The Big Sugar

quarele83
10Thursday, November 8, 2018 11:19 PM








































quarele83
00Friday, April 12, 2019 1:20 AM
:: Chapter #1 ::

THE PAST



Nacqui da una madre magnifica e da un padre stronzo nell'anno in cui in cima alle hit parade i Duran Duran suonavano The wild boys, a Ginevra avveniva il primo incontro tra Ronald Reagan e Michail Gorbacëv e Madonna icona di stile e della musica si mostrava con le ascelle non depilate. Era aprile ed a Roma già si respirava aria di estate. Maria Margherita Stella, questo il nome da nubile di mia madre, era una contessa. Aveva ereditato il titolo dal padre, morto qualche anno prima che io venni al mondo in un incidente di caccia. Non che si fregiasse di avere il sangue blu, tutt'altro. Era amata dalla gente comune proprio perchè viveva come loro. Mio padre invece... era esattamente l'opposto. Nato in una famiglia povera grazie alle sue doti intellettive aveva frequentato le migliori scuole di Madrid e fatto poi carriera nel mondo della politica leccando i culi giusti fino a ricoprire la carica di diplomatico. Il loro incontro avvenne in Italia dove lui era stato trasferito. Cosa ci vide mia madre in lui proprio non lo so. Forse fu il fascino latino ad attrarla. Fatto sta che dopo un fidanzamento lampo si sposarono e poco meno di un anno dopo nacqui io. Isabella Elèna De Castillo. Fino a cinque anni vivemmo in Italia. Mio padre se ne stava in città ed io e mia madre nella tenuta sui colli romani. Furono gli anni più belli della mia vita. Ero libera. Poi ci trasferimmo a Parigi e l'inizio non fu per nulla facile. Ero una bambina molto timida e riservata. Non sapevo parlare la lingua e questo mi frenava ancora di più. Mio padre temendo che potessi avere qualche forma di ritardo mentale mi fece visitare dai migliori specialisti del settore. Ovviamente il problema non era in me ma in lui, troppo ottuso per capire i problemi di adattamento che poteva avere una bambina di soli cinque anni. Mi iscrisse al rigido Collège de l'éducation des femmes, un collegio femminile in cui venivano formate le "grandi menti del domani". Mi ha sempre fatto sorridere questa definizione. Condussi studi classici: letteratura, storia, lingue moderne, tutte materie di cui mi importava ben poco. Studiavo perchè dovevo farlo ed ottenevo bei voti per fare piacere a mia madre. Stop. La vita era abbastanza monotona ed il tempo passava inesorabilmente. Un pomeriggio per spezzare la solita routine ci portarono all'Opéra national de Paris ad assistere al balletto. Lo spettacolo in scena era Lo schiaccianoci. Ne rimasi letteralmente folgorata e da quel momento avevo finalmente qualcosa per cui faticare, arrabbiarmi, vivere: la danza. Contrariamente alla volontà di mio padre iniziai a frequentare la Paris Opera Ballet School vincendo concorsi ed ottenendo importanti riconoscimenti. Studiavo, mangiavo, mi allenavo e dormivo. Non facevo altro e così continuai fino a che mio padre, Juan Antonio De Castillo, non venne trasferito a Londra. Avevo quindici anni. La prima cosa che feci quando arrivammo a Londra fu informarmi sulle audizioni che si tenevano presso le scuole di ballo. Venni ammessa alla Royal Ballet School. La mia routine riprese con una variante: studiavo, mangiavo, mi allenavo, ascoltavo mio padre inveire contro la danza e su quanto fosse inutile praticarla e dormivo. Non avrei perseverato se accanto a me non ci fosse stata mia madre e dopo due anni di studi venni scelta dalla compagnia del Royal Ballet per la touneè estiva. Ok, non come prima ballerina ma era pur sempre un tour in Europa con una compagnia di grande prestigio! Ero così felice quando mi comunicarono la notizia che nel rientrare in consolato non mi resi conto dei mezzi di soccorso presenti in cortile, ne il via e vai di facce nuove per i corridoi. Mi resi conto di ciò che stava accadendo quando raggiunsi il nostro appartamento. La governante era in lacrime e quando mi vide ebbe un tremito scosse la testa e si allontanò. Cosa cazzo era successo? La porta della camera da letto di mia madre era aperta ed io la vidi là distesa sul pavimento con la faccia riversa in una pozza di vomito e sangue circondata da paramedici. Ictus, così lo chiamarono quel bastardo che si era preso la parte destra del suo corpo lasciandola paralizzata. Mio padre era fuori di se, ma se vi aspettate che venne da me per consolarvi vi sbagliate. Venne... ma per sputarmi in faccia come la mia ossessione per la danza avesse influito sulla condizione di mia madre causandone il malore. Non potevo partire e lasciarla sola. Rinunciai alla danza, restai a Londra e mi iscrissi alla London School of Economics and Political Science. Questo ed altro per lei. Studiai con passione laureandomi con il massimo dei voti. Iniziai il praticantato presso un importante studio di avvocati. I giorni, mesi ed anni si susseguirono monotoni seguendo lo schema: lavoro, ospedale, casa. Le raccontavo ogni aspetto della mia vita, ogni successo, ogni difficoltà e lei mi ascoltava. A volte si sforzava di parlare, di dire quanto fosse fiera di me fino a che in un pomeriggio caldo di maggio il suo cuore smise di battere. Piansi. Ricordo solo che piansi così tante lacrime che il giorno del funerale non ne avevo più. Non avevo più ragioni per restare a Londra. Non mi importava dello studio ne del lavoro ne tanto meno dell'unico genitore che mi era rimasto. Non gli rivolsi nemmeno uno sguardo quando dopo aver fatto la valigia ad un'ora dal funerale di mia madre presi la porta per recarmi all'aeroporto. Non sapevo dove sarei andata, ma di sicuro qualunque posto era migliore di quello.

***


:: Chapter #2 ::

LOS ANGELES


COTTON CANDY NIGHT CLUB


Ricominciare a vivere non è facile, soprattutto quando ti ritrovi sola senza famiglia, casa, lavoro e punti di riferimento in generale. In qualche modo però trovi quella forza che ti spinge a rimboccarti le maniche e darci dentro. Non so se sia l'orgoglio o l'istinto di sopravvivenza, ma lo fai. Se una porta si chiude, un portone si apre, e per me quel portone furono gli Stati Uniti.
Sette ore di volo e cinquemila cinquecento settanta chilometri dopo ero a New York. Città cosmopolita abbastanza grande per riuscire a farci convivere senso di colpa e voglia di riscatto. Trovai lavoro presso lo studio di avvocati Wells & Pearson a Manhattan. Dovevo pur mantenermi in qualche modo e la paga era molto buona. Unica pecca: dei turni massacranti che all'inizio, pur di non pensare, ero ben felice di coprire. Lavoro - casa - lavoro e poi ancora lavoro - casa - lavoro per giorni, settimane, mesi, fino a che una mattina prima di uscire all'alba come sempre non mi guardai allo specchio. Chi era quel fantasma con il viso scavato ed i capelli castani flosci che mi fissava? Io. Ero io. Non potevo andare avanti così. Lei non me lo avrebbe permesso se fosse stata ancora viva. Lei mi avrebbe spronata ad inseguire il mio sogno per realizzarmi in qualcosa che mi rendesse davvero felice anche se alla mia età non sarebbe stato di certo semplice. Si, a ventinove anni per il mondo della danza sei vecchia. Riempii nuovamente la valigia con tante speranze e qualche straccio salendo su un aereo diretto a Los Angeles, la città degli angeli.
Prima cosa positiva al mio arrivo: il clima. Finalmente il sole caldo baciava la mia pelle ricordandomi l'Italia con i suoi profumi ed i suoi colori. La seconda cosa positiva fu Norman Bates. Un musicista incontrato per caso lungo la passeggiata di Venice Beach. Capello lungo, barba incolta, sguardo intenso ed una svolgiatezza nel fare qualunque cosa che ti donava un senso di tranquillità. Terza cosa positiva il Cotton Candy Night Club e l'annuncio di ricerca di personale che lessi su di un giornale mentre pulivo il cesso di una famiglia benestante - ebbene si, il mio primo lavoro a Los Angeles fu la colf... quanto avrei voluto vedere la faccia di mio padre quando glielo dissi... avrei pagato milioni di dollari! -. Certo in un Night Club non avevo mai ballato, ma era pur sempre un inizio e non avrei mica dovuto morirci lì dentro. Un breve periodo, giusto per raccogliere un pò di soldi e poi avrei cercato altro. Questo è ciò che mi ripetevo. Questo è ciò che non accadde perchè una volta assunta ad accogliermi non trovai dei colleghi, ma una vera e propria famiglia, quella che non avevo più, quella di cui avevo un disperato bisogno. Sophie, Kristopher, Norman e poi ancora Ares, Lionell, Katherine, Tyler, Livia, Gwendoline, Eshter, Jace, Alex, Dwayne, Xander, Mikhail, Sabrina, Luna... quanti volti ho incrociato per i corridoi del Cotton nel corso degli anni. Li dentro abbiamo vissuto tra un margarita ed un bustino in stile burlesque, lì dentro abbiamo riso, pianto, litigato, urlato, fatto l'amore... lì dentro siamo diventati grandi. Tante storie e tante vite da tre anni a questa parte. C'è chi è andato avanti, chi se n'è andato sbattendo la porta, chi invece con una lacrima sulla guancia, chi con il sorriso nel cuore, ed io.... io sono ancora qua. Non sono più una Green Candy. Oggi sono la Big Sugar e come tale ogni giorno vedo varcare quella soglia ad una nuova Isabella in cerca di riscatto o ad un nuovo Alex in cerca di belle ragazze a cui mostrare le chiappe e di cui poi avere il numero o ad un nuovo Lionell in cerca di un pò di pace. Sono qui e qui rimango, perchè questa è la mia casa, questa è la mia famiglia.



L.A. REAPER - BIKER


«Una birra, solo una birra perchè non è il caso di ubriacarsi durante la prima settimana di lavoro rischiando di fare una serie infinita di figure di merda.»
Cosa sono i buoni propositi se non delle promesse che facciamo a noi stessi e che irrimediabilmente ci sentiamo autorizzati ad infrangere? E' più forte di noi, che si tratti della dieta o del consumo di eroina cediamo sempre.
Per la prima volta varcavo le soglie dell'Hard Rock Cafè. Sola. Tristezza? Abbastanza, ma di stare a casa proprio non ne avevo voglia. Il locale era davvero affollato tanto che dovetti sedermi al bancone, occupando il posto degli ubriaconi senza speranza. Iniziava bene la mia serata. Consultai la lista e mentre cercavo disperatamente di ordinare arrivasti tu. La gentilezza non era di certo il tuo forte, ma l'urlo servì al suo scopo. Ordinasti per entrambi e poi ti sedesti accanto a me. La polvere del deserto copriva ancora il tuo giubbotto di pelle. Potevo percepire l'odore dell'olio motore misto al sudore ed alla nicotina. Eri tutto ciò da cui mi avevano messo in guardia. Lo spauracchio, Il fantasma, l'uomo nero in grado di trascinarmi a fondo con se. Forse è per questo che non riuscivo a staccarti gli occhi di dosso ed alla tua proposta di ballare saltai giù da quello sgabello così velocemente che quasi mi storsi una caviglia. Sciocca ed ingenua Isabella. Ero completamente inebriata di te e del Connemara che mi avevi fatto trangugiare. Ti avrei portato a casa dopo essermi strusciata su di te per una notte di sesso, ma non accadde. Rifiutasti con uno dei tuoi sorrisi strafottenti scaricandomi davanti a casa dopo avermi accompagnata per ripartire a tutta velocità. Non ti vidi per un pò ed iniziai ad immaginare che fosse stato tutto un sogno della mia mente bacata. Conobbi James, il classico bravo ragazzo, con tutte le carte a posto per diventare un ottimo compagno di vita con il solo difetto che non era te. Mentre baciavo lui immaginavo i tuoi occhi azzurri, la linea sottile delle labbra, il ciuffo biondo in disordine, i tatuaggi emergere dalle maniche della maglietta... Mi regalò un anello, uno di quelli che rappresentano un impegno per la vita. Ero davvero innamorata o stavo solo cercando di colmare quella sensazione di vuoto affettivo che provavo dentro? Mi bastò una passeggiata per capirlo. Notte, luna piena in cielo, Venice Beach deserta, il mare calmo che si infrange sulla battigia fino a lambire i miei piedi nudi immersi nella sabbia ed un'ombra. La tua ombra che si avvicina a me. Butti la sigaretta e mi baci con passione, come se non dovessimo rivedere il sorgere del sole. Ho lo stomaco chiuso, la testa che gira e credo di aver smesso di respirare, ma le tue braccia si stringono attorno a me ed io sono felice. No, è sbagliato, ho fatto una promessa, mi scosto bruscamente, ti mostro l'anello e corro verso l'acqua ma non la raggiungo. Torno indietro arrabbiata perchè non puoi sparire per mesi e poi tornare per mandare all'aria la vita che mi sono costruita con fatica. Tu sei li a fissarmi con il terrore negli occhi. Ti faccio paura. Io? Una gracile ballerina di nemmeno un metro e settanta ti fa paura... No, è il sentimento che provo per te a spaventarti ed ancora di più quello che tu provi per me. Amore.

- «Vuoi un anello?»

- «No, voglio solo te»

Ma tu te lo sfilasti comunque dall'indice quell'anello a forma di teschio, l'anello dei Reapers che era stato di tuo padre prima di essere ucciso. Quell'anello per cui eri finito dentro scontando una pena di dieci anni per tentato omicidio. Quell'anello in cui era racchiusa la tua storia passata e presente lo stavo donando a me.
Facemmo l'amore per la prima volta lì, sulla sabbia fredda, incuranti di essere spiati da quella luna tanto luminosa fino a che le onde non arrivarono a bagnarci le gambe.
Era un'estate torrida. Il lavoro all'officina Barrow era fiacco ed io avevo racimolato qualche giorno di ferie, quale migliore occasione di fare un viaggio. Dove mai potevamo andare se non a Las Vegas, la città del peccato? Bastò un giorno, un solo giorno per cambiare la vita ad entrambi. Troppo stupidi per tenerci lontani dai guai e troppo ubriachi per riconoscerli. Ci svegliammo al mattino con un cerchio colossale alla testa, la completa assenza di memoria ed un certificato di matrimonio siglato la sera prima appoggiato sul mini bar. Cazzo. Il rientro fu molto silenzioso ma la questione andava affrontata. Decidemmo di provarci. In fondo nelle ultime settimane era più il tempo che ti fermavi da me ed Heather, la mia coinquilina, a dormire che altro. Scelsi un appartamento in Franklin Ave al 3891, una traversa di Hollywood Blv e ci trasferimmo. Non era facile, ma ce la stavamo cavando e quando la procura ci convocò per convalidare il matrimonio acconsentimmo. Ora eravamo sposati ufficialmente. Ora potevamo costruire la nostra vita insieme. Ora saremmo stati felici. Forse. Forse sarebbe stato così se non fossi sparito. Una settimana, un mese... stava per scattare l'anno oramai e quel capitolo lo stavo per chiudere ma ancora una volta tu ed il tuo tempismo del cazzo mi metteste il bastone tra le ruote. Dal nulla mentre colloquiavo una nuova ragazza entrasti al Cotton come se nulla fosse chiedendo del Whiskey. What? Volevo strapparti la pelle di dosso e farne una sciarpa prima di sapere cosa cazzo era successo. Non hai mai avuto una vita facile, ma non immaginavo che saresti stato in grado di incasinarla così tanto da dover lasciare L.A. per evitare che arrivassero a me ed a farmi del male. Dovevi proteggermi, e l'unico modo era farmi credere che mi avessi lasciata così anche loro lo avrebbero fatto e sarei stata al sicuro. Facemmo sesso, scaricando rabbia, nervosismo e tensione dopo che mi dicesti per la prima volta "ti amo".
Ero di nuovo sulla nuvola dell'amore con una piccola vista che cresceva in me. Te lo dissi il giorno del tuo compleanno. Una settimana dopo mi ritrovai la casa sottosopra e tu, nella camera degli ospiti a ridipingere le pareti di giallo ed armeggiare con mobili componibili. Arrivò il giorno della prima ecografia, ma tu in ospedale non arrivasti mai. Non ti trovai nemmeno a casa. Il telefono era staccato, l'officina deserta. Era successo di nuovo. Non ci volevo credere, ma avevo imparato qualcosa: andare avanti sempre e comunque fino alla fine soprattutto ora che Alien cresceva dentro di me.



AMELIA ELIZABETH BARROW


All'inizio è un puntino nero su di uno sfondo grigio e si muove malamente. E' scoordinato, nervoso, imprevedibile. Poi ascolti quel tamburo che batte ad una velocità pazzesca e ti rendi conto che tra trentadue settimane sarà tra le tue braccia e dipenderà totalmente da te.
L'emozione della vita che sboccia dentro di te è qualcosa di indescrivibile. Un giorno sei sola con te stessa ed il giorno dopo ti ritrovi a parlare con il tuo ombelico che protende fiero verso l'esterno manco ci dovessi appendere qualcosa sopra. Vieni colta da improvvisi sbalzi d'umore che ti portano a piangere per la pubblicità del dentifricio, ti disperi per quei piedi a salsiccia che non entrano più nemmeno nelle sneakers che indossavi a vent'anni quanto ti hanno messo il tutore per la distorsione della caviglia. Vomiti l'anima ed un secondo dopo sali in piedi ad una sedia della cucina per cercare in fondo alla dispensa quella barretta di cioccolato che tieni nascosta per i casi di emergenza. Trattieni il fiato prima di salire sulla bilancia nella speranza di non aver preso chili così che quando andrai al controllo il ginecologo non ti metterà a dieta. Dimentichi di che forma sia la tua vagina, escogitando un gioco di riflessi tra specchi degno di Leonardo Da Vinci per riuscire a rivedertela e magari depilartela. Un viaggio impervio insomma per cui vieni ripagata ogni volta in cui senti quella creatura conficcarti un piede nei reni o ballare la salsa sulla milza o avere il singhiozzo. E' impossibile trattenere il sorriso anche se fa un male porco e per qualche istante ti leva il fiato. Sai che c'è, che è tua e che tra qualche settimana la stringerai a te amandola e prendendoti cura di lei per il resto della vita.
E' da un sentimento puro come l'amore che sei nata Amelia Elizabeth Barrow. In una sera di giungo, il sei per la precisione, mentre su Los Angeles cadeva una battente pioggia. Addison mi stringeva la mano, Arwel mi dava le indicazioni su quando respirare e poi spingere ed io fissavo il soffitto pensando a colui che non poteva essere lì ad assistere. Lui che al piano superiore imprecava tempestando Addison di messaggi su come andasse a cui non poteva rispondere. Provai dolore tanto dolore ma quando ero sul punto di mollare sentii un vagito, una voce forte e decisa che piangeva a dirotto. Ti presi tra le braccia. Eri così calda, sporca e bella. Eri il mio sole, il mio miracolo. Occhi azzurri e capelli biondi non li avevi di certo ereditati da me ma ci sarebbe stato modo di conoscersi meglio con l'andare del tempo. Ora eri lì. Ora iniziavo ad esistere anche io.


***


:: Chapter #3 ::

TWO BODIES, ONE SOUL


Amore, s.m. - «Sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia. Può indicare l’affetto reciproco e per estensione la concordia dei sentimenti. Può anche essere rivolto a sé stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo.»
Che dire? Ecco la mia vita riassunta nella definizione di una parola all'interno del dizionario. Lo avevo provato come figlia, amica, amante, moglie... avevo fatte scelte dolorose nel suo nome fino ad arrivare ad annullarmi completamente e lo avrei fatto ancora. Questa volta però con la consapevolezza che ne sarei stata ripagata quando ti avrei tenuta in braccio per la prima volta, Amy. Volevo solo te. Tu saresti stata il centro del mio mondo, il mio tutto. Avrei fatto qualunque cosa per te, anche dare la vita pur di saperti in salute e felice. Non andavo in cerca di nient'altro quella notte se non di uno stratagemma per farti smettere di ballare la rumba sul mio stomaco. Distributore di colesterolo vieni a me! Era tardi, le strade quasi deserte, pochi giorni prima avevo dato l'arrivederci dal palco del Cotton Candy - perchè una donna incinta di quasi sei mesi in un Night CLub non si può vedere neanche se ne è il gestore! -. Guidai fino al Burgher King ed una volta arrivata alla cassa ordinai l'impossibile. Dovevo pur mangiare per due no? Una voce maschile alle mie spalle mi fece notare di aver dimenticato i nuggets. Alzai gli occhi al cielo voltandomi per mostrare la pancia, un deterrente efficacissimo contro i provoloni. Tu però non ti spaventasti, anzi, sorridesti e li ordinasti per entrambi. Una crepa si formò sulla mia corazza. Perchè in fondo sono i piccoli gesti che ti fottono, quelli a cui non dai peso. La goccia lenta che scava la roccia e tu avevi una laurea in questo. Ti conoscevo solo di vista, sapevo chi fossi, a chi ti accompagnavi e quali fossero le tue abitudini. Eppure la voce, lo sguardo e le parole con cui ti rivolgevi a me, mi dicevano tutt'altro. Possibile? Possibile che tutta la popolazione femminile di Los Angeles ti ritenesse il più grande figlio di puttana opportunista ed io no?
Due settimane dopo ero pronta a festeggiare il mio compleanno con una infinita quantità di pop corn, ed un dvd a casa mia. Sola. Almeno Bridget Jones poteva contare sulla vodka, io, sulla Coca Cola. Il campanello suonò e dall'altra parte della porta c'eri tu con in mano un pacco impreziosito con un grande fiocco. Se solo non avessi avuto quell'orrenda camicia da notte sformata dai troppi lavaggi. Aprii la scatola e dentro trovai un fantastico paio di Louboutin dal tacco vertiginoso. Qualcosa che ora non potevo permettermi di indossare, ma tra qualche mese si. Una velata promessa da parte tua, un modo per dirmi che tutto si sarebbe sistemato, che sarei tornata io e che tu ci saresti stato. Un'altra crepa fece intravedere un pò di luce al mio cuore malandato. Mi invitasti a cena al The Ritz e per la prima volta dopo tanti mesi mi sentii di nuova una donna con la D maiuscola. A volte basta poco, un abito corto, un paio di scarpe sensuali, un uomo accanto vestito in maniera impeccabile che ti apre la portiera e ti scosta la sedia per farti accomodare... Cazzo che serata e quando tornammo ti chiesi di salire per bere qualcosa. Non ci provasti nonostante i nostri occhi accarezzavano a turno le labbra dell'altro. Eri pronto ad andare, ti accompagnai alla porta e prima che potessi uscire ti posai la mano sulla spalla. Fu il primo sconquassante, dolce e tremendamente passionale bacio che ci scambiammo. Da lì ne seguirono tanti altri ed ogni sera prima di andare a letto si ripeteva il rito: piastrine, quelle militari che ti avevano accompagnato per una vita, letto e macramè. Io a casa mia e tu a casa tua dall'altra parte della città a parlare al telefono, o scambiare messaggi prima di spegnere la luce e dormire. Due quindicenni. Poi ci fu l'esplosione dell'officina. Il tuo ricovero in ospedale, io che non potevo venirti a trovare a causa della febbre e poi il mio ricovero all'ospedale perchè Amelia voleva venire la mondo. Ricorderò per sempre l'espressione del tuo volto quando te la misi in braccio. Quello era amore. Amore incondizionato. L'amore di un papà anche se la gentica diceva ben altro. Io, te ed Amelia per sempre=Famiglia.
Venisti a vivere con noi a Franklyn Ave per riabilitarti e per aiutarmi nella gestione di Amelia. Ero felice, tanto felice ma mancava ancora una cosa per essere completa. Successe un mese e mezzo dopo il parto in una sera qualunque. Non ti avevo detto che andavo in ospedale e quando tornai a casa eri fuori di te perchè erano ore che provavi a chiamarmi senza che io ti rispondessi. La mia espressione però ti fece capire che era successo qualcosa. Tacesti iniziando a preoccuparti sul serio. Il medico mi aveva comunicato che la ferita si era rimarginata e che potevo tornare a condurre una vita normale. Sesso incluso. Non lo avevamo mai fatto prima. Mi sfilai la fede, quella che mi legava ancora a William appoggiandola sul tavolino del salotto e tu mi prendesti in braccio per portarmi in camera da letto e con una delicatezza infinita ci unimmo. Due corpi, una stessa anima. Amore.
Passarono i mesi, arrivò Natale e con esso le vacanze. Andammo in Italia a trovare la mia nonna materna ospiti della tenuta sui colli insieme ad Addison, Alex ed il piccolo Ethan. Poco prima dello scoccare della mezzanotte, la viglia di Natale, mi chiedesti di uscire in giardino. Era il momento di scambiarci i regali e non stavo più nella pelle. Certo il mio era ingombrante da portare in aereo così avevo impacchettato una miniatura della motocicletta che avresti trovato a Los Angeles al nostro ritorno e nascosta nella serra. Era un pretesto però ed io non lo avevo capito. Sotto una luna splendente ti inginocchiasti ai miei piedi. Tu, Trevor James O'Connor, il terrore del 35° distretto del LAPD, l'uomo fiero ed orgoglioso che aveva sempre usato le donne come voleva eri lì ai miei piedi e con voce tremante mi chiedesti se ti volevo come marito. Senza parlare dell'anello che era semplicemente magnifico, anche se mi avessi allungato la bava di un tappo di plastica sarei scoppiata a piangere. Io. Isabella Elèna De Castillo, la donna che dopo il funerale della madre non aveva versato più una lacrima nemmeno alla nascita di sua figlia, piangevo. Ti gettai le braccia al collo e per poco non finimmo a terra, dimenticandomi per la forte emozione di rispondere. Era un si, un dannatissimo si. Restava solo un piccolo problema da risolvere: ero ancora sposata. La battaglia non fu semplice tra cambi di vertice in procura ed avvocati che smarrirono le prove attestanti la volontà di William di rinunciare alla patria podestà di Amelia, acconsentendo inoltre al divorzio, ma ce la facemmo. Ero una donna libera finalmente. Ora non restava che organizzare il nostro matrimonio, conoscere le rispettive famiglie e crescere Amelia.


***


:: Chapter #4 ::

GRIEF


Il buio. Non c'è che buio attorno a me. Eppure gli occhi sono aperti, muovo gli arti, respiro, ma non c'è che buio. Nero, soffocante e vuoto buio. Ho nelle orecchie il fragore del metallo che esplode e che stordisce e l'odore di sangue, pioggia e piscio nelle narici. Non riesco a parlare. Riesco solo a piangere. Ad ogni agente che entra da quella porta il cuore ha un fremito. Rivedo la divisa nera, le mostrine sulle spalle, l'arma d'ordinanza. Rivedo te che mi domandi come se mi sento, se mi va di parlare allungandomi un bicchiere d'acqua. Non puoi essere tu. Io ti ho visto morire. Ho sentito la vita lasciare il tuo corpo lentamente mentre eri tra le mie braccia. Mi sei scivolato via come sabbia tra le dita in una notte di settembre sotto ad un acquazzone. E la colpa di tutto ciò, è mia. Solo e soltanto mia. Non mi perdonerò mai ciò che ho fatto. Mai e poi mai.

***


:: Chapter #5 ::

EVERY BREATH IS A SECOND CHANCE


“Ho realizzato di essere morto e poi rinato un gran numero di volte, ma non potevo ricordarlo solo perché i passaggi dalla vita alla morte e poi di nuovo alla vita sono così impercettibili, un’azione magica per un non nulla, come addormentarsi e svegliarsi di nuovo un milione di volte, l’assoluta casualità e ignoranza di quel che succede. Ho realizzato che è solo per la stabilità dell’Anima che questi frammenti di nascita e morte possono avvenire, come l’azione del vento su un puro, placido, immobile specchio d’acqua. Ho sentito la dolce, eccitante beatitudine, come una gran botta di eroina direttamente in vena; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa sussultare; i miei piedi formicolavano. Pensavo di essere sul punto di morire in ogni momento. Ma non sono morto…” - Jack Kerouac

05 gennaio 2018
No, non sono morta. Perchè respiro, cammino, stringo la mano di Amelia. No, non sono morta. Se fosse così sarebbe tutto maledettamente più semplice e silenzioso. Non c’è notte in cui il fragore di quei colpi non prenda a rimbombarmi nella testa. I tuoi occhi azzurri che mi fissano, le tue labbra strafottenti che sibilano con fatica parole tanto dolci da trafiggermi l’anima come lame d’acciaio. Notte dopo notte, giorno dopo giorno sono trascorsi tre mesi. Non pensavo di durare tanto, ma sono sopravvissuta. Nutrendomi dei sentimenti altrui come un parassita. Ho soggiogato, mentito, tradito. Mi sento sporca. Mi sento sbagliata. Mi sento vuota. E’ tempo di andare via. Lasciare tutto ciò che mi ricorda noi, Franklin Ave, il Cotton… Los Angeles. Domani verrà Eshter. Mi taglierà i capelli, quelli che sfioravi con il palmo della mano rinfrancandomi quando mi sentivo brutta e grassa per la gravidanza di Amy. Li voglio corti. Non dovrò riconoscermi allo specchio. Perchè quella Isabella se n’è andata con te il 20 settembre nel vicolo dietro al Cotton. Non mentirò dicendoti che andrò avanti. Perchè non lo farò. Non lo voglio fare. Tu ed Amelia eravate il mio domani. Ora non mi rimane che lei. Sarò per lei madre e padre ed un giorno le racconterò di come quel bellissimo angelo che la protegge ha salvato la sua mamma.
Non ho idea del perché mi sia messa a scrivere questa lettera. Se avessi parlato semplicemente , mi avresti ascoltata, come sempre del resto. Dovrò chiedere scusa a diverse persone, consapevole che il senso di colpa per ciò che ho fatto, non riuscirò a cancellarlo mai.
Ho freddo. Tanto freddo. Sarà meglio rientrare in casa. Devo chiudere le valigie.


Sarebbe dovuta concludersi così la mia esperienza a Los Angeles.
Una donna vuota con una bambina di un anno e mezzo al seguito che abbandona la città in cui si era ricostruita una vita amando, piangendo, sorridendo, diventando madre… la città che dopo averle dato tutto, se l’era ripreso indietro. Ed invece… dopo sette mesi e sono ancora qui.
Osservo il tuo petto andare su e giù con ritmo regolare mentre mi dormi accanto e non riesco fare a meno di sorridere. Con l’indice ti sfioro la fede, la stessa che porto al mio anulare e sorrido di più. Il mio ventre cresce di giorno in giorno ed a fine anno una nuova creatura verrà al mondo riempiendoci la vita d’amore. Mai mi sarei aspettata che vincessi anche la morte per tornare da me, da me ed Amelia. Ed invece sei qui con noi e questo mi basta, per ora. Verrà il giorno in cui chi ci ha fatto questo la pagherà, ma ora… ora è tempo di recuperare quel tempo che ci fu rubato. Amami sbirro. Ieri, oggi e domani. Forever.


quarele83
00Monday, April 15, 2019 5:09 PM
Guardaroba


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