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"Motu Proprio"

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    00 7/4/2008 9:37 PM
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    Torna la messa in latino, come quarant’anni fa

    Domenica la prima funzione si terrà a Villa di Sedico. Pronto il coro gregoriano

    Sarà celebrata alle 8,30 nella chiesa dei santi Gervasio e Protasio
    A farla don Costantino

    di Cristian Arboit

    BELLUNO. Esattamente come quarant’anni fa. In provincia di Belluno torna la messa celebrata e cantata in latino. Il vescovo Andrich ha così raccolto la richiesta dell’associazione Una Voce. Si comincia dalla parrocchia di Villa di Sedico, dove la “nuova” - si fa per dire - funzione terrà banco ogni domenica mattina alle 8,30. Non solo la messa sarà celebrata in latino, ma il parroco girerà le spalle ai fedeli. Un tuffo nel passato che - assicurano i membri di Una Voce - farà riscoprire a molti «una nuova dimensione della spiritualità». Ora si punta a Belluno città.
    Si ritorna al latino. Il vescovo Andrich ha concesso a un gruppo di fedeli la possibilità di celebrare ogni domenica una messa secondo il rito pre-conciliare. Una decisione storica.
    Sono passati infatti oltre quarant’anni da quando il Concilio Vaticano II mise in cantina il rito latino-gregoriano, optando per la messa celebrata e cantata in italiano. Una scelta, specchio dei tempi, che per decenni ha fatto discutere teologi e fedeli nostalgici, che in parte se n’erano fatti una ragione.
    Ma a riaprire il dibattito è stato esattamente un anno fa l’inatteso motu proprio di papa Benedetto XVI, documento con cui si esortano le parrocchie a prevedere oltre alle funzioni in lingua volgare anche il rito latino per i fedeli che ne facciano richiesta. E’ così che, in barba alla spirito della secolarizzazione introdotto dal concilio di papa Giovanni XXII, molti vescovi - anche i più riluttanti e perplessi - hanno dovuto capitolare.
    Tra questi il titolare della diocesi di Belluno-Feltre Giuseppe Andrich che pochi giorni fa ha accolto la richiesta dell’associazione Una Voce, realtà laica nata con lo scopo di riportare in auge il vecchio rito, definito più gradevole ma anche più efficace in termini spirituali. «Il vescovo all’inizio era un po’ perplesso. Non è stato facile convincerlo», afferma il delegato per Belluno Mirco Rabini.
    Che la decisione episcopale non sia stata leggera, lo si capisce dal luogo dove la nuova messa - e nuova si fa per dire - sarà celebrata. Si tratta della chiesa parrocchiale di Villa di Sedico, zona centrale sì ma fino a un certo punto. Per il momento l’associazione ringrazia Andrich, ma non nasconde l’intenzione di puntare su Belluno città, dove potrebbe essere intercettato un maggiore numero di fedeli.
    La prima messa tridentina si terrà domenica prossima alle 8,30 del mattino nella chiesa dedicata ai Santi Gervasio e Protasio. La funzione, celebrata da don Costantino De Martin, sarà accompagnata da un coro amatoriale. Ovviamente gregoriano.
    Intanto i membri di “Una Voce” ieri presenti in massa alla presentazione della messa - per loro un’autentica conquista - si stanno scervellando per recuperare testi e melodie adatte per l’occasione. Ma chi pensa a delle polverose biblioteche - a mo’ “Il nome della Rosa” - rimarrà interdetto. «Su internet c’è di tutto. Possiamo anche scaricare dei canti». O tempora, o mores.

    © Copyright Corriere delle Alpi, 3 luglio 2008



    Non è la Messa in latino ma la Messa tridentina! UFFFFF!!!! [SM=g27830]

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    00 7/8/2008 9:06 PM
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    Il motu proprio “Summorum Pontificum” un anno dopo (I)

    Padre John Zuhlsdorf ne analizza gli effetti

    di Annamarie Adkins

    MINNEAPOLIS (Stati Uniti), martedì, 8 luglio 2008 (ZENIT.org).

    Il motu proprio di Benedetto XVI “Summorum Pontificum” sulla forma tradizionale della Messa ha suscitato un aumento dell'interesse nei confronti della liturgia in latino, soprattutto tra i sacerdoti, afferma un esperto di traduzioni liturgiche.

    Padre John Zuhlsdorf, ex officiale della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, è un'autorità delle traduzioni liturgiche e del Messale del 1962. Scrive anche l'editoriale “What Does the Prayer Really Say?” (“Cosa dice realmente la preghiera?”) sul quotidiano The Wanderer ed è autore di un popolare blog con lo stesso nome.

    Nella prima parte di questa intervista rilasciata a ZENIT, il sacerdote parla del nuovo interesse per la Messa in latino e delle varie questioni sollevate dal motu proprio.

    C'è stata una grande richiesta della Messa tradizionale in latino dopo il motu proprio “Summorum Pontificum”?

    Padre Zuhlsdorf: Sì e no. Non abbiamo visto orde di fedeli battere alla porta dei rettorati per chiedere la Messa in latino, ma c'è stato un costante aumento delle parrocchie in cui la Messa tradizionale in latino viene ora celebrata regolarmente.

    Le gocce stanno formando un ruscello.

    All'inizio c'erano aspettative non realistiche. Molti di coloro che sostengono la Messa nel vecchio stile erano troppo ottimisti. Gli oppositori, spesso in posizioni di potere, hanno provato a fermare l'ondata parlando in modo molto negativo non solo della vecchia Messa, ma anche della gente che la desidera.

    Molti Vescovi diocesani, incredibilmente, hanno posto ostacoli irragionevoli ai provvedimenti che il Santo Padre aveva generosamente promulgato. Questa resistenza si sta ora sgretolando sotto l'esame della gente e la pressione della Santa Sede.

    L'altro fattore importante è che molti giovani sacerdoti vogliono imparare la Messa tradizionale in latino. Ad esempio, so che più di 1.000 sacerdoti hanno richiesto il nuovo DVD realizzato dalla Fraternità di San Pietro insieme a EWTN [Eternal World Television Network, ndt].
    Molti sacerdoti stanno frequentando laboratori di formazione a Chicago e in Nebraska, a Oxford (Inghilterra) e in altri luoghi, dovunque siano proposti. Non appena i sacerdoti impareranno questa forma della Messa, inizieranno a implementarla nelle parrocchie.
    Il Cardinale Darío Castrillón Hoyos, l'uomo di fiducia di Benedetto XVI nelle questioni di questo tipo, ha affermato che il Santo Padre spera che questa Messa verrà ampiamente offerta, anche se non è stata richiesta dai fedeli.

    Si dice che la Pontificia Commissione Ecclesia Dei stia preparando un documento per chiarire alcune ambiguità relative all'implementazione del “Summorum Pontificum”. Quali sono state finora le maggiori difficoltà che questo documento potrebbe affrontare?

    Padre Zuhlsdorf: Il documento probabilmente chiarirà certi termini del motu proprio usati da alcuni Vescovi e sacerdoti diocesani per fermare ciò che il Santo Padre sta cercando di fare.

    Ad esempio, il “Summorum Pontificum”afferma che i sacerdoti devono essere idonei, capaci e competenti a dire Messa nel vecchio stile. Idoneo, un termine tecnico, si riferisce ai requisiti minimi per la competenza, non alla perizia.
    Il Cardinale Edward Egan di New York, noto canonista, ha affermato giustamente che idoneo, per quanto riguarda il latino, significa che il sacerdote deve saper pronunciare le parole in modo adeguato. E' il minimo.
    Ovviamente speriamo che ci sia più di questo, ma alcuni Vescovi stanno sottoponendo i sacerdoti a esami in latino prima di stabilire se possono esercitare il diritto di dire Messa usando il Messale Romano del 1962, o anche in latino con il Novus Ordo, cioè la Messa nel proprio rito, come sacerdote della Chiesa latina.

    Un'altra questione è quanto debba essere numeroso un gruppo che richiede la Messa nel vecchio stile prima che il parroco debba accogliere la loro richiesta. Questa e altre questioni appartengono all'interpretazione del motu proprio.

    Sono emerse anche questioni pratiche. Ad esempio, la Santa Sede dovrebbe dare delle direttive sul rapporto tra i due calendari liturgici. Penso che la Santa Sede dovrebbe emettere un ordo per la Messa tradizionale, un opuscolo annuale indicando quale Messa debba essere detta ogni giorno.
    Potrebbero essere utili anche delle chiarificazioni sullo stile dei paramenti da usare, o sul tipo di musica. Ci sono questioni relative alla Comunione in mano o alle chierichette, su come si inseriscono nello spirito della Messa preconciliare.
    Dovrebbero essere chiariti inoltre dettagli minori, come il cosiddetto secondo Confiteor prima della Comunione o alcune tradizioni precedenti al Messale del 1962 desiderate dai fedeli.
    Questo documento, e le sue autorevoli risposte, aiuteranno a rendere l'implementazione del “Summorum Pontificum” ordinata e serena.

    Lei ha affermato che il “Summorum Pontificum” è la base del “Piano Marshall” di Benedetto XVI per la Chiesa, ma la definizione “Piano Marshall” implica la ricostruzione dalle fondamenta. Può descrivere questo piano e il ruolo che crede abbia in esso la Messa tradizionale in latino?

    Padre Zuhlsdorf: Per quanto possano essere utili, le analogie zoppicano un po'. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno ricostruito l'Europa devastata dalla guerra sia per ragioni umanitarie che per avere partner commerciali e un forte baluardo contro il comunismo.
    Dopo il Concilio Vaticano II molte sfere della Chiesa sono state devastate e sconvolte dal dissenso interno, con una perdita di continuità con la nostra tradizione, e dall'erosione da parte del secolarismo e del relativismo del mondo moderno prevalente.

    Il Cardinale Joseph Ratzinger si è preoccupato per anni della perdita dell'identità cristiana, che è alla base della civiltà occidentale. Ora credo che Papa Ratzinger stia lavorando per rinvigorire la nostra identità cattolica, all'interno della Chiesa stessa tra i suoi membri e le sue sfere d'azione, perché possiamo resistere alle influenze negative del secolarismo e del relativismo.
    Solo con un'identità solida possiamo, come cattolici, avere qualcosa di positivo e salutare da offrire al mondo, una voce chiara per dare importanti contributi nella sfera pubblica.
    La nostra identità come cattolici è indissolubilmente legata al modo in cui preghiamo come Chiesa. Per dare forma e forza alla nostra identità cattolica in questi tempi difficili, abbiamo bisogno di un autentico rinnovamento liturgico che ci riporti alla nostra tradizione, mantenendoci in continuità con le profonde radici della nostra bimillenaria esperienza cristiana.

    Contrariamente a quanto sostengono i più progressisti, “la cosa cattolica” non è iniziata negli anni Sessanta. Benedetto XVI ci sta guidando verso una visione più salutare della dottrina della Chiesa, della storia, dell'adorazione pubblica e della nostra identità come cristiani. Non ci può essere vero cambiamento in vista di un futuro migliore senza continuità con il nostro passato. La liturgia è la punta della lancia.

    Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti

    [Mercoledì, la seconda parte dell'intervista]



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    Il motu proprio “Summorum Pontificum” un anno dopo (II)

    Il bilancio di padre John Zuhlsdorf

    di Annamarie Adkins

    MINNEAPOLIS (Stati Uniti), mercoledì, 9 luglio 2008 (ZENIT.org).- Nonostante sia apparso solamente un anno fa, il motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI sulla forma tradizionale della Messa ha già avuto un forte impatto, sostiene un esperto di traduzioni liturgiche.

    Padre John Zuhlsdorf, ex officiale della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, è un'autorità delle traduzioni liturgiche e del Messale del 1962. Scrive anche l'editoriale “What Does the Prayer Really Say?” (“Cosa dice realmente la preghiera?”) sul quotidiano The Wanderer ed è autore di un popolare blog con lo stesso nome.

    Nella seconda parte di questa intervista, padre Zuhlsdorf parla con ZENIT dell'impatto che il “Summorum Pontificum” ha avuto sulla vita della Chiesa in questo suo primo anno.

    La prima parte dell'intervista è stata pubblicata questo martedì.

    Benedetto XVI ha affermato nella lettera che accompagnava il “Summorum Pontificum” di auspicare un arricchimento reciproco tra la forma ordinaria e straordinaria della Messa. In particolare, ha auspicato che la forma straordinaria ridoni un senso del sacro a quella ordinaria, o Novus Ordo. Un anno dopo il “Summorum Pontificum”, ha visto la forma straordinaria esercitare qualche “forza gravitazionale” sul Novus Ordo?

    Padre Zuhlsdorf: Sì, possiamo vedere questa “forza” all'opera in alcuni luoghi, ma c'è ancora molta strada da fare. La gravità esercita una grande spinta, ma l'inerzia, soprattutto nella direzione sbagliata, deve ancora essere vinta.

    La lettera è stata diffusa appena un anno fa, e solo da settembre è entrata in vigore. All'inizio ci sono stati scrosci di entusiasmo e critica, complimenti e panico.
    Il testo doveva essere letto e assorbito. La Santa Sede doveva chiarire la formulazione autentica. I problemi e le domande sono ancora in fase di identificazione. Un documento con chiarificazioni rimane ovviamente in via di definizione.
    La semplice consapevolezza dei provvedimenti del “Summorum Pontificum”, però, ha avuto un impatto. Si stanno costituendo “parrocchie personali” per l'uso della Messa e dei riti e dei sacramenti nel vecchio stile. I libri e il materiale di formazione dovevano essere creati. Stanno iniziando ora le pubblicazioni. Tutto questo richiede tempo.
    Il Santo Padre ha anche introdotto dei cambiamenti relativi alla liturgia e a certe pratiche post-conciliari celebrando il Novus Ordo in modo più tradizionale, usando paramenti storici, tornando a distribuire la Comunione in bocca ai fedeli inginocchiati e così via.
    La vera spinta della vecchia Messa e gli sforzi di Benedetto XVI verso la continuità con il Novus Ordo saranno tuttavia percepiti in futuro

    Ad esempio, sempre più giovani sacerdoti mi dicono che dopo aver imparato la Messa in latino non celebrano la Santa Messa nel Novus Ordo allo stesso modo. Dalla Messa tradizionale in latino si imparano cose sul sacerdozio e sulla Messa che non si apprendono dal Novus Ordo, soprattutto per com'è celebrato in genere in tante delle nostre parrocchie e cappelle.
    Il modo in cui un sacerdote dice Messa interessa profondamente una parrocchia, a livello di riverenza, di vocazioni, di tutto.
    Anche se Roma non è stata distrutta in un giorno, non sarà nemmeno ricostruita rapidamente. Abbiamo subito una disastrosa perdita della formazione sacerdotale di base per quanto riguarda il latino e la teologia e la cultura che li accompagna. Ci vorrà tempo per recuperare.

    I seminari hanno bisogno di tempo per far fronte ai nuovi bisogni a cui richiama la lettera. I seminaristi sono desiderosi di imparare. Chi insegnerà?
    Nelle parrocchie, i giovani desiderano sempre più una maggiore continuità con il passato. Stanno scoprendo la loro eredità cattolica e che ne sono stati privati. Avranno delle posizioni di preminenza nelle parrocchie e nelle scuole cattoliche.

    Concretamente, alcuni Vescovi, sacerdoti, liturgisti e musicisti stanno ripensando al valore di alcune pratiche post-conciliari comuni.
    Ad esempio, pochi giorni dopo che Benedetto XVI ha iniziato a distribuire la Comunione in bocca ai fedeli inginocchiati, un Vescovo degli Stati Uniti ha fatto la stessa cosa per il Corpus Domini.
    Si stanno riconsiderando i grandi vantaggi della Messa celebrata “ad orientem”, con tutti che guardano nella stessa direzione verso l'altare e il Crocifisso. Il latino è stato rivalutato. I musicisti stanno recuperando il tesoro della musica liturgica sacra nascosto per decenni.

    Il “motu proprio” sta esercitando pressioni, ma ci sono ancora resistenze e segni di pigrizia. Per far muovere le cose servono tempo, pazienza e mente aperta. La legge dell'inerzia in fisica afferma che i corpi in movimento o in quiete rimangono in quella situazione fino a che un'altra forza non agisce su di loro. Il “motu proprio” è una forza di questo tipo.

    Quali sono stati alcuni sviluppi rilevanti, o forse inaspettati, nella Chiesa riferiti al “Summorum Pontificum” dalla sua diffusione?

    Padre Zuhlsdorf: Un risultato notevole è il cambiamento dell'atteggiamento di e sulla gente che desidera la liturgia tradizionale.
    Per molto tempo l'establishment ecclesiastico ha guardato dall'alto in basso e ha emarginato i cattolici più tradizionali, spingendoli “sul retro dell'autobus” a causa del loro attaccamento alla nostra tradizione. Alcuni dei più benevoli li consideravano parenti “strani” ma innocui.
    Dall'altro lato molti tradizionalisti, forse a causa del profondo dispiacere e della delusione che provavano dopo tutti i cambiamenti nella Chiesa, per la sciocca stagione delle innovazioni illecite, l'eliminazione delle nostre belle chiese e musiche, dei paramenti, delle statue, delle devozioni, si sono sentiti gravemente feriti.
    Con il tempo, molti di loro non hanno trovato altri modi per “negoziare” con Vescovi e sacerdoti se non porre domande critiche e dir loro con arroganza cosa fare. Si è arrivati a un punto in cui anche i chierici che erano aperti e favorevoli hanno iniziato a trasalire e a fare marcia indietro ogni volta che i tradizionalisti si avvicinavano. E così le acque delle buone relazioni gelano.
    Visto che parte del dolore e dell'alienazione sta iniziando a svanire dal cuore di molti di loro, i tradizionalisti possono avere ciò che avrebbero potuto ottenere fin dall'inizio, ora che un sole caldo è fatto splendere nella loro direzione dal Santo Padre e da altri che condividono la sua visione e che i pastori di anime stanno iniziando ad aprirsi.
    Il ghiaccio si sta sciogliendo e l'acqua è tornata a scorrere. Non è stato uno sviluppo inatteso. Ho creduto pienamente che si sarebbe verificato perché i tradizionalisti sono per la maggior parte brave persone che amano la Santa Chiesa e vogliono il meglio per le loro famiglie, i sacerdoti e i Vescovi.
    I Vescovi e i presbiteri, anche quando non sono personalmente inclini alle cose più tradizionali, sono prevalentemente uomini che amano il loro gregge e desiderano sinceramente il suo bene. Sono tutti d'accordo su ciò che conta davvero. Quello che mi sorprende è che la rottura del ghiaccio – anche se c'è ancora molta strada da fare – stia avvenendo in modo così rapido.

    Ho sottovalutato il calore della luce del sole e l'apertura di cuore, soprattutto da parte di alcuni Vescovi che, come corpo, non si sono mostrati in passato molto amichevoli nei confronti della liturgia tradizionale. Questo mi ha fatto rivedere i miei atteggiamenti.

    [Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]

    © Copyright Zenit


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    00 7/14/2008 10:40 PM
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    MESSA TRIDENTINA: UNA COMUNITÀ MONASTICA SCOZZESE ORA IN COMUNIONE CON ROMA

    Fr. Michael Mary, vicario generale e fondatore dei “Redentoristi Transalpini”, un ordine di monaci avviato in Scozia nel 1988 con la benedizione dell’arcivescovo Lefebvre, ha annunziato via Internet la comunione con Roma.
    “Carissimi fratelli – si legge in una lettera sul sito papastronsay.blogspot.com rilanciata sull’ultimo numero del settimanale cattolico “The Tablet” - sono felice di informarvi che lo scorso 18 giugno, davanti al cardinale Castrillon e ai membri della “Commissione Pontificia Ecclesia Dei” a Roma ho presentato umilmente una petizione alla Santa Sede a mio nome e nome del consiglio del monastero perché le nostre sospensioni sacerdotali fossero eliminate.
    Il 26 giugno ho saputo che la Santa Sede aveva accolto la nostra petizione. Tutte le censure canoniche sono state sospese. La nostra comunità ora gioisce perché è in comunione con la Santa Sede.
    Siamo molto grati al Santo Padre Papa Benedetto XVI per aver emesso lo scorso luglio il “Motu Proprio Summorum Pontificum” che ci ha chiamato ad essere in pacifica e indiscussa Comunione con Lui”. Questo ordine conta diciotto monaci e vive sull’isoletta di Papa Stronsay, nelle Orkneys, estremo nord della Scozia. Celebra il rito Tridentino. La decisione del Papa lo scorso anno di rendere meno severe le regole sulla Messa in latino è stata interpretata dai Redentoristi Transalpini come un invito a “entrare in comunione” con Roma.

    © Copyright Sir



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    La battaglia dei fedeli di Allerton Bywater

    Cara Raffaella,

    Ti scrivo perché vorrei far conoscere a te e possibilmente ai lettori del tuo blog una battaglia che si sta svolgendo da queste parti, precisamente nella diocesi di Leeds. I fatti in breve. Da anni ormai l'attivitá principale della diocesi sembra essere quella di chiudere e lasciare andare in rovina chiese, alcune di notevole pregio artistico. E' di poche settimane fa la notizia che il vescovo Arthur Roche ha deciso la chiusura di altre 5 chiese, che andranno ad aggiungersi ad altre chiuse negli anni scorsi. Le ragioni che vengono addotte sono la mancanza di sacerdoti e la diminuzione del numero dei fedeli.
    Il vescovo Arthur Roche ha avuto il buon gusto e la sensibilitá di annunciare la chiusura ai fedeli delle parrocchie interessate non di persona, ma inviando un DVD in cui rende nota la sua decisione.

    Tra le parrocchie che la diocesi ha deciso di sopprimere c'é quella di St John the Evangelist, nel villaggio minerario di Allerton Bywater, West Yorkshire.
    La cosa sorprendente é che la parrocchia non soffre affatto di carenza di fedeli. Anzi, la messa domenicale é affollata di gente. E il sacerdote responsabile, padre Mark Lawler, é ben lontano dall'etá da pensione.

    Il problema sembra allora essere un altro. Padre Mark celebra la messa in latino, sia nella forma ordinaria, secondo il messale di Paolo VI, sia nella forma straordinaria, secondo il messale di san Pio V. La cosa evidentemente non piace a Sua Eminenza, il quale l'anno scorso, immediatamente dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum che liberalizza la messa secondo il rito di san Pio V, emanó delle direttive in senso restrittivo rispetto al documento papale.

    I parrocchiani di St John hanno subito fatto appello al vescovo chiedendogli di rivedere la sua decisione. In tutta risposta questi ha confermato la chiusura, e ha disposto che padre Mark Lawler non venga riassegnato ad un'altra parrocchia (alla faccia della carenza di sacerdoti), con l'incredibile motivazione che le sue inclinazioni liturgiche creano "divisione". E' allora evidente che mons. Roche, piú che costretto da circostanze avverse, é mosso da intenti ideologici che pensavamo ormai superati.

    I fedeli si sono allora radunati per protesta fuori dalla chiesa, recitando il rosario, cantando inni e spiegando ai giornalisti accorsi i motivi del loro scontento. La notizia é apparsa sul Yorkshire Evening Post (http://www.yorkshireeveningpost.co.uk/news?articleid=4327902), e Damian Thompson, giornalista del Daily Telegraph e del Catholic Herald, segue passo passo sul suo blog (http://blogs.telegraph.co.uk/damian_thompson) l'evolversi della vicenda. E' di ieri, 15 agosto, la notizia che i parrocchiani hanno deciso di "marciare" su Leeds per cosegnare un documento in cui si accusa il prelato di grave violazione del diritto canonico nella soppressione della loro parrocchia.

    Ti sarei veramente grato se rendessi partecipi i lettori del tuo blog di questa vicenda.
    E' importante per i parrocchiani di Allerton Bywater sapere che i fedeli cattolici, anche di altre nazioni come l'Italia, sono loro vicini in questa battaglia per la salvaguardia non solo della loro chiesa, ma anche di altre minacciate dalla stessa sorte, nonché del diritto, confermato dal Motu Proprio di Benedetto XVI, di vedere celebrata la messa secondo l'antico rito.
    E' possibile sostenere i fedeli, oltre che ovviamente con la preghiera, firmando la petizione on line contro il vescovo Roche all'indirizzo www.ipetitions.com/petition/voteofnoconfidence// (basta inserire nome, cognome e indirizzo email e cliccare sull'apposito tasto) o scrivendo un'email di protesta alla diocesi di Leeds al seguente indirizzo john.grady@dioceseofleeds.org.uk.

    Ringrazio dell'attenzione e saluto cordialmente.
    In Cristo
    Giorgio Roversi

    Doncaster, UK


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    L’ACCUSA

    Accomunati ai monsignori anche buona parte dei Superiori generali

    La Commissione pontificia: è ostacolata la celebrazione della messa in latino

    “I vescovi boicottano il Papa”

    Allarme Secondo la denuncia la disobbedienza sarebbe quasi totale salvo «poche meritevoli eccezioni»

    Motivi In parte la scarsa conoscenza della lingua, ma anche il timore di un ritorno all’epoca pre-conciliare

    GIACOMO GALEAZZI

    CITTA’ DEL VATICANO

    I vescovi italiani ostacolano la messa in latino e in Vaticano riceviamo sempre più proteste di fedeli delusi».
    Dopo il monito del Papa contro le resistenze al «Motu proprio», adesso a stigmatizzare il boicottaggio episcopale dell’antico rito preconciliare, è «Ecclesia Dei», la pontificia commissione incaricata da Benedetto XVI di rimuovere gli ostacoli alla liberalizzazione delle vecchia messa.
    Secondo la denuncia di monsignor Camille Perl, segretario di «Ecclesia Dei» il cui compito è soprattutto quello di favorire il rientro dei lefevbriani all’interno della Chiesa cattolica, la maggioranza dei vescovi italiani («con poche ammirevoli eccezioni») impedisce ai sacerdoti di celebrare in latino e pone ostacoli all’applicazione del «Motu proprio» di Benedetto XVI.
    Stessa disobbedienza al Papa da parte di «tanti Superiori Generali di ordini religiosi che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico».
    Un ostruzionismo delle gerarchie, insomma, sulla scia della Germania, dove «la Conferenza episcopale ha pubblicato una direttiva molto burocratica che rende di difficile applicazione il “Motu proprio”».
    Di fronte al «muro di gomma» episcopale, alcuni gruppi di giovani sacerdoti hanno preso l’iniziativa di celebrare la messa secondo il rito antico senza chiedere l’autorizzazione ai vescovi.
    «Alcuni presuli hanno reagito a queste iniziative, altri no. Del resto, il Papa aveva messo nelle mani dei preti il messale antico- spiega Perl-.
    Intanto si accumulano sulla mia scrivania le lettere di fedeli che reclamano l’applicazione del “Motu proprio”». E i problemi si moltiplicano.
    «Il rito riformato da Paolo VI è in vigore da 40 anni e ci sono molti preti che non sanno celebrare la vecchia messa, anche perché sono stati indottrinati secondo una visione precisa. E cioè che la vecchia liturgia fosse superata- rincara la dose il segretario di “Ecclesia Dei”-.
    Tuttavia ci sono molti giovani sacerdoti che vogliono celebrare la messa in latino e il Papa quattordici mesi fa ha firmato il “motu proprio” anche pensando a loro».

    Un numero crescente di fedeli «esprime profonda delusione poiché pensavano a un’applicazione immediata e capillare ovunque». In pratica, «i vescovi dovrebbero favorire la formazione di sacerdoti preparati per celebrare in latino ma questo non avviene ancora».

    Invece, aggiunge Perl, «non tocca ai vescovi la responsabilità di concedere o meno la celebrazione in latino ai fedeli che la richiedono: sono i parroci a dover rispondere alle richieste dei fedeli,e il “motu proprio” prescrive che i sacerdoti debbano accoglierle in ogni caso se si tratta di un gruppo stabile».

    La realtà, però, è ben diversa dalle intenzioni del Pontefice e il «fronte del no» schiera porporati influenti come il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, il primo a prendere le distanze dalla decisione papale annunciando che lui non avrebbe celebrato alla maniera antica e sottolineando che «il vescovo non può moltiplicare le celebrazioni». Luca Brandolini, vescovo di Sora-Aquino-Pontecorvo e commissario Cei per la liturgia, bolla la liberalizzazione della messa tridentina come l’«affossamento di una delle più importanti riforme del Concilio Vaticano II» e «il lutto più triste per me vescovo». A Pisa l’arcivescovo Alessandro Plotti, malgrado il “Motu proprio” stabilisca che i fedeli si rivolgano direttamente ai parroci, è intervenuto con una notificazione stabilendo che «in nessuna parrocchia si introduca l’uso del messale del 1962», solo «per offrire in maniera indiscriminata la celebrazione in latino», e ordinando che «prima di concedere o di negare tale privilegio» si passi comunque per il vescovo.
    Volontà di restrizione del provvedimento papale e avversione sotterranea anche da parte del vescovo di Novara, Renato Corti, che dopo aver incaricato l’ufficio liturgico diocesano, ha chiesto una riunione straordinaria della Conferenza episcopale regionale per discutere il «motu proprio» e da parte del vescovo di Alba, Sebastiano Dho, presidente della Commissione liturgica dei vescovi piemontesi, secondo cui il provvedimento di Benedetto XVI rischia di «creare una Chiesa parallela».

    © Copyright La Stampa, 17 settembre 2008


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    ITE MISSA EST

    Tra vescovi e tradizionalisti la disputa del rito in latino

    I vescovi ripetono che tutto va bene, i tradizionalisti no. Sulla liturgia in latino nella Chiesa la tensione è palpabile

    MARCO POLITI

    CITTÀ DEL VATICANO

    Come si sabota l´ordine del Papa sulla liberalizzazione della vecchia messa in latino.
    Louis De Lestang, cattolico tradizionalista di Versailles, la racconta così: «C´è il prete che ti dice che è un problema per l´unità della parrocchia. Il curato che afferma di non saperla celebrare. Il parroco che ti risponde di avere già due o tre messe domenica mattina e di non poter fare di più». Poi ci sono le autorità ecclesiastiche che mettono a disposizione solo una chiesetta di campagna oppure un edificio più grande, ma solo una volta al mese.
    La diocesi respinge le valutazioni di «tono aggressivo», ma Louis, trentatre anni, operatore turistico, sposato con cinque figli, sostiene che nell´area di Versailles i gruppi che reclamano la messa in latino sono presenti in metà delle tremila parrocchie. A volte si tratta di trenta, quaranta persone, a volte persino di seicento. C´è chi può seguire la messa tridentina ogni domenica, chi ogni quattro, chi niente.
    Allora Louis e i suoi amici hanno avuto l´idea di organizzare per fine mese un convegno nazionale per vagliare l´applicazione del motu proprio Summorum Pontificum, che dal 14 settembre 2007 autorizza gruppi stabili di tradizionalisti a esigere in parrocchia la celebrazione della messa preconciliare. Le adesioni stanno fioccando.
    Ha ragione Louis, hanno ragione i parroci. Succede lo stesso in Italia e nelle altre nazioni europee.
    I tradizionalisti, una volta mobilitati, non trovano spazi adeguati alle loro esigenze, mentre i parroci - stremati dalla mancanza di clero, dall´accorpamento delle parrocchie, dal correre di qua e di là per coprire le esigenze di migliaia di fedeli che appartengono al loro territorio - fanno fatica a organizzare una pastorale parallela per un pugno di persone. «Lasciatemi il tempo di imparare», ha esclamato un parroco toscano quando i tradizionalisti si sono presentati in canonica per la messa preconciliare.
    Perché il meccanismo del documento papale ha una sua logica inesorabile.
    Con Giovanni Paolo II toccava ai vescovi autorizzare il vecchio rito. L´ordine di Ratzinger trasforma invece la questione in un diritto dei fedeli tradizionalisti, a cui le parrocchie devono assicurare questo servizio. I parroci non sono convinti, sono abituati alla liturgia postconciliare molto più comunicativa, partecipativa e più ricca nell´utilizzazione dei testi sacri. Ma soprattutto i vescovi non sono per niente d´accordo con la bontà del motu proprio che di fatto permette una sorta di Chiesa parallela. Se c´è una riforma che né i vescovi né i cardinali a maggioranza volevano, è questa. Il gesuita Tom Reese, ex direttore dell´influente rivista America, annota: «Fu uno schiaffo all´episcopato».
    In Italia personalità come il cardinale Carlo Maria Martini o vicepresidenti della Cei come Plotti e Corti non hanno nascosto le loro forti riserve. Il vescovo Brandolini, membro della commissione liturgica della Cei, esclamò alla notizia: «È un giorno di lutto, si affonda una delle riforme più importanti del Concilio». Se la Chiesa cattolica fosse governata come quelle ortodosse dal principio di decisione collettiva dei Sinodi, il cambiamento non sarebbe stato autorizzato.
    Tipico quanto è avvenuto il 23 marzo 2006 in Vaticano. Benedetto XVI convoca il collegio cardinalizio per discutere della messa in latino e dei rapporti con il movimento scismatico lefebvriano. I cardinali non hanno problemi, a certe condizioni, sulla messa tridentina ma ribadiscono che la Santa Sede deve chiedere ai lefebvriani non solo obbedienza al pontefice, ma «leale adesione» al concilio Vaticano II. Giugno scorso: la commissione Ecclesia Dei (incaricata dei rapporti con i tradizionalisti) manda ai lefebvriani un documento ultimativo, esigendo da loro obbedienza al Papa e rinuncia ad un magistero alternativo a quello papale. Nessuna parola sul Concilio. Come se il parere dei cardinali, largamente condiviso in questa materia dall´episcopato mondiale, non contasse nulla. Quando, invece, è noto che i tradizionalisti vogliono la messa tridentina, più che per il latino, per il suo spirito preconciliare. «Con papa Ratzinger stiamo tornando a Trento e a Lepanto», chiosa Giovanni Avena, direttore dell´agenzia d´informazione religiosa Adista.
    Risultato, i vescovi fanno il muro di gomma ripetendo che tutto va bene e profondendosi in attestazioni di ossequio al pontefice. Chiedo al portavoce del cardinale Schönborn di Vienna come vanno le cose e il signor Erich Leitenberger assicura che «non ci sono mai stati problemi», spiegando che le richieste sono limitate e comunque ogni domenica si può seguire una messa del vecchio rito in una chiesa di Vienna e in una cappella di suore del diociottesimo distretto. Anche il nunzio vaticano monsignor Farhat l´ha celebrata un paio di volte nella chiesa degli Agostiniani e dei Francescani.
    Da Treviri il direttore dell´Istituto liturgico monsignor Eberhardt Hamon fa sapere che i «vescovi tedeschi non hanno fatto resistenza» e che alla prossima riunione plenaria esamineranno lo stato delle cose. Monsignor Hamon rimarca che i cattolici tedeschi «si trovano bene» con il rito postconciliare e che il rito vecchio e quello nuovo «non sono equiparati». Perché - scandisce - «quello ordinario (di Paolo VI) è quello ordinario». Sembra una tautologia, ma non lo è. Ha il valore di un segnale. I vescovi tedeschi, peraltro, hanno elaborato precise linee guida per l´applicazione della riforma papale.
    Giorni fa, ad un convegno a Roma, monsignor Camille Perl, segretario della commissione Ecclesia Dei, ha dichiarato amareggiato che la «maggioranza dei vescovi italiani, con poche ammirevoli eccezioni, hanno posto ostacoli al motu proprio di Benedetto XVI». Poi, come dicono nella patria di Ratzinger, monsignore ha avuto paura del suo coraggio e a Repubblica spiega di aver parlato per un uditorio «quasi privato» e che in merito «la Santa Sede non ha dichiarato nulla». Alla Cei non vogliono polemizzare. Si limitano a dire che le decisioni spettano ai singoli vescovi e che il tradizionalismo è un «fenomeno di nicchia». Poi rimandano all´intervento del cardinal Bagnasco del settembre 2007, che emana ottimismo sulla valorizzazione del documento papale, però mette in guardia da quanti ricercano il «proprio lusso estetico, slegato dalla comunità, e magari in opposizione ad altri».
    In Italia, dopo le prime polemiche dell´anno scorso - in Cei una serie vescovi avrebbe voluto elaborare linee applicative come in Germania, ma i filo-papali lo impedirono, qualche prete annunciò che «non sarebbe tornato al passato», un gruppo di liturgisti pubblicò un manifesto di protesta - si è entrati in un tran tran soporifero. A Genova la messa tridentina la celebra don Baget Bozzo, a Milano c´è una messa in rito ambrosiano preconciliare, a Firenze per i tradizionalisti ci sono due chiese, a Palermo, a Napoli, a Bologna una. Qualche contentino in provincia. Un elenco provvisorio tradizionalista parla ancora di messe preconciliari nella diocesi di Bolzano, a Torino, Legnano, Mantova, Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine, Padova, Treviso, Venezia, Verona, Vittorio Veneto, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Barberino, Filetto, Gricigliano, Piombino, Poggibonsi, Prato, Corigliano e Aulpi. A cui si può aggiungere un´altra dozzina di iniziative spontanee.
    Ma in fondo ha ragione monsignor Perl. Il presidente dell´associazione tradizionalista Una Voce, l´ex magistrato Riccardo Turrini Vita, rileva: «C´è stata una modesta disponibilità ad applicare le norme. Siamo ben lontani dall´avere una messa almeno in ogni diocesi». A Roma, nel giugno scorso, è stata inaugurata in gran pompa alla Trinità dei Pellegrini una «chiesa personale» apposta per i tradizionalisti. L´anno passato hanno potuto celebrare anche a Santa Maria Maggiore. Però l´appetito vien mangiando. «Sono insaziabili», ha detto il cardinale Castrillon Hoyos, presidente di Ecclesia Dei, quando i tradizionalisti hanno chiesto di avere a disposizione sistematicamente la basilica. Nella diocesi di Novara il vescovo Corti ha rimosso tre sacerdoti che nelle loro parrocchie si erano messi a celebrare soltanto in latino, rifiutando l´italiano al grido di «non siamo juke-box». Il pasticcio ormai è fatto.
    Dice il cardinale di Curia Herranz che il gesto di papa Ratzinger ha lo scopo di «aprire i cuori al senso di unità della Chiesa, per capire che ci sono tanti spazi nella casa di Dio». I critici si trincerano dietro al cardinal Martini, che da subito annunciò che non avrebbe celebrato l´antica messa: «Non posso non risentire quel senso di chiuso che emanava dall´insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora si viveva».

    © Copyright Repubblica, 21 settembre 2008


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    UN ANNO DOPO IL MOTU PROPRIO DI BENEDETTO XVI. L’analisi di un sacerdote vicentino che ha partecipato al dibattito sulla liberalizzazione della messa Tridentina

    «Rito in latino, una messa per tutti»

    «Il Papa non intendeva riportare le lancette al 1962, cioè all’anno del vecchio Messale»

    Don Pierangelo Rigon
    Ancignano

    Poco più di un anno fa, esattamente il 14 settembre, entrava in vigore il motu proprio di Benedetto XVI sulla liberalizzazione della cosiddetta Messa tridentina, di San Pio V, o più semplicemente ma con imprecisione, “Messa in latino”. La Messa nella quale, dice e scrive ancora qualcuno con senso di ripulsa, “il sacerdote volge le spalle ai fedeli”.
    Anche a Vicenza, nella chiesa di San Rocco, a partire dalla prima domenica di ottobre, i fedeli che lo desiderano potranno, con serenità, partecipare alla Sacra Liturgia celebrata in questa particolare forma storica.
    La scelta di mons. Nosiglia si colloca sulla scia di molte altre analoghe da parte di tanti vescovi nelle più diverse parti del mondo, ma è facile prevedere che le discussioni intorno a questo tema, anche in casa nostra, continueranno ancora per molto.
    Qual è stato, ma più ancora quale sarà l'impatto pastorale, liturgico, ecclesiale in genere, di un tale evento, lo dirà la storia.
    Noi siamo appena alle cronache, all’ascolto di chi ha gridato al tradimento dello spirito innovatore del Concilio Vaticano II o di chi ha annunciato, con gioia, che è solo l’inizio del pieno ritorno allo status quo ante.
    A mio modesto avviso, il Papa non intendeva riportare le lancette dell'orologio della Chiesa e del mondo al 1962, cioè all'anno dell'ultima edizione - da parte del beato Giovanni XXIII - del vecchio Messale. Il suo desiderio, lo dice espressamente, era quello di riappacificare gli animi, di consentire la piena comunione di quanti si erano allontanati dalla Chiesa cattolica anche, ma non solo, a motivo del cambiamento del rito. Per intenderci, i seguaci del vescovo Lefebvre.
    Questo nobile e generoso gesto non sembra aver sortito, purtroppo, almeno per ora, il desiderato effetto, almeno in questa direzione. Non c'è solo, infatti, la richiesta legittima del'antico rito a fare da sfondo alla complessa questione del tradizionalismo estremo di costoro. C'è pure l'aperto rifiuto del Concilio Vaticano II in blocco. C'è addirittura, nelle frange più estreme, la contestazione dell'autorità pontificia spinta fino al sedevacantismo che fa ritenere illegittimi tutti i Papi eletti dopo Pio XII.
    Il motu proprio, però, se non ha accontentato questi “insaziabili”, come ha di recente pittorescamente definito il card. Hoyos coloro che vorrebbero molto e molto di più, come ad esempio che la basilica papale di Santa Maria Maggiore sull’Esquilino, a Roma, fosse riservata esclusivamente alla celebrazione secondo l’antico rito, ha recuperato alla Chiesa molti altri.

    Quanti sentivano impoverita la preghiera della Chiesa in mancanza di esso, quanti lo aspettavano senza nostalgie risibili ma quale opportunità e dono e anche - perché no? - quegli uomini e donne di cultura che, pur non praticanti assidui, avevano osservato il declino e poi il rifiuto aperto di una magnifico edificio costruito con la pazienza dei secoli in un mirabile fondersi di arti diverse: l’architettura, la musica, il linguaggio, in generale “lo stile" (che oggi si preferisce chiamare “ars celebrandi").

    Conosciamo tutti assai bene tutte le obiezioni davanti a richieste che partono da simili presupposti: il mondo cambia; occorre parlare la lingua di oggi; i nostri contemporanei non conoscono più determinati segni e così si sentono spaesati in un simbolismo ben diverso da quello propagandato, mettiamo, dei rituali sportivi o del divertimento; le chiese non sono musei.
    Anche papa Ratzinger conosceva e conosce queste obiezioni ma, da uomo intelligentissimo quale tutti riconoscono essere, non si è lasciato incantare da queste sirene: ha studiato, si è confrontato, ha pregato ed infine, con coscienza libera ed illuminata, ci ha dato il motu proprio che passerà alla storia con il nome di “Summorum Pontificum".
    Si è appena svolto, a Roma, un convegno organizzato da un gruppo ecclesiale denominatosi “Giovani e Tradizione” e con il Patrocinio della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”. L’assise, alla quale sono stato ben felice di poter partecipare, intendeva fare un bilancio del motu proprio ad un anno di distanza, un primo tentativo, dunque, di cogliere nella possibilità concessa da papa Benedetto una vera “ricchezza spirituale per tutta la Chiesa”.

    Purtroppo le ideologie, anche teologiche, pastorali e liturgiche, non permettono ancora di parlare dell’uso del Messale del 1962 con sufficiente lucidità e apertura mentale. La rigidità di certi schemi che vorrebbe opporre conciliaristi e anticonciliaristi impediscono la serenità di un dialogo sicuramente fruttuoso tra le diverse anime del cattolicesimo.

    Ci sono oltranzisti da entrambe le parti: chi considera la Chiesa solo a partire dal 1965 (anno di chiusura del Concilio Vaticano II) e ha stabilito che non ci può essere nulla di stabile, tanto meno le norme liturgiche lasciate al fluttuare della fantasia dei “presidenti di assemblea”; chi vorrebbe cancellare con un colpo di spugna gli ultimi quarant’anni di storia della Chiesa e del mondo e si attarda a discutere sulla lunghezza dei manipoli, rendendo, proprio così, un infelice servizio alla bellezza e alla bontà dell’antico rito riportato agli onori delle cronache.
    Naturalmente, sia chi si trova da una parte che chi sta dall’altra qualifica la sua come una vera e propria “missione” di amore alla Verità e alla Chiesa. Alle volte si ha l’impressione di un guazzabuglio che disorienta i nostri fedeli e certo non li aiuta a trovare, nella preghiera pubblica, cioè nella Liturgia, un autentico alimento per la propria vita interiore.

    Proprio lì, al Convegno romano cui facevo cenno, si diceva che dobbiamo imparare da Benedetto XVI la pazienza e la testimonianza dei piccoli gesti.

    Mons. Guido Marini, nuovo maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, di certo in accordo con il Santo Padre, ha dato disposizione perché sugli altari nei quali celebra il Papa la croce stia al centro (e non importa se impedisce alla gente di vedere la faccia di chi presiede, non è poi così importante!), nella Cappella Sistina ha fatto rimuovere l’altare provvisorio e ha così ridato lustro all’orientamento tradizionale della preghiera cristiana, al momento della S. Comunione dei fedeli ha fatto porre un inginocchiatoio perché si riscopra, insieme con la comunione sulla lingua, il senso di un altissimo rispetto dovuto all’Eucaristia e progressivamente illanguidito nella coscienza di molti che vi si accostano con atteggiamenti vicini al sacrilegio, sia pur, si presume, non cosciente e quindi formalmente non colpevole.

    La parola “tradizionalisti” ha un’accezione negativa e spesso, dopo lo scisma provocato dalle illecite ordinazioni episcopali del 1988, si sovrappone addirittura a “scomunicati” e allora, pian pianino, stanno prendendo piede i “benedettiani”. Il termine, di nuovo e felice conio, indica quelle persone che intendono dare attuazione ai desideri del Papa che oggi guida la Santa Chiesa Cattolica intorno alla Liturgia.

    Sono idee note, perché l’allora card. Ratzinger le aveva espresse in numerose interviste fattegli, in varie pubblicazioni apparse, soprattutto in quel saporoso volume dal titolo “Introduzione allo spirito della Liturgia”.
    Ora il card. Ratzinger è papa Benedetto XVI; l’illustre e raffinato teologo, il solerte prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, è il Vicario di Cristo in terra, il Pastore di tutto il gregge.
    Quelle che potevano essere considerate, e che tanti con un po’ di sufficienza orgogliosa consideravano, opinioni autorevoli ma private, divengono chiare indicazioni per tutti i fedeli cattolici.

    Non è più il tempo delle diatribe, ma della accettazione, anche, di questo chiaro “segno dei tempi”. A noi è dato di vivere questo tempo, nel quale possono convivere l’antica maniera di celebrare il Divino Sacrificio dell’altare, con la nuova ritualità espressa dalla Riforma seguita al Concilio Vaticano II.

    Non sappiamo che cosa potrà accadere in futuro: se tale fase possa venir superata con una “riforma della riforma” che accontenti tutti producendo un nuovo rito o se la distinzione tra Liturgia ordinaria e straordinaria si consolidi in permanenza.

    Noi possiamo essere solo contenti perché, come ha detto Benedetto XVI ai vescovi di Francia, tutti devono potersi sentire a casa loro, nella Chiesa.

    Sì, proprio tutti! Anche quelli che amano il latino, il canto gregoriano, la preghiera verso oriente (o versus Deum), il prolungato silenzio della celebrazione, la fissità dei gesti a indicare un patrimonio di fede che non sopporta creatività arbitrarie e protagonismi clericali.

    Che anche nella nostra amata Chiesa di Vicenza vi sia la possibilità di utilizzare serenamente il Messale di Giovanni XXIII è davvero un segno di maturità e di libertà. A mons. Vescovo, dunque, l’attestazione della gratitudine per questo gesto di bontà e di accoglienza di tutto ciò che può esservi di buono e di bello nella grande Tradizione ecclesiale.

    © Copyright Il Giornale di Vicenza, 28 settembre 2008


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    Messa tridentina, a un anno dal motu proprio

    Benedetto XVI ha agevolato il rito preconciliare

    Santa Maria della Pietà

    << La liturgia di San Pio V non intacca il Vaticano II >>.

    di giovanni panettiere

    E' passato poco più di un anno dalla entrata in vigore - 14 settembre 2007 - del motu propriu Summorum pontificum che liberalizza la messa tridentina di San Pio V, nell'edizione del beato Giovanni XXIII, risalente al 1962. Un documento varato da papa Benedetto XVI con l'intenzione di far rientrare nella chiesa cattolica gli scismatici lefebriani, da sempre ostili alla teologia del Concilio Vaticano II e, a oggi, ben poco inclini a entrare nei ranghi.
    A Bologna la chiesa di Santa Maria della Pietà, in via San Vitale, è una delle poche chiese in cui si celebra secondo il rito antico. Ogni domenica pomeriggio, dal novembre scors, alle 18. Con il parroco don Tiziano Trenti, classe 1962, tracciamo un bilancio di questa esperienza liturgica dal sapore antico in pieno centro.

    Don Tiziano, come si è giunti ad avere la messa preconciliare alla Pietà?

    "Un gruppo di persone di varia provenienza, accomunate dall'amore per la liturgia antica, aveva chiesto all'arcivescovo la disponibilità di una chiesa dove celebrare a norma del motu proprio. Potendo contare sull'aiuto di due confratelli parroci che condividono la mia sensibilità e dal momento che qui alla Pietà, già da tempo, non si celebravano funzioni nel pomeriggio delle domeniche delle feste, non ho avuto difficoltà a venir loro incontro, secondo l'esortazione del Papa e con la benedizione del cardinale Caffarra".

    Questi fedeli sono aderenti al movimento tradizionalista Una voce, da più parte accusato di essere collaterale ai lefebvriani?

    "Chi mi ha chiesto di celebrare la unzione di San Pio V non era assolutamente legato a Una voce, nè ad altri particolari movimenti organizzati".

    Lei, tenendo conto dell'età media del clero locale, è un prete giovane. Da dove deriva il suo amore per la liturgia preconciliare?

    "E' vero, data la mia età, posso dire di non aver mai visto una messa tridentina prima del giorno in cui l'ho celebrata io stesso, un anno fa. Forse questo amore è nato già durante i miei studi storici e artistici, quando a ogni passo mi imbattevo in fatti e oggetti incomprensibili senza un riferimento continuo alla liturgia come veniva celebrata da secoli. Poco alla volta, ho scoperto in questa celebrazione un grande tesoro di grazia, spiritualità e conoscenza, cui mi sembrava irragionevole rinunciare del tutto.."

    Quante e che tipo di persone partecipano la domenica al vecchio rito?

    "Direi che soprattutto dopo l'estate c'è stato un incremento dei partecipanti. Nelle ultime due domeniche più di sessanta persone. Questo, per una parrocchia del centro, non è poco. Alla liturgia partecipano fedeli di ogni tipo e fa piacere vedere una notevole e difficilmente prevedibile presenza di ragazzi e giovani. Già tre ragazzi che partecipavano abitualmente a questa messa sono entrati in vari seminari".

    Presiede lei la celebrazione eucaristica?

    "Siamo tre sacerdoti, tutti parroci, io in città e gli altri due in provincia, tutti di età tra i 39 e i 50 anni. Ci alterniamo nella celebrazione e nella presenza in confessionale".

    Nell'arcidiocesi, ci sono altre chiese in cui si prega secondo il messale di San Pio V?

    "In città, per ora, ci sono quelle della Madonna di Galliera dei padri Filippini. Il primo venerdì del mese e in altri giorni feriali, la messa tridentina viene celebrata anche nella chiesa di Stiatico di San Giorgio di Piano".

    A livello internazionale, i tradizionalisti lamentano una certa opposizione di preti e vescovi alla messa antica. Soprattutto in Francia e Italia. Anche sotto le Due Torri, ci sono parroci che fanno muro?

    "Non ho riscontrato particolari ostilità, anzi, noto un certo interesse da parte di altri preti giovani. Credo che ci sia la consapevolezza che questa messa non si nata, nè si sostenga 'contro' nessuno, nè tantomeno contro il Concilio Vaticano II. E' un servizio reso, con semplicità, a quelle persone che lo desiderano e che, secondo le indicazioni della Santa Sede, ne hanno diritto".

    © Copyright Il Resto del Carlino 23 settembre 2008


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    VATICANO - LE PAROLE DELLA DOTTRINA

    a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello

    Due teorie nate dal biblicismo

    Città del Vaticano (Agenzia Fides)

    Si sostiene che il rito postconciliare della Santa Messa sia più ricco di Letture, di Preghiere Eucaristiche, mentre il Messale detto di Pio V sarebbe povero e poco accurato.

    E’ una tesi anacronistica perché non tiene conto della distanza di quattro secoli; sarebbe come accusare, analogamente, i “Sacramentari” anteriori di alcuni secoli a quello di Pio V. Inoltre si dimentica che le pericopi di questo Messale si sono formate sulla base degli antichi capitolari con epistole, come il “Liber comitis” di San Girolamo – datato al 471 - o con pericopi evangeliche; una tradizione comune con l’Oriente, come attesta ancora oggi la liturgia bizantina.

    In secondo luogo, le letture brevi aiutano a memorizzare l’essenziale ed esprimono la sobrietà del rito romano. Si arriva poi ad affermare che, la forma straordinaria dell’unico Rito latino, non sottolineerebbe sufficientemente la presenza di Cristo nella Parola, quando questa si proclama nell'assemblea; in tal modo verrebbe meno l'essenza stessa dell'azione liturgica che è costituita dalle “due mense” – in “Dei Verbum” n. 21 sembra “una” sola - che formano un solo atto di culto!
    Il Messale del Concilio di Trento si muoverebbe in una prospettiva lontana dalla tradizione dei Padri della Chiesa; sarebbe un Messale nato esclusivamente per il prete, e non prevederebbe la partecipazione dell'assemblea perché il popolo è semplicemente pleonastico.
    Infatti il prete celebrerebbe per conto proprio e il popolo altrettanto; altra cosa sarebbe la Messa detta “di Paolo VI” nella quale non celebrerebbe il sacerdote ma la Chiesa, presente sacramentalmente nell'assemblea, di cui il sacerdote, in forza dell'ordine, è presidente naturale.
    E’ un discorso che, in modo piuttosto problematico, riduce tutto a Parola e Assemblea. Ma “Gesù non è solo maestro, ma redentore dell’uomo nella sua interezza. Il Gesù che ammaestra è anche colui che guarisce” (J.Ratzinger-Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”, p. 88) e questo avviene efficacemente solo con il Sacramento Eucaristico.
    Un’altra teoria diffusa, a causa del consueto fenomeno di sostituzione e di scambio di una cosa per l'altra, è l’equiparazione della presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento alla presenza della Parola nel libro delle Scritture: questa c’è solo “quando nella chiesa si legge la Sacra Scrittura” (“Sacrosanctum Concilium” n. 7).
    È necessario ribadire che la presenza di Cristo nella Parola c’è, a due condizioni: quando la lettura si fa “nella chiesa”, non privatamente, e quando “si legge” la Sacra Scrittura. Dunque non basta che ci sia il libro sacro sull’ambone o sull’altare, perché ci sia la presenza. (Cf. Le parole della dottrina: “La presenza del Signore Gesù precede e permane oltre l’assemblea liturgica”, del 10/07/08).

    Infine, è quanto mai urgente che la predicazione e la catechesi tornino a ribadire la giusta distinzione tra Rivelazione, Parola di Dio e Sacra Scrittura che, seppur intimamente connesse, non sono equivalenti. Talora, infatti, non senza sorpresa, si riscontra a tale riguardo, notevole confusione e non solo tra i fedeli laici. Si è giunti a ritenere che la Bibbia si interpreti con la Bibbia, e non, come sempre nella Chiesa Cattolica, nella Tradizione e in fedele ascolto del Magistero.

    © Copyright (Agenzia Fides 2/10/2008)


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    Sabato 4 ottobre 2008, per la prima volta dopo 40 anni, è stata celebrata la Santa Messa Tridentina dal canonico don Mario Ostigoni. Le prossime Sante Messe saranno celebrate a sabati alterni, salvo quanto sotto specificato.

    La messa in latino riempie la chiesa di Sestri

    Giacomo Campodonico

    Settantuno persone. Più due chierichetti, decisamente “over” con gli anni, e due bambini. Oltre a un cronista.
    Tante erano le persone che ieri pomeriggio hanno riempito la piccola chiesa di San Pietro in Vincoli, nel cuore del centro storico di Sestri, per la celebrazione della prima Messa in latino secondo il rito reintrodotto lo scorso anno da Papa Ratzinger.
    Alle 16, data fissata per l’inizio della celebrazione, la chiesa era già piena. Molte le donne, ma tanti anche gli uomini, i più con i capelli bianchi (chi ancora aveva i capelli...).
    Pochi ma presenti anche i giovani. Si è consumata in silenzio l’attesa per questo momento sognato da mesi da un gruppo di fedeli che aveva fatto una prima richiesta nel settembre dello scorso anno al vescovo diocesano, monsignor Alberto Tanasini. E poi un’altra - quella decisiva - lo scorso agosto.
    Non è stato un iter facile, però. Il primo sacerdote a dire “no” era stato don Giuseppe Carpi, parroco di Santa Maria di Nazareth. Il secondo “no”, più recente, è stato detto da don Giuseppe Bacigalupo, priore della confraternita di sacerdoti che ha le chiavi della piccola chiesa di Vico Macelli. Ma ad avere delle “perplessità” su questa iniziativa (è il termine esatto che i sacerdoti hanno riferito al Secolo XIX) era un po’ tutta la comunità dei preti di Sestri. Il vescovo ha allora nominato don Mario Ostigoni, canonico della cattedrale di Chiavari, per celebrare la Messa in latino. Prima di dare inizio alla liturgia don Ostigoni ha dato lettura ai fedeli del comunicato (lo riportiamo nel box a lato) con cui la Curia di Chiavari ha fatto diverse precisazioni sugli articoli pubblicati ieri dal Secolo XIX. Poi don Mario ha cercato di dare qualche “istruzione per l’uso” ai fedeli sul rito della Messa in latino. Che qualcuno dei presenti ha trovato diversa da quella che ricordava da ragazzo. Ma don Ostigoni ha subito spiegato che la celebrazione è quella del 1962, prevista dal messale del Beato Giovanni XXIII.
    «Non si può fare ciò che si vuole - ha ammonito il sacerdote - bisogna attenersi alle indicazioni: ci si inginocchia e ci si alza quando ciò è previsto.
    E soprattutto vi invito a non correre mentre rispondete al celebrante. Comunque - ha aggiunto - oggi cominciamo così, un po’ in sordina: tutto e subito non si può avere». In realtà tutto nella celebrazione è filato via liscio: a parte l’inizio in piedi anziché in ginocchio (ma forse ha tratto in inganno il rito post-conciliare che si usa tutte le domeniche) e un “Kyrie Eleison” di troppo detto dai fedeli (per lo stesso motivo). Di grosso aiuto sono stati comunque i foglietti con testo in latino e traduzione in italiano a fronte che erano stati distribuiti all’inizio della celebrazione. Comunione rigorosamente in ginocchio alla balaustra, benedizione finale e dopo la formula conclusiva (“Ite, Missa est”) lettura dell’“Ultimo Vangelo”, come oggi non si fa più. All’uscita tutti soddisfatti e appuntamento con la nuova celebrazione per sabato 18 ottobre, stessa chiesa stessa ora. Ed è questa la cosa che ha fatto storcere un po’ il naso a qualcuno. «Perché il sabato e non la domenica? E poi, perché soltanto ogni due settimane?». Ma c’è un’altra domanda che qualcuno ha fatto, chiedendo però di restare anonimo: «Perché non ha celebrato un sacerdote di Sestri Levante e il vescovo ha dovuto mandarne uno da Chiavari?».

    © Copyright Il Secolo XIX, 5 ottobre 2008


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    Viaggio nella comunità di Montalenghe. Qui vivono gli irriducibili del monsignore

    La riscossa dei seguaci di Lefebvre

    PAOLO GRISERI MONTALENGHE

    Sul camino del refettorio, proprio di fianco al ritratto di Giuseppe Sarto, quel Pio X che condusse la crociata contro il modernismo, un ragazzo e il padre baciano la mano a Karol Wojtyla, il pontefice dei papa boys.
    Nell'ingresso una fotografia ritrae la statua di San Pietro benedicente, la stessa che i pellegrini devoti baciano al piede nella basilica Vaticana, genuflettendosi di fronte all' autorità del vescovo di Roma. Dietro il muro di cinta dell' abbazia di Montalenghe, nel cuore del Canavese, dove lo stemma della Vandea si confonde con quello della confraternita di San Pio X, la lingua batte dove il dente duole. Per chi ha fatto della fedeltà alla tradizione la sua ragion d' essere, una scomunica papale è la peggiore delle sciagure. Padre Emanuele è da dieci anni il priore della comunità di san Carlo Borromeo, una delle tre filiazioni italiane del movimento fondato dal vescovo scismatico Marcel Lefebvre: «Non siamo propriamente scismatici. Siamo pronti all' obbedienza a meno che non significhi provocare la rovina della chiesa». Quella di padre Emanuele è in realtà la giustificazione di tutti gli scismi del cristianesimo: chi se ne è andato lo ha sempre fatto in nome dei valori della vera fede corrotti da un' eccessiva confidenza della chiesa con il mondo. Per gli irriducibili di Montalenghe i mali del mondo sono simboleggiati dal Concilio vaticano II e soprattutto dall' interpretazione che ne è stata fatta nella liturgia: «Al silenzio della meditazione hanno sostituito il frastuono delle chitarre». Le messe beat degli anni '70 e la liturgia in lingua volgare hanno colpito al cuore chi, come padre Emanuele, pensa che «il rapporto con il Signore abbia soprattutto una dimensione verticale. Dopo il Concilio invece si privilegia l' orizzontale, la dimensione dell' assemblea dei credenti e questo è un errore». Emanuele non è italiano. Viene da Chartres, dove la dimensione verticale del rapporto con Dio si impara da bambini, di fronte alla facciata della cattedrale gotica. Ha 57 anni e racconta di aver subito un autentico trauma in gioventù: «Nel '68 in Francia la dottrina del Concilio è stata applicata in modo radicale. Nelle chiese sventolavano le bandiere rosse e un giorno il mio vescovo disse: 'Se vuoi mantenere la fede non andare in seminario. Lì, certamente, la perderai' ». Così Emanuele è fuggito a Econe in Svizzera, nel rifugio tradizionalista di monsignor Lefebvre a 15 chilometri da Sion. Qui il futuro priore di Montalenghe è stato ordinato sacerdote. «Eravamo il primo corso di seminaristi - dice - Nel 1976 prendemmo i voti e arrivò da Roma la sospensione a divinis».
    Trent' anni dopo si respira un' altra aria: «Il motu proprio con cui Benedetto XVI ha ridato slancio alla messa in latino è stato certamente un importante passo avanti». Un anno dopo le chiese in cui si celebra la messa tridentina sono aumentate. Nella sola Francia se ne sono aggiunte 150.
    In Italia la situazione è più difficile: «Qui i vescovi fanno resistenza e le celebrazioni avvengono in modo quasi clandestino».
    Chi preferisce l' astruso «latinorum» di don Abbondio alla lingua di tutti i giorni? Padre Emanuele sorride: «Non ci crederà ma sono soprattutto i giovani, affascinati da un rito antico di secoli accantonato troppo in fretta. Per i ragazzi di oggi la messa in latino è una messa nuova». Apprezza anche «chi va in chiesa per abitudine, i cattolici della domenica». Ci sono anche i refrattari? «Certo: i cattolici impegnati, i laici che animano la vita delle parrocchie. E le suore». Il motu proprio di Benedetto XVI servirà a superare lo scisma di Lefebvre? Nel convento del Canavese sono molto scettici: «La liturgia è importante ma non è tutto. E' necessario superare un altro errore del Concilio Vaticano II: il concetto di ecumenismo, l' idea di libertà religiosa. Così si è aperta la porta al relativismo». Extra ecclesiam nulla salus, diceva San Cipriano. Ma davvero la salvezza degli uomini passa solo attraverso la dottrina di Roma? «Questo dice il Vangelo. La verità è una sola. Gli altri punti di vista possono essere tollerati ma sono indubbiamente un errore». Una posizione integralista difficilmente accettabile nella società laica. «Il compito del cristiano è convertire il mondo, non adattarsi alle mode culturali». Fino al punto di ipotizzare il ritorno alla religione di Stato? «Chi guida gli Stati deve saper discernere tra la verità e l' errore. Se tutte le religioni sono sullo stesso piano, a cominciare dall' otto per mille, è chiaro che il relativismo dilaga». Così è il mondo visto da Montalenghe con la vita segnata dalla regola di Ecône: la lingua ufficiale è il latino, dalla preghiera delle 6,30 a quella di mezzogiorno, dal rosario delle 19 a compieta. Un' atmosfera diametralmente opposta a quella che si respira pochi chilometri più a nord a Bose, nella comunità monastica di Enzo Bianchi dove l' ecumenismo è la via per conoscere Dio. Nel priorato di San Carlo invece l' orologio della chiesa va riportato indietro di quattro secoli al Concilio di Trento, l' unico davvero amato dai lefebvriani. La controriforma come modello per i cattolici del terzo millennio? Padre Emanuele si stupisce dello stupore: «Perché no? Dopo il Concilio di Trento le vocazioni aumentarono e la chiesa riprese vigore. Dopo il Concilio Vaticano II i seminari si sono svuotati. Sa che cosa sta scritto nel Vangelo? 'Dai frutti li riconoscerete' ». Anzi: fructibus eorum cognoscetis, vangelo di Matteo, capitolo 7, versetto 16.

    © Copyright Repubblica, 15 ottobre 2008


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    00 10/17/2008 10:09 AM
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    Culto Divino: Il Papa ama il latino, ma governa da tedesco

    Ott 14, 2008 il Riformista

    Che la Chiesa consideri la liturgia come l’acme di tutta la sua vita è cosa risaputa. Del resto lo ha detto pure il Concilio Vaticano II che la liturgia è «fonte e culmine della vita della Chiesa». E che le cose stiano in questo modo lo si capisce bene anche dall’attenzione tutta particolare che Benedetto XVI sta dedicando al “ministero” della curia romana che, appunto, di liturgia si occupa: la congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Tanto che proprio qui, nelle prossime settimane (si dice entro il 2008), per volere del Pontefice avverrà un doppio cambio al vertice: in un sol colpo, probabilmente distanziati di qualche settimana, cambieranno sia il prefetto, il cardinale nigeriano Francis Arinze, che il segretario, il cingalese Malcolm Ranjith.
    L’addio di Arinze non fa parlare più di tanto. È un addio previsto: il porporato, infatti, lascerà per motivi di età. Al suo posto si parla con insistenza dell’arrivo a Roma del cardinale spagnolo Antonio Cañizares Llovera, arcivescovo di Toledo. Questi, oltre a dirigere una diocesi piccola ma prestigiosa tanto che gli vale la qualifica di primate di Spagna, è porporato che ha sempre contrapposto alla politica laicista del premier Zapatero una linea dura e, soprattutto, consumata a colpi di manifestazioni sul campo, tra la gente, in piazza. E, infatti, per Zapatero, l’eventuale partenza di Cañizares non sarebbe una brutta notizia.
    Molto, invece, fa parlare la partenza di Ranjith. Benedetto XVI, una volta divenuto Pontefice, dimostrò di stimare a tal punto il presule cingalese da chiamarlo subito al Culto Divino: dopo l’arrivo di William Joseph Levada a prefetto della congregazione per la Dottrina della Fede, quella di Ranjith fu la seconda nomina di rilievo effettuata dal Papa. Fu un segnale: in sostanza, Ranjith si insediava a Roma come uno di quelli della cerchia degli stretti collaboratori personalmente scelti dal Papa.
    Benedetto XVI mise Ranjith al posto di monsignor Domenico Sorrentino, promosso vescovo di Assisi, le cui idee probabilmente non erano, liturgicamente parlando, consone con quelle del Pontefice. A Ranjith, infatti, il Papa chiedeva anzitutto una cosa: aiuto nell’attuazione e comprensione del motu proprio Summorum Pontificum dedicato alla messa in latino secondo il rito antico. Ma poi qualcosa è cambiato. Ranjith, in effetti, si è dato da fare più volte contro la cosiddetta “ribellione” di alcuni episcopati mondiali restii ad attuare nelle proprie diocesi una corretta applicazione del motu proprio. Ma c’è chi sostiene che questa continua denunzia sia stata portata avanti con troppa enfasi tanto da far sembrare che, dietro la promulgazione del Summorum Pontificum, vi fosse la volontà di screditare ciò che, dopo l’antico rito, c’è stato: la riforma liturgica del post Concilio e quindi il novus ordo. Di qui, sempre secondo alcuni, l’allontanamento di Ranjith che in qualche modo potrebbe dare spago a coloro che, nella Chiesa, non amano il motu proprio e il conseguente ritorno dell’antico rito. Ma, in realtà, pare che le cose stiano anche in un altro modo. Benedetto XVI è parecchio preoccupato per le sorti dei cristiani in Asia e in particolare nel sud est asiatico. Lo Sri Lanka, come l’India, è teatro di violenze portate avanti dai buddisti tradizionalisti contro i cristiani colpevoli di rovinare «la millenaria armonia del paese». E l’invio di Ranjith in una diocesi prestigiosa come quella di Colombo - potrebbe garantirgli anche la berretta cardinalizia - è un modo per rispondere a questa offensiva. Alla liturgia e all’antica messa in latino ormai liberalizzata - per il Papa il rito è uno solo ma ci sono due modi, l’antico e il nuovo, per celebrarlo - ci penserà qualcun’altro.


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    00 10/18/2008 5:20 PM
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    Rito ambrosiano antico. Oggi a Legnano la prima messa cantata

    di Andrea Tornielli

    Inizia a essere celebrata da questo pomeriggio a Legnano una messa cantata in rito ambrosiano antico, che si affiancherà all’unica fino ad oggi esistente (concessa anni fa dal cardinale Martini) nella chiesa del Gentilino, a Milano.

    Alle 17.30, nella chiesa legnanese di Sant’Ambrogio, in via sant’Ambrogio, il penitenziere emerito della cattedrale monsignor Attilio Cavalli presiederà l’antica liturgia ambrosiana. A partire dalla prossima settimana la celebrazione si terrà invece la domenica e nelle feste di precetto, sempre alle 17.30 e sempre nella stessa chiesa.

    L’iniziativa è partita dal Movimento liturgico Benedettiano (http://www.rinascimentosacro.com/), un gruppo che rappresenta la «via ambrosiana» al motu proprio Summorum Pontificum, con il quale Papa Ratzinger l’anno scorso ha inteso liberalizzare l’antico messale preconciliare.
    Com’è noto, il documento di Benedetto XVI riguarda soltanto il rito romano, non quello ambrosiano, il cui «capo rito» è l’arcivescovo di Milano.
    Il 24 agosto 2007 il pro-presidente della Congregazione del rito ambrosiano, l’arciprete del Duomo monsignor Luigi Manganini, aveva firmato un comunicato nel quale si precisava che le nuove norme liberalizzatrici riguardavano «com’è ovvio, le parrocchie e le comunità di rito romano presenti in diocesi», e non quelle, cioè la stragrande maggioranza, di rito ambrosiano. Rimaneva in vigore un’unica messa domenicale in rito antico per tutta la diocesi, celebrata nella chiesa del Gentilino. Ora, dopo un lavoro comune con il Movimento liturgico Benedettiano durato sette mesi, e con il consenso del cardinale Tettamanzi, che ha autorizzato la celebrazione stabile, per i fedeli legati al vecchio rito sarà possibile partecipare alla messa antica anche a Legnano, celebrata secondo l’edizione del «Missale Ambrosianum» del 1954 edito dal beato arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster un anno prima della morte.
    È evidente l’intento della curia di Milano, con questa concessione, di cogliere lo spirito del motu proprio di Benedetto XVI, il quale aveva accompagnato il documento con una lettera rivolta ai vescovi per spiegare il significato dell’iniziativa, invitandoli ad essere generosi e accoglienti nei confronti dei fedeli rimasti legati alla liturgia preconciliare o desiderosi di conoscerla.
    I membri del Movimento Benedettiano ci tengono a sottolineare l’importanza dell’avvenimento, nella linea di quella «riconciliazione liturgica» tra vecchio e nuovo rito auspicata dallo stesso Pontefice, e prendono invece le distanze da certe rivendicazioni «pretestuose e strumentalizzate, legate più a fini profani che ad una vera intenzione di edificare la Chiesa nella comunione di Cristo».
    La rivista su Internet conta circa 15mila affezionati lettori da tutto il mondo e sta per nascere un’associazione che possa coordinare gli eventi legati alla liturgia nella forma straordinaria in tutta Italia.

    © Copyright Il Giornale, 18 ottobre 2008


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    00 10/23/2008 9:37 PM
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    È tornata la messa in latino: Deo gratias

    vita vissuta

    La celebrazione nella lingua antica, accompagnata da canti gregoriani, è una delizia per lo spirito.
    Ha un grande passato ed è destinata a un brillante futuro. Perché piace, oltre che a tradizionalisti e aristocrazia, ai giovani. E pure a Madonna ed Elton John.

    CARLO ROSSELLA

    Ho profonde ragioni affettive per ritornare a Pavia, la mia città, nei finesettimana.
    Ma fra le tante ve n’è una che mi sta molto a cuore: la messa in latino, secondo il rito di San Pio V, celebrata ogni domenica alle 9.30 nella chiesa di San Giovanni Domnarum da Gianfranco Poma. Consiglio a Camillo Langone, che recensisce le messe sul Foglio, di venire ad assistervi.

    Poma, biblista, professore al Seminario vescovile, è un sacerdote straordinario, colto, aperto al moderno, ma molto attento alla tradizione. Con un gruppetto di volonterosi intellettuali cattolici ha saputo e voluto organizzare la celebrazione, resa possibile dopo il motu proprio di Papa Benedetto XVI.

    Prima di procedere, monsignor Poma ha chiesto il permesso al vescovo di Pavia, l’eminentissimo Giovanni Giudici, intellettuale dalle frequentazioni internazionali, fluente nel latino, ma anche nella lingua inglese. Poma ha fatto una ricerca sui paramenti (le pianete e non le casule), gli accessori, le peculiarità del rito, ben diverso in tanti piccoli particolari da quello della messa ordinaria in italiano. I fedeli, per esempio, si inginocchiano alla balaustra per ricevere la santa comunione e non sfilano in piedi davanti al celebrante come accade normalmente.
    Accanto allo splendido latino della messa c’è la musica gregoriana, quella che ha accompagnato il rito tridentino dal 1570 al 1969 quando, dopo il Concilio ecumenico Vaticano II, Papa Paolo VI abolì il latino.
    Tale provvedimento provocò, come si sa, il rifiuto di una parte dei fedeli cattolici, guidati dall’ex arcivescovo di Dakar, Marcel Lefebvre, fondatore della comunità scismatica di San Pio X e del seminario tradizionalista di Econe in Svizzera.

    Pur frequentandola regolarmente per obbligo religioso, visto che sono cattolico praticante, non ho mai amato la messa in lingua locale, ovvero la messa postconciliare, con canti popolari, litanie scontate, chitarre e in certi paesi anche tamburi, come nella famigerata Missa Luba.

    Sono stato educato alla religione cattolica con la messa tridentina e ho considerato quella nuova come uno strappo lacerante. Ho sempre attribuito alla caduta del latino, del gregoriano, del rito un po’ misterioso della messa antica la crisi delle vocazioni e tutto ciò che è successo nella disciplina e nella vita dei sacerdoti.

    Per tutte queste ragioni, spesso e volentieri, ho partecipato a messe tradizionaliste, ovvero lefebvriane, ma il mio confessore non mi ha mai rimproverato.
    Oggi molti religiosi non parlano il latino, una lingua che invece rinasce nelle università americane più prestigiose, alla Sorbona e nei grandi atenei tedeschi.
    In Italia, in alcune città, anche piccole, si celebra la messa antica, però certi presuli la ostacolano, lesinano i permessi, forse per ignoranza.
    Tale fenomeno non è solo italiano ma anche francese, e il Santo padre, da Lourdes, ha richiamato i vescovi transalpini ad accettare la messa in latino e a non fare troppe storie.

    A Parigi, comunque, ho sempre assistito a splendide messe in latino, soprattutto quelle del primo venerdì del mese nella chapelle tradizionalista di Saint Dominique in rue de Pernéty, dove si rende omaggio al curato d’Ars, un santo venerato dai cultori dell’antico messale.
    La messa in latino, che a Roma è di moda fra aristocratici della vecchia nobiltà nera (la principessa Alessandra Borghese non se ne perde una) e tra i giovani nobili (il principe Francesco Moncada di Paternò), ha un grande passato ma è destinata ad avere anche un notevole futuro, visto il numero in crescita dei ragazzi che in tutta Italia seguono il rito tridentino.
    La migliore messa, per ora, è, mi dicono, quella che si celebra ogni giorno alla chiesa della Misericordia di Torino, ma anche a Roma, in via Leccosa, dietro Palazzo Borghese, ci si è dato un gran da fare per rendere il rito splendido e molto ancien régime.

    In Vaticano si parla sommessamente di messa in latino, ma c’è, nei vertici, chi la celebra con piacere e con un certo senso di rivincita. È bello vedere vecchi preti e monsignori avvicinarsi all’altare e recitare in latino «In nomine Patris et Filii et Spiritus sancti, amen». E poi continuare: «Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat iuventutem meam». Significa, per chi non ha studiato o ha dimenticato il latino, «Salirò l’altare di Dio, gioia della mia giovinezza».

    Per un cattolico, di qualunque età, la fede in Dio e il suo amore mantengono sempre giovani ed entusiasti. Chi crede è ottimista e più sereno di chi è agnostico o addirittura ateo, soprattutto in questi tempi cupi di pescecaneria finanziaria e crisi economica. Io che mi ero dimenticato tutto il rituale della messa di San Pio V, dopo averne ascoltate due o tre non ho più avuto bisogno del libretto ma ho risposto senza problemi al sacerdote.
    Anche la cantante Madonna ha voluto seguire la messa antica ed Elton John si sta appassionando parecchio al gregoriano. Il ritorno alla tradizione non riguarda solo la messa, ma anche la benedizione dei fedeli, col Tantum ergo, il piviale sontuoso, l’incenso in grandi quantità e l’acqua benedetta. Obbligatorio, alla fine del rito, il canto della Salve Regina, preghiera splendida in latino.
    In alcune comunità si sta per tornare ai funerali con i paramenti neri e argento e le litanie dei defunti in latino. La messa tridentina è una vera delizia per lo spirito.
    E ha anche una sua estetica. Per gli uomini è gradito l’abito scuro con camicia candida e cravatta scura.
    Alle donne si consiglia il velo nero che copre le orecchie ma mette in risalto il volto e gli occhi. Si trovano ancora veli in pizzo o in tulle nei cassettoni della nonna o in certe mercerie di provincia, a côté di santuari o cattedrali.
    Alle ragazze invece conviene un velo chiaro, come portavano una volta nelle processioni le fanciulle dell’Azione cattolica.
    L’unico svantaggio della messa in latino, rispetto a quella in italiano, è la lunghezza: almeno 20 minuti in più, visto che c’è molto più da chiedere al buon Dio.
    «Iudica me, Deus, et discérne càusam meam de gente non sancta, ab hòmine iniquo et dòloso érue me. Quia tu es, Deus, fortitudo mea: quare me repulisti, et quare tristis incédo, dum affligit me inimicus?». Significa: «Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro uomini senza pietà, dall’uomo perfido e perverso liberami. Tu sei il Dio del mio rifugio: perché respingermi? Dovrò dunque andarmene in pianto, sopraffatto dal nemico?». Così si prega in latino. Deo gratias.

    © Copyright Panorama n. 43/2008



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    00 10/28/2008 8:53 PM
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    Risposte del Cardinale Presidente della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” a certi quesiti

    Dal momento che alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” sono giunte frequenti domande sulle ragioni del Motu Proprio “Summorum Pontificum”, delle quali alcune si fondano sulle prescrizioni del Documento “Quattuor abhinc annos” inviato dalla Congregazione per il Culto Divino ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, il 3 ottobre 1984, il Presidente della stessa Commissione, l’Em.mo Card. Dario Castrillon Hoyos ha ritenuto opportuno dare le seguenti risposte:

    Domanda: è lecito riferirsi alla Lettera “Quattuor abhinc annos”, per regolare le questioni attinenti alla celebrazione della Forma straordinaria del Rito Romano, cioè secondo il Messale Romano del 1962?

    Risposta: evidentemente no.

    Poiché, con la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum” vengono a decadere le prescrizioni per l’uso del Messale del 1962, precedentemente emanate dalla “Quattuor abhinc annos” e, successivamente, dal Motu Proprio del Servo di Dio Giovanni Paolo II “Ecclesia Dei Adflicta”.

    Infatti, lo stesso “Summorum Pontificum”, fin dall’art. 1, afferma esplicitamente che: “le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei” vengono sostituite”. Il Motu Proprio enumera le nuove condizioni.

    Quindi non ci si potrà più riferire alle restrizioni stabilite da quei due Documenti, per la celebrazione secondo il Messale del 1962.

    Domanda: Quali sono le sostanziali differenze tra l’ultimo Motu Proprio e i due precedenti Documenti attinenti a questa materia?

    Risposta: La prima sostanziale differenza è certamente quella che ora è lecito celebrare la Santa Messa secondo il Rito straordinario, senza più il bisogno di un permesso speciale, chiamato “indulto”.

    Il Santo Padre Benedetto XVI, ha stabilito, una volta per tutte, che il Rito Romano consta di due Forme, alle quali ha voluto dare il nome di “Forma Ordinaria” (la celebrazione del Novus Ordo, secondo il Messale di Paolo VI del 1970) e “Forma Straordinaria” (la celebrazione del Rito gregoriano, secondo il Messale del B. Giovanni XXIII del 1962) e ha confermato che questo Messale del 1962 non è mai stato abrogato. Altra differenza è che nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare l’uno o l’altro Messale (art. 2). Inoltre, nelle Messe senza il popolo o con il popolo, spetta al parroco o al rettore della chiesa, dove si intende celebrare, a dare la licenza a tutti quei sacerdoti che presentano il “Celebret” dato dal proprio Ordinario.

    Se questi negassero il permesso, il Vescovo, a norma del Motu Proprio, deve provvedere a che sia concesso il permesso (cfr. art. 7).
    E’ importante sapere che già una Commissione Cardinalizia “ad hoc”, del 12 dicembre 1986, formata dagli Em.mi Cardinali: Paul Augustin Mayer, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, Agostino Casaroli, Bernardin Gantin, Joseph Ratzinger, William W. Baum, Edouard Gagnon, Alfons Stickler, Antonio Innocenti, era stata creata “per volontà del Santo Padre, allo scopo di esaminare gli eventuali provvedimenti da prendere per ovviare alla constatata inefficacia dell’Indulto Pontificio “Quattuor abhinc annos”( circa il ripristino della cosiddetta ‘S. Messa Tridentina’ nella Chiesa Latina col Messale Romano dell’Edizione tipica del 1962), emanato dalla Congregazione per il Culto Divino con Prot. N. 686/84 del 3 Ottobre 1984”. Questa Commissione aveva proposto al Santo Padre Giovanni Paolo II, già allora, a tale scopo, alcuni sostanziali elementi, che sono stati ripresi nel Motu Proprio “Summorum Pontificum”.

    Mi permetto di fare una sintesi del verbale che presenta gli interventi degli Em.mi Cardinali per capire come i Documenti posteriori rispecchiano sostanzialmente la visione che una Commissione cardinalizia così importante ha avuto poco tempo dopo “Quattuor abhinc annos”. Infatti si è affermato che:

    - “premura, desiderio e mente del Santo Padre (Giovanni Paolo II) era la promozione della concordia interna nella Chiesa e l'edificazione, per essa, dei fratelli”;

    - “ciò andava realizzato anche attraverso la primaria ricomposizione della comunione nella pratica della "lex orandi", qual è la sana attuazione della riforma liturgica, pur nel doveroso rispetto delle legittime esigenze di gruppi minoritari ma, spesso, distinti non solo per piena ortodossia teorica ma anche per autentica esemplarità di pratica di vita cristiana intensamente vissuta e di sincero e devoto attaccamento alla Sede Apostolica”;

    - “pertanto, doveva essere impegno di coscienza da parte di tutti: Vescovi, sacerdoti e fedeli, di rimuovere gli arbìtri scandalosi che una mal compresa "creatività" ha prodotto, dando luogo alle cosiddette "Messe selvagge" e ad altre dissacrazioni che hanno ferito molti dei predetti fedeli alienandoli dalla facilità d'accoglimento della riforma liturgica e dei nuovi Libri Rituali, compreso il Messale, erroneamente apparsi, purtroppo, e, proprio per tale inedificante desacralizzazione, quasi come causa di essa”.

    Nella stessa Commissione si proponeva che:

    - “venisse ribadito, da parte del Dicastero competente, che il Papa voleva la pacificazione interna tra tutti i fedeli delle Chiese locali mediante l'attuazione concreta della concessione da Lui fatta con l'Indulto”;

    - “venisse eseguita, da parte dei Vescovi, la volontà del Sommo Pontefice ponendosi spiritualmente in sintonia con le Sue intenzioni”.

    - “venisse data risposta adeguata, da parte dei Vescovi, a coloro che volessero scoraggiare l'attuazione dell'Indulto, presentandolo come motivo di divisione anziché di ricomposizione. La risposta doveva essere non polemica ma pastorale, spiegando, con delicatezza e pazienza, la lettera e lo spirito dell'Indulto”.

    Inoltre si affermava con autorità che:

    - “il vero problema in questione non sembrava essere tanto la conflittualità artificiale che l'Indulto intendeva risolvere, quanto piuttosto quella che era a monte di essa e che ne era stata la vera causa e, cioè, la conflittualità tra la retta attuazione della riforma liturgica ed il tollerato abusivismo prodotto dalla incontrollata fantasia. Quindi, oltre l'Indulto, si richiedeva un intervento di ben altro livello generale da parte della Santa Sede per eliminare il predetto abusivismo deformatore della riforma liturgica conciliare”;

    - “l'Indulto, così come si presentava, per un verso, dava l'impressione che la Messa in latino, cosiddetta "Tridentina", fosse una realtà inferiore e di second'ordine, la quale veniva ripristinata solo per tollerante commiserazione di chi la richiedeva e, per altro, dava l'impressione, proprio con tutte le pesanti condizioni che conteneva, che la stessa Santa Sede la considerava tale e che non l'avrebbe concessa se non fosse stata costretta a farlo”;

    - “occorreva ribadire e chiarire ai Vescovi la vera volontà del Santo Padre, la quale consisteva, non negativamente, in una concessione di tolleranza, ma, positivamente, in una vera e propria iniziativa pastorale presa non per quietare la reazione agli abusi, ma per ricomporre il dissidio in riconciliazione”.

    - “bisognava togliere tutte le condizioni contenute nell'Indulto, per eliminare l'impressione avuta dai Vescovi che la Santa Sede non lo voleva e l'impressione da parte dei fedeli, che chiedessero una cosa quasi mal tollerata dalla Santa Sede”.

    Negli interventi degli Em.mi Presuli emergeva che:

    - “si era favorevoli alla concessione dell'Indulto a tutti i fedeli e sacerdoti che intendessero servirsene "in aedificationem" e senza strumentalizzazione anticonciliare”;

    - “occorreva fare capire ai Vescovi che l'Indulto corrispondeva ad una volontà del Papa da osservare e occorreva di far capire ai fedeli che dovevano chiedere con rispetto l'attuazione della volontà del Papa, cosicché i Vescovi, di fronte a richieste rispettose, non avessero più motivo di rifiutarsi”.

    - “bisognerebbe domandarsi se per favorire la riconciliazione, era proprio necessario chiedere il consenso del Vescovo per celebrare la S. Messa in latino”;

    - “come atteggiamento generale sarebbe da attenuare la rigorosità delle condizioni limitative dell'Indulto stesso e di eliminare quelle aggiuntive dei Vescovi”;

    - “per quanto riguardava la riserva ai Gruppi, poiché l'Indulto fu concepito per essi, bisognava mantenerla, ma iuxta modum, e, cioè, per un verso non intendendo per Gruppi tre o quattro persone e, per l'altro non proibendo che ai Gruppi che hanno preso l'iniziativa, possano, poi, aggiungersi altre persone nella pratica della concessione ottenuta”.

    Nella stessa Commissione si faceva presente che:

    - “non c’era difficoltà per consentire le letture in lingua volgare”;

    - “quanto all'uso facoltativo del Lezionario, c’era qualche riserva, temendo qualche confusione a causa della non perfetta corrispondenza di esso ai calendari dei due Messali, mentre non si vedeva nessuna difficoltà per consentire l'uso dei Prefazi del nuovo Messale”.

    - “sarebbero da togliere le condizioni aggiunte dai Vescovi ed anche quelle relative alle chiese non parrocchiali ed ai gruppi contenute nell'Indulto”.

    - “premesso che il latino, come espressione di unità non può e non deve scomparire dalla Chiesa, e desiderando i Vescovi più di essere "aiutati" che di essere troppo "rispettati" nelle loro prerogative, occorreva venire loro incontro riducendo la complessa casistica condizionante dell'Indulto a criteri di maggiore semplicità; si poteva così anche eliminare l'impressione che, con quelle condizioni, la S. Sede volesse far capire di aver concesso l'Indulto solo "obtorto collo”. Inoltre, nel far questo, si poteva evidenziare la coerenza evolutiva anche dei provvedimenti pontifici correttivi ovviando a loro contraddittorie contrapposizioni”.

    Citando quindi il n. 23 della "Sacrosanctum Concilium" “a proposito dei criteri che devono essere osservati nella conciliazione tra tradizione e progresso nella riforma liturgica, ed il n. 26 dello stesso documento conciliare, a proposito delle norme che devono presiedere a tale riforma, come derivanti dalla natura gerarchica e comunitaria della liturgia, si proponeva di insistere, nell'eventuale documento di revisione dell'Indulto, sull'oggettività e non sull'arbitrarietà della attuazione della riforma liturgica; ugualmente di far capire come, sia l'uso della lingua latina e sia quello dell'una o dell'altra edizione del Messale Romano, vada considerato nell'ambito di tale logica; di concedere, almeno nelle grandi città, che nei giorni festivi si possa celebrare in ogni chiesa una s. Messa in latino con libera scelta dell’una o dell’altra edizione tipica (1962 o 1980) del Messale Romano”.

    - “si è proposto, altresì, di allargare la concessione dell’Indulto anche agli Ordinari, ai Superiori Generali o Provinciali religiosi ed altri”.

    - “circa la necessità o meno dell’assenso del Vescovo per la celebrazione della S. Messa in latino, è stato ricordato che Paolo VI ebbe a dire che, per se, il Sacerdote, privatamente, dovrebbe celebrare in latino, in quanto la concessione fatta per l'uso delle lingue volgari è soltanto di ordine pastorale, per consentire ai fedeli di comprendere i contenuti del rito e, così, partecipare meglio”.

    - “si è ribadita la necessità di lasciare libera l'opzione dell'uso dell'uno o dell'altro Messale per la celebrazione della S. Messa in latino”.

    - “circa il tipo d'intervento si opterebbe per un nuovo documento pontificio (Papale) in cui, facendosi il punto sull'attuale reale situazione della riforma liturgica, si stabilisse chiaramente la citata libertà di scelta fra i due Messali in latino, presentando l'uno come sviluppo e non come contrapposizione dell'altro ed eliminando l'impressione che ogni Messale sia il prodotto temporaneo di ciascuna epoca storica”.

    - “riferendosi alle precedenti premure espresse, si è ribadita la necessità di assicurare l'evidenza della logica linearità evolutiva dei documenti della Chiesa e della libera opzione tra i due Messali per la celebrazione della S. Messa e si è proposto di evidenziare che essi non possono essere considerati se non l'uno come sviluppo dell'altro giacché le norme liturgiche, non essendo delle vere e proprie "leggi", non possono essere abrogate ma surrogate: le precedenti nelle successive”.

    Di tutto questo si è fatta relazione al Santo Padre

    da www.clerus.org/clerus/dati/2008-10/24-20/castrillon_risp...


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    00 11/6/2008 10:12 PM
    Dal blog di Lella...

    A Bologna si celebra “l’ermeneutica della continuità”

    Grande successo della Messa secondo il rito preconciliare

    di Antonio Gaspari

    ROMA, mercoledì, 5 novembre 2008 (ZENIT.org).

    Il primo di novembre, a Bologna, a un anno dalla prima celebrazione dell’Eucaristia secondo il rito di San Pio V, precedente la riforma liturgica, il Cardinale Carlo Caffarra ha benedetto i fedeli che affollavano la chiesa di Santa Maria della Pietà.
    In una lettera inviata ai fedeli l’Arcivescovo di Bologna ha ricordato che “è trascorso un anno da quando in gioiosa obbedienza a quanto disposto dal Santo Padre Benedetto XVI, ho autorizzato la celebrazione dell'Eucarestia a norma del Motu Proprio Summorum Pontificum”.

    “Mi è gradita l'occasione di questo primo anniversario – ha sottolineato il porporato – per inviare a voi tutti la mia benedizione, ed assicurarvi il mio pieno apprezzamento”.

    Per il Cardinale Caffarra, “il vostro ritrovarvi infatti attorno all'altare ogni domenica per partecipare alla S. Messa non è un gesto che si oppone al Sacro Concilio Ecumenico Vaticano II, che voi accettate pienamente e nella sua dottrina e nella sua disciplina. Al contrario significate quella ‘ermeneutica della continuità’ su cui il Santo Padre Benedetto XVI ci richiama”.
    “Mentre prego che la vostra celebrazione sia sempre più ricca di frutti spirituali, mi è gradito affidarvi alla protezione della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa”, ha concluso l’Arcivescovo.
    La lettera è stata letta da don Alfredo Morselli, il quale ha spiegato a ZENIT; che la celebrazione dell’Eucaristia secondo il rito di San Pio V, organizzata dalla Diocesi, “è in crescita e frequentata soprattutto dai giovani”.
    Inoltre, “nell’ultimo anno – ha osservato don Alfredo – in questo clima di preghiera e attenzione liturgica, sono maturate già tre vocazioni sacerdotali”.

    Don Alfredo ha rivelato a ZENIT che le celebrazioni secondo il rito di San Pio V, e il numero di fedeli che le seguono, si stanno moltiplicando nelle Diocesi italiane.

    “A San Remo in Liguria, erano duecentocinquanta i fedeli che seguivano la messa secondo il rito di San Pio V”, ha detto il sacerdote.

    © Copyright Zenit


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    00 1/10/2009 8:53 PM
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    La riforma liturgica del Concilio Vaticano II non è conclusa

    Intervista a un Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice

    di Miriam Díez i Bosch

    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 gennaio 2009 (ZENIT.org).

    La liturgia è chiaramente uno degli ambiti che sta più a cuore a Papa Benedetto XVI il quale, oltre a celebrare esemplarmente la liturgia, ha emanato il Motu Proprio Summorum Pontificum, che ha reinserito a pieno titolo la liturgia tradizionale nell'uso della Chiesa.
    Il tema liturgico suscita anche un vivo dibattito tra gli studiosi, come testimoniano le diverse prese di posizione su un recente volume di Nicola Bux.

    ZENIT ha parlato con don Mauro Gagliardi, Ordinario di Teologia presso l'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

    L'ultimo volume di don Nicola Bux sulla riforma liturgica di Benedetto XVI sta conoscendo un buon successo presso i lettori, ma sta anche suscitando un certo dibattito tra gli specialisti. Prof. Gagliardi, potrebbe darci qualche linea di interpretazione di questo volume?

    Gagliardi: In una mia breve presentazione dell'ultimo libro di Nicola Bux, "La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione", Piemme, Casale Monferrato 2008 (cf. Sacrum Ministerium 14 [2008/2], pp. 144-145), esordivo scrivendo: «Il Concilio Vaticano II ha dato l'avvio ad una riforma della liturgia che ha conosciuto diverse fasi e che è ancora in corso. Va interpretato in quest'ottica il bel titolo dell'ultimo libro di don Nicola Bux». Con queste parole notavo implicitamente la sintonia da me avvertita tra lo spirito espresso dal volume del noto studioso pugliese e quanto io stesso avevo sostenuto un anno prima nel mio libro dal titolo "Introduzione al Mistero eucaristico. Dottrina – liturgia – devozione", San Clemente, Roma 2007, in cui avevo affermato che la riforma liturgica, avviata con il Concilio Vaticano II (ma in realtà già prima), non sia affatto conclusa, bensì ancora «in fieri». Perciò, in modi e misure diverse, tutti i papi postconciliari vi hanno apportato il proprio contributo: da Paolo VI a Benedetto XVI.
    Naturalmente simile riforma, essendo un lavoro lungo e laborioso – non si dimentichi che essa è cominciata da soli quarant'anni! – comporta un'enorme fatica e soprattutto un'enorme pazienza, come pure la consapevolezza di dover essere sempre vigilanti sulla sua corretta applicazione, ma anche l'umiltà di saper rivedere degli aspetti – persino se universalmente autorizzati, o addirittura promossi dalla vigente normativa – se questi aspetti dovessero essere problematici, o anche solo migliorabili. D'altro canto, chi oggi ritiene che il rito di Paolo VI abbia migliorato quello di San Pio V non afferma anche, più o meno direttamente, che la normativa precedentemente stabilita e vigente doveva essere migliorata? E perché, allora, la normativa che riguarda il Novus Ordo dovrebbe ritenersi perfetta ed intoccabile? In una riforma liturgica ciò che conta non è affermare le proprie idee a tutti i costi, anche contro l'evidenza, bensì aiutare la Chiesa ad adorare sempre meglio la Santissima Trinità. Tutti, infatti, o quasi, convengono nel riconoscere che l'adorazione del Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo è l'essenza e al tempo stesso il fine della sacra liturgia, o culto divino. Essendo questo punto comune pressoché a tutti gli studiosi seri, si vede che bisogna costruire a partire da qui.

    Lei ritiene, dunque, che il recente libro del suo collega don Nicola Bux sia di aiuto a comprendere l'indole teologica della liturgia?

    Gagliardi: Nicola Bux dedica a questo punto basilare, ossia alla comprensione teologica della sacra liturgia, i primi due capitoli del suo libro. Gli altri capitoli si rivolgono, invece, ad analizzare lo stato attuale della riforma liturgica ancora in atto: la situazione concreta, ma anche la storia recente che ha condotto ad essa. Egli riconosce che «è in atto una battaglia sulla liturgia» (p. 45; cf. p. 50). La liturgia è attualmente oggetto conteso tra innovatori e tradizionalisti – anche il sottotitolo del libro fa riferimento a ciò – ed ognuno cerca di tirare l'acqua al suo mulino, sottolineando gli aspetti teologici e giuridici che fanno al caso proprio e insabbiando o "reinterpretando" i dati sfavorevoli alla propria tesi preconcetta.
    Simile atteggiamento si trova sia nella cosiddetta "destra" che nella cosiddetta "sinistra". Invece, Don Bux avvisa: «Non ha senso essere a oltranza innovatori o tradizionalisti» (p. 46) e mi pare che tutto il suo libro vada inteso in quest'ottica. Innanzitutto va ricordato che si tratta di un libro volutamente sintetico, che getta sul tappeto i temi da discutere, più che fornire lunghi approfondimenti su ciascuno di essi. È un invito alla riflessione, al dialogo, allo studio, anche – se si vuole – al confronto serrato tra le diverse posizioni, ma curando che il confronto sia fondato su argomentazioni e non su pregiudizi di parte. È un libro che si propone di essere equilibrato e di invitare all'equilibrio. «Si tratta di un ammonimento agli uni e agli altri – scrive l'Autore, a proposito di un tema particolare, riferendosi agli innovatori ed ai tradizionalisti – perché ritrovino l'equilibrio» (p. 63). Questo è il tentativo e la proposta che don Bux vuol fare con il suo volume.
    In questo modo entriamo nel vivo dibattito tra gli studiosi, che attualmente assumono posizioni diverse non solo sulla teologia liturgica ma anche sulle concrete disposizioni disciplinari che la Chiesa stabilisce in materia.
    È chiaro che la posizione moderata è sempre la più difficile, sia da esporre che da difendere. Non mancheranno, infatti, attacchi sia da "destra" che da "sinistra". Simile reazione sembra esserci anche nei confronti dell'opera di cui stiamo parlando. Vorrei illustrare questo stato di fatto, chiamando in causa due imminenti recensioni al libro di don Bux. Da una parte, quella di Bernard Dumont, che apparirà a breve nel numero invernale della rivista francese Catholica; dall'altra, quella di Matias Augé, che circola in internet da qualche tempo e, si prevede, verrà prossimamente pubblicata su una rivista italiana.
    Dumont dà una valutazione tutto sommato favorevole del libro di Bux, ma gli rimprovera di non essere andato fino in fondo con la sua critica alla liturgia attuale (ossia, alla forma ordinaria). Secondo Dumont, infatti, Bux avrebbe fatto dei lievi cenni di critica alla riforma liturgica in sé, ma si sarebbe soffermato soprattutto sulla critica agli abusi, che ovviamente sono deformazioni della riforma e non parte di essa. Egli scrive (la traduzione dal francese è mia): «Nicola Bux [...] ritiene che la prima causa [dell'attuale situazione] è l'applicazione all'ambito liturgico della "svolta antropologica" formulata da Karl Rahner. [...] Questa famosa "svolta" (che – aggiunge Dumont – è piuttosto un capovolgimento, tra l'altro manifestato molto bene dal capovolgimento degli altari, non previsto esplicitamente in origine) ha tuttavia dei forti appoggi giuridici, sui quali converrebbe essere chiari. Perché ci sono degli atti giuridici che hanno permesso o istituito questo capovolgimento, e non solo le pressioni di attivisti o il mimetismo delle équipes di animazione: ma le decisioni di vescovi, le decisioni di dicasteri e consigli della Curia debitamente comandate, e i discorsi stessi di Paolo VI che esprimono il suo assenso».
    Egli continua in seguito: «L'Autore menziona tuttavia le critiche del rito riformato (e non della sua sola pratica) fatte da mons. Klaus Gamber, Lorenzo Bianchi e Martin Mosebach, ma egli non vi insiste. Tatticamente, egli rigetta mano a mano, in una simmetria retorica perfetta, tradizionalisti e progressisti. Avendo fatto ciò, egli può ripartire con nuovo slancio in una critica molto ampia degli abusi liturgici». Tuttavia, avvisa Dumont, «gli abusi così stigmatizzati non sono altro che la pratica più o meno universalmente diffusa del nuovo Ordo dopo il 1969». In sintesi, la critica di Dumont consiste nel riconoscere il seguente difetto nell'opera di don Bux: stigmatizzerebbe gli abusi, ma farebbe solo brevi cenni al fatto che è il Novus Ordo in sé il problema, nonché tutta la conseguente normativa, sia dei dicasteri vaticani che delle conferenze episcopali; normativa che avrebbe per lui incoraggiato, o almeno permesso, uno stile celebrativo come quello che oggi conosciamo. Allora, non si tratterebbe più di abusi, ma della norma. Pertanto, l'attuale ordinamento liturgico, siccome non tradurrebbe più il senso divino della liturgia, andrebbe rigettato in toto.
    Se ci spostiamo ora alla seconda recensione, la critica fatta da Matias Augé è di tutt'altro ordine. Lungi dal criticare la riforma liturgica postconciliare, il noto liturgista attribuisce a don Bux la responsabilità di tale critica. Egli scrive che, a partire dal III capitolo, nel libro «il tono del discorso è fortemente polemico diventando una serrata critica dell'applicazione della riforma liturgica postconciliare nonché della riforma stessa» (corsivo mio) e che l'Autore fa una descrizione della «battaglia sulla riforma liturgica [...] in cui lo sconfitto è la cosiddetta "forma ordinaria" del rito romano, e cioè la riforma della liturgia attuata dopo il Vaticano II». Uno dei rilievi che Augé ripete più di una volta nella sua recensione consiste nell'individuare nel testo un «intreccio» e una «confusione» di «valutazioni negative sulla liturgia riformata [...] con le valutazioni pure esse negative sulla sua celebrazione».

    Che impressioni ha di queste opposte critiche?

    Gagliardi: Mi pare di poter dire che i due Recensori concordino su un solo punto: il volume in analisi non offrirebbe secondo loro una valutazione corretta del rapporto tra la riforma in sé e gli abusi che si verificano nella celebrazione svolta secondo il Novus Ordo. Tuttavia, mentre Dumont afferma ciò dicendo che gli abusi coincidono con la riforma stessa e quindi essa va invalidata, Augé separa nettamente le due cose, dicendo che la riforma in sé è più che valida e ha migliorato la celebrazione rispetto al rito cosiddetto "di San Pio V", mentre per quanto riguarda gli abusi, anch'egli stigmatizza «la stupida faciloneria con cui alcuni presbiteri presiedono le celebrazioni liturgiche» (corsivo mio); e conclude: «Vorrei però che tutto questo proliferare di abusi non sia un alibi per smontare pezzo a pezzo la riforma liturgica» (di nuovo, corsivo mio: mi pare che tra le due espressioni evidenziate ci sia contraddizione). Di fronte alla possibilità di rivedere la riforma operata sotto Paolo VI, Augé conclude chiedendosi: «Tale eventuale riforma della riforma dove dovrebbe prendere ispirazione, dal Messale del 1962 o dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium? Invece di spendere tante energie in questa operazione, non sarebbe meglio spenderle per approfondire sempre più intensamente la liturgia della Chiesa "celebrata secondo i libri attuali e vissuta prima di tutto come un fatto di ordine spirituale"?». Alla base di queste due domande di Augé sembrano esserci due presupposti: primo, che la «riforma della riforma» possa consistere o nel tornare al rito di San Pio V, o nel seguire il dettato conciliare. Ma questo presupposto non si basa sull'idea che tra l'insegnamento liturgico del Vaticano II e quello precedente vi è un'insanabile discontinuità? Non vi sono spazi per un «et-et»? Il secondo presupposto si nota nell'espressione «liturgia della Chiesa», applicata per indicare la normativa postconciliare. Esprimendosi come fa Augé, non si afferma indirettamente che il Messale promulgato nel 1962 dal Beato Giovanni XXIII non è «liturgia della Chiesa»? O, se l'espressione «liturgia della Chiesa» va caratterizzata in base al testo da lui citato (ripreso dalla Vicesimus quintus annus), non c'è il rischio di lasciar intendere che la liturgia preconciliare non era «un fatto di ordine spirituale»?

    In conclusione, come ci si deve orientare per comprendere il senso dell'attuale dibattito e delle decisioni del Santo Padre in materia liturgica?

    Gagliardi: Le domande ed osservazioni sopra esposte ci permettono di affacciarci su quello che, in fondo, è il punto di appoggio del volume di Don Bux e quindi anche delle critiche ad esso: il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

    Don Bux ritiene che esso rappresenti un segno evidente di un progetto di rinnovamento liturgico e di incremento della sacra liturgia, che senza alcun ragionevole dubbio sta certamente a cuore al Papa.

    La decisione pontificia – da molti ridotta ad una prospettiva strettamente ecumenica, come "concessione" ai lefebvriani (che tuttavia, questo lo si dimentica, non avevano bisogno del Motu proprio, perché da sempre celebrano con il rito antico) – ha per l'Autore un significato molto più ampio e che va nella direzione di un «superamento della cesura operata nel processo di riforma della liturgia contrapponendo il nuovo rito all'antico» (p. 45).

    A me pare che don Bux veda giusto: il Santo Padre stesso ha dichiarato, nella Lettera apostolica che accompagna il Summorum pontificum, che l'obiettivo della sua decisione è quello di «giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa».

    Non si tratta solo di una riconciliazione con chi è "fuori" della Chiesa, come formalmente sono (per ora) i lefebvriani; si tratta di una riconciliazione «interna»: quindi tra i cattolici. Perciò il punto debole della riforma postconciliare va individuato, come fa Don Bux, non tanto nella riforma in sé (che pure presenta, come ogni cosa umana, aspetti migliorabili e altri persino da rivedere), quanto nel fatto di aver voluto presentare il Novus Ordo non solo come nuovo, ma come opposto all'Antiquior.

    È questo strappo alla continuità della tradizione che ha causato e causa incomprensioni, polemiche e sofferenze. La riforma postconciliare deve essere compresa come novità nella continuità: solo questo permetterà di condurla in porto. Sì, perché – lo ripeto – essa non è affatto conclusa. Non ho qui, purtroppo, la possibilità di analizzare punto per punto le altre critiche mosse al volume in questione – si può discutere su ognuna e valutare quanto colga nel segno, o quanto fraintenda, per aver operato una lettura selettiva e parziale di esso. Ma resta certo che un volume come questo è destinato, nell'attuale momento, ad essere segno di contraddizione proprio perché cerca di favorire – in modo particolare tra gli studiosi del settore, ma anche tra le contrapposte "fazioni" di sostenitori di una sola delle due forme del rito romano – l'umiltà, la comprensione, la tolleranza e l'apertura mentale (cf. p. 87), obiettivo che coincide con quello di Benedetto XVI.

    Su un punto almeno, però, voglio prendere posizione chiara a fianco dell'Autore: anch'io sono convinto che la formazione liturgica del popolo di Dio – pur doverosa e raccomandata come minimo dal Concilio di Trento in poi – non sia da sola sufficiente per favorire il vero spirito liturgico e il corretto stile adorante del culto cristiano. Il Concilio di Trento insegnò che «la natura umana è tale che non può facilmente elevarsi alla meditazione delle cose divine senza aiuti esterni: per questa ragione la Chiesa come pia madre ha stabilito alcuni riti [...] per rendere più evidente la maestà di un sacrificio così grande e introdurre le menti dei fedeli, con questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle sublimi realtà» (DS 1746). Ciò vuol dire che le menti si elevano a Dio non solo attraverso la formazione, ma anche e soprattutto attraverso i segni visibili e sacri del culto divino, che proprio per questo vengono fissati dalla Chiesa.

    Perciò don Bux può rallegrarsi del fatto che «sta nascendo un nuovo movimento liturgico che guarda alle liturgie di Benedetto XVI; non bastano le istruzioni preparate da esperti, ci vogliono liturgie esemplari che facciano incontrare Dio» (p. 123).

    Il pieno recupero dell'Usus Antiquior per la celebrazione della Messa non va forse in questa direzione, sottolineando, come ha scritto il Papa, che «le due forme del rito possono arricchirsi a vicenda»? È in questa direzione, tracciata da Benedetto XVI, che si incammina la proposta di Nicola Bux e credo che tutti coloro che hanno a cuore il bene della Chiesa – il che io do per presupposto, sia da parte dei tradizionalisti che degli innovatori, al di là delle concrete vedute parziali – dovrebbero accogliere l'invito a confrontarsi, camminando sul sentiero della riforma ancora «in fieri».

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