00 10/7/2006 10:54 PM
Capita di sentire in televisione che pure il figlio del Ministro dell'economia Tommaso Padoa Schioppa sia un "precario". "Precario", a qualsiasi titolo, è chi di fatto svolge un lavoro subordinato ma non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ormai queste sono situazioni diffusissime. E chi è "precario" non può essere "indipendente". Anche in settori dove l'indipendenza di chi lavora acquista indubbi risvolti di interesse pubblico. Come l'informazione. E in questo periodo i giornalisti stanno svolgendo dure azionidi lotta anche per mantenere adeguate garanzie professionali nel nuovo contratto. Riceviamo da un giornalista "non precario" e pubblichiamo molto volentieri queste testimonianze.






da STATI GENERALI DELL’INFORMAZIONE IN SARDEGNA



Le testimonianze (anonime) di due giornalisti precari sardi

“Io, giornalista senza password”

«Buongiorno signor presidente, cosa vogliamo scrivere sul giornale di domani ?» Il mammasantissima della circoscrizione comunale gongola come al solito. E come sempre risponde che da ragazzo l’ha fatto pure lui, il collaboratore. Sa benissimo che più si scrive, meglio è. Così come dall’altra parte del filo il collaboratore sa altrettanto bene che la millesima dichiarazione risolutrice dei problemi dei cittadini gli farà cadere nel portafogli almeno due euro (lordi).
Il mio vicino di scrivania – abusivo come me - ha un piano ben strutturato: un’agenda ricca di presidenti e quaquaraqua in cerca di collaboratori-megafoni come lui che raccontino del grande successo della manifestazione di ieri sera e di come proceda morbida la vita nel quartiere. Numeri di telefono da comporre e ricomporre quotidianamente. Un’entrata sicura ogni giorno che, oltre a dimostrare coi fatti l’attaccamento all’azienda, gli assicura la possibilità di pagarsi l’affitto. Magari anche di comprare un casco di banane.
La storia del collaboratore-megafono altro non è che la genesi del redattore classico sardo, razza in via d’espansione. Inizialmente vive nascosto dietro il monitor di un computer che dopo dieci anni non è ancora suo, nel frattempo diventa il miglior amico dell’umanità e quando viene assunto ripercorre le tappe della sua creazione componendo numeri di telefono di presidenti sempre più importanti. Il collaboratore-megafono dice di avere una sua ragion d’essere antropologica. Assicura che la disperazione generata dal “sistema in cui è costretto a lavorare” è superabile soltanto col trittico «fottersene, pedalare, resistere». È un giornalista a chilo e non se ne vergogna affatto. Vive di quantità, i contenuti e la deontologia non sono affar suo. Così come non interessano a molti capocronisti di nomina papale che, ossessionati dall’idea di pubblicità bassa, box da riempire e redattori insufficienti, buttano dentro tutto quello che i giornalisti a chilo gli propinano. Basta una giornata più faticosa del solito e il capo decide che quelle dichiarazioni circoscrizionali diventano decisamente interessanti. Chiede al suo fido di allungare il brodo e così confeziona apertura, spalla e taglione centrale. E la cronaca diventa una favola, grancassa di marchette e pezzi improbabili.
Qualcuno ha messo in giro la voce che l’azienda vuole assumere il sottoscritto e il giornalista a chilo. Il capo mi chiama da parte, mi dice che non produco abbastanza, che se ne frega se scrivo bene e se tiro fuori storie delicate e interessanti. «O cominci a portarmi una valanga di notizie come fa il tuo amico oppure arrivederci e grazie». Dice che non ha tempo per le mie fesserie d’altri tempi, per i miei diritti. Deve chiudere le pagine, punto e basta. «Io sono un’anello della catena, un po’ come te», mi confida mentre stringe tra le mani un foglio che ha tutta l’aria di essere una succulenta busta paga.
È tempo di vacanze: redattori in ferie, collaboratori senza speranza in ferie, giornalista a chilo in ferie-premio e io in redazione, dove peraltro non mi è consentito stare. «Se ti azzardi ad assentarti anche per un solo giorno, scordati il contratto». Credo sia una minaccia. Poi continuo tranquillamente a lavorare: sistema editoriale spalancato da una password che non può essere mia e un’intera pagina da chiudere. È tutta per me, ricca di pezzi di collaboratori da passare e di servizi da scrivere. A fine giornata la pagina non è più bianca e ogni pezzo è miracolosamente fornito di titoli, occhielli, catenacci e sommarietti. «Bravo», mi dice il capo, «non sapevo che titolassi così bene». Quel «bravo» lo sentirò per circa un mese. All’azienda quei trenta giorni sono costati 250 euro. A me, molto di più. Ma sull’Isola, l’unica speranza di darsi giornalisticamente un futuro è «fottersene, pedalare, resistere». Mancano le alternative e di conseguenza i diritti non esistono.
Lamentarsi all’interno di un quotidiano sardo è come fare lo spiritoso in un campo di concentramento. Cercare appoggi dai colleghi anziani significa respirare nuvole di menefreghismo e viscida comprensione. L’unica preoccupazione di gran parte di loro è lasciare il posto al figlio non appena andranno in pensione. «Ci siamo passati tutti, bisogna soffrire e ce la fa solo chi resiste di più». Però non ti parlano mai dei figli, che di giornalismo ne hanno assaggiato almeno quanto un venditore di ombrelli.
Io non ho un nome, ne ho tanti. Sono, siamo ovunque. Mi potete trovare nascosto dietro le scrivanie di un qualsiasi quotidiano dell’Isola. Sono quello senza password e senza speranza. Ora guadagno 250 euro al mese per dodici ore di lavoro al giorno e calci nel sedere ad libitum. Chissà se anch’io solleverò la cornetta del telefono: «Buongiorno signor presidente, cosa vogliamo scrivere sul giornale di domani?».
Un sentito ringraziamento agli editori e a chi gli permette tutto questo.


“Babbo, ma perché gli altri riposano?”

Il rischio nel descrivere, anche brevemente, la “professione” di precario è quello di piangersi addosso. Quelli come me vorrebbero evitarlo, già umiliati da anni, persino decenni nei quali hanno progressivamente perso la speranza di fare la professione vera, come sognavano agli inizi. Qualche anno fa un ragazzino mi chiese come si faceva a entrare in un giornale, gli risposi di trovarsi prima uno sponsor e poi di proporsi senza eccessivo impegno. Mi guardò sconcertato, ma poi mi ha dato retta, ha scritto pochissimo, si è pure divertito, nel frattempo ha fatto quello che io (sbagliando in buona fede) dopo le promesse di assunzione non ho fatto: completare il corso di laurea. Oggi quel ragazzino è assunto e mi dà ordini, ma non è un problema. Io non ce l’ho più fatta coi ritmi, ho dovuto progressivamente mollare i libri, da tantissimi anni lavoro mattina e sera per sette giorni e gli spiccioli di tempo li dedico alla famiglia che nel frattempo ho deciso di crearmi, forse per far finta di essere diventato già grande. Una famiglia che però risente dalla mia situazione: almeno la mia assenza fosse ripagata da una situazione economica florida. “Babbo, ma perché gli altri ogni tanto si riposano e tu no?”. Tutti sanno, ti usano, si arrabbiano se non sei più disponibile a fare un lavoro che ti costa due giorni di lavoro e ti viene retribuito 10 euro. Un tempo ti dicevano di insistere, che tutti avevano cominciato così, che c’è crisi ma prima o poi se insisti Io ho insistito, ma da qualche anno, dopo innumerevoli assunzioni miracolose spesso di gente mai vista prima, la nuova spiegazione è: per l’azienda quelli come te sono vecchi. Ormai è chiaro, non ce l’hai fatta. Normale, fa parte del gioco. Quasi mai qualcuno in redazione si avventura a parlare del problema di chi sente la vita stringersi intorno a sé come un cappio, comincia ad avere paura del futuro e si sente pure dire dai vertici che “non te l’ha detto il medico” o che “rispetto ai disoccupati sei pure fortunato”. Qualcuno non affronta il discorso perché è in effetti imbarazzante, qualcun altro perché non gli interessa proprio. Lo capisci da come si stupisce come un bambino quando gli riveli quanto sei pagato: non si era mai posto il problema. Il disinteresse intorno a te aumenta i dubbi in maniera esponenziale: alla fine ti chiedi se il problema sei proprio tu. Forse sei meno capace di quello che pensavi. Ok, ma allora perché ti affidano tutto quel lavoro, in molti casi anche delicato? Ecco, forse non ti sai rapportare con gli altri (“ho sentito dire di te che hai un carattere strano” mi ha detto una volta un collega: che avesse ragione?). Magari dovresti essere più sfacciato. Ma le centinaia, migliaia di persone che ogni giorno si rapportano con me non sembrano vedermi come un animale strano. E mi guardano increduli quando scoprono che non sei mai stato assunto. Perché non esiste un’altra realtà lavorativa dove le gente viene usata in questo modo, per tanto tempo, senza una gratificazione e al momento buono viene regolarmente preferito l’ultimo arrivato all’esperto. Qualcosa di strano devi aver combinato per essere trattato così. Qualcuno dei veterani è arrivato a chiedere: ma tu l’hai mai chiesto di essere assunto? Sono domande come queste che rendono “umiliati e offesi”. Ora che ci penso è questo il nome del gruppo musicale di un collega che ha attraversato le mie stesse vicissitudine e che, ne sono certo, si è ammalato e se n’è andato anche per questo. In mezzo alla solita indifferenza. Grazie dell’attenzione.