00 7/16/2007 4:57 PM
Alcuni stralci di uno scritto di tale Giulio Bolacchi,molto interessante per capire il popolo sardo e il ripetersi ciclico di certi eventi:


"giudizi di Martini, di Della Marmora, di Tuveri e di De Maistre
non costituiscono delle pure e semplici notazioni storiche, ma e-
sprimono sia pure sotto forma di esperienza vissuta una sintesi
degli atteggiamenti culturali tipici della società sarda e non solo di
quella alla quale si riferivano in modo diretto o indiretto questi
personaggi. Una società chiusa e statica, priva di qualsiasi dina-
mica, dove le idee non circolavano; non tanto perché era difficile
comunicarle, quanto perché puramente e semplicemente non esi-
stevano. Che idee potevano maturare infatti in una società nella
quale l'unico elemento di integrazione era costituito dal sistema
feudale e nella quale il sistema feudale non era mai riuscito a e-
sprimere una propria autonomia politica fondata su un'idea di na-
zione, ma aveva sempre mutuato il proprio potere e la propria sta-
bilità dalla completa soggezione a un dominatore esterno? In un
sistema sociale di questo tipo non esisteva spazio per una dinamica
sociale, non esisteva spazio per una modificazione delle strutture
sociali, in quanto non si era manifestata, ne avrebbe potuto mani-
festarsi, una classe sociale innovatrice."

e ancora,sulle elite rivoluzionarie:

Se si ripercorre la storia della Sardegna dalla fine del 1700 al-
l'abolizione del feudalesimo, appare evidente come le rare occa-
sioni di ribellione non abbiano mai coinvolto una classe sociale
borghese; dai moti angioiani del 1796, all'eroico sacrificio del no-
taio Francesco Cilocco e del teologo Francesco Sanna Corda che
nel 1802 sbarcarono sulla costa di Aggius per liberare la Sardegna
dal dominio feudale, fino alla congiura del 1812 capeggiata dalla
famiglia dell'avvocato Salvatore Cadeddu, ci si trova di fronte a
tentativi dai quali emerge la totale assenza di una base di accetta-
zione delle istanze rivoluzionarie che coinvolgesse, se non tutta,
almeno una parte della popolazione.
Questi tentativi mostrano, infatti, da un lato una minoranza di
uomini coraggiosi che non hanno esitato a sacrificare la propria
vita o a sopportare atroci torture per portare avanti un ideale rivo-
luzionario di stampo illuministico del quale l'Angioi, forse 1 'unico
sardo ad avere capito il senso della rivoluzione dell'89, era certa-
mente il più maturo rappresentante; dall'altro lato, un clero e una
nobiltà totalmente chiusi ad ogni istanza culturale moderna, inca-
paci di comprendere il senso della storia, e una massa popolare
completamente priva di conoscenza, di consapevolezza, di corag-
gio, di intelligenza.
Tutto sommato, le occasioni di rivoluzione ci sono state e sono
state anche abbastanza numerose; un'élite rivoluzionaria c'è stata
ed è stata certamente la più nobile delle élites cui un popolo potesse
aspirare, visto che tutti gli uomini che l'hanno composta nell'arco di
tempo che va dal 1796 al 1812 hanno pagato con la vita, con la
tortura, col carcere o con l'esilio; ma non c'è stata una base sociale,
non c'è stata una classe borghese, non ci sono stati professionisti,
commercianti, artigiani, popolani in grado di sostenere gli obiettivi
dei rivoluzionari."

da come scrive si capisce che non è un indipendentista,ma nel saggio parla anche dei limiti dell'autonomia e del sardismo,nonchè della condizione di isolamento politico e marginalità della sardegna nel contesto politico italiano....consiglio un'attenta lettura,poichè è molto interessante dal punto di vista storico,e mette in luce anche molti errori commessi dal popolo sardo in passato.

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