00 8/4/2007 7:21 PM
Capo Malfatano, storia di uno straordinario porto punico da 400
navi che nessuno può scavare. Le nuove scoperte tra Tharros e
Nora, le capitali sarde della civiltà fenicio-punica



Muraglie sommerse
lunghe centinaia di metri. E poi strade, magazzini, un tempio. Ma
i soldi per studiare il mitico scalo di Melqart non ci sono



Centinaia di anfore ancora piene di cibo nello stagno di Santa
Gilla



Persino per parlarne c' è bisogno di tutto il
Mediterraneo. La grande rada si spalanca improvvisa nel granito
della costa sud-occidentale, subito dopo uno sperone di roccia
strapiombato a mare che gli arabi battezzarono Amal Fatah ovvero
il luogo della Speranza. Oggi si chiama Capo Malfatano. La prima
Africa, quella dei sassi belli di Cartagine, è lì davanti, proprio
in faccia, a 100 miglia marine verso sud, dritto per dritto 24 ore
di vela se il mare è quello giusto. Il vento di qui è il grecale.
Talvolta, però, pure lo suluk-scirocco vi si alterna al
mistral-maestrale. Nei suoi fondali sabbiosi l' acqua sballotta
una prateria di poseidonie che - solo si è davvero dell' umore
giusto e in pace con il mondo intero - sembrano danzare per te.
Basta una maschera, e saper nuotare anche così così, per vederle
otto nove metri sotto di sé. A interrompere la spianata sommersa
- tutta sabbia tranquilla, alghe e zig zag di pesci mezzi matti -
c' è una colossale muraglia formata da pietre giganti. Te la trovi
sotto la pancia a un metro e mezzo, due sotto il filo dell' acqua
e, se non fosse per tutti quei ricci che la fanno a pois, nei
punti più alti ci si potrebbe appoggiare con i piedi a prender
fiato e sputare nella maschera per farla nitida. A seguire il
muraglione si va avanti, nuotandoci sopra, per una novantina di
metri fino alla riva. E - solo perché te l' hanno detto - ti
accorgi che molti di quegli scogli sono squadrati, o sagomati a
incastro, o ancora sovrapposti ad arte uno sull' altro. Molti di
quelli degli strati più alti devono essere stati sbattuti giù da
onde e millenni; gli altri sono ancora al loro posto, compatti l'
un l' altro. Dalla sponda opposta, simmetrica, un' altra muraglia
giganteggia dal fondale per 110 metri finquando non si blocca per
lasciare un varco di 240 metri di acqua alta libera, e solo sabbia
sotto: l' accesso alla spiaggia della rada che è due chilometri e
mezzo più in là. "Potrebbe essere il Porto di Melqart, l' Ercole
dei Cartaginesi. E' comunque la più grande struttura portuale
antica che il Mediterraneo ci abbia mai restituito finora. Anche
le antiche carte di Tolomeo parlano di un Portus Erculi proprio da
queste parti e certo non è una coincidenza", spiega Paolo
Bernardini, archeologo della Soprintendenza che, appassionato
specialista dell' avventura fenicio-punica in Sardegna, la zona se
l' è studiata per bene. E prosegue: "Dentro c' entravano,
ormeggiate, anche 400 grandi navi. Poteva essere proprio questa la
base d' oltremare per la flotta militare cartaginese che da qui -
e da Utica e Cartagine, proprio di fronte, sulla costa tunisina -
bloccò a tenaglia il traffico con il Mediterraneo occidentale fino
all' ultima guerra punica, quella del 146 avanti Cristo con cui i
Romani sfondarono fino a Gibilterra". Nicola Porcu, da anni
ispettore onorario della stessa soprintendenza per i suoi meriti
di ricercatore subacqueo, che questo colossale porto ha scoperto,
aggiunge: "Chi arrivava qui era finalmente al sicuro e, certo,
faceva sacrifici proprio a Melqart, il dio che proteggeva i viaggi
per mare. Ce n' era bisogno, era un mare davvero cattivo quello di
allora: nei fondali qui intorno anfore e ancore e cocci raccontano
ancora oggi di antichi naufragi". E Bernardini: "Basta osservare
tutti i nuraghes che circondano la rada, per rendersi conto che il
porto può esserci stato fin dall' età nuragica. Le ultime tracce,
però, sono romane e medievali. Due calette più in là, verso
Teulada, si vedono ancora le cave da cui i massi per costruirlo
furono presi". Nella rada deve esserci ancora l' ira di dio di
roba: strade, mura che affiorano, i magazzini del rimessaggio,
forse un tempio, forse la conferma dell' origine punica del
porto... Bernardini: "E' una zona - questa compresa tra Tharros e
Nora, le due capitali sarde della civiltà fenicio punica - che,
piena di vita com' era, già ci ha permesso di riscrivere la storia
e le datazioni di quel capitolo della Sardegna. Grazie ad alcune
case ritrovate dieci anni fa a Sulci ora sappiamo di dover fare
arrivare i primi Fenici (termine che, all' inizio, significa
genericamente quelli dalla pelle rossa) nell' ottavo secolo avanti
Cristo e non più nel sesto o settimo come si credeva prima. E,
sempre con i ritrovamenti, ci siamo resi conto di quanto andassero
d' accordo quei primi mercanti avventurieri e danarosi con le
popolazioni locali, tutte contente di vendere a buon prezzo
rifornimenti e merci. Con i punici no! Cambia davvero tutto:
defenestrate le élites locali, deportate popolazioni intere,
sostituite da genti del Nord Africa; e poi stragi, tasse e mano
pesante; e spie, e sorveglianza...". Fu allora, forse, che
qualcuno se ne uscì con quel "Bucca tupada, bucca indorada: bocca
tappata, bocca dorata" che ancora gira come proverbio. Talvolta,
però, si esagera: la Sardegna, ancor oggi, non ha ufficio stampa.
O se ce l' ha non funziona. Così può capitare - è capitato - che
si rintracci sott' acqua non solo questo porto ritenuto da tutti
il più importante mai ritrovato finora, ma anche - adagiate sotto
la schifosa fanghiglia nerastra (ma sacrosanta visto che ha
protetto tutto a perfezione) di Santa Gilla, uno stagno distante
una quarantina di chilometri dall' antico porto, proprio di fianco
a Cagliari - centinaia e centinaia di anfore ancora piene di roba
da mangiare (di tutto un po' , ma mai maiale) pronta per essere
stivata, e maschere di terracotta e manufatti e tegole decorate -
una specie di Pompei del commercio punico-mediterraneo, insomma -
e nessuno "in continente" ne sappia nulla e quindi ne parli
adeguatamente. A questo punto sarebbe bello poter annunciare anche
che - sempre a causa della mancanza di un ufficio stampa adeguato
- in giro non si è saputo neppure che nelle due zone del Porto
grande e dello Stagno di Santa Gilla sta ora partendo una poderosa
campagna di archeologia subacquea, e che la Sardegna ha chiesto
aiuto - e soldi buoni - all' Europa che glieli ha dati per cercare
lì dentro la nostra storia comune. E che sarà un colossale
cantiere archeologico, aiutato dalle università e visitabile da
tutti in una zona bellissima e miracolasamente ancora intatta (i
Monzino, ex Rinascente, padroni di tutto da quelle parti, non
hanno mai distrutto nulla). E che il cantiere darà lavoro a
centinaia di giovani ricercatori. E che - come succede in Egitto -
si faciliteranno gli scavi anche ad équipe archeologiche
straniere. E che la roba - man mano che verrà trovata, verrà sì
restaurata ma subito dopo esposta in zona con piccoli e grandi
nuovi musei adeguati. E che per tutta la costa tra Cagliari e
Oristano - quella con dentro il Sulcis bastonato a morte dalla
disoccupazione delle miniere chiuse - sarà una nuova età dell' oro
dato che chiunque si interessi di archeologia - una volta visti
gli splendori di Tharros e Nora, le due Cartagini di qui - dovrà
per forza visitare il colossale porto che racconta l' apogeo della
vita di mare di qui e, forse, l' inizio della fine per la civiltà
nuragica. E che persino il vecchio Progettone della carta del mare
e dei tesori che qui nasconde è, finalmente, diventato realtà. E
che... Purtroppo, però, stavolta non è questione di ufficio
stampa... Non solo per indagare sul passato archeologico -
nuragico, fenicio, punico, romano, bizantino - dell' isola ci sono
sì e no 700 milioni l' anno in tutto (il costo di una puntata
particolarmente economica di un qualsiasi Fantastico; o di un paio
di chilometri di autostrada; 250 volte meno di quel che si è speso
finora per un faraonico porto-canale nato morto proprio nella zona
dello stagno), ma tutto il territorio di Cagliari nasconde a
perfezione i suoi antichi trofei. Da quando fu scoperto, tre anni
fa, al Porto grande nessuno ha più indagato. Ferme anche le
ricerche a Santa Gilla. Persino i materiali trovati lì sono
sepolti in magazzini inaccessibili. Niente di strano: dei tesori
che terra e mare di Sardegna restituiscono da anni, un centesimo
appena è quello esposto da quando, sette anni fa, è stato chiuso
il vecchio Regio Museo, uno strampalato, mirabolante bazaar di
meraviglie nuragiche e mediterranee che nella sua confusione
aveva, però, un gran fascino. Ora poche vetrinette - ordinatine,
ma come di una farmacia - annunciano da anni che il nuovo museo,
prima o poi, sarà completo. Fatto sta che della Sardegna si
capisce di più vedendo la piccola, preziosa mostra I Fenici in
Sardegna, in questi giorni ai Musei Civici di Milano, che
sbattendosi in giro per i musei del Cagliaritano. Ma se ricerca e
valorizzazione delle antichità sarde vanno a rilento, in compenso
- proprio nelle zone archeologiche - c' è un superattivismo
immobiliare - benedetto da tutti Regione, Soprintendenza e
Legambiente comprese - che rischia di seppellire sotto il cemento
armato interi capitoli della nostra storia. Già a Santa Gilla non
solo il porto-canale e le sue ruspe fanno disastri facendo
spostare gli stessi fenicotteri che hanno fatto ricca la Camargue,
ma un centro commerciale s' è mangiato con le sue fondamenta le
strutture del porto romano di Scipione. Ora, poi, anche
Tuvixeddu, una delle più maestose necropoli puniche esistenti nel
Mediterraneo arroccata su in alto, nel centro di Cagliari, rischia
una di quelle valorizzazioni che solo gli immobiliaristi di
qualità sanno prospettare a un Comune: un bel complesso di
palazzoni vista-tombe tutt' intorno, alla faccia della
scaramanzia, e dei vincoli, e del fatto che l' intera zona è stata
definita dall' Unesco patrimonio dell' umanità.