gesù prova compassione per la madre, e le dice di non piangere. L’iniziativa è interamente sua, completamente gratuita. La madre non gli chiede nulla, semplicemente mostra piangendo il suo dolore. Il sentimento che spinge Gesù è dunque la compassione, espressa con un verbo (splanchnizein) che fa riferimento all’amore materno, di grembo. Si tratta di un sentimento profondo e partecipe, umanissimo. Gesù si lascia coinvolgere dal dolore della donna, prescindendo da ogni valutazione di merito. Cosa ha fatto quella donna per meritarsi un così grande miracolo? Nulla è detto e nulla si deve aggiungere. Gesù ha intuito il dolore di una vedova per la perdita dell’unico figlio, e questo gli è bastato per intervenire.

    Oltre alla gratuità c’è un secondo tratto che qualifica in modo particolare il miracolo. Gesù lo compie con una parola che suona come un ordine: “Giovinetto, dico a te, alzati”. Nessuna invocazione a Dio, nessuna preghiera, nessun gesto, ma soltanto una parola in prima persona (“dico a te”).

    Forse è proprio questo l’interesse principale di Luca: affermare che la parola di Gesù è parola che salva.

    Un’ultima annotazione: l’espressione ammirata della gente (“Un grande profeta è sorto in mezzo a noi”) fa riferimento all’episodio di Elia (2 Re 17, 17-24). Ma il racconto di Luca differisce dal modello dell’AT. Infatti mentre Elia per risuscitare  il figlio della vedova di Sarepta, “si distese tre volte sul fanciullo”, Gesù, invece, non ha bisogno di nessun gesto, ricorre solo alla sua parola: “Alzati!”.

     

    TORNA ALL'INDICEf)      Gesù e il Battista (7, 18-35)

    Luca propone qui un’ampia trattazione in cui il nome di Giovanni ritorna nove volte, in un capitolo incentrato sulla rivelazione di Gesù come profeta, ed è ovvio il riferimento a Giovanni Battista, considerato da tutti, anche da Gesù “qualcosa di più di un profeta”.

    L’episodio è formato da tre parti ben distinte:

    1)     Alla domanda sulla sua messianicità che Giovanni gli pone, Gesù risponde rinviando ai miracoli messianici che egli compie (7, 18-23).

    2)     Nella seconda parte, Gesù rende testimonianza al Battista (7, 24-28).

    3)     Infine, l’accento si sposta sull’atteggiamento dei contemporanei verso Gesù e Giovanni (vv. 29-35).

    -         Luca omette di informarci che Giovanni si trova in prigione, perché ha già fatto riferimento al fatto (3,19ss.) e agli inviati del Battista che esplicitamente lo interrogano sulla sua messianicità, Gesù risponde con una serie di allusioni a Isaia 61, già citato nel suo discorso programmatico tenuto nella sinagoga di Nazareth. Gesù non risponde direttamente alla domanda ma rinvia alle sue opere e alle Scritture. E’ soltanto in questo modo che si può concludere chi Egli sia. Come segni che lo caratterizzano, Gesù enumera una serie di miracoli, perfino la risurrezione dai morti. Ma l’ultimo segno (“ai poveri è annunciata la buona novella”) non è un miracolo, ma è il segno più chiaro che Gesù è il Messia, perché i poveri vanno identificati con gli storpi, i ciechi, ecc., cioè il costante ideale del vangelo è di arrecare sollievo totale e piena redenzione al popolo di Dio.

    -         I discepoli di Giovanni hanno interrogato Gesù sulla sua identità, ora è Gesù che interroga la folla su Giovanni. Gesù non attende una risposta dalla folla, Lui stesso risponde, esaltando la grandezza di Giovanni, che non consiste solamente nell’austerità della vita e nella fortezza del carattere, ma soprattutto nell’aver accettato di preparare la strada del Messia (7,27). Il Battista è venuto per rendere testimonianza su un Altro. Sta qui tutto il suo significato. “Nessuno tra i nati di donna è più grande di lui, eppure il più piccolo nel Regno di Dio è ancora più grande” (7,28). Questa affermazione un po’ oscura si può spiegare così: Giovanni può essere anche stato il più grande di tutti i profeti e patriarchi, ma solo con Gesù ha avuto inizio un’epoca nuova e finale, per cui coloro che appartengono a questa nuova era ( il più piccolo nel Regno dei cieli) sono molto più fortunati dei primi (è più grande di lui).

    -         Dopo aver espresso il proprio giudizio su Giovanni, Gesù traccia un quadro delle posizioni che i contemporanei hanno avuto di fronte a Lui e a Giovanni, suo precursore. Per rendere più vivace e incisivo il suo giudizio, ricorre a una parabola. Due gruppi di bambini, schierati sulla piazza uno di fronte all’altro, decidono di giocare al funerale. Ma quando il primo gruppo inizia le nenie, l’altro non si muove, ha già perso interesse al gioco, perché troppo triste. Allora si cambia e si ricomincia da capo: si gioca allo sposalizio. Ma anche questa seconda volta il gruppo non si muove: il gioco è troppo allegro. “Questa generazione – dice Gesù – somiglia proprio a quei bambini capricciosi, che non sanno quello che vogliono”, cioè rifiuta tutti gli inviati di Dio, comunque essi siano: il Battista perché rigido, Gesù perché mangia e beve. Tutt