Un altro mito da sfatare: Il mito di San Pietro a Roma

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Agabo
00Sunday, November 17, 2013 3:18 PM

Cristianalibera
00Sunday, November 17, 2013 3:41 PM
Ireneo di Smirne (130-202 d.C.), vescovo di Lione, discepolo di San Policarpo il quale fu discepolo di Giovanni, che nel 180 d.C. scrive:

"Dunque la tradizione degli apostoli manifestata in tutto quanto il mondo, possono vederla in ogni Chiesa tutti coloro che vogliono riscontrare la verità, così possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. (…)Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi… Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte — essa nella quale per tutti gli uomini è sempre stata conservata la tradizione che viene dagli apostoli. Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell'episcopato; di quel Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo (cf. 2Tm 4, 21). A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l'episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la predicazione e davanti agli occhi la loro tradizione. E non era il solo, perché allora restavano ancora molti che erano stati ammaestrati dagli apostoli. Dunque, sotto questo Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinzi un'importantissima lettera per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione che aveva appena ricevuto dagli apostoli… A questo Clemente succede Evaristo e, ad Evaristo, Alessandro; poi, come sesto a partire dagli apostoli, fu stabilito Sisto; dopo di lui Telesforo, che dette la sua testimonianza gloriosamente; poi Igino, quindi Pio e dopo di lui Aniceto. Dopo che ad Aniceto fu succeduto Sotere, ora, al dodicesimo posto a partire dagli apostoli, tiene la funzione dell'episcopato Eleutero. Con quest'ordine e queste successioni è giunta fino a noi la tradizione che nella Chiesa a partire dagli apostoli è la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità", (Ireneo di Lione, Adversus haereses 3, 3, 1-3)
Cristianalibera
00Sunday, November 17, 2013 3:54 PM
www.zenit.org/it/articles/la-tomba-dell-apostolo-pietro-nella-necropoli-vaticana-pri...

La tomba dell'apostolo Pietro nella Necropoli Vaticana

L'esistenza delle reliquie del Santo confermate dalle analisi scientifiche (prima e seconda parte)


La culla della Cristianità. E’ cosi che viene definitala Basilicadi S. Pietro con tutto ciò che fa da contorno al più grande monumento della cristianità, per la gioia di fedeli e turisti che a milioni lo visitano ogni anno. Pochi però riflettono sul fatto che la presenza della Basilica è stata direttamente condizionata, fin dalla sua prima fondazione ad opera dell’Imperatore Costantino, dalla necropoli cristiano/pagana che accoglie le spoglie mortali dell’Apostolo Pietro. E’ stato ormai appurato (a dispetto di quanti ancora sostengono che non abbia mai messo piede a Roma) che Pietro venne martirizzato all’interno del circo di Caligola e Nerone, i cui resti sono stati identificati al di sotto della navata sinistra della Basilica e sepolto nelle immediate vicinanze.

L’Ager Vaticanus (corrispondente all’area della piana alluvionale compresa tra il colle Vaticano, il Gianicolo e Monte Mario) pare fosse fin dalla prima frequentazione destinato esclusivamente ad uso funerario. La parte monumentale era caratterizzata dalla presenza della Meta Romuli e dal Terebinthus Neronis. La Meta Romuli era una sepoltura a forma piramidale di epoca augustea (architettura tipica del periodo) della anche ‘Piramide Vaticana’. Venne abbattuta nel 1499 su ordine di papa Alessandro VII creando via Alessandrina per collegare il Vaticano con il Tevere. Accanto sorgeva il Terebinthus Neronis, un mausoleo a pianta circolare con torre sovrapposta che venne demolito nel VII secolo e i blocchi della pavimentazione che lo circondavano vennero utilizzati per i gradoni della Basilica. La tradizione voleva che nello spazio compreso tra i due sepolcri monumentali fosse avvenuto il martirio di S. Pietro, ragion per cui per molti secoli la piramide venne rappresentata come simbolo del martirio.

Per suffragare le notizie e ricostruire il quadro storico di quanto accadde subito dopo il martirio, ci vengono in soccorso fonti letterarie che rappresentano importanti testimonianze del passato. Alla fine del I secolo risale la testimonianza di Clemente, capo della comunità cristiana di Roma, il quale descrive la persecuzione neroniana di cui Pietro rimase vittima e dei sanguinosi spettacoli che si svolgevano nel Circo sul colle Vaticano, concetti poi ripresi e descritti anche dallo storico Tacito.

Di poco più recenti (II secolo) sono i due scritti de ‘l'Ascensione d'Isaia’ e ‘l'Apocalisse di Pietro’, che confermano che non soltanto Pietro morì a Roma ma lo fece in seguito al martirio neroniano del 64 d.C. La presenza a Roma dell’Apostolo è inoltre suffragata dal fatto che mai nessuno in passato ha rivendicato di possedere la sua tomba, segno dunque che le fonti possono esclusivamente limitarsi al raggio d’azione nella Capitale. Il primo riferimento alla tomba dell’Apostolo è quella risalente al periodo tardo imperiale (II-III secolo d.C.) e riportata da Eusebio, storico della Chiesa, che cita un presbitero romano di nome Gaio, il quale fa riferimento alla sepoltura definendola il ‘trofeo’ di Pietro in Vaticano.

Le fonti letterarie sono state per molti secoli l’unico elemento certo a cui aggrapparsi per poter ricostruire vicende oscure o ricostruire fatti storici di cui se n’era persa memoria. Fortunatamente da alcuni anni è venuta in soccorso degli storici l’archeologia la quale, come vedremo, non soltanto ha confermato l’esistenza della tomba di Pietro, ma ha anche permesso il suo ritrovamento. Sembra incredibile ma soltanto nel 1939, sotto il pontificato di Pio XII, vennero avviate ricerche sistematiche allo scopo di confermare (ma la scienza talvolta impone anche smentire) le fonti letterarie accumulatesi nei secoli.

Nel decennio degli anni ’40 vennero cosi realizzati scavi che confutassero quanto ipotizzato, i quali, a causa di una cattiva gestione ed esecuzione, stentavano a dare risposte. Ciononostante i lavori misero in evidenza una serie di dati che alla lunga furono preziosi alla studiosa Margherita Guarducci per una coerente ricostruzione del quadro storico degli avvenimenti.

Sappiamo infatti che l’imperatore Costantino decise di sotterrare l’antica necropoli all’inizio del IV secolo livellando il terreno per la futura basilica, che venne realizzata in funzione di un punto fisso sotterraneo.

Venne inoltre evidenziato che al di sotto dell’Altare della Confessione, attualmente utilizzato per le funzioni religiose, vi era la sovrapposizione di una serie di altari che si collocavano esattamente al di sopra di un monumento che si riteneva fosse stato realizzato in onore di Pietro tra il 321 e il 326. Il monumento di Costantino inglobò tre precedenti realtà architettoniche: un muro della seconda metà del III secolo (chiamato dagli archeologi ‘muro g’), una edicola funeraria (da identificarsi con il già citato ‘trofeo di Gaio’ addossato ad un muro rivestito di intonaco color rosso) e una piccola tomba detta ‘terragna’ (poggiante direttamente sulla terra) ricavata all’interno dell’edicola funeraria. All’atto dell’apertura del chiusino della tomba, il contesto risultò alterato e nessuna reliquia ossea venne riportata alla luce.

ROMA, 16 Novembre 2013 (Zenit.org) - Alla fine di questa decennale campagna di scavo, ancora parecchi interrogativi aleggiavano nella mente degli studiosi. Non solo infatti il nome di Pietro, nonostante i moltissimi graffiti dell’epoca rinvenuti sulla parete di fondo (ma all’inizio soltanto superficialmente studiati) non compariva, ma, cosa più importante per l’identificazione, non erano state rinvenute le ossa lì dove si riteneva potessero essere (tomba ‘terragna’).

La matassa venne dipanata dall’archeologa Guarducci a partire dal 1952. Ella infatti ritrovò e riconobbe il nome dell’Apostolo in una tomba della necropoli originariamente appartenuta alla gens Valeria ma anche nei graffiti, ora adeguatamente studiati, che erano presenti nel cosiddetto ‘muro g’.

Per completare il quadro di identificazione mancava il ritrovamento dell’elemento più importante: le reliquie di Pietro. Aver identificato la tomba ‘terragna’ vuota aveva frustrato non poco i ricercatori i quali, individuata l’edicola, avevano dato per scontato che quello potesse essere l’unico punto dove avrebbero potuto rintracciarle. Ma l’archeologia, si sa, non è una scienza esatta. Ciò che si dà per scontato nel campo della ricerca è spesso la stonatura che non fa quadrare i conti. Durante gli scavi degli anni ’40 infatti venne ritrovata nel muro costantiniano una nicchia a cui inizialmente non venne data, inspiegabilmente, nessuna importanza. All’interno erano state rinvenute delle ossa che vennero trasportate in un ambiente sotterraneo e accatastate per circa dieci anni all’interno di una cassetta in legno insieme a una serie di materiali archeologici fino ad allora rinvenuti. Nel settembre del 1953 vennero ritrovati dalla Guarducci e trasferiti in un ambiente più consono alla conservazione (l’umidità li stava lentamente sfaldando) nonostante non fossero stati immediatamente identificati. Soltanto quando si decise di approfondire lo studio su quelle reliquie iniziarono ad emergere particolari interessanti sulle stesse e sul contesto del ritrovamento.

Venne appurato infatti che le reliquie erano state rinvenute all’interno del loculo ricavato nel muro di epoca costantiniana interamente rivestito di marmo (precisamente porfido), rivestimento solitamente destinato a sepolture di grande riguardo. Compreso che l’importanza del loculo era da mettere direttamente in relazione con le reliquie rinvenute, si decise di avviare lo studio e l’analisi delle stesse, affidandole ad esperti del settore e a specialisti in scienze sperimentali, nonché agli esami dell’antropologo Venerando Correnti. La loro identificazione come effettivamente appartenenti all’apostolo Pietro venne annunciata da Papa Paolo VI nel 1968. Le analisi rivelarono che le ossa (corrispondenti a circa la metà dello scheletro) appartenevano ad un individuo dall’età approssimativa di 60/70 anni (che confermano quanto sappiamo circa l’età approssimativa del martirio di Pietro) ed erano avvolte in un tessuto di porpora di murice (mollusco gasteropode da cui si estrae il colore) ed intessuto d’oro purissimo. Le tracce del tessuto rinvenute erano accompagnate da altre tracce terrose corrispondenti esattamente al tipo di terra contenuta all’interno della fossa ‘terragna’, segno dunque che prima della traslazione da parte dell’imperatore Costantino erano effettivamente li contenute.

Quanto finora evidenziato sarebbe più che sufficiente a fugare qualsiasi altro dubbio anche nelle menti dei più scettici, ma trattandosi di uno dei fondamenti più rilevanti della storia della Chiesa Cristiano/Cattolica è bene dare, lì dove è possibile, ulteriori conferme.

L’analisi del loculo del cosiddetto ‘muro g’ ha messo in evidenza un graffito in lingua greca che riporta la frase ‘Pietro è (qui) dentro’. Ma l’elemento che si ritiene assolutamente inequivocabile ci viene dato proprio dal posizionamento della Basilica soprastante. Il loculo del ‘muro g’ (il contenitore delle reliquie) causò nell’asse della prima basilica un significativo spostamento verso nord rispetto alla poco distante edicola funeraria che rappresentava la prima sepoltura dell’Apostolo. Questa variazione dell’asse non soltanto influenzò l’edificio di costantiniana memoria ma anche gli apporti successivi come la cupola di Michelangelo e il baldacchino del Bernini.

La definitiva attribuzione delle reliquie, possibile attraverso le fonti letterarie ma soprattutto attraverso l’apporto dell’archeologia, ha fornito un’ulteriore spinta emotiva a chi vive con grande partecipazione questi luoghi così carichi di storia e religiosità.

L’attribuzione delle reliquie dell’Apostolo Pietro non apportano assolutamente nulla di nuovo agli insegnamenti religiosi in cui si crede, ma incoraggiano senz’altro alla riflessione su quanto importante possa essere per ciascuno di noi seguire i dettami cristiani di amore, pace e fratellanza tra gli uomini, gli stessi per cui la storia ci insegna, molte persone hanno sacrificato la propria vita terrena.
kelly70
00Sunday, November 17, 2013 4:37 PM
La loro identificazione come effettivamente appartenenti all’apostolo Pietro venne annunciata da Papa Paolo VI nel 1968. Le analisi rivelarono che le ossa (corrispondenti a circa la metà dello scheletro) appartenevano ad un individuo dall’età approssimativa di 60/70 anni (che confermano quanto sappiamo circa l’età approssimativa del martirio di Pietro) ed erano avvolte in un tessuto di porpora di murice (mollusco gasteropode da cui si estrae il colore) ed intessuto d’oro purissimo. Le tracce del tessuto rinvenute erano accompagnate da altre tracce terrose corrispondenti esattamente al tipo di terra contenuta all’interno della fossa ‘terragna’, segno dunque che prima della traslazione da parte dell’imperatore Costantino erano effettivamente li contenute.

Una prova simile in un tribunale non reggerebbe nemmeno 5 minuti.

Devo spiegarvi perché? [SM=g27987]

Agabo
00Sunday, November 17, 2013 6:58 PM
Cito da "I peccati del Vaticano" di Claudio rendina - da pag. 6 a pag. 18:

Falsa testimonianza
«Non dire falsa testimonianza» è l'ottavo dei dieci comandamenti, ma costituisce il primo peccato del Vaticano, e si manifesta in una lunga serie di falsità. È il peccato che determina prima di tutto l'accreditamento della Chiesa di Roma come «madre e capo di tutte le chiese» in collegamento alla falsificazione della struttura della Chiesa dalla fine del I secolo, che muove dalla mitizzazione, nella capitale dell'antico impero, della figura di Pietro, predestinato da Gesù alla guida della Chiesa secondo la frase riportata nel Vangelo di Matteo (16,18): «Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa». Sentenza che compare a gigantesche lettere nere su fondo oro nella basilica romana di San Pietro. Le prove della veridicità di tale affermazione deriverebbero da alcune reliquie e dall'individuazione dei luoghi di Roma dove l'apostolo avrebbe abitato, sarebbe stato prigioniero e quindi sarebbe morto. Da ciò conseguirebbe anche il riconoscimento di Pietro come primo vescovo di Roma, in accordo con l'indicazione della più antica lista dei vescovi
romani scritta da Ireneo di Lione - che in realtà non è che una ricostruzione del II secolo - il cui primato è stato fino a oggi avallato e riportato ufficialmente nell'Annuario Pontificio, documentazione canonica della Santa Sede.
Contemporaneamente si accredita alla Chiesa di Roma il potere temporale - che si origina dalle proprietà di terreni frutto di donazioni dei fedeli, con la costruzione di basiliche sotterranee e loculi nelle catacombe -, che viene ufficializzato sulla base della grandiosa donazione territoriale che la Chiesa avrebbe avuto dall'imperatore Costantino, fondandone la sua gestione con la successiva costituzione del Sacro Romano Impero e basandone quindi il governo sulle cosiddette "False Decretali".
Sul piano religioso la Chiesa ha inoltre elevato alla gloria degli altari santi inesistenti o risultati in seguito non dotati di particolari virtù; e fin dalle origini ha proclamato autentiche un gran numero di reliquie, senza la possibilità né la volontà di alcuna verifica scientifica, a parte la evidente futilità di molte.
Rientra nella falsa testimonianza anche la condanna della Massoneria, che prevede la scomunica per il peccato d'iscrizione a questa società segreta. Si dà il caso, infatti, che secondo un'indagine giornalistica, molti rappresentanti della Santa Sede siano risultati iscritti alla Massoneria, e che su di loro non sia mai stata
applicata la scomunica; né di questa notizia, si mai è avuta alcuna smentita. E ancora una volta il Vaticano ha peccato di falsa testimonianza, spacciando per terra di missione il paradiso fiscale del suo denaro nelle mitiche Isole Cayman.
San Pietro è la roccia della Chiesa di Roma La figura di Pietro è segnalata come "roccia" della Chiesa da Gesù nel solo Vangelo di Matteo: «Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa». In realtà si ritiene che la frase sia stata «composta dopo la passione dalla comunità palestinese o, più tardi, dalla comunità di Matteo», come osserva il teologo cattolico Hans Kung. Quel vangelo, infatti, non fu scritto da Matteo ma da un anonimo cristiano verso la fine del I secolo, proprio per dare priorità a Pietro e alla chiesa da lui
istituita, e perché fosse riconosciuto come primo vescovo di Roma. Il che costituisce una falsità.
Infatti della presenza di Pietro a Roma non si ha alcuna indicazione nel Nuovo Testamento, mentre risulta che fu insieme agli altri undici apostoli a capo della comunità di Gerusalemme; quindi si spostò sicuramente ad Antiochia, dove effettivamente organizzò la chiesa di quella città, e probabilmente a Corinto, finché verosimilmente arrivò a Roma, come segnalano la cosiddetta Epistola di Clemente, scritta nel 96, e Ignazio di Antiochia verso il 110. Ma a Roma arrivò solo per
morirvi, non avendo certo il tempo di costituire e dirigere come episcopo la Chiesa.
È un fatto che né san Paolo nella Lettera ai Romani del 59 lo nomina tra i cristiani che saluta, né gli Atti degli Apostoli fanno menzione di Pietro quando danno notizie dell'arrivo di Paolo nel 61.
Pietro subisce il martirio nel 64 a Roma, durante la persecuzione di Nerone ricordata da Tacito, che peraltro ci fa capire che esisteva una comunità qualificata come «gente odiata per i loro riti malvagi comunemente chiamati cristiani», certamente preesistente all'arrivo di Pietro. Così, in base a quanto si ricava dalla lettera di Clemente, sappiamo che «s'incamminò verso il meritato luogo della gloria fra noi», finendo crocifisso sul Vaticano o sul Gianicolo a testa in giù - secondo quanto raccontano scritti apocrifi - per un desiderio espresso da lui stesso, poiché si riteneva indegno di morire come Cristo.

San Pietro è vissuto ed è stato in prigione a Roma
E il falso dilaga nella leggenda precedente la morte di Pietro, come nella pittoresca storia narrata nelle Costituzioni Apostoliche della fine del IV secolo dallo stesso apostolo. La sua presenza sarebbe testimoniata dalla pietra conservata nella chiesa di Santa Francesca Romana al Foro Romano, sulla quale sarebbero rimasti impressi i solchi delle ginocchia di san Pietro mentre pregava Dio di punire la
superbia di Simon Mago che s'innalzava in aria.
Ricorda san Pietro:
Avevo incontrato Simone in Cesarea e l'avevo costretto a dichiararsi vinto in una pubblica confessione. Egli poi dall'Oriente venne in Italia e giunse a Roma; qui cominciò la lotta contro la Chiesa, facendo perdere la fede a molti fratelli con le seduzioni della sua arte magica. Un giorno invitò la gente nell'anfiteatro per il
mezzogiorno, e chiamò anche me, perché aveva promesso di volare. Tutti gli sguardi erano fissi su di lui. Io nel frattempo pregavo nel mio intimo. Ecco che sostenuto dal demonio si sollevò nel cielo e disse: «Io mi elevo verso il cielo e farò piovere la benedizione su di voi». La gente applaudiva e lo salutava come un dio. Io, il cuore e le mani rivolte al cielo, pregavo Dio, per Gesù Nostro Signore, che
colpisse l'orgoglio di quell'impostore, umiliasse il potere dei demoni, che seducono gli uomini trascinandoli alla morte, facesse precipitare quell'essere infame ignominiosamente e gli facesse rompere l'osso del collo, pur mantenendolo in vita.
E così esclamai guardando Simone: «Se io sono veramente l'uomo di Dio, il vero apostolo di Gesù, il dottore della sincera pietà e non un impostore come te, miserabile Simone, ordino alle potenze del male che sono complici della tua perversità, e che ti sostengono in questo volo, di abbandonarti subito. Cadi da quelle altezze e vieni a sentire le risate della folla sedotta dai tuoi prestigi». Appena
terminate quelle parole, Simone abbandonato dai demoni cadde precipitosamente nell'anfiteatro. Riportò la frattura di una gamba e la slogatura delle dita dei piedi.
La folla allora diceva: «Il solo vero Dio è quello annunciato da Pietro!». E un gran numero di persone abiurò gli insegnamenti di Simone.
Altre storie, accreditate dalla Chiesa in base alle reliquie, raccontano la coincidente presenza dell'apostolo Paolo e la loro comune prigionia nel Carcere Mamertino: qui, all'inizio della scala che conduce alla cella inferiore del carcere, il Tulliano, un'iscrizione medievale sul marmo ricorda infatti che «in questo sasso
Pietro dà di testa / spinto da sbirri et il prodigio resta». E, sotto, la pietra presenta un incavo, che sembra veramente il calco di una testa. Nel Tulliano c'è poi un'altra scritta, anche questa posteriore, dietro il rudere di una colonna di marmo: «Questa
è la colonna dove stando legati i Ss. apostoli Pietro e Paolo convertirono i Ss. martiri custodi delle carceri», cioè Processo e Martiniano, «et altri XLVII alla fede di Cristo, i quali battezzarono coll'acqua di questa fonte scaturita miracolosamente». Sono tutte invenzioni, anche se dettate da una intensa fede.
Oltre tutto le catene che tenevano avvinto Pietro sarebbero quelle custodite a S. Pietro in Vincoli in un'urna di bronzo dorato; secondo la tradizione si tratterebbe di due diverse catene che avrebbero tenuto "in vincoli" l'apostolo, l'una a Gerusalemme e l'altra, appunto, a Roma: collocate nell'urna e venute a contatto si
sarebbero saldate miracolosamente formando una catena unica di trentotto anelli.
E tutta la vicenda è stata canonizzata con la consacrazione, in quella prigione, dell'oratorio di San Pietro in Carcere, sotto la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, con tanto di Cappella del Crocifisso.
E ancora, Pietro e Paolo in fuga dal Carcere Mamertino avrebbero proceduto insieme lungo la via Ostiense fino al praedium Lucinae, sede di un sepolcreto, e qui si sarebbero separati. Il luogo sarebbe stato successivamente consacrato con la costruzione della cosiddetta Cappella della Separazione, sorta nel Trecento sulla sinistra della basilica di San Paolo e dedicata poi al Ss. Crocifisso, restando in piedi fino al 1568, quando venne abbattuta e ricostruita sul lato opposto, dove rimarrà fino al 1910, anno della sua definitiva demolizione. Un bassorilievo rappresentava la scena della separazione con una lapide che ora si trova nella chiesa della Ss. Trinità dei Pellegrini:
IN QUESTO LUOGO SI SEPARORNO S. PIETRO ET S. PAULO ANDANDO AL MARTIRIO ET DISSE PAULO A PIETRO LA LUCE SIA CON TECO FUNDAMENTO DE LA CHIESA ET PASTORE DI TUTTI LI AGNELLI DI CHRISTO ET PIETRO A PAULO VA IN PACE PREDICATOR DE BUONI ET GUIDA DE LA SALUTE DE GIUSTI
Pietro avrebbe proseguito la fuga verso l'Appia perdendo la fasciola, la benda che ricopriva la ferita a un piede, che sarebbe stata ricordata nel titolo della chiesa dei Ss. Nereo e Achilleo, detta in Fasciola già nel V secolo e come tale venerata.
Un'altra testimonianza verrebbe dalla minuscola chiesa del Domine, quo vadis?: costruita là dove Cristo sarebbe apparso a Pietro in fuga, alla richiesta dell'apostolo «Signore, dove vai?», avrebbe risposto «a Roma per essere di nuovo crocifisso», determinando il ritorno di Pietro sui suoi passi e l'accettazione del martirio.

L'esistenza delle tombe dei santi Pietro e Paolo
L'esistenza della tomba di Pietro in Vaticano, ovvero nella Necropoli vaticana, e di quella di Paolo nella Necropoli ostiense, nonché il ritrovamento dei loro resti sono dei falsi, avallati dalla dichiarazione di tre papi. L'indicazione generica originaria ce la offre il presbitero romano Gaio all'inizio del III secolo in una lettera scritta da Roma al montanista Proclo: «Va' sul colle Vaticano e sulla via di Ostia, e troverai i tropei di coloro che hanno fondato questa comunità», cioè rispettivamente i sepolcri di Pietro e Paolo. Peraltro si fa riferimento al colle e alla via e non ai sotterranei del colle e della via.
La Necropoli vaticana infatti è alle falde del colle Vaticano, al di sotto delle Sacre Grotte della basilica di San Pietro, ed è un enorme sepolcreto utilizzato tra il I e il IV secolo da pagani e cristiani; la tomba del primo papa si troverebbe in corrispondenza del luogo sul quale sorge, nella basilica, l'attuale altare della Confessione, là dove si apre un modesto ambiente che gli archeologi hanno
denominato Campo P, limitato da un fondale di "muro rosso". Addossato a questo, appare un semplice monumento formato da due nicchie sovrapposte, separate da una lastra di marmo sorretta da due colonnine; è un'edicola funeraria del II secolo, abbellita nel III. È stata posta qui come segnalazione della originaria tomba di san Pietro; sulla destra, infatti, sul muro coperto di graffiti, si distingue un'iscrizione greca: «Petr(os) eni», cioè «Pietro è qui».
Tutto ciò è frutto degli scavi effettuati tra il 1939 e il 1950, e ripresi nel 1953, dall'archeologa Margherita Guarducci; scavando ecco apparire una serie di tre altari eretti in successione verticale sulla "memoria" fatta costruire verso il 320 dall'imperatore Costantino per custodire il loculo. Questo, ricoperto poi da una
lastra di marmo, dovrebbe contenere le ossa dell'apostolo, seppellite fino ad allora nella terra. E invece, una volta tolta la lastra di marmo, la tomba risulta vuota; del resto, a distanza di diciannove secoli era comprensibile che le ossa fossero svanite.
E Pio XII, il 23 dicembre 1950, sul finire dell'Anno Santo, annuncia al mondo il ritrovamento della tomba di Pietro, pur in assenza di qualsiasi reliquia e della stessa cenere: «La gigantesca cupola s'inarca esattamente sul sepolcro del primo Vescovo di Roma, del primo Papa: sepolcro in origine umilissimo, ma sul quale la
venerazione dei secoli posteriori, con meravigliosa successione di opere, eresse il massimo Tempio della Cristianità». Se non era una falsa testimonianza, era comunque una dichiarazione fantasiosa che intendeva assicurare al Vaticano - in quanto custode della tomba di Pietro, riconosciuto come primo papa - la supremazia della Chiesa di Roma.
In realtà la salma di Pietro nel 258, durante la persecuzione di Valeriano, viene rimossa dalla sepoltura originaria, che solo la lettera del presbitero Gaio ci indica genericamente nella Necropoli vaticana, insieme a quella di Paolo, e ambedue sono trasferite in località ad Catacumbas, nel cimitero che sarà poi detto di San
Sebastiano, per essere messe al riparo da eventuali profanazioni. Silvestro I, sessant'anni dopo, avrebbe riportato le due salme al luogo primitivo di sepoltura, e così quella di Pietro sarebbe tornata al suo posto nella Necropoli vaticana e quella di Paolo al Sepolcreto ostiense. Ma su quel temporaneo trasloco del 258 c'è un'altra storia, secondo la quale alcuni cristiani orientali, che consideravano Pietro
e Paolo loro compaesani, sarebbero venuti a Roma e avrebbero trafugato i due cadaveri per portarli in Oriente; strada facendo, però, ad Catacumbas, un violento temporale avrebbe spaventato i rapinatori a tal punto da indurli a nascondere il bottino nel cimitero, in attesa di un momento più opportuno per portare a
compimento l'operazione. Pare che invece i cristiani di Roma, accortisi del furto sacrilego, siano riusciti chissà come a rimettere le mani sui resti di Pietro e Paolo, che erano tenuti temporaneamente in quel luogo. La sepoltura fu poi ricoperta con l'erezione di un altare, base della basilica Apostolorum costruita nel IV secolo, e
venne istituita anche una festa degli apostoli celebrata ogni anno su quella tomba; quando, però, le reliquie di Sebastiano, martire al tempo di Diocleziano, furono trasferite là, proprio verso il 350, ne determinarono il nome definitivo, e questo dimostra che la celebrazione del luogo in onore dei due apostoli era già stata
dimenticata.
E allora c'è da chiedersi: i corpi di Pietro e Paolo all'epoca erano già tornati nella Necropoli vaticana e nel Sepolcreto ostiense? O forse non erano mai stati spostati da lì? E ancora: non è plausibile supporre che le due salme siano andate perdute? O si deve piuttosto dar credito a uno smembramento dei cadaveri per la formazione di vari reliquiari? Pertanto la fine delle salme è avvolta nel mistero e, se
proprio non andarono perdute, di certo non restarono integre; di conseguenza, a distanza di secoli, un'analisi dei "sacri resti" per risalire a quelli autentici risulterebbe quanto mai ardua. Senza contare che, a quanto segnala Jacques Collin de Plancy nel suo Dizionario delle reliquie e delle immagini miracolose del 1822,
non esiste chiesa importante, non solo in Italia, ma anche in Francia e Inghilterra, che non vanti qualche reliquia dei due santi, come «dita e denti, la mascella e la barba, il cervello, varie gocce di sangue». E le teste dei due martiri custodite in un reliquiario d'argento dentro l'altissimo baldacchino di San Giovanni in Laterano,
saranno poi quelle vere?
Eppure nel 1962, quindi diversi anni dopo la scoperta del sepolcro di Pietro, ecco dalla Necropoli vaticana saltar fuori delle ossa con frammenti di tessuto, terra, pezzetti d'intonaco rosso, matassine d'argento, monetine medievali; il tutto contenuto in una scatola di scarpe ritrovata in un magazzino delle grotte.
L'antropologo Mario Correnti, dall'esame delle ossa terminato nel giugno del 1963, arriverà a dichiarare: «Lo scheletro è di un individuo di sesso maschile tra i 60 e i 70 anni», mentre dalle analisi dei residui di terra e tessuto risulterà che la persona,
al momento della sepoltura, era avvolta in un drappo di porpora, che l'intonaco era quello del "muro rosso" e la terra quella dell'edicola. La Guarducci nel 1965 si sentirà in grado di dichiarare che quelli sono i resti di Pietro, tolti dall'edicola e collocati nel ripostiglio per preservarli dalle infiltrazioni d'acqua; ma solo lei, tra gli archeologi, ci crederà, anche se papa Paolo VI ne avallerà la scoperta nel 1968 dichiarando che «Le reliquie di Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente». Un'autentica falsità; oltretutto non si capirà mai cosa c'entrassero le monetine medievali e le matassine d'argento. Ed è lecito esprimere anche su un piano dottrinale la constatazione di una falsa testimonianza data dal
papa, dal momento che Paolo VI nella circostanza non ha parlato ex cathedra.
E la circostanza si ripete con l'apostolo Paolo in riferimento al sarcofago situato sotto l'altare maggiore della basilica a lui dedicata. Il sarcofago è venuto alla luce in seguito a una serie di scavi ultimati nel 2006 sotto strati di malta e calcestruzzo,
a un metro e trenta centimetri dalla pavimentazione della basilica, e sotto una lastra di marmo sulla quale è scritto «PAOLO APOSTOLO MART»; la lastra risale comunque al V secolo, evidentemente realizzata quando gli eventuali resti di Paolo sarebbero stati di nuovo seppelliti qui, riportati nel 318 dal loro temporaneo
nascondiglio nelle catacombe di San Sebastiano, come per Pietro; ovvero sarebbe stata disposta come promemoria senza quei resti ormai depredati, e sopra vi sarebbe poi stata costruita la basilica. Sulla lastra si distinguono tre fori, uno tondo e due rettangolari, che introducono a tre pozzetti comunicanti tra loro, che nel
Medioevo erano utilizzati per ottenere reliquie con il contatto, grazie all'inserimento di strisce di stoffa. E sotto la lastra è stata individuata la tomba vera e propria, un cubo di bronzo, sul cui coperchio è presente un foro tondo in corrispondenza di quello tondo presente sulla lastra.
Il 28 giugno 2009, guarda caso proprio alla chiusura delle celebrazioni dell'Anno Paolino, Benedetto XVI fa una storica dichiarazione, come quella fatta per Pietro quarant'anni prima. «Nel sarcofago che non è mai stato aperto in tanti secoli», ha
dichiarato papa Ratzinger, «è stata praticata una piccolissima perforazione per introdurre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. Trovati anche grani di incenso rosso e di
sostanze proteiche e calcaree. Inoltre piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all'esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza, sono risultati appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo». Da qui l'assicurazione fatta dal papa che si tratta dei «resti mortali dell'apostolo Paolo».
Resta il fatto che se Paolo, come Pietro, è morto a Roma - e già questo non è certo - nel 64, accomunato nel martirio a Pietro, o nel 67, secondo la tradizione, non può essere comunque vissuto «tra il primo e il secondo secolo», e quindi ci troviamo di nuovo di fronte a una falsa testimonianza, ovvero a una falsa dichiarazione di
Benedetto XVI, come quelle relative a Pietro di Pio XII e Paolo VI.

La cattedra di san Pietro è in Vaticano
Dal 1666 è nella radiosa Gloria del Bernini della basilica di San Pietro; non si distingue perché è inserita in una custodia di bronzo dorato sorretta dalle colossali statue dei santi dottori della Chiesa: Agostino, Ambrogio, Atanasio e Giovanni Crisostomo. È la cattedra dall'alto della quale san Pietro, secondo una tradizione
orale, ha fondato il 22 febbraio del 42 la Chiesa di Roma, tanto che nel calendario liturgico a quella data risale la festa della Cattedra di Pietro. Innanzi tutto va tenuto presente che la fondazione della Chiesa di Roma da parte di Pietro è una falsa testimonianza, come già segnalato a proposito della considerazione San Pietro è la roccia della Chiesa di Roma (v.). Peraltro la cattedra è una sedia di legno di acacia, alta solo 136 centimetri, larga 85 e profonda 65, anche se è rinforzata da un'armatura di quercia sovrapposta nel XII secolo, quando la cattedra cominciò a dare i primi segni di deterioramento per la sua fragilità e per gli intacchi fatti da cacciatori di reliquie. Poco importa che il bassorilievo, inciso sulla fronte della sedia in diciotto formelle d'avorio disposte su tre file, raffiguri le Fatiche di Ercole, che nulla hanno a che vedere con lo spirito apostolico di una cattedra episcopale. Al tempo di Pietro è logico che ci fossero quelle raffigurazioni della mitologia pagana!
Andava considerata sacra come una reliquia. Infatti nel 1867 Pio IX, per festeggiare degnamente il centenario del martirio di san Pietro, che allora si riteneva avvenuto nel 67, volle che la cattedra fosse esposta per un anno alla venerazione dei fedeli sull'altare della Cappella Gregoriana della basilica vaticana.
Eppure in quella circostanza due studiosi, Garrucci e De Rossi, ritennero che la cattedra fosse formata da due distinte sedie inserite l'una nell'altra e sulla traversa superiore si scoprì il ritratto di un sovrano, che fu ritenuto somigliante a Carlo il
Calvo. Gli studiosi lo collegarono al pannello eburneo ritenuto proprio del seggio di san Pietro, proveniente da un altro mobile del primo secolo e utilizzato in epoca più tarda nel sedile. Insomma si salvò la santità della reliquia. Ma tra il 1968 e il 1974
una commissione di esperti, presieduta da monsignor Michele Maccarone, ha smentito sia l'origine pagana della cattedra, che la sacralità della reliquia in riferimento a san Pietro. Gli studiosi hanno rilevato innanzitutto che il seggio è uno solo, e quello esterno è una semplice gabbia; inoltre questa cattedra è in realtà un
trono regale di età carolingia, come indica il ritratto di Carlo il Calvo. E anche il pannello eburneo appartiene a quel periodo. Carlo avrebbe portato il trono con sé a Roma per la sua incoronazione imperiale del 25 dicembre 875 (circostanza, anche questa, poco credibile), regalandolo poi al papa Giovanni VIII. In definitiva
quella cattedra di san Pietro non è una cattedra e non è mai stata usata da san Pietro. Resta il fatto che la Chiesa seguita a mantenere nel calendario liturgico la festa della Cattedra di San Pietro, più che altro perché «simboleggia l'autorità del vescovo di Roma», come ha indicato Benedetto XVI nell'Angelus del 22 febbraio 2009; questa cattedra, mai usata da san Pietro, è in sostanza un simbolo e non una
santa reliquia.

La Chiesa di Roma è «madre e capo di tutte le chiese»
Le leggende intorno a Pietro, riconosciute dalla Chiesa di Roma come storie vere in riferimento a luoghi e reliquie considerati sacri, dando credito al fatto che Pietro, il primo degli apostoli, su nomina di Gesù, sarebbe stato alla guida della comunità della città, legittimano di conseguenza il primato del vescovo di Roma, e
identificano in quella dell'Urbe la chiesa-madre del cristianesimo. È quanto si legge nell'iscrizione incisa sul fronte della basilica del Laterano, la cattedrale di Roma:
«Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput», ovvero «madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo». Ed è un autentico falso. La nascita della Chiesa di Roma risalirebbe all'origine della stessa comunità apostolica istituitasi nella capitale dell'Impero Romano come ekklesia - termine utilizzato anche nei vangeli come traduzione dell'ebraico qahal, che nella Bibbia designa l'assemblea di
Dio - sotto la guida di un "episcopo", parola derivante dal greco episkopos, che designa un sorvegliante, da cui il termine "vescovo". E il primo vescovo sarebbe stato Pietro, riconosciuto ancora oggi come il primo papa. In realtà la Chiesa di Cristo nasce all'insegna di uno spirito popolare, ovvero democratico, che si costituisce intorno alla figura dei suoi apostoli, senza una autorità dominante,
considerandola una comunità di cristiani uguali come fratelli e sorelle, senza una gerarchia che faccia capo a un apostolo o discepolo come "roccia". Oltretutto gli apostoli che formano le chiese non sono soltanto i dodici originali, ma i primi affiliati
di quelli, qualificati come predicatori e fondatori delle comunità, senza che per questo siano considerati dei "capi" ovvero dei "ministri", ma piuttosto come "servitori", che è la traduzione del termine diakonoi, in linea con il concetto espresso numerose volte dallo stesso Gesù: «Colui che vorrà diventare grande tra
voi, si farà vostro servo» (Matteo 20,26; Marco 10,43 e Luca 22,26). Non esiste quindi nella Chiesa originaria una gerarchia di valori tra i suoi predicatori e fondatori, ma una democratica opera di servizio; di gerarchia oltretutto si parla solo dal VI secolo a opera di un teologo che si maschera dietro il discepolo di Paolo, Dionigi, qualificato come lo Pseudo-Dionigi, che conia per primo il termine
"ierocrazia", per significare la gestione del potere da parte della santa casta.
In particolare l'assemblea religiosa romana sorge a immagine di quella
costituitasi per prima a Gerusalemme come comunità successiva alla morte di Gesù e in riferimento a lui, che non l'aveva fondata; e quella di Gerusalemme viene riproposta in diverse comunità locali, che tutte insieme costituiscono una comunità completa, ovvero la Chiesa universale o cattolica. È Gerusalemme «madre e capo»
della prima cristianità, almeno fino alla sua distruzione nel 70, così che «la storia della comunità primitiva non è storia di romani o greci, ma piuttosto storia di ebrei che», come ha osservato il teologo Hans Kung, «trasmisero alla chiesa nascente lingua, idee e teologia ebraiche, lasciando così un marchio indelebile sull'intera
cristianità». E ancora, i giudeo-cristiani, dopo la morte del protomartire Stefano, riparano ad Antiochia ed è nella terza città dell'impero che si costituisce la prima comunità cristiana mista a ebrei e pagani; così l'espressione «chiesa cattolica» viene usata per la prima volta intorno al 90 dal vescovo di Antiochia Ignazio,
succeduto a Pietro, nella sua Lettera alla comunità di Smirne. E ad Antiochia nella seconda metà del II secolo si costituisce appunto il kleros, che significa "sorte" e indica un gruppo scelto "a sorte" da Dio per definire la comunità ecclesiastica: che costituisce in effetti la prima gerarchia di una chiesa. A capo della quale è un
episkopos, ovvero un "episcopo", in funzione di supervisore e sorvegliante, dal quale deriva il "vescovo", che presiede le funzioni liturgiche e amministra il battesimo. Guida un collegio di presbyteroi, che sono gli "anziani", termine da cui deriva quello di "preti", che celebrano l'eucarestia e guidano i catecumeni al
battesimo. E ci sono i diakonoi in funzione di "servitori" che curano
l'amministrazione.
Un simile kleros si costituisce a Roma solo a metà del II secolo con il vescovo Aniceto. Prima di allora nelle fonti antiche non c'è menzione di un vescovo a capo della Chiesa di Roma; ed è una falsa testimonianza «la più antica lista di vescovi romani, scritta da Ireneo di Lione, secondo cui Pietro e Paolo avevano trasmesso il
ministero episcopale a un certo Lino», come ricorda Hans Kung, perché è «una ricostruzione del II secolo». E solo sotto il vescovado di Callisto I che la Chiesa di Roma può vantarsi di raggiungere un kleros che possa accreditarla come «capo» di tutte le Chiese, almeno per la sua struttura, mentre «madre» non può ormai esserlo. Con Callisto I il kleros romano registra l'aggiunta di suddiaconi, accoliti, esorcisti, lettori e ostiari, tanto che si arrivano a contare centocinquantacinque chierici. Forte di questo Callisto si attribuisce un ruolo "monarchico", come ha sottolineato lo storico tedesco Bernhard Schimmelpfennig, anche se «non lo giustificò ancora con la successione petrina». Infatti avendo permesso matrimoni
tra donne nobili e schiavi cristiani, «che potevano ingenerare problemi nella vita civile, come il pericolo dell'aborto, la prevenzione del concepimento e l'esclusione dei figli dall'eredità... limitò il numero dei cosiddetti "peccati mortali"... e si riservò
l'assoluzione di un tal genere di peccati». Accade, in sostanza, che il capo della Chiesa di Roma concede ai fedeli di peccare, avallando un falso con la cancellazione di alcuni "peccati mortali".
Peraltro la supremazia della Chiesa di Roma troverebbe una sua conferma nell'operato edilizio dell'imperatore Costantino (306-337), al quale va ascritta la fondazione della basilica lateranense, definita «Vertice e capo di tutte le chiese», dunque riconosciuta come cattedrale del vescovo di Roma, successivamente qualificata, con l'iscrizione scolpita sul fronte del portico dell'antica facciata a metà del XII secolo, come «madre e capo di tutte le chiese per decreto papale e imperiale», con relativa conferma nella bolla di papa Gregorio XI del 23 gennaio 1372 da Avignone.

Il potere temporale della Chiesa di Roma
Il potere temporale assunto dalla Chiesa di Roma, e rimasto ancora oggi in vita in uno Stato, è una falsa testimonianza del messaggio tutto spirituale di Gesù, ricavabile da due sue frasi: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Matteo 22,21), e «Il mio regno non è di questo mondo» (Giovanni 18,36).
La falsa testimonianza del carattere politico assunto dalla Chiesa di Roma insieme a quello spirituale, con relativo primato nel mondo, si origina peraltro da due false testimonianze elaborate dalla stessa Chiesa negli Actus Silvestri, noti anche come Gesta Silvestri, che risalgono alla fine del IV secolo, e nel Constitutum Constantini;
le due testimonianze sono state immortalate a futura memoria negli affreschi della cappella annessa alla chiesa-fortezza dei Santi Quattro Coronati a Roma nel 1248 dal papa Innocenzo IV (1243-1254), nel vivo della lotta contro l'imperatore Federico II, e costituiscono un'autentica sceneggiata tesa a dimostrare la superiorità del potere della Chiesa di Roma su quello dell'impero.
Gli Actus Silvestri raccontano innanzitutto la vita di Silvestro, prima presbitero e poi successore di Milziade sul soglio pontificio (314-335), esaltato per il ministero pastorale e per le sue opere di carità. Fino a quando non si verifica una persecuzione dei cristiani ordinata da Costantino con un editto, che in realtà non fu
mai emesso. Silvestro allora fugge da Roma e si nasconde sul monte Soratte.
Accade però che l'imperatore si ammali di lebbra, per guarire dalla quale i sacerdoti del Campidoglio gli raccomandano un bagno nel sangue di bambini, cura dalla quale l'imperatore recede perché impietosito dal pianto delle madri. Nella notte gli appaiono in sogno due personaggi che si presentano come Pietro e Paolo, i quali gli consigliano di rivolgersi al vescovo Silvestro, fuggito dalla persecuzione sul monte Soratte, il quale sarà in grado di farlo guarire. Silvestro avrebbe provveduto ad immergerlo in una vasca, dalla quale, al terzo lavacro, sarebbe uscito mondo dalla lebbra. Per gratitudine Costantino avrebbe smesso di perseguitare i cristiani,
aperto le loro chiese al culto e concesso le più vaste donazioni di terre e beni alla Chiesa di Roma e al suo massimo rappresentante, il vescovo Silvestro appunto, quale discendente dell'apostolo Pietro. Costantino, svegliatosi, spedisce tre messaggeri sul Soratte perché portino alla sua presenza quel Silvestro, al quale racconta il sogno con l'apparizione delle «due divinità Pietro e Paolo». Silvestro gli
fa osservare che non si trattava di dèi, perché Dio è uno solo, ma di due suoi servi, qualificati come suoi apostoli; Costantino, incredulo, chiede al vescovo se ha una immagine dipinta dei due personaggi in modo da poterli identificare. E, chissà come, Silvestro tira fuori un ritratto dei due, lo mostra a Costantino, che li riconosce, restando così commosso da confessare «con ingente clamore dinanzi a tutti i suoi satrapi, che erano proprio gli stessi veduti nel sogno».
Silvestro allora impone a Costantino una settimana di digiuno come penitenza per la persecuzione dei cristiani, trascorsa la quale l'imperatore viene sottoposto al bagno in una vasca nel palazzo imperiale del Laterano, che vale come battesimo, e riceve il santo crisma, mentre una luce accecante invade la vasca ed echeggia un
suono stridente. Costantino esce dalla vasca guarito e dichiara di aver avuto una visione di Gesù, che gli ha ispirato una serie di leggi a favore dei cristiani, tra le quali la concessione del primato nel mondo alla Chiesa di Roma e al suo vescovo, che «in tutto l'impero i sacerdoti riconoscano come capo». Quindi Costantino va nel
luogo dove è stato sepolto Pietro, ovvero «ad confessionem apostoli Petri», presumibilmente nella zona del Vaticano, e vi erige un altare come base della basilica dedicata al primo vescovo di Roma. Il giorno dopo Costantino inizia la costruzione di un'altra basilica nella regione del Laterano con tanto di fonte battesimale, dove quell'anno saranno battezzati dodicimila uomini, oltre le donne e i bambini. Si tratta della cattedrale di Roma qualificata come «Omnium urbis et
orbis ecclesiarum mater et caput», ovvero «madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo».
Questo racconto viene riproposto nella prima parte di un altro documento, noto come Constitutum Constantini, che è definita confessio, e contiene appunto il racconto della guarigione dell'imperatore dalla lebbra grazie a Silvestro I, la sua
conversione e la sua professione di fede, come appare negli Actus Silvestri, vi è ribadita l'autorità trasmessa, mediante la simbolica consegna delle chiavi, da Dio a Pietro e da questi ai suoi successori «eleggendo il principe degli apostoli e i suoi vicari a nostri protettori presso Dio».
La seconda parte è indicata come donatio, dalla quale ha preso nome l'intero documento. In essa Costantino conferisce a Silvestro I e ai suoi successori poteri di sovranità temporale su Roma, sulle province e sulle località dell'Italia, nonché il potere imperiale in Occidente. Che diventa così una proprietà della Chiesa. La donatio è presentata come conseguenza della decisione di Costantino di «trasferire il nostro impero e il potere del regno nelle regioni orientali e di edificare in un ottimo luogo nella provincia di Bisanzio una città con il nostro nome e di stabilirvi il nostro impero». Anche perché «dove è stato costituito dall'imperatore celeste il principato dei presbiteri e il capo della religione cristiana, non è giusto che in quel luogo l'imperatore terreno abbia potere». È sottinteso che il papa, sovrano spirituale della Chiesa e temporale dei territori italiani che costituiranno lo Stato
Pontificio, non gestirà mai il potere imperiale, ma potrà assegnarlo a un sovrano laico cristiano che ritenga adatto; il quale avrà la funzione di difensore dei territori della Chiesa, e sarà pertanto incoronato imperatore come "unto del Signore", di quello che sarà definito il Sacro Romano Impero.
È una legge sacrosanta, che sarà applicata per la prima volta il 25 dicembre del 799/800 con l'incoronazione di Carlo Magno a opera di Leone III, e immortalata a futura memoria nel mosaico del Triclinio nel palazzo del Laterano. Su un lato è raffigurato Cristo che, seduto, consegna a san Pietro le chiavi, simbolo del potere
religioso, e a Costantino il vessillo, insegna del potere politico; sull'altro lato, san Pietro, seduto anch'egli, consegna a Leone III il pallio e a Carlo Magno il vessillo. A capo dei due gestori del potere c'è in definitiva san Pietro, nel quale va identificata
l a Mater Ecclesia, assegnatrice del potere, ovvero volto stesso del potere. Un mosaico che non andrà perduto con la demolizione dell'antico Laterano, ma sarà ricompattato nel 1743 a opera di Ferdinando Fuga per volere del papa Benedetto XIV (1740-1758), proprio a eterna memoria del potere della Chiesa. E per sette secoli i sovrani d'Europa si contenderanno l'unzione imperiale, in un susseguirsi di guerre rivolte anche contro i papi, tanto che nel 1246, nel vivo della lotta del papato con Federico II di Svevia, papa Innocenzo IV (1243-1254) si preoccuperà di far immortalare quella donazione in una serie di affreschi nell'oratorio di San Silvestro ai Santi Quattro Coronati; gli affreschi hanno il compito di dimostrare che il papa ha il potere di assegnare il titolo imperiale a chi egli ritenga adatto, secondo il suo insindacabile giudizio, perché quell'impero appartiene alla Chiesa di Roma.
Tutta questa vicenda costituisce una sacrosanta falsità. Tra il 1433 e il 1440 il documento di Costantino è qualificato infatti un falso; dopo lo studio De concordantia catholica, presentato al Concilio di Basilea nel 1433 dal cardinale umanista Niccolò Cusano, che ne denuncia «l'ambiguità degli argomenti», l'umanista Lorenzo Valla nel De falso eredita et ementita Constantini donatione declamatio, del 1440, ne denuncia apertamente la falsità, evidenziando come il
latino usato è medievale, e non del IV secolo - nel quale sarebbe stato redatto -, sottolineando inoltre una serie di incongruenze storiche. E si ipotizza già allora che la sua stesura sarebbe stata realizzata a Roma nella Curia, in un arco di tempo che va dal regno di Pipino il Breve a quello di Carlo Magno, cioè nel periodo
preparatorio dell'assetto dello Stato della Chiesa e del Sacro Romano Impero.
Oltretutto sussistono due dati storici che qualificano la falsa testimonianza del testo. Costantino fu battezzato solo in punto di morte dal vescovo ariano nella città di Nicomedia; inoltre, prima dell'avvento di Silvestro I e dopo l'Editto di Milano del giugno 313, aveva già donato alla Chiesa di Roma una sede episcopale «in domo
Faustae in Laterano», cioè nella casa dell'imperatrice Fausta, sua seconda moglie, offrendola al vescovo Milziade (311-314), che vi tenne un concilio dal 2 al 4 ottobre del 313 con il permesso dell'imperatore; contemporaneamente fu iniziata la costruzione della basilica del Laterano, originariamente dedicata al Salvatore, le
cui strutture originali furono definite dallo stesso Costantino. Eventualmente, quindi, sarebbe stato Milziade a giovarsi per primo della cosiddetta donatio di Costantino, e non Silvestro I, al quale arrivarono le successive "donazioni"; così come tutta la leggenda relativa alla lebbra e al battesimo di Costantino andrebbe semmai accreditata all'episcopato di Milziade. L'attribuzione a Silvestro I del miracoloso intervento, cui seguì la donatio, si giustifica con il fatto che in realtà questo vescovo di Roma fu proprio un uomo di paglia di Costantino, il quale si considerava al di sopra della Chiesa, "vescovo dei vescovi", secondo una definizione popolare accreditata dalla sua presidenza nei concili di Arles del 314 e di Nicea del 325, assemblee episcopali alle quali Silvestro I non fu presente.
Cristianalibera
00Tuesday, November 19, 2013 4:55 PM
Tratto da un post di Poly sulla questione successione apostolica partendo da Pietro:

Ma vogliamo parlare dell’attestazione nelle fonti della successione apostolica romana nell’epoca pre-Nuovo Testamento, visto che è questa che ci interessa? Volentieri.
Iniziamo con Ireneo di Smirne (130-202 d.C.), vescovo di Lione, discepolo di San Policarpo il quale fu discepolo di Giovanni, che nel 180 d.C. scrive:
"Dunque la tradizione degli apostoli manifestata in tutto quanto il mondo, possono vederla in ogni Chiesa tutti coloro che vogliono riscontrare la verità, così possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi. (…)Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest'opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la tradizione ricevuta dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi… Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d'accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte — essa nella quale per tutti gli uomini è sempre stata conservata la tradizione che viene dagli apostoli. Dunque, dopo aver fondato ed edificato la Chiesa, i beati apostoli affidarono a Lino il servizio dell'episcopato; di quel Lino Paolo fa menzione nelle lettere a Timoteo (cf. 2Tm 4, 21). A lui succede Anacleto. Dopo di lui, al terzo posto a partire dagli apostoli, riceve in sorte l'episcopato Clemente, il quale aveva visto gli apostoli stessi e si era incontrato con loro ed aveva ancora nelle orecchie la predicazione e davanti agli occhi la loro tradizione. E non era il solo, perché allora restavano ancora molti che erano stati ammaestrati dagli apostoli. Dunque, sotto questo Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinzi un'importantissima lettera per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione che aveva appena ricevuto dagli apostoli… A questo Clemente succede Evaristo e, ad Evaristo, Alessandro; poi, come sesto a partire dagli apostoli, fu stabilito Sisto; dopo di lui Telesforo, che dette la sua testimonianza gloriosamente; poi Igino, quindi Pio e dopo di lui Aniceto. Dopo che ad Aniceto fu succeduto Sotere, ora, al dodicesimo posto a partire dagli apostoli, tiene la funzione dell'episcopato Eleutero. Con quest'ordine e queste successioni è giunta fino a noi la tradizione che nella Chiesa a partire dagli apostoli è la predicazione della verità. E questa è la prova più completa che una e medesima è la fede vivificante degli apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità", (Ireneo di Lione, Adversus haereses 3, 3, 1-3)
La più antica lista dell’episcopato romano a noi giunta viene però dal giudeo-cristino Egesippo(110-180 d.C.), che stilò tale elenco durante il pontificato di Aniceto: “E la Chiesa di Corinto rimase nella vera Parola finché Primus fu vescovo dei Corinti, questi li conobbi durante il mio viaggio verso Roma, e rimasi con i Corinti per molti giorni, durante i quali fummo rinfrescati con la vera Parola. Quando arrivai a Roma, ho scritto la successione dei vescovi fino ad Aniceto, e a Sotero Eleutero. E in ogni successione e in ogni città tutto funziona secondo le ordinanze della Legge, e i Profeti, e il Signore” (In Eus, H.E. IV,22,3)
La successione apostolica non poteva essere vantata dagli eretici, ad esempio gli gnostici, geli ebioniti, e le altre sette, che non derivavano dalla grande Chiesa fondata dagli apostoli.
Tertulliano (150-220 d.C.) infatti scrive per metterli a tacere su chi abbia la vera dottrina: “…Mostrino esse(le chiese eretiche) la successione dei loro vescovi in modo da poter risalire o ad un apostolo o ad un loro discepolo, così come fanno le CHIESE APOSTOLICHE, ad esempio… la Chiesa di Roma che presenta Clemente CONSACRATO DA PIETRO” (32,2)
Come diceva Ireneo infatti sia Clemente che Lino conobbero Pietro. Ancora Tertulliano: “Visita le Chiese apostoliche nelle quali ancora PRESIEDONO GLI APOSTOLI DALLE LORO CATTEDRE, lì, al loro posto, dove gli Apostoli insegnarono; è là che si vanno rileggendo le lettere autentiche degli Apostoli; è là dove tu puoi ascoltare quasi la loro viva voce; è là dove tu puoi quasi rivedere davanti a te l'aspetto di ciascuno di loro. Sei vicino all'Acaia: ecco che hai prossimo Corinto; se non ti troverai lontano dalla Macedonia, avrai Filippi; se puoi giungere fino in Asia, eccoti Efeso; se poi stai in Italia, hai Roma, donde anche a noi, che viviamo in Africa, giunge la parola della sua autorità. Quanto fortunata è la Chiesa di Roma in cui Pietro e Paolo profusero la loro dottrina, ove Pietro morì come il Signore, Paolo fu decollato come Giovanni Battista…” (36,3) Qui, discorrendo sugli apostoli che ancora presiedono dalle loro cattedre grazie ai vescovi loro successori, si nominano Pietro e Paolo in relazione a Roma, per la banale ragione che Pietro era il vescovo. Cipriano di Cartagine (ca. 210 – 258),pur odiando particolarmente il papa come è utile ricordare, chiamava la sede episcopale romana “Cattedra, dignità, posto o carica di Pietro” (ad esempio Ep. LV,8)
Eusebio di Cesarea (265-340) scrive: “Dopo il martirio di Pietro e Paolo, Lino fu il primo ad ottenere l’ episcopato della Chiesa di Roma”(Storia Ecclesiastica III,2). E ancora: “A Roma, dopo che Evaristo concluse l’ottavo anno di episcopato, QUINTO nella successione di Pietro e Paolo….” (IV,1)
Clemente Romano che fu collaboratore di San Paolo(Ef 4,3), già nel 96 ci raccontava la storia della Chiesa in modo assai diverso da come se la sognano i luterani, conferma cioè, lui che la storia della Chiesa evidentemente la conosceva meglio di chiunque altro, che i vescovi sono una creazione degli apostoli:
“Gli apostoli predicarono il Vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo fu inviato da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente secondo la volontà di Dio. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio con l'assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare che il regno di Dio stava per venire. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le primizie del loro lavoro apostolico nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. E questo non era nuovo; da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e ai diaconi. Così, infatti, dice la Scrittura: "Stabilirono i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede" (Ai Corinzi, 42,2-4)
Come si vede dunque sin dall’inizio del II secolo la Chiesa per distinguersi dagli eretici diceva di sé che è la successione apostolica il garante dell’ortodossia, ed è in questa Chiesa che nacque la formulazione del dogma trinitario, e, nel quarto secolo, il canone del NT. Parlare, come spesso sento, di una “Chiesa cattolica nata dopo Nicea” non vuol dire un emerito nulla, perché esso è solo un Concilio che in nulla ha mutato l’organizzazione delle struttura ecclesiastica. LA Chiesa di Roma sapeva qual era la sua successione apostolica da due secoli prima di avere il NT.
Tale successione apostolica è valida nella Chiesa ortodossa e in quella cattolica, infatti siamo la medesima Chiesa. L’episcopato monarchico e la successione apostolica di vescovo in vescovo come criteri per l’ortodossia sono attestati sin dal I secolo. Che la Chiesa cattolica li possieda o no è addirittura irrilevante, a me basta far notare come questo sia il criterio del cristianesimo delle origini per distinguere la vera Chiesa dagli eretici, e dunque voi, non avendo successione apostolica, siete degli eretici. S. Ignazio vescovo di Antiochia che morì martire nel 107 scrive a diverse chiese, tra le più celebri allora esistenti come Smirne ed Efeso, lettere in cui troviamo chiara attestazione dell'episcopato monarchico:
Ignazio agli Efesini.

“Bisogna glorificare in ogni modo Gesù Cristo che ha glorificato voi, perché riuniti in una stessa obbedienza e sottomessi al vescovo e ai presbiteri siate santificati in ogni cosa”. (Ef II,1)

“Conviene procedere d'accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo”. (IV,1)

“Nessuno s'inganni: chi non è presso l'altare, è privato del pane di Dio. Se la preghiera di uno o di due ha tanta forza, quanto più quella del vescovo e di tutta la Chiesa!”(V,1)

“Quanto più uno vede che il vescovo tace, tanto più lo rispetta. Chiunque il padrone di casa abbia mandato per l'amministrazione della casa bisogna che lo riceviamo come colui che l'ha mandato.”
(VI,1)

“vi riunite in una sola fede e in Gesù Cristo del seme di David figlio dell'uomo e di Dio per ubbidire al vescovo e ai presbiteri in una concordia stabile spezzando l'unico pane che è rimedio di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere sempre in Gesù Cristo.” (XX,1)

Alla Chiesa della Magnesia:

“Ho avuto l’onore di vedervi in Dama, vostro vescovo degno di Dio, nei degni presbiteri Basso ed Apollonio e nel diacono Zootione, mio conservo, della cui presenza mi auguro sempre di gioire. Egli è sottomesso la vescovo come alla grazia di Dio e al presbitero come alla legge di Gesù Cristo. Conviene che voi non abusiate dell’età del vescovo, ma per la potenza di Dio Padre gli tributiate ogni riverenza. In realtà ho saputo che i vostri santi presbiteri non hanno abusato della giovinezza evidente di lui, ma saggi in Dio sono sottomessi a lui, non a lui, ma al Padre di Gesù Cristo che è il vescovo di tutti. Per il rispetto di chi ci ha voluto bisogna obbedire senza ipocrisia alcuna, poiché non si inganna il vescovo visibile, bensì si mentisce a quello invisibile. Non si parla della carne, ma di Dio che conosce le cose invisibili. Bisogna non solo chiamarsi cristiani, ma esserlo; alcuni parlano sempre del vescovo ma poi agiscono senza di lui. Questi non sembrano essere onesti perché si riuniscono non validamente contro il precetto.” (II- IV,1)

“Nulla sia tra voi che vi possa dividere, ma unitevi al vescovo e ai capi nel segno e nella dimostrazione della incorruttibilità” (VI)

“Come il Signore nulla fece senza il Padre col quale è uno, né da solo né con gli apostoli, così voi nulla fate senza il vescovo e i presbiteri.” (VII,1)

“Siate sottomessi al vescovo e gli uni agli altri, come Gesù Cristo al Padre, nella carne, e gli apostoli a Cristo e al Padre e allo Spirito, affinché l’unione sia carnale e spirituale.” (XIII,2)

“ e siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo dimostrate che non vivete secondo l'uomo ma secondo Gesù Cristo, morto per noi perché credendo alla sua morte sfuggiate alla morte. È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo. Bisogna che quelli che sono i diaconi dei misteri di Gesù Cristo siano in ogni maniera accetti a tutti. Non sono diaconi di cibi e di bevande, ma servitori della Chiesa di Dio. Occorre che essi si guardino dalle accuse come dal fuoco. Similmente tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, come anche il vescovo che è l'immagine del Padre, i presbiteri come il sinedrio di Dio e come il collegio degli apostoli. Senza di loro non c'è Chiesa. Sono sicuro che intorno a queste cose la pensate allo stesso modo. Infatti ho accolto e ho presso di me, un esemplare della vostra carità nel vostro vescovo, il cui contegno è una grande lezione, come la sua dolcezza una forza. Credo che anche gli atei lo rispettino. Poiché vi amo mi trattengo, potendo scrivere con più severità sulla cosa. Non arriverei col pensiero a tanto da comandarvi come un apostolo essendo, invece, un condannato.” (II- III,3)
“Chi è all'interno del santuario è puro; chi ne è lontano non è puro. Ciò significa che chiunque operi separatamente dal vescovo, dal presbitero e dai diaconi, non è puro nella coscienza.” VII,2 “Siate forti in Gesù Cristo, sottomessi al vescovo, come al comandamento e ai presbiteri. Amatevi l'un l'altro nel cuore unito” (XIII,2)

Ai Tralliani

"Se siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo dimostrate che non vivete secondo l'uomo ma secondo Gesù Cristo, morto per noi perché credendo alla sua morte sfuggiate alla morte. È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo. Bisogna che quelli che sono i diaconi dei misteri di Gesù Cristo siano in ogni maniera accetti a tutti. Non sono diaconi di cibi e di bevande, ma servitori della Chiesa di Dio. Occorre che essi si guardino dalle accuse come dal fuoco." (II, 1-3)

"Similmente tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, come anche il vescovo che è l'immagine del Padre, i presbiteri come il sinedrio di Dio e come il collegio degli apostoli. Senza di loro non c'è Chiesa" (III,1)

"Ciò sarà possibile non gonfiandovi e non separandovi da Dio Gesù Cristo, dal vescovo e dai precetti degli apostoli. Chi è all'interno del santuario è puro; chi ne è lontano non è puro. Ciò significa che chiunque operi separatamente dal vescovo, dal presbitero e dai diaconi, non è puro nella coscienza." (VII,1)

Alla Chiesa di Filadelfia

"I fedeli sono in uno col vescovo e con i suoi presbiteri e con i diaconi scelti nella mente di Gesù Cristo che, secondo la sua volontà, ha confermati col suo Santo Spirito.”

“State lontani dalle erbe cattive che Gesù Cristo non coltiva, perché non sono piantagione del Padre. Non ho trovato divisione in mezzo a voi, ma selezione. Quanti sono di Dio e di Gesù Cristo, tanti sono con il vescovo. "

"Quando ero in mezzo a voi gridai e a voce alta, con la voce di Dio: state uniti al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Quanto a quelli che hanno sospettato che io gridai prevedendo lo scisma di alcuni mi sia testimone colui per il quale sono incatenato che non ne ebbi notizia da carne di uomo. Fu lo spirito che me lo annunziò dicendo: non fate nulla senza il vescovo, custodite la vostra carne come tempio di Dio, amate l'unità, fuggite le faziosità, siate imitatori di Gesù Cristo come egli lo è del Padre suo."

"Dove infatti c'è la fazione e l'ira, Dio non c'è. Il Signore perdona a chi si pente, se si pente per l'unità di Dio, e il sinedrio del vescovo. Confido nella grazia di Gesù Cristo che vi libererà da ogni laccio. "

Agli Smirnesi

"Come Gesù Cristo segue il Padre, seguite tutti il vescovo e i presbiteri come gli apostoli; venerate i diaconi come la legge di Dio. Nessuno senza il vescovo faccia qualche cosa che concerne la Chiesa. Sia ritenuta valida l'eucaristia che si fa dal vescovo o da chi è da lui delegato. Dove compare il vescovo, là sia la comunità, come là dove c'è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica. Senza il vescovo non è lecito né battezzare né fare l'agape; quello che egli approva è gradito a Dio, perché tutto ciò che si fa sia legittimo e sicuro." (VIII,1)

"E' saggio del resto ritornare in senno, e sino a quando abbiamo tempo di convertirci a Dio. E' bello riconoscere Dio e il vescovo. Chi onora il vescovo viene onorato da Dio. Chi compie qualche cosa di nascosto dal vescovo serve il diavolo." (IX,1)

"Saluto il vescovo degno di Dio ,'il venerabile presbiterato, i diaconi miei conservi e, uno ad uno, tutti insieme nel nome di Gesù Cristo, nella sua carne e nel suo sangue, nella passione e nella resurrezione corporale e spirituale, in unione a Dio e a voi." (XII,1)


testimonidigeova.freeforumzone.leonardo.it/d/6966855/Polymetis-e-la-successione-apostolica/discussi...


CVD da parte del suo oppositore il biblista no comment [SM=g7349]


Come la vedo io:
Pietro davvero fu il Vescovo di Roma con privilegio di guidare la Chiesa, con seguito di tutti gli altri Vescovi di Roma successivi, ma certo per me è che Non fu il primo "Papa", in quanto il suo ruolo era ben lontano dal ruolo di potere che poi pian pianino si sviluppo sotto
il Papato.
Cristianalibera
00Tuesday, November 19, 2013 7:06 PM
Leggete anche il trattato di Carsten Peter Thiede, storico e papirologo tedesco PROTESTANTE [SM=g27985]

www.storialibera.it/epoca_antica/cristianesimo_e_storicita/pietro_a_roma/articolo.php?id=89&titolo=Simon%20Pietro%20dalla%20Galilea%20...
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