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Terra di Sardegna tutto ciò che riguarda questa terra antica e meravigliosa

ATLANTIKA’: Sardegna, Isola Mito

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    00 8/4/2007 7:38 PM
    Ce lo siamo detti fin dall’inizio: non è certo una mostra fatta per i Sardi questa nostra "ATLANTIKA’: Sardegna, Isola Mito". Loro - noi... - tanto già lo sanno. Lo si sa da sempre che l’isola è stata grande, grandissima: era una Manhattan del II millennio avanti Cristo, con le sue decine di migliaia di torri-grattacielo che facevano fantasticare l’intero Mediterraneo, per quant’erano belle, e possenti, e audaci.
    E i Sardi, ormai, sanno anche che persino i Greci del I millennio, se la sognavano così questa loro terra antica: per loro era l’Isola dei Beati & dei Portenti, spersa, ormai lontana lontana, nel Mare del Tramonto, al di là di quelle prime Colonne d’Ercole che - come una vera Cortina di Ferro - segnavano al Canale di Sicilia la Frontiera tra mondo ellenico e impero marittimo fenicio-punico.

    E sì, quel che non tutti sanno, infatti, è proprio questo: che di Colonne d’Ercole nell’antichità ce ne sono state altre, ben prima di quelle che conosciamo noi, piantate ben salde, ma "recenti", dove ormai ce le immaginiamo tutti, tra Calpe e Abila, a piantonare da "soli" 22 secoli lo Stretto di Gibilterra.

    Le vere Colonne d’Ercole - quelle originali, quelle di cui ci parla per primo il poeta Pindaro, all’inizio del V secolo a.C. - erano lì, al Canale di Sicilia, dove Omero mette tutti i suoi mostri; dove i Greci non osavano; dove tutti i testimoni più antichi ci parlano di bassi fondali assassini e senza vento; dove l’Etna - quando fa il matto - erutta fuoco e sparge terrore; dove ancora oggi centinaia di disperati si giocano la vita nel sogno di arrivare da noi, nel "Paradiso dei Ricchi". Lì cominciava l’Impero Marino di Herakles/Milqart: il Padrone dell’Intero Occidente e delle sue rotte d’argento. Slittarono poi a Gibilterra, quelle prime Colonne, alla fine del III secolo a.C. - poco dopo la caduta di Cartagine - per continuare a fare quel che avevano sempre fatto: il Limite del Mondo Conosciuto.

    Solo che il Mondo del III secolo, ormai - con Alessandro Magno all’arrembaggio dell’Oriente fino al Gange, e con Roma padrona anche del mare fino in Spagna - si era fatto più assai grande.

    Le "nuove" Colonne finirono così, laggiù a Gibilterra, a segnalare quella che divenne la Nuova Fine del Mondo. Ma sono solo Colonne di Eratostene, però, quelle! Non Colonne d’Ercole. Fu infatti quel Gran Bibliotecario di Alessandria - il “Padre della Moderna Geografia” - a piazzarle laggiù, riciclandole per aggiornare al meglio le nuove mappe che disegnò.

    Fu così che la Geografia criptò la Storia. E inghiottì la Sardegna.

    Chiunque, infatti, dovesse scrivere di viaggi e cartografia si recava per informarsi ad Alessandria dove veniva a conoscenza solo di quelle "nuove" Colonne di Gibilterra. Usando quelle Colonne recenti (anche per interpretare ogni antico racconto che si svolgesse al di là delle Colonne) regolarmente si finiva nell’Oceano Atlantico di oggi, annegando tra cento vaghezze e mille fantasticherie e, per di più, senza mai trovarla l’Isola Mito, l’Isola-Continente delle Mille Nostalgie che tutto l’Oriente rimpiangeva come una Terra Madre, Sorella per tutti. Prometeo legato a una roccia del Caucaso a segnare l’Alba dei Greci. Suo fratello Atlante, era bloccato in mezzo al mare, ci giura Omero, a piantonare il Tramonto.

    Misuratele, su una delle mappe che ci sono in mostra o che avete a casa, le postazioni dei due fratelli. E vedetene la distanza da Delfi, centro del mondo greco: senza Atlante e la sua Isola - la Sardegna - tutta questa cosmogonia che permetteva ai Greci di tenere a mente il loro mondo, svapora via. Fu proprio con le nuove mappe alessandrine che scomparve quella Verità degli Antichi: persino chi - serissimo come Erodoto, Platone, Aristotele, Dicearco... - aveva parlato di possenti realtà occidentali, ma al di là delle Colonne d’Ercole, venne preso per un fantasioso sognatore o, peggio, per gran confusionario.

    Nessuno ricordava più che quell’Aldilà di cui loro testimoniavano era il nostro Mediterraneo Occidentale. Questa è stata l’ipotesi di ricerca del mio "Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta", in cui in 672 pagine si dipana il brogliaccio storico-geografico dovuto allo slittamento della Frontiera. Ora che una quarantina di Sapienti veri - accademici dei Lincei, antichisti, geologi, cartografi, persino un Nobel: Dario Fo & C.. - hanno benedetto "ex cathedra" la mia ricerca, trasformando quell’ipotesi iniziale in tesi, si è costretti a prendere atto che molte realtà definite mitiche come Tartesso, Iperborea, l’Isola di Atlante, l’Isola dei Beati non erano enigmi o fantasticherie!

    Erano molto, molto più semplicemente dei malintesi: un solo luogo assai reale, cercato con mappe troppo recenti in mano. Le storie del Far West greco così, per duemila anni e passa, sono rimaste senza una geografia dove ambientarle; e la realtà geografica della Sardegna era rimasta quasi assente dalla Storia, nonostante i suoi eccezionali reperti. E solo adesso che si è fatto ordine nel mare e si è restituita la parola agli Antichi, è stato anche possibile - proprio attraverso questa mostra - verificare se quel che ci hanno raccontato della Grande Isola d’Occidente grandi autori - come Omero e Platone - è vero, o se i due sparavano sciocchezze.

    Di fatto entrambi i Supertestimoni ci dicono la stessa cosa: che c’era un’Isola dall’Eterna Primavera; straricca di ogni metallo; con una pianura fantastica, protetta grazie ai suoi monti dai venti del Nord; e che lì i vecchi campavano felici fino a quando non si stancavano della vita, con età record; e che le sue genti avevano acque calde dove fare i bagni; e che il suo popolo sapeva navigare a meraviglia; e che invasero - nel XII secolo a.C., federati con le genti del Nord Africa - l’Egitto di Ramses III. Fu proprio mentre erano all’arrembaggio delle piramidi che un terribile Schiaffo di Poseidone - un’onda anomala rimasta, come una cicatrice, nella memoria dei popoli - mise fine alla loro splendida civiltà seppellendo le sue città sotto il fango.

    Il Paradiso - d’improvviso - si fece Inferno. Inferno di fango e mal’aria. La collocazione di quell’Isola mitica di cui testimoniano Omero e Platone? A Occidente, al di là delle Colonne. Da quell’isola si raggiungevano altre isole e la terra che tutto circonda. Era Sir Arthur Conan Doyle che diceva che tre indizi fanno una prova. E quando poi, però, gli indizi diventano decine e decine? In mostra - varcate le Colonne di Sicilia - sbarcherete in un’Isola fantastica che regge con fierezza la parte attribuitale dalle fonti classiche, con quelle sue architetture già antiche per gli Antichi ma ancora talmente intatte che sembrano tirate su solo l’altroieri. La vedrete con alcuni dei suoi portenti vecchi di almeno 3500 anni, vestita a festa, fotografata al meglio, con amore, da cinque grandi fotografi sardi nella sua Età dell’Oro che sopravvive, in ogni sagra, come un reperto di antiche magnificenze.

    Ma - grazie al parapendio di Cubeddu - la potrete osservare, per la prima volta dall’alto, anche nella sua Età del Fango, E da lassù stringe il cuore: ferita a morte - lì, nel Sinis e nel Campidano, dove il mare arrivò a colpire - con i suoi Giganti Abbattuti, torri di 25, 30 metri, (imprigionate o, come Barumini, del tutto sepolte dalle marne) che solo Giovanni Lilliu, Enrico Atzeni e i loro migliori discepoli hanno disseppellito e studiato con l’attenzione e il rigore che meritano.

    L’Età dell’Oro. L’Età del Fango. La Diaspora: la fuga dalle coste sarde dentro le Barbagie o, anche, verso le alture del continente, proprio lì davanti, appena di là dal mare. Arroccati, protetti sui cocuzzoli, ben lontani da quelle onde pazze e assassine che - ormai loro sanno - possono pure colpire a morte.

    Collassa nel XII secolo a.C. la metallurgia del bronzo in Sardegna. Decolla, improvvisa, nell’XI quella del ferro sugli Appennini. Pagano Caronte, i nuovi fabbri di Orte, Orvieto, Perugia, Arezzo, Volterra. Lo fanno pur di essere traghettati per una nuova vita nell’Isola dei Padri. Plutarco ci racconta che però, ormai, si fanno chiamare Etruschi.

    No! Non è una mostra fatta per i Sardi. È piuttosto una mostra per tutti coloro che della Sardegna non sanno nulla e che conoscono solo i "non luoghi", le spiaggette pettinate e i villaggetti spuntati tutti uguali, ovunque ci siano i soldi da prendere e bagni da fare. Ai Sardi (che della loro Isola Mito sanno proprio tutto) toccherà però lo sfizio di cercare quel che non va: manca questo, manca quello, c’è un pelo nell’uovo. È un inizio, questa mostra, non una fine: un’Opera Aperta a cui tutti possono collaborare con segnalazioni e materiale di buon livello. Questo lo sappiano, i Sardi. Man mano - viaggiando - si aggiungeranno intere sezioni e resoconti di nuove ricerche. Non certo per raccontarla tutta la Sardegna, ma almeno per stimolare (anche altrove) nuove frontiere alla curiosità e all’approfondimento di quei segreti che questa nostra Pompei del Mare ancora ci nasconde.

    Del resto, poi, la Sardegna tutt’intera, intatta - con i suoi primati, i suoi portenti, le sue feste, le sue meraviglie - c’è già, e pure in bella mostra. È quella vera, reale, appena qua fuori dall’aeroporto: strabiliante per chi se la sa cercare. L’importante è che nessuno - proprio nessuno - ce la rovini usandola contro natura, nascondendocela sotto milioni e milioni di metri cubi di cemento, vista mare. È l’Isola Mito: sacrilego profanarla.
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    00 8/4/2007 7:39 PM
    Atlantikà vola a Parigi





    Elmas. Ercole non può fermarsi: le sue fatiche devono continuare. Colpa di Sergio Frau. L’inviato speciale nell’antichità obbliga il povero eroe a fare gli straordinari: da Elmas, presto, la mostra “Atlantikà” si sposterà a Parigi e forse andrà poi in altre capitali.
    Un programmino che costerà viaggi estenuanti e nuove levatacce a Herakles (come lo chiamavano i greci), ma che permetterà di far conoscere sempre più le tesi dello scrittore-giornalista del quotidiano “La Repubblica”. Indagini e ricerche complesse, articolate, ingegnosissime. Che, in estrema sintesi, possono riassumersi in pochi temi chiave. Punto numero uno: le prime Colonne d’Ercole conosciute dai progenitori di Alessandro Magno non indicavano i confini occidentali del mondo ellenico nello Stretto di Gibilterra ma nel Canale di Sicilia. Due: è presumibile che la Sardegna fosse la mitica Atlantide evocata da Platone. Tre: il sud dell’isola, più di tremila anni fa, potrebbe aver subìto una devastante inondazione. Quattro: il maremoto o un’onda anomala simile agli tsunami avrebbe minato dalle fondamenta quella civiltà, prova ne sia che il villaggio di Barumini è stato riscoperto dal padre dell’archeologia sarda, Giovanni Lilliu, sotto quasi trenta metri di fango. Cinque: il disastro diede luogo all’emigrazione forzata di gruppi nuragici verso l’attuale Toscana, esodo alla probabile origine della cultura etrusca. Di questo, e di molto altro, si parla nella mostra all’aeroporto di Elmas. L’esposizione chiuderà tra pochi giorni. Nel frattempo si può ancora percorrere un itinerario meraviglioso. Tra sagome di guerrieri fatti rivivere grazie all’ingrandimento delle riproduzioni di bronzetti. Tra documentari e programmi tv sulle Colonne e su Ercole, oltre che sul suo discendente più attento, Sergio Frau. Tra manifesti coloratissimi e maxi-foto suggestive. Tra raccolte di articoli, reportage, inchieste, commenti, opinioni, interventi, critiche: una rassegna dettagliatissima sul lavoro del giornalista-scrittore. Tutto in un allestimento avvincente, luminoso, che ha visto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, per tre mesi, il coinvolgimento appassionato di migliaia di passeggeri, per niente distratti dagli aerei a poche decine di metri in atterraggio e in partenza o dai continui annunci di Alitalia e AirOne. “Sino a oggi non mi era ancora capitato d’impaginare un aeroporto - spiega, non senza ironia, Sergio Frau - Ma credo ne sia valsa la pena”. All’opera, sin dall’inizio defatigante, il giornalista ha lavorato con l’aiuto di Gherardo Gherardini, Ignazio Pinna, Ennio Meloni e l’editore Giovanni Manca, distributore in Sardegna del libro-inchiesta. “Con loro ce lo siamo detto da subito che questa non era una rassegna destinata ai Sardi - aggiunge Frau - I Sardi lo sanno da sempre che l’isola è stata grande, grandissima, una Manhattan del secondo millennio avanti Cristo, con torri-grattacielo che facevano fantasticare l’intero Mediterraneo per quant’erano belle, possenti, audaci”. Il discorso fila, soprattutto quando si osservano le decine di splendide immagini in aeroporto. Frutto di una minuziosa ricerca sul campo fatta da sei fotografi bravissimi. I nomi? Eccoli. Francesco Cubeddu, di Seneghe, guida ambientale, campione di parapendio e di scatti panoramici. Marcello Farris, responsabile di un prezioso archivio iconografico. Mario Garbati, cagliaritano autore di pubblicazioni specialistiche. Gian Mario Marras, di Bonorva, protagonista di reportage geografici. I fratelli nuoresi Domenico e Franco Stefano Ruiu, tra i più importanti documentaristi d’ambiente. Sul fronte delle illustrazioni si deve a questi professionisti l’effetto quasi ipnotico che la mostra suscita. Attraverso le loro stupende sequenze, pur a distanza di secoli, è possibile afferrare del tutto le ipotesi di Frau. Si capisce come l’isola fosse “blindata da torri, coste e portenti”. Come le pagine mancanti del nostro album di famiglia possano trovare qui spiegazioni convincenti. Come e perché gli Shardana abbiano combattuto per il faraone egiziano Ramses III. E quasi si possono toccare “i vecchi sempre giovani”, “i mille metalli”, “le eterne primavere, e le armi, e le navi, e gli eserciti". Si può capire - in definitiva - come Poseidone diede il suo "schiaffo" all’isola di Atlante, il drammatico inizio dell’Età del fango, il “rimpianto” per il perduto tempo dell’oro. Così, dopo il successo di Elmas, tutto lascia pensare che la mostra ne conoscerà di nuovi. Le premesse ci sono. Negli scorsi mesi la rivista dell’Unesco, “Diogène”, ha dedicato un intero numero all’inviato nell’antichità. E negli ambienti culturali parigini si parla già dell’imminente rassegna. “Sardegna, Isola Mito” è insomma un messaggio pronto a varcare le Alpi. Ma su Herakles e sulle sue Colonne ci sono altre novità di stagione. Eccone qualcuna. “Diogène”, che aveva fatto lo special dal titolo “La Mediterranée revisitée”, sta ora uscendo in inglese, tedesco, spagnolo e cinese. Sempre a Parigi, l’archeologo-principe della Tunisia e accademico di Francia Beschausch, a nome di Mounir Bouchenaki (responsabile del settore cultura Unesco), ha annunciato che la stessa istituzione farà un convegno sulle antiche sorprese rivelate da Frau. Proprio in quell’occasione (fine dicembre-primi di gennaio) Ercole e il Far West dei greci voleranno a Parigi per la mostra, con incontri paralleli alla Maison d’Italie. Da sottolineare, infine, una recensione su “Universo” firmata da Salvatore Arca, direttore dell’Istituto Geografico Militare. "Nel Mediterraneo lo scenario geopolitico mutò quando Roma piegò la potenza cartaginese e abbatté le barriere che fino ad allora avevano riservato ai punici il controllo del bacino occidentale di quello che sarebbe diventato il mare nostrum - si legge tra l’altro nel saggio -. Il volume di Frau mette a fuoco aspetti oscuri... dai brumosi albori della nostra civiltà risuonano nomi di popoli che senz’altro abitarono la Sardegna, pur rimanendo in una fascia indefinita nella quale il mito si confonde con la storia: i Tyrsanoi, ovvero i Costruttori di torri, mutati poi in Tyrranoi e quindi in Tyrreni”. Un percorso quasi magico. Che continuamente riporta a Ercole e alle sue imprese, in un modo che non conosce mai una vera fine. Millennio dopo millennio. Secolo dopo secolo. Sino ad arrivare a oggi, al momento nel quale le dodici fatiche di Herakles rischiano di diventare di più. Per colpa, o per merito, di Sergio Frau.

    Un box: tutti i numeri di questa mostra

    30.000. Arrotondata per difetto, la cifra indica le persone che sinora hanno visitato la mostra di Elmas. Secondo i dati ufficiali forniti dalla Sogaer, in luglio e in agosto sono transitati in aeroporto più di mezzo milione di passeggeri. Già altri centomila dovrebbero esserci passati nelle prime settimane di settembre. Se almeno uno su venti si è interessato alla rassegna, il calcolo è presto fatto. 150. Sono le foto (da 70 centimetri per un metro) con bronzetti fatti sagome e alti un metro e 80 ciascuno; costumi di Desulo, Orgosolo, Sorgono, Oliena; e documenti/sorpresa come 15 nuraghi del Sinis ancora sotto il fango - com’era Barumini fino a 50 anni fa - fotografati per la prima volta da Francesco Cubeddu con il suo parapendìo. 1.000. I metri quadrati della superficie espositiva della mostra. Inserita nel contesto c’è anche la bellissima ricostruzione di una "nave" delle dimensioni di 7 metri per tre. 23.000. Le copie vendute sino a oggi de "le Colonne d’Ercole", il fortunato libro di Frau diventato in breve tempo un caso letterario e le cui inchieste stanno alla base della mostra di Elmas. 3. Gli anni di studi forsennati, inchieste approfondite e viaggi sul campo dedicati da Sergio Frau all’opera. Padre cagliaritano e madre bergamasca, il giornalista e scrittore è nato a Roma nel 1948. Inviato speciale, lavora a "Repubblica" sin dalla fondazione. Al quotidiano ha potuto acquisire un’esperienza in diversi campi curando la bellezza di 700 supplementi sugli argomenti più diversi.

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    00 8/4/2007 7:42 PM
    Azedine Beschaouch: "Ecco perché la Sardegna è l’Isola mitica di Atlante"





    Professore, lei è convinto di essere sbarcato sulla mitica Atlantide? Azedine Beschaouch sorride, ma è solo un cenno veloce delle labbra. Tunisino, archeologo e letterato, Accademico di Francia, è consigliere principale del direttore dell’Unesco per la cultura
    . Ieri è stato al centro di un’importante celebrazione nell’Università di Sassari, che ha voluto riverirlo - dopo avergli attribuito la laurea ad honorem - per i suoi cinquant’anni di attività di illustri studi. La sua statura di scienziato è stata tratteggiata dai professori Attilio Mastino e Mustapha Khanoussi. Ma pochi giorni prima l’accademico aveva anticipato la sua visita in Sardegna per poter vedere la mostra Atlantikà che la stazione aeroportuale di Cagliari ha ospitato per tre mesi e per verificare sul campo alcune delle tesi sostenute dal giornalista Sergio Frau nel suo libro Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta. Tesi rivoluzionarie che attribuiscono alla nostra isola e ai nuragici un ruolo centrale nella civiltà mediterranea del secondo millennio prima di Cristo. Settecento pagine di documentazioni e comparazioni, editore Nur-Neon, otto edizioni, oltre 23 mila copie vendute: una sorprendente ricerca che trova sempre maggior credito negli ambienti specialistici non solo italiani. Tant’è che l’Unesco si mobilita per sponsorizzarla. La mostra appena chiusa ad Elmas sarà a Parigi fra un paio di mesi, dopo una sosta nel Palazzo Boyl di Milis, su richiesta del Gal del Barigadu-Montiferru-Sinis. È appunto in questo territorio che l’inviato dell’Unesco ha svolto nei giorni scorsi un sopralluogo, accompagnato da una dozzina di specialisti di varie discipline scientifiche e dall’autore del libro. Un convegno itinerante alla ricerca di prove. Dunque, professore, un’escursione sui misteri del lontano passato... «Penso che grazie a questo libro importantissimo possiamo finalmente dire con grande probabilità che l’Isola di Sardegna sia l’Isola di Atlante. Perché per la prima volta uno studioso ha il merito di collegare tutte le fonti e di spiegarsi non da un punto di vista aprioristico ma alla luce di una lettura analitica. Personalmente, mi piace molto dire che arrivo non solo nella Sardegna di oggi, ma nell’isola del mito». Una dichiarazione sentimentale? «Lasciamo il livello romantico e parliamo della storia e della realtà storica. La visione classica è quella di una larga area mediterranea dall’oriente all’occidente estremo (la Spagna di oggi); ma se facciamo attenzione al confronto di fonti su cui si basa il lavoro di Sergio Frau dobbiamo ammettere che quella è una visione tarda nella storia della geografia antica, certamente successiva ad Alessandro Magno. Questi allargò il mondo verso oriente, verso l’India, e conseguentemente si rese obbligatorio allargare lo spazio in direzione dell’occidente, per una questione di bilanciamento. Nel mondo greco classico (nell’età di Platone) la visione del mondo era organizzata simmetricamente ad est e ad ovest rispetto al tempio principale, quello di Delfi, e secondo questa equidistanza l’area mediterranea, che a oriente arrivava ai monti del Caucaso, a occidente si fermava necessariamente a un limite formato dall’odierna Sicilia (nord) e dalla Tunisia (sud)». Cioè, il limite conosciuto del Mediterraneo era fissato nel Canale di Sicilia: e lì quindi dovevano essere le Colonne d’Ercole, come sostiene Frau... «Ecco. D’ora in avanti nessuno potrà esaminare il problema delle Colonne d’Ercole e offrire nuove visioni o ipotesi senza appoggiarsi sulle basi solide del libro di Sergio Frau". Lei è venuto in Sardegna per verificare le teorie di Frau? "Sono stato in Sardegna tante volte, ma ora son venuto qui perché il settore Cultura dell’Unesco appoggia le ricerche di Frau. Secondo l’Unesco, questa nuova visione rientra nel quadro delle diversità culturali che la maggioranza dei Paesi membri sostiene. Soprattutto l’Italia crede in questa diversità, la cui salvaguardia è una condizione sine qua non per il futuro della cultura. Ma anche per il passato dobbiamo cercare di leggere la storia alla luce di testimonianze sicure sulla presenza contemporanea di culture diverse». È questo che lei legge nel lavoro di Frau? «Certamente il grande merito culturale, non soltanto scientifico, del libro di Sergio Frau è quello di sottolineare l’importante ruolo della Sardegna dal secondo millennio sino alla fine del primo millennio avanti Cristo: ruolo dell’isola come punto di incontri della civiltà mediterranea, ma anche tra nord e sud del Mediterraneo. Grazie a questo libro possiamo dare una valutazione solida del ruolo della Sardegna». Dunque, l’Unesco crede nella ricerca di Frau. «Sono appunto venuto per confermare l’appoggio dell’Unesco, già affermato dal sottosegretario dell’Unesco per la cultura, il professor Mounir Bouchenaki - inviato tramite Attilio Mastino, prorettore dell’Università di Sassari - per l’inaugurazione di questa mostra il 2 luglio scorso. Sotto il patrocinio dell’ambasciatore dell’Italia presso l’Unesco, Francesco Caruso, contiamo di presentare presto la mostra Atlantikà nell’ambito internazionale, presentando anche il libro di Frau con un dibattito di storici, archeologi, geologi e specialisti del patrimonio». Qui, come lei saprà, il libro di Frau ha incontrato molto favore nel mondo accademico ma fredda ostilità negli ambienti archeologici governativi... «Una cosa sia chiara: questo libro ormai non è più sardo né italiano. Adesso è sul piano superiore della ricerca e della cultura universali. Il problema non riguarda le polemiche in Sardegna, ora abbiamo qualcosa di livello ben più alto. Alla luce di questo libro possiamo andare avanti. Dopo questo libro non è più possibile tornare indietro». Come si definisce l’importanza della Sardegna nei due millenni prima dell’avvento di Cristo? «Uno dei meriti di questo libro di Frau è appunto l’avere evidenziato la specificità della Sardegna come fenomeno unico, la civiltà nuragica come punto importante della geografia antica e della visione greca del mondo di allora. Voglio dire: non solo della geografia (che è una tecnica), ma della visione del mondo. Platone non era un tecnico della geografia, ma aveva una visione del mondo. Anche i miti sono importanti per la cultura, e ora una parte centrale della cultura del mondo classico va letta alla luce della ricerca di Sergio Frau. È un’eredità che si riversa sui maghrebini, che con la Sardegna hanno un passato comune. Infatti il ruolo della Sardegna come isola importante della geografia e della mitografia (Colonne d’Ercole) abbraccia anche il Nord e il Sud. Quel Nord e quel Sud che adesso hanno bisogno di legarsi per la pace fra i popoli». Qui l’analisi diventa politica. «Io non faccio il politico, ma intendo dire che abbiamo bisogno della base culturale, delle radici vecchie e importanti che possono legare i popoli. Finalmente possiamo dire che la diversità culturale della Sardegna ha prove sicure e che quindi la Sardegna ha una base culturale politica. L’isola, che era una cerniera allora, oggi può riprendersi quel ruolo nei collegamenti economici, tenendo conto dei paesi del Maghreb così vicini all’Europa: assai più vicini dei mercati che sembrano espandersi verso Est. L’Italia in questo ha una posizione economico-politica centrale e può assicurare rapporti e legami solidi e duraturi. Nessuno come l’Italia, per il suo passato storico e per ragioni geografiche, può assicurare la pace nel Mediterraneo e quindi nel mondo. E in questa visione del possibile futuro la Sardegna ha una parte politica importante, magari determinante per la spinta che può imporre». Insomma, la fatica del giornalista Frau si apre a sogni ambiziosi... «L’importanza della civiltà nuragica è un paesaggio culturale che va letto passo dopo passo, che non va sprecato e che consente anche di sognare. A quel passato ancora in gran parte misterioso bisogna dare un futuro scientifico, storico, culturale, politico e anche emozionale. Anche per questo dobbiamo fare di tutto per la salvaguardia dello spirito della civiltà sarda e della diversità culturale dell’isola-mito».

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    00 8/4/2007 7:43 PM
    Parole in mostra. Interventi di Andrea Sechi, Emanuele Corona, Efisio Serrenti, Mario Tozzi, Attilio Mastino





    Andrea Sechi (Vicepresidente della Sogaer, il Padrone di Casa di una “Casa” davvero ospitale): «Noi teniamo moltissimo come società dell’aeroporto a creare un collegamento tra l’aeroporto e il mondo che ci circonda. Riteniamo che l’aeroporto sia un punto di arrivo per chi arriva, ma anche un punto di partenza per tutte le iniziative e le attività che in qualche modo mettono l’aeroporto un po’ al centro di questa organizzazione che un po’ è collegarsi con la gente col nostro territorio. Ieri sera ho avuto il piacere di conoscere Sergio Frau e tutti gli altri e quello che mi ha davvero colpito è stata la volontà e l’entusiamo di partire veramente dalla nostra città - e quindi anche dall’aeroporto - per lanciare un messaggio forte: un segnale di una cultura che sia una cultura di approfondimento, di conoscere le nostre radici, quelle della nostra gente. Un aeroporto nuovo, giovane adesso - come può essere questo, quindi, costruito architettonicamente anche secondo le nuove procedure che lo mettono bene al passo con i tempi - vuole anche essere un modo per contribuire allo sviluppo e alla continuazione di quel discorso culturale che - diciamocelo - noi, anche come società, cerchiamo di fare mettendo a disposizione non solamente i locali, che sarebbe una cosa fin troppo semplice, ma anche l’attività del nostro personale e soprattutto il nostro entusiamo. Quindi ringrazio tutti, un augurio di buon lavoro, io do la parola al presidente Serrenti e poi naturalmente a tutti gli altri che man mano interverranno».

    Emanuele Corona (Rotary club di Quartu): «... Io non voglio entrare nel merito scientifico se le idee di Sergio Frau siano quelle vere o non quelle vere... Io, però, ho visto che ha avuto la recensione in una grossa rivista internazionale francese che al suo libro ha dedicato molte pagine di interventi: è un fatto culturalmente molto importante per la Sardegna. Sia per quegli aspetti che può creare un problema del genere, ma soprattutto perché mette movimento - in un ambiente statico, culturale - tra cose così assodate delle cosiddette accademie che poi non si possono mai dubitare. Mentre invece, qualche volta, anche dal dubbio possono nascere certamente delle nuove ricerche. E, certamente, un arricchimento culturale...».

    Efisio Serrenti (Presidente del Consiglio Regionale): «Mesi fa Frau venne da me per parlarmi del suo lavoro, della sua ricerca, trascorremmo un’oretta insieme. Mi ha raccontato in maniera affascinante la sua idea, il suo lavoro, mi ha presentato il suo libro. Essendo io un appassionato delle cose della Sardegna e anche un convinto sostenitore che la Sardegna ha molto, ma molto di più di quello che finora ha dato, da dare al mondo, anche in termini di miti, di storie, di cultura... La Sardegna è una delle terre più antiche del mondo: una delle prime terre emerse nel mondo. Quindi ha una sua lunghissima storia che conosciamo solamente in parte. Conosciamo, purtroppo, poco anche la storia recente. Ad esempio del Medioevo sappiamo davvero pochissimo: non abbiamo ancora trovato quelle testimonianze che stiamo cercando, ma che prima o poi salteranno fuori. Per tornare a ciò che dicevo, io sono convinto che la Sardegna, in termini culturali, può offrire la sua storia. E si tratta di un elemento fortemente accattivante non solo per i sardi studiosi ma anche per chi ci viene in Sardegna. Se noi “utilizziamo” anche il libro di Frau - ... non sono in grado di valutare le fondamenta scientifiche di questa ricerca; non entro nel merito di questo discorso... - ma già solo come mito da proporre, be’ è un mito davvero affascinante. Di per sé questa è una storia che pone la Sardegna nelle condizioni di offrire qualcosa su cui fantasticare a chiunque arrivi in Sardegna. La nostra non è una terra come tutte le altre: non solo perché è un’isola, perché viviamo in questo clima, perché abbiamo questo mare particolare. Lo è soprattutto perché ci abita questo popolo e perché la Sardegna è stata in tutti questi anni il crocevia della storia di tutte le civiltà che nel Mediterraneo si sono sviluppate. Se è vero che le Colonne d’Ercole non sono dove abbiamo sempre pensato che fossero, ma erano invece situate da tutt’altra parte e che quindi la Sardegna fosse in realtà Atlantide, bene! Si apre un capitolo - io credo, interessantissimo - da studiare per chi deve studiare, ma anche da stimolare nuove fantasie, nuove ipotesi di riconsiderazione culturale storica di questa terra, che senz’altro promette grandi cose. Sono del parere che noi dobbiamo guardare al nostro futuro, naturalmente producendo tutto quello che serve nel mondo dell’agricoltura, dell’industria ecc.. Ma, soprattutto, noi dobbiamo proporre e vendere la nostra cultura. Ecco: questo è un prodotto sul quale nessuno può entrare in competizione con noi, ce l’abbiamo solo noi. E se poi è anche vero che Atlantide era questa nostra, be’ noi abbiamo trovato un prodotto da “vendere” - mi perdoni Frau se uso questo termine, ma io mi occupo di politica - sul quale gli altri non possono certo farci concorrenza. Per concludere io voglio ringraziare davvero Sergio Frau per aver fatto questo lavoro. Io, come Presidente del Consiglio regionale, non ho fatto altro che raccogliere il suo entusiasmo: sostenerlo, perché questo libro non fosse solo venduto nelle librerie, ma fosse anche un’idea da mostrare».

    Mario Tozzi (geologo Cnr): «Tutti coloro che sono qui, sono testimoni di una rivoluzione - quanto piccola o quanto grande, poi lo vedremo - che porterà, poi, alla fine, a dover necessariamente riscrivere i libri di scuola. I testi che abbiamo usato sulla storia e la geografia di un tempo, sono frutto di una nostra interpretazione delle cose che vedevamo in giro per il Mediterraneo. Voglio dire di noi uomini. E questa interpretazione era tutta, sempre, focalizzata sul mondo greco come è anche giusto che sia: perché è depositario del nostro mitico passato collettivo. Noi abbiamo imparato la storia così: c’erano gli Uomini Primitivi (qualcuno può azzardare un Neolitico e un Paleolitico...); poi ci sono state le Civiltà Orientali (di cui ricordiamo a stento gli Assiri e i Babilonesi); e poi ci sono stati gli Egiziani, e siamo passati ai Greci. Sì, certo, c’è stata qualche altra cosa in mezzo... i Fenici, e poi ci sono stati i Romani... Così l’abbiamo imparata... Ho proprio l’impressione che dobbiamo riscriverla daccapo, almeno una certa parte, per restituire importanza a un buco, a un posto che avevamo lasciato vuoto e che avevamo pensato di riempire con quanto usciva fuori dalle altre parti. Questa lacuna, questa mancanza di informazione, questa ricostruzione storica lacunosa era in realtà occupata da un paese, da un posto, da un popolo. E questo era il Popolo dei Sardi: era la Sardegna, che non è stata mai illuminata dalla storia se non per quello che riguarda i nuraghi - come mi dicono di chiamarli anche se a me piacerebbe di più “nuraghes” - e basta... Invece quello spazio che le è stato sottratto, quell’importanza che è stata data ai Greci, quello che è stato costruito attorno non era corretto in realtà. Se l’ipotesi di Sergio - e anzi, ormai, la sua teoria, che trova sempre maggiori conferme nel mondo archeologico come in quello geologico o in altri campi - si affermerà definitivamente, bisogna proprio riscriverli quei libri. E quando li riscriveremo, dovremo vedere che, tra gli Egiziani e i Greci, c’erano i Sardi. E che, forse, pure gli Etruschi erano Sardi. E che, dunque, da questo punto di vista voi siete coloro che discendono da avi che avevano cambiato la storia, e che poi, invece, ne sono stati dimenticati. Dimenticati per una causa geologica. Lì è intervenuto il mio piccolo lavoro sul campo di verifica delle ipotesi di Sergio: e cioè per questa (forse contemporanea) azione di una grande ondata di marea, di un maremoto molto potente, molto forte, e magari di crisi sismiche (le chiamano “tempeste sismiche”), reiterate, che attorno al 1200 a.C. hanno cambiato il volto di questa terra. Per cui, poi, i Sardi sono diventati coloro che si arroccavano, coloro che avevano paura del mare, che non lo amavano affatto... (Immaginatevi un po’ se in un’isola ci può essere gente che non è avvezza all’uso del mare...). Dimenticati poi per una causa geologica. E riscoperti solo per i nuraghi... Quando ho letto il libro di Sergio il primo dubbio che mi veniva è che non si conoscevano al mondo maremoti con onde tanto alte. Insomma per darvi un’idea: i maremoti più potenti conosciuti arrivavano al massimo a 20/25 m di onda. Oddio, è sempre un’onda possente dell’altezza di un palazzo che ti arriva con forza su una costa... Il termine tsunami con il quale si descrivono questi maremoti rende bene l’idea di quello che fa: significa “onda nel porto” perché faceva i danni maggiori nel porto; per esempio il terremoto di Messina nel 1908 ha sviluppato un maremoto di una dozzina di metri e ha fatto danni molto consistenti. Però, perché un maremoto arrivi in Sardegna - una terra ritenuta sempre tranquilla dal punto di vista sismico e anche vulcanico attualmente, e da giù, da qui o da qualche altra parte delle sue coste arrivi ad abbattere una reggia nuragica come quella di Barumini - ebbene 20/25 metri d’onda, non bastano. Proprio in questi ultimi anni, però, sono venute fuori testimonianze da tante parti del mondo in cui si sono conosciuti maremoti alti - e io stesso sono rimasto strabiliato a vederlo documentato - anche 500 metri. Se arriva una montagna d’acqua come quella - e i casi sono ormai testimoniati in Alaska, in Canada, e alle isole Canarie - significa che per esempio un maremoto del genere ricostruito alle isole Canarie arriva in Florida (quindi dall’altra parte dell’Atlantico) ancora con 50 metri d’onda. Sono mostri. Sono mostri che generano incubi. Perché per prima cosa ti abbattono: hanno cioè la forza di arrivare da qui, da Cagliari, fino a Barumini. Un megatsunami così ha la forza di abbattere tutto quello che trova per strada e ha la forza di lasciare, una volta che si ritira, la palude, il disastro, il fango... Lascia fango a terra, lascia fango nei porti, li rende inutilizzabili, sconcerta le persone, gli fa insorgere una paura indelebile del mare, perché in quel caso è il mare quello che porta il disastro. Si è spesso discusso della presenza dei porti nuragici. Addirittura a un certo punto venivano negati: i Sardi abitavano tutti dentro la Sardegna, nessuno si muoveva per mare, quindi non facevano nemmeno i porti... Forse, in realtà, invece erano stati davvero seppelliti dal fango, da quel fango che poi si vede bene in mostra nelle straordinarie immagini di Barumini nel 1938, prima di essere riesumato... Ed è quello un fango che da qualche parte deve pur venire. Questa è stata la prima idea-forza geologica che mi ha interessato... È, dunque, possibile che avvengano disastri di questo tipo... Chiamarli disastri in realtà... Quella è l’evoluzione naturale della terra: la terra è fatta così, di terremoti, di vulcani, di eruzioni ... Non è che sono disastrosi in sé: siamo noi a metterci in posti dove è pericoloso stare. Il secondo contributo nostro - come geologi - è nel vedere (nella descrizione di Platone che Sergio riporta nel libro) che si parlava di questa isola ricca di metalli: si narrava del fatto che ci fosse argento, al tempo ritenuto più prezioso dell’oro. Effettivamente la Sardegna è stata il distretto minerario più importante d’Europa anche in tempi moderni, più importante del bacino della Ruhr che è pure quello che noi ricordiamo in Europa per il carbone. E tutti la conoscevano, la presenza di questi minerali in Sardegna: fin dalla notte dei tempi già si scavavano miniere che erano dei semplici buchi in pratica, che si vedono ancora oggi, basta andarsi a fare un giro nel parco geominerario di Montevecchio per scoprirli: sono dei forni, delle spaccature da cui già si cavava un minerale di piombo che era ricchissimo d’argento. Ancora oggi se prendete qualcuna di quelle galene si vede bene come abbia una lucentezza diversa dall’opacità del piombo. Dunque era davvero l’Isola dell’Argento. La geologia ci conferma che la Sardegna da questo punto di vista era straordinariamente ricca e ci offre un panorama molto prossimo alle idee di Frau. E in più anzi spero che ci renderemo presto protagonisti di una campagna geologica nuova in Sardegna, nel Campidano, che permetta di verificare ancora meglio l’ipotesi di Sergio scavando, facendo dei sondaggi, dei pozzi che ci facciano vedere se in profondità si ritrova la traccia di questa grande marea di fango che a un certo punto ha investito l’isola. Io, proprio come geologo, ho trovato molto suggestiva l’ipotesi e vi ho trovato dei punti fermi. Ho sempre bisogno di rocce, di pietre, se no non è che mi convinco facilmente: lo devo vedere il fango, analizzarlo. Devo vedere queste cose e devo vedere se sono possibili. E queste cose, qui, le abbiamo viste, sul terreno, insieme. Del resto è una ricerca che potrà ancora andare avanti ed essere ancora fruttuosa. Ma la cosa, però, più bella è pensare che mettendo insieme cose molto diverse, l’archeologia soprattutto naturalmente, ma anche l’indagine linguistica, l’indagine del paesaggio, la geologia, le fonti storiche ovviamente, la rilettura dei testi platonici, la filosofia... mettendo insieme tutte queste cose un signore - che non c’entra niente in particolare con nessuna di queste perché, poi, lui fa il giornalista - che non proviene dal mondo accademico del quale invece facciamo parte noi, abbia rivalutato quello che è il ruolo dell’outsider, cioè di colui che da fuori dà un punto di vista diverso a una cosa che tu avevi sotto gli occhi da sempre: l’Isola di Atlante non era sparita sott’acqua, era stata schiaffeggiata dall’acqua, ma stava ancora lì. Questo ruolo dall’esterno - dell’outsider, appunto - nei processi di conoscenza scientifica è molto importante. Noi potremmo immaginare che la conoscenza funzioni così: uno prende una notizia un’informazione, poi ce n’è un altro, un dato su un dato, un dato su un dato e - piano piano - costruiamo una montagna di dati. E, quindi, abbiamo accumulato conoscenza. Questo è vero, ma non è il progresso della scienza questo: il progresso della scienza procede per rivoluzioni, per cambiamenti immediati di paradigma, come si dice. Faccio un esempio: per la terra si è pensato per tanto tempo che fosse un pianeta fermo, statico, tutti i continenti fissi lì dove stanno... Raccoglievamo dati in tutto il mondo ma nessuno riusciva a cambiare idea fino a che qualcuno, che non era un geologo, ha pensato e ha mostrato che i continenti si muovevano, c’era una deriva. Di nuovo un outsider che cambia le idee. E così, pure, in questo senso non basta raccogliere dati dappertutto bisogna tenerli insieme e rivoluzionare le conoscenze: solo così progredisce il nostro sapere. Per quel piccolissimo tratto di strada che abbiamo fatto insieme, io gliene sarò sempre grato: perché è stata - ed è - un’avventura della conoscenza molto stimolante e lo ripeto quando i nostri nipoti studieranno sui libri di scuola molto probabilmente quella storia sarà riscritta».

    Attilio Mastino (Antichista, Prorettore dell’Università di Sassari): « Io sono felice di essere stamattina qua, di portare il saluto dell’Università di Sassari e - se Sergio Frau mi consente - anche di quegli archeologi che, in Sardegna soprattutto, hanno brontolato per la novità rappresentata da questo libro: un libro coraggioso che dimostra passione, che è anche una sfida per coloro che si sono misurati in passato su questi argomenti. Un libro prezioso però, perché rivaluta anche molte notizie delle fonti letterarie. Io volevo dare semplicemente uno spunto nuovo stamattina, e poi dare una buona notizia. Prima lo spunto. Se c’è una costante nella raffigurazione della Sardegna nel mondo classico è quella di un’isola inserita in un mito, il mito di Eracle il conquistatore dell’Occidente. La Sardegna è un’isola felice che, per grandezza e per prosperità, eguaglia le isole più celebri del Mediterraneo. In quella che per Erodoto era l’isola più grande del mondo nesos meghiste, le pianure erano bellissime, i terreni erano fertili, mancavano i serpenti e i lupi, non si trovavano in Sardegna erbe velenose tranne un’unica erba quella che produce il riso sardonio. La Sardegna è per gli autori antichi un’isola dell’Estremo Occidente, idealizzata a causa della leggendaria lontananza: oltre il finis terrae, collocata al di fuori della dimensione del tempo storico, ricca di monumenti straordinari - i nuraghi - frutto dell’antica civiltà nuragica, e insieme anche l’Isola dei Beati. La Sardegna è stata in passato eudaimon kai panphoros, così si esprime lo pseudo Aristotele, dunque “prospera e dispensatrice di ogni prodotto” ai tempi di Eracle, ai tempi di Aristeo, ai tempi di Iolao, ai tempi di Norace, ai tempi degli Iliesi. Le leggende greche di fondazione immaginano - e questa è la novità, mi sembra di poter dire, sulla quale anche il collega Raimondo Zucca sta lavorando - per la Sardegna un originario regno affidato a Forco, un regno di Sardegna e di Corsica. Forco era il figlio di Ponto e di Gea, secondo un’altra versione figlio dell’Oceano - notate il riferimento all’Oceano, riprenderemo il riferimento all’Atlantico - figlio di Oceano e di Teti, egli era sposo di Cheto, era il padre delle Gòrgoni dell’Estremo Occidente: Medusa, Strenno, Euriale. Ed era anche il padre delle Focidi divinità e mostri marini, ma anche padre delle Sirene, il padre di Echidna, il padre delle Esperidi... Tutte leggendarie figlie di Forco il cui carattere “atlantico” appare indubitabile, con riferimento all’Oceano conosciuto dai Greci. Secondo Servio, che commentava il V libro dell’Eneide e riprendeva Varrone - ma probabilmente (Zucca sta scrivendo un articolo proprio su questo argomento), probabilmente usa delle fonti molto più antiche - «Rex fuit Forcus Corsicae et Sardiniae qui cum ab Atlante rege navali certamine cum magna exercitus parte fuisset victus et obrutus finxerunt soci eius eum in deum marinum esse conversum» -. Quindi: «Re della Corsica e della Sardegna è stato una volta Forco, il quale - dopo essere stato annientato in una battaglia navale e poi mandato in rovina da Atlante con gran parte del suo esercito - viene ricordato dai suoi compagni come trasformato in una divinità marina». Dunque la dimensione atlantidea della Sardegna, che dobbiamo a una intuizione fortunata di Sergio Frau, trova un preciso riscontro nelle fonti più antiche. In particolare mi sembra che è possibile ricostruire alcuni aspetti del mito collegato alla Sardegna che ci riportano all’Estremo Occidente. Le divinità originarie della Sardegna e della Corsica sono dunque atlantiche, anche se l’Atlantide del V secolo a.C., l’Atlantide di Platone, potrebbe essere qualcosa di diverso rispetto all’Atlantide dei miti più antichi collocata al di là delle Colonne. L’altro aspetto sul quale mi sembra possiamo convenire - e su questo mi sembra che gli studiosi ormai hanno assunto una posizione unitaria - è quello della collocazione geografica delle Colonne, che dovevano essere in origine più a Oriente dello Stretto di Gibilterra. Come del resto più a Oriente dell’Atlantico era il Giardino delle Esperidi, sul lago Tritone, oggi lo Chott el- Cherid in Tunisia, che più tardi è stato per i miti classici collocato a Lixos, sul fiume Lukos, in Marocco, sull’Atlantico, laddove si svolgono proprio in queste settimane degli scavi dell’Università di Sassari guidati da Raimondo Zucca. Ma l’originaria collocazione del Giardino delle Esperidi non era sull’Atlantico. Dunque - accanto alle novità rappresentate dall’intuizione di Sergio Frau - c’è anche un’esigenza: quella di una storicizzazione, di un inquadramento della collocazione delle Colonne in una fase arcaica della elaborazione del mito. Se i toponimi (e i miti a essi connessi viaggiano nello spazio e nel tempo), ovviamente a me sembra che forse riflettono oggi, ancora oggi, una traccia degli originari orizzonti della marineria greca. Questi temi hanno aperto una vivace discussione tra gli studiosi e il contributo di Sergio Frau ha trovato di recente un riconoscimento prezioso sulla rivista dell’Unesco Diogène e in una serie di recenti interventi di studiosi a livello internazionale e nazionale: voglio citare soltanto Carandini, Braccesi, Amadasi Guzzo, Canfora, Sergio Ribichini, Raimondo Zucca che concordano almeno sulla originaria collocazione delle Colonne più a Oriente dello Stretto di Gibilterra. E ora la buona notizia. Io ho ricevuto ieri sera una telefonata per conto del vicedirettore della Sezione Cultura dell’Unesco, Mounir Bouchenaki, da Parigi: era impossibilitato a telefonare lui stesso perché si trovava a Shangai per il Comitato Internazionale sui siti del patrimonio mondiale, ha fatto chiamare da un collega tunisino che lavora all’Unesco, il professor Azedine Beschauch, che ha ricevuto recentemente la laurea ad honorem presso l’Università di Sassari. Sono stato incaricato di riferire che l’Unesco comunica che aderisce alla mostra, che offre il suo patrocinio, offre un appoggio convinto al progetto di ricerca che oggi presentiamo e apre la sede dell’Unesco di Parigi a questa esposizione che potrebbe essere ospitata lì tra ottobre e dicembre prossimi. L’Unesco sosterrà alcune iniziative in Sardegna e, in particolare, il progetto della provincia di Nuoro sul pastoralismo sul quale si chiede il coinvolgimento delle Università di Cagliari e di Sassari».
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    centrosardegna
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    Master User
    00 8/4/2007 7:44 PM
    Zigzagando la Sardegna. Un’avventura insolita...






    Ci voleva la spinta forte di Sergio per farmi decidere a raccontare, qui e ora, questa nostra avventura sulla quale mi riservavo di intervenire, con calma, appena sedimentati gli innumerevoli spunti di analisi che continuamente stimola. Ma riflettendoci, è giusto e opportuno che in questo catalogo la mia presenza sia una testimonianza più coinvolta della semplice firma in calce. D’altronde la mostra è nostra: di Sergio e mia. Nostra... Anche se il cuore dell’opera è tutto suo, e il mio ruolo avrebbe potuto rimanere quello di coordinatore e aiutoregista al servizio di una magnifica sceneggiatura. Invece si è da subito trasformato in qualcosa di più, nel modo che racconterò più avanti, parlando di questa bella storia ancora tutta da sviluppare. Infatti di vera avventura si tratta, che da subito si è evoluta da semplice rapporto professionale a un’amicizia dalle mille sfumature e di forte coinvolgimento intellettuale e personale e che sul piano più generale ha smosso convinzioni e esperienze date per scontate. Ma - come si dice nei migliori e peggiori racconti di letteratura popolare - occorre fare un passo indietro, non prima però di aver ringraziato gli amici artefici dell’incontro che ha dato il via a tutto questo: Clara Murtas e Marco Veloce che con intuito e lungimiranza hanno da subito indovinato le potenzialità e la positività della connessione tra due modi affini e complementari di visione e operatività. Quando su suggerimento di Clara nella primavera del 2002 Sergio Frau mi ha contattato la prima volta in quanto distributore per la Sardegna, mia attività principale accanto a quella di organizzatore di eventi culturali e di editore, accennandomi con mille prudenze e grande riservatezza, dovuta all’accordo con “La Repubblica” per l’anteprima, di una ricerca che aveva appena terminato (e che la Nur Neon - una casetta editrice di Roma nata apposta per tener segreto il tutto - l’avrebbe pubblicata), lo conoscevo, lo seguivo e lo stimavo. E anche se più volte mi ero detto che il suo lavoro - in cui irrompeva sempre più spesso una Sardegna antica mai prima letta così, con quelle aperture di squarci inediti e affascinanti e con quella partecipazione che tracimava nella sua scrittura ricca e articolata - avrebbe dovuto produrre qualcosa di più approfondito di articoli che stuzzicavano sì l’appetito, ma lasciavano il disagio di una degustazione interrotta appena si arriva alle leccornie migliori, non pensavo affatto alla possibilità di avere tra le mani un suo libro da “lavorare”, anche se in questo mestiere ricco di occasioni e sorprese mi sono convinto che quasi tutto è possibile. E a volte succede davvero... Infatti all’interno di quel rimanente 10% di libri che fortunatamente reggono in piedi questo valore aggiunto al mestiere editoriale è rarissimo (e a volte non capita proprio mai) in un’intera carriera di incappare in qualcosa di veramente speciale che travolga tutte le convenzioni e i meccanismi tecnici che normalmente si danno per scontati, le convinzioni più profonde, maturate nel mio caso in 26 anni di attività. Insomma: qualcosa che faccia saltare tutti i parametri sui quali un buon operatore editoriale fonda la sua professionalità. Ebbene: nel caso de “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta” di Sergio Frau questo invece è successo. Con enorme piacere mi sono trovato tra le mani quello che per noi del mestiere è l’equivalente del ritrovamento del Graal per gli esoterici. Nelle successive telefonate scoprivo che grande affabulatore è Sergio. E la forza della sua idea che racconta di questa Sardegna antica ma nuova, potente ma tragica... E poi, finalmente, mi è arrivata una copia pilota del libro e ho cominciato immediatamente a leggerlo (anche perché Sergio, tra le sue caratteristiche, ha quella di essere estremamente insistente e convincente quando ha a che fare con qualcuno sulla cui opinione e collaborazione conta particolarmente). Per cui è stata una lettura anche questa diversa dal solito con il piacevole immergersi nell’affascinante testo e, contemporaneamente, discuterlo - capitolo per capitolo - con l’autore. Ed è finita come non poteva finire altrimenti: con me invischiato completamente. Altri, tantissimi ormai, hanno scritto, preso posizione, recensito e dibattuto con autorevolezza sul contenuto del libro: accademici, giornalisti, specialisti della materia, come documenta la rassegna stampa che vedo crescere costantemente da due anni - mese dopo mese - le fotocopie di articoli e saggi che si accumulano con una stupefacente regolarità. E tutte parlano dell’importanza del libro, della giustezza della teoria, di questa nuova visione del mondo antico e della geopolitica del Mediterraneo che molto spiega e fa giustizia di rimozioni e lacune nella mappa teorica che finora ci ha spiegato com’era quel mondo. Non a caso nel recente sondaggio che la trasmissione radiofonica cult per gli amanti dei libri e dell’approfondimento culturale “Fahrenheit” ha svolto tra i suoi ascoltatori per stabilire i libri da loro ritenuti più importanti per capire il mondo mediterraneo, accanto a quello fondamentale di Braudel e a pochissimi altri titoli, è comparso “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”. Per questo non entrerò nello specifico del testo rimandando ai giudizi in catalogo e alla rassegna stampa presente in mostra. Parlerò, piuttosto, di cosa questo libro ha prodotto e sta producendo, con un effetto quasi magico, come se fosse un singolare vaso di Pandora dal quale erompono entusiasmi, ricerche, spunti dei quali si intuiscono le enormi potenzialità. E parlerò della Sardegna e della gente sarda che ha adottato, coccolato e fatto crescere questo libro come una cosa finalmente importante che li ha rimessi in gioco. Torniamo al racconto per esaurire la parte dedicata al fenomeno editoriale, al caso da manuale che, da subito, questo libro è diventato. E che verrà analizzato a lungo: sicuramente - ci scommetto - verrà avviata qualche tesi di laurea in economia o marketing o sociologia o analoga disciplina che, prima o poi, si occuperà di studiare i numeri che velocemente riporterò perché - come ho detto nell’incipit a questo pezzo - è ancora materia tutta in divenire questa, sulla quale occorrono ancora dati fermi. Però alcune cose si possono e si debbono dire altrimenti si rischia di non capire appieno la portata del fenomeno. Stavo ancora finendo il libro che abbiamo cominciato a parlare della sua promozione e distribuzione. (Anche qui è necessaria una piccola digressione per capire un’ulteriore anomalia: normalmente qualsiasi autore farebbe carte false per approdare nel mercato editoriale dalla porta principale, la più lussuosa e sotto i riflettori, spinto e appoggiato da quelle macchine da guerra mediatica che sono diventati i pochi colossi dell’editoria italiana; ho sentito tantissimi aneddoti, qualcuno anche vissuto di persona, che danno la misura di come non ci siano limiti per cercare di ottenere questo risultato, figuriamoci un professionista della scrittura, firma autorevole delle pagine culturali di Repubblica, che secondo logica di convenienza, opportunità e diritto di fama potrebbe facilmente, come gran parte dei suoi colleghi di pari autorevolezza, pubblicare senza fatica e compromessi con questi big editoriali e che, invece, sceglie di uscire con una casa editrice esordiente al suo primo titolo, rinunciando all’appoggio della massa critica di manager, uffici commerciali, uffici stampa, strutture distributive, pubblicità che ormai impongono, fanno e disfano a loro piacimento il successo di un titolo, e invece sceglie di gestirsi da solo tutto quello che in termini di comunicazione e di visibilità è indispensabile e giusto e serio, per non fare naufragare un libro nel mare magnum dell’editoria italiana che - ricordiamocelo - sforna più di 20000 novità all’anno delle quali solo una percentuale minima arriva ad un numero decente di lettori). Quindi una prima anomalia spiazzante da cui discendeva il problema di affrontare il mercato con l’handicap, sì, delle piccolissime dimensioni, ma anche col vantaggio della rapidità, libertà e maneggevolezza del vascello corsaro rispetto alle grandi corazzate. Abbiamo perciò parlato con attenzione di tiratura e per quanto mi riguardava direttamente del possibile assorbimento nel mercato della Sardegna, ho ipotizzato come primo obiettivo importante e realistico una cifra intorno alle 1000 copie in prima uscita, convinto com’ero che la qualità del libro e l’impatto dell’argomento avrebbero portato nel tempo ad un risultato che poteva in maniera iperottimistica e un po’ azzardata, credevo, arrivare persino a un risultato di 3000 copie che, comunque, secondo gli standard e l’esperienza sarebbe stato qualcosa di notevole. Alcuni dati per capire i parametri: stiamo parlando di un saggio di 672 pagine, magnificamente scritto ma difficilmente incasellabile, a cavallo tra archeologia, mitologia, storia delle idee, cartografia, zeppo di fonti antiche, nomi, personaggi. Insomma una lettura assai impegnativa, corposa e difficile (in un mondo dove gli editors delle case editrici raccomandano agli autori di sfornare libri di massimo 200 pagine, sintetici, con meno dati e apparati possibile: “I lettori rifiutano di perdere tempo... E aborriscono le cose difficili...”), dal conseguente costo di 30 euro. Quindi in quella fascia di prezzo medio-alta dove si verifica il crollo più pesante delle vendite in un settore perennemente in crisi. Apparentemente, dunque, un tipico saggio da mercato universitario o per la fascia più elitaria di fortissimi lettori, parametri che sostanzialmente portano a decidere tirature nazionali che oscillano dalle 1000 alle 5000 copie (con aspettative di vendita che vanno dalle 500 copie del testo universitario alle 3/4000 del risultato più lusinghiero). Applicando matematicamente l’indice di assorbimento standard del 2% della Sardegna rispetto al resto del territorio nazionale il risultato del libro sarebbe dovuto essere quindi di un centinaio di copie. Sapendo però che la Sardegna è un’isola felice (altro indizio di una specificità unica come tante altre rintracciate da Sergio Frau nel suo lavoro?), per quanto riguarda la sua editoria regionale rivela un vivacissimo fermento di case editrici, autori, titoli, buone vendite e lettori forti, attenti, appassionati che permettono risultati eccellenti e giustificavano la mia ottimistica previsione di risultato regionale. Appena iniziata la distribuzione tutto si è messo in moto all’improvviso, a sorpresa, come in quelle gags da commedia televisiva quando inaspettatamente si mettono a girare gli indicatori numerici di un tassametro o analogo aggeggio, sempre più vorticosamente, accumulando numeri davanti ad uno stupefatto utente. Era partito il passaparola: vero motore del successo di un libro. La Stampa nazionale - all’inizio con le anteprime di Repubblica, poi con la raffica di autorevoli recensioni in importanti giornali, dopo ancora i servizi televisivi in reti nazionali e locali, la stampa sarda che ha immediatamente capito l’importanza del lavoro e gli ha dato il giusto spazio, e le copie vendute in Sardegna da 1000 sono diventate 2000 e poi 3000 per arrivare nel giro di 5 mesi a 5000. Un bestseller di eccezionale portata, qui da noi: come dire, applicando la formula del 2%, 250000 copie nazionali. Poi, normalmente, il fenomeno del bestseller si assesta per imboccare il lato calante della curva commerciale. Solo in qualche fortunato caso - considerando che, ormai, le rilevazioni statistiche attestano che la vita media di un libro sui banchi delle librerie è ridotta a circa due/tre mesi - continua un costante venduto che permette di assegnare a quel titolo la “medaglia di longseller”. Ma non l’avevo mai visto un longseller che - arrivato alle 8000 copie a fine del 2002 - poi continua con lo stesso ritmo per tutto il 2003 e ancora nei primi sei mesi del 2004. Insomma una galoppata ininterrotta di 2 anni. Quindi non sono solo i Bruno Vespa, le barzellette di Totti o - nei casi migliori - un buon romanzo di Stephen King a dominare l’olimpo dei lettori, o forse molto dei risultati delle classifiche dei libri più venduti dipende solo da quello che l’industria editoriale ritiene di propinare, ma anche questo è un ulteriore spunto di riflessione che “le Colonne” (come ormai affettuosamente noi del mestiere chiamiamo il libro di Frau) ci regalano. Chiudo questa parte, tutta dati e percentuali, con un’ultima nota stupefacente, una vera sfida alle leggi della natura editoriale, apprezzabile in pieno solo dagli addetti ai lavori, gli unici a conoscere quell’autentica bestia nera di ogni libro che è la resa (e cioè il mesto ritorno dei libri invenduti ai magazzini degli editori). Si spera di solito di restare - nel migliore dei casi - all’interno del fisiologico 30% sulle copie distribuite. E infatti se si arriva intorno al 15% di reso si brinda al successo. Ebbene, nel nostro caso, anche qui per la mia prima volta - a parte poche decine di copie difettose tipograficamente - la percentuale di reso a distanza di 2 anni si aggira sullo 0,001%: praticamente inesistente. Questo dato suggella definitivamente quello che sin dall’inizio ho definito uno “straordinario caso editoriale”. Posso ora passare alla parte più seducente di questa storia. E raccontare della gente di Sardegna e di come ha fatto crescere questo “caso editoriale”... Ho già detto che - senza il passaparola e il misterioso tam tam tra i lettori - nessuna strategia di marketing o campagna di stampa può arrivare a creare un simile risultato. E infatti qualcosa di forte è successo: un impetuoso meccanismo si è messo in moto. Qualcosa di profondo è salito in superficie: per usare categorie della psicanalisi è come se un sentimento rimosso fosse riaffiorato improvvisamente. O come se un velo si fosse alzato permettendo di guardare nel giusto ordine tutti i tasselli di un puzzle millenario fatto di tante tessere meravigliosamente perfette ma oscurate e confusamente affastellate in secoli di storia vissuta in negativo e faticosamente. Secoli dedicati a tentare una ricostruzione della identità di una sardità che non è ancora riuscita a riconciliarsi con l’importanza delle sue origini nonostante tutti gli indizi che lì, sotto gli occhi di tutti, aspettavano di essere ricomposti in una visione unitaria. E questo è tanto più vero in quanto sono stati davvero molti i lettori che hanno dichiarato di aver avuto, nel leggere il libro, la sensazione di avere finalmente rivisto con chiarezza molte cose che più o meno inconsciamente intuivano. In ogni avventura che si rispetti ci deve essere sempre il viaggio. E qui un viaggio c’è stato: e che viaggio! La Sardegna vera percorsa in tutte le sue regioni e la gente di Sardegna con l’entusiasmo di avere finalmente l’occasione di partecipare e dibattere in prima persona temi fino a ieri esclusivo terreno di caccia di elitarie accademie e mentre scrivo mi vengono in mente alcune sequenze del bel lavoro di Gianfranco Cabiddu “Sonos e memoria” quando fa scorrere una lunga carrellata di facce sarde. E rivedo le tante facce della nostra gente memorizzate nelle decine di incontri con i lettori ai quali ho accompagnato Sergio con un piacere personale e partecipazione emotiva ben al di là dell’interesse professionale e ben oltre l’atmosfera alla quale ormai -dopo centinaia di presentazioni di libri, incontri con l’autore, reading e quant’altro mi è capitato di organizzare per mestiere, molti di questi peraltro importanti e gratificanti - ero abituato. Ma questa è stata la prima volta che ho visto una iniziativa solitamente solo di promozione libri, trasformarsi in qualcosa di così coinvolgente tanto da non poter dire di no a nessun invito, anche se già sapevamo che, dal punto di vista dell’incremento delle vendite, non avrebbe portato granché. Se infatti gli incontri con l’autore solitamente servono a vendere qualche copia in più e a gratificare il lettore nel vedere lo scrittore e collezionarne l’autografo, qui la richiesta di incontri con Sergio Frau è stata assolutamente travolgente in termini di quantità e qualità. La gente voleva parlare, confrontarsi, far conoscere ricerche, luoghi, capacità: per questo non si è potuto e voluto dire di no. È stato un godibilissimo atto di ringraziamento dovuto ai tantissimi lettori. Ed allora eccole le migliaia di chilometri macinati per incontrare migliaia di persone, ecco le facce de su populu sardu, la vera gente sarda, tutta trasversalmente incontrata: i vecchi e i giovani, gli studenti e i docenti universitari e medi, le donne di ogni ceto sociale, autodidatti, ricercatori, il manager appassionato di archeologia e il lettore che - qui rubo un gustoso aneddoto a Sergio - gli scrive una lettera di segnalazioni coltissime e conclude che gli chiederà i danni per i guai che hanno combinato le sue pecore mentre leggeva le Colonne d’Ercole... E i sindaci, gente vera, e i tantissimi che conoscono tutte le meraviglie del proprio territorio meglio di qualunque specialista. Senza di loro non avrei mai visto così la meraviglia del monte S. Antonio a Siligo con quelle imponenti rovine che dominano sul Meilogu e in giorni tersi spaziano sino ad Olbia affascinanti quanto le rovine Maya; o quella collina a Sorgono, centro geografico della Sardegna, imbottita di resti non scavati e con molti menhir semiaffioranti dal terreno passando sulla quale ho avvertito la sensazione fortissima di calpestare un luogo di sacralità ancestrale una sorta di luogo sciamanico; o i carnevali finalmente vissuti dietro le quinte insieme ai protagonisti e le feste e i cibi che tutti come sempre offrono ma questa volta con una appassionata voglia di raccontarli. Tutte conferme di una cosa che già sapevo ma non pensavo così capillarmente diffusa e trasversale a ceti sociali e status economico: la competenza, cultura e conoscenza dei Sardi rispetto alla propria storia e tradizione veniva fuori accompagnandoci nei siti, descrivendocene i segreti ancora in gran parte inesplorati, nel presentare ricerche entusiaste, studi, raccolte inedite... Un enorme tesoro di materiale che attende di essere approfondito, connesso in un quadro più complessivo e tutto presentato con la gratitudine di chi vede nel lavoro di Sergio finalmente dispiegata la Sardegna in una grande visione di insieme: come se finalmente questa lettura dell’antico Mediterraneo restituito alle sue vere rotte facesse giustizia di una secolare idea riduttiva e negativa che secoli di frammentazione hanno prodotto. E i comuni, tanti, toccati in questi straordinari incontri. Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro più volte... E poi Alghero, Perfugas, Tempio, Siniscola, Oliena, Sedilo, Ghilarza, Santulussurgiu, Seneghe, Guspini, S. Antioco, Pula, Cabras, Quartucciu... A tanti, purtroppo, si è dovuto dire di no o rimandare perché con tutto l’entusiasmo e il piacere è impossibile - senza una vera grande mobilitazione culturale, scientifica, amministrativa - valorizzare questa enorme potenzialità antropologica e culturale della nostra isola. Ma si tratta solamente di un appuntamento spostato nel tempo. E ora questa “Atlantikà: Sardegna, Isola Mito”, la mostra cresciuta dentro a questo percorso, attuale tappa dell’avventura, nata parallelamente allo svilupparsi del fenomeno “Colonne d’Ercole”, fenomeno che ci ha regalato così tanto materiale che sarebbe stato un grande spreco non farlo sbocciare nel bel risultato sotto gli occhi di tutti. Anche per questa fase mi piace sottolineare che quando si mette in moto un meccanismo di questa portata le occasioni di incontro, arricchimento e sviluppo si creano e incastrano quasi da sole come se una calamita attirasse e connettesse capacità, energie, talenti e potenzialità positive che si tratta di saper cogliere e indirizzare. E, quindi - mentre ancora si discuteva con Sergio di come rendere visibile e fruibile oltre la platea dei lettori e degli addetti ai lavori che pur eccezionalmente numerosi in questo caso sono comunque una fascia limitata delle persone interessate a questi temi, in particolare ragionando di come si può raggiungere quelli che Sardi non sono e in Sardegna arrivano senza sapere in che bella terra, ricca di storia e grande preistoria, ambiente, feste, colori, costumi, sapori e sapienza popolare sono capitati - una mostra ci è sembrata lo sbocco e il medium più adatto. Tanto più che l’idea di mostra che si è andata delineando si è rivelata qualcosa di nuovo e diverso rispetto all’ordinaria progettazione di un’esposizione tradizionale con pezzi archeologici a rischio e bellurie inutili. E anche la collocazione che da subito si è pensata - un luogo aperto e di transito come il porto, la stazione e infine quella dell’aeroporto, per un così insolito e complesso allestimento - ci ha permesso di raggiungere un pubblico il più ampio e trasversale possibile. E originale e innovativa lo è davvero “Atlantikà”. Innanzitutto perché è un cantiere aperto costituito al momento da un grande corpo centrale che evitando un eccesso didascalico presenta - oltre a mappe antiche e modernissime e altri “materiali di lavoro” - una precisa e puntuale documentazione delle tesi di Sergio Frau e contemporaneamente sviluppa una narrazione poetica, scandita da fotogrammi montati in un lungo e lineare racconto che in una progressiva successione di capitoli incastona le immagini della Sardegna più vera e ancora poco conosciuta, scattate dai bravi fotografi Cubeddu, Farris, Garbati, Marras, Ruiu e che contemporaneamente apre squarci di filoni che potranno essere sviluppati e arricchiti dal nuovo materiale che costantemente si addensa. Infatti nei mesi di progettazione e preparazione della mostra sono state tantissime le immagini che abbiamo visionato - migliaia, per sceglierne 120 - selezionando quelle più adatte al nostro copione, scartandone di belle e bellissime perché non strettamente funzionali al montaggio e al discorso mentre il tutto cresceva in corso d’opera con i salti imposti dalla professionalità sulla comunicazione di Sergio: sua l’idea del grande montaggio 8x4, realizzato con Laura Montelli, che apre con un bell’impatto visivo il percorso della mostra. La Nave Nuragica è un bastimento che, per la prima volta, fa vedere anche i bronzi (capolavori di una magnifica statuaria ancestrale spesso trattati nei nostri musei come piccoli personaggi di improbabili presepi da visionare lontani in fredde bacheche che ne appiattiscono gli stupendi particolari) che, invece in mostra son saltati fuori in tutta la loro ricchezza. E anche complessità: grazie alle ricostruzioni dei pannelli di Angela Demontis e alle 22 sagome alte 1,80 metri, sparpagliate nell’aerostazione ad altezza d’uomo, è stato possibile rendere immediatamente percepibile a sguardi contemporanei l’impatto e la maestosità di questo Popolo del Bronzo, in tutta la sua magnificenza. Finalmente si comunica l’emozione di cosa potesse rappresentare agli occhi di un’etnia altra lo sbarco in armi da una nave nuragica in una qualsiasi spiaggia del Mediterraneo antico. E anche l’approdo all’aeroporto Mario Mameli di Cagliari - porta principale di accesso alla Sardegna - è stata una opportunità felice, una perfetta coincidenza magnetica di tempi e esigenze con la Sogaer azienda di gestione di questa bella, moderna, luccicante infrastruttura che intelligentemente si poneva il problema di valorizzarla aprendola ad una fruizione meno frettolosa di quella del passeggero che sgattaiola via appena arrivato o che annoiato ciondola in attesa dell’imbarco e infatti che soddisfazione vestire a festa un classico “non luogo”, prodotto di quella globalizzazione che secondo i sociologi ha ormai uniformato tutti gli spazi del consumo collettivo riducendoli ad un indistinto ripetersi all’infinito delle stesse icone indipendentemente dal territorio in cui si collocano e contribuire così a trasformarlo, questo “non luogo”, in una finestra panoramica che introduce al territorio che lo ospita e ne anticipa agli occhi non dei Sardi, (come dice Sergio Frau nell’introduzione della mostra, che sornioni e caratterialmente riservati queste cose le sanno già o quantomeno le intuiscono ma spesso le sottovalutano e sono estremamente reticenti a raccontarle), ma di tutti quelli che per lavoro o per turismo o per le mille ragioni di un viaggio ancora non sanno in che isola straordinaria stanno transitando. L’obiettivo mi pare sia stato raggiunto come si capisce subito stando in disparte ad osservare le reazioni dei visitatori che virano in tante gradazioni dall’interesse svogliato e frettoloso, allo stupore, e all’entusiasmo. E questa è stata la parte creativa. Ma in tutte le opere conta anche il fare e qui il daffare c’è stato... E tanto, e anche faticoso... Di quella fatica, anche fisica, però, che ti lascia appagato, con un buon sapore in bocca. In tutte le organizzazioni di eventi complessi - dove il nemico è sempre il tempo alleato con gli intoppi accidentali - anche qui rischiavamo di impantanarci nell’inseguire soluzioni approssimative. Invece tutto si è - anche nei momenti più ingarbugliati - dipanato grazie a un impegno fuori dall’ordinario dove tutti quelli che hanno collaborato sono spontaneamente andati molto al di là del dovuto e del pattuito. E le riunioni preparatorie, e le ultime notti tirate fino all’alba, e le rincorse a materiali e soluzioni azzeccate hanno permesso che il meccanismo filasse quasi come un orologio nonostante gli occhi gonfi nostri e di Massimo Faraglia e Paolo Cocco in attesa notturna delle ultime stampe e i grafici Stefano Anedda e Luca Crippa che ci hanno seguito fino all’ultimo in variazioni e aggiunte e Mauro Martinez con la sua Stand Up che ci hanno sfornato il materiale ancora caldo con le macchine al limite della loro capacità. Con tutti - da Ignazio Pinna e Gherardo Gherardini che ci hanno autorevolmente supportato sul fronte del comitato promotore, ad Antonello Concas e tutti gli altri ai quali vanno i doverosi ringraziamenti e che sono citati nell’apposito spazio in questo catalogo - a darci le loro mani d’aiuto. Per chiudere: come in un gigantesco fall-out dopo la dirompente uscita del libro molto di importante è successo, sta succedendo e tutto fa presupporre che ancora siamo nel momento iniziale di un lungo percorso. La notizia (annunciata a sorpresa dal prorettore dell’Università di Sassari Attilio Mastino) della volontà dell’Unesco di allestire la nostra mostra a Parigi, l’invito di portarla a Sofia (l’ex Sardica, ha rispolverato Sergio frugando indietro nei secoli) e tanti altri segnali di interessamento per ospitarla in importanti realtà fuori dalla Sardegna in Italia e Europa, nuove ricerche che stanno nascendo e sorprese ancora più eclatanti che si annunciano, mi convincono che - tra non molto - un nuovo capitolo dovrà essere aggiunto a questo racconto. Intanto, però, godiamocela una stimolante e piacevole full immersion tra le immagini e i materiali di questa nostra bella “Atlantikà/Sardegna”.
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    00 8/4/2007 11:59 PM
    Dietro Atlante e il suo mito il vero dna della Sardegna...



    Per me era l’ennesima gaffe con Sergio: perché il titolo Atlantikà con l’accento sulla a finale? Ma perché si parla di vicende ed altro, quindi di cose, sull’Isola di Atlante: è il plurale dell’aggettivo neutro atlanticon1.



    Non è persona che si possa cogliere facilmente in fallo, almeno dal lato culturale. La sua bonomia impreziosisce ed ammanta di fascino un bagaglio di conoscenze ed esperienze culturali, poliedriche, tutte profonde, perché approfondite con la puntigliosità del curioso insaziabile. Non potevo certo avermene a male e non solo perché aveva ragione ma sopratutto perché le sue correzioni sono spontanee, semplici, piacevoli ed attese. Non ti corregge, ti suggerisce, quasi lo facesse a se stesso nella indomabile ricerca di qualche aspetto non ancora rivelato. Anche indomito si rivela a me che ho avuto modo di conoscerlo da vicino anche se non da molto tempo. L’idea di partecipare, con immagini e didascalie, il suo convincimento presumo l’avesse già prima di scrivere il libro “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”, deve poi averla definita durante la scrittura, ma l’ha concretizzata ora a distanza di qualche anno, dopo aver subito anche attacchi insulsi e scomposti non certo da persone illuminate, ma sopratutto dopo aver avuto il riconoscimento dell’intuizione affinata da parte di studiosi, questi sì illuminati, anche perché consci di non dominare tutto lo scibile ed ansiosi di scoprirne di nuovo. Onestamente non ritengo di poter presentare meglio di lui la mostra che lui ha ideato, la Sogaer ha ospitato presso l’aeroporto Mario Mameli di Cagliari-Elmas, la Presidenza appena trascorsa del Consiglio della Regione Sardegna, nella persona dell’on. Efisio Serrenti, ha sposato da subito con un provvidenziale sostegno economico ed il club Rotary di Quartu S. Elena ha adottato quale indiscutibile ed insuperabile veicolo di cultura e di rivalutazione socio-economica, ma non solo, della nostra Isola. Perché la mostra - che, come il libro, restituisce le primissime Colonne d’Ercole al Canale di Sicilia permettendo di guardare al nostro Mediterraneo occidentale come vero Far West mitico dei Greci più antichi - illustra proprio il vero dna della Sardegna, un dna che proprio per essere tale, rimonta al periodo più formativo, creativo e felice della nostra gente, si è forgiato in quelle esperienze, quelle del suo periodo più glorioso. Quando non c’era necessità di pettinare 2 le spiagge, perché erano belle per natura e nessuno le deturpava o violentava: i valori erano ben altri, a sentire Platone e quanto Sergio Frau dapprima insinua ed oggi rivendica. E ne ha ben donde: la stessa Unesco ne riporta la tesi nella sua rivista di studi filosofici, Diogène, ed ora lo convoca a Parigi perché altri, interessati, curiosi di una sana curiosità, possano addentrarsi in fatti che nessuno sospettava e che scombussola tutti, lo stesso equilibrio del conosciuto, in termini di storia e di geografia. Mario Tozzi lo dice esplicitamente: occorrerà riscrivere la storia e con essa la geografia o meglio a motivo di quest’ultima. E non solo: c’è anche la geologia, quella che pur a scala ben maggiore di quella umana è tale comunque da intervenire nel decorso della storia della nostra specie (e non solo, ovviamente!), con eventi che sono piccoli se rapportati alle sue abitudini ma infinitamente sconvolgenti se riferiti ai nostri eventi. E’ il caso di Pompei e del Vesuvio, di Messina e dell’Etna, di Atlantide-Sardegna e dello schiaffo di Poseidone, delle conseguenze della deriva dei continenti. Un maremoto, un sisma che nasce in mare, lo perturba, lo carica e lo scaglia sull’Isola Felice, troppo felice perché gli dei le permettano di persistere nel suo stato. Ma allora erano gli dei, dico io, e forse se lo potevano permettere, oggi ci sono altri che pretendono di cambiarci ancora, di sminuirci ulteriormente, di tenerci soggiogati, soprattutto culturalmente. E poiché la cultura è alla base della conoscenza - è la conoscenza stessa, è il bagaglio di cui ciascuno è dotato e che ciascuno può e deve tenere in continuo arricchimento qualitativo - si capisce pure come ci sia stato e continui ad esserci chi lo impedisce. E non sempre per disegno razionale, perché ciò implicherebbe che chi lo fa è anch’esso dotato di un bagaglio non trascurabile, ma spesso è per pura viltà intellettuale, per assente creatività, per paura di ciò che non si conosce e che potrebbe alterare lo status quo e quindi porre a rischio il controllo sullo stato esistente. E’ quindi imprescindibile che noi che, come dice Sergio Frau, siamo consci della ricchezza della nostra terra, e non certo e solo di quella strettamente materiale, si faccia valere tale patrimonio, non lo si svenda ed a tal fine ci si unisca, sconfessando l’assioma - ma non per tutti - dei pocos, malos y mal unidos. Non svendendo il territorio, i nostri costumi, non limitandoli e circoscrivendoli a sagre non sentite, pretendendo ciò che ci compete, il prezzo del disturbo, prezzo che rende più attento chi altrimenti è portato a disturbare. Anni addietro quando mi muovevo, con anormale e piacevole frequenza, da un continente ad un altro, per ragioni formalmente e contrattualmente di lavoro ma con l’entusiasmo di un indomabile curioso, fortunato per le opportunità che mi si offrivano, mi domandavo come mai le isole dei Caraibi pretendessero la tassa d’ingresso all’arrivo o in aeroporto o al porto, come pure lo facesse e faccia tuttora l’Egitto e tanti altri paesi che non cito perché sono tanti, la maggioranza! Me lo domandavo all’inizio, stupito, perplesso, abituato per imposto e scontato soggiogamento ad offrire, ad essere ospitale, ignaro che la mia ospitalità era vista come un diritto dagli estranei che si guardavano e guardano bene, nella media, di ricambiare con analoga moneta. Poi mi andavo rendendo conto che era giusto che si richiedesse una tassa di soggiorno, che si riscuotesse la contropartita al consumo del nostro territorio, in termini di servizi resi e di danni arrecati, perché il bene non è solo visto: è anche utilizzato e consumato. Dobbiamo insomma salvaguardare il patrimonio della nostra Isola d’Argento, ricca di minerali, che anzi può andar fiera di annoverare tutti quelli più importanti, specie nel bacino del Sulcis, di tradizioni che ancora permangono, di qualità altrove ormai irrimediabilmente persa. E non solo da oggi se i Greci ne avevano un concetto tanto alto da individuare in essa il paradiso in terra, una terra felice, prospera, pacifica e rigogliosa. E non solo per l’ossidiana, il rame, poi il bronzo e, perché no, secondo recenti intuizioni, forse anche la scoperta del ferro: dobbiamo riaprire la finestra che Poseidone ha chiuso su un mare di bellezza. Clara Murtas ce li ricorda, questi concetti, con la lettura di un brano de “Le Colonne d’Ercole”: ma non direttamente ed in termini brutali o terra-terra. Chi ha sete di conoscenza ben venga nel gruppo di chi vuole procedere, chi non ne ha ed anzi la rifiuta, avrà modo di rendersene conto. Quindi, insistiamo, la schiera è già folta, ma altri ed altri ancora andranno a rimpinguarla, sino a che i nostri bagagli culturali saranno arricchiti anche della sana consapevolezza dell’equilibrio tra le diverse realtà, quindi dei nostri diritti calpestati. Ci vuole del tempo... Il processo è lento... dice qualcuno a Frau che non gli risponde infastidito, ma sì deciso: la vita è una sola e corta ed io voglio vedere quanto auspico prima che finisca. Sono molti secoli che non ci siamo ancora scrollati di dosso la paura del mare, che pur eravamo avvezzi a gestire, ad averlo come amico: ma l’Onda di Poseidone no, essa non la potemmo gestire, ci debellò, ci annullò i simboli del nostro benessere e del nostro vivere felice, ci costrinse a ripiegare sui monti, verso l’alto, dove permarremo per molto e vi ritorneremo quando la malaria si sostituirà allo tsunami per scoraggiarci ancora una volta dal convivere con il Regno di Nettuno. Oggi siamo di nuovo vicini al mare, abbiamo ripreso anche la cucina del mare, varie immigrazioni successive all’ XI secolo a.C., di popoli che venivano per mare ci hanno portato ancora paura, insensata paura, con qualche accenno di novità che non ci ha riscattato e che solo ci fa tollerare la sovrapposizione. E noi la subiamo, subiamo la raffinazione del petrolio in un angolo di costa glorioso, ne ricaviamo ben poco, ci costa molto, meno ancora dalla chimica, per non parlare dell’estinta Cassa. E i nuraghi, con il loro corredo di basi di pinnette, di tombe maestose, di circoli e di fonti sacre ed altro, rimangono per lo più ancora coperti a ricordarci l’antica punizione, perché così fu percepita. E chi viene in Sardegna e non la conosce non bada a quei resti affioranti o vagamente indicati: sembrano pietre di nessun valore, quasi si confondono con i cumuli di spietramento, numerosi anch’essi in una terra vulcanica antica, la più antica, quella che ha subito non poche costrizioni geologiche e di non poco conto e di altre continua a essere oggetto, nel suo ondeggiare trasversalmente su un asse circa nord-sud, scoprendo un lato e coprendone un altro. Così che Nora, ora, è sotto eppure era sopra il livello del mare ai tempi della sua storia di quasi venti secoli addietro, mentre fuori sono le grotte di Calagonone dove innumerevoli foche monache devono aver vissuto la loro esistenza forse per millenni, convivendo anche d’accordo e d’amore con la particolare forma di eustatisìa dell’Isola. Attilio Mastino, archeologo e prorettore dell’Università di Sassari, non entra nel merito delle vicende geologiche, non è sua materia. Ma entra, invece, ed in dettaglio sui giornalisti del passato: parla di Platone, del mito di Eracle, dell’erba velenosa che caratterizzava la mitica isola e che ben è presente in Sardegna: è l’euforbia, sa lua, quella con cui si pescano i pesci addormentandoli quindi rendendoli alluaus, intontiti come coloro che rifiutano la novità, specie se essa può far crollare la labile struttura del loro scibile circoscritto. Ci cita direttamente in latino dei passi classici: é l’isola più grande al di là delle Colonne e da essa si accede ad altre isole e tutte le comprende nel suo sereno e felice convivere. per molto tempo le colonne d’Ercole, come la bandiera sulla luna, ad indicare il limite del conosciuto, stavano nel Canale di Sicilia, perché in esso, come diceva il compianto Sabatino Moscati, i Fenici le avevano ubicate per limitare lo scorrazzare dei Greci al solo Mar Ionio. E’ rotariano del club di Sassari, Mastino. Ed è quindi doppiamente felice della mostra: oltre a gioire della felice intuizione che dà lustro alla nostra Isola, è orgoglioso che il Rotary l’abbia adottata. Ma c’è una ragione ulteriore di orgoglio e ce la illustra con pacata euforia: l’Unesco ha invitato formalmente gli organizzatori della mostra a presentarla presso la loro struttura di Parigi, unitamente all’Università di Sassari. E’ proprio un bel colpo: la Sardegna sta entrando finalmente nella ristretta cerchia delle pluridecorate civiltà del passato. Sta, insomma, acquisendo visibilità. L’uditorio non trattiene un soffocato ma di intenso timbro baritonale mormorio di approvazione ed entusiasmo. Perché i presenti all’inaugurazione della mostra la Sardegna la conoscono ed ora ne vanno ancor più orgogliosi, assentono, convinti e commossi, gli interventi smozzicati ma incisivi di Sergio che irrompe tra un saluto e l’altro dei convenuti in rappresentanza dei patrocinatori, per rimarcare un punto, richiamarne un altro e chiarirne il concetto e senso vero. Come quando chiarisce che gli Etruschi erano i Sardi che avevano abbandonato l’Isola per insediarsi in terre nuove, per sfuggire alla maledizione di Poseidone, alle stigmate del suo schiaffo. Vi fondano città ma si soffermano sulle necropoli e queste permangono ad incontrovertibile testimonianza dell’origine di quelle genti: un mirabile accostamento di due foto aeree in altrettanti cartelloni della mostra, quasi una visione sinottica, ci mostra l’insediamento del nuraghe di Barumini con il suo contorno di pinnette con l’elevato scapitozzato come appare oggi a scavo effettuato e, proprio sotto quell’immagine aerea, la necropoli etrusca di Cerveteri, la Banditaccia fotografata dal cielo, che ce lo ricorda quando ancora era ricoperto di fango consolidato. I Sardi emigrati sulla penisola di fronte alla Corsica che pur doveva essere loro dominio, morendo volevano così ritornare, reintegrarsi nella terra d’origine: non la rinnegavano, anzi la vedevano comunque e sempre come la residenza definitiva per un’altra vita serena. Molte sono le immagini e tutte significative, qualcuna con un messaggio subito evidente, altre intriganti e che ti inducono a soffermarti, ad approfondire e riflettere e poi gioire con la raggiunta soluzione. C’è il fantino acrobata ardito dell’Ardia che cavalca a pelo ed in piedi ed è visto con una istantanea a tempo corto ed accompagnamento di macchina per rimarcarne la corsa spericolata ed a fianco gli si appone l’immagine del bronzetto del cavaliere del passato: ma sono identici, il messaggio è immediato ed esplicito, nulla è cambiato: c’è ancora in Sardegna chi ama essere positivamente balente. Ma ci sono anche le foto di diversi corridoi a sezione ogivale che appaiono usciti dalla stessa mente ed eseguiti dalle stesse maestranze, ma che non sono tutti in Sardegna: il primo è ripreso dal nuraghe Losa, gli altri provengono da monumenti del passato della Grecia, della Turchia e, i due finali dall’ Etruria. Ed al riguardo Sergio ci richiama sull’importanza dei numeri: 8000 e più nuraghi censiti in Sardegna e moltissimi con tali corridoi e cupole. E di queste tipologie ve ne sono moltissime di meno pur in tutto il Medio Oriente, pochi esempi di accenni di nuraghi in Corsica ed in medio Oriente: ergo, se i numeri contano, è logico pensare che l’origine sia dove i numeri vincono e non già il contrario. Poi il Prefetto ed il Questore, vista la mostra ed acquistato il libro, reclamano l’autografo di Sergio Frau su di esso e lo cercano. Lui, come preoccupato: Prefetto e questore? Perché mi cercano... Nel caso sono pronto a rimettere subito le Colonne a Gibilterra...Insomma: non voglio guai...! E’ ovvio che scherza, ma ciò fa parte della sua natura, rilassarsi dalle fatiche della ricerca con autoironia... E parlando di esse con semplicità, per esserci ormai abituato a farlo traendone indiscutibilmente piacere, ma risentendone. E’ impegnato con i giornalisti che, per esserlo anche lui, intrattiene con dovizia di particolari, di curiosità, quasi scrivendo per loro l’articolo. Poi riesco a distoglierlo ed a portarlo verso chi lo reclama e lui appone autografi sui libri: Nome?...La avverto: è un po’ palloso, specie la prima parte... Ma abbia pazienza e perseveranza... C’è anche il padre di Attilio Mastino, è anziano solo di anni e non di aspetto, né tanto meno di mente. Ci tiene a conoscere Sergio, si complimenta con lui, anche lui ha una citazione da fare a conforto, se mai ancora ce ne fosse bisogno, della tesi che fa della nostra Isola l’Isola mitica di Atlante. E c’è anche un rinfresco o meglio uno spuntino a base di salsiccia, formaggio e pane carasau con dell’ottimo vino di Serdiana: non dovevano essere molto diversi gli spuntini del passato. Anche un tipo di pizza che esclude i pomodori ma inserisce la pancetta e la crema di formaggio su una sfoglia spessa potrebbe benissimo essere stata apprezzata dai nostri antenati dei nuraghi. Insomma, c’é di che essere orgogliosi e non poco di appartenere a tanta Isola e ciò ci induce l’imprescindibile dovere di salvaguardarla, proteggerla dai numerosi assalti che ancora si susseguono pur non riuscendo ancora a prostrarla. Io ne sono cosciente e con me gli amici del mio club Rotary di Quartu e con questi, ne sono convinto, i rotariani di altri club e tutte le persone di buon senso. 1. Come le “Geographicà” di Eratostene o le Storie Greche, le “Ellenikà”, di Senofonte.

    2. Riprendo di proposito alcuni termini usati da Sergio Frau e che sposo proprio perché oltre a condividerli, li voglio fare anche miei e per sempre.

    3. Mi dice Sergio: l’Isola di Atlante ha una sua solida realtà quanto la Roccia di suo fratello Prometeo al Caucaso. Vero uno, Prometeo; vero anche l’altro: Atlante in mezzo al mare..
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    00 8/5/2007 12:01 AM
    La mia Cagliari, però, mostra ostile indifferenza...




    L’esperto in provocazioni, lo sappiamo, è Frau. La sua “inchiesta” e Atlantikà, che direttamente ne deriva, stanno lì a dimostrarlo. Ma chi di provocazione colpisce... Ecco infatti la mia: sono d’accordo, caro Sergio, quando scrivi che la nostra “non è certo una mostra fatta per i Sardi...”, ma non perché “già lo sanno”. Anzi, direi che siamo tra quelli che sanno meno e che, forse, poca voglia hanno di saperne di più. Cerco di spiegarmi, sennò da questa storia non ne esco con le ossa intatte. Qualche dubbio ce l’avevo già. Poi me ne sono sempre più convinto, giorno per giorno, nel corso di questa estate di esposizione all’aeroporto di Elmas. Ci sono andato apposta, quasi di nascosto, per mescolarmi ai (numerosi, sì) visitatori. Per la maggior parte, era scontato, si trattava di viaggiatori in partenza, che ingannavano l’attesa soffermandosi un’oretta sulle immagini di tempi e luoghi millenari. E, devo dirlo, ho sentito esclamazioni di meraviglia ed ho palpato sensazioni di convinto interesse. Certo, merito dell’ottimo allestimento (lo dico perché io non c’entro) e del percorso che “acchiappa”. Mi sono preso anche la briga di capire se qualche cagliaritano, se qualche sardo fosse mai andato lì apposta, per veder le immagini della mostra su quell’isola “mito” di cui, nessuno può negarlo, si è tanto parlato nell’ultimo anno. Ecco, l’impressione che ho avuto è stata di una modesta partecipazione. Eppure, in tanti quest’estate abbiamo preso l’aereo, in tanti abbiamo avuto un’ora da spendere nell’attesa dell’imbarco. Dove voglio arrivare? A dire che non sono del tutto convinto che i Sardi abbiano dimostrato un interesse tiepido perché “tanto già lo sanno”. Chissà se Frau si ricorda (se lo ricorda, se lo ricorda) cosa gli chiesi due anni or sono, in occasione della prima presentazione in Sardegna del suo libro. Fu anche il nostro primo incontro. Una domanda brutale, a bruciapelo: “Ma cosa ne pensano, i cattedratici, della sua ipotesi?”. Una risposta in parte diplomatica ed in parte piena di buon senso: “C’è chi ne parla bene, chi male, chi non ne parla affatto. Ma io non intendo portare verità, cerco il confronto su un’idea”. Il confronto c’è stato, a livello mondiale. Si sono mossi in tanti, e “grossi”, stimolati da questo strano sardo dall’accento romano, che si arrabbiava (e si arrabbia ancora) nel vedere che le risposte più attese, quelle dalla Sardegna, tardavano ad arrivare. Non c’è stato quel movimento, né gioioso né rabbioso, capace di destare l’interesse collettivo, non solo quello ufficiale dei professori, studiosi, archeologi e via dicendo, sfidati sul loro campo da un’idea tanto rivoluzionaria quanto affascinante. Per quanto, sia chiaro, discutibile e discussa. Nessuno che abbia detto: caspita, vuoi vedere che siamo proprio noi, quelli lì? Oppure qualcuno che abbia proposto il rogo per l’eretico Frau. Direi piuttosto una palpabile, voluta, quasi ostile indifferenza (con le canoniche eccezioni). Né si può dire che non ci abbia provato, Sergio, a scuotere il torpore isolano. Conferenze stampa, convegni, dibattiti, incontri con rappresentanti di spicco del mondo politico e culturale. Tante promesse, tanti elogi, pochi risultati. Poi (la verità bisogna dirla) l’approdo al Consiglio regionale della Sardegna ed i colloqui col presidente Serrenti ed il vicepresidente Sanna, che non hanno sposato a scatola chiusa la teoria di Frau, sia chiaro. Piuttosto, ne hanno saputo cogliere l’alto valore culturale, se è vero che affonda le radici nella nostra storia millenaria e da essa fa derivare canali di sapere mai percorsi. Ecco allora l’idea della mostra, ecco la proposta di una sponsorizzazione che non significa “Frau ha ragione, gli altri torto”, ma semplicemente “parliamo della nostra civiltà”. L’angolazione può far storcere il naso a qualcuno (è successo), ma è stata portata a termine un’operazione che ha già richiamato l’attenzione di tutto il mondo. Le richieste di portare la mostra a Parigi ed in altre capitali europee stanno a dimostrarlo. E torniamo alla provocazione iniziale, caro Sergio: sei proprio sicuro che Atlantikà non serva anche a noi Sardi? Riflettere sulla nostra civiltà di oltre tremila anni fa, evoluta, conosciuta e temuta in tutto il Mediterraneo, non significa condividere per forza l’ipotesi dello Schiaffo di Poseidone. Significa invece, come hai saggiamente scritto, “stimolare nuove frontiere alla curiosità ed all’approfondimento di quei segreti che questa Pompei del Mare ancora ci nasconde”. Mi piace immaginare che se questa nostra isola potesse parlare, forse pronuncerebbe queste parole: «Non sono gli anni che mi pesano, ma soprattutto quello che non sono riuscita a dire: tutto quello che non ho detto e che ho dissimulato. Non avrei mai creduto che una memoria, piena di silenzi e di sguardi impenetrabili, potesse diventare un sacco di sabbia che rende difficile il cammino» (Tahar Ben Jelloun, Notte Fatale).
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    00 8/5/2007 12:02 AM
    Gli Autori in mostra / L’Isola Ritrovata e i Fantasmi del Sinis






    Chi l’avrebbe immaginato, solo alcuni anni fa - in quest’isola pigra, isola di pastori e banditi, nuraghi e Costa Smeralda, in quest’isola senza lavoro, senza certezze, dove non si conosce neanche il numero dei suoi monumenti simbolo: i nuraghi? C’è chi dice che siano settemila, chi ottomila, altri diecimila, ma non ho mai sentito nessuno dire novemila, perché? In quest’isola dove l’archeologia segue strade misteriose, chiare (forse) ai soli iniziati, quelli che bocciano la datazione al radiocarbonio di reperti del periodo nuragico, effettuata negli U.S.A. dove di certe cose se ne intendono! La bocciano perché è più antica della datazione concordata dagli indigeni - stabilita chissà come e chissà da chi - ma sacra e intoccabile quanto un’ostia consacrata! No! Non l’avrei mai detto - e forse non ho azzardato mai neanche sperarlo - che un cataclisma del genere potesse abbattersi su quest’isola antica. Uno tsunami si è abbattuto sul Mediterraneo spazzando via certezze ormai consolidate come quella della Sardegna, isola ai margini della storia, abitata da pastori rissaioli sin dalla notte dei tempi buoni solo a costruire (chissà come, e perché poi?), quelle torri di pietra così carine e caratteristiche. Ma invece quest’isola di certezze incerte è stata investita da uno tsunami, un’onda anomala, che provoca devastazioni, come i tornado americani e visto che loro le battezzano con nomi di donna queste catastrofi, lo faccio anch’io! Solo che, da buon sardo maschilista, gli do un nome da uomo: Sergio. Sergio è partito da Gibilterra, dove ha scardinato le mitiche Colonne d’Ercole, restituendole al loro luogo d’origine: il Canale di Sicilia. E già questo ha creato uno scompiglio - anomalo come l’onda - che ha rimesso al loro posto i tasselli dell’antico e sconclusionato mosaico storico-geografico del Mediterraneo annichilendo l’antica maledizione che da millenni confonde la vista di chi guarda la grande isola, messa lì, al centro del Mediterraneo occidentale (e che tutti, ormai, credevano essere inutile: buona solo per le vacanze al mare), rivelandone la vera identità: l’Isola di Atlante; sì proprio quella di Platone, mica quella dei film di fantascienza. La mia Sardegna! Da bambino mi dicevano che ero sardo e italiano; io non ci capivo niente! Mi sembrava una contraddizione. Io ero sardo, l’italiano era un’altra cosa... Era una lingua straniera che ho dovuto imparare a scuola, quella scuola dove però dovevi dimenticare che eri sardo; dove della Sardegna dovevi sapere solo qual era il fiume principale, la montagna più alta e le tre province; quasi dovevi vergognarti di essere sardo! E i nuraghi? Li conoscevo bene quelli! Ci andavo a giocare con gli amici; i vecchi ci dicevano che li avevano costruiti i Giganti, quelli che poi erano stati sepolti in quelle tombe lunghe fatte con enormi lastroni di pietra. Io ci credevo: solo dei Giganti avrebbero potuto mettere uno sull’altro quegli enormi massi di basalto, ma a scuola non mi dicevano niente, neanche al liceo si studiava la storia della Sardegna, anzi in molti libri le cartine geografiche manco ce l’avevano la Sardegna! Uno dei pochi esami che ho dato all’università era Storia della Sardegna, presi 28 ma sui nuraghi ne sapevo quanto prima! Così ho dovuto studiare per conto mio la storia di quest’isola balneare. I libri erano pochi e barbosi e raccontavano tutti la stessa storia: i nuragici erano pastori-guerrieri, costruirono queste torri di pietra che non si sapeva bene a cosa servissero, forse come rifugio durante le interminabili lotte tra tribù, forse luoghi di culto (sette-diecimila chiese??), forse... E che i nuragici, però, erano solo quattro gatti ed erano allergici al mare! Non mi convinceva: più ne vedevo di nuraghi e meno mi convincevano le storie che leggevo. Mi è sempre piaciuto andare a spasso in campagna. Fossi nato 200 anni fa sarei stato un esploratore! Tutte le volte che potevo ero lì, in giro per il Montiferru, a scoprire nuraghi sepolti sotto coltri di rovi, a cercare strani allineamenti di pietre, a giocare a fare l’esploratore; sin da bambino quando tra i minerali del prozio farmacista trovai quelle schegge di notte, piccole pietre nere, l’ossidiana! La pietra che gli antichi usavano per fare le punte di freccia, questo mi dissero, ed io speravo sempre di trovarne qualcuna. La trovai, un giorno di febbraio, mentre seminavo le patate nell’orto, era lì, in mezzo al solco, piccola e sporca di terra ma io la riconobbi subito era uguale a quelle delle foto che c’erano su “Mondo Archeologico”, la rivista che compravo tutti i mesi. Fu un’emozione speciale avere tra le mani una cuspide di freccia vecchia di migliaia di anni! L’archeologia non era la mia unica passione. Ce n’erano delle altre: il volo e la fotografia, con gli anni riuscii a soddisfarle tutte, un po’ alla volta. Prima la fotografia. Dopo aver passato la fanciullezza a scattare foto con quelle macchine di plastica nera che mi aveva regalato lo zio Benedetto, mio padre mi permise di utilizzare la Zeiss Ikon che aveva comprato da un soldato tedesco nel ’40. Poi, quando mi sposai, mia cognata mi regalò una splendida reflex. Divenni pilota di aerei ultraleggeri ma non potei soddisfare il mio desiderio di portare in volo la mia bella macchina fotografica: la legge italiana lo vietava! Era una vecchia legge del 1923, contro lo spionaggio militare; sì, era sorpassata ma era sempre valida! Dall’ultraleggero passai al parapendio, e fu un amore travolgente! Potevo volare liberamente senza dovermi stressare con comproprietari di aerei, aeroporti e tutte le palle burocratiche. Col parapendio volavo dappertutto dal Nord al Sud della mia Sardegna e, nel ’93, un anno dopo il corso di volo, cominciai a portarmela in volo la reflex. Non mi fregava niente di fare la spia, volevo rubare quelle immagini che solo nel cielo puoi trovare! Arrivò il giorno che riuscii a volare nel mio territorio: il Montiferru; quel giorno vidi dall’alto quei nuraghi che conoscevo così bene. Fui fortunato: la meteo era ideale, una tranquilla termodinamica mi permise di godere la sensazione quasi divina di passeggiare nell’aria, nella terza dimensione, osservando dall’alto quelle torri che avevo sempre visto dal basso slanciarsi verso il cielo. Non avevo la macchina fotografica quel giorno ma non tardai a rimediare alla dimenticanza. Ormai ero riuscito a fondere le mie tre passioni: volo, archeologia e fotografia; riuscii anche a instaurare buoni rapporti con alcuni archeologi ai quali segnalavo le mie scoperte; a furia di insistere riuscii anche a convincerne uno a fare un sopralluogo in un sito che ritenevo interessante, fu un’esperienza illuminante; l’archeologo sembrava una sfinge mentre osservava i cocci che io avevo trovato e messo sopra le rocce, in modo da ritrovarli facilmente. Tutte le volte che gli chiedevo cosa ne pensasse rispondeva a monosillabi, sino a quando al colmo dell’esasperazione gli dissi: “Senti un po’, visto che ti ci ho portato io qui, mi vuoi dire che accidente di posto è?”. Mi rispose, nel modo più stringato possibile, che si trattava del secondo sito accertato (da lui in quel momento) dell’età del rame, nell’Alto Oristanese. Dopo quell’esperienza ed altre simili, capii che certi archeologi altro non sono che dei moderni corsari, con tanto di lettera di corsa emessa dall’Autorità, autorizzati a carpire tutte le informazioni senza doverne poi rendere conto a nessuno, e in perenne guerra di corsa anche tra di loro! Chissà per quale miracolo, nel settembre del 2000 venne abrogato il divieto di portare in volo attrezzi da ripresa - ancora non riesco a crederci! - comunque questo mi consentì di fotografare liberamente durante i miei vagabondaggi aerei senza la paura di essere fucilato per spionaggio militare! Su richiesta di alcuni archeologi, eseguii delle riprese aeree di alcuni siti in corso di scavo, le mie foto furono molto apprezzate ma tutto finì lì; se e cosa abbiano contribuito a scoprire, i corsari non se lo sono mai lasciato sfuggire. Poi, un giorno del 2002 leggo la recensione di un libro: “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”; scritto dal giornalista di “Repubblica” Sergio Frau, sardo da parte di padre. Ne parlano bene: pare che abbia dimostrato che le Colonne d’Ercole sono nate nel Canale di Sicilia e che l’isola non trovata, quella di Atlante (ma sarà la stessa della canzone di Guccini?), sia la mia Sardegna! Sono un po’ scettico: vada per le Colonne, ma su Atlantide ne ho sentite anche troppe! Però m’incuriosisce. Vado a comprarlo in libreria ma è finito, arriva tra una settimana, lo prenoto. Dieci giorni ed eccolo qua, inizio subito a leggerlo, è scritto in modo strano, uno stile tutto suo, che ti prende, ricchissimo di dati, fonti letterarie, geologiche, storiche; tante di quelle fonti che ne viene fuori un fiume in piena che, riversandosi nel Mediterraneo, provoca uno tsunami che spazza via antiche certezze e fa riapparire l’isola non trovata proprio lì, in mezzo al Mediterraneo, dove è sempre stata e mai nessuno l’ha trovata (Guccini mi perdoni!). Un anno fa conosco Sergio Frau, alla presentazione del suo libro ad Oristano. Mi presento, parliamo un po’, poi gli dico delle mie passioni, mi sono portato appresso l’album delle foto e gliele mostro; gli piacciono! Ci scambiamo gli indirizzi e-mail e ci salutiamo. Dopo una settimana mi telefona, gli parlo di alcuni siti sconosciuti e gli chiedo se posso inviargli qualcuno dei pezzi che scrivo ogni volta che vado in giro per pietre. Perché no? Risponde lui, e così, ogni tanto gli invio qualche pagina del mio diario di archeoparapendista. Quel suo libro mi ha gasato! E’ un’indagine spietata che analizza meticolosamente tutti i possibili indizi, da quelli vecchi di millenni a quelli attuali. Ci sono tante cose nuove e tante altre che prima venivano solo sussurrate: i nuragici erano ottimi marinai, formidabili guerrieri, commercianti, artisti del metallo, i padroni del bronzo; lui lo grida, prove alla mano. Scopro anche gli effetti collaterali del suo libro, colpiscono soprattutto gli archeologi sardi, non tutti per fortuna, molti comunque, troppi! Parlare di Frau con loro è come mettere una croce di fronte ad un vampiro: si contorcono, recitano scongiuri e, a momenti, ti mordono sul collo! Poi, se non ti spaventi e continui a parlarci, scopri che manco lo hanno letto il libro maledetto! Un po’ li capisco, vedono Frau come un bracconiere che si è introdotto nella loro, personale, riserva di caccia fregandogli la preda migliore, poveretti! Sono loro le uniche vittime dello Tsunami Frau! Gli effetti positivi sono molteplici: un risveglio dell’interesse e dell’orgoglio dei Sardi per la loro isola, denigrata e saccheggiata negli ultimi millenni; un riesame critico dei dogmi sulla civiltà nuragica, immutati negli ultimi cinquant’anni. Per quanto mi riguarda ci trovo tante conferme ad alcuni sospetti e altrettante nuove domande a cui cercare una risposta; scopro il libro straordinario di Vittorio Castellani: “Quando il Mare Sommerse l’Europa”, lo stesso libro che ha stimolato l’indagine di Frau e che, insieme al suo libro, mi ha fatto pensare a tutta una serie di collegamenti commercial-culturali tra la civiltà megalitica e quella nuragica. Forse sono cose già note, ma non è importante, quello che importa è che mi abbia portato a fare tutta una serie di ragionamenti, intuizioni, scoperte mie personali e a stimolare l’interesse di tanti semplici appassionati come me. A febbraio Sergio mi parla di un suo progetto, una grande mostra fotografica che illustri il percorso delle sue ricerche; mi chiede di scattare delle foto dal mio paramotore, foto particolari dei nuraghi del Sinis, quei nuraghi coperti da una coltre di fango, testimonianza dello tsunami che - lui sospetta - un giorno del 1175 a.C. spazzò via la civiltà nuragica. A marzo compio due raid aerei nel Sinis di Cabras e in quello di San Vero Milis impartendo il battesimo dell’aria alla reflex digitale nuova di zecca, il bottino è ingente: decine di foto di nuraghi, i Giganti Abbattuti, così li chiama Sergio, io preferisco i Fantasmi del Sinis. Dopo lunghi appostamenti e semidissanguato da stormi compatti di feroci zanzare, riesco anche a fotografare i Fenicotteri Rosa. Alcune di queste foto sono esposte nell’aeroporto di Cagliari-Elmas nella grande mostra: Atlantikà/Sardegna, Isola Mito. Immagini e testimonianze di una Grande Storia nascosta dalla Geografia. Mostra ideata e realizzata da Sergio Frau con l’aiuto di Giovanni Manca e tanti altri appassionati, fotografi, studiosi, parapendisti. La mostra si apre con un’immagine che ti cattura: un enorme fotomontaggio che fa vedere a proporzioni ingigantite ma reali una nave nuragica (raffigurata in bronzetto) dalla quale è sbarcato sulla spiaggia un esercito di guerrieri (bronzetti). Sembra un’istantanea di un reporter di guerra! E’ una mostra che con 140 foto di grande formato ripercorre la Storia, quella vera, della Sardegna-Tartesso-Scherìa-Isola di Atlante, con una ricchissima documentazione che spazia in varie discipline scientifiche. Una mostra costata un decimo di altre realizzate coi soldi pubblici, ma cento volte migliore. E che, non a caso, dopo Cagliari si trasferirà a Parigi nella sede dell’UNESCO, da cui ha ricevuto l’appoggio. Una mostra il cui titolo, nelle intenzioni dello Tsunami Frau, sarebbe dovuto essere la risposta alla vecchia domanda se i nuragici navigavano o no?. E lui: «Guardatevela bene questa nave e il suo equipaggio: voi che ne dite?».
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    00 8/5/2007 12:03 AM
    Gli Autori in mostra / Il Popolo di Bronzo. Anatomia di una passione





    E’ da quando ero bambina che desideravo realizzare un lavoro come questo. La mia vocazione per il disegno mi ha portato a seguire studi artistici e sono sempre stata un’appassionata di storia e arte antica, miti e leggende. Una vita passata a studiare, dipingere e disegnare. Ma anche tante porte sbattute in faccia... Stavo quasi per lasciare perdere tutto, quando, invece, l’anno scorso leggendo il libro di Sergio Frau ho capito che forse i tempi erano maturi. Che, forse, le cose stavano cambiando. Mentre leggevo quelle pagine scritte con tanta passione e ricerca della verità, non potevo fare a meno di pensare: “Caspita se ha ragione!”. Un libro serissimo che rimette al loro posto, finalmente, i miti antichi e che restituisce una dignità storica al popolo sardo. L’amore per la Sardegna che questo libro trasmette, mi ha dato il coraggio e la forza per progettare seriamente uno studio mai tentato prima: ricostruire, mediante illustrazioni dettagliate, l’abbigliamento dei Sardi Antichi, i Sardi che facevano paura persino a Ramses III. Quelli che mi avevano fatto sognare, quando da bambina li guardavo attraverso le vetrine del Museo Archeologico di Cagliari. Mi sorridevano e salutavano con le loro piccole mani bronzee. Io li vedevo “vivi”, per me erano persone molto antiche tramutate in statue di bronzo da un incantesimo. Un intero “Popolo di Bronzo”. Il mio lavoro è piaciuto a Sergio e a Giovanni Manca. E quando mi hanno chiesto se volevo esporre qualche mio disegno in questa mostra, il morale è salito alle stelle! Le illustrazioni concesse per la mostra “Atlantikà” fanno parte del mio libro, già pronto, di prossima pubblicazione, dove illustro e analizzo quasi “chirurgicamente” 97 bronzetti sardi e dove spiego il funzionamento di alcune loro armi particolari. Ogni disegno sarà accompagnato da una scheda descrittiva con la foto del bronzetto originale. Ci sono guerrieri, donne, ragazzini, neonati, anziani, capitribù, offerenti ecc. Avevano una grande varietà di armi, una serie di elmetti incredibili (con vari tipi di corna, con pennacchi, con creste, lisci ecc.), fantastiche corazze, abiti eleganti, mantelli, borsette, sandali, giacconi e pantaloni, cappelli bizzarri e oggetti che ritroviamo ancora oggi nella nostra tradizione. Con occhio attento ho trovato anche parecchie “sorprese” cioè oggetti molto particolari e raffinati: guantoni corazzati con borchie, fionde, paragola alti ed elaborati, bastoni ricurvi da lancio (tipo boomerang), parabraccio con mirino, elmi con maschere annesse, parastinchi imbottiti, propulsori, spadine e spadoni, archi di vari generi (semplici o compositi, a due o quattro flettenti), scudi e elmi decorati mirabilmente; acconciature e copricapo strabilianti: da due a quattro trecce, crocchie (in cima alla testa o addirittura a coprire le orecchie), capelli rasati in modo originalissimo, cuffie, cappucci, ”sombreri”, “sa ciccìa” (cappello ancora oggi usato da sardi e siciliani)... Insomma a guardarli quasi ci si ubriaca: ci si commuove, sembra di entrare nel mondo delle fiabe. Ma loro sono vestiti veramente così! Erano i dominatori del Bronzo e in Bronzo sono stati tramutati dagli dei ostili. Ora l’incantesimo verrà sciolto e tornerà a posto un tassello mancante nella nostra storia. Attraverso l’attenta analisi delle statuette, ho utilizzato il disegno in bianco e nero per consentire al pubblico di vedere chiaramente le meraviglie che io vedo da sempre. Li ho smontati, spogliati e rivestiti come facevo da piccola con le mie bambole per capire come erano fatte. La prima stesura dei disegni l’ho eseguita su carta da schizzi e con una matita a mina dura, da tecnico, perché consente di andare con mano leggera e di cancellare, correggere e ridisegnare più volte senza “ferire” il foglio. Questa è la fase di studio che più affatica gli occhi del disegnatore. La seconda stesura (definitiva) è su cartoncino liscio e spesso, usando una matita a mina morbida ultranera, grassa e pastosa. Bisogna curare ogni curva, ogni linea, per far comprendere agli altri come “cade” un mantello o come si allaccia una corazza o come una mano impugna correttamente una spada. In ultimo si rifiniscono i particolari e le ombre, sempre con mano ferma e leggera. Un lavoro faticoso ma gratificante e un sogno divenuto realtà.
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    00 8/5/2007 12:03 AM
    Gli Autori in mostra / Strana, davvero strana quest’isola dei misteri





    Quando visito un sito archeologico a me sconosciuto, provo sempre l’eccitazione di una scoperta. Se poi le rovine, i muri antichi, fanno spendere difficoltà a trovarli, mi sento ancor di più, un esploratore. Prendi una regione (può essere in Tunisia, in Portogallo, Turchia, Jugoslavia) dove tanta storia e preistoria è soltanto affiorante, non recintata e non ancora esattamente identificata da biglietti d’ingresso e percorsi guidati... I pellegrinaggi archeologici in Sardegna sono più sistematici. Un pizzico di solitudine non guasta. Scatto fotografie per i miei mille progetti e penso: “Ma guarda in che posto (gli antichi) avevano costruito, ma come e perché l’hanno messo, spesso, così fuori dai cammini attuali” (vedere Tempio punico sui monti di Vallermosa). Allora azzardo ipotesi da ignorante e totale neofita. E mi trovo inevitabilmente ad elucubrare sul carattere degli abitatori antichi dell’isola dove vivo, partendo dal preconcetto che quel carattere sia lo stesso che contraddistingue i Sardi attuali (Teoria diffusa: “Così di sempre da sempre”). Alcuni esempi. Ma guarda quelle tombe in uno splendido anfiteatro (vedere Villaperuccio: Montessu...), ultimo riposo di civiltà venute a colonizzare l’isola, di tanti stili e culture da popoli lontani. E i Sardi che - ci dicono sempre - se ne stavano a guardare, o partecipavano solo come manovalanze artigiane. Possibile? Quel pozzo sacro (vedere, a Orune, Su Tempiesu), di “chiara impronta mediorientale” - ci dicono sempre - eretto al fondo di una stretta valle spersa tra i monti, ma rivolta verso il mare solo qualche monte più in là. E i Sardi, anche qui, che temevano (temono) il mare, e che stavano solo a guardare - ci dicono sempre - o che - e anche questo ce lo hanno sempre detto - costruivano solo sotto la direzione di un magnifico architetto sempre venuto da fuori. Indubbiamente la mia generazione non ha goduto di una cultura scolastica che la sollecitasse allo studio della storia e preistoria dell’isola. Cosa resta in mano: qualche briciola di luoghi comuni sui nuraghi, e sui bronzetti che venivano usati e venduti come ex voto, e anche esportati... E anche l’ossidiana veniva esportata... Stupore, quindi, quando intuisci una organizzazione di costruzioni destinate alle festività religiose degli antichi nuragici (vedere Altopiano di Serri), tanto simili alle capanne o casupole che anche attualmente contornano tante chiese campestri per ospitare fedeli e mercanti nelle annuali sagre religiose. Commozione, quando ti appare il bacino ovale ad anfiteatro (vedere Bitti: Su Romanzesu) che riceveva l’acqua vitale del vicino pozzo sacro. E non fai un grande sforzo di immaginazione a vedere gli antichi che sostavano sui gradoni o compivano abluzioni con fervida concentrazione. Mistero, profondo, quando contempli l’altare preistorico (vedere Monte d’Accoddi, vicino Sassari), unico nel Mediterraneo e anch’esso di memoria mediorientale. Il giorno che lo visitai (ero nella mia di preistoria), era ancora un’informe collinetta con una pedana sterrata che la raggiungeva in cima; tutto piatto e secco, intorno. Da un’auto scesero due bambini che, contenti e con paletta e secchiello si diressero correndo verso la base del monumento. La femminuccia, più grande, disse: “Dai che dobbiamo prendere fossili per diddina (madrina)!”. Già archeologi. O tombaroli in erba?
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    00 8/5/2007 12:04 AM
    Gli Autori in mostra / La mia Sardegna. Fotogrammi d’infanzia






    Sono nato in una casa costruita proprio sopra un nuraghe, in un paese circondato da nuraghes. Poi la mia famiglia - quando ero bambino si trasferì a Milano - dove sono cresciuto, da qui l’inflessione da milanese e tutto il resto. La mia Sardegna? Un bastimento carico carico di storie, di favole, di immagini e profumi, di poesie e suoni e melodie, che cominciarono a incantarmi probabilmente già con il duru duru che mia madre intonava tenendomi sulle ginocchia e quando, da bambino, negli anni ’60 arrivavo sull’isola per le vacanze. L’estate al mio paese sembrava non finire mai. Per le strade si spargeva profumo di pane e di legna e mio nonno Bachis, occhi azzurri e odore di sigari, mi incantava con i suoi silenzi. In casa sua conservava una raccolta di riviste illustrate che avrebbero fatto la gioia di un collezionista: annate e annate di “Epoca”, “l’Europeo”, la “Domenica del Corriere” capaci di tenermi per ore assorto in lettura. Forse è nata lì, così la mia passione per la carta l’inchiostro e la fotografia. C’era anche la bisnonna, Silvestra, che aveva superato i suoi novanta da un pezzo, pronta a raccontarmi storie fantastiche, favole, leggende arrivate da chissà dove. Frotte di ragazzini rincorrevano le auto con targhe del continente, le case sapevano di formaggio stagionato e c’erano i misteri attorno al paese: l’avventura di camminare sui resti di un nuraghe o di esplorare le grotte buie di una domus de janas diventata rifugio di pecore pastori e pipistrelli. La Sardegna era il luogo dove potevo fare cose che in città non si facevano: camminare sul greto di un torrente, bere a una sorgente, andare in campagna sulla groppa di un somaro, arrampicarmi sugli alberi e seguire il volo di un falco, toccare, vedere, annusare, ascoltare. Del mare di allora ho solo ricordi vaghi: perlopiù sabbie, scogliere e ustioni alla pelle. Fra i romanzi delle vacanze ricordo una raccolta di racconti di Grazia Deledda a cui sinceramente non dedicai molta attenzione. Solo qualche anno dopo cominciarono a interessarmi le letture sarde con Dessì, Satta, Lussu, Ledda e molti altri: alcune furono letture folgoranti come “Banditi a Orgosolo” di Cagnetta o “Baroni in Laguna” di Fiori e “Sardegna come un’infanzia” di Vittorini. Quest’ultimo indimenticabile anche perché lo lessi in mezza giornata su uno scoglio circondato dal mare di fronte a Tharros prima di un tuffo nelle acque immobili del suo mare interno. Era il periodo dell’adolescenza, quello delle lunghissime estati al mare, cento giorni di vacanza sempre sulla costa occidentale fino al sud, fra le insenature di Malfatano e Spartivento. Si percorrevano strade bianche che portavano a spiagge solitarie belle da togliere il fiato: scoperte da raccontare agli increduli amici milanesi fino al punto di doverceli poi portare, sull’isola, zaino in spalla, a camminare sugli altopiani, a rincorrere treni, a dormire sotto le stelle, a fare incontri straordinari dal Supramonte al mare. Noi, ragazzi metropolitani imbambolati da Kerouac, vivevamo la nostra indimenticabile “On The Road”, come se avessimo la consapevolezza inconscia che di lì a poco tutto sarebbe scomparso. Giuseppe Dessì uno dei più importanti scrittori sardi del Novecento parlando della Sardegna la disse “un paese completamente diverso, arido come la luna, ma che però ha un’altra faccia che gli uomini non hanno mai visto”. Quei suoi paesaggi antichi, biblici, virgiliani erano davvero ignoti alla maggioranza. Rarissime le fotografie circolanti, perfino sui periodici di viaggio che cominciavano a comparire con carte patinate nelle edicole dei primi anni ’80. La Sardegna - vista dal continente - era sempre la stessa: quella del malessere del disagio e dei sequestri contrapposta a quella principesca della Costa Smeralda. Un’isola semplificata: senza storia e senza geografia. Per me, invece, era il luogo dei grandi spazi, il luogo della fantasia da esplorare e da scoprire. Ci sono 2000 chilometri di costa in Sardegna ricamata nella sabbia e nel granito, ci sono montagne, pianure, altipiani, fiumi con acque che ribollono, cascate e stagni dove si può vedere il volo dei fenicotteri al tramonto. E ci sono valli, dirupi, cascate, grotte che si infilano per chilometri nelle viscere della terra e alberi millenari in foreste impenetrabili, e centinaia di paesi ognuno con la sua festa il suo abito tradizionale, il suo canto, perfino il suo pane... E poi i segni nelle pietre e delle pietre: a migliaia, come a far da sentinella a tutto il territorio. Bastava premere il pulsante di scatto - fotografare - per mettere una cornice a quello che nella tela era già stato dipinto. Fotografare per fermare quella realtà almeno in un’immagine: la prova che quel luogo davvero esisteva - almeno in quel momento - e io l’avevo visto. In Sardegna trovo tutti i paesaggi del mondo. E nel mondo ritrovo spesso la Sardegna. Cercare il paragone è il metodo che mi aiuta a fotografare meglio ovunque mi trovi. Così la California rurale assomiglia al Logudoro; le colline della Cornovaglia sono quelle della Marmilla a primavera; il mare e i graniti delle Seychelles diventano Gallura... Penso che abbia ragione Bill Holm, saggista e poeta, quando scrive che “per quante macchine possiamo inventarci a farci da guida sono sempre i nostri antenati”. Credo sia uno dei motivi per cui il soggetto preferito delle mie fotografie è diventato la Sardegna, i suoi paesaggi, abitanti, tradizioni, feste, tutto costituisce una fonte continua di ispirazione che si trasforma in centinaia di immagini e storie che ho pubblicato in tanti servizi. E se sono davvero le nostre memorie e i nostri sogni a farci progredire, be’ allora il mio incontro con Sergio Frau e le sue Colonne d’Ercole non è stato casuale: le mille storie sull’isola mito io le conoscevo, anzi eravamo in tanti a conoscerle, perché sono le pietre a raccontarle. Camminateci dentro ad un nuraghe. Raggiungetene la cima. Osservate da vicino la squadratura dei suoi blocchi. Entrate nell’oscure cavità di una domus de janas. Sfiorate con le dita le spirali della vita scolpite sulla roccia. Guardate negli occhi un antico guerriero rappresentato nei bronzetti. E riuscirete a percepire la voce di quelle pietre che parlano di un passato mitico. Qualche archeologo lo aveva sussurrato ma è stato Sergio Frau, professione giornalista, a dirlo ad alta voce. Lui i cocci di questa storia andata in frantumi a rimetterli insieme c’è riuscito: e il quadro è ritornato chiaro, la visione nitida. E allora io li ho visti i misteriosi e terribili Shardana mentre solcano le onde capaci di arrivare con le loro navi fino agli estremi del Mar Grande, capaci di forgiar metalli e creare una rete di commerci fino a Cipro e Biblos, abili costruttori, conoscitori dei segreti della pietra e del metallo tanto da venir assoldati in Israele per edificar fortezze e poi, anche, temibili guerrieri tanto da formare un corpo scelto alla corte del faraone... Si, c’è riuscito Sergio Frau a farmi immaginare quel porto nuragico giù a Nora dove anche i Cartaginesi ed i Romani trovarono riparo prendendoseli poi tutti i meriti di tanto ardire costruttivo. Finalmente si prendevano la rivincita i nostri Antichi, con quelle storie sparate in doppia pagina su Repubblica nella calda estate dell’Italia vacanziera del 1999 ed anche senza ufficio stampa erano tornati alla grande per raccontarci storie e sogni. E il libro di Sergio Frau che ha fatto riapparire la Sardegna come Isola di Atlante oltre le Colonne d’Ercole, le prime, però, figlie della glaciazione würmiana, con il fango e i bassi fondali nello stretto di Sicilia che divideva in due il Mediterraneo. Prezioso, importante, necessario. Macchè! Roba da far venir la pelle d’oca solo a vederlo in quella libreria ad Alghero nell’aprile 2002: quel malloppo di pagine, fitte fitte di mappe, notizie, interrogativi, garbugli di indizi annodati che ti risucchiano come un vortice, in un mare dove non si finisce mai di nuotare, anche perché, ogni tanto, si alzano le onde e le correnti tentano di portarti chissà dove. Ma siccome io lo sapevo accetto la sfida. Tanto più dopo che Sergio Frau mi ha invitato su “Atlantikà”, la simbolica nave nuragica che porterà in mostra immagini e storie per farla vedere a tutti l’Isola Mito con le sue strabilianti meraviglie. Io a bordo ho portato le mie fotografie. Solo alcune fra le tante realizzate. Ma il viaggio è appena cominciato e si preannuncia lungo, avventuroso e pieno di sorprese.
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    00 8/5/2007 12:05 AM
    Gli Autori in mostra / Pietre, feste, tradizioni...Caccia grossa all’Emozione







    Trovandomi nella situazione di dover tessere lodi alla terra che mi ha dato i natali e dovendo ricorrere, per farlo, a slogan o frasi ad effetto, non avrei il minimo dubbio. Il meglio del meglio, per quanto mi è dato sapere, ritengo che stia nelle poche parole che appresso riporto: “Io non so quale altra terra sul globo concentri in più piccolo spazio più meraviglie quanto a natura, più varietà quanto all’uomo. In una stessa giornata si cambia di popolo, di lingua, di vesti, di razza, come si cambia di contrada...” A esternare stupore è un forestiero speciale, di fine Ottocento, sbarcato in Sardegna per fare mattanza, pardon, “Caccia grossa”, come lui stesso ebbe a dire e la caccia in questione non riguardava cinghiali, bensì mastrucati banditi. Fiorentino di nascita e militare per stirpe, Giulio Bechi approda in Sardegna col dovere di estirpare i briganti, autentica piaga sociale. Bruscamente si trova a contatto con una realtà sconvolgente. La natura è selvaggia e il presente dà l’idea di non esserci più. I salotti che lui frequentava a Firenze, per sfoggiare divise, di colpo appartengono a un passato remoto e a un futuro abbastanza improbabile. Il pregiudizio, che di certo gli è stato compagno, si dimostra più che legittimo. I criminali ci sono davvero, belve umane, e a frotte i fiancheggiatori. E’ la gente comune che però gli dà da pensare. Sopporta in povertà quasi estrema, dignitosa, e trascina le proprie esistenze in un mare di usanze assolutamente inusuali. Il bel tenentino ben presto si accorge di calpestare una terra speciale. Mai niente di simile altrove: eppure lui ha girato... “Io non so quale terra...”. Nasce il libro “Caccia grossa”, e con esso un vespaio. La critica è contro, feroce, e si arriva al fatto politico. Personalmente, col senno di poi, avendo letto ben altro di più scandaloso, non mi sento di partecipare a quel “dagli all’untore” del tempo. L’orgoglio del mio essere sardo non viene scalfito dalle circostanze narrate e dai modi. Di tutto l’insieme del libro a coinvolgermi è solo l’idillio che emana da quelle “frasi ad effetto”. Meno male che non era di parte! Nell’anno 2000 ho avuto il piacere di diventare l’autore di “Un’isola in festa”. Per la premessa, quasi a volerne fare una sintesi, le ho volute citare, quelle frasi ad effetto, e la cosa ancora mi aggrada. Ovvio che anche adesso, in questo frangente che mi vede coinvolto nell’approdo virtuale alla mitica terra di Atlante, le ritenga assolutamente efficaci e opportune. “Io non so quale terra ... si cambia di popolo, di lingua, di vesti, di razza...”. A rileggerle, col dovuto rispetto, sembra proprio di trovarsi al cospetto di un “piccolo resto” del mito custodito da colonne eraclee. La Sardegna che Bechi ebbe modo di tastare con mano, se pur manomessa da infiniti padroni, annoverava realtà che più non ci sono, nel bene e nel male. Ebbene, per assurdo che possa sembrare, a girovagare in Sardegna, dopo circa cent’anni, nonostante le ulteriori mutazioni avvenute, volendo si riesce a provare lo stesso stupore. Io, per diletto, questo andare su e giù lo faccio da circa trent’anni. Miei compagni: una reflex, un grandangolo spinto e uno zoom a scartamento ridotto con l’aggiunta di tanta passione. Vò cercando tesori che sanno di antico: pietre, feste ed usanze. Mio proposito è provare emozioni, da narrare a mia volta, assemblando sequenze di immagini con parole appropriate. Alla resa dei conti, ogni volta che scappo di casa, rimango senza parole nel sentirmi in perfetta simbiosi con le osservazioni di Bechi: “In una stessa giornata si cambia di popolo, di lingua, di vesti, di razza, come si cambia di contrada...” Propongo un’alzata di mano per fare la conta di chi, ritenendo di conoscere l’isola, se la sente di affermare il contrario! Ancora oggi, nonostante i misfatti compiuti nel tempo in campo ambientale e cultural-popolare, nulla è mutato; cambiando contrada si continua a cambiare di usanze e di popolo. E’ un rendersi conto, abbastanza eloquente, che dovrebbe portarci a riflettere. Da quando e perché non altrove, perché proprio qui, un eccesso siffatto di variegate culture? Soprattutto: DA QUANDO? Da sempre? Non credo. Comunque è impossibile che uno spicchio di terra sia stato capace di generare così tante etnie, talvolta diametralmente contrarie. Ogni paese, soprattutto all’interno, continua ad avere, assai radicato, un suo modo di fare, di dire, cantare, ballare, gioire, affrontare il dolore. Il pane, poi, è un capitolo a parte tanto è sacrale, mica cibo soltanto. Sovente mi accorgo di fare confronti con usanze di lidi lontani, e somiglianze ne trovo. Per provare l’esotico, ancora oggi, non serve salpare. Certi riti, se pur manomessi dal tempo e dall’uomo, si vede che sono frutto di cocciute memorie passive che rimandano a comportamenti ancestrali, riscontrabili altrove. I simboli, poi, che aiutavano a credere. Che ricchezza andata svanita! Sapessimo cogliere quel che resta dei nostri natali e riuscissimo a dare tutela. Potessimo riannodare i fili recisi della memoria, tornare a ritroso nel tempo, fino a quando ... già, fino a quando? Sergio Frau ci dice di un tempo e di un modo che hanno coinciso con la fine di una grande cultura. A seguire abbandono. Già, ma la terra rimane! E sul gigante caduto si avventano quelli che possono. E’ probabile che, senza più torri a difesa, le genti abbiano osato e siano venute perché attratte dal mito di prima. Di certo le coste avranno visto arrivare cristiani (nel senso di uomini) legati a catena, costretti a produrre la ricchezza degli altri. Come pure genìe di scampati a varie intemperie. Però, lo ripeto, perché non pensare ad un tempo in cui tanti venivano, di diverse etnie, convinti di trovar l’Eldorado? Se l’isola fosse stata un approdo insicuro, un luogo in cui non riuscire a trovare un riparo ospitale e metter radici, oggi, a distanza di tempo, saremmo ancora a fare la conta di queste innegabili “più varietà quanto all’uomo”? Non credo. Una volta finito il bisogno, qualunque esso fosse, il cammino poteva riprendere. E invece no, le genti che sono venute, più o meno in pace, ci sono rimaste, piantando le tende delle rispettive culture, difendendole, credendo al domani, sicure di essere giunte in un mondo speciale, nella terra di Atlante. Che le genti, di prima e di dopo, fossero zente ‘e gabbale, come usiamo dire da noi per quelli che valgono, lo attestano i resti rimasti: di pietre, di feste e di usanze. Io continuo a cercarli e a interessarmi di loro. Sergio Frau ha sfondato le barriere dell’ovvio, del quasi scontato (pensandoci ora), e lo ha fatto con estremo rigore. Credo abbia inteso tracciare una rotta per fare ritorno a una mitica terra promessa, con più credito e più convinzioni. Io gli porgo la mano, per quel poco che posso, e lo faccio dicendogli grazie per avermi invitato a questo ideale convito. A cose più grandi.
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    00 8/8/2007 10:20 AM
    Sergio Frau - Le colonne d’Ercole. Un’inchiesta






    Da sempre coltiviamo la convinzione che la storia sia stata falsificata costantemente dai potenti. Da sempre ci appassiona andare a rivedere che cosa stride nelle ricostruzioni ufficiali, quelle condivise dalla maggioranza degli accademici. E più approfondiamo un argomento e più si trovano discordanze e assurdità tali da far dubitare... La nostra esperienza ci ha insegnato che qualunque tema venga sottoposto a un’indagine svela sempre un qualche falso.
    A questo proposito ci siamo imbattuti in un testo di Sergio Frau: “Le colonne d’Ercole, un’inchiesta” che compie uno stravolgimento sostanziale della storia antica. Lo si capisce subito dal sotto titolo: “Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milqart, Dio dell’Occidente mediterraneo, slittò per sempre a Gibilterra”. L’obiettivo di Frau è addirittura quello di confutare la nostra geografia antica così come viene accettata da tutti. A cominciare dalle Colonne d’Ercole che sono un punto focale per orientarsi dentro e fuori dal Mediterraneo conosciuto ai tempi di Omero.
    La ricerca parte dalla scoperta che non vi è corrispondenza tra le descrizioni più antiche delle Colonne d’Ercole e dei loro dintorni con lo Stretto di Gibilterra, dove attualmente si immagina che gli Antichi le ponessero.
    Per Pindaro, Aristotele e molti marinai tra il V e il III secolo a.C. la zona delle Colonne d’Ercole era una zona di fondali bassi, fangosi e senza vento. Il che non corrisponde affatto alla situazione dello Stretto di Gibilterra, profondo quasi 400 metri, solcato dalle possenti correnti. Ma Sergio Frau non si è fermato qui: infatti il Mediterraneo 2800 anni fa era ben diverso da oggi e scopriamo che allora le coste della Tunisia e quelle della Sicilia meridionale quasi si toccavano. E secondo i cronisti dell’epoca proprio là c’erano due isole forse Malta e Gozo, dalle quali a partire dal 508 a.C. iniziava, blindato, l’Impero cartaginese. E corrispondono anche le descrizioni che facevano di questa zona un luogo infido. Infatti, come confermano anche tutte le mappe dei fondali del tempo, ricostruite con l’elettronica tra la Sicilia e la Tunisia c’era una zona di mare poco profondo, con banchi di sabbia che si spostavano e grande pericolo perciò di arenarsi per le navi che passassero di lì senza possedere informazioni precise e molta molta prudenza. Ci naufraga, bestemmiando contro il capitano che lo trasporta, persino San Paolo, lì in zona, a Malta. Cioè si trattava di un posto che perfettamente si addice alla descrizione degli Antichi più antichi. Ma appena passate le Colonne d’Ercole, dopo averle riportate nella loro originaria collocazione al Canale di Sicilia, ecco che subito tutta la geografia arcaica viene squassata e rovesciata. Tutte le fonti greche che tra il V e la fine del III secolo a.C. parlano di Colonne d’Ercole - Platone compreso - vanno lette uscendo da quella tenaglia che c’è tra Capo Bon e Capo Lilibeo, la Cortina di Ferro che divideva mondo greco dal mondo fenicio. E nascono sospetti - uno dopo l’altro - che portano a ipotizzare tutta un’altra storia.
    I libri di testo disegnano la cultura italica come discendente da quella romana, a sua volta onorata dai suoi ascendenti greci, che furono i primi cultori della scienza, faro planetario di civiltà. E si dà per scontato che tutto quello che era prima dei Greci fosse barbarie. Da anni concordiamo con Frau sulla negazione di questa idea.
    I Greci erano in realtà dei predoni. Arrivarono in Europa verso il 1200 avanti Cristo col nome di Dori. Erano l’ennesima invasione di allevatori ignoranti e patriarcali. Secondo l’antropologa Marija Gimbutas, confermata in questo dalla ricerca genetica di Cavallli Sforza, a partire dal 4000 a.C. circa furono queste orde a sconvolgere la grande civiltà pacifica che aveva colonizzato il Mediterraneo e viveva di pesca, agricoltura e commerci. Dalle steppe dell’Eurasia queste ondate di allevatori che facevano della guerra la struttura base della loro vita, si riversarono nelle pianure fertili lungo i grandi fiumi. Nella maggioranza dei casi divennero dominatori ma furono anche assorbiti intellettualmente dalla più evoluta cultura dei popoli che avevano soggiogato. Per capire la situazione basta un esempio: quando i Dori conquistarono Creta trovarono le tavolette incise con testi scritti, leggi, storie e contabilità dei mercanti. Ma non capirono l’utilità della scrittura e iniziarono a utilizzarla solo 400 anni dopo. Compresero l’alfabeto solo quando si furono finalmente trasformati da allevatori predoni in commercianti agricoltori. Tutte le mirabolanti conoscenze della cultura greca in realtà sono il raccogliticcio dell’eredità matriarcale dei popoli vinti. In particolare la cultura egiziana fu per tutti i popoli mediterranei una grande fonte di conoscenze scientifiche e tecniche.
    Quel che fecero i greci Dori prima, e i Romani poi, fu nascondere questo debito culturale. È un vizio dei vincitori rubare ai vinti anche i loro meriti storici.
    Ed ecco che così si arriva al mito di Atlantide. La società perfetta, ultimo baluardo dell’Eta dell’oro dell’umanità, quando la pace regnava sul mondo e non era stata ancora inventata l’inferiorità della donna.
    I Greci, dediti alla violenza e alla segregazione delle femmine (che non avevano diritto alcuno) sono continuamente affascinati da questa evoluta civiltà che li aveva preceduti. E ne resta traccia nell’Odissea, intessuta di storie di Amazzoni, di streghe e di popolazioni dai costumi scandalosi come nel caso di Nausicaa. Noi non ce ne rendiamo conto ma, per i tempi, era un po’ scandaloso che un re ordinasse alla sua giovane figlia di lavare e ungere uno straniero... Naufrago per giunta... Erano i racconti che facevano eccitare le platee dei benpensanti ateniesi che tenevano in grande considerazione la verginità delle loro figlie. Al contrario dei popoli matriarcali che, come ci conferma anche Erodoto, ancora secoli dopo le storie di Omero, praticavano l’ospitalità sessuale verso gli stranieri prima del matrimonio. Lo facevano per ottenere figli più sani mischiando il sangue. Queste storie di obblighi sessuali presso il tempio della Dea solleticavano grandemente gli Ateniesi che applaudivano Erodoto quando bollava Babilonia come città oscena. Ma non si può negare che questi popoli matriarcali avessero idee molto chiare sul valore positivo dell’incrocio il più possibile vario del patrimonio genetico. Evidentemente si erano accorti che i figli con gli stranieri nascevano spesso molto forti e persino più intelligenti. Anche perché allora i viaggiatori, per arrivare vivi a destinazione, dovevano essere sani e agili di cervello. I viaggi a quei tempi erano un grande sistema di selezione e arricchimento della specie.
    Ma tornando alle Colonne d’Ercole e a Atlantide (3000 A.C.), cosa succede se dopo averle spostate seguiamo la rotta che ci indica ancora Platone per raggiungere l’isola scomparsa? Beh, pare proprio, che l’unica isola contro la quale si va a sbattere (in grado di reggere la parte di Isola Mito) sia proprio la Sardegna. Che in effetti, a ben guardare, ha proprio quella forma un po’ rettangolare che descrive Platone e nella parte meridionale è occupata da una pianura anch’essa quasi rettangolare. Frau ci illustra con dovizia di particolari tutte le somiglianze (coincidenze?) tra la Sardegna e l’Isola di Atlante. Ma resta un quesito. Molti segnalano che Atlantide era straordinariamente potente sul mare e che arrivò addirittura a scontrarsi con la flotta dei greci uscendone sconfitta... Ma da nessuna parte ci risulta che i Sardi fossero tanto potenti da diventare antagonisti dei greci sulle rotte del Mediterraneo. Ma Frau, romano meticcio, sventola la bandiera della sua parte sarda e le sue conoscenze sugli Egizi, per raccontarci tutta una serie di fatti e indizi sulla situazione del Mediterraneo prima del 1000 a.C. E, in effetti, viene fuori che la Sardegna, proprio in quel periodo era dotata di un’eccezionale linea difensiva costituita da centinaia di fortificazioni nuragiche. E manufatti sardi sono incredibilmente simili a molti trovati in tutto il Mediterraneo. E si incrociano parentele tra i Sardi e gli Etruschi, altro popolo dalle origini misteriose e dalle forti tendenze matriarcali. E, poi, viene fuori anche un nome, Shardana, che in effetti ricorda molto la parola Sardegna. E via, di questo passo, si disegna infine una pagina della storia antica che è ancora visibile solo in trasparenza. La storia di una grande consociazione di popoli matriarcali, che già, in parte hanno perso la loro caratteristica pacifica, assediati come sono dalle incursioni degli allevatori guerrieri. Un’ultima colossale battaglia, forse la prima grande battaglia navale della storia, oppone l’alleanza dei Popoli del Mare, capitanata dai Sardi, alla flotta riunita intorno alle bandiere degli Egizi di Ramses III e dei Greci (e qui Platone si riferisce alle popolazioni pre Doriche). Gli allevatori guerrieri vincono, ma enormi cataclismi si abbattono sia sul Mediterraneo d’Occidente che su quello d’Oriente della Grecia. Ormai la cultura matriarcale è stata massacrata da millenni di sconfitte, meticciati culturali e superiorità militare di culture incentrate sulla violenza. L’impero Shardana, colpito a morte da un maremoto, uno “Schiaffo di Poseidone” scrivono gli Antichi, ha perso per sempre la sua spinta e il fulcro della storia si sposta altrove.
    E chiaramente poi a nessuno interessa tanto di andare a scavare nella storia dei Sardi. Considerata un’isola arretrata, abitata da popoli primitivi (e difficili), buona solo per depredarla delle sue querce e del suo argento. Certo i professori del continente non hanno mai avuto un interesse particolare a dar lustro ai Sardi: meglio era rintracciar antenati illustri ai briganti che fondarono Roma. (Come dice Berlusconi Romolo e il suo fratello Remolo, spesso erroneamente accumunati a Gongolo e Brontolo.)
    E a ben guardare la Sardegna nasconde da secoli una cultura nella quale inaspettatamente ci sono ancora oggi forti tracce matriacali, tracce talmente importanti che difficilmente si scorgono altrove in tutto il nostro mare. Ad esempio De Santis, negli anni 50 riprese una scena in Barbagia che ci porta indietro di millenni e che pare proprio impossibile. Nel film girato dal grande ricercatore si vede un uomo anziano che viene curato da una decina di donne vestite di nero e con il fazzoletto nero in testa, quasi uno chador. Il vecchio è steso per terra in un campo: è un pazzo. Le donne iniziano a ballargli intorno e a saltarlo. Poi a turno si scoprono il seno e avvicinandosi al suo viso gli spruzzano addosso il loro latte mentre il vecchio urla e ride e cerca di toccarle.
    Sicuramente un’immagine forte e appare incredibile che nel cuore della Barbagia degli anni ’50 delle donne avessero una tale considerazione del loro rituale da accettare di mostrarlo davanti alle cineprese. In un tempo nel quale, lo ricordiamo, mostrare un seno nudo era comunemente considerato un atto osceno e un reato penale.
    Come hanno potuto resistere simili ritualità per millenni in una società apparentemente dominata dai maschi? Forse ciò è accaduto proprio perché da quelle parti - in quella Barbagia mai conquistata davvero, del tutto - le radici matriarcali erano particolarmente forti e profonde. È realmente possibile ricostruire pezzi dell’Atlantide perduta scavando nella storia e nella cultura Sarda? Sicuramente si tratta di una sfida avvincente.
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    centrosardegna
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    00 8/28/2007 3:50 PM
    Qui il libro SHARDANA I POPOLI DEL MARE

    books.google.it/books?id=sElneCjTj3kC&dq=&pg=PP1&ots=gQMzGgAADU&sig=c9RAbYFXhUOHXqS0pEjJvkbT5qU&prev=http://www.google.it/search%3Fhl%3Dit%26q%3Dshardana%26btnG%3DCerca%2Bcon%2BGoogle%26meta%3D&sa=X&oi=print&ct=title#...
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