00 11/24/2006 2:57 PM
S21, la machine de mort khmere rouge

Tracce di un genocidio rimosso


Negli anni del regime dei Khmer Rossi in Cambogia, l’S21 era il principale centro di detenzione, nel cuore di Phnom Penh. Circa 17.000 persone (tra cui donne, anziani e bambini) furono torturate, interrogate e uccise tra il 1975 e il 1979. Solo tre sono ancora in vita. Uno di questi si chiama Rithy Panh, regista di S21, La machine de mort khmere rouge, gli altri due sono un pittore e un uomo comune, entrambi protagonisti del film.
Dopo 25 anni il regista, dietro la macchina da presa, e i due uomini, come intervistatori e testimoni, sono tornati sul luogo dove furono detenuti, per intervistare i loro torturatori, quelli veri, non degli attori.
S21 è l’incontro tremendo e drammatico tra chi partecipò attivamente alla macchina della morte del regime comunista, che organizzò la sua implacabile e meticolosa politica di eliminazione pianificata portando alla morte circa 2 milioni di persone su una popolazione totale di 7 milioni, e chi ne fu vittima, alla ricerca di una memoria che possa pareggiare i conti con la storia.
S21 è un eccezionale documentario. E’ il tentativo di capire e rivelare, senza porre di fronte all’indagine comprensibilissimi sentimenti di odio e rancore, quanto accadde. Il film riesce in un’operazione quasi impossibile, quella di rimanere distante come lo deve essere chi fa il documentarista e non porre dinanzi alla sua indagine un (pre)giudizio.
Ma come è possibile che la sua esperienza personale gli permetta questa lucidità e distanza? A questa domanda Panh rispose tre anni fa quando lo intervistammo qui a Roma: "Come dire, la mia esperienza personale è tutto e niente. Tutto perché se non ci fosse stata la guerra in Cambogia e io non l’avessi vissuta, non sarei un cineasta. La mia funzione è quella di testimoniare e di lavorare sulla memoria delle persone morte nel genocidio cambogiano. Personalmente mi chiedo perché sia ancora vivo: i miei amici sono tutti morti, quindi mi chiedo perché ho questa fortuna. È perché sono più forte, più resistente? Non credo, in realtà sono un uomo come gli altri, magari un po’ più fortunato, e penso che se io sono qui e i miei amici sono morti, e i miei genitori sono morti, è un bene che io ci sia, è l’unico modo per far sì che loro rimangano vivi. D’altra parte fare cinema per me è quasi una specie di terapia, è curare me stesso, quasi come andare da uno psichiatra: storie come la mia crescono sempre di più col passare degli anni e in qualche modo bisogna esorcizzarle. Per uscirne bisogna confrontarsi con gli altri e c’è bisogno di immaginare che chi ti sta di fronte comprende le tue emozioni e le condivide."
Questa frase, pronunciata quando il progetto S21 ancora doveva essere preparato, non ci dice solo che Panh aveva già allora l’intenzione di spiegare il nodo del genocidio cambogiano attraverso lo strumento di cui è capace, il cinema, ma soprattutto ci dice che l’approccio di fronte ai suoi aguzzini, non è solo quello di chi vuol capire, ma anche quello di chi vuol scavare la fossa, tirarne fuori (con il dolore che ne consegue) i cadaveri, riconoscerli, e dare loro una sepoltura differente: identificare il male non serve a rinnovare una condanna, anche se questa condanna di fatto, in Cambogia come in occidente, ancora non è stata mai comminata, ma a dargli un’identità. L’identità è dunque quella di quegli uomini (oggi 40enni e allora adolescenti!) che si prestarono per indottrinamento, per costrizione, per paura, ma senza per questo poter essere giustificati, al massacro di un popolo, il loro popolo, i loro conoscenti, amici, parenti, genitori. Ma l’identità è soprattutto quella di un sistema (e di chi lo creò e mantenne in vita) capace di costruire una tale mostruosa macchina della morte, che non risparmiò nessuno, nemmeno chi in teoria sarebbe stato preposto al suo funzionamento. Una macchina raccapricciante perché incapace di scegliere, una macchina inumana e disumanizzante, come tutte le macchine di distruzione di massa.
L’approccio di Panh, nonostante la distanza che lo (ci) separa dalla "comprensione" di quanto accadde, è dunque di confronto, perché quei mostri per anni sognati e oggi presenti, nudi, in carne ed ossa di fronte alla macchina da presa, possano tornare umani e dunque esorcizzati del male che l’oblio gli ha mantenuto addosso nel tempo.
Quest’operazione, ripetiamo dolorosa ma necessaria, anche per lo spettatore, si compie nella maniera più diretta e spontanea. Così vediamo nel film i torturati porre una serie di perché ai torturatori, e questi rispondere, stralunati, come se rientrassero in un incubo mai cancellato negli ultimi 25 anni, ripercorrendo tappa per tappa, gesto per gesto, frase per frase, le azioni che li resero responsabili e non solo complici di detto massacro.
Davanti all’edificio di Tuol Sleng (letteralemente: "la collina dell’albero avvelenato"), luogo in cui la ex scuola fu trasformata in campo di concentramento, il pittore non riesce a trattenere la rabbia nel testimoniale le proprie e altrui sofferenze, l’amico, invece, rimane muto e nei suoi occhi si raccolgono le emozioni e la paura, rivissute intensamente ed espresse solo dalle lacrime.
Vedere questi due uomini, testimonianza non verbale e per questo quanto più oggettiva di quanto accadde, di fronte ai propri torturatori, è così devastante che a stento se ne coglie la portata.
"Perché hai potuto fare quello che hai fatto – chiede il pittore ad uno di loro – ci pensi a quello che hai fatto?". E l’uomo guardando fisso davanti a se e ogni tanto abbassando lo sguardo, con a fianco i suoi familiari, ripete: "Non ci penso, cerco di non pensarci, quando lo faccio mi viene un gran mal di testa". Eppure non traspaiono emozioni evidenti dal suo volto. Sembra che al ricordo lo stesso stato di trans li colga, lo stesso di 25 anni prima. Dunque il pittore porta il suo carnefice al centro di uno degli stanzoni dove venivano rinchiusi e assiste alla ricostruzione viva, alla "messa in scena" di quanto accadde. L’aguzzino recita se stesso, ripetendo le stesse azioni e frasi che compiva durante i massacri e gli interrogatori, non cede a nessuna emozione, ma, soprattutto, ricorda esattamente, minuziosamente, ogni gesto e parola. In essi scopriamo l’assurdità di tutto la mancanza assoluta di sensatezza, di umanità, cioè il principio e motore di quella macchina. Ma ancora più angosciante è scoprire che l’uomo nel ripetere quei gesti sembra non recitare affatto se stesso, ma tornare "veramente" il se stesso (adolescente) di 25 anni prima e in questo, paradossalmente, cioè in questa incapacità di "schermarsi" (di difendersi di fronte ad un processo così diretto) ritroviamo l’umanità che sembrava perduta.
Quanto accade in S21 ci mostra come la memoria non si spenga, non si affievolisca per coloro che da una parte o dall’altra furono implicati, mentre più facilemnte si spegne (si è spenta) la memoria collettiva, quella di coloro che assistettero, sapendo e facendo finta di non sapere, quella di coloro che per dimenticare le sofferenze, troppo rapidamente gettarono la terra su questi cadaveri della Repubblica Cambogiana. Stiamo parlando della memoria collettiva (che è anche a ben vedere la nostra). Rithy Panh, con il suo film, vuole proprio riesumare quei cadaveri, le sue sofferenze, che sono le stesse di altri 5 milioni di cambogiani sopravvissuti per caso o fortuna, perché la memoria individuale vada finalmente a riconciliarsi con quella collettiva. Perché certi argomenti non siano tabù. Perché per chiudere un capitolo doloroso del passato è necessario che il passato sia chiaro, monito per un futuro migliore.
In tal senso è emblematico il finale del film, allorquando uno degli aguzzini, dentro ad una delle stanze della tortura (incredibilemnte conservata dei suppellettili di allora), rovista tra i resti bruciati probabilemnte appartenuti ad una delle vittime, l’operazione documentaristica, il suo significato, di Panh sembra essere racchiusa tutta in questo gesto: scavare tra i resti per cercare la verità, riesumare quei cadaveri come pezzi di memoria collettiva, un’operazione dolorosa ma necessaria.
Terminiamo qui questa difficile recensione, non abbiamo detto nulla o quasi delle ottime qualità cinematografiche di questo film, o forse indirettamente le abbiamo dette, dunque non torneremo ad elogiare l’operazione documentaria di Panh, perché di fronte a queste immagini, si rimane attoniti e sgomenti, come è giusto che sia.
Sarebbe auspicabile che tale sentimento, per quanto forte possa essere vissuto da chi non conosce quanto è accaduto, sia il più possibile reso "pubblico", e così, utopia nel nostro sistema cinematografico e televisivo, possa essere non solo distribuito nelle sale, ma anche trasmesso dai canali pubblici, perché no, della nostra televisione nazionale. Ma stiamo parlando di utopia e la televisione rimane quello che è. Lasciamolo dire, e concludiamo, alle parole di Rithy Panh: "Non è solo la televisione cambogiana a rimuovere il passato. Quasi tutta la televisione è contro la memoria. Non fa differenza che si tratti di reti cambogiane o italiane: si tratta solo di una macchina per cancellare la memoria, dove tutto è orientato a tenere le persone in uno stato di incoscienza", e infine: "quando mi interrogo sulla televisione finisco per chiedermi di cosa parli, cosa mi dia. La risposta è nulla, quindi l’unico sentimento dopo tre ore di visione è quello di spegnere."
A chi scrive l’unico sentimento dopo le due ore di S21 è quello di accendersi contro chi ci vuole sempre in questo stato di incoscienza.


Loshrike
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Siamo realisti, esigiamo l'impossibile (Ernesto Che Guevara)