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Sulle tracce dei misteriosi e terribili Shardana. E di colpo va
riscritta la storia degli abitanti di un' isola che - si è sempre
detto - vivono con le spalle rivolte al mare



Viaggio nell' archeologia
per sciogliere l' enigma di un popolo guerriero venuto dall'
Anatolia



Bronzetti nuragici abbigliati come la guardia scelta del faraone
nelle incisioni del tempio di Karnac. Giovanni Ugas, docente all'
Università di Cagliari, sta capovolgendo le certezze dell'
archeologia sarda. E cade il mito dei primi sardi, "genti che
vivevano come dietro una barriera, chiuse come in un carcere".
Merce proveniente da tutto il Mediterraneo stivata nei nuraghes di
una gente che "non sapeva navigare"



C' è un mistero in mezzo al mare: è la Sardegna. Già
antica persino per gli antichi. E c' è un mistero agli inizi della
Storia: gli Shardana, uno di quei mitici Popoli del Mare che di
tanto in tanto - confederati tutti insieme con gli Shekels
siciliani, i Lebu libici, i Liku liguri, i Tursha tirreni... -
partivano dal Mediterraneo occidentale a far disastri ovunque
arrivassero. Due misteri che, ora, uno studioso sta cercando di
svelare. "Guardi, guardi qui", il professor Ugas indica in una
teca del Museo di Cagliari un bronzetto dall' elmo cornuto, con
uno scudo tondo e una lunga daga. "E adesso osservi questa
riproduzione: è una delle scene incise nel tempio di Karnac dove
Ramses il Grande ha voluto raccontarci al meglio la battaglia di
Kadesh con cui sconfisse gli Ittiti nel 1285 avanti Cristo. Sulla
destra ci sono i soldati del faraone che battono con dei bastoni i
prigionieri. Ma osservi bene ora sulla sinistra. Li vede quei
quattro guerrieri con tanto di cornetti sull' elmo, scudo tondo,
daga lunga? I testi ci dicono che è la guardia scelta del Faraone.
Sa come si chiamavano? Shardana, erano uno dei più terribili tra i
Popoli del Mare". E, d' improvviso, cambia tutto: la Sardegna
torna in mezzo al mare. Gli Shardana, infatti - e lo si sa da
mille fonti, sia egizie che accadiche e ittite - sono quelli che
uscivano dalla loro isola piazzata "nel grande verde" per
distruggere Hattushas e Ugarit. O per piantonare Biblos su
incarico del faraone... Saettano gli Shardana con le loro navi, in
quegli anni terribili - tra il 1300 e il 1100 prima di Cristo, in
cui succede tutto e il Medioriente, scrive Braudel, si balcanizza:
nel 1183 cade Troia, si frantumano uno dopo l' altro l' impero
miceneo, quello ittita, traballa forte persino quello egizio... E
loro, predoni di mare, mordono e fuggono da una costa all' altra
del Mediterraneo. Vero e proprio flagello per mezzo mondo; task
force benedetta, invece, per l' altra metà, quelli che li
assumevano - proprio come fece Ramses II - a far da mercenari e
mettere le loro cose a posto in giro per l' impero. E sì, cambia
tutto con questa identificazione che fa navigare nella storia i
Sardi-Shardana. E pensare che per anni i bronzetti nuragici sono
sembrati solo gadget di un vecchio film andato distrutto...
Sparito il copione, rimangono solo i set della vicenda: quegli
8000 poderosi nuraghes tirati su a cono tronco con pietre anche di
sette tonnellate, rimasti in giro per i cucuzzoli dell' isola a
far capire che di un vero e proprio kolossal si trattava. Altre
migliaia devono essere sotto terra, o inglobati nelle fondamenta
di chiese e città. Centinaia sono sul mare o vista mare o, ormai,
dentro il mare. E loro, i bronzetti, sempre lì, muti, a farsi
trovare anche in Etruria, a 180 chilometri di mare più in là e nei
luoghi santi dell' antica Italia, per sentirsi poi fantasticare
addosso la loro storia di popolo isolato, senza scrittura, senza
navi. Non sono mai bastati i segnali che cercavano di lanciare:
quei gonnellini orientali, le barbette mesopotamiche, i decori
assiri delle armature... E neppure sono servite le
rappresentazioni di navi che s' erano portati a decine nelle tombe
o mettevano sugli altari - a creare scenette sacre, come presepi -
per far capire ai posteri che li avrebbero trovati 3500 anni più
tardi, che navigare, per loro, era cosa importante,
importantissima. Del tutto inutile persino il fatto che man mano -
scavando nuraghes - saltasse fuori roba che veniva da tutto il
Mediterraneo (una per tutte: il tesoro di ceramiche micenee
trovato un po' ovunque) e che, in tutto il Mediterraneo, si trovi
non solo ossidiana sarda (il vetro vulcanico che era un po' l' oro
nero già dal 6000 a.C., tagliente e resistente, ideale per punte
di frecce e lame affilate) ma anche bronzetti e ceramiche. E
persino - proprio nei posti dove gli Shardana nel vicino Oriente
avevano creato le loro basi militari - architetture tecnicamente
simili a quelle nuragiche, come quell' edificio scoperto l' anno
scorso a El-Awat, vicino ad Haifa, da un équipe sardo-israeliana,
che per ora è l' unico vero e proprio similnuraghe in trasferta.
Niente da fare! Il primo comandamento dell' archeologia sarda era
ed è rimasto: "I Sardi hanno sempre odiato il mare!". Del resto,
quando dio parla, andargli contro - si sa - è sacrilegio. E
Giovanni Lilliu, per gli studi nuragici, è giustamente dio. Oggi
ha quasi 90 anni. E' stato lui a battezzare la ricerca,
promuoverla, orientarla, a fare le prime ipotesi, costruirne un
fascinoso impianto, stretto però da una serie di convinzioni mai
incrinate. Tipo: i primi sardi? "Genti che vivevano come dietro
una barriera, chiuse come in un carcere". Le coste dell' isola?
"Si prestano male a servire da tramite con le terre circostanti,
contribuendo a rendere assai modesta la vita marittima...".
Conseguenze? "Nel barbarico Occidente la Sardegna fu tra le
province più barbariche...". Veri e propri comandamenti che hanno
condizionato chi di archeologia mediterranea si occupava. Capita
così, paradossalmente, che a Giovanni Ugas il quale per Lilliu ha
comunque una vera e propria venerazione tocchi ora la parte dell'
eretico, propugnatore di uno di quegli scismi che solo domani sarà
religione ufficiale. Cinquantaquattro anni, ricercatore e docente
di Preistoria e Protostoria all' Università di Cagliari, Ugas
(giusto trant' anni fa allievo di Lilliu; giusto quarant' anni fa
il primo delle centinaia di scavi che ha fatto in Sardegna) si
appassiona nel racconto: "Negli ultimi anni l' archeologia ci ha
dimostrato che tra il 1600 e il 500 - finquando non si dissolse
misteriosamente (un po' come capitò ai Maya ndr) - la civiltà
nuragica era al centro della rotta mediterranea dei metalli. E
moltissimi indizi ci portano - con i Nuragici-Shardana - in giro
per l' antichità. Ormai è accertato, grazie all' archeologia, che
intorno al secondo millennio, da qui fino all' Egeo e fino a
Ugarit, non solo i lingotti di bronzo a pelle di bue erano più o
meno gli stessi dappertutto, ma pure l' unità di peso e quella
lineare era in comune: 5,5 grammi e 5,5 centimetri. Dati che fanno
del Mediterraneo di allora un mercato comune d' antan. Sono
scoperte nuove che emozionano... D' altra parte dovrebbe davvero
essere, questa nostra Sardegna, l' isola dell' oblio totale:
popoli di mare, arrivati qui per secoli e secoli via mare, che d'
improvviso - senza ancora gli eserciti punici o romani a far paura
sulle coste - perdono la capacità di navigare. Improponibile,
ormai". A questo punto il copione di questo kolossal dovrebbe
prevedere un flash back di almeno 2000 anni rispetto all' età
nuragica, per portare la vicenda al 3500 avanti Cristo. Esterno
Anatolia, dunque. Anche allora - come oggi - c' erano paure che
spaventano la gente più del mare. Presero le barche, quei
disperati, e ci rischiarono sopra la vita. Approdarono qui, chissà
dove, chissà quante volte, dopo chissà quante tappe, per scappare
da chissacchì. La Sardegna, 3000 anni prima di Cristo, era davvero
il paradiso. Ci deve essere stato un passaparola tra chi andava a
prendere roba in Spagna o anche più su e trafficava nel
Mediterraneo di allora: "C' è un' isola tutta verde, piena d'
acqua dolce, in mezzo al mare, sulla rotta verso il tramonto del
sole...". E chi non aveva niente da perdere ci si trasferì.
"Caucasici", ha sentenziato il dna interrogato dal trio Cavalli
Sforza-Menozzi-Piazza che, avendo fatto l' esame del sangue al
mondo intero per quel meraviglioso libro Adelphi - "Storia e
geografia dei geni umani" - ha salassato anche la gente della
Barbagia che, rifugiata là dentro fin dalle scorribande dei
Cartaginesi nell' ottavo secolo, dei Romani poi, dei Vandali dopo
ancora, dei Saraceni subito dopo, nessuno per millenni ha mai
contaminato. Dna e archeologia dicono le stesse cose: grandi
sbarchi dall' Anatolia, terra di pastorizia e di miniere e di
kilim geometrici come quelli sardi della tradizione. E di occhi
all' ingiù come li aveva Berlinguer e li hanno in mille paesi nel
centro dell' isola, e di formaggi acidi, e di dee madri, quelle
potentissime che in parte sopravvivono ancor oggi nel matriarcato
barbaricino. Proprio la Dea Madre benedì quei loro viaggi.
Arrivati qui, la ringraziarono continuando ad adorare lo strano
mistero del suo ventre che di tanto in tanto, a sorpresa, chissà
come mai, si gonfiava a dismisura per dare la vita. Dee madri
grasse e poppute, dalle anche tondeggianti e le cosce smisurate
proteggono - incise nelle tombe, scolpite in statuette, deportate
nei musei - le prime morti dei nuovi sardi, il loro nuovo viaggio
stavolta nell' aldilà. Basta andare a Montessu, nel Sulcis, vicino
a Villaperuccio. C' è un' anfiteatro naturale costellato di grotte
scavate con cura in una roccia facile facile che basta conoscerla
per lavorarla bene, proprio come quella della Cappadocia. Che,
5000 anni fa, tutte queste cavità-sepolcro squillassero di gialli
e ocre rosse ormai lo si nota solo grazie alle guide che
gestiscono questa necropoli scoperta da Enrico Atzeni, tra le più
importanti della Sardegna. Sono i ragazzi - appassionati,
puntigliosi, entusiasti nonostante sia da gennaio che non prendono
stipendio - a segnalarti le tracce di colore, a dirti di guardare
in su per vedere, scolpite nella roccia dell' interno, le corna
del Toro sacro che alla cultura della Dea Madre si accoppia, per
far riuscire come si deve il miracolo della fertilità. Ed è grazie
alle loro indicazioni (telefono 0781/950019) che guardando verso
il mare lontano, dietro un monte che sembra gravido, si fa
attenzione alle due isolette - l' Isola del Toro e della Vacca -
che, galleggiando all' orizzonte, per un gioco di prospettiva,
sembrano appena partorite dalla montagna. Come poi quelle dee
madri - figlie della gigantessa di Catal Hoyuk in Anatolia,
imparentate con donnone sacre che affollano il neolitico un po'
ovunque - si siano assottigliate, spiritualizzate, schematizzate
fino alla taglia cicladica (due piccoli seni puntuti, talvolta un
segno appena accennato per la vagina, un corpo tutto spigoli da
manuale di geometria) non è dato sapere. Altre morti danno vita ad
altre storie: le chiamano Tombe dei Giganti e a vederle non erano
certo sepolcri per gente da poco. Sono le prove finali per il
Nuraghe: grandi massi incastrati ad arte si contrappesano a
formare un budello lungo e stretto, talvolta - come nel caso della
Giara di Siddi - alto più di una persona alta. Come poi sia
saltato in mente a qualcuno di partire per la tangente con quei
massi e incominciare a fabbricare tronchi di cono dappertutto
nell' isola, neppure il professor Ugas se lo sa spiegare con
certezza: "Sul big bang del nuraghe si possono fare solo ipotesi:
certo è che qui si perfeziona e si esalta un modo di costruire che
troviamo - dall' Egeo fino alle Baleari - in quei pozzi sacri
scavati e poi riempiti di massi a rafforzarne le pareti. Solo che
in Sardegna, un certo giorno del 1600 avanti Cristo quei massi
sistemati in circolo cominciano a uscire dal terreno e strato dopo
strato - per almeno otto secoli, piano dopo piano - edificano
costruzioni inespugnabili con torrioni alti anche 27 metri e mura
tutt' intorno che occupano fino a tremila metri quadri". Altro che
videografica. Il professore sì che riesce a resuscitarlo quel
portento di massi e i clan che li abitavano: ti fa capire dov'
erano le recinzioni, scova sotto i licheni rossastri il gioco
raffinato di pietre di diverso colore, rintraccia le lastre grandi
degli spalti, ricostruisce a parole la postazione del terrazzo, e
i pascoli, e le zone del lavoro... All' interno - nel ventre dei
colossi di Sant' Antine o Barumini o al Nuraghe Arrubiu di Orroli
- sei dentro il giocattolo di un gigante. E ti accorgi bene di
come l' ha montato bilanciando, incastrando, spericolando massi di
basalto uno contro l' altro e azzardando cupole strabilianti,
corridoi pazzi che si spalancano inaspettati in spazi che i
millenni hanno smangiucchiato quel poco che bastava per farli
uguali a grotte e alla natura di pietra che li circonda. A
pensarli com' erano vissuti, però, si comprendono i miti che li
reclamizzavano. Traversarono il mare anche quei miti per entrare
nel pantheon dei primi Greci. Diodoro Siculo ne parla ancora nel
primo secolo avanti Cristo tirando in ballo Ercole e suo nipote
Iolao che "conquistò l' isola e vi fondò importanti città, spartì
il territorio e chiamò dal suo nome quelle genti Iolaei; costruì
ginnasi, templi per gli dei e tutto quanto rende felice la vita
degli uomini". Spiega Ugas: "E' solo uno dei tanti miti d'
origine della Sardegna che Greci e Romani ci hanno tramandato: sta
di fatto che ogni volta vi si parla con meraviglia delle
costruzioni dell' isola talvolta attribuite ai Ciclopi, altre
volte a Dedalo". E prosegue: "C' è di più. Proprio le fonti greche
più antiche attribuiscono a genti venute da fuori le loro
edificazioni più strabilianti - i giganti della Licia chiamati da
Proitos per far Tirinto; i Ciclopi con i quali Perseo fortificò
Midea e fondò Micene; persino le mura dell' Acropoli di Atene
Erodoto l' attribuisce ai Pelasgi, e altri ai Tirreni che poi,
però, per Plutarco, sono due modi diversi per chiamare la stessa
gente che arrivava dal Mediterraneo occidentale. Ebbene lo
confesso: io a Micene, nella tomba degli Atridi, ma anche ad
Hattushas, con tutti quei massi incastrati a meraviglia, ho
sentito una strana aria di casa... Di fatto non escludo che così
come c' erano in giro eserciti partiti da qui a lavorare come
mercenari, non ci potessero essere anche squadre di maestranze e
architetti disposti a lavorare in giro per il mondo antico". Altro
che sacrilegi. Siamo alle bestemmie. Non solo navigano questi
sardi di Ugas, ma sanno anche il fatto loro. E se non fosse per
tutti i documenti che il professore ti costringe a leggere -
pronti per il libro che sta ultimando - penseresti a una risposta
isolana a Bossi e alle sue ampolle con l' acqua sacra del Po.
"Cosa crede che io non ci soffra? Di una cosa però sono certo, e
gli scavi mi sono testimoni: allora il mare univa, non divideva.
Purtroppo io sono costretto a ragionare come archeologo. E come
archeologo mi dico che, incrociando reperti e fonti classiche, ho
ormai mille e mille indizi ma la prova definitiva ancora mi manca.
Ma neanche Schliemann, il giorno prima di trovare Troia, aveva
prove: soltanto la certezza di rintracciarla e proprio lì. Mi
facciano scavare un nuraghe a mare, mi consentano di fare ricerche
a Crocodilopolis dove gli Shardana ebbero le loro fortezze, e
prima o poi... Io il problema Sardi-Shardana non lo sto chiudendo:
lo voglio solo riaprire. E sarà una grande avventura ". A ottobre
il professore sarà di nuovo in Israele, a scavare nelle terre
dove, nel 1200 avanti Cristo, due tra i più famosi Popoli del Mare
si erano insediati: gli Shardana con una loro roccaforte, e i
Filistei (ovvero i proto-Palestinesi) per farne casa propria e
rinunciare alla vita predona del mare.