00 9/13/2007 11:44 PM
Duomo di Oristano




Arrivando a Oristano ho nel cuore e negli occhi le navate austere, la trachite nera, le volte lignee di rustica semplicità di San Nicola a Ottana e di San Palmerio a Ghilarza. La misura e la sobrietà dello stile romanico di Sardegna mi hanno conquistato. Non ci voleva molto: mi affascina tutto quel che è semplice, lineare, funzionale, modesto; fa agevolmente breccia nel mio sistema di idee e di immagini, mi incanta e mi seduce.

Dal Duomo di Oristano mi attendo maggiore grandiosità, spazi più ampi, ma altrettanto rigore, altrettanta austerità. Maggior grandiosità, certo: era la cattedrale di Arborei, e Arborei era capitale di giudicato, ai tempi gloriosi di Ugone, Mariano e Eleonora. E altrettanto rigore: mi sono fatto un’immagine di come è il romanico sardo e non sospetto tradimenti.

Sosto ai piedi del campanile: è un ottagono, slanciato verso l’alto ma, nello stesso tempo, robusto, come ben piantato sulla terra; ha più della quercia che del salice.

Il luogo mi è noto. Nella via, proprio di fronte al campanile, appendono la stella de sa sartiglia; qui ho visto galoppare i cavalieri dalle bianche maschere femminee, eredi di una millenaria tradizione di balentìa cavallerizza; li ho visti galoppare fra due ali di folla fitta e partecipe, e da mille bocche ho udito l’urlo levarsi a ogni prova riuscita, a ogni stella infilzata dallo stocco, l’urlo che canta la gloria del cavaliere, e nel quale si nasconde il sorriso cupido di chi crede che ogni stella infilzata sia segno di buona fortuna futura.

Ma una volta spinto il portale del Duomo, che delusione!

Non fraintendetemi. La chiesa è bella, ampia, ricca di finestre che dall’alto fanno cadere torrenti di luce sull’altare, sulle colonne, sui banchi dei fedeli. Credo che altri potrebbero amarla. Ma io cerco invano i segni della semplicità romanica dietro i marmi bianchi, oltre le cascate luminose, sotto la scorza fulgorea degli affreschi. E non trovo quel che cerco. Penso che non sempre le incrostazioni della storia abbelliscono. Non sempre è affascinante il lento depositarsi di successive modifiche sull’opera dell’uomo, strato dopo strato, negli anni e nei secoli.

L’antica Sardegna rustica, piena di fede robusta nella sua semplicità, è scomparsa da questa cattedrale, lasciando il posto a una civiltà più complessa e tumescente ma anche più leziosa e artefatta.

Forse penso pensieri sbagliati. Pensieri ingenerosi verso gli artisti che hanno lavorato nei secoli a ingentilire questa casa del Signore.

Poi, da un angolo della chiesa che ancora non ho visitato, da una cappella a sinistra dell’altare, s’alza a un tratto un canto di molte voci. I fedeli pregano. C’è la messa.

Mi fermo. Siedo su un bancone della navata centrale, lontano dal rito, invisibile al sacerdote e ai fedeli. Arrossisco: mentre non li udivo, forse sono stati disturbati dalle mie scarpe scricchiolanti. Senza forse.

Il canto si conclude. Sento la voce del sacerdote dire parole sconosciute, il cuore del rito.

Mi allontano in punta di piedi. Non voglio disturbare.

Mi chiudo il portale alle spalle, e mi pare che il Duomo rifatto, il Duomo settecentesco, rida sornione di me. Come un contadino campidanese. Uno di quei contadini di pasta buona che amano gli scherzi allusivi, non pesanti, e amano farli soprattutto a chi giudica a vanvera, senza sapere, senza conoscere. Chi non ha mai udito un Duomo sorridere leggermente beffardo, vada a Oristano.

A passi lenti vado verso l’antico palazzo dei giudici. La facciata di pietra del palazzo è l’ultima testimone della passata grandezza, quando i giudici di Arborei ancora scrivevano le leggi, ancora guidavano la lotta secolare contro l’invasore.

Finito il tempo dei giudici, i sardi sono diventati oggetti di storia, non più protagonisti. Sono stati comprati e venduti da re e ministri anzenos.

Anche la memoria è scomparsa. I giovani sardi di oggi conoscono, forse, le canzoni di Vasco Rossi (e in sé non è certo un male), ma prova a chiedergli se sanno chi era Mariano d’Arbarei.

Gli invasori hanno corrotto i nomi, per confondere le tracce, ingarbugliare i percorsi, rendere ardua la riscoperta: Arborei è diventata Oristano, e il Duce ha utilizzato l’antico toponimo, l’ha affibbiato a un insediamento veneto sulla costa. Oggi Arborea è famosa per le angurie. E siccome anche noi abbiamo fatto nostro e acquisito il gergo corruttore, Eleonora è una ragazza procace dai capelli biondi che lavora nel caseificio del dolcesardo. Eleonora d’Arborea.

Sabbia sulla memoria. Coltri di sabbia che nessun vento solleverà?

Levo gli occhi e in alto sulla facciata vedo l’antico simbolo degli ultimi sardi indipendenti: l’albero diradicato di Arborei.

Strano simbolo. Chi ha strappato quell’albero alla terra? E a quale terra? Si riferisce alla condizione isolana, isolata? La terra feconda a cui siamo strappati è il continente, i popoli che crescono in cultura e scienza grazie agli scambi continui e proficui?

Nessun albero può vivere con le radici per aria: questo il motivo che spinge le radici di quell’albero a protendersi in ogni direzione? Cercano contatti vivificanti?

O il simbolo esprime un antico e folle orgoglio? Come significasse: siamo capaci di vivere soli, e radicarci in aria, in cielo, siamo della stessa stirpe degli angeli?

Tremenda oscurità dei simboli sardi.

Mi allontano pensando a quei bronzetti che ritraggono ominidi quaterbracciuti e cornuti. C’è qualcosa di mostruoso, nel nostro immaginario, fin dalle origini?

Forse questo è il senso delle modifiche subite dal Duomo di Oristano: i mostri sono stati domati, ora siamo uomini come gli altri.