VOLARE

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ciukina.
00Monday, March 9, 2009 6:58 PM
raoulsapora.wordpress.com

Richard Bach Il Gabbiano Jonathan Livingston

Era di primo mattino,
e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato.
A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo.
E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi
per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata.
Ma lontano di là soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando
per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altez-
za: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali
una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscìo
lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò
intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di
centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita
giù.
I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo,
per loro è una vergogna, è un disonore.
Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende
e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo –
no, non era un uccello come tanti.
La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni
elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior
parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto
procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva
librarsi nel cielo.
Ma a sue spese scoprì che, a pensarla n quel modo, non è facile poi trovare amici, fra gli altri
uccelli. E anche i suoi genitori arano afflitti a vederlo così: che passava giornate intere tutto solo,
dietro i suoi esperimenti, quei suoi voli planati a bassa quota, provando e riprovando.
Non sapeva spiegarsi perché, ad esempio, quando volava basso sull’acqua, a un’altezza inferiore
alla metà della sua apertura alare, riusciva a sostenersi più a lungo nell’aria e con meno fatica.
Concludeva la planata, lui, mica con quel solito tuffo a zampingiù nel mare, bensì con una lunga
scivolata liscia liscia, sfiorando la superficie con le gambe raccolte contro il corpo, in un tutto aerodinamico.
Quando poi si diede a eseguire planate con atterraggio a zampe retratte anche sulla spiaggia
(e a misurare quindi, coi suoi passi, la lunghezza di ogni planata) i suoi genitori si mostrarono
molto ma molto sconsolati.
“Ma perché, Jon, perché?” gli domandò sua madre. “Perché non devi essere un gabbiano
come gli altri, Jon? Ci vuole tanto poco! Ma perché non lo lasci ai pellicani il volo radente? agli albatri?
E perché non mangi niente? Figlio mio, sei ridotto penne e ossa!”
“Non m’importa se sono penne e ossa, mamma. A me importa soltanto imparare che cosa si
può fare su per aria, e cosa no: ecco tutto. A me preme soltanto di sapere.”

“Sta’ un po’ a sentire, Jonathan” gli disse suo padre, con le buone. “Manca poco all’inver-
no. E le barche saranno pochine, e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell’acqua. Se proprio
vuoi studiare, studia la pappatoria e il modo di procurartela! ‘Sta faccenda del volo è bella e
buona, ma mica puoi sfamarti con la planata, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per
mangiare.”
Jonathan assentì, obbediente. Nei giorni successivi cercò quindi di comportarsi come gli altri
gabbiani. Ci si mise di buona volontà. E, gettando strida, giostrava, torneava anche lui con lo
Stormo intorno ai moli, intorno ai pescherecci, tuffandosi a gara per acchiappare un pezzo di pane,
un pesciolino, qualche avanzo. Ma a un certo punto non ne poté più.
Tutto questo non ha senso, si disse: e lasciò cadere, apposta, un’acciuga duramente conquistata,
se la pappasse quel vecchio gabbiano affamato che lo seguiva. Qui perdo tempo, quando potrei
impiegarlo invece a esercitarmi! Ci sono tante cose da imparare!
Non andò molto, infatti, che Jonathan piantò lo Stormo e tornò solo, sull’alto mare, a esercitarsi,
affamato e felice.
Adesso studiava velocità e, in capo a una settimana di allenamenti, ne sapeva di più, su questa
materia, del più veloce gabbiano che c’era al mondo.
Eccolo a circa trecento metri d’altezza che, battendo le ali a più non posso, si butta in picchiata:
una picchiata vertiginosa verso le onde. A questo punto capisce perché ai gabbiani questa
manovra, a tutta velocità, non può riuscire. In appena sei secondi, uno tocca le settanta miglia all’o-
ra: velocità alla quale l’ala d’un uccello non è più stabile, nella fase ascendente.
Ci si era provato più volte, ma sempre con lo stesso risultato. Pur mettendoci il massimo
impegno, perdeva sempre il controllo, a una velocità così elevata.
Saliva a quota trecento. Avanti dritto, a tutta birra, prima. Poi scivolata nell’aria. E giù in
picchiata. Niente! Ogni santa volta l’ala sinistra andava in stallo nella fase ascendente, lui veniva
spostato con violenza a mano manca, stallava con la destra per cercare di riprendersi e, trac, cadeva
in vite.
Non riusciva a metterci sufficiente attenzione, al momento in cui dava quel colpo d’ala
ascendente. Dieci volte ci aveva provato e ogni volta, appena toccate le settanta miglia orarie, si trasformava
in una trottola di penne e, perduto il dominio dell’aria, tonfava nell’acqua.
Il trucco – gli balenò alla fine in mente, quand’era ormai fradicio – consiste nel tener le ali
ferme. Sì: remeggiare finché non sei sulle cinquanta miglia, poi tener salde le ali.
Salì a quota seicento e riprovò. Si buttò in picchiata, becco diritto in giù, ali tutte aperte,
appena toccate le cinquanta, spiegate e ferme. Occorreva una forza tremenda, ma il trucco riusciva.
Nello spazio di dieci secondi, era sfrecciato a novanta miglia l’ora. Jonathan aveva stabilito il record
mondiale di velocità dei gabbiani!
Ma il suo trionfo fu di breve durata. Nell’istante in cui s’accinse a risalire, nell’istante in cui
mutò l’angolazione delle ali, perse disastrosamente il controllo, frullò e divenne un turbinìo di penne.
Come prima: solo che, a novanta, fu un effetto-dinamite. E Jonathan espose in aria. Piombò in
mare. In un mare duro come il granito.
Quando tornò in sé, era buio da un bel pezzo. Galleggiava cullato dalla maretta, sulla scia
del chiardiluna. Si sentiva le ali sbrindellate pesanti come il piombo, ma più ancora gli pesava il fallimento.
Si augurò, indebolito com’era, che quel peso bastasse a trascinarlo dolcemente giù, verso il
fondo, e che fosse finita.
Mentre affondava, una voce strana e cupa risuonò dentro di lui. Ah, non c’è via di scampo.
Niente da fare, sei un gabbiano. La natura ti impone certi limiti. Se tu fossi destinato a imparare tante
cose sul volo, avresti un portolano nel cervello. Carte nautiche avresti, per meningi. E se tu fossi
fatto per volare come il vento, avresti l’ala corta del falcone, e mangeresti topi anziché pesci. Sì sì,
aveva ragione tuo padre. Lascia perdere queste stupidaggini. Torna a casa, torna presso il tuo Stormo,
e accontentati di quello che sei, un povero gabbiano limitato.


Quella voce svanì, e Jonathan era d’accordo. Un gabbiano a quest’ora di notte dovrebb’es-
sere a nanna, sulla costa. D’ora in poi, giurò Jonathan, io sarò un gabbiano per bene. E tutti saranno
contenti di me.
A fatica si tirò fuori dall’acqua e si diresse mestamente verso terra. Meno male che aveva
imparato a volare a bassa quota, il che gli consentiva un risparmio di energie.
Non pensiamoci più, disse a se stesso. E’ finita, non sono più me stesso. Devo scordarmi
quello che ho imparato. Quello che ero, adesso sono soltanto un gabbiano come tutti gli altri. Gabbiano
sei, e da gabbiano vola.
E così si levò, benché stanchissimo, a una quota di circa trenta meri e si mise a remigare
alacremente, alla gabbiana, verso la costa.
Si sentì meglio, dopo aver preso quella decisione di comportarsi come un gabbiano qualsiasi.
Basta! Non avrebbe dovuto dar più retta a quel dèmone che l’istigava a imparare nuove cose. Basta
d’ora in poi con le sfide, basta coi fallimenti. Ah, era bello smettere di pensare, e volare tranquilli
nel buio, verso le luci occhieggianti della costa.
Nel buio! La voce cavernosa suonò chioccia di paura. Ma i gabbiani non volano al buio!
mai!
Però Jonathan, distratto, non le badò. Com’è bello, ripeteva fra sé. La luna col suo strascico
d’argento, e le luci della riva che disegnano tremule scie sull’acqua, nella notte, così calma e tranquilla…
Pòsati! I gabbiani non volano nel buio! Se eri nato anche tu per volare di notte, avresti gli
occhi come una civetta! Una bussola avresti, per cervello! Avresti l’ala corta del falcone!
Librato nelle tenebre, lassù, il gabbiano Jonathan, a questo punto, batté gli occhi. La fatica
svanì, svanì il dolore, e anche i buoni propositi svanirono.
L’ala corta. Le ali corte di un falco!
Ecco la soluzione. Che sciocco, a non averci pensato prima! Quello che occorre è solo un’a-
la corta: e, allora, basterà che io tenga raccolte le mie ali, che le tenga ritirate, quasi del tutto, e che
ne adoperi soltanto le estremità. Ali corte!
Si portò subito a seicento metri di quota, sopra il mare di pece e, senza star lì a pensare un
momento che poteva fallire, anche morire, portò le ali ad aderire saldamente al corpo, lasciando tese
al vento solo le strette estremità di esse, a mo’ di alettoni, e si gettò in picchiata.
Il vento gli intronava nella testa con un fragore spaventoso. Settanta miglia all’ora, novanta,
centoventi, e ancora, ancora. Più forte. A centoquaranta miglia l’ora la tensione dell’ala era inferiore
a quella di prima a settanta, e bastò una leggerissima torsione per uscire di picchiata a saettare verso
il cielo alto, grigio bolide sotto il chiardiluna.
Raggrinzì gli occhi a fessura, nel vento, e il suo cuore esultava. Centoquaranta miglia all’o-
ra! Sena dare una sbandata! E se mi tuffo non da cinquecento ma da mille metri e più, chissà a che
velocità…
Il giuramento di poc’anzi era dimenticato, l’ebbrezza del volo l’aveva spazzato via. Eppure
non si sentiva in colpa, anche se non aveva mantenuto la promessa fatta a se stesso. Promesse di
quel genere impegnano soltanto quei gabbiani che s’appagano dell’ordinario tran-tran. Ma uno che
aspira a una sempre maggiore perfezione, non sa proprio che farsene di simili promesse!
Al levar del sole, Jonathan era di nuovo là che si allenava. Visti da mille e più metri, i pescherecci
sembravano scagliuzze nella glauca distesa delle acque, lo Stormo Buonappetito come un
indistinto nugolo di volteggianti atomi di polvere.
Lui si sentiva vivo come non mai, e fremente di gioia, fiero di aver domato la paura. Poi,
senza indugio alcuno, si attillò le ali al corpo, protendendo i sòmmoli angolati, e si scagliò a capofitto.
Percorsi circa trecento metri ,aveva già raggiunto la velocità-limite: il vento adesso era una solida
barriera pulsante, da sfondare, non poteva darci dentro più forte. Stava volando a perpendicolo a
ben duecento e quattordici miglia all’ora. Deglutì. Se gli si spalancano le ali, addio, di lui non rimarrà
che un milione di pezzetti di gabbiano. Ma la velocità era potenza, era gioia, era bellezza.


A quota trecento iniziò la richiamata: l’estremità sporgente delle ali tagliava il vento con un
fruscìo sordo e pareva prossima a schiantarsi, lui era una meteora e la barca e lo sciame dei gabbiani,
sul piano inclinato del mare, apparivano sempre più grossi, sulla sua traiettoria di volo.
Non poteva fermarsi. E nemmeno di virare era capace, a quella velocità. Collisione uguale
morte. Istantanea.
Allora chiuse gli occhi.
Così accadde che, quella mattina, poco dopo il levar del sole, il gabbiano Jonathan Livingston
passò come una saetta nel bel mezzo dello Stormo Buonappetito , a duecento e dodici miglia
orarie, a occhi chiusi, proiettile pennuto e sibilante. Il Gabbiano della Fortuna gli fu benigno, per
quella volta. Non ci furono morti.
Quando cominciò a riprendere quota, filava ancora alla bellezza di centosessanta miglia al-
l’ora. Quand’ebbe rallentato sulle venti, e finalmente riaprì le ali, il peschereccio era una mollica
laggiù, sul mare, a più di mille metri sotto di lui.
Ebbe un moto di trionfo. Aveva toccato il limite estremo della velocità! Un gabbiano a duecentoquattordici
miglia orarie! Era un primato che segnava una data, era il momento più fulgido
nella storia dello Stormo, e per il gabbiano Jonathan da quel momento si dischiudevano orizzonti
nuovi.
Si portò a un’altezza di duemila e cinquecento metri – nella plaga remota prescelta per le
sue esercitazioni – e, retratte le ali per un nuovo spettacoloso tuffo, si accinse senza porre tempo in
mezzo a imparare la virata.
Una singola penna del sòmmolo – scoprì -, mossa d’una frazione di centimetro, permette di
effettuare un’ampia scorrevole virata, a folle velocità. Prima di arrivarci, però, scoprì a sue spese
che, a muoverne più d’una delle penne, schizzi via a vortice come una palla di fucile…Sicché Jonathan
fu anche il primo uccello che eseguì voli acrobatici.
Non perse tempo, quel giorno, a parlare con gli altri gabbiani, ma seguitò a volare solitario
fin a dopo il tramonto. E scoprì la gran volta, la vite orizzontale, la virata imperiale, la scampanata,
la gran volta rovescia.
Quando il gabbiano Jonathan tornò presso lo Stormo, sulla spiaggia, era ormai notte fonda.
La testa gli girava, era stanchissimo. Tuttavia, tanto era allegro che compì una gran volta e una fulminea
vite orizzontale prima di toccar terra.
Quando lo sapranno – pensava -, quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte,
impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere qui sarà più vario e interessante. Altro che far la spola
tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi
avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo
d’essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!
L’avvenire gli appariva tutto rose e fiori.
Appena toccò terra vide che i gabbiani erano riuniti in Assemblea Generale. Ed aveva tutta
l’aria di trovarsi in riunione già da tempo. Fatto sta che aspettavano proprio lui.
“Il gabbiano Jonathan Livingston si porti al centro dell’Emiciclo!” ordinò l’Anziano. Il suo
tono di voce era quello delle grandi cerimonie.
E quell’ordine è sempre foriero o di grande vergogna o di grandi onori. E’ lì al centro del-
l’Emiciclo che, appunto, ai capi gabbiani che più si sono distinti viene reso onore dal Consiglio.
Ma sì, pensò Jonathan, stamattina mi hanno visto. Tutto lo Stormo ha assistito alla mia impresa.
Ma io non voglio onori. Non aspiro ad essere un capo. Io desidero solo farli partecipi delle
mie scoperte, mostrar loro i magnifici orizzonti che ora si sono aperti per noi tutti.
E si fece avanti.
“Il gabbiano Jonathan Livingston” l’Anziano proclamò “viene messo alla gogna e svergognato
al cospetto di tutti i suoi simili!”


Fu come se l’avessero colpito con un randellata. I ginocchi gli si sciolsero, le penne gli si
fecero flosce, le orecchie gli ronzavano. Messo alla gogna? lui? ma no, impossibile! e la sua Grande
Impresa? le Nuove Prospettive? Non hanno capito niente! C’è un errore! si sbagliano di grosso!
“…per la sua temeraria e irresponsabile condotta,” intonava la voce solenne “per esser egli
venuto meno alla tradizionale dignità della grande Famiglia de’ Gabbiani…”
Questo significava ch’egli sarebbe stato espulso dal consorzio dei suoi simili, esiliato, condannato
a una vita solitaria laggiù, sulle Scogliere Remote.
“…affinché mediti e impari che l’incosciente temerarietà non può dare alcun frutto. Tutto ci
è ignoto, e tutto della vita è imperscrutabile, tranne che siamo al mondo per mangiare, e campare il
più a lungo possibile.”
Nessun gabbiano, mai, si leva a protestare contro le decisioni del Consiglio, ma la voce di
Jonathan si levò. “Incoscienza? Condotta irresponsabile? Fratelli miei!” gridò. “Ma chi ha più coscienza
d’un gabbiano che cerca di dare un significato, uno scopo più alto all’esistenza? Per mil-
l’anni ci siamo arrabattati per un tozzo di pane e una sardella, ma ora abbiamo una ragione, una vera
ragione di vita… imparare, scoprire cose nuove, essere liberi! Datemi solo il tempo di spiegarvi
quello che oggi ho scoperto…”
Ma lo Stormo pareva di sasso, tant’era impassibile.
“Non abbiamo più nulla in comune, noi e te” intonarono in coro i gabbiani, e , con fare solenne,
sordi alle sue proteste, gli voltarono tutti la schiena.
E il gabbiano Jonathan visse il resto dei suoi giorni esule e solo. Volò oltre le Scogliere Remote,
ben oltre. Il suo maggior dolore non era la solitudine, era che gli altri gabbiani si rifiutassero
di credere e aspirare alla gloria del volo. Si rifiutavano di aprire gli occhi per vedere.
Ogni giorno, lui apprendeva nuove cose. Imparò che, venendo giù in picchiata a tutta birra,
puoi infilarti sott’acqua e acchiappare pesci più prelibati, quelli che nuotano in branchi tre metri sotto
la superficie: non aveva più bisogno di battelli da pesca e di pane raffermo, lui, per sopravvivere.
Imparò a dormire sospeso a mezz’aria, dopo aver stabilito alla sera la sua rotta, nel letto della corrente
d’un vento fuoricosta, e coprire così un centinaio di miglia dal tramonto all’alba. Con uguale
padronanza ora volava attraverso fitti banchi di nebbia sull’oceano, o sennò si portava al di sopra di
essi, dove il cielo era limpido e il sole abbagliava… mentre gli altri gabbiani, con quel tempo, se ne
stanno appollaiati in terraferma, mugugnando per la pioggia e la foschia. Imparò a sfruttare i venti
d’alta quota, e portarsi nell’entroterra, per un bel tratto, e far pranzo con insetti saporiti.
Quel che aveva sperato per lo Stormo, se lo godeva adesso da sé solo. Egli imparò a volare,
e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e la
rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano. Ma, con l’animo sgombro da esse, lui, per lui, visse
contento, e visse molto a lungo.
Arrivarono ch’era già sera. E trovarono Jonathan che volava librato, solo e in pace con se
stesso, nel libero cielo che lui tanto amava. I due gabbiani che, a un tratto, gli comparvero d’accan-
to, uno di qua e uno di là, erano candidi come la luna, e dalle loro piume emanava un chiarore blando,
suadente, nell’aria che imbruniva. Ma più amabile ancora era la grazia, l’abilità, con cui volavano,
mantenendo, fra le punte delle rispettive ali, una breve e costante distanza.
Senza profferir parola, Jonathan volle metterli alla prova. Una prova che mai nessun gabbiano
aveva superato. Impresse alle sue ali una torsione tale che gli permise di rallentare, fino al limite
estremo, a un soffio dello stallo. Ebbene, qui due radiosi uccelli, pure loro, rallentarono con
lui, gli restarono alla pari, senza sforzo. Altroché se s’intendevano, di volo lento.
Allora lui, raccolte le ali, rotò e si buttò giù in picchiata a centonovanta miglia all’ora. E
quelli si tuffarono con lui, sfrecciando insieme a lui, in perfetta formazione.
Infine lui compì, nella cabrata, un lungo mulinello verticale. E quelli volteggiarono con lui,
tutti giulivi.


Si rimise in volo orizzontale e per un po’ non aprì becco. “Molto bene,” disse poi “e voi chi
siete?”
“Veniamo dal tuo Stormo, Jonathan. Siamo fratelli tuoi.” Quelle parole furono pronunciate
con calma e fermezza. “Siamo venuti per condurti più in alto. Per condurti a casa.”
“Io casa non ne ho. Né ho una patria, né uno stormo. Sono un Reietto. E più in alto di così,
ve l’assicuro – stiamo volando ala sommità del Vento che nasce dalla Grande Montagna – più in
alto di così, tranne magari un par di cento metri, non riuscirei a sollevare questo mio vecchio corpo.”
“Sì che invece puoi riuscirci, vecchio Jonathan. Perché tu hai imparato tutto. Hai terminato un
corso d’istruzione, e ne incomincia un altro, per te. Adesso.”
Come aveva illuminato tutta quanta la sua vita, il lume dell’intelletto lo soccorse in quel momento,
e lui capì. Avevano ragione, quegli uccelli. Lui poteva volare, sì, più in alto. Ed era l’ora, sì,
di andare a casa.
Abbracciò con un ultimo sguardo il suo cielo, i magnifici campi del cielo, dove aveva imparato
tante cose.
“Sono pronto” disse alfine.
E il gabbiano Jonathan Livingston fece prua verso l’alto, scortato da quei due splendidi uccelli,
e scomparvero insieme nella notte.


Parte Seconda
Sicché questo è il paradiso,
egli pensò, e gli venne da sorridere fra sé. Non era mica molto rispettoso, criticare il paradiso, quando
ancora non ci sei manco arrivato.
Provenienti dalla Terra, oltre le nubi, lui e gli altri due gabbiani volavano in formazione compatta,
e d’un tratto, egli si accorse che il suo corpo si era fatto splendente come il loro. Sì sì, lui era
sempre il gabbiano Jonathan, era lo stesso giovane gabbiano che sempre si era sentito, dentro di sé,
di essere: solo che la forma esteriore era cambiata, adesso.
Il suo pareva sempre un corpo di gabbiano, ma già volava molto molto meglio di quello di
prima. Guarda qua, disse a se stesso, ora con metà fatica vado il doppio più veloce: due volte tanto,
rispetto ai miei migliori risultati sulla terra!
Le sue penne splendevano adesso d’un candore soave, le sue ali erano lievi, lisce come d’ar-
gento polito, perfette. Si mise subito, tutto contento, a provarle, a imparare a usarle, a imprimere potenza
alle sue nuove ali.
A duecentocinquanta miglia all’ora, capì che era vicino al limite massimo di velocità per volo
orizzontale. A duecentosettantatré, si rese conto che più di così non sarebbe riuscito a forzare, e ne
fu un attimo deluso. V’era un limite oltre il quale, anche col suo nuovo corpo, non si andava. E benché
fosse molto superiore al suo antico primato, era pur sempre un limite anche quello. E avrebbe
durato fatica, a superarlo. In paradiso – pensò – non dovrebbero esserci limiti!
Si aprì uno squarcio fra le nubi, i due uccelli di scorta gli augurarono: “Buon atterraggio, Jonathan!”
e svanirono nell’aria.
Egli stava volando sopra un mare, verso una costa tutta frastagliata. Qualche raro gabbiano,
sulla scogliera, volteggiava sfruttando le correnti ascensionali. Più lontano, verso nord, all’orizzonte
quasi, pochi altri volavano.
Le novità che vede fanno nascere in lui nuovi pensieri, nuovi interrogativi. Perché sono così
poco numerosi, qui, i gabbiani? Il paradiso dovrebbe essere gremito! E perché, tutt’a un tratto, mi
sento così stanco? In paradiso non si dovrebbe né patir stanchezza né aver sonno.
Ma dov’è che l’aveva inteso dire? La sua memoria si faceva labile, sempre più si affievolivano
i ricordi della vita terrena. Sulla terra, certo, certo, lui aveva imparato tante cose, ma i particolari
adesso erano tutti sfocati: là ci si affanna per procurarsi il cibo… là una volta aveva esiliato…
I gabbiani della costa, una dozzina, gli volarono incontro, ma nessuno di loro disse niente.
Tuttavia, lui avvertì che era il benvenuto, e che lì era di casa. Era stato un gran giorno, per lui, quello,
un giorno di cui però non ricordava l’aurora.
Virò per atterrare sulla spiaggia. Si sostenne un istante battendo le ali, a un centimetro dal
suolo, poi lieve si posò sopra la sabbia. Gli altri gabbiani atterrarono anch’essi, ma nessuno di loro
batté neanche una piuma. Volteggiavano nell’aria ad ali aperte e poi, non si sa come, mutata l’incli-
nazione delle penne, eccoli fermi nello stesso istante in cui le zampe toccavano terra.
Jonathan ammirò la loro tecnica, ma era troppo sfinito per provarcisi anche lui. E su quella
spiaggetta, senza avere scambiato una parola, si addormentò.
Nei giorni che seguirono, Jonathan si avvide che c’eran tante cose da imparare, sul volo, in
quel luogo, quante cose ce n’eran state nella vita che si era lasciata alle spalle. Ma una differenza
c’era. Qui, gli altri gabbiani la pensavano come lui. Per ciascuno di loro, la cosa più importante della
vita era tendere alla perfezione in ciò che più importava, cioè nel volo. Erano uccelli magnifici,
tutti quanti, e ogni giorno passavano ore e ore a esercitarsi nel volo, a cimentarsi in acrobazie sempre
più difficili.


Passò parecchio tempo e Jonathan pareva proprio essersi scordato dell’atro mondo, donde era
venuto, del luogo natìo dove lo Stormo campava la sua magra vita, incurante della gioia di volare,
adoprando le ali solamente per ricercare e procacciarsi il cibo. Però di tanto in tanto, per un attimo,
se ne ricordava.
E se ne rammentò una mattina, mentre era fuori con il suo istruttore, e insieme riposavano sul
lido, dopo una serie di spericolati mulinelli nell’aria.
“Ma dove sono tutti quanti, Sullivan?” domandò, senza emettere alcun suono (dato che ormai
s’era impratichito della telepatia che quei gabbiani adoperavano per comunicare, anziché strida e
gracchiamenti). “Perché siamo così pochi, qui? Sai, là, da dove vengo io, di gabbiani ce n’erano…”
“…a migliaia e migliaia, lo so.” Sullivan scosse la testa. “Cosa vuoi che ti dica? Mi sa tanto
che tu, Jonathan, sei un uccello come se ne trova uno su un milione. Per lo più, noialtri ci abbiam
messo un’infinità di tempo ad arrivare fin qui. Passavamo da un mondo all’altro, ognuno quasi
uguale al precedente, e, subito, ci si scordava donde venivamo né c’importava dove fossimo diretti.
Insomma, si viveva alla giornata. Hai idea di quante vite ci sarà toccato vivere, prima che ci passasse
pel cervello che c’è, al mondo, qualcos’altro che conta, oltre al mangiare, al beccarci fra di noi,
oltre insomma alla Legge dello Stormo? Ma mille vite, Jon, ma diecimila! E poi, dopo quel primo
piccolo barlume, saranno occorso altre cento vite prima che cominciassimo a intuire che c’è una
cosa chiamata perfezione. E poi, altre cento prima di capire che lo scopo della vita è appunto quello
di adeguarci il più possibile a quell’ideale. S’intende che per noi vale la stessa regola, anche adesso:
scegliamo il nostro mondo successivo in base a ciò che apprendiamo in questo. Se non impari nulla,
il mondo di poi sarà identico a quello di prima, e avrai anche là le stesse limitazioni che hai qui, gli
stessi handicap.”
Distese le ali, si girò pronto a levarsi. “Ma tu, Jon,” soggiunse “tu hai imparato tante cose in
una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa.”
Di lì a un momento, eccoli di nuovo librati in cielo, a esercitarsi. I mulinelli in formazione gli
riuscivano difficili poiché, durante la fase rovesciata di quella manovra, a Jonathan toccava anche
pensare alla rovescia, per invertire la curva della propria ala e invertirla in armonia con quella del
suo istruttore.
“Proviamo di nuovo” diceva Sullivan, e poi ancora: “Riproviamo”, e ancora. Poi, alla fine:
“Bravo”. Quindi cominciarono a esercitarsi nella gran volta.
Una sera, i gabbiani che non erano impegnati in prove di volo notturno, se ne stavano insieme
sulla spiaggia, ciascuno immerso nei propri pensieri. Jonathan, fattosi coraggio, si avvicinò al Gabbiano
Anziano (si diceva che costui fosse prossimo ormai a trasmigare in un mondo più evoluto).
“Ciang…” lo chiamò, con un po’ di titubanza.
Il vecchio lo guardò affabilmente: “ Che c’è figliolo?”. La tarda età, anziché indebolirlo, gli
aveva conferito maggior vigore: volava meglio di qualsiasi altro ed era già padrone di esercizi di cui
gli altri dello Stormo conoscevano appena i rudimenti.
“Ciang, questo mondo non è il paradiso, dico bene?”
L’Anziano ebbe un sorriso, nel chiarore della luna. “Non si finisce mai d’imparare, Jonathan”
disse.
“Ma allora, dopo qui, cosa ci aspetta? Dove andremo? E un posto come il paradiso c’è o non
c’è?”
“No, Jonathan, un posto come quello, no, non c’è. Il paradiso non è mica un luogo. Non si
trova nello spazio, e neanche nel tempo. Il paradiso è essere perfetti”. Tacque un minuto, e poi: “Tu
sei uno che vola velocissimo, nevvero?”.
“Mi… mi piace andare forte” disse Jonathan, preso alla sprovvista, ma fiero che l’Anziano se
ne fosse accorto.


“Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa
mille miglia all’ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire andare alla velocità della luce.
Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio
mio, vuol dire solo esserci, esser là.”
Senza alcun preavviso, Ciang scomparve. Per riapparire in un batter d’occhio a una ventina
di metri da lì, sulla riva del mare. Poi di nuovo sparì e si ritrovò, nella stessa frazione di secondo,
accanto a Jonathan. “Pare un giochetto” disse.
Jonathan era sbalordito. Dimenticò di fare altre domande sul paradiso e chiese, invece: “Ma
come ci riesci? Che effetto fa? E fin dove riesci ad arrivare?”
“Puoi arrivare da qualsiasi parte, nello spazio e nel tempo, dovunque tu desideri” disse
l’Anziano. “Io mi sono recato in ogni luogo possibile e immaginabile, in ogni dove e in ogni quando.”
Lanciò uno sguardo al mare, all’orizzonte. “E’ buffo. Quei gabbiano che non hanno una meta
ideale e che viaggiano solo per viaggiare, non arrivano da nessuna parte, e vanno piano. Quelli invece
che aspirano alla perfezione, anche senza intraprendere alcun viaggio, arrivano dovunque, e in
un baleno. Ricordati, Jonathan, il paradiso non si trova né nello spazio né nel tempo, poiché lo spazio
e il tempo sono privi di senso e di valore. Il paradiso è…”
“Mi potresti insegnare a volare in quel modo?” E Jonathan fremeva tutto, all’idea di una
nuova vittoria sull’ignoto.
“S’intende, se desideri imparare.”
“Lo desidero, sì. Quando si comincia?”
“Anche adesso, se ti va.”
“Voglio imparare a volare in quel modo” disse Jonathan, e una strana luce brillava nei suoi
occhi. “Dimmi cosa devo fare.”
Ciang parlò con lentezza, fissando attentamente il suo giovane interlocutore. “Per volare
alla velocità del pensiero, verso qualsivoglia luogo,” disse “tu devi innanzitutto persuaderti che ci
sei già arrivato.”
Il segreto, secondo Ciang, stava tutto qui: Jonathan doveva smettere di considerare se stesso
prigioniero di un corpo limitato, un corpo avente un’apertura di centodieci centimetri e i cui itinerari
potevano venir tracciati su una carta nautica. Il segreto consisteva nel sapere che la sua vera natura
viveva, perfetta come un numero non scritto, contemporaneamente dappertutto, nello spazio e nel
tempo.
Jonathan si applicò, furiosamente, giorno dopo giorno, da prima dell’alba a dopo la mezzanotte.
Ma per quanti mai sforzi facesse, non riusciva a spostarsi di un’unghia.
“Lascia perdere la fede!” ripeteva sempre Ciang. “ Non t’è mica servita, la fede, per volare.
T’è bastato l’intelletto: capire la faccenda. E qui è la stessa cosa, Su, riprova.”
Poi un giorno, sulla spiaggia, a occhi chiusi, concentrato in se stesso, Jonathan afferrò, in
un baleno, quel che Ciang voleva dire. “Ma è vero! Io sono un gabbiano perfetto, senza limiti né limitazioni!”
E provò un grande brivido di gioia.
“Bravo!” gli disse Ciang, e il suo tono era di vittoria.
Jonathan riaprì gli occhi. Si trovava, con l’Anziano, loro due soli, da qualche altra parte.
Erano su una spiaggia sconosciuta. C’erano alberi fin sulla riva del mare, e due astri gemelli splendevano
in cielo.
“Finalmente hai capito il principio,” disse Ciang “anche se, naturalmente, la tua tecnica va
alquanto dirozzata.”
Jonathan era scombussolato. “Dove siamo?”
Del tutto indifferente a quello strano paesaggio, l’Anziano gli rispose in modo vago: “Siamo,
è ovvio, su n qualche pianeta con il cielo verde e un duplice astro per sole!”
Jonathan ruppe in un grido di gioia, il primo suono che emettesse da quando aveva lasciato
la terra. “FUNZIONA!”


“Sicuro che funziona, Jon” disse Ciang. “Funziona sempre, quando sai quel che fai. Dunque,
per quello che riguarda la tua tecnica…”
Quando furono di ritorno, era già buio. Gli altri gabbiani guardavano Jonathan sbigottiti,
ammirati: l’avevano pur visto scomparire, così, su due piedi.
Presero a fargli le congratulazioni, ma lui tagliò corto: “Sono io il novellino, qui. Sono alle
prime armi. Ho tantissime cose da imparare da voi, altroché”.
“Non direi, Jon” gli disse Sullivan, lì accanto. “Tu sei quello che ha meno paura d’impara-
re, fra tutti i gabbiani che ho visto in diecimila anni.” Lo Stormo ammutolì, e Jonathan si gingillava,
pieno d’imbarazzo.
“Bene. Possiamo cominciare a occuparci del fattore tempo, se ti va” gli disse Ciang. “E ci si
lavora su finché non arrivi al punto che sei in grado di volare nel passato e nel futuro. E, poi dopo,
uno è pronto per la parte più difficile, più forte, ma anche più piacevole di tutte. Uno è pronto per
volare verso le alte sfere, e arrivare a capire il segreto della bontà e dell’amore.”
Trascorse un mese, o qualcosa che sembrò durare un mese, durante il quale Jonathan fece
progressi sorprendenti. Aveva sempre avuto facilità d’apprendimento, ma adesso, come discepolo
prediletto dell’Anziano, assimilava le nozioni alla velocità di un computer, un cervello elettronico
piumato.
Ma poi un giorno arrivò la scomparsa di Ciang. Era lì insieme a loro che parlava, con calma,
a tutti quanti, esortandoli a non desistere mai dallo studio, a perseverare nelle esercitazioni, ad
approfondire la loro conoscenza di quel perfetto invisibile principio che governa la vita dell’univer-
so. Quando’ecco, sempre più, mentre parla così, le sue penne si fanno più splendenti, sempre più,
finché alfine nessuno dei gabbiani riesce a sostenerne più la vista.
“Jonathan,” disse Ciang, e queste furono le sue ultime parole, “tu séguita a istruirti sull’a-
more.”
Quando gli occhi abbagliati tornarono a vedere, Ciang non c’era più.
Man mano che i giorni passavano, sempre più di frequentemente capitava a Jonathan di ripensare
alla Terra donde era venuto. Se laggiù lui avesse conosciuto solo una decima, anche sono
una centesima parte, delle cose che adesso sapeva, quanto più senso avrebbe avuto allora, la vita!
Chissà, si domandava, riposando sul lido, chissà se laggiù adesso ci sarà qualche gabbiano che lotta
e s’arrovella per superare i propri limiti, per scoprire come il volo non sia solo qualcosa per procurarsi
un tozzo di pan secco, sulla scia d’una barchetta. Chissà se qualcun altro sarà stato esiliato
come me per aver proclamato le sue idee al cospetto dello Stormo.
E più Jonathan ripassava le lezioni di bontà, più meditava sulla natura dell’amore, più cresceva,
in lui, la nostalgia della Terra. Poiché, nonostante la vita solitaria che gli era toccato condurre,
il gabbiano Jonathan era nato per fare l’insegnante. E, per lui, mettere in pratica l’amore voleva
dire rendere partecipe della verità da lui appresa, conquistata, qualche altro gabbiano che a quella
stessa verità anelasse.
Sullivan – anche lui era dedito, adesso, ai voli alla velocità del pensiero, ed aiutava gli altri
ad imparare – non ne era mica tanto convinto però.
“Tu eri un esule, Jon, ai tuoi tempi, eri un Reietto. E come puoi illuderti che adesso i gabbiani,
gli stessi di allora, ti ascolterebbero? Tu conosci il proverbio, e dice il vero: Più alto vola il
gabbiano, e più vede lontano. Ma quei gabbiani lì, dalle tue parti, non si levano quasi da terra, stanno
sempre a schiamazzare e far baruffe fra di loro. Sono lontani le mille miglia dal cielo, e tu vorresti
farglielo vedere, il paradiso da laggiù dove si trovano? Jon, quelli lì non vedono al di là del proprio
becco! Resta qui. Qui puoi dare una mano ai novellini, che però sono abbastanza evoluti per intenderti.”
Tacque un attimo poi soggiunse: “E se Ciang fosse tornato al vecchio mondo prima della
sua venuta qui? Di’ un po’, cosa saresti, oggi, tu?”
Questo era un argomento convincente. Sì, Sullivan aveva ragione. Più alto vola il gabbiano,
e più vede lontano.


Quindi Jonathan rimase e si dedicò a istruire le reclute, man mano che arrivavano: erano
uccelli molto svegli e, tutti, imparavano assai presto. Ma la vecchia nostalgia tornava a pungerlo.
Non poteva far a meno di pensare che forse c’erano, sulla Terra, due tre gabbiani in grado di trarre
profitto dai suoi insegnamenti. Quanto più ne saprebbe, a quest’ora, lui, se Ciang gli fosse stato accanto,
nel suo esilio!
“Sully, devo tornare” disse infine. “I tuoi allievi già se la cavano bene. Ti aiuteranno loro, a
tirar su le nuove reclute.”
Sullivan sospirò, ma non discusse. Disse soltanto: “Sentirò la tua mancanza, Jonathan”.
“Che dici mai? Sully, vergogna!” lo rimproverò Jonathan. “Via, non dire sciocchezze! Cosa
studiamo a fare, tutto il giorno? Se la nostar amicizia dipendesse da cose come lo spazio e il tempo,
allora, una volta superati spazio e tempo, noi avremmo anche distrutto questo nostro sodalizio! Non
ti pare? Ma se superi il tempo e lo spazio, non vi sarà nient’altro che l’Adesso e il Qui, il Qui e l’A-
desso. E non ti sa che, in questo Hic et Nunc, noi avremo l’occasione di vederci, eh, ogni tanto?”
Il gabbiano Sullivan fu mosso a ridere, suo malgrado. “Che uccello matto che sei” disse in
tono affettuoso. “Semmai c’è uno che possa insegnargli, a quei rasoterra laggiù, a vedere lontano
mille miglia, questi è il gabbiano Jonathan Livingston.” Abbassò gli occhi, contemplò la sabbia.
“Addio, Jon, amico mio.”
“Arrivederci, Sully. Ci rivedremo ancora.”
Detto questo, Jonathan si concentrò col pensiero per trasferirsi con esso un un’altra spiaggia
e in un altro tempo, laggiù, dove vola un grande stormo di gabbiani. Ormai sapeva bene di non essere
di carne e ossa e penne, ma un’idea: senza limiti né limitazioni, una perfetta idea di libertà.
Il gabbiano Fletcher Lynd era giovane ancora, però era certo che nessun gabbiano avesse
mai subito un trattamento più duro del suo, da qualsivoglia Stormo, né avesse mai patito ingiustizia
peggiore.
Non me n’importa niente, di come la pensano loro!, rimuginava fra sé, furioso, mentre volava
verso le Scogliere remote, e la rabbia gli offuscava la vista. Dicano quel che gli pare, ma volare
non vuol dire soltanto portarsi da qua a là sbatacchiando le ali! Perfino un… una zanzara ne è capace!
Solo per aver eseguito qualche evoluzioncella, così, per gioco, sopra il capo dell’Anziano,
m’hanno esiliato! Eccomi Reietto! Ma non vedono? Ma sono proprio ciechi? Non si rendono conto
dell’ebbrezza che potrebbero provare se anche loro imparassero a volare sul serio?
Che m’importa di come la pensano quelli! Glielo farò vedere io, cosa s’intende per volare!
Io sarò un fuorilegge, se è a questo che han voluto ridurmi, ma li farò pentire amaramente…
A questo punto udì dentro di lui una voce e, per quanto soave essa fosse, ne prese un tale
spavento che vacillò e perdette l’equilibrio.
“Via, non essere duro con loro, Fletcher. Esiliando te, è a se stessi che hanno fatto del male.
Un giorno i loro occhi si apriranno. E allora la vedranno come te. Perdonali, e aiutali a capire.”
Guardò e vide alla sua destra – le ali quasi si toccavano – il più splendido e bianco dei gabbiani
volare senza sforzo accanto a lui, senza muovere una penna, e sì che lui filava, quasi al massimo.
Per un po’ regnò il caos nel cranio del giovane uccello.
Che cosa mi succede? Sono matto? Sono morto? Che cos’è questo?
Dolce e pacata, al voce parlò ancora e domandò: “Gabbiano Fletcher Lynd, ora rispondi, tu
desideri volare?”
“SI’, DESIDERO VOLARE!”
“Gabbiano Fletcher Lynd, sei disposto ad amare tanto il volo da perdonare i torti che hai subito,
e un giorno tornar là presso lo Stormo, e adoprarti perché gli altri imparino?”
Non sarebbe valso a niente mentire a quell’essere arcano e stupendo, per ferito che uno fosse
nel suo orgoglio.


“Son disposto, sì” rispose Fletcher Lynd a voce bassa.
“Allora, Fletch,” gli disse quella splendida creatura, in un tono di voce molto affabile, “cominceremo
con il volo orizzontale…”


Parte Terza
Jonathan volteggiava lentamente
sopra le Scogliere Remote, e osservava il suo discepolo. Fletcher Lynd, giovane e acerbo, era quasi
perfetto come allievo. Era forte e leggero e veloce e, quel che più contava, era divorato dalla passione
del volo.
Eccolo là che arriva, grigia piccola meteora, eccolo che esce da una picchiata, e sfreccia a
centocinquanta miglia all’ora davanti al suo istruttore. Ed ecco che ora cabra repentino e tenta un
mulinello verticale lento, in sedici movimenti staccati successivi. E li enumerava a uno a uno a voce
alta, i vari passaggi da una fase all’altra.
“…otto…nove…dieci…mamma mia come rallento…undici…vorrei poter frenare forte
come te…dodici…mannaggianoncelafopiù…tredici…’stiultimitremovimenti…quattor…aaaaak!”
Era arrivato alla scampanata finale (aveva cabrato quasi in verticale perdendo velocità fino
al limite dello stallo) ma non gli era riuscita anche perché s’era troppo innervosito per la paura di
non farcela: sicché cadde all’indietro, capitombolando, ed entrò in una vite rovescia. Alla fine si riprese,
ansimante, un trenta metri più sotto.
“Perdi tempo, Jon, con me! Ho i riflessi troppo lenti. Sono troppo scemo. Provo e riprovo,
ma non ci riesco mai.”
Jonathan guardò giù e gli fece un cenno col capo. “Non ci riuscirai no, finché forzi così la
cabrata. Fletch, hai perso quaranta miglia all’ora nella fase iniziale. Devi essere più sciolto. Deciso
ma scioltissimo, hai inteso?”
Planando si portò accanto al giovane. “Adesso ci proviamo insieme, in formazione. E sta’ attento
a quella cabrata. Dev’essere scorrevole, il passaggio.”
In capo a sei mesi, Jonathan aveva sei allievi, tutti esuli e reietti, ma pieni di passione. E curiosi
di quella novità: volare per la gioia di volare!
Tutti loro riuscivano meglio nella pratica, però, che non nella teoria: più lesti a eseguire gli
esercizi che ad afferrarne l’arcano perché celato in essi.
“Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del Grande Gabbiano, un’infinita idea di libertà,
senza limiti” spiegava loro Jonathan, la sera, sulla spiaggia. “E il volo di precisione è un passo
avanti verso l’espressione della nostra più vera natura. Noi dobbiamo lasciar perdere, scavalcare tutto
ciò che ci limita. Ecco il perché di questi nostri esercizi di volo rallentato, volo veloce, volo acrobatico…”
Ma a questo punto i suoi discepoli già dormivano, esausti dopo l’intensa giornata di voli.
Essi amavano molto addestrarsi, godevano dell’ebbrezza dell’aria, avevano una sete di cose nuove
che, di lezione in lezione, si faceva soltanto più forte. Ma nessuno di loro, neppure Fletcher Lynd,
riusciva a capacitarsi che i voli del pensiero possano essere tanto reali quanto i voli nel vento e con
le penne.
“Il vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall’una all’altra punta delle ali,” diceva
loro Jonathan, ancora, “non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile,
concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero.”
Niente. Gli pareva una favola. Comunque lui esponesse il suo credo, a loro faceva sempre
l’effetto di una bella fiaba. Eppoi avevano il sonno arretrato.
Trascorso un altro mese, Jonathan disse che era tempo di far ritorno allo Stormo.


“Non siamo ancora pronti!” disse il gabbiano Henry Calvin. “Eppoi quelli là non ci vogliono.
Ci hanno buttato fuori. Non possiamo mica imporre la nostra presenza dove non è gradita!”
“Siamo liberi di andare dove ci aggrada e di essere quelli che siamo” rispose Jonathan e, levatosi
in volo, fece rotta verso oriente, dove aveva dimora lo Stormo.
Fu un momento d’angoscia pei discepoli: la Legge dello Stormo ferreamente vietava il ritorno
del Reietto. Nessuno aveva infranto questa legge, mai una volta in diecimila anni. Ora la Legge
comandava di restare, Jonathan di andare. E lui era già lontano più di un miglio, solitario sul mare.
Se indugiavano ancora, si sarebbe trovato ad affrontare da solo l’ostilità dello Stormo.
“Bé… non siamo tenuti a osservare la Legge, se non facciamo parte dello Stormo” disse
Fletcher, piuttosto impacciato. “Eppoi, se c’è una zuffa, saremo più d’aiuto là.”
E così, quel mattino, arrivarono in volo da occidente. Erano in otto e volavano in compatta
formazione, a doppio rombo, con le ali che quasi si sfioravano. Sorvolarono la Spiaggia del Consiglio
a centotrentacinque miglia orarie, Jonathan in testa, Fletcher agile e sciolto alla sua destra, henry
Calvin, forzando un po’ di più, alla sua sinistra. Poi l’intera formazione compì come un sol uccello
una virata… in volo orizzontale… poi rovescio… poi di nuovo orizzontale, veloci come il vento.
Quasi quella formazione fosse stata un’enorme cesoia, tagliò netto le strida e il gracchiare di
cui la spiaggia, al solito, ferveva brulicante. E ottomila pupille di gabbiano guardarono, sbarrate.
Uno dopo l’altro, gli otto uccelli si impennarono fulminei e ognuno descrisse una gran volta, al termine
della quale venne a posarsi lentamente sulla sabbia. Poi, come se quella fosse cosa di ogni
giorno, il gabbiano Jonathan si mise a fare i suoi rilievi sulla manovra appena effettuata.
“In primo luogo,” disse, con disappunto, “siete stai un tantino lenti nella fase di raduno…”
Fu come se un filmine si fosse abbattuto nel bel mezzo dello Stormo. Ma sono dei reietti,
quegli uccelli! E hanno osato ritornare! Ma questo è inaudito… inammissibile! Lo sbigottimento era
tale che valse a sovvertire il pronostico di Fletcher: e non ci fu battaglia. Solo confusione.
“Bé, d’accordo, sì, sì, sono reietti,” dicevano alcuni dei gabbiani più giovani “ma accidenti!
Dove avranno imparato a volare in quel modo?”
Ci volle quasi un’ora perché l’ordine dato dall’Anziano si diffondesse di becco in becco per
tutto lo Stormo: la consegna era ignorarli. Il gabbiano che rivolge la parola a un reietto, è reietto anche
lui. Il gabbiano che posa lo sguardo su un reietto, infrange la Legge dello Stormo.
Sicché, da quel momento, tutti stornarono gli occhi da Jonathan e si voltarono dall’altra parte,
ma lui non parve neanche farci caso. Seguitò a tener lezione, imperterrito, proprio lì sulla Spiaggia
del Consiglio; e si mostrava, con i suoi allievi, più severo che mai, più esigente, perché dessero
il meglio di sé.
“Gabbiano Martin!” gridò a un certo punto. “E tu quello lo che chiami volo rallentato? Se
sai fare meglio, faccelo un po’ vedere! AVANTI!”
Allora Martin William, un gabbiano piccoletto e tranquillo, stimolato da quell’inatteso cicchetto,
ce la mise proprio tutta e superò se stesso in quell’esercizio. Con appena una bava di brezza
riuscì, torcendo le penne, a sollevarsi senza un battito d’ali dalla sabbia alle nubi, e a ridiscendere
aliando.
Del pari, il gabbiano Charles-Roland volò nel Vento della Grande Montagna a un’altezza di
settemila metri, ne tornò paonazzo dal freddo, mezzo intontito ma felice, e deciso a volare più in
alto l’indomani.
Il gabbiano Fletcher, ch’era il più appassionato di tutti per le acrobazie, effettuò un tonneau
verticale in sedici distinti movimenti, e il giorno seguente ci aggiunse, come tocco finale, una ruota
tripla. Le sue penne sfavillavano ardite nei raggi del sole, e più d’un paio d’occhi si levarono, furtivi,
dalla spiaggia, ad ammirarlo.
E sempre Jonathan era là al fianco dei suoi discepoli, a guidarli, a dar loro degli esempi,
prodigo di strigliate e di consigli. Volava insieme a loro nella notte, attraverso le nebbie e le tempeste,
e per il puro piacere di volare, mentre lo Stormo, miserabilmente, infreddoliva a terra.


Terminate le lezioni di volo, gli allievi si ricreavano sulla sabbia. E, con l’andar del tempo,
presero ad ascoltare Jonathan con maggior attenzione. Aveva, sì, certe sue folli idee che loro no riuscivano
a capire, però ne aveva anche tante altre che loro comprendevano e trovavano sensate.
A poco a poco, la sera,, intorno al cerchio dei discepoli, venne a formarsi un secondo cerchio:
un cerchio di gabbiani che ascoltavano curiosi, per ore di file, nel buio, gli uni fingendo di
ignorare gli altri, per essere ignorati a loro volta. Prima dell’alba, chiotti, se la svignavano.
Era trascorso un mese dal Ritorno, quando il primo gabbiano dello Stormo si decise a varcare
il confine. Chiese che gli insegnassero a volare. Con quell’altro, Gabbian Terence Lowell si poneva
al di fuori della Legge, e riceveva il marchio di Reietto. Ma ora Jonathan aveva otto discepoli.
La notte successiva, a farsi avanti fu Gabbian Kirk Maynard
: barcollando e strascicando un’ala sulla sabbia. Si gettò ai piedi di Jonathan. “Aiutami,” gli
disse molto calmo, con quel tono che è dei moribondi, “desidero volare più di qualunque altra cosa
al mondo…”
“Vieni con noi, allora” gli disse Jonathan. “Sollevati dal suolo insieme a me, e cominciamo
quando ti pare.”
“Non capisci. La mia ala… Io non riesco a muoverla.”
“Maynard, tu sei libero di essere te stesso, questa è la libertà che hai, adesso qui, e nulla ti
può essere d’ostacolo. Questa è la Legge del Grande Gabbiano, la legge che E’.”
“Intendi dire che… posso volare?”
“Dico che tu sei libero.”
Semplicemente, allora, Kirk Maynard allargò le ali, così, senza il minimo sforzo, e si levò
nel cielo oscuro della notte. Lo Stormo fu destato di soprassalto dalle sue grida. Gridava a squarciagola,
da un’altezza di più di cento metri: “So volare! Ehi, guardate! SO VOLARE!”
Al levar del sole, erano circa mille gli uccelli che si accalcavano intorno alla cerchia degli
allievi, per guardare Kirk Maynard, curiosi. E non glien’importava, d’esser notati. Ascoltavano il
gabbiano Jonathan, e cercavano tutti di capirlo.
Lui parlava di cose molto semplici. Diceva che è giusto che un gabbiano voli, essendo nato
per la libertà, e che è suo dovere lasciar perder e scavalcare tutto ciò che intralcia, che si oppone alla
sua libertà, vuoi superstizioni, vuoi antiche abitudini, vuoi qualsiasi altra forma di schiavitù.
Sorse una voce dalla moltitudine: “Scavalcare anche la Legge dello Stormo?”.
“L’unica vera legge è quella che conduce alla libertà” disse Jonathan. “Altra legge non c’è.”
“E tu pensi che noi saremmo buoni di volare uguale a te?” si levò un’altra voce. “Tu sei fuori
del comune, e ci hai doti divine, mica sei un uccello compagno a noi!”
“Fletcher allora? E Lowell? O sennò prendi Charles-Roland! O guarda Judy Lee! Anche loro
sono fuori del comune e hanno doti divine, secondo te? L’unica differenza, credi a me, è che loro
hanno compreso ciò che veramente sono, e ora tendono a metterlo in pratica. Hanno cominciato ad
adeguarsi a se stessi!”
Gli allievi, tranne Fletcher, s’innervosirono, messi a disagio. Non s’erano resi conto ch’era
quello, che stavano facendo.
“Vanno dicendo, quelli dello Stormo,” disse Fletcher a Jonathan un giorno, dopo le prove di
velocità, “che, se tu non sei il Figlio del Grande Gabbiano in persona, allora sei un par di mila anni
in anticipo sul tempo.”
Jonathan sospirò. Si corre sempre il rischio di venire fraintesi, pensò. O ti danno del demonio
o ti chiamano dio. “E tu, Fletcher, che ne pensi? Ti pare che siamo in anticipo sul nostro
tempo?”
Un lungo silenzio. “Bé, direi che questo modo di volare può benissimo esser cosa dei tempi
nostri, bastava che qualcuno si desse la briga di scoprirlo. Voglio dire, non è cosa che ha a che fare
col tempo. In anticipo saremo sul costume, sulle usanze, semmai. Più evoluti degli altri gabbiani,
saremo.”


“E’ qualcosa” disse Jonathan, virando per planare. “Molto meglio che trovarci in anticipo sul
nostro tempo!”
Accadde giusto una settimana dopo. Fletcher stava impartendo una lezione propedeutica a
un gruppo di matricole. Era appena uscito da una picchiata da oltre duemila metri e, nella richiamata,
sfrecciava a pochi palmi dalla spiaggia, quando un giovane uccello ai primi voli planò direttamente
sulla sua traiettoria, e chiamava la madre. Il giovane Fletcher aveva un decimo di secondo
per evitare il piccolo e così effettuò una fulminea virata sulla sinistra e andò a schiantarsi, a duecento
miglia l’ora, contro un masso di granito.
Quella roccia per lui fu la soglia attraverso cui si accede in un diverso mondo. Ci fu un cozzo
accecante, un nero scoppio di terrore e stupore, e un istante dopo egli vagava alla deriva in uno
strano cielo, immemore, a tratti ricordando qualche cosa, di nuovo scivolando nell’oblio, ora triste,
ora pieno di paura, ora infinitamente sconsolato.
La voce giunse a lui come quel primo giorno che aveva incontrato il gabbiano Jonathan Livingston.
“Il fatto è, Fletcher, che bisogna superarli un po’ alla volta, i nostri limiti, con un po’ di pazienza.
Qui sta il trucco. Tu non eri ancora pronto per volare attraverso la roccia. Non c’eravamo
ancora arrivati, a quel punto del programma.”
“Jonathan!”
“Noto anche come il Figlio del Grande Gabbiano.”
“Ma cosa fai tu qui? Quella rupe! Sono… io sono… morto… non è vero?”
“Oh, dài, Fletch. Basta riflettere. Se adesso stai parlando con me non puoi essere morto, dico
bene? E’ successo soltanto che hai cambiato, in maniera un po’ brusca, livello di coscienza. Ecco
tutto. E adesso, a te la scelta. Puoi restare costì, e imparare nuove cose a codesto livello – che, peraltro,
è alquanto più elevato di quello da cui provieni – oppure puoi tornare a prestare la tua opera
presso lo Stormo. Eh, gli Anziani ci speravano in una qualche disgrazia, anche se ora si mostrano
sgomenti per il grosso favore che gli hai reso!”
“Voglio tornare presso lo Stormo, è chiaro. Avevo appena cominciato il corso, con quel
gruppo di matricole!”
“D’accordo, Fletcher. Ricordi? Ti dicevo che il corpo non è altro che un grumo di
pensiero…”
Fletcher scosse la testa e stiracchiò le ali e aprì gli occhi, ai piedi della rupe. Intorno a lui si
era radunato tutto lo Stormo. Quando si mosse, dalla turba si levò un gran clamore di strida e gracchiamenti.
“E’ resuscitato! Era morto e adesso è vivo un’altra volta!”
“L’ha toccato con la punta dell’ala! Glia ha ridato la vita! Il Figlio del Grande Gabbiano!”
“No! Lui stesso lo nega! E’ un demonio! E’ il DIAVOLO! E’ venuto a disgregare lo
Stormo!”
La turba era formata da tremila gabbiani, quattromila. Erano spaventati, da quello cui avevano
assistito. Ed il grido “E’ IL DIAVOLO! IL DIAVOLO!” passò come una procella in mezzo a
loro. Vitrei gli occhi, affilati i rostri, s’avanzavano, pronti a uccidere.
“Ti sentiresti più tranquillo, Fletcher, se tagliassimo la corda?” chiese Jonathan.
“Non credo che farei molte obiezioni…”
E, da un istante all’altro, eccoli a mezzo miglio da lì, e i rutilanti della turba non beccarono
altro che aria.
“Chissà perché,” si arrovellava Jonathan “ la cosa più difficile del mondo è convincere un
uccello che egli è libero? E che può dimostrarlo a se stesso, solo che ci metta un po’ di buona volontà?
La libertà basta solo esercitarla. Ma perché? Perché dev’essere tanto difficile?”


Fletcher batteva ancora gli occhi, dopo quel rapido mutamento di scena. “Ma come hai
fatto? Come siamo arrivati da là a qui?”
“Eri d’accordo, no, che si tagliasse la corda?”
“Sì, ma come hai fatto…”
“Per tutte le cose, Fletcher, è questione d’esercizio!”
Quando fu la mattina seguente, lo Stormo aveva già dimenticato la sua collera. Fletcher no.
“Ti ricordi che una volta mi dicesti, tu, Jonathan, che bisogna voler bene allo Stormo, perdonarli,
tornare tra loro, e aiutarli a capire, imparare?”
“Certo.”
“Ma di’ un po’, come fai ad amare una tale marmaglia di uccelli che ha tentato addirittura
d’ammazzarti?”
“Oh, Fletch, non è mica per questo che li ami! E’ chiaro che non ami la cattiveria e l’odio,
questo no. Ma bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c’è in ognuno,
e aiutarli a scoprirla da se stessi, in se stessi. E’ questo che io intendo per amore. E ci provi anche
gusto, una volta afferrato lo spirito del gioco.”
E seguitò: “Mi ricordo per esempio di un bellicoso uccello che, di nome, si chiamava Fletcher.
Era giovane. E l’avevano esiliato, era un Reietto. E aveva giurato vendetta, era pronto a combattere
contro lo Stormo all’ultimo sangue. E così si accingeva a fabbricarsi il suo piccolo inferno
privato, là, alle Scogliere Remote. Ed eccolo qua oggi, invece, intento a edificare un paradiso, e a
guidare tutto quanto lo Stormo verso questa mèta”.
Fletcher si volse verso il suo istruttore, e nei suoi occhi passò lo sgomento: “Guidarli io?
Che cosa intendi dire? Io guidarli? Sei tu, qui, l’istruttore, il maestro. E mica puoi andartene così”.
“Non posso, eh? Ma di’, non pensi che potrebbero esserci altri stormi, altri Fletcher, altrove,
dove potrebbe esserci più bisogno di un maestro che non qui? Qui, voialtri avete già iniziato il cammino
verso al luce.”
“Ma io, Jon, sono un semplice gabbiano mentre tu…”
“…sarei l’unico Figlio del Grande Gabbiano, vuoi dire?” Jonathan sospirò e guardò l’oriz-
zonte. “Tu non hai più bisogno di me. Devi solo seguitare a conoscere meglio te stesso, ogni giorno
un pochino di più, trovare il vero gabbiano Fletcher Lynd. E’ lui, il tuo maestro. E’ lui, che tu devi
capire. E’ in lui che tu devi esercitarti: a esser lui.”
Di lì a poco il corpo di Jonathan prese a tremolare nell’aria, come una lingua di fuoco, e farsi
trasparente. “Fa’ che non si spargano sciocche dicerie sul mio conto. E fa’ anche che non mi trasformino
in un dio. Intesi, Fletch? Sono solo un gabbiano. Mi piace volare...”
“JONATHAN!”
“Povero Fletch. Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono
solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai
come si vola.”
Il tremulo barlume si spense del tutto. Il gabbiano Jonathan era svanito nell’aria, nell’impal-
pabile aria.
Di lì a poco, fattosi forza, Fletcher Lynd si levò in volo. E incontrò un gruppo di nuovi adepti,
ansiosi di ricevere la loro prima lezione.
“Innanzi tutto,” incominciò, piuttosto greve, “vi dovete render conto che un gabbiano è fatto
a immagine del Grande Gabbiano, è un’infinita idea di libertà, senza limite alcuno, e il vostro corpo,
da una punta dell’ala a quell’altra, altro non è che un grumo di pensiero.”
I giovani gabbiani lo guardavano, stupiti e un po’ canzonatori. Ehi ehi, pensavano, è così che
tu c’insegni la gran volta?
Fletcher sospirò e ricominciò daccapo. “Hm. Dunque…” E li scrutò con occhio critico. “Allora
cominceremo dal volo orizzontale.” E mentre pronunciava quelle parole, si rese conto, così,
d’un tratto, che il suo amico non era più divino di quanto lui stesso, Fletcher, non fosse.


Senza limiti, eh, Jonathan? Pensò. E va bene. Giorno verrà che ti comparirò davanti, all’im-
provviso io, sulla tua spiaggia, per insegnarti una cosetta o due, in materia di volo, amico mio!
E quantunque cercasse di mostrarsi tutto serio e severo ai suoi allievi, il gabbiano Fletcher, a
un tratto, per un attimo, li vide come veramente erano, e sorrise: non soltanto gli piacevano, li amava.
Quello che vide era molto bello. Nessun limite, eh, Jonathan? Pensò, e sorrideva. Era come l’ini-
zio di una gara: aveva cominciato a imparare.
CIBO PER L ANIMA

harrypotter79
00Monday, March 9, 2009 7:02 PM
Io ti denuncio!!!! [SM=g27987] [SM=g27987] [SM=g27987]
sono 18 pagineeeeeeeeeeeeeeee [SM=g27993] [SM=g27993]

Comunque belle! [SM=g27988]

ciao Ciuky!

harry [SM=g27994]
falconero@
00Wednesday, March 11, 2009 2:51 PM
Eh ehhhh,
il falchetto volo più in alto !!!! [SM=g27985]

harrypotter79
00Wednesday, March 11, 2009 6:27 PM
Ciao falchetto!!!

harry [SM=g27987]
harrypotter79
00Thursday, March 12, 2009 11:33 AM
piu' leggo questa storia del gabbiano Jonathan e piu'
capisco quanto sia "un insegnamento" la letteratura!

Grande l'Autore e grande Ciuky!

Grazie di cuore

harry [SM=g27985]

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