00 8/4/2007 7:16 PM
La scienza deve intervenire proprio sul
terreno che da secoli produce le più assurde fantasie. Si è
appena concluso all' Accademia dei Lincei un convegno dedicato
all' uomo antico e il cosmo. Nasce anche una nuova disciplina l'
archeoastronomia. L' uomo moderno ha perduto il contatto con le
stelle.



Roma Occhi al cielo ma piedi per terra. E, soprattutto, dati,
tabelle, statistiche in mano. E via, uno dopo l' altro, astronomi
e archeologi insieme tra le stelle di Gilgamesh, per frugare nella
scrittura celeste della Mesopotamia. O in giro per capire davvero
i megaliti orientati con il sole. E le rocche dei Garamanti: tutte
puntate a guardare l' alba nel solstizio d' estate. E i menhir che
punteggiano l' Europa dalle isole britanniche fin giù alla
Sardegna, e più giù in Africa; ma anche più in là, nelle piane che
dal Caspio si slargano verso la steppa. E gli effetti speciali
delle chiese cistercensi con la luce del sole che fa miracoli...
Poi, alla fine, Giuliano Romano, storico dell' astronomia,
conclude: "...E così Sia". Di solito non si licenziano così i
Convegni Lincei come questo appena svolto nel Palazzo bello della
Lungara. Stavolta, però, si trattava non solo di chiudere la due
giorni dedicata a L' uomo antico e il cosmo, ma anche di
annunciare che questa settimana nascerà anche in Italia una nuova
disciplina scientifica: davanti a un notaio milanese verrà
battezzata la Società di Archeoastronomia Italiana. La S.I.A.
appunto. E' un fatto importante: la risposta agguerrita della
Scienza ai deliri New Age. Importante anche che l' annuncio parta
dall' Accademia dei Lincei, da quasi 400 anni tempio laico dell'
interdisciplinarietà. Già un paio di anni fa un gruppo di
egittologi seri - Annamaria e Sergio Donadoni, accademico dei
Lincei, in testa - stanchi di telefonarsi indignati con i colleghi
ogni volta che finivano alcune trasmissioni
egizio-esoterico-ufologiche della Tivù di Stato con la Sfinge a
far da sorella a E.T., organizzarono una mostra apposta: partendo
dai primi tumuli, passando attraverso le piramidi a gradoni, e
arrivando ai mastodonti di Cheope & C., certificarono l'
impossibilità di inserire fantasticherie extraterrestri in quello
sviluppo monumentale così "normale" e ben documentato. Ora questo
nuovo soprassalto. Accorato, appassionato, rigoroso. Scientifico.
Vittorio Castellani, ordinario di Fisica Stellare all' Università
di Pisa: "Da secoli il rapporto degli antichi con il cielo è
terreno di caccia per gente che si muove disinvolta senza
demarcazioni tra verità e fantasia, alimentando filoni
pseudoletterari che ancora oggi inquinano il settore e hanno
finito per tenerne lontani gli archeologi". E bisognava sentirlo
Sebastiano Tusa (archeologo alla Soprintendenza di Trapani che,
per alcune sue fascinose ricerche sull' orientamento delle
architetture rituali in Sicilia tra il IV e il II millennio, si è
legato agli astronomi dell' Università di Palermo) come con otto
parole - "Niente voli pindarici. Qui facciamo scienza, non
poesia!" - ha rovinato la giornata a una paleoetnologa che da un
circolo di pietre - un cromlech calendariale nel Nuorese - era poi
partita per la tangente, al di là del documentato. Insomma roba
seria. L' associazione fornirà un nuovo strumento per interpretare
e capire gli antichi, facendo ordine in un campo inquinato da
troppe cialtronerie. Del resto, poi, è talmente affascinante la
realtà... "... Partendo dall' alto si succedono tre diversi cieli.
Quello superiore è formato da granuli rossi, bianchi e neri. Il
secondo è pietra blu scuro. Il terzo, quello che l' uomo vede, è
tutto di diaspro... Subito sotto c' è la superficie terrestre, lo
strato delle acque sotterranee, il mondo dei morti...". Sembra
quasi una fiaba ed è scienza. Ma scienza degli antichi quando
scienza e religione erano ancora una sola cosa: è la spiegazione
dell' Universo che si davano nel II millennio a Babilonia gli
adoratori di Marduk. Lui, il dio supremo era nel cielo di mezzo, e
dalla sua cella di lapislazzulo incideva man mano le stelle nel
cielo sottostante, proprio come se stesse scrivendo con dei cunei
su una tavoletta d' argilla. Chiaro che le stelle si dovessero
guardare con attenzione: era attraverso di loro che il dio
comunicava per scritto le sue volontà agli uomini. Chiaro anche
che i templi andassero orientati secondo quel che il cielo divino
imponeva. Più parla, il professor Giovanni Battista Lanfranchi,
docente di Scienza dell' Antichità all' Università di Padova, per
sviscerare questa sua ipotesi di una presenza di sfere celesti
concentriche già allora, basata su due tavolette del VII secolo
interpretate recentemente, più sembra di assistere in diretta al
big bang del cielo a strati: è il Dna di quella visione pazza che
- attraverso il mondo iranico prima, il Libro della Scala degli
arabi, poi - contagerà il mondo fino a Dante e alle sue allucinate
vertigini. In Mesopotamia è proprio il Cielo a parlare. Nel mondo
prima della scrittura, invece, sono solo le pietre - a saperle
leggere - a raccontarcelo. Facile capirlo attraverso i massi
incisi con gli omini graffiti che - mani in alto - pregano tutti
uguali, dall' Australia alla Bassa California, alla Val Camonica.
Più difficile - se non si gira come ha fatto Giovanni Lilliu,
decano degli archeologi sardi, con bussola e taccuino in mano per
censire i massi posizionati dagli uomini del neolitico - capire
quanta importanza avesse l' asse Nord-Est verso Sud-Ovest nell'
allineamento dei menhir. Quelli di Villaperuccio - pietroni di
trachite bruna e di granito alti da sei a dieci metri - segnano un
percorso di circa un chilometro proprio in quella direzione: "Un
asse di allineamento identico a quello che ordina i 285 menhir di
Pagliau- Sarténe in Corsica. In questi - come nel 78,94 per cento
dei 270 menhir sardi, e come in quelli delle Alpi orientali, e
come in Lunigiana, e come nel Nord Ovest del Caucaso - la faccia
principale è sempre volta alla nascita del sole". Lilliu (fin dal
' 94 presente ai convegni con cui Sabatino Moscati e la sua
Accademia iniziarono a sdoganare la nuova disciplina) da un certo
punto in poi usa lo zoom su cerchi concentrici e incavi di alcune
stele istoriate della zona di Mamoiada per far notare quanto sia
la loro disposizione che il loro soggetto coincidano con decori
analoghi rintracciati nel Nord dell' Inghilterra e a Meat, in
Irlanda. E siccome la concordanza è davvero stupefacente e le
datazioni tutte tra la fine del IV e l' inizio del III millennio
a.C., ecco che queste pietre mute si mettono a raccontare del
grande corridoio marittimo che, in quei secoli, deve aver
congiunto Mediterraneo orientale e regioni atlantiche europee. E
sì, zoom e grand' angolo... Usano - e ritmano - sguardi e
approcci differenti questi sapienti a convegno, proprio come i
primi Lincei che nel Seicento sperimentavano, smaniosi, microscopi
e telescopi appena messi a punto. E' una zoomata l' intervento di
Enrico Atzeni sugli scavi appena fatti in un complesso megalitico
vicino a Laconi, in Sardegna. Grandangolo per Paola Moscati che
punta a un Vocabolario di archeoastronomia concordato, in modo che
astronomi e archeologi comincino a intendersi davvero. Zoom sui
Sumeri, da parte di Giovanni Pettinato, e su quei loro scribi che
esaltavano l' intelligenza definita il luogo che fa nascere
persino gli dei, facendo così dell' uomo una creatura e un
creatore allo stesso tempo. Grandangolo, per forza, quello che
deve usare Juan Antonio Belmonte Aviles: come spaziare infatti, se
no, dalle Canarie al Nord Africa in più di 130 scavi, per
dimostrare che i Libi di Erodoto - i Berberi di oggi - adoravano
con tutto il cuore il Sole e la Luna e che gran parte delle loro
architetture di vita, ma anche delle loro necropoli, proprio dai
due astri erano influenzate. E' uno zoom quello che usa Elena
Ghedini per far innamorare anche il pubblico dei segnali segreti e
delle gerarchie nascoste in un gran Zodiaco tunisino realizzato a
mosaico tra il III e il IV secolo d.C... "Ormai", ha spiegato
Clive Ruggles, docente all' Università di Leicester dove hanno
appena varato la facoltà di Archeoastronomia, "con le nuove
tecnologie possiamo ricostruire perfettamente il cielo del
passato. I nostri antenati vivevano con il cielo: ora dopo ora,
notte dopo notte, stagione dopo stagione. Solo rendendocene conto
riusciremo a interpretare molte loro cose per noi ancora segrete".
E Castellani - ma anche Margherita Hack, e il professor Edoardo
Proverbio, e un po' tutti, in realtà - accorati: "Paradossalmente
l' uomo di oggi ha perso la capacità di leggere il cielo, di
capire la terra. Da sempre usati come calendari naturali per
scandire lavori agricoli e rotte marine, cielo e natura guidavano
tutto. Oggi soltanto gli scienziati, e forse qualche contadino,
sono ancora in grado di riconoscere le Pleiadi o la Stella Polare.
E' una nuova ignoranza scientifica che tiene lontani persino
umanisti e archeologi da nozioni semplicissime che andrebbero
insegnate a tutti". Magari cominciando da spiegazioni semplici
semplici come quella del professor Romano che - a un certo punto,
durante il convegno - ha congiunto le mani dritte davanti a sè:
puntandole verso il tramonto o l' alba - ha spiegato - e poi
spalancando le braccia, gli antichi erano in grado di disegnare i
quattro punti cardinali. In quel momento era lui - lì, così - il
primo atlante del-
l' umanità.