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L'enigma De Chirico

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    Alimede
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    00 1/19/2007 4:50 PM
    A Padova, a Palazzo Zabarella, una grande mostra celebra Giorgio de Chirico. Oltre 100 opere ripercorrono tutta la carriera, dagli esordi simbolisti, alla famosa stagione metafisica, alla svolta barocca degli autoritratti

    Padova - Giorgio de Chirico, il "grande metafisico", l'artista che ha dipinto "ciò che non si vede", che ha sposato la grande intuizione di Charles Baudelaire, che "tutti i veri disegnatori dipingono dall'immagine scritta nel loro cervello e non dalla natura". De Chirico, l'artista che è andato oltre la realtà apparente delle cose, ed è approdato a immagini sospese nel tempo, a scenari infestati dal mistero, dal silenzio, dall'immobilità, mondi dove il sentimento più genuino è lo spaesamento, dove la rivelazione della meraviglia può nascere dal semplice quotidiano. L'artista che ha immortalato tutto il fascino e l'inquietudine dell'enigma, e che lo ha fatto di gran lunga prima dei surrealisti, che a lui devono il segreto del loro successo. Giorgio de Chirico, vissuto tra il 1888 e il 1978, ma che è morto almeno tre volte. Perché di fronte a tanta genialità dipanata in novant'anni di carriera, la critica più austera ne ha decretato la scomparsa artistica più volte, senza però mai trovare un accordo sulla data: chi la poneva nel 1919, chi nel 1929, chi nel '35, e così via. Colpa di quella sua libertà d'espressione che insisteva a concretizzarsi nella pratica, talvolta anche contemporanea, di stili diversi. Colpa di quella sua deplorevole inclinazione al voltafaccia tipico di un artista che ha perso la sua ispirazione. Colpa di quelle frequenti e improvvise inversioni di rotta, dal simbolismo romantico alla pittura metafisica tra il 1909 e il 1910, dall'abbandono della metafisica e il ritorno a una figurazione classica nel 1919, alla riedizione in forme nuove dello stile metafisico tra il 1925 e il 1926, dal passaggio ad un naturalismo nel 1930, interrotto tuttavia da intermezzi di pittura d'invenzione, all'exploit barocco tra il 1938 e il 1940, fino al ritorno senile alla neometafisica nel 1966-68.

    E gli ultimi vent'anni della produzione dechirichiana sono i più chiacchierati, i più bersagliati dal gossip, segnati da febbricitanti polemiche sui falsi immessi nel mercato, ma anche sull'operazione dei quadri retrodatati, che riproponevano temi dei periodi precedenti, con la rivisitazione dei suoi spazi metafisici, degli interni secenteschi e dei bagni misteriosi. Un gioco autocitazionistico, un vezzo a riprendere se stesso, con la lucidità di una citazione esibita. Per carità, sempre con un acuto senso ironico, con un divertito e consapevole uso manipolatore della propria storia artistica. Di tutto questo racconta la grande mostra "De Chirico" che Palazzo Zabarella a Padova ospita dal 20 gennaio al 27 maggio. Un'ampia e organica retrospettiva curata da Paolo Baldacci e Gerd Roos, che hanno attentamente selezionato oltre cento capolavori di altissima forza evocativa e poetica, la più ricca selezione mai offerta nel nostro paese di opere metafisiche e dei primi anni '20, dove spiccano anche dipinti straordinari che non compaiono in mostre da prima della seconda guerra mondiale. Si ripercorrono tutte le fasi della sua chiacchierata produzione, dalle prime opere giovanili, a carattere simbolico. De Chirico, l'immaginario mitologico ce l'aveva nel sangue anche per la sua origine greca - essendo nato nel 1888 a Volos in Tessaglia da genitori italiani. Ma è a Monaco, dove studierà dal 1906 - dopo la morte del padre, con la madre e il fratello Andrea, l'Alberto Savinio che diventerà poi, lasciano la Grecia - che affina le sue intuizioni e le sue predisposizioni.

    La matrice classica della sua fantasia viene rinforzata dalla conoscenza ravvicinata dell'artista svizzero Arnold Böcklin, che lo avviò, con le sue suggestioni fantastiche caratterizzate dall'ambiguo contrasto tra sogno e realtà, tra figure mitiche e al tempo stesso realistiche, ad una ricerca visionaria dove il ricordo del mondo classico emerge protagonista attraverso sofisticati dettagli scenografici. Con la devozione per Böcklin si aggiunge anche la passione per la pittura decadente e romantica di Max Klinger, senza dimenticare la lezione che gli veniva dai maestri della tradizione, dal colorismo di Tiziano e di Dosso Dossi o di altri maestri del Rinascimento, e soprattutto dall'arcaismo prospettico dei "primitivi" toscani, oltre alla filosofia di Nietzsche, Schopenhauer, Weininger. Appartengono a questa fase, 1909, che vede de Chirico risiedere a Firenze, dove tra l'altro Böcklin vi aveva soggiornato quasi trent'anni, dove aveva concepito l'"Isola dei morti" e dove era morto nel 1901, opere come "Lotta di centauri" che richiama visibilmente la Battaglia dei centauri di Böcklin, così come "Tritone e Sirena", il "Centauro morente". Il percorso, poi, procede con la scoperta della muta poesia delle piazze e delle torri, architetture dell'invisibile e dell'infinito, tra il 1909 e il 1913, per approdare nel 1914 a quella che l'artista chiamava "la solitudine dei segni" e che rivela il "non senso" insito in ogni forma di comunicazione.

    De Chirico è a Parigi, ma rifiuta l'esuberanza cubista e alle forme di avanguardia, e l'ispirazione böckliniana è ancora forte in lavori straordinari come "L'enigma dell'oracolo", che richiama alla mente quell'Ulisse e Calipso concepiti dal pittore svizzero, con quei corpi avvolti nelle tuniche, quasi ridotti a mummie da cui scompaiono i volti, che sono preludio dei successivi manichini. E poi, dal 1914 al 1918, il teatro esaltante e fantastico di una lucida follia che sconfina nella chiaroveggenza e in una forma superiore di conoscenza poetica. Ma la pittura metafisica è già parte della storia. Gli inizi, d'altronde, sono tutti ferraresi. E' Ferrara, con le sue mura rosse, con gli interni di chiese romaniche, con gli spalti del castello estense, ad invadere le tele di de Chirico, che qui trascorre il periodo della guerra come soldato semplice. Città quanto mai metafisica, come dirà l'artista, percorsa da una sotterranea follia, regala sorprese, infonde splendide apparizioni di spettralità e bellezza sottile. Nel 1916, il grande incontro con Carlo Carrà, all'ospedale militare. La loro amicizia segnò uno degli avvenimenti più importanti nella storia dell'arte italiana. De Chirico comincia a dipingere scenari da sogno, immagini di piazze solitarie e senza tempo, alla ricerca di un linguaggio autonomo e originale. Il piemontese Carrà, aveva esaurito l'avventura futurista, e sentiva la necessità di recuperare l'integrità degli oggetti, di ritornare alla "poetica delle cose ordinarie".

    Dal loro sodalizio nacque la "scuola metafisica", un laboratorio d'alchimista, costellato di opere che non inseguivano una rappresentazione del reale in senso classico, ma proponevano inedite associazioni di idee. De Chirico costruiva imponenti architetture vuote e inabitabili, risaltate da luci di misteriosa provenienza, illusori fondali prospettici di magica suggestione. Carrà accumulava oggetti senza un legame logico tra di loro. Le sue tele, quadri nel quadro, diventavano stanze cubiche, quasi scatole-contenitori senza vie d'uscita. Ecco che i manichini divengono gli abitanti privilegiati dei dipinti di de Chirico. I titoli li definiscono di volta in volta "pensatori", "vaticinatori", "filosofi", "saggi". Il manichino nasce dalle figure ammantate dei primi "enigmi", da quelle statue che si spogliano della tunica greca per rivelare membra levigate, teste senza occhi e bocca, come ne "Il viaggio senza fine". Tra il '17 e il '18 i manichini si umanizzano, assurgendo a emblemi di stati d'animo melanconici, di una solitudine eroica ed epica, "Ettore e Andromaca" si compiangono in un abbraccio che l'assenza di arti rende impossibile, "Il trovatore" di verdiana memoria è una sorta di San Sebastiano trafitto dagli strumenti della logica. E poi ci sono gli "interni metafisici", laboratori d'alchimista affollati di oggetti, squadre, righe, carte geografiche, ma anche dolci, biscotti, pani.

    Ma poi sarà l'anno della svolta, di quella "prima morte", quando nel '19 de Chirico e Carrà prenderanno strade diverse. E lui, il grande metafisico sorprende tutti tornando a forme di rivisitazione classica permeate di romanticismo. E' l'epoca dei grandi quadri allegorici conosciuti col nome di "Ville Romane", delle intense nature morte, dei maestosi nudi femminili, e degli autoritratti densi di metafore e di simboli, come quello in mostra "Autoritratto pietrificato", dove la pennellata rivela una pastosa complessità cromatica fatta di leggeri filamenti accostati. La nostalgia del classico diventa sempre più accentuata, ma lontana da qualsiasi forma di accademismo e anzi densa di sensibilità filosofica attuale. Con il rientro a Parigi, alla fine del '25, de Chirico recipe la cosiddetta "nuova metafisica". E il Pictor classicum, come si definiva de Chirico, punta ad una ricerca di radici figurative, e i nuovi manichini, solitari o in coppia, diventano piccoli teatri a sorpresa, i cavalli in riva al mare sono monumenti equestri del passato, i mobili nella valle ricordano l'infanzia dell'artista, quando in Grecia per i frequenti terremoti spesso gli arredi delle case venivano portati all'aperto. Si arriva agli anni '30, segnati da una crisi e vedono il Maestro in bilico tra una strana forma di naturalismo, forse praticato anche per compiacere i gusti del pubblico italiano, e altissime punte di fantasia metafisica, come nella serie dei "Bagni misteriosi" e nelle composizioni ispirate ai "Calligrammes" di Apollinaire.

    Dal suo rientro dal lungo viaggio in America (agosto 1936 - gennaio 1938) ecco la svolta verso un esuberante gusto "Barocco", che si manifesta nella pratica narcisistica di ritrarre se stesso per centinaia di volte. Per poi sterzare di nuovo, dopo la metà degli anni '60, riformulando un nuovo pensiero neo-metafisiche, risollevato da uno spirito vivo e ironico con cui si congeda dal pubblico con una nuova giovinezza creativa.



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    "De Chirico", dal 20 gennaio al 27 maggio, Padova, Palazzo Zabarella, via degli Zabarella,14. La mostra è a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos, promossa da Fondazione Bano, Comune e Provincia di Padova in collaborazione con la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e con il sostegno di Fondazione Banca Antonveneta e Corriere della Sera.

    Orario: tutti i giorni: 9,30 - 19,30.

    Ingresso: intero €10, ridotto speciale €8.

    Informazioni e prenotazioni: tel. 049.8753100 info@palazzozabarella. it


    Sito della mostra: www. palazzozabarella. it



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