IL MARE di ALESSANDRO ... pensieri ed emozioni

LA VITA IN MARE per i PIRATI

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    ken.1979
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    00 1/6/2006 2:08 PM
    LA VITA IN MARE

    La vita a bordo di una nave pirata era piena di contrasti. Quando ci si impadroniva di un carico, si attraversavano momenti di grande eccitazione e pericolo. Ma tra un saccheggio e laltro, trascorrevano settimane di noia assoluta. Il "lavoro" del pirata richiedeva una certa pazienza, bisognava aspettare settimane, anche mesi.
    Non c da meravigliarsi che la ciurma finisse spesso con il litigare. Per riuscire a vincere la noia e alleviare la frustrazione del suo equipaggio, il "capitano" doveva incutere rispetto, se non paura, perch molti pirati volevano che la vita a bordo seguisse le regole di una comunit democratica: se non vi era accordo su una decisione da prendere, si teneva una votazione. Poteva essere contestato perfino il capitano.
    I pirati consideravano indispensabili i servizi di un medico, che per non poteva far molto per le ferite gravi, tranne che ricucirle. Le infezioni provocate dagli interventi chirurgici portavano spesso alla morte. Il chirurgo aveva con s un portautensili e usava una sega per amputare braccia e gambe. Sulle navi non mancava certo il lavoro per la ciurma, che era impegnata per il buon governo della nave.
    Per mantenere la velocit erano necessarie continue rettifiche alle vele e alle sartie. I marinai erano in grado di intrecciare e unire le cime, ma i pirati preferivano rubare i "ricambi".
    La frusta tipica era il "gatto a nove code". Era lo stesso marinaio che doveva subire la punizione e prepararla, srotolando una fune in tre parti, a loro volta suddivise in tre funicelle, e poi annodando ogni estremit: un "gatto" veniva usato una volta sola perch le corde insanguinate, se riutilizzate, potevano infettare le ferite.
    Tutte le navi pirata erano infestate dai topi. I roditori erano molto pi di una seccatura, perch divoravano il cibo e rosicchiavano tutto quello che era possibile, anche funi e legnami, provocando al limite anche laffondamento di una nave.
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    00 1/6/2006 2:26 PM
    Ecco alcune regole, derivate dal libro sui pirati di Charles Johnsons (XVIII secolo)
    I. Ognuno ha il diritto di voto, ha diritto a provviste fresche, e alla razione di liquore.
    II. Nessuno deve giocare a carte o a dadi per denaro.
    III. I lumi e le candele devono essere spenti alle otto di sera.
    IV. Tenere il proprio pezzo (moschetto), la pistola, e la spada, puliti e pronti ad essere usati.
    V. Non è consentito salire a bordo ai ragazzi e alle donne.
    VI. Chi diserta in battaglia è punito con la morte o con l'abbandono in mare aperto.

    La frusta tipica che si usava in mare era il "gatto a nove code", lo stesso marinaio che doveva subire la punizione la preparava, srotolando una fune in tre parti, a loro volta suddivise in tre funicelle, e poi annodando ogni estremità, un "gatto" era usato una volta sola, le corde insanguinate, se riutilizzate, potevano infettare le ferite.
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    00 1/6/2006 2:26 PM
    LE PROVVISTE A BORDO


    Per i pirati affamati, il menù non era molto vario e quando c'era carne fresca di solito si trattava di tartarughe, abbondanti in tutte le isole dei Caraibi, costituivano una delle poche risorse di cibo fresco, agili in mare, questi animali corazzati erano lenti a terra e facili prede, a bordo della nave, il cuoco poteva tenere le tartarughe vive nella stiva, fino a quando arrivava il momento di cucinarle, le loro uova erano poi una ghiottoneria molto apprezzata, si trasportavano pollame vivo, per rifornirsi d’uova e carne fresca, se non si riusciva a catturare tartarughe, e il pesce non abboccava, i pirati sopravvivevano con gallette o carne secca, che innaffiavano con birra o vino, a bordo di una nave la galletta era il cibo principale.
    Nei lunghi viaggi una dieta povera poteva far ammalare i marinai di scorbuto, causato dalla mancanza di vitamina C, nel 1753 fu scoperto che mangiare frutta fresca, agrumi in particolare, preveniva questa malattia.
    I marinai non conoscevano metodi per conservare l'acqua, che divenne ben presto imbevibile: preferivano quindi la birra, tutte le navi ne trasportavano grandi quantità, generalmente in barili e non in bottiglie.
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    00 1/6/2006 2:27 PM
    LA VITA A TERRA


    Pigiati per mesi in una nave maleodorante uno accanto all'altro, pirati e bucanieri non potevano far altro che sognare la vita a terra, e quando sbarcavano in un porto, molti erano abbastanza ricchi da soddisfare qualsiasi desiderio, sperperavano il loro bottino nel bere, nelle donne e nel gioco: “Si trovavano alcuni di questi pirati che sperperano due o tremila pezzi da otto in una sola notte, per poi rimanere anche senza camicia”, considerando che con due pezzi da otto, si poteva comperare una mucca, i pirati scialacquavano in poche ore l'equivalente di un’intera fattoria.
    La vita a terra non era sempre una festa ininterrotta: l'equipaggio doveva calafatare lo scafo, riparare la nave e provvedere alle provviste per il viaggio successivo, le donne erano bandite dalla maggior parte delle navi pirata, ma quando queste erano in porto spesso salivano a bordo.
    Dopo una lunga navigazione, i pirati andavano in cerca di compagnia femminile: nei porti dei Caraibi c'erano molte donne contente di dividere il bottino e gozzovigliare con loro.
    Alghe e cirripedi s’attaccavano allo scafo, rallentando la velocità della nave, a volte i vermi perforavano il legno e ciò, alla fine, poteva far affondare l'imbarcazione, si preveniva il problema carenando regolarmente la nave, e per farlo la portavano in secca.
    Per i pirati era indispensabile trovare una spiaggia solitaria per carenare la nave, le coste africane della Guinea era un posto ideale, avevano un fondale basso e le navi da guerra non potevano inseguire i piccoli vascelli dei pirati.
    Per tenere il mare senza troppi rischi d’affondamento, gli scafi di legno richiedevano una manutenzione costante, si usavano utensili adatti per eseguire i lavori indispensabili, il calafataggio, che comportava la riparazione delle giunture tra le tavole, era indispensabile per evitare infiltrazioni d'acqua, le giunture erano pulite, riempite di stoppa e sigillate con pece bollente.
    I pirati erano ben accetti in molti porti, vista la loro facilità nello spendere grosse somme di denaro anche per oggetti di scarso valore, gli equipaggi delle navi erano alleggeriti con gran velocità, del loro bottino da abili giocatori bari.
    Una buona “pipata” era un lusso che i pirati potevano permettersi solo a terra, le navi di legno prendevano fuoco facilmente e gli equipaggi, che a bordo non potevano fumare, erano costretti a masticare tabacco, Port Royal, in Giamaica, era una specie di calamita per i pirati del XVII secolo in cerca di piacere e divertimento.
    I governatori britannici erano favorevoli ai pirati, ritenendo che la loro presenza avrebbe protetto l'isola dagli attacchi degli spagnoli, nel 1692 Port Royal fu distrutta da un terremoto, che molti giudicarono una punizione divina per la corruzione della città.
    I pirati tracannavano rum in continuazione: ingurgitavano qualsiasi tipo di bevanda alcolica e alcuni di loro non erano mai sobri quando erano a terra.
    Il vetro era costoso e fragile, e così i tavernieri servivano le bevande ai pirati in boccali di peltro, che ben sopportavano una notte di baldoria.