00 8/18/2006 10:25 PM
«Qual è il fine ultimo della grande emigrazione musulmana in Europa?
Difendo il diritto dei musulmani ad esistere […]
Ma nonostante ciò temo che l'invasione, oggi tranquilla, degli arabi in Europa si trasformerà
in conquista, perché in fin dei conti noi siamo infedeli davanti ai loro occhi e al Corano:
solo la guerra santa è ammessa, la guerra di religione; giusto?
E allora mi chiedo che progetto ci riserva la sinarchia?
Questa silente invasione è concordata da noi europei per avere buoni rapporti?
Oppure è una trappola tesa per indebolirci?
Sarebbe interessante conoscere la sua opinione.
In una precedente e-mail citavo Craxi e il suo progetto per rinverdire i deserti, per portare le aziende nel bacino mediterraneo, per stringere durature alleanze.. Mani pulite e poi la grande invasione».
Il lettore è gentile, ma un po' mi sgomenta.
L'ennesima volta, sempre il solito tema indotto dalla propaganda e dalla strategia della tensione.
Egli condivide la sensazione di molti che ci sia «un fine ultimo della grande migrazione musulmana in Europa», insomma un complotto della «sinarchia».
Mi spiace, ma nemmeno un complottista come me riesce a credere a «questo» complotto.
Perché non ci credo?



Perché vale qui il processo logico chiamato «rasoio di Occam»: «entia non sunt moltiplicanda sine necessitate».
Traduzione libera: è cervellotico cercare cause occulte, quando le cause palesi e aperte sono sufficienti a spiegare il fenomeno.
E il fenomeno è economico e sociale.
Gli immigrati vengono da paesi a crescita demografica esplosiva, dove metà della popolazione ha meno di 17 anni: troppi giovani che si affacciano su un mercato del lavoro striminzito, anche perché questi Paesi, specie gli islamici al contrario ad esempio di India e Cina, non hanno alcun decollo economico.
Varie le cause: incapacità e corruzione delle classi dirigenti, arretratezza generale e scarsa capacità di lavoro industriale, dipendenza da una sola materia prima.
Si è calcolato che sottratta la parte dovuta all'esportazione del greggio, l'intero prodotto interno lordo di tutti i Paesi musulmani, 1,8 miliardi di abitanti, è pari a quello della Finlandia.
Ora, una enorme gioventù disoccupata non ha tempo di attendere riforme che non arrivano o sono troppo lente: deve sposarsi, guadagnare.
E impara presto dove andare.



Dove?
In un'Europa che è il contrario esatto dei loro Paesi: in calo demografico (età della popolazione sui 40), dove sono disponibili lavori in abbondanza, e con salari alti rispetto al mondo islamico. Notoriamente sono i lavori che noi, e specialmente i nostri giovani, non vogliono fare.
Non vogliono fare le badanti; non i raccoglitori di pomodori; non i muratori; non le infermiere.
Non vogliono curare le mucche degli allevamenti lombardi (dove lavorano solo sikh a più di 2.000 euro al mese ed alloggio gratis); non i panettieri, perché ci si deve alzare all'alba (lavoro che rende benino, e ormai occupato da egiziani).
Vorranno fare gli operai specializzati, i tecnici di macchine utensili computerizzate?
Nemmeno: che schifo il lavoro operaio.
Così, arrivano gli immigrati.
E mica solo i senegalesi; anche europei, serbi, romeni, persino tedeschi delle zone meno sviluppate dell'Est vengono in Italia a lavorare nelle fabbriche, nelle fonderie, alle torniture e trafilature.



E' un complotto dei musulmani o della sinarchia?
Io temo che la risposta sia diversa: è colpa di un'Italia malata, malata moralmente.
Anzitutto, la malattia morale si manifesta negli aborti consumati legalmente: oltre cinque milioni di italiani, di italianissimi lavoratori, scienziati, musicisti e soldati, che mancano all’appello: trucidati dai genitori, altro che «olocausto».
Questa malattia si rivela nelle statistiche: l'Italia è il Paese ad alta immigrazione che conosce, nello stesso tempo, alti tassi di disoccupazione giovanile, superiori al 20-25 %.
E' una patologia, dovuta ai disvalori in cui i nostri giovani sono cresciuti.
Un tempo, lo Stato e la società, i libri di scuola e la letteratura popolare («Cuore» di De Amicis) onoravano il lavoro, anche manuale; i nonni e bisnonni ci ricordavano che quel pane sulla tavola era «guadagnato col sudore della fronte».
C'era della retorica in questo, ma non era solo retorica: era l'idea cristiana che ogni lavoro onesto, per quanto umile, dà dignità sociale, ed anche libertà.
Questa convinzione è sparita.
Non è stata coltivata, mentre è stata promossa la retorica dell'«apparire», imposta dai pubblicitari (un Paese educato dai pubblicitari!).



I giovani preferiscono rifiutare lavori duri perché «li abbassano socialmente», rischiano di trovarsi fianco a fianco di senegalesi e marocchini.
Aspirano a lavori della società dello spettacolo, i soli pubblicamente esaltati e onorati (veline, cubiste, disk-jockey…).
Oppure, vogliono lavori impiegatizi - proprio quei lavori che stanno diminuendo, e per cui oltretutto i nostri ragazzi non hanno la preparazione-istruzione necessaria: non l'hanno ricevuta dalla scuola, e non se la fanno da soli: in parte proprio perché rifiutano i lavori iniziali alla loro portata
di non-qualificati, e dunque «marinano» la grande scuola della fabbrica, del campo, dell'azienda - scuola morale che insegna il rispetto degli orari, la precisione, la disciplina, la responsabilità personale, il rapporto sano con gli altri e persino la pulizia.



In America, i giovani non rifiutano questi lavori; anche gli studenti, perché sanno che non faranno per tutta la vita i baristi e i camerieri o i friggitori di hamburger; ma anche perché su questi lavoretti giovanili non pesa lo stigma sociale che c'è da noi.
Da noi, i giovani preferiscono farsi mantenere dalle famiglie finchè non sono più giovani.
A quel punto, nessuno li assume più.
Troppo estranei al mondo del lavoro, sono ormai non dei disoccupati, ma degli inoccupabili.
Così arrivano gli immigrati, che si accontentano di paghe basse (altissime relativamente a quelle dei loro Paesi: se mandano 100 euro al mese alla mamma in Marocco, già consentono alla famiglia di vivere).
I nostri giovani dovrebbero occupare i posti «alti», banchieri, ingegneri, medici, creativi… ma non hanno la cultura.
Rifiutano anche quella, perché la cultura non è promossa e onorata, ed a scuola hanno imparato che «cultura» è sinonimo di «noia», anzichè di scoperta.
Quelli che vanno all'università, imparano poco di utile, perché le università non sono, non «devono» essere agganciate al mondo produttivo, altrimenti sono «serve del capitalismo».
E poi, quali posti alti?
Sono tutti occupati, magari da ottuagenari, da baroni e da privilegiati: che non li molleranno finchè campano.



Mi rendo conto di aver elencato una serie di luoghi comuni.
Ma ne sono stato istigato dalla domanda del lettore, che immagina chissà quale complotto dietro l'immigrazione.
Ma quale complotto; le ragioni sono comunissime, ben note, infinitamente spiegate.
Questo Paese è moralmente malato, ecco il punto.
Non c'è rimedio?
Certo che ci sarebbe: cacciare i nostri giovani a lavorare.
Dico, proprio, obbligarli.
Imporre che facciano sei mesi di fornaio, di badante, di raccoglitore di pomodori.
Che lavorino ai torni - dopo apposito corso rapido - e imparino affiancando l'operaio esperto, che può essere persino un senegalese laureato ma di bocca buona (fugge alla povertà, lui), o un tedesco orientale ben qualificato.
Obbligarli a coprire le mansioni e i posti scoperti.
Farebbe bene a loro, aprirebbe loro una nuova fiducia nelle loro possibilità, e consentirebbe di ridurre l'immigrazione straniera.



Ma questa proposta, lo capisco, non è un luogo comune: e non ha la minima possibilità di essere accettata.
Chi la proponesse, verrebbe accusato di volere dei lager, di essere un «nazista» che vuole far soffrire «i nostri ragazzi».
E allora teniamoci i nostri ragazzi così come sono, mollaccioni e ciondoloni, privi di stima
in se stessi, inarticolati nel parlare peggio di qualunque marocchino povero - e inforniamo emigranti; specie musulmani, perché il Nordafrica è vicino ed è facile arrivare da lì a qui.
E poi, permettiamoci il lusso di temere «la conquista islamica», di guardare in cagnesco il panettiere egiziano sospettando che mediti il jihad (spesso, invece, è andato via dall'Egitto perché anche lui stufo del fondamentalismo, che è il conformismo imperante nel suo Paese).
Non ci facciamo proprio mancare niente.



Rispetto all'immigrazione, questo Paese oscilla fra due estremi egualmente stupidi: la «solidarietà» senza condizioni, e il panico più paranoico.
Provate a proporre qualche misura per controllare l'emigrazione, e avrete contro tutti, dall'ARCI alla Caritas, da Veltroni a Napolitano.
Ma se a Londra Blair e i media di Murdoch frullano abbastanza il rischio di un attentato mai avvenuto, tutti i caritatevoli e solidali subito hanno paura, e guardano con sospetto il marocchino, ma anche il cameriere di Capo Verde che è cattolico e parla portoghese, ma è scuro di pelle; o il cingalese buddhista, o il filippino cattolico...
Anche questa è una malattia: mentale.
Dovuta alla scarsa intelligenza imperante in questo Paese, una vera egemonia della ignoranza e non-informazione collettiva.
La Caritas deve sapere - gliel'avranno pur detto i missionari - che questi immigrati
clandestini che arrivano in estate su barconi a Lampedusa, non sono «i poveri del Terzo Mondo».
E' gente che ha pagato cinque, settemila euro a testa per il passaggio; i poveri veri, al loro Paese, non hanno altro mezzo che le loro gambe, e anche quelle indebolite dalla malnutrizione.



Dunque, quelli che vengono non sono i poveri: sono quelli che hanno potuto vendere un terreno, una casa, per tentare la sorte.
Sono - se si deve usare un aggettivo per comprenderli tutti - gli «intraprendenti».
Notoriamente, si può essere intraprendenti in due modi.
E i rapinatori battono tutti in intraprendenza.
L'Italia - con le sue leggi di manica larga, i suoi 5 anni di galera per gli omicidi, la sua tolleranza di ogni infrazione - che tipo di intraprendenti volete che attragga?
Perché là oltre il mare si è sparsa la voce.
Tutti sanno ad esempio che in Italia appena arrivi hai la sanità gratuita per tutta la famiglia, le scuole che non costano, servizi sociali non disprezzabili.
I nostri emigranti in Australia o in USA non trovavano le ASL, dovevano solo pensare a restare vivi e sani; questi nostri, bene o male, pesano sul costo sociale generale.
L'economista e Nobel Maurice Allais ha provato a calcolare il costo approssimativo: ogni immigrato costa il quadruplo della sua paga.
Ma noi non ci pensiamo.
Siamo generosi di denaro pubblico, salvo poi a sospettare il panettiere egiziano per quello che leggiamo sui giornali.
Ma c'è quasi un miracolo.
Il numero di intraprendenti cattivi che arrivano non è poi tanto alto come la nostra manica larga sociale e giudiziaria farebbe temere e meriterebbe.
Arriva un numero sorprendentemente alto di intraprendenti buoni e utili.



Il giorno di ferragosto, nella mia periferia milanese, mi sono trovato in mezzo quasi solo ad extracomunitari: tutti gli italiani erano in vacanza.
A Messa, un'intera famigliola cingalese, e già la bambina sui sette anni aveva l'aria riflessiva dell'indianina che andrà bene a scuola e prenderà un'ottima laurea.
Dopo la Messa, ho notato una signora molto scura di mezza età, forse capoverdiana, avviarsi a casa lentamente, forse triste per nostalgia, o «saudade».
Ho superato una vecchietta italiana che parlava con una donna di mezz'età: un vago accento straniero mi ha indotto a girarmi, ed ho riconosciuto la platinatura inverosimile di una massaia ucraina di potente circonferenza.
Per esperienza so che simili massaie sono a volte laureate (ho conosciuto a Kiev una primaria così, cancerologa infantile, curava i bambini di Chernobyl a 200 dollari il mese); qui era una badante, perché parlavano di una signora che era all'ospedale.
Quanti anni, chiedeva la vecchina italiana.
«Ottantaquattro», rispondeva l'ucraina.
Parlavano placidamente, familiarmente di malanni e - diciamolo - all'italiana.



Più avanti sulla strada, una mamma cinese aveva appena comprato un ghiacciolo ai suoi due bambini cinesi.
Dove, se è tutto chiuso?
Ma ancora più avanti, ecco un solo bar aperto, tendone esteso: ovviamente affollatissimo, c'era gente persino fuori, sulla strada.
Entro a prendere il caffè: al banco, tre cinesi.
Una coppia, forse marito e moglie o fratelli, e una vecchia mamma cinese attenta alla cassa e che cercava di dare una mano.
Il marito, alquanto teso per il servizio; la donna, molto attiva ma allegra, che saluta con un «ciao!» gli avventori evidentemente abituali.
Ai tavolini, parecchi di questi avventori leggevano La Padania.
Ho pagato il caffè con 80 centesimi: «sono sessanta», mi dice la cinese ilare, e mi dà 20 di resto. Ottimo espresso a 60: miracolo a Milano.
E gli avventori con la Padania, come già prima la vecchietta che parlava di acciacchi e malattie con l'ucraina, mi hanno dato una strana sensazione.
Non cattiva, per nulla.



Ho capito che, ormai, l'integrazione degli immigrati è tutta e solo affidata al popolo italiano, alla sua naturale mitezza e familiarità.
Della piccola gente che magari inveisce contro «el Islam», ma che va al caffè dei cinesi
senza nemmeno accorgersi che sono cinesi.
La minuta, forse non profonda cordialità, non-aggressività italiana è la nostra arma segreta.
Sarà poco; ma negli Stati Uniti, mica è così, i bianchi mica si mescolano coi colorati.
I coreani, poveri negozianti, tengono sotto il banco il fucile, perché sono in guerra perpetua coi negri dementi, fatti e violenti: guerra vera, con cadaveri.
Una sera portai un'ospite americana in un ristorante dalle parti di piazza Oberdan: ho ancora in mente l'atteggiamento del corpo che assunse - testa incassata, muscoli rigidi - quando si accorse che le vie erano piene di gente di colore.
«Non sono negri», le dissi, «sono etiopici, eritrei».
Fateci caso, se avete mai sentito un qualche fatto di sangue che abbia avuto come protagonista una banda di etiopici, o se avete mai letto di «rapinatori in villa» eritrei, o somali.
L'amica americana non capì la differenza e si stupì molto che si potesse andare in giro due bianchi, la sera, in un quartiere di «neri».



E' l'Italia che addolcisce?
La natura del popolo che, con tanti difetti, non ha ancora quello della violenza «americana»?
Spero di sì, perché non c'è altro modo, altra speranza, d'integrazione.
Il potere costituito non se ne occupa.
Una mattina, davanti all'asilo (gratis) della parrocchia, ho visto due donne con il foulard islamico e la palandrana fino ai piedi, evidentemente fondamentaliste: portavano i numerosi bambini all'asilo.
Ma dovevano essere di due Paesi diversi, perché tra loro due parlavano «italiano».
Non mi è dispiaciuto.
Nel fondo del cuore, verso questi immigrati, ho scoperto di nutrire un'ambizione: farli italiani
del tutto.
E nel senso migliore e più esigente.
Vorrei regalare loro Dante, Leonardo, Machiavelli, Rossini.
Sogno immigrati che amino Dante come «loro», che s'inorgogliscano del loro Verdi e del loro Puccini.
Non è una cosa che si possa chiedere alle vecchiette della parrocchia, né agli operai con La Padania in tasca.
Bisognerebbe esigerlo dai dirigenti.
Ma provate a immaginare: Oscar Luigi Scalfaro o Mastella leggono la sera il Petrarca?
Hanno la voglia di rivedere un Caravaggio?
Forse, gli extracomunitari da espellere sono loro.



Ecco perché, come tutti, sono contrario all'immigrazione: non temo tanto la loro forza, quanto la nostra debolezza, culturale e morale, specie della nostra cosiddetta classe dirigente.
Per questo vorrei una seria selezione degli immigrati, come tutti.
Per esempio, che gli intraprendenti - capaci di dare 7 mila dollari ai mercanti di carne - potessero venire qui in comodo volo di linea, con visto temporaneo, ma ad una condizione aggiuntiva: che versino 5 mila dollari allo Stato italiano come garanzia.
Li riotterranno alla partenza, se si sono comportati bene.
Altrimenti, saranno loro sequestrati, a pagamento delle spese sostenute dalla società per il loro malfare.
Potrebbe essere un incentivo a rigare dritto.
E risparmiare i morti in mare, con conseguenti lacrime della Caritas e dell'ARCI, e pianto ufficiale di sinistra degli speciali TG3 sul Terzo Mondo.
Ma anche questa proposta sarebbe considerata «razzista».
La Caritas mi denuncerebbe come privo di solidarietà.



Abbiamo paura dell'invasione islamica?
E allora obblighiamo i nostri giovani a lavorare!
Lavoro obbligatorio nei settori che schifano, in modo da imparare la nobiltà del «sudore della fronte»!
Ma questa proposta sarebbe accolta con grida di «nazista»; e allora teniamoci i musulmani.