Pasquale Testini caposcuola dell'archeologia cristiana

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S_Daniele
00mercoledì 14 ottobre 2009 18.54
Pasquale Testini caposcuola dell'archeologia cristiana



Il maestro che non clonava se stesso


In occasione del ventesimo anniversario della morte di Pasquale Testini (Ruvo di Puglia 17 maggio 1924 - Roma 17 ottobre 1989), il 15 ottobre viene presentato in Campidoglio il volume Scritti di archeologia cristiana. Le immagini, i luoghi, i contesti, una raccolta - curata da Fabrizio Bisconti, Philippe Pergola e Lucrezia Ungaro (Città del Vaticano - Roma, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana - Comune di Roma, 2009, 2 volumi, pagine 1710) - che comprende una serie di contributi prodotti dallo studioso tra il 1953 e il 1988.

di Carlo Carletti

La scelta di riproporre oggi i saggi più significativi pubblicati in quaranta anni di attività da Testini è stata dettata non solo dal desiderio di offrire un omaggio in sua memoria, ma anche e soprattutto dalla consapevole convinzione che queste ricerche rivestono tuttora piena attualità nella storiografia dell'archeologia tardo antica e paleocristiana. L'ambito di ricerca di questi scritti si estende dall'iconografia (Cristo in trono tra gli apostoli; Pietro e Paolo; san Giuseppe di Nazaret; il simbolismo degli animali, la traditio legis), alle indagini sul territorio (scavi di Cornus, di Ramat Rahel in Siria e soprattutto quelli ricchissimi di suggestioni problematiche sul complesso di sant'Ippolito all'Isola Sacra), alle ricerche sulle catacombe romane (Domitilla, sant'Alessandro), alla promozione delle indagini di topografia sul concetto dello "spazio cristiano" e sul fenomeno insediativo della chiesa cattedrale.

Ma dietro e dentro i saggi che oggi si ripubblicano c'è in trasparenza la persona nella sua complessità, non solo lo studioso. E ciò giustifica e legittima il fatto che un allievo della prima generazione (cioè della prima metà degli anni Sessanta) - come chi scrive - possa ripercorrere, seppure per grandi linee, la storia intensamente vissuta di uno studioso sui generis, quale è stato Testini, sia nel rapporto con la sua scuola sia nei riguardi delle dinamiche, non sempre lineari, della Accademia universitaria. Nel ripercorrere un passato lontano - come è naturale - emergono insieme e dunque si confondono e si accavallano i ricordi personali e quelli collettivi, altrettanto importanti, perché legati alla consuetudine di un gruppo di allievi, che si andava costituendo intorno a Testini già a partire dai primi anni Sessanta e che nel decennio successivo si sarebbe considerevolmente accresciuto.

Una tentazione, sempre in agguato, potrebbe sollecitare un elogium di circostanza, che finirebbe però - come nello stile della retorica universitaria - col ridurre a puro modello convenzionale una individualità e a lasciare nell'ombra quei significativi e irripetibili frammenti di storia che, se ricomposti, definiscono la persona. Ma una operazione di questo tipo non può essere consentita a un allievo di Pasquale Testini, il quale - potrà apparire paradossale - non è stato né ha mai voluto essere un accademico o, come si dice in gergo, un barone. Non era il suo un atteggiamento di snobistico anticonformismo, né di mascherato paternalismo, ma più semplicemente e più genuinamente un suo modo di essere e insieme di apparire, esito quasi naturale della sua origine e della sua storia.

Allo stesso modo, Testini mai si atteggiò a maestro:  probabilmente nel suo intimo non si sentiva tale, ma nella realtà, cioè nel rapporto con i suoi allievi e negli esiti che ne seguirono, si dimostrò maestro nel senso più pieno della parola. In questa direzione emergeva una figura di insegnante e ricercatore non autoreferenziale, non geloso del proprio sapere:  partecipava generosamente ai suoi allievi quanto veniva maturando nel dibattito scientifico del tempo, che era - dobbiamo riconoscerlo - ricco di suggestioni e di stimoli, anche per chi cominciava a iniziarsi a una attività di ricerca scientifica. Aveva sempre ben presente le esigenze reali, le curiosità, gli entusiasmi talvolta ingenui di chi cominciava ad accostarsi ai primi rudimenti. In questa direzione si inserisce l'iniziativa - indubbiamente coraggiosa - di dare alle stampe il manuale Archeologia cristiana. Nozioni generali dalle origini alla fine del secolo vi (Roma 1958; ristampa con aggiornamenti bibliografici e indici, Bari, 1980), che per oltre un cinquantennio ebbe straordinaria fortuna, non solo per l'utenza didattica ma anche per quella specialistica. Un libro cui pose mano da subito e sul quale lavorò per quasi un decennio, dall'inizio della sua carriera (1948) presso la cattedra di Archeologia cristiana dell'università di Roma e poco dopo (1951) presso il Pontificio Istituto di Archeologia, nel cui ambito il "manuale" fu concepito e prese forma.

Tra gli anni Sessanta e Settanta, dopo una stasi di sostanziale conformismo, anche in Italia venivano emergendo nuove istanze metodologiche che coinvolgevano in pieno anche l'ambito della ricerca archeologica e, dunque, anche il già consistente gruppo di allievi che, sotto la guida di Testini, all'università e alla scuola del Pontificio, si incamminava verso lo studio dei monumenti paleocristiani. Si sviluppò un acceso confronto che suscitava incondizionata condivisione e all'opposto sospetti e timori, non disgiunti da venature ideologiche, talvolta manifestate con toni tipici del pregiudizio ideologico, che come è noto - o dovrebbe esserlo - non sta mai (e non stava) da una parte sola. In questa atmosfera Testini svolgeva la sua attività di docente e di studioso all'università di Roma La Sapienza e al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana. Ma questa duplice appartenenza non sempre gli consentì di esprimere in piena libertà di pensiero e di azione i convincimenti che in quegli anni andava maturando e che erano anche il frutto della avviata consuetudine e collaborazione con studiosi di alto livello e per molti versi innovativi, come Paul-Albert Février, Charles Pietri, Louis Reekmans e Manlio Simonetti, con il quale, in particolare nello studio della complessa questione ippolitea, sviluppò un'esemplare gestione integrata di fonti di diversa natura e funzionalità.

Il terreno sul quale doveva muoversi e agire si presentava accidentato e non esente da qualche potenziale insidia. Vi era da una parte l'atmosfera della facoltà di lettere e filosofia e al suo interno la consuetudine con una personalità prorompente e battagliera come Margherita Guarducci, che in quegli anni si stava dedicando alla dibattuta questione petrina; dall'altra la scuola e la tradizione di via Napoleone iii (il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana) e anche qui il rapporto stretto, e per lui molto importante, con una forte personalità quale quella del gesuita Antonio Ferrua. Anche lui, a proposito della questione petrina e di altro, si era dovuto adeguare all'osservanza di "quei dovuti rispetti", che di fatto imponevano prudenze e prese di distanza non sempre sintoniche con le reali aperture innovative, che pure andavano maturando nella scuola del Pontificio, soprattutto per merito di Erik Peterson, Leo Cunilberto Möhlberg e appunto di padre Ferrua, che ebbero un ruolo rilevante nella formazione scientifica di Testini.


 
In questa atmosfera andava poi emergendo, strisciante, un insistente mormorio, trasversale a ideologie e scuole, che sibilava ormai prossime le esequie dell'archeologia cristiana, la quale, a parere di molti, si sarebbe dovuta più convenientemente diluire tra l'archeologia tardoantica e quella medioevale. Non si capiva o non si voleva capire, almeno in quel frangente, un aspetto fondamentale della questione:  l'aggettivo cristiano era, o avrebbe dovuto essere, soltanto funzionale a indicare una definita committenza - quella appunto cristiana - che sul piano culturale, sociale e ideologico si proponeva come referente, seppure mediato, per seguire e definire la tracciabilità storica di una identità, che comunque la si voglia valutare si lascia riconoscere attraverso una variegata e smisurata quantità di evidenze monumentali. La discussione pertanto - e questo è anche quello che diceva Testini nelle conversazioni con i suoi allievi - doveva essere eventualmente portata non sulla strada senza uscita dei nominalismi, ma sull'aggiornamento tecnico-metodologico della ricerca e sulla qualità dell'approccio intellettuale, che anche per chi studiava gli indotti monumentali del fenomeno cristiano non poteva che essere laico. Questo complesso di argomentazioni, nella concretezza della ricerca storico-archeologica, indicava una sola strada percorribile:  l'abbandono dei preconcetti e dunque delle pre-comprensioni, che fatalmente conducevano al "cono d'ombra" del passato sul presente:  lo aveva già energicamente denunciato, all'inizio degli anni Sessanta, un grande innovatore negli studi di antichità cristiane come Teodoro Klauser, rappresentante illustre della scuola di Bonn.

La posizione di Testini su questi nodi fondamentali è nella meditata e lucida prolusione presentata nel 1979 al v Congresso nazionale di archeologia cristiana. In quella occasione, sine ira et studio, riconosceva con lucida consapevolezza gli aspetti positivi del dibattito in corso, e non si nascondeva dietro lo scudo di una acritica difesa di principio, ancorata alla fideistica convinzione che mai potessero essere messi in discussione i principi fissati dall'auctoritas maiorum. La tradizione degli studi di archeologia cristiana doveva essere non rinnegata né rimossa, ma positivamente riconsiderata, rimeditata e rimodellata alla luce delle nuove istanze metodologiche, quelle che già dagli anni Trenta si erano andate coagulando nel concetto e nel metodo dell'Antike und Christentum - frutto innovativo di un grandissimo studioso, sacerdote cattolico, come Franz Joseph Dölger - che consisteva nella indagine dei processi di integrazione e di distinzione di due culture, di due orizzonti mentali, attraverso lo studio dei Realien, cioè della realtà positiva, quale è quella in primo luogo veicolata dal documento archeologico in tutte le sue forme. Era ormai inderogabile la necessità - così concludeva Testini - che le ricerche di archeologia cristiana dovessero integrarsi con quelle di archeologia tardo antica e altomedievale.

La progressiva e consapevole acquisizione di queste istanze, perseguita per anni, assorbì non poche energie di Testini, che di fatto si trovava nella non invidiabile situazione di esercitare, con pazienza infinita e talvolta con sofferenza, una azione di mediazione, di persuasione, di dialogo per evitare che nel legittimo e salutare confronto tra posizioni anche diverse non si arrivasse (come poteva accadere in ambito accademico) a contrasti e divisioni, potenzialmente trasversali a ideologie e scuole. In questa sua defatigante e logorante azione il docente mostrava di riservare speciale attenzione al futuro della sua scuola forse più che alla sua persona, come alcuni eventi poi si incaricarono di dimostrare.

Testini - per dirla in gergo sportivo - "tirò la volata" ai suoi allievi. Un esempio fra tutti:  l'incitamento e il pieno sostegno a una ricerca, per l'epoca di avanguardia, che sconvolgeva convinzioni ritenute definite. La fortunata cavia fu in quella circostanza (siamo tra il 1969 e il 1972) Letizia Ermini (attualmente presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia), che poté dimostrare - auspice il sostegno di Testini - la vera origine dell'ipogeo dei Flavi, uno dei nuclei iniziali della più vasta tra le catacombe romane, quella di Domitilla sulla via Ardeatina.

Non voleva Testini - e questo è stato un altro suo grande merito - creare cloni, cioè riprodurre se stesso nei suoi allievi, ma assecondare le predisposizioni di ognuno, riuscendo a cogliere in ciascuno quelle che erano - o potevano essere - le qualità ma anche i limiti, i difetti, le lacune.

Ma la coerenza, l'impegno, lo spirito di servizio, l'onestà intellettuale non sempre ripagano. È quanto emerse con spietato realismo agli inizi degli anni Settanta, quando fu emessa un'ingiusta e premeditata sentenza in seguito a una  valutazione  concorsuale, che  lui (e non solo lui) - senza presunzione - attendeva con moderato e giustificato ottimismo. Vi era stato tra l'altro un  chiaro  segnale  premonitore, affidato a una non serena recensione uscita con perfetto tempismo su "Aevum":  praecones tuba concrepuit, avrebbe detto Damaso. Si trattò - oggi con onestà lo si può riconoscere - di un ferita profonda, che nemmeno il successo poi da Testini conseguito nel 1975, riuscì completamente a rimarginare.

Testini, seppure attraverso un itinerario indubbiamente non agevole, produsse molto. E qui il riferimento non è soltanto alla sua eccellente attività scientifica ancora oggi di piena attualità, ma anche a un'altra attualità connessa naturalmente alla prima:  la sua scuola, costituita da due generazioni di studiosi. Di questo Testini andava giustamente orgoglioso e oggi lo sarebbe stato ancora di più, perché avrebbe potuto prendere atto - credo - con giustificata soddisfazione, che ben diciotto suoi allievi diretti hanno occupato e occupano ruoli di rilievo in molte università, soprintendenze, musei, scuole di specializzazione statali e pontificie, istituzioni culturali di alto prestigio e tradizione. Non c'è dubbio:  l'asse di cui Testini era anima e guida - quello cioè tra la facoltà di lettere di Roma e il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana - aveva funzionato al meglio. Se si guarda alla attuale geografia archeologica nazionale non so quanti abbiano lasciato una scuola così numerosa e articolata:  certamente nessuno dei suoi accigliati censori del 1972. La storia, anche se con i suoi tempi, fa giustizia, rende onore e, per usare le parole del protettore degli archeologi (Damaso), tenet per saecula nomen.


(©L'Osservatore Romano - 15 ottobre 2009)
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