Quando il Papa disse: FATE CONOSCERE IL MAGISTERO DELLA CHIESA

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S_Daniele
00Sunday, October 4, 2009 7:16 AM

IL RICHIAMO

quanto segue  risale al 2004 vale la pena di meditare E APPLICRE se poi si vuole gridare "SANTO SUBITO"....

Parlando alla Congregazione per la dottrina della fede il Papa ha invitato a riflettere sull’accoglienza dei documenti


http://www.avvenire.it/


«Il Magistero non si può ridurre a una battuta»

Di Giorgio Bernardelli

Le verità affermate dal Magistero? Ai fedeli troppo spesso arrivano solo attraverso qualche battuta dei mass-media. Che il più delle volte ne distorcono il senso complessivo. È un'analisi allarmata quella che il Papa ha proposto ieri mattina, incontrando nella Sala Clementina i partecipanti alla plentaria della Congregazione per la dottrina della fede. Nel giro di orizzonti che ogni due anni compie col dicastero dottrinale della Santa Sede, Giovanni Paolo II ha scelto di toccare anche il tema della recezione dei documenti del Magistero da parte dei cattolici.

Prendendo le mosse da una fotografia non certo confortante del mondo dei media: quando viene pubblicato un nuovo testo - ha osservato il Pontefice - «i fedeli spesso sono disorientati più che informati dalle immediate reazioni dei mezzi di comunicazione sociale».

La preoccupazione è molto seria. Quella del Magistero - ha spiegato ancora il Papa - è una «parola autorevole che fa luce su una verità di fede o su alcuni aspetti della dottrina cattolica contestati o travisati da particolari correnti di pensiero e di azione».


E «promuovere e tutelare la verità della fede cattolica» è un compito che, proprio davanti alla Congregazione vaticana a questo deputata. Giovanni Paolo II ha definito ancora una volta fondamentale. «Le moltitudini - ha spiegato citando la sua enciclica Redemptoris missio - hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo».

Perché «la piena adesione alla verità cattolica non diminuisce, ma esalta la libertà umana».
Ma si può davvero conoscere questa verità se ciò che si ha a disposizione è solo un titolo ad effetto?


Di qui l'invito ai vescovi e alle comunità cristiane ad adoperarsi in prima persona affinché le indicazioni del Magistero arrivino ai cattolici nella loro interezza. Perché prima ancora che un fatto mediatico - ha precisato Giovanni Paolo II - la pubblicazione di un documento deve essere «un evento ecclesiale di accoglienza, nella comunione e nel la condivisione più cordiale della dottrina della Chiesa».


Ecco allora il consiglio rivolto all'interno della Chiesa di «prevedere modi opportuni di trasmissione e di diffusione di ogni documento, che ne consentano la piena conoscenza innanzitutto da parte dei Pastori della Chiesa, primi responsabili dell'accoglienza e della valorizzazione del magistero pontificio come insegnamento che contribuisce a formare la coscienza cristiana dei fedeli di fronte alle sfide del mondo contemporaneo».

L'udienza di ieri alla plenaria della Congregazione per la dottrina della fede ha offerto tuttavia al Papa l'occasione per soffermarsi su altri due temi importanti. Innanzi tutto il concetto di legge morale naturale, quelle «norme prime ed essenziali, patrimonio della sapienza umana, sulla base delle quali si può costruire una piattaforma di valori condivisi». Si tratta di un cardine oggi in molti ambienti messo in discussione; con la conseguenza da una parte «della diffusione tra i credenti di una morale di carattere fideista» e, dall'altra, della mancanza «di un riferimento oggettivo per le legislazioni, che spesso si basano solo sul consenso sociale».


Sono temi - ha ricordato Giovanni Paolo II - già affrontati nelle encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio. «Purtroppo - ha aggiunto però - questi insegnamenti non sembra siano stati recepiti finora nella misura auspicata». Di qui l'invito alla Congregazione ad approfondire questo tema «cercando anche convergenze con rappresentanti delle diverse confessioni, religioni e culture».



Giovanni Paolo II ha chiesto di applicare la normativa canonica facendo attenzione alla «proporzionalità tra colpa e pena». Ma ha anche ricordato come la migliore garanzia stia «nella giusta ed equilibrata formazione dei futuri sacerdoti».


 

Precisi richiami di Giovanni Paolo II sull'odierno contesto culturale


ANGELO MARCHESI
 

C'è da augurarsi che non sia sfuggita a nessuno, sia egli un laico cristiano o un sacerdote, l'importanza del discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto in occasione dell'udienza ai partecipanti alla Sessione plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede svoltasi recentemente a Roma (cfr L'Osservatore Romano di sabato 7 febbraio 2004).

Dopo che il Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto di tale Congregazione, aveva presentato un indirizzo di omaggio al Papa, Giovanni Paolo II, esprimendo il Suo gradimento per tale incontro, non ha mancato di porre subito in rilievo il difficile compito del richiamo "all'unità della fede e della comunione di tutti i credenti", messo a confronto con "l'odierno contesto culturale, qualificato sia da un diffuso relativismo come dalla tentazione di un facile pragmatismo", contesto culturale che richiede, più che in altri tempi, "l'annuncio coraggioso delle verità che salvano l'uomo e un rinnovato slancio evangelizzatore".

Impegnandoci tutti in questo chiaro annuncio, sulla scorta della Evangelii nuntiandi, espressamente qui menzionata dal Pontefice:  "si rende un enorme servizio agli uomini che cercano la luce della verità", giacchè nel Vangelo, che richiede "la libera adesione dell'uomo" tutta l'umanità può "trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca su Dio, sull'uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità", come ricorda la Redemptoris missio ( 7-8), dello stesso Giovanni Paolo II.

Il Papa ha aggiunto che intende richiamare a questa "nuova evangelizzazione" tutta la Chiesa, proprio all'inizio di questo terzo millennio, ed ha significativamente insistito sulla necessità di una chiara e completa "ricezione dei documenti magisteriali da parte dei fedeli cattolici, spesso disorientati - ha detto - più che informati dalle immediate reazioni e interpretazioni dei mezzi di comunicazione sociale".
Su questo rilievo val la pena di insistere giacché - come ha fatto notare lo stesso Pontefice - la ricezione di un documento e di un insegnamento della Chiesa "più che un fatto mediatico, deve essere visto soprattutto come un evento ecclesiale di accoglienza del magistero nella comunione e nella condivisione più cordiale della dottrina della Chiesa".
 
Sovente infatti accade che, per superficiale frettolosità informativa, gli odierni mezzi di comunicazione sociale (giornali e reti televisive) confezionino in una o due frasi, quando non addirittura in "slogan", quello che l'autorità magisteriale della Chiesa propone in un suo specifico insegnamento, dottrinale o morale, e che esige quindi completezza di informazione e di conoscenza e pacata riflessione.
Troppe volte i mezzi di comunicazione sociale, ovviamente non solo su temi religiosi, nella gara di arrivare per primi finiscono per distorcere o falsare quello che vorrebbero (e dovrebbero!) comunicare con maggiore precisione e completa correttezza.

Giovanni Paolo II su questo tema aggiunge espressamente:  "Affinché la ricezione diventi un autentico evento ecclesiale, conviene prevedere modi opportuni di trasmissione e di diffusione del documento stesso, che ne consentano la piena conoscenza innanzitutto da parte dei Pastori della Chiesa..." per poter poi "formare la coscienza cristiana dei fedeli di fronte alle sfide del mondo contemporaneo".

Quante volte invece accade di ascoltare frettolosi (ed arruffati) dibattiti televisivi o generiche interviste giornalistiche di certi personaggi su temi e problemi morali, religiosi o anche civili che esigerebbero ben altri spazi temporali e ben altri modi di riflessione e di valutazione, al fine di aiutare realmente gli ascoltatori o i lettori a costruire un loro motivato giudizio.

La civiltà delle immagini televisive e della carta stampata deve impegnarsi non a schokkare (come usa dire!) il cittadino, ma a farlo riflettere in modo più consapevole e responsabile! Questo vale tanto per le diverse comunità religiose dei nostri giorni, evitando anche perniciosi fondamentalismi, quanto nella più vasta comunità civile, che ha bisogno non di essere sottoposta a docce scozzesi, ma di essere educata alla discussione democratica e alla costruzione di un meditato e motivato consenso sui diversi problemi del nostro tempo.
Legge morale naturale come tema rilevante in due recenti encicliche
Giovanni Paolo II, proseguendo il suo discorso, ha poi richiamato l'attenzione sul problema della "legge morale naturale", osservando che:  "Tale legge appartiene al grande patrimonio della sapienza umana, che la Rivelazione, con la sua luce, ha contribuito a purificare e sviluppare ulteriormente. La legge naturale, di per sé accessibile ad ogni creatura razionale, indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale". I richiami a tale legge morale naturale sono espressamente presentati nelle pagine della Veritatis splendor, al cap. II, con puntuali rinvii alla Summa theologiae (I IIae, qq. 90 - 97) di Tommaso d'Aquino, tutt'altro che sorpassato.

Alla luce di questo importante richiamo alla "legge morale naturale" sulla cui base "si può costruire una piattaforma di valori condivisi, intorno ai quali sviluppare un dialogo costruttivo con tutti gli uomini e con la società secolare", sempre Giovanni Paolo II rileva che:  "oggi, in conseguenza della crisi della metafisica, in molti ambienti, non si riconosce più una verità inscritta nel cuore di ogni persona umana", con la diffusione o di una "morale di carattere fideista" oppure con l'assenza di un "riferimento oggettivo per le legislazioni, che spesso si basano soltanto sul consenso sociale, così da rendere sempre più difficile giungere ad un fondamento etico comune a tutta l'umanità", come invece dovrebbe verificarsi se la predetta "legge morale naturale" avesse il suo accertato fondamento metafisico e la sua corretta formulazione, universalmente valida per tutti.

Proprio ai fini di questo necessario ed irrinunciabile  "fondamento etico", Giovanni Paolo II rinvia qui, a buon diritto, alle sue Encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio in cui egli, con rigoroso approfondimento filosofico e teologico, ha voluto deliberatamente "offrire elementi utili a riscoprire, tra l'altro, l'idea della legge morale naturale". (Si vedano in particolare i capp. II e III della Veritatis splendor, dedicati al tema del rapporto tra legge, libertà, verità e coscienza morale ai 28 - 105).

"Purtroppo - aggiunge Giovanni Paolo II con un palese accorato accenno - questi insegnamenti non sembra siano stati recepiti finora nella misura auspicata e la complessa problematica merita ulteriori approfondimenti", suggerendo quindi di:  "promuovere opportune iniziative (...) per contribuire ad un rinnovamento costruttivo della dottrina sulla legge morale naturale, cercando anche convergenze con rappresentanti della diverse confessioni religiose e culture".
In queste parole non è chi non veda l'urgenza sociale e culturale di un siffatto invito e la positività di questa proposta che sottolineano con chiarezza che, senza un preciso riferimento a Dio libero creatore dell'uomo e del mondo, non è assolutamente possibile parlare di una "natura umana" e di una legge morale naturale, inscritta nella coscienza dell'uomo. È palese infatti che se non si riconduce, in ultima analisi, il tema e il problema della "natura umana" ad un atto creativo e libero di Dio, si finisce inevitabilmente, o col negare tale realtà della "natura umana", che sta a fondamento della dignità della "persona", o col travolgere la realtà dell'uomo in una concezione storicistica o relativistica che annulla ogni possibile riferimento a valori etici perenni e sottopone l'uomo ad ogni possibile manipolazione, priva di ogni regola.

Non a caso Giovanni Paolo II si riferisce alla "crisi della metafisica" e rinvia ai testi delle due citate Encicliche, dove questi temi e problemi sono stati escussi e affrontati con precise indicazioni e motivazioni che non è qui possibile ora ripercorrere, ma che restano pietre miliari per chi vuole affrontare e chiarire questi urgenti problemi.

Auguriamoci quindi che il Suo invito trovi valide risposte, consapevole unità di intenti e coerenti approfondimenti dei temi qui sinteticamente richiamati.

(©L'Osservatore Romano - 13 Febbraio 2004)
S_Daniele
00Sunday, October 4, 2009 7:17 AM

Chi ascolta il Papa?

di Marco Invernizzi 


Il Magistero pontificio? Non viene letto e insegnato dentro le comunità ecclesiali. I mass media ne stravolgono il contenuto. E cosa si può fare per rilanciare lo studio della metafisica e della legge naturale? La preoccupazione del Papa.
 


Non posso che unirmi ad Angelo Marchesi che su L’Osservatore Romano del 13 febbraio 2004 ha scritto: «c’è da augurarsi che non sia sfuggita a nessuno, sia egli un laico cristiano o un sacerdote, l’importanza del discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto» alla riunione plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede (e pubblicata il 7 febbraio dallo stesso quotidiano della Santa Sede). Perché un discorso così importante?

Certamente perché si rivolge a quella Congregazione, presieduta dal card. Joseph Ratzinger, che ha come scopo la difesa e promozione della fede, ma soprattutto per i due temi affrontati, la recezione del Magistero oggi nella Chiesa e nel mondo e la percezione dell’importanza della legge naturale.


Questi due temi vengono affrontati in quell’ottica missionaria alla quale il Santo Padre ci ha abituato nel corso del suo lungo pontificato, speso, fra l’altro, al servizio di una nuova evangelizzazione degli antichi paesi cristiani, come ha ribadito parlando in Svizzera nel corso del viaggio pastorale del giugno 2004. Ogni documento, ogni gesto della Chiesa va letto nella prospettiva dell’evangelizzazione: «ogni sua attività deve essere inseparabile dall’impegno per aiutare tutti a incontrare Cristo nella fede», scrive il Papa nel discorso alla Congregazione per la dottrina della fede. Ma l’evangelizzazione incontra diversi ostacoli, esterni, come «l’odierno contesto culturale» negativamente segnato dal relativismo e «dalla tentazione di un facile pragmatismo», ma anche interni alla Chiesa, quando il Magistero non viene adeguatamente recepito dai fedeli, sia per la superficialità dei mezzi di comunicazione, sia anche per l’incapacità di noi cattolici di fare la fatica di studiare il Magistero e poi di cercare di comunicarlo.

Il Papa scrive di «fedeli disorientati più che informati» da come i testi del Magistero vengono presentati dai media, ma ricorda anche come un documento della Chiesa è un «evento ecclesiale» prima che un fatto mediatico, che i cattolici, a cominciare dai pastori fino a tutti i fedeli, devono accoglierlo «nella comunione e nella condivisione più cordiale della dottrina della Chiesa». Avviene così? Vi capita spesso di ascoltare incontri, conferenze, seminari, catechesi degli adulti nelle parrocchie italiane, in cui si tratti di documenti del Magistero? Ma allora a cosa serve, a chi si rivolge?


Nessuno nega la difficoltà di molti documenti magisteriali, ma proprio per questo meriterebbero un’attenzione maggiore da parte di chi dovrebbe incaricarsi di spiegarne il contenuto. E comunque il Papa pone un problema e una domanda a tutti i fedeli: «Perché la recezione diventi un autentico evento ecclesiale, conviene prevedere modi opportuni di trasmissione e di diffusione del documento stesso, che ne consentano la piena conoscenza innanzitutto da parte dei Pastori della Chiesa, primi responsabili dell’accoglienza e della valorizzazione del magistero pontificio come insegnamento che contribuisce a formare la coscienza cristiana dei fedeli di fronte alle sfide del mondo contemporaneo».

Parole importanti, su cui riflettere per cercare soluzioni.

Altro argomento importante e urgente che il Papa indica all’attenzione dei membri della congregazione è quello della legge naturale. Sento già l’obiezione di molti cattolici: «perché il magistero, il diritto naturale, tutte cose complicate quando invece sarebbe così semplice seguire Gesù Cristo?». C’è qualcosa di molto pericoloso in questa forma di fideismo, molto diffusa. Anzitutto la contrapposizione dialettica tra Rivelazione e legge naturale, tra fede e morale, quasi che la scelta di seguire il Signore non debba comportare una conversione, cioè un adeguare il nostro modo di agire, non soltanto ma anche di pensare. Ma c’è di più. Il Papa scrive che l’assenza di consapevolezza dell’esistenza di una verità iscritta nel cuore di ogni persona è una conseguenza della crisi della metafisica, cioè di quella scienza delle cause ultime, dei primi principi, senza la quale l’uomo non ha certezze umane, non conosce la sua identità.

Questa grave crisi è nata nelle scuole e università cattoliche, fra i pensatori cattolici e si è estesa ai fedeli, portandoli ad assumere posizioni fideiste nel campo della morale, per esempio. Nel dossier sul referendum contro il divorzio del 1974 (il Timone, febbraio 2004), è stato fatto notare come questo fideismo sia stato nefasto nella recente storia italiana, impedendo ai cattolici di essere consapevoli, proponendo l’indissolubilità matrimoniale, di offrire una soluzione per il bene di tutta la comunità, non soltanto per i cristiani. Questa crisi potrà essere superata soltanto quando dalle scuole e dalle università cattoliche arriveranno insegnamenti coerenti con quanto scrive Giovanni Paolo II.

Il Pontefice è consapevole che gli insegnamenti sulla legge naturale contenuti nelle due encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio «non sembra siano stati recepiti finora nella misura auspicata».


Oltretutto, vi è un ultimo aspetto, che il Papa ricorda. La legge naturale, iscritta nel cuore di ognuno, è la base del dialogo con gli uomini di altre religioni. Senza la legge naturale «viene a mancare un riferimento oggettivo per le legislazioni», che così si basano esclusivamente sul consenso sociale, venendo a mancare ogni possibile fondamento etico comune a tutta l’umanità. Senza la legge naturale e senza Dio, che ne è il fondamento e l’origine, tutto diventa possibile, dall’omicidio dell’innocente con l’aborto, al terrorismo che colpisce la gente comune, al terrorista suicida. E così l’odio si candida a dominare la storia.


Bibliografia


Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris missio, del 7 dicembre 1990.
Idem, Enciclica Veritatis splendor, del 6 agosto 1993.
Idem, Enciclica Evangelium vitae, del 25 marzo 1995.
Idem, Enciclica Fides et ratio, del 14 settembre 1998.
Antonio Livi, Lessico della Filosofia. Etimologia, semantica & storia dei termini filosofici, Ares 1995.
 

© il Timone n. 33, luglio 2004

S_Daniele
00Sunday, October 4, 2009 7:20 AM

C’è un gran bisogno di giornalisti cattolici, sostiene Benedetto XVI


Incontrando il Direttore di “El Observador” e corrispondente di ZENIT


CASTEL GANDOLFO, lunedì, 12 settembre 2005 (
ZENIT.org).- “La Chiesa ha bisogno del lavoro dei giornalisti cattolici e della stampa cattolica”, ha affermato questo lunedì Benedetto XVI al giornalista messicano Jaime Septién, Direttore di “El Observador” e corrispondente di ZENIT in Messico, America Centrale e aree ispaniche degli Stati Uniti.

Nel contesto della visita “ad limina apostolorum” dei Vescovi messicani al Papa, oggi è stata la volta di parte dei Vescovi suffraganei di San Luis Potosí e di Morelia, concretamente Tacámbaro, Apatzingán, Zamora e San Luis Potosí, accompagnati dall’Arcivescovo Luis Morales Reyes e dall’Arcivescovo emerito Arturo Antonio Szymanski Ramírez.

Accompagnando quest’ultimo, il Direttore del settimanale “El Observador” e corrispondente di ZENIT ha riferito di aver incontrato un Papa “affabile, affettuoso, umano, preoccupato per la stampa cattolica e per tutti noi che abbiamo scommesso sulla fedeltà alla Chiesa come parte essenziale della nostra vocazione”.

“Dopo avergli riferito il compito che svolgiamo con ‘El Observador’ e ZENIT, il Santo Padre mi ha detto in modo molto diretto che la Chiesa ha un grande bisgno del nostro lavoro e che lui, a livello personale, ci ringrazia per il servizio che prestiamo attraverso la comunicazione per la diffusione del Vangelo”, ha spiegato Septién.

”La visita è stata molto breve, ma straordinariamente efficace – ha aggiunto –, perché ho potuto mettere a disposizione di Benedetto XVI tutti noi che siamo impegnati in questo grande compito che è il giornalismo cattolico; sono uscito con spirito rinnovato, pieno di affetto per il Santo Padre, in cui ho visto un pastore di anime, uno sguardo trasparente, un sorriso meraviglioso e una forza che mi fanno augurare che, ancora una volta, si sbaglino tutti quei colleghi giornalisti che definivano questo papato come un periodo di transizione”.

I Vescovi che hanno incontrato oggi il Papa hanno concordato nell’affermare che Benedetto XVI ha delle maniere squisite e una capacità d’ascolto che lo fa sentire molto vicino alle diocesi del Messico.

Uno di loro – l’Arcivescovo di San Luis Potosí, monsignor Luis Morales Reyes – ha rivelato di aver chiesto al Papa “un compito: fare un’Enciclica sulla preghiera, al che il santo Padre ha risposto che aveva già ricevuto molte richieste a questo stesso riguardo”, ha detto.

Septién ha quindi ricordato che, al termine dell’incontro, il Papa lo ha invitato a continuare il suo lavoro in questo campo “e ha ribadito che ringraziava me per il mio lavoro e tutti coloro che lavorano nei media cattolici”.


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