Ankie & Friends - L'Eremo delle Libertà

Giampiero Mughini - Scritti & Interviste

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    00 9/27/2019 1:16 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia



    Caro Dago, ti confesso che ieri sera e mentre assistevo alla tornata televisiva su RaiDue in onore di Gianni Boncompagni ero senza fiato. In particolare nei momenti in cui scorrevano le immagini di una mirabolante serata al Piper romano di via Tagliamento. E c’erano Gianni e Renzo Arbore che facevano gli onori di casa e in prima fila sedeva “la ragazza del Piper” per eccellenza, ossia Patty Pravo, e tutt’attorno il giovane Pippo Baudo, Walter Chiari, due irradianti Raimondo Vianello/Sandra Mondaini, quel grandissimo giornalista che è stato Ruggero Orlando, Mike Bongiorno, una Loredana Bertè che sembrava si volesse mangiare la vita, il Sandro Ciotti che come le raccontava lui le partite, l’architetto (chiamiamolo così) Marius Marenco, e ne sto dimenticando molti.




    Non so se ci fossi tu quella sera, tu che appena mollavi il lavoro da cassiere in banca eccome se ti davi da fare. Incredibile la concentrazione di tanto talento, di tanta gioia di vivere, di tanti maestri tra quelli che hanno fondato la comunicazione moderna, da Gianni/Renzo a Orlando a Ciotti e senza dimenticare Walter Chiari, uno verso cui l’Italia è come se resti in debito.




    Incredibile era innanzitutto il locale, nato nel 1965, dove a fare da sfondo era un bellissimo collage di Claudio Cintoli, altro grandissimo morto ahimè troppo presto (nel 1978). Il pittore romano Pablo Echaurren (il futuro illustratore de ”I porci con le ali”) racconta che aveva una base segreta dove andava a cambiarsi d’abito e agghindarsi per poi andare al Piper munito di un paio di stivaletti che si era comprati usati da un capellone della prima ora, nome di battaglia “Ciclamino”. Quando nel 2008 Echaurren ha fatto una mostra della sua opera trentennale e talmente polivalente, c’era anche una foto del 1967 di Ciclamino seduto al Piper con accanto una ragazza che ha l’aria adorante. In quella foto Ciclamino indossa un paio di jeans decorati a mano. Quei jeans che Pablo Echaurren reputa la prima in ordine cronologico delle sue opere d’arte.



    Quanto alle ragazze del Piper, la loro trasformazione vestimentaria avveniva a metà delle scale di casa loro. Giunte a metà, e se stavano andando al Piper, arrotolavano la loro gonna che appena uscite di casa arrivava al ginocchio e la portavano su di quattro dita buone. La mia ragazza dei vent’anni lo faceva a Catania, non a Roma.





    Sì, io tutto questo ben di Dio non l’ho vissuto in prima persona perché abitavo in provincia, a Catania. Semmai l’ho vissuto con la mia immaginazione che è fervida. Al Piper arrivai (la prima di cinque o sei volte) credo nel 1966. Mi faceva da cicerone un mio amico siciliano che viveva a Roma. Io non ballavo perché non so ballare bene, e le cose che non so fare bene preferisco non farle (e difatti non faccio altro se non scrivere). Guardavo, eccome se al Piper c’era da guardare. Sulla pedana in quel momento c’erano non più di due coppie, e anche se è inesatto definire coppia quella formata da un ragazzo che aveva l’aria qualsiasi e da una ragazza inaudita e non perché fosse bella da vertigine, anche se bella lo era di certo.



    Era inaudita da quanto fosse inedita ai miei occhi, mai vista né immaginata prima, una razza femminile di cui sino a quel momento non avevo visto alcun esemplare. Più ancora che bella era sorprendente, a usare le parole dello scrittore triestino Renzo Rosso (oggi dimenticatissimo) che nei Sessanta aveva scritto tre o quattro romanzi molto belli.





    E a non dire che nel mio ricordo quella ragazza di oltre 50 anni fa era abbigliata quanto di più tranquillamente, una gonna qualsiasi e un maglione qualsiasi. Inaudita era la sua danza solitaria e struggente, i suoi movimenti a metà strada tra una marcia trionfale e un ancheggiare diabolico, un percorso dell’anima che lei scandiva inondando noi maschi tutt’attorno di sguardi terrificanti che volevano dire “Vi rendete conto che voi siete nulla rispetto a me, al mio corpo, alla mia libertà di fare quello che voglio e come voglio?”.



    E difatti quel suo corpo lei lo muoveva e lo ondulava come voleva, percorrendo la pedana in una direzione per poi tornare indietro e cambiare ritmo, e le braccia e i fianchi e le gambe e i capelli che si fondevano in un’armonia totale, e gli scatti e le pause e i sussulti. Quell’erotismo che ti arriva al cervello e ne fa un rogo.





    Era il 1966, era un’Italia che guardava al futuro con gioia, e di canali radiofonici ce n’erano solo due, solo che su uno dei due troneggiavano Gianni e Renzo nonché la loro banda guerrigliera. Dio che fortuna abbiamo avuto ad avere vent’anni in quel decennio, illustrato da tali e tanti maestri. Dio quanto sono stati importanti Gianni e Renzo nella storia nostra culturale.



    Qualche Utente in Futuro dirà "Dio quanto sono stati importanti Ankie e Horace nella storia nostra culturale" ? Aaaah, saperlo...
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    00 10/8/2019 5:15 PM

    Giampiero Mughini, su Tiki Taka, ha parlato della carriera di Marchisio, giocatore che si è ritirato nei giorni scorsi e di lui ha detto: «Ci sono agonie lunghe che non servono a nessuno. Lui ha avuto una splendida carriera, favorita da Calciopoli. In quella Juve giocavano al centro del campo dei monumenti che abbiamo dovuto svendere o regalare alla mirabile Inter ad esempio e allora Claudio è diventato titolare in Serie B e poi tutto finisce. Continuo a stupirmi però perché non sento più il nome di Mandzukic che ha fatto quattro annate mostruose alla Juventus».

    (Fonte: Tiki Taka)

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    00 10/13/2019 2:47 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia



    Caro Dago, da quando ho letto questo splendido “romanzo grafico” dedicato da Ken Krimstein (il cartoonist” del “New Yorker”) ad Hannah Arendt (Le tre fughe di Hannah Arendt, Guanda) sono giorni e giorni che rimugino di scriverti qualcosa: nel segno della cosa che a me piace di più al mondo, segnalare un libro inconsueto o raro o dimenticato.


    E’ un libro incredibile di ricchezza e suggestione, più persuasivo e avvincente di un saggio pure di buon livello. E’ di per sé demoniaco il format del “romanzo grafico”, la commistione di testi all’essenziale e di immagini, le parole scritte che elettrizzano le immagini e le immagini che inverano le parole scritte e ne arricchiscono la valenza. In quel libro la vita della Arendt, le sue “fughe”, la sua ebraicità, il brodo di cultura alta in cui è immersa dai piedi fino al collo, sono raccontati in modo smagliante. Un libro che deve essere costato decenni di fatica, di ricerca, di intelligenza culturale, di artigianato visivo (peraltro originalissimo, le figure il più delle volte appena accennate, un tratto veloce e via).



    Ripeto, quale libro di saggistica colta può rivaleggiare con quello di Krimstein? E del resto giornali come “Repubblica” e “Il Fatto” dedicano continuativamente pagine intelligenti alla mole sterminata di bei “romanzi grafici” che escono in tutte le lingue. E io me ne dolgo di non essere uno specialista della materia, di muovermi zoppicando tra gli autori che conosco e i tantissimi che non conosco. E del resto non si può sapere tutto.



    Di certo, e pur non conoscendolo molto di prima mano, lo sapevo che Igort (fra l’altro il direttore della nuova versione di “Linus”) è un gigante del “romanzo grafico” non soltanto italiano. E dunque l’altro giorno in libreria vedo su uno scaffale il suo celeberrimo Quaderni giapponesi del 2015 e lo compro subito. Nientemeno è la dodicesima edizione, come nemmeno un libro di Italo Calvino, e dopo averlo letto capisco perché. Perché è un libro di cui non esiste l’equivalente nel libri di sola scrittura, romanzi e saggi. Igort se ne è andato a lavorare in Giappone, la patria del “romanzo grafico”, e ci ha vissuto sei anni pieni. Altro che il libro sul Giappone del pur ottimo Goffredo Parise, il quale in Giappone c’era rimasto una ventina di giorni ospite di due suoi amici italiani.





    Quaderni giapponesi, segnatevi il titolo e correte in libreria. Impareggiabile di grazie e di intelligenza. Quel mondo giapponese raccontato per filo e per segno, e in questo caso la parola “segno” è insostituibile. C’è la vignetta in cui Igort è andato a far visita a un grande editore e in primo piano c’è la scrivania di questo signore. Zeppa zeppa, dettagliatissima al millimetro, e libri ammonticchiati e aggeggi vari da lavoro. E’ più vera e vivida della scrivania su cui sto scrivendo adesso, mi chiedo quanto tempo ci sia voluta a disegnarla.





    E poi c’è che Igort cambia stile da una pagina all’altra, da una sequenza all’altra, e cambia anche la tonalità del colore delle pagine, e scrive oltre che disegnare e scrive con intelligenza (avevo letto con molto piacere la sua autobiografia pubblicata anni fa da Einaudi), e parla di meravigliosi raccontatori a fumetti giapponesi che io non conosco ma di cui capisco che sono sublimi, e racconta di scrittori giapponesi quali Tanizaki e Mishima, di cui solo dei cretini potevano pensare che fosse “un fascitello” e basta. (Vale per Mishima quello che vale per Peter Handke, uno scrittore lo si giudica dalle sue opere e non dai suoi eventuali comizietti.)





    Caro Dago, appena finisco di mandarti il pezzo telefono a Daniele Bevilacqua e lo supplico di trovarmi la prima edizione dei Quaderni giapponesi. Colleziono le prime edizioni della grande cultura italiana, Calvino, Parise, figuriamoci se non ci metto dentro questo capolavoro di Igort, di cui purtroppo non potrò comprare una tavola originale perché lui non le vende per nessuna ragione al mondo.

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    00 10/15/2019 2:53 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia



    Caro Dago, sono qui a spendere poche ma valorose parole per una campagna che solo sulle tue pagine può trovare ospitalità. Ossia la difesa di noi “ricchi”. Stando difatti alle tragicomiche dichiarazioni dei redditi fatte dagli italiani, solo il 2 per cento della popolazione nostrana dichiara un reddito annuo superiore ai 120mila euro lordi, ossia a 6-7 mila euro netti per 13-14 mensilità. Da riderci sopra, se non fosse scandaloso.




    Ebbene, ovviamente io ci sono in quel due per cento di gente che non vedo come altrimenti si possano definire se non “ricchi”. Ebbene vedo che contro questa razza infame il fisco italiano sta apprestando una sua ragguardevole campagna che in termini reali è miserrima – miserrimo il risparmio in termini di spesa pubblica, miserevole il colpo inferto al sistema di vita di noi “ricchi” –, mentre invece è ai miei occhi allarmante in termini simbolici.



    Ossia che sui redditi dei “ricchi” si debba colpire in tutti i modi e in tutte le direzioni. Ossia che non basta la progressività dell’aliquota – sacrosanta – ad alleggerire i redditi dei “ricchi”.

    Leggo difatti su un quotidiano una pagina odierna con due notizie al riguardo. La prima che le pensioni sopra i duemila euro netti non godranno di alcuna indicizzazione, la seconda che alcune detrazioni fiscali verranno negate o amputate a chi denuncia un reddito superiore ai famosi 120mila euro lordi. Piccole cose, direte. La mia pensione resterà immobile com’è da dieci anni.




    Detrarrò meno spese sanitarie relative ai miei due cani, cose così. Qualche centinaio di euro annui, che si sommano al migliaio di euro annui o forse più che ci ho rimesso con l’introduzione della fattura elettronica, per il fatto che tutte le piccole spese che sopporti per motivi di lavoro non le potrai più detrarre perché figurati se qualcuno ti farà mai una fattura elettronica per il panino che consumi su un treno per un viaggio di lavoro, e questo moltiplicato per 60-70 viaggi di lavoro all’anno.



    E’ così, amen. Ma l’offesa maggiore è all’inizio del ragionamento. Io mi sento offeso a essere definito “ricco”. Sono venuto a Roma trentenne con seimila lire in tasca. Ho lavorato per 50 anni come un dannato, tutte le domeniche e tutti i sabati. Le cose che faccio le so fare benissimo e mi pagano bene, e benché non abbia dietro né un partito, né una gang, né un salotto, né una loggia massonica.





    Ho fatto ultimamente un buon lavoro pagato mica male, ebbene tra tasse e contributi Enpals ho versato il 60 per cento allo Stato. Se non è cialtroneria fiscale questa. E al governo, a occuparsi e a decidere dei redditi di noi “ricchi”, c’è un vicecapo del governo che in tutto e per tutto nella sua vita vendeva bottigliette allo stadio.

    Non ci provate a definirci sprezzantemente “ricchi”, non ci provate, razza di cialtroni.





    Giampiero Mughini

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    00 10/18/2019 9:19 PM



    Giampiero Mughini per Dagospia





    Caro Dago, con una mostra che ha appena debuttato e che durerà fino al 19 gennaio 2020 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna onora il piccolo “il piccolo grande editore” Vanni Scheiwiller (era nato a Milano l’8 febbraio 1934) a vent’anni dalla sua morte. Ebbene, non c’è giorno della mia vita e della mia memoria che io non incroci il suo nome e il suo destino, quello di un uomo che tutta la vita si è speso a editare e tentare di vendere i gioielli più rari e più obliqui della letteratura e della poesia italiana e non soltanto italiana. E non soltanto letteratura, ma anche l’arte in tutte le sue varianti e suggestioni, a cominciare dall’opera immane di Bruno Munari.



    Non più di una settimana fa, ipnotizzato come sono da uno di quei gioielli, la prima edizione di “Contemplazioni”, il libro d’artista che lo scultore Arturo Martini pubblicò nel 1918 in pochissime copie e di cui a tutt’oggi se ne conoscono una copia, forse due, ho chiamato la libreria Pontremoli di Milano per sapere se loro ne avevano per caso la quarta edizione (by Scheiwiller) dato che la seconda e la terza edizione – anch’esse rarissime – ce le ho.




    Era successo difatti che da vivo Martini avesse bissato paro paro quel libro nel 1936 e successivamente nel 1945, in quest’ultimo caso arricchendolo di testi che lui aveva dettato a un suo discepolo. Per farvene un’idea è un libro che appare nel 1918 in un piccolo formato e il cui contenuto era puramente grafico, linee verticali e orizzontali incise su legno che si intersecano a costituire come un racconto meraviglioso, un libro che se lo prendi in mano e se pensi al momento in cui è stato partorito da Martini, il tuo cuore comincia a battere forte.



    Impossibile che un libro siffatto, e a cominciare dal suo piccolo formato, sfuggisse all’amore strabordante di Vanni per i libri importanti e rari e che non avevano avuto alcun successo di pubblico o di nomea. “In fatto di libri non ho nulla contro il successo, ma neppure contro l’insuccesso”, era solito ripetere Vanni.



    Ebbene nel 1967, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Martini, Vanni edita in mille copie un’edizione in facsimile tratta dai legni originali del 1918. Stesso formato, stesse pagine, stessissimo racconto grafico. Probabilmente Vanni s’era avvalso della seconda edizione del 1936, di cui aveva certamente una copia nella sua immensa collezione. Al tutto era accluso un foglietto lievemente colorato con un ricordo di Martini di Carlo Scarpa. Ebbene questo libriccino per me altrettanto sacro alla Pontremoli lo avevano. Ovviamente l’ho comprato a volo.



    Avrò in casa un centinaio di libri editi da Scheiwiller, libri in sedicesimo uno più piccolo dell’altro, uno più prelibato dell’altro. Leccornie, da quanto trasudavano l’amore, la passione sfrenata con cui Vanni li aveva messi al mondo. Aveva cominciato diciassettenne. S’era messo in proprio, subentrando a suo padre Giovanni, nel 1952. Era stato il padre, da direttore della mitica libreria Hoepli a Milano, a creare nel 1925 la casa editrice All’Insegna del Pesce d’Oro, dal nome di una trattoria toscana che lui frequentava e che più tardi venne rasa al suolo dalle bombe degli Alleati.



    Ebbene Scheiwiller padre prediligeva un formato ancora più piccolo, sette centimetri e mezzo alla base per dieci di altezza, mentre il formato più ricorrente dei librini di Scheiwiller junior è undici centimetri e mezzo alla base per diciassette di altezza. In tutta la sua vita ne ha fatti tremila.

    Andai per la prima volta a casa sua come in pellegrinaggio una quarantina d’anni fa, o poco meno. Non era una casa, era un covo d’arte e di intelligenza in ogni suo piccolo particolare, a cominciare da alcune splendide sculture dello zio Adolfo Wildt. I libri poi era come se eruttassero e dalle pareti e dal pavimento su cui erano pile alte un metro che dovevi attraversare zigzagando.



    Alla porta di quella casa, mi raccontò Vanni, a metà degli anni Cinquanta qualcuno bussò. Vanni andò ad aprire e si trovò di fronte Giuseppe Prezzolini, il primo magister dell’editoria italiana novecentesca, uno che lui non aveva mai visto prima. Mentre Vanni lo guardava a bocca aperta, Prezzolini mise subito le cose in chiaro: “Guardi che non sono venuto per chiederle qualcosa, ma soltanto per dirle quanto apprezzo il suo lavoro di editore”.



    Prezzolini era in quel momento un nome maledetto dagli analfabeti di sinistra (tantissimi). E quindi cadeva a fagiuolo con Vanni, il quale è stato il miglior editore moderno di Ezra Pound, e tanto per dirne uno. A Vanni i “maledetti”, gli extra legem, i dissidenti, andavano tutti a meraviglia. Quando Felice Chilanti, l’ex fascista che negli anni Cinquanta era stato il più famoso giornalista comunista italiano ruppe con il Pci, Vanni gli pubblicò uno dopo l’altro i suoi libri che raccontavano l’amputazione dolorosissima da un mondo che era stato profondamente il suo. Potremmo continuare all’infinito con questo tipo di liste e di autori e di libri.



    Erano tutti libri che nelle librerie stavano nel più riposto degli scaffali, di cui si vendevano a stento qualche centinaio di copie. Ogni volta dovevi chiedere e rovistare o, molto più frequentemente, comprarli nelle librerie antiquarie. Vanni saliva sul treno e si faceva il giro delle librerie italiane a farsi pagare il venduto, qualche migliaio di lire, cosa che lasciava esterrefatto Eugenio Montale: esterrefatto che uno si sottoponesse a tanta fatica per incassare quattro soldi.





    E del resto Vanni in treno lavorava, e per questo sceglieva i treni di cui sapeva che erano poco frequentati, sicché se ne poteva stare da solo nello scompartimento a ritagliare incessantemente dai giornali tutto quello che lo interessava. E non c’era nulla che non lo interessasse, e purché fossero cose belle. Tutta la mia vita l’ho adorato, e tutta la mia vita lo adorerò.


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    00 10/23/2019 1:15 PM
    Giampiero Mughini per Dagospia




    Caro Dago, leggo le motivazioni con cui un giudice ha reputato irricevibile la querela dei coniugi Ferragni/Fedez contro l’autrice di un tweet particolarmente offensivo nei loro confronti. Il giudice ha reputato che i tweet siano di per sé robaccia priva di qualsiasi autorità e quindi non tali da poter ledere l’onorabilità altrui. Robaccia e basta, monnezza e basta, espressioni psicopatologiche di gente frustrata che non ha altro modo per sfogare la sua rabbia del vivere. Sacrosanto, non si poteva dire meglio.



    Solo che a questo punto ne viene cambiata l’intera architettura della comunicazione odierna, dove i tweet hanno un posto centrale, addirittura soverchiante. Gli stessi giornali di carta - e a costo di fare del male a se stessi - ospitano ogni volta con gran rilievo il tweet dell’uno o dell’altro imbecille (anche altolocato) che se la prende volgarmente con tizio o con caio, e giù dissertazioni e analisi del costume e quant’altro.




    No, è pura monnezza e in una rubrica con questo titolo i giornali se ne dovrebbero occupate. Monnezza, su due colonne. E’ il linguaggio da cui sono tossicodipendenti i seminanalfabeti che non hanno altro modo per costruire una frase con soggetto, predicato, complemento. O di cui sono tossicodipendenti i personaggi anche celebri e di prima linea che pensano sia comunque il modo di far parlare di sé e di offendere un rivale o un concorrente.





    Monnezza, feccia e nient’altro che feccia. Tu stesso, caro Dago, hai ospitato recentemente sulle tue pagine un paio di tweet che commentavano un mio precedente articolo sul duello Renzi/Salvini da Bruno Vespa, uno dei quali attribuiva il mio scritto alla vecchiaia che ottunde il mio comprendonio, l’altro a un mio disperato tentativo di “ottenere” una qualche prebenda non so esattamente quale e non so esattamente da chi. Erano opinioni libere di cui tener conto, da offrire al pubblico? Io penso di no, penso che fossero monnezza da scaraventare nel cestino alla voce “indifferenziata”. O meglio ancora. La prossima volta, caro Dago, prova a mettermelo di fronte uno di questi twittaroli così esuberanti. Con i mezzi dell’odierna tecnologia non è difficile. Io e lui di fronte, forte ciascuno della sua parola e della sua grammatica intellettuale. Gli pago anche il cachet per la sua prestazione a uno così. 7 euro e 50, quello che la mia colf guadagna in un'ora. Per uno così non è poco, anzi è un vero e proprio reddito di cittadinanza.

    Ps. Una volta che ero ospite di Peppino Cruciani alla “Zanzara” e lui mi riferì di un tweet pesantemente offensivo nei miei confronti che gli era appena arrivato, io subito gli chiesi di mettermelo di fronte (via telefono) l’autore di quel tweet. Peppino aveva il numero di telefono dello scrivente e si mise a telefonare. A lungo. Invano. La feccia se l’era fatta sotto.



    Giampiero Mughini

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    00 10/31/2019 1:12 PM
    Giampiero Mughini per Dagospia





    Caro Dago, stamane sono salito su un bus romano per andare alla mia banca in centro. Eravamo stipati tali e tanti che un grissino in più non ci sarebbe stato su quel bus. Ai miei vicini ho mormorato un “Viaggiamo su un carro bestiame”. Solo che avevo appena pronunciato la frase che subito me ne sono pentito. Carro bestiame il nostro?



    E allora come chiamare il viaggio durato della quattordicenne Liliana Segre sul Convoglio numero 6 che partì il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione di Milano (c’è ancora) per arrivare ad Auschwitz sette giorni dopo? Quel viaggio la senatrice Liliana Segre lo aveva raccontato una volta a Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma:




    “C’erano delle fasi in questo viaggio. La prima fase era della disperazione assoluta, era del pianto, la gente piangeva senza ritegno. Era non solo il pianto dei bambini disperati, ma era il pianto di tutti, cadenzato dal rumore implacabile delle ruote che ci allontanavano da casa. Poi molti pregarono. I più pii, i più fortunati, pregarono tantissimo. Pregavano anche per quelli come noi che non sapevano pregare. Io mi ricordo che degli uomini, in mezzo al vagone, si erano riuniti e si dondolavano pregando. Era una visione biblica delle grandi tragedie di cui si poteva aver letto, invece era una tragedia moderna”.



    All’arrivo ad Auschwitz Liliana venne separata dal padre, destinato alla camera a gas. Lei è sopravvissuta. Non sappiamo su quali criteri, non c’erano criteri netti sulla rampa di Auschwitz-Birkenau.





    Ieri, in un’aula del Parlamento italiano non è tanto che ci fosse da istituire una Commissione contro l’odio, contro la feccia umana che ogni giorno che Dio porta in terra sommerge di insulti l’ “ebrea” Liliana Segre. Lo sappiamo benissimo che contro la feccia non c’è Commissione che tenga, solo si dovrebbero mandare casa per casa gli uomini della Forza Delta, gli uomini delle forze speciali americane che hanno messo a tacere un criminale del terzo millennio. Ieri, in un’aula del Parlamento italiano c’era solo da esprimere la solidarietà e l’affetto più totale del popolo italiano alla ex quattordicenne scampata ad Auschwitz. Solo quello. Alcuni parlamentari, quelli del cosiddetto “centro-destra”, si sono astenuti dal farlo. In questo modo hanno insultato Liliana e quelli che sul Convoglio numero 6 pregavano piangendo. E c’erano molti bimbi fra loro. Vergogna vergogna vergogna.



    Ps. Adoro Mara Carfagna

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    00 11/1/2019 6:23 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia



    Caro Dago, da secoli sono convinto che un calciatore di valore (e dunque uno molto intelligente, perché si gioca con la testa e con i piedi che fanno da accessori)) se ne mette in tasca quattro o cinque che fanno altri mestieri. Gianni Rivera, Gigi Buffon, Andrea Pirlo, Sandro Mazzola, sono stati personaggi che hanno pochi rivali negli altri comparti della vita civile.




    La loro testa era superiore. La loro valutazione di tutto ciò che gli stava attorno, uomini e situazioni

    Ieri Claudio Marchisio è stato come loro magnifico. Gli sono venuti in casa armati, hanno puntato una rivoltella alla testa sua e di sua moglie, si sono portati via dei valori. Lui è stato adamantino.



    Ha detto che è da “balordi” puntare la rivoltella alla testa di una donna, ma che non per questo vuole sfruttare l’occasione di vita maledetta che gli è toccata per sfanculare l’una o l’altra etnia reputata la più atta ai malviventi. Ha detto poche parole. Non ha fatto propaganda, non ha schiamazzato, non s’è gonfiato le gote di parole aggressive contro chicchessia e purchessia come fa il grosso dell’orda contemporanea in mezzo alla quale viviamo.




    E’ stato all’altezza di quando stava al cuore della mediana juventina, e nobilmente difendeva e contrattaccava e colpiva a metterla dentro. Un calciatore, un atleta, un uomo, tutto quanto di meglio. Uno con cui mi piacerebbe stare a chiacchierare una serata, mi piacerebbe moltissimo. A differenza che con i giurati del premio Strega, uomini piccoli così.

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    00 11/4/2019 2:49 PM

    Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia



    Caro Dago, ma è possibile che le Ferrovie dello Stato prevedano una sala vip dove i viaggiatori i più fedeli possono entrare, sedersi, arraffare una bottiglietta d’acqua minerale, eventualmente scambiare qualche chiacchiere con le gentili hostess del posto e che niente del genere lo preveda l’Agenzia delle Entrate a favore di noi contribuenti vip che paghiamo la grandissima parte del carico fiscale complessivo?



    Pagare le tasse è un dovere repubblicano, ci mancherebbe altro, epperò è anche un supplizio burocratico che andrebbe alleviato al possibile. Io pago un commercialista, e ci mancherebbe altro. Solo che quello è il meno, il maximum è il mese del mio tempo all’anno che mi costa il trattamento infinito delle varie scartoffie fiscali. Un mese intero della mia vita. Quanto vale un mese di lavoro di una escort o di un ingegnere aeronautico, scegliete voi.





    Sapete tutti che tra novembre e dicembre per il contribuente fiscale onesto è una via crucis peggio che sul Golgota. Cinque o sei scadenze fiscali, scartoffie a mucchi, F24 da pagare talmente complessi che può accadere – a me è successo – che il collegamento via internet con la mia banca cada perché c’ero stato troppo tempo.



    Peggio ancora stamane. Ho da prenotare il pagamento del rateo Iva del 18 novembre, un F24 che mi ha predisposto il mio commercialista. Mi collego via internet con la mia banca, mi chiede i vari codici di accesso uno dopo l’altro, supero i vari passaggi finché non mi chiede un ultimo e suggellante codice. Lo trascrivo da una macchinetta che mi ha dato la mia banca. Codice sbagliato.


    Lo trascrivo una seconda, una terza, una quarta, una quinta volta. Tutti sbagliati. A questo punto il mio conto corrente è bloccato. Faccio il numero telefonico speciale a chiedere assistenza tecnica alla mia banca. Sbaglio una prima volta un codice, poi finalmente dall’altro capo del telefono ho una voce amica. Mi fa fare un certo numero di passaggi, poi arriva il momento del codice da estrarre dalla diabolica macchinetta.



    Niente, non viene riconosciuto. La voce amica mi dice che si rivolgerà al direttore della mia banca che risolverà di certo il problema. Nel frattempo ho buttato via due ore della mia vita. Quanto valgono due ore di una escort o di un ingegnere aeronautico?



    E se invece ci fosse un ufficio vip all’Agenzia delle Entrate dove tu possa andare e in tutta calma riempire tutto l’anno gli F24 e pur di ridurre al minimo le scartoffie e gli ingorghi burocratici? Non che io voglia anche una bottiglietta di acqua minerale, no. Voglio solo che non mi vengano rapinate ore e ore della mia vita di contribuente onesto.



    Ps. Ho riprovato ancora. La macchinetta questa volta non mi ha fatto scherzi. Ho prenotato il pagamento. Due ore della mia vita buttate.





    Giampiero Mughini

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    00 11/8/2019 3:43 PM

    Lettera di Giampiero Mughini a Dagospia





    Caro Dago, vedo che da più parti si accenna a una sorta di risorgente “antisemitismo” italiano di cui sarebbe un sintomo lampante la monnezza riversata quotidianamente via Internet su Liliana Segre. E’ un’affermazione che non ha né capo né coda. In Italia l’antisemitismo non è mai esistito, voglio dire come sentimento profondo e diffuso in larghi strati della popolazione. Non è mai esistito neppure al tempo delle nefande leggi razziali, a un tempo in cui la predicazione razziale vera e propria era appannaggio di un personaggio miserando quale Giovanni Preziosi e di un paio di fogliacci abietti pagati dal Duce che per motivi di politica internazionale voleva stringere vieppiù i legami con Adolf Hitler.





    E del resto era impossibile che l’antisemitismo attecchisse in un Paese dove gli ebrei erano sì e no 45mila (in Polonia erano tre milioni e mezzo). Nella orrida giornata del 16 ottobre 1943, quando i nazi rastrellarono tutta Roma a caccia di ebrei, il loro obiettivo era la cattura di 10-11mila ebrei. Ne presero 1200 e questo innanzitutto perché la popolazione romana li protesse tutte le volte che poté, e ne esistono testimonianze a migliaia Il comandante militare del rastrellamento, Herbert Kappler, scrisse a Berlino che l’azione aveva avuto un esito fallimentare: che la gran parte della popolazione, ivi compresi i fascisti, erano stati dalla parte degli ebrei.






    Così come è un fatto che durante la Seconda guerra mondiale, i soldati italiani a Marsiglia protessero i nazi che stavano braccando gli ebrei. Lo racconta benissimo una storica americana, Suzan Zuccotti, in un libro di molti anni fa.





    Il vero antisemitismo è tutt’altra cosa, ha tutt’altre radici, ha esponenti di tutt’altro spicco. Basta guardare alla Francia nostra cugina dove, caso Dreyfus a parte, l’antisemitismo è stata una vena costante della più alta cultura francese e di cui trovi le tracce dappertutto, persino in un vecchio libro di un personaggio quale Georges Bernanos o magari nei diari di André Gide, e senza dire scrittori dell’importanza di Louis-Ferdinand Céline o Lucien Rebatet.





    Trenta o più anni fa comprai un atroce librino, Le péril juif, firmato da uno scrittore francese che amo molto, Marcel Jouhandeau. Se lo leggeste capireste che cos’è l’antisemitismo. Il libro era stato pubblicato poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale e che a Parigi arrivassero da trionfatori i nazi e si mettessero a loro volta a cacciare gli ebrei che non avevano la cittadinanza francese. A quel punto Jouhandeau, che era una brava persona, chiese al suo editore di ritirare il libro dalla vendita. Quando mai e dove mai sono stati in Italia i Céline, i Rebatet, i Jouhandeau, gli editorialisti dell’ “Action française”? Sarebbero questi che sputano fiele ora su Liliana Segre ora su Gad Lerner? Ma non diciamo sciocchezze.




    Gli odiatori di cui è questione sono semplicemente la feccia della società, in un momento della storia degli uomini in cui questa feccia sta crescendo di entità e di aggressività, un momento in cui occupa una latitudine sempre maggiore della comunicazione diffusa. E’ sempre esistita questa feccia, solo che nel buio delle sue stanzette ha oggi a disposizione un’arma prepotente, il poter cliccare sui tasti dell’odio, del rancore sociale, dell’invidia professionale, del cannibalismo ideologico.




    Ci sono quelli che odiano la Segre e quelli che odiano Salvini, altrettanto feccia. Sono quelli incapaci di un ragionamento, di perlustrare le vie a zig zag percorse dall’umanità, di usare il fioretto e il present’arm anziché l’ascia da macellaio. Li vedi e ne senti l’olezzo dappertutto, non ultimi i set televisivi che tutti noi frequentiamo. La feccia e basta. Altro che Jouhandeau e Charles Maurras. L’antisemitismo di inizio secolo è stato purtroppo una cosa seria oltre che sommamente tragica. C’entra niente con i clic miserandi di chi sa solo eruttare a tutto spiano il veleno che ha in corpo.

    Giampiero Mughini

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    00 11/9/2019 1:06 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia



    Caro Dago, se fosse per me inviterei a casa mia e alla presenza di un vino 98 punti Maroni i due contendenti televisivi in favore di camera, ossia il fascista “Brasile” e il mio amico Vauro. Ancora una volta la televisione costringe chi sta in un set a dare il peggio di sé, una finta rissa.



    Laddove invece ci si può confrontare, si può discutere, si possono analizzare le ragioni dell’avversario anziché bestemmiarle sin dall’inizio come tutte assurde e sbagliate. Soprattutto ci si può allontanare le mille miglia dal tentativo psicotico di bissare la guerra civile del 1943-1945.



    Appartengo a una generazione cui quel tentativo riuscì in pieno. Ne morirono a decine da una parte e dall’altra. Qualcuno della mia parte - e io li consideravo degli imbecilli - ritmavano che “uccidere un fascista non è reato”. Il mio amico Giusva Fioravanti mi ha raccontato che a quel punto lui e i suoi sodali pensarono “Dato che per voi uccidere un fascista non è un reato, provate a uccidere noi”. Innanzi a una sezione romana del Msi furono uccisi tre “camerati” il più vecchio dei quali aveva 20 anni, due da terroristi rossi arrivati in motocicletta muniti di una mitraglietta Skorpion, un terzo dalla polizia che aveva sparato ad alzo zero e che morì nelle braccia di Francesca Mambro. Giusva e i suoi si attrezzarono alla bisogna, arrivò loro la notizia che i terroristi provenivano da un centro sociale romano al Tuscolano.





    Ci andarono in otto, l’intero gruppo dei Nar. Trovarono i locali sprangati. Si misero a girare tutt’attorno e finché videro un gruppo di ragazzi che avevano l’aria di essere dei “compagni”. Uno di loro si mise a correre a zig-zag. Giusva gli sparò e lo ferì a una spalla, poi lo raggiunse e gli tirò il colpo di grazia. Si chiamava Roberto Scialabba. Una storia atroce tra le tantissime. C’è qualcuno che vuole rinnovare quelle gesta, da una parte e dall’altra? Io spero di no.





    A proposito del sindaco di Predappio che non vuole autorizzare una spesa comunale a sostegno di studenti che vadano a visitare Auschwitz-Birkenau e questo con la scusa che gli studenti devono andare a visitare anche le foibe dove i partigiani titini scaraventarono vivi italiani e italiane, Mattia Feltri ha scritto che sarebbe una ben misera cosa apprestare un gara a chi sia stato più ”vittima” tra Primo Levi e Solzgenitsin e non si poteva dir meglio. Auschwitz è una cosa - terribile, spaventosa, forse la più atroce dell’intero Novecento - e le foibe un’altra, un crimine su cui il senso comune italiano ha taciuto per quarant’anni e questo in ragione della dominanza culturale dell’italocomunismo.




    Al sindaco di Predappio vorrei dire che io ci sono stato nel suo paese e che sono andato giù e ho sostato innanzi alla tomba del Duce, stazione drammaticissima della via crucis italiana del Novecento. In tutta naturalezza porto rispetto alle vittime del fascismo. Trovo ributtante che un paio d’anni fa l’Anpi savonese si sia opposto a che venisse messa una targa a rammemorare il martirio subito da una ragazzina tredicenne, Giuseppina Ghersi, pestata, violentata e uccisa dai partigiani, e che è sepolta da 72 anni nel cimitero di Zinola. “Era una fascista” dicono quelli dell’Anpi. Vergognatevi, era una ragazzina di 13 anni che s’è trovata nel bel mezzo della tragedia per antonomasia della recente storia italiana.




    E sono arrivato al dunque. Studiare di più, capire di più, non dividere gli eventi storici in un bianco e un nero, da una parte quelli che avevano sempre ragione e dall’altra quelli che avevano sempre torto. Leggere tutti i libri - a cominciare da quelli di Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa - leggere tutte le testimonianze. Imparare a “vivere” con il diverso da te. Ragionare. Stringersi la mano dopo lo scambio di opinioni pur profondamente diverse. E’ talmente difficile?

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    00 11/25/2019 4:40 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia





    Caro Dago, succede che stamane poco prima di uscire per andare a comprare i giornali mi arrivi un pacchetto dalla raffinatissima De Piante Editore con dentro un librino – che avevo appena ordinato – di lettere (dal 1925 al 1927) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa al suo amico genovese Massimo Erede dal titolo “Ah! Mussolini!”.



    Lettere sino a questo momento inedite in italiano. Sono andato a comprare i giornali, sono tornato a casa, ho deposto i giornali e ho subito afferrato il librino di Tomasi di Lampedusa nella convinzione – in me fortissima – che persino uno sbadiglio del grande scrittore siciliano sia mille volte più interessante di quel che si sono detti o si diranno Beppe Grillo e Nicola Zingaretti.




    E poi quel titolo, di cui non era difficile afferrare da subito la valenza. E’ una riga che sta in una lettera all’amico del 25 luglio 1925, quando lo scrittore siciliano ha 29 anni. E’ un tempo di suoi grandi viaggi in giro per l’Europa. Nel maggio di quel 1925 è appena stato a Londra. Da Parigi ecco cosa scrive all’amico: “Parigi delizioso. Ma in istato di bolscevismo latente. Sembra l’Italia del ’19. Stamane un corteo comunista è sfilato nel quartiere delle banche, mentre esigevo un modesto ‘cheque’. Con grida di abbasso, minacce e pietre. Ah! Mussolini!”.



    Poche righe che valgono più di un intero libro. A leggerle ne sarebbe stato confortato l’ex comunista Angelo Tasca, autore nel secondo dopoguerra del mirabile “Nascita e avvento del fascismo”, cioè del migliore studio sui perché della vittoria del fascismo.




    Diciamocelo francamente tra noi, che siamo persone per bene. Chi di noi a leggere oggi quelle righe si trova più attiguo al corteo con grida e minacce che non all’esclamazione datata 1925 di un borghese medio a favore dell’uomo che prometteva di assicurare l’Ordine? Nel 1925 chi aveva più ragioni nl campo della politica – ossia non del Meglio in Assoluto, bensì in quello del Possibile –, il corteo con le minacce e le pietre o l’Uomo che voleva placare una tempesta sociale?




    Badate bene, nessun equivoco possibile. In una nota allo squisito librino di cui sto dicendo Gioacchino Lanza Tomasi, il figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa, scrive e documenta che già a metà degli anni Trenta l’autore del “Gattopardo” aveva radicalmente cambiato opinione sul fascismo e sulla sua dittatura.



    E comunque esattamente come avevo previsto, il librino è delizioso dalla prima riga all’ultima. E quando penso alle lettere che Tomasi scrisse e ricevette penso a quell’ultima lettera rimasta sul comodino della clinica romana in cui stava morendo. La lettera in cui Elio Vittorini gli scrisse che no, che loro “Il Gattopardo” non lo volevano pubblicare. Quel libro di cui in Italia sono poi state fatte poco meno di 200 edizioni.

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    00 11/30/2019 8:44 AM
    MUGHINI VS LUCARELLI


    MUGHINI: ''SELVAGGIA LUCARELLI MI HA QUERELATO PER UN ARTICOLO APPARSO SU DAGOSPIA. FORTE DEL SUO NOTEVOLISSIMO CURRICULUM INTELLETTUALE, HA CONFUSO PER DIFFAMAZIONE IL MIO GIUDIZIO SUL SUO ARTICOLO. MA NON AVEVA CAPITO NULLA DI CIO' CHE AVEVO DETTO SU DESIRÉE MARIOTTINI, MARTORIATA DA UNA GANG DI DELINQUENTI E ASSASSINI''

    RISPOSTE SELVAGGE - ''GENTILE DAGO, VEDO CHE IL SIGNOR MUGHINI CONTINUA A SCOMODARE DAGOSPIA PER PARLARE DI ME. NON REPLICHERÒ, MA SPECIFICO CHE ''IL SUO GIUDIZIO DI GENTILUOMO'' SUL MIO ARTICOLO INCLUDEVA LE ESPRESSIONI "MUCCHIETTO DI STERCO", "INSIEME INENARRABILE DI PORCATE" E COSÌ VIA. E NON CITO I PRECEDENTI IN CUI SI CHIESE SE LE MIE TETTE…''

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    00 12/1/2019 11:04 AM

    Caro Dago, e ci mancherebbe altro che non sia venuto il tempo di dare a Bettino Craxi, uno dei giganti della politica italiana del dopoguerra, quel che è di Bettino Craxi. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva accennato al dedicargli una via, e subito lo avevo elogiato con un messaggio personale.



    Un paio di sere fa eravamo nello studio televisivo presieduto da Barbara Palombelli, e c’erano Daniele Capezzone, il professore Miguel Gotor, il mio amico Stefano Zecchi. All’idea di ricordare Craxi a vent’anni dalla morte eravamo tutti entusiasti. Zecchi, che alcuni anni fa era stato assessore nella giunta comunale di Milano, disse che a suo tempo era riuscito a fare intestare una via di Milano addirittura a Giovanni Gentile, assassinato dai gappisti comunisti a Firenze. Figuriamoci se non era d’accordo nell’intestare una via del capoluogo lombardo al protagonista massimo del riformismo socialista milanese.



    E’ appena uscita, a cura del mio vecchio amico Luigi Covatta, una ricca antologia dei settant’anni (1948-2018) di “Mondoperaio”, il mensile del Psi socialista che ai tempi della rivoluzione d’Ungheria (1956) e dell’avvento di Craxi alla segreteria del Psi (1976) marchiò due momenti cruciali della storia politica e intellettuale del socialismo italiano e della sua “revisione” rispetto alla storia politica e intellettuale del Partito comunista italiano.




    Uno dei più bravi librai antiquari italiani e mio carissimo amico, il bolognese Piero Piani, mi segnala una sua bruciante raccolta di libri e riviste che hanno ad oggetto il socialismo autonomista di Pietro Nenni e di Craxi e che lui mette in vendita.

    Craxi merita a Milano una via, una targa? Molto di più. A vent’anni dalla sua morte dopo un’operazione chirurgica fatta nelle condizioni disperate di un ospedaletto tunisino, Craxi merita la sua piena e totale reimmissione nella storia politica italiana recente la più importante se non la più drammatica.





    Non capisci nulla, ma proprio nulla, di quel che è successo nell’Italia che va dalla metà degli anni Settanta all’alba di Tangentopoli se al centro di quello scenario non metti l’omone che aveva cominciato a far politica nell’Ugi universitaria degli anni Cinquanta e che negli anni Sessanta era andato una volta a far visita al suo amico Carlo Ripa di Meana, uno che era andato a vivere e a lavorare nella Polonia del comunismo reale. “Che roba è tutto questo?”, chiese a Carlo. “E’ una roba che fa schifo” gli rispose Carlo.



    Era ancora il 1975, e il dominio etico e culturale dell’italocomunismo in Italia era assoluto, quando in un’auletta della Casa della Cultura di Largo Argentina a Roma organizzarono la presentazione di un mio libretto che faceva da antologia ragionata del “revisionismo socialista”. A difendere le ragioni dei comunisti c’erano due pezzi da novanta, Gerardo Chiaromonte e Alfredo Reichlin.




    Craxi arrivò in ritardo e subito prese la parola: “Ma di che cosa stiamo discutendo e finché in Europa esiste quel muro di Berlino che separa le democrazie occidentali dai Paesi dove imperversa la dittatura dei partiti comunisti?”. Vi assicuro che detto a quel modo e detto in quel momento faceva il suo porco effetto.



    Era ancora un tempo della storia politica e culturale italiana in cui Lenin e le sue gesta bolsceviche la facevano da padroni. Guai a toccarglieli agli intellettuali comunisti persino i più aperti di allora. Ci vollero ancora un po’ di anni, ossia quel che stava avvenendo nella Polonia in cui avevano tentato di aprire uno spiraglio all’incombere del comunismo pro-Urss, perché Enrico Berlinguer dichiarasse “esaurita” la spinta propulsiva che veniva dal colpo di stato bolscevico del 1917.




    S’era dunque esaurita nel 1979, non prima, già negli anni Trenta, quando Giuseppe Vissarianovic Stalin aveva fatto ammazzare a milioni e milioni i russi di ogni specie e classe. Panzane. Cose di cui oggi nessuno obietta neppure una virgola, tanto è assodato che si andata così. Non lo era nel 1977, quando senza Bettino Craxi il mio amico Carlo Ripa di Meana non avrebbe potuto organizzare quella Biennale del dissenso sovietico che la gran parte dell’intellettualità comunista avversò fino all’ultimo, ed è per pietà intellettuale che non cito le fetenzie che scrissero al riguardo.



    Certo, Bettino divenne capo di un partito che esercitava alla grande la spartizione delle spoglie, ossia il prelievo illegale di tangenti eccetera. Lo facevano tutti, a tutti i livelli, e finché nel 1989 il parlamento – all’unanimità – amnistiò quel reato. All’unanimità. Cancellato.




    Cancellati i milioni e milioni di dollari che il Partito comunista aveva ricevuto da una potenza straniera e nemica e che permettevano l’opulenza della sua organizzazione nel territorio, della sua attività interna, della sua stampa, e ferma restando la dirittura morale dei suoi uomini e dei suoi dirigenti. Ve li immaginate Chiaromonte o Reichlin che si mettono in tasca un solo centesimo?





    Indubbiamente la linea separatoria tra etica politica e etica privata non era in Craxi così netta, e ciascuno ha il diritto su quest’argomento di accludere fatti e dati. Cosa diversa è stato l’annientamento del Psi craxiano, una cosa diversa e delittuosa. Delittuosa perché il Psi craxiano aveva avuto ragione su quasi tutto, lo dice oggi Massimo D’Alema e lo dicono molti degli intellettuali ex comunisti degli anni Settanta che replicavano a muso duro a quello che noi di “Mondoperaio” scrivevamo sull’Urss di Lenin e di Stalin.



    E resta che quando Craxi nell’aula di Montecitorio puntò il dito alla sua destra e alla sua sinistra verso tutti i parlamentari italiani dicendo “C’è qualcuno di voi che non sa fin da quando aveva i pantaloni corti che la politica democratica del nostro Paese si regge sul prelievo di tangenti illegali?”, non uno di quei parlamentari fiatò.



    In quegli anni Norberto Bobbio aveva criticato il comportamento morale del Psi craxiano. Adoravo Bobbio. Gli portai in casa uno dei dirigenti del Psi, il torinese Giusy La Ganga, il quale era stato suo allievo all’università. C’era una elezione politica all’orizzonte.



    La Ganga disse quanto sarebbe costata al minimo la sua imminente campagna elettorale in Piemonte. Quattrocento milioni secchi. Al minimo. Il prezzo della democrazia. Bobbio allibì e non replicò.

    Di questo dobbiamo discutere a vent’anni dalla morte di quell’omone. Una via a Milano? Il minimo dei minimi.




    GIAMPIERO MUGHINI



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    00 12/6/2019 2:46 PM

    Caro Dago, tra i giornalisti che di mestiere passano le loro giornate a Montecitorio, a tu per tu con la classe politica che ha in mano le sorti del Paese, il mio amico Fabrizio Roncone è tra i più aguzzi.



    Ecco quel che ha scritto di recente: “Noi cronisti politici, a Montecitorio e a Palazzo Madama, siamo ormai costretti a muoverci sempre più spesso tra parlamentari semianalfabeti e mitomani, furbacchioni spregiudicati e potenziali disoccupati aggrappati alla poltrona”. Più chiaro di così si muore. Detto altrimenti: i semianalfabeti hanno conquistato la prima linea addirittura nel Parlamento italiano, o forse lì più che altrove.




    Ovvero la prevalenza del semianalfabeta, l’erede odierno del “cretino” la cui “prevalenza” Carlo Fruttero e Franco Lucentini avevano additato trent’anni fa. E del resto è passata per i giornali, sia pure l’istante di un mattino, la notizia (il dato statistico) che uno studente italiano su quattro non capisce quello che sta leggendo. Una questione, quella della prevalenza del semianalfabeta, che in termini emergenziali è per l’Italia odierna forse ancora più drammatica che non la caduta del Ponte Morandi, e lo dico con infinito rispetto per quei morti innocenti.



    Che Paese è quello in cui il 70 percento dei nostri cittadini non è in grado di intendere l’editoriale di prima pagina di un quotidiano? Che valore ha nella nostra democrazia l’espressione “prima gli italiani” dato che la più parte di quegli “italiani” non sa di che cosa si sta parlando, quale sia la portata reale e i dati significativi dei problemi della nostra economia e della nostra società?



    Cosa che non faccio mai perché sono rituali perfettamente inutili, ho accettato ieri pomeriggio di presentare un mio libro in un locale pubblico. C’erano 30-40 persone, neppure poche in una città dove ci sono diecimila cose più interessanti da fare che non assistere alla chiacchiera a proposito di un libro, ossia dell’oggetto che è divenuto il meno desiato al mondo. Grandissimo mio imbarazzo. Non sapevo che dire e come dirlo dato che glielo leggevo in faccia a queste brave persone che il nome, che so?, di Aldo Moro o di Ugo La Malfa non diceva nulla di nulla.







    Che narrazione puoi pronunciare innanzi a un pubblico che non sa niente di niente della storia italiana di questo ultimo mezzo secolo? A un certo punto l’amico che mi ospitava mi ha fatto un domanda su Sciascia, uno i cui libri nei miei vent’anni stavano nell’aria che respiravo. Ho balbettato qualcosa, ad esempio la volta che uno mi aveva querelato perché avevo definito “una mascalzonata intellettuale” un suo lunghissimo papello su “Repubblica” dove dava del “vigliacco” a Sciascia per come lui scriveva della mafia siciliana.



    Le facce degli astanti restavano del tutto impassibili. Fossi rimasto muto alla domanda su Sciascia, sarebbe stata perfettamente la stessa cosa. Nel pomeriggio mi era arrivato un sms dal mio caro Ruggero, che fa il medico nelle Marche e che è un eccellente lettore di libri. Mi raccontava che era entrato in libreria a chiedere quali libri di Sciascia avessero. Seduta al computer, la commessa gli ha chiesto come si scrivesse il nome Sciascia. E lui ha replicato che aveva perfettamente ragione a chiederlo trattandosi di uno scrittore straniero. Semianalfabeti, abbiate pietà di noi.

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    00 1/2/2021 5:28 PM

    LA VERSIONE DI MUGHINI - CI SONO DEI MOMENTI IN CUI HO L’IMPRESSIONE DI APPARTENERE A UNA RAZZA INADATTA AL PRESENTE. PRENDIAMO QUESTI ULTIMISSIMI GIORNI DEL DANNATISSIMO 2020 IN CUI PIOVEVANO SUL MIO COMPUTER SFILZE DI AUGURI E LADDOVE IO PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO INVIO DEGLI AUGURI A QUALCUNO – LA MIA POLITICA È COMPLETAMENTE DIVERSA. IN GENERALE MI PIACE ASCOLTARE, MI PIACE IMPARARE, NEMMENO SOTTO TORTURA MANDEREI UNA FOTO DELLA BOTTIGLIA CHE STO PER BERE



    Che Uomo Straordinario. [SM=x5891215]
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    00 1/25/2021 10:59 AM
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    00 4/17/2021 12:00 PM
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    00 5/11/2021 3:31 PM

    Giampiero Mughini per Dagospia




    Caro Dago, scusami se approfitto della tua consueta ospitalità per chiederti una piccola cortesia. Mi chiama al telefono un amico dicendomi che è contento del fatto che su Instgram io mi sia messo tra i suoi “amici”. Ora io Instagram non so neppure che cosa sia, e meno che mai so qualcosa di tutti gli altri cosiddetti “social”.



    So che ci sono degli account che si spacciano per me, è solo feccia. Io non figuro sul web neppure per una sola riga che sia effettivamente mia. Mai. Su WhatsApp ricevo, questo sì. Ricevo dunque foto di tramonti, foto di spaghetti fumanti, segnalazioni di articoli scritti per ogni dove, primi piani di uomini e donne orgogliosi di quel che sono e appaiono, foto di famiglie festanti, segnalazioni di presentazioni di libri i più vari e mille altre cose di questo tenore. Io non mando niente. Mai, per nessuna ragione al mondo.




    Se invece qualcuno mi scrive a chiedermi qualcosa che gli sia utile, rispondo entro tre minuti. Tutto qui. Grazie, Dago



    GIAMPIERO MUGHINI

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    00 5/21/2021 5:22 PM
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