Non dite "Santo subito" se non gli credete!

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Caterina63
00Thursday, November 27, 2008 8:52 AM




Scrisse così Giovanni Paolo II
Ricordo, in particolare, l'allora giovanissimo professor Ratzinger. Accompagnava al Concilio il cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia, in qualità di esperto di teologia. Fu successivamente nominato arcivescovo di Monaco da papa Paolo VI, che lo creò cardinale, e partecipò al Conclave che mi affidò il ministero petrino. Quando morì il cardinale Franjo Seper, gli chiesi di succedergli nell'incarico di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Rendo grazie a Dio per la presenza e l'aiuto del cardinale Ratzinger, che è un amico fidato


(Giovanni Paolo II, "Alzatevi, andiamo!", Mondadori 2004)

[SM=g27985]

SE AMATE VERAMENTE GIOVANNI PAOLO II NON GRIDATE "SANTO SUBITO" E POI NON APPLICATE IL SUO MAGISTERO.....E' UNA OFFESA ALLA SUA VERA SANTITA'

Se volete veramente che venga riconosciuto Santo: PREGATE!! Preghiamo....e mettiamo in pratica il suo ricco Magistero come ci sta insegnando Benedetto XVI, il suo "AMICO FIDATO"...
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Romani 16:17-18 - Or io vi esorto, fratelli, a guardarvi da quelli che fomentano le divisioni e gli scandali contro la dottrina che avete appreso, e ritiratevi da loro; costoro infatti non servono il nostro Signore Gesù Cristo ma il proprio ventre, (cioè il loro proprio interesse) e con dolce e lusinghevole parlare seducono i cuori dei semplici.

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IL GUERRIERO SCONFITTO DALLA STORIA

Marcello Veneziani

3 aprile 2005


Tutti vi parlano e più vi parleranno del Grande Papa e della Grande Impronta che ha lasciato sul mondo e sulla storia del nostro tempo. Tutti vi raccontano e vi racconteranno le sue grandi imprese, i suoi viaggi trionfali nel mondo, le folle osannanti e plaudenti, il suo pontificato lunghissimo e larghissimo, nel tempo e nello spazio. Io vi parlerò invece delle sue sconfitte, e delle sue imprese fallite, della sua maestosa solitudine, del suo pontificato difficile e sofferto.

Questo Papa ha fronteggiato la crisi più radicale che possa abbattersi su un Santo Padre: la scristianizzazione del mondo, a cominciare dall’Occidente. Ha navigato in un mondo e in un tempo in cui Dio si è ritirato, e la cristianità è stata presa a morsi e rimorsi, dal cinismo imperante, dal nichilismo e dall’ateismo pratico, e dal fanatismo islamico. A tutti i Papi era accaduto di fronteggiare nemici pagani e musulmani, eretici e satanici, miscredenti e carogne, a volte anche interne alla Chiesa. Ma non era mai accaduto di dover fronteggiare oltre i suddetti, anche uno spiegamento così profondo, così esteso, d’indifferenza, irrisione e ironia verso la fede cristiana. A Giovanni Paolo II questo è accaduto. La sua lotta da Papa contro l’Allegra Disperazione dell’Occidente è durata 27 anni ed è stata coronata da un magnifico insuccesso. E’ stato il Papa dell’Europa che si unisce e tramonta.

L’insuccesso più vistoso e più superficiale ha riguardato la pace. I suoi appelli, per definizione dei media “accorati”, non sono mai stati accolti, le guerre hanno continuato con i loro massacri, in ogni parte del mondo, a causa di amici e nemici della cristianità, oltre i semplici conoscenti. I suoi appelli rivolti agli europei di ricordare nell’atto costitutivo le radici cristiane dell’Europa sono caduti vergognosamente nel vuoto. Duemila anni di storia europea, di civiltà, di mentalità e di usi, cultura e costume, sono stati ritenuti irrilevanti. L’Europa è nata così da un parricidio.

Il suo costante appello in difesa della famiglia, contro l’aborto e la disgregazione, per la natalità d’Occidente, in difesa delle famiglie con padre, madre e figli contro le unioni omosessuali, per la dignità della donna contro la mercificazione del sesso e la liberazione sessuale, sono caduti tutti in un increscioso e sterminato oblio, appena interrotto da sorrisini di compatimento, ironie più o meno feroci, con aria di sufficienza. La difesa dei valori religiosi, del senso della vita e della morte, del dolore e della fede, della tradizione cattolica e dell’ispirazione cristiana, si sono inabissate nell’indaffarata indifferenza dei contemporanei, nel deserto che cresce, nell’edonismo più ottuso e diffuso. E’ duro il mestiere di Papa in queste condizioni.

Le sue encicliche sulla solidarietà, i suoi appelli alla generosità verso i poveri, all’economia sociale e al senso comunitario si sono scontrati con un sordido egoismo e individualismo mercantile, la volontà di potenza, il desiderio sfrenato di profitto e di possesso. E poi il dialogo interreligioso che il Papa ha avviato con cocciuta ostinazione e santa pazienza, è stato tragicamente spezzato dai fanatici dell’Islam, da orde di integralisti e fondamentalisti, anche occidentali. Quanti appelli del Papa a fermare la violenza, a non uccidere, a non decapitare, a non ammazzare, a non praticare la pena di morte, la tortura e la persecuzione, sono risuonati nel vuoto dei mass media come vane litanie, esercizi di pura e astratta precettistica?

No, signori, il Papa che salutiamo per l’ultima volta non esce trionfante dal mondo, come voi lo descrivete. Esce sconfitto, umiliato, disatteso; amatissimo e popolarissimo, certamente, ma non per questo ascoltato. Un fragoroso silenzio ha accompagnato la sua missione pastorale. Tanto è clamoroso il chiasso intorno alla sua figura quanto è sconfortante il mutismo intorno ai suoi principi. Mai un Papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato. Il pensiero debole del relativismo etico dispone di poteri forti; il pensiero forte di Papa Woytila ha avuto invece dalla sua poteri fragili e sommessi.

Dovremmo allora concludere che il suo papato si conclude con un maestoso fallimento? No, il contrario.

Sappiamo quanto ha contato il Papa nella storia del secolo, anzi del millennio, quanto ha pesato nella caduta del comunismo, nella nascita dell’Europa, nell’incontro dei popoli, nel vigore del messaggio cristiano, nel passaggio di millennio. Sappiamo che la sua impronta storica e mediatica è stata potente, ma la sua impronta pastorale e religiosa è stata impotente. Giovanni Paolo II è stato un Vinto, come Gesù Cristo. E tutto questo non induce ad un bilancio amaro e fallimentare. Per il Vicario di Cristo in terra, la sconfitta di Dio sul campo della storia è una vittoria nei cuori e in eterno, per chi crede. Il Papa ha perso, ma la sua non è una sconfitta infruttuosa: darà frutti. In terra e in Cielo. Ci sono sconfitte che grandeggiano assai più di oscene e pacchiane vittorie. Ci sono perdenti che vincono in cielo quel che perdono in terra, non solo per clemenza divina, ma perché hanno accumulato tesori nella banca dei cieli. Perché la verità non è di questo mondo, per quanto sia giusto cercarla ad ogni costo anche qui, in questa fettina di terra e di tempo. Il Papa ha perso, come i martiri e i santi, i veri eroi e i profeti inascoltati.

Caterina63
00Thursday, November 27, 2008 8:55 AM
"L'attesa (del Paradiso) non può essere una scusa per disinteressarci degli uomini nella loro concreta situazione personale e nella loro vita sociale, nazionale ed internazionale, in quanto questa, ora soprattutto, condiziona quella"(Giovanni Paolo II, Enc. Sollecitudo Rei Socialis)



"Il Vangelo non è una favola, né una leggenda, ma una storia vera. L'Autore è sempre Dio, agli uomini è chiesto di renderlo vivo e vero in ogni tempo." (Giovanni Paolo II ai giovani)

"Occorre difendere la vita umana fin dal suo concepimento" (Giovanni Paolo II Encicl. Evangelium Vitae)

"Dialogare significa, soprattutto, sapere ascoltare" (Giovanni Paolo II)

"L'uomo conta come uomo per ciò che è, più che per ciò che ha" (Giovanni Paolo II, Parlamento Italiano, 14 novembre 2002)

"Esiste una verità sull'uomo che si impone al di là delle barriere di lingue e culture diverse" (Giovanni Paolo II, Parlamento Italiano,14 novembre 2002)

"La via che consente di mantenere e valorizzare le differenze è quella di una sincera e leale solidarietà" (Giovanni Paolo II, Parlamento Italiano, 14 novembre 2002)

"La comunità politica esiste in funzione di quel bene comune nel quale essa trova significato e piena giustificazione"(Giovanni Paolo II, Parlamento Italiano, 14 novembre 2002)

"Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia"(Giovanni Paolo II, Parlamento Italiano, 14 novembre 2002)



LA VITA E' SACRA....... fin dal suo concepimento, fino al giorno SCELTO DA DIO e non dall'uomo.....

Per AMARE VERAMENTE GIOVANNI PAOLO II occorre approfondire il suo Magistero che spiega la Bibbia, la sottolinea nell'essenza, la testimonia con la sua vita fino all'ultimo giorno deciso da Dio.

"Il cedimento al desiderio, al sesso, al consumo: questo è l’europeismo che accreditano taluni sostenitori del nostro dovere d’entrare in Europa. Ma noi non dobbiamo diventare parte di questa Europa. L’Europa l’abbiamo creata noi, con molta più forza di quelli che pretendono l’esclusiva dell’europeismo. Qual è il loro criterio? La libertà. Ma quale libertà? Quella di togliere la vita al bambino non nato? Fratelli e sorelle, io protesto contro questa concezione dell’Europa che si sostiene in Occidente. E proprio in questa terra di martiri questo deve essere gridato forte. L’Europa attende una redenzione. Il mondo ha bisogno di un’Europa redenta".
(Giovanni Paolo II all'Omelia tenuta in Polonia)

alcuni suoi scritti:

- CATECHESI SULL’EUCARESTIA
- Ecclesia de Eucharistia
- Dominum et vivificantem
- Dives in misericordia
- Centesimus annus
- Evangelium vitae
- Redemptor hominis
- Redemptoris missio
- Redemptoris mater
- Sollicitudo rei socialis
- Veritatis splendor
- Ut unum sint
- Fides et ratio
- Laborem exercens

li potete trovare qui:
www.vatican.va/holy_father/john_ ... dex_it.htm




Caterina63
00Thursday, November 27, 2008 8:57 AM
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI condividono anche la dolorosa posizione del teologo contestatore Hans Kung.....

Benedetto XVI lo ha ricevuto appena eletto Papa, ma Kung non demorde dalle sue posizioni
....

Giovanni Paolo II così scrisse, rispondendo al Clero Tedesco, circa la sua posizione....


LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
ALLA CONFERENZA EPISCOPALE TEDESCA

La risposta di Giovanni Paolo II alla disobbedienza di Hans Kung.

Ai venerati confratelli della conferenza episcopale tedesca
Venerabili e cari fratelli nell’episcopato.

1. L’ampia documentazione, che avete pubblicato in rapporto a certe affermazioni teologiche del professor Hans Küng, testimonia quanta premura e buona volontà sia stata adoperata per chiarire questo importante e difficile problema. Anche le recenti pubblicazioni, sia la lettera pastorale letta nelle chiese il 13 gennaio 1980, sia la dettagliata “Erklärung”, pubblicata contemporaneamente, esprimono la responsabilità pastorale e magisteriale conforme al carattere del vostro ufficio e della vostra missione episcopale.

Desidero, in attesa della vicina festa di Pentecoste, confermarvi nella vostra missione di pastori nello Spirito dell’amore e della verità divina e anche ringraziarvi per tutte le sollecitudini avute, da anni, in merito al suddetto problema, in collaborazione con la sede apostolica, in particolare con la sacra congregazione per la dottrina della fede, il cui compito - sempre essenziale per la vita della Chiesa - sembra essere nei nostri tempi particolarmente carico di responsabilità e di difficoltà. Il motu proprio “Integrae Servandae”, che già durante il Concilio Vaticano II ha precisato i compiti e la procedura della sunnominata congregazione, sottolinea la necessità della collaborazione con l’episcopato e ciò corrisponde esattamente al principio di collegialità riaffermato dal Concilio stesso. Una tale collaborazione, nel caso in questione, è stata praticata in maniera particolarmente intensa. Vi sono molte ragioni per cui la Chiesa del nostro tempo deve mostrarsi più che mai Chiesa di consapevole ed effettiva collegialità tra i suoi Vescovi e pastori. In tale Chiesa può anche verificarsi più pienamente ciò che sant’Ireneo disse a proposito della sede romana di Pietro, indicandola quale centro della comunità ecclesiale, che deve adunare ed unificare le singole Chiese locali e tutti i fedeli (cf. S. Ireneo, Adversus haereses: PG 7,848).

Ugualmente la Chiesa contemporanea deve essere - più che mai - Chiesa di autentico dialogo, quale Paolo VI ha prospettato nella fondamentale enciclica di inizio del suo pontificato “Ecclesiam Suam”. L’interscambio, che questo comporta, deve condurre all’incontro nella verità e nella giustizia. Nel dialogo la Chiesa cerca di capire meglio l’uomo e con ciò anche la propria missione.

Apporta ad esso la conoscenza e la verità che le sono state comunicate nella fede. Non contraddice perciò all’essenza di questo dialogo che la Chiesa in ciò non sia soltanto quella che cerca e riceve, ma pure quella che dà in base ad una certezza, la quale in tale colloquio viene ancora aumentata ed approfondita, mai però tolta. Al contrario: sarebbe in contrasto con l’essenza del dialogo, se la Chiesa volesse in questo dialogo sospendere la sua convinzione e ritornare indietro nella conoscenza che le è già stata donata. Inoltre quel dialogo, che i Vescovi conducono con un teologo, che in nome della Chiesa e per suo incarico insegna la fede della Chiesa, ha ancora un carattere particolare. Questo soggiace ad altre condizioni, nei confronti di quello che viene condotto con uomini di diverse convinzioni, nella comune ricerca di uno spazio di intesa. Qui è prima di tutto da chiarire se colui che insegna per incarico della Chiesa corrisponda anche di fatto e voglia ancora corrispondere a questo incarico.

Riguardo all’incarico d’insegnamento del professor Küng, si dovevano porre le seguenti domande: Un teologo, che non accetta integralmente la dottrina della Chiesa, ha ancora il diritto di insegnare in nome della Chiesa e in base ad una missione speciale da essa ricevuta? Può egli stesso ancora volere far ciò, se alcuni dogmi della Chiesa sono in contrasto con le sue convinzioni personali? E poi, può la Chiesa - in questo caso la sua competente istanza - in tali circostanze continuare ad obbligare il teologo a farlo nonostante tutto?

La decisione della congregazione per la dottrina della fede, presa in comune accordo con la conferenza episcopale tedesca, è il risultato della risposta onesta e responsabile alle suddette domande. Alla base di queste domande e della concreta risposta si trova un diritto fondamentale della persona umana, cioè il diritto alla verità che doveva essere protetto e difeso. Certo, il professor Küng ha dichiarato con insistenza di voler essere e rimanere teologo cattolico. Nelle sue opere però manifesta chiaramente che non considera alcune dottrine autentiche della Chiesa come definitivamente decise e vincolanti per sé e per la sua teologia; e con ciò, in base alle sue convinzioni personali, non è più in grado di lavorare nel senso della missione, che aveva ricevuto dal Vescovo a nome della Chiesa.

Il teologo cattolico, come ogni scienziato, ha diritto alla libera analisi e ricerca nel proprio campo: ovviamente, nella maniera che corrisponde alla natura stessa della teologia cattolica. Quando, però, si tratta della espressione orale o scritta dei risultati delle proprie ricerche e riflessioni, bisogna rispettare in modo particolare il principio formulato dal Sinodo dei Vescovi nel 1967 con l’espressione “paedagogia fidei”.

Può essere conveniente e giusto rilevare i diritti del teologo; occorre, però, al tempo stesso, tenere nel dovuto conto anche le sue particolari responsabilità. Non si deve altrettanto dimenticare né il diritto né il dovere del magistero di decidere che cosa è conforme o non alla dottrina della Chiesa sulla fede e sulla morale. La verifica, l’approvazione o il rifiuto di una dottrina, appartiene alla missione profetica della Chiesa.

2. Alcune questioni e alcuni aspetti, connessi con la discussione con il professor Küng, sono di carattere fondamentale e di più generale importanza per l’attuale periodo della riforma post-conciliare, della quale vorrei perciò trattare in seguito un po’ più ampiamente.

Nella generazione alla quale apparteniamo, la Chiesa ha fatto enormi sforzi per comprendere meglio la sua natura e la missione affidatale da Cristo nei confronti dell’uomo e del mondo, specialmente del mondo contemporaneo. Lo ha fatto mediante il servizio storico del Concilio Vaticano II. Crediamo che Cristo fu presente nell’assemblea dei Vescovi, che operò in essi per mezzo dello Spirito Santo, promesso agli apostoli alla vigilia della sua passione, quando parlò dello “Spirito di verità” che avrebbe insegnato loro ogni verità e avrebbe ricordato tutto ciò che avevano udito da Cristo stesso (cf. Gv 14,17-26). Dal lavoro del Concilio nacque il programma del rinnovamento della Chiesa all’interno, programma a largo raggio e coraggioso, unito ad una approfondita coscienza della vera missione della Chiesa, che per sua natura è missionaria.

Benché il periodo post-conciliare non sia libero da difficoltà (come pure già accadde qualche volta nel passato della Chiesa), ciò nonostante, crediamo che in esso sia presente Cristo - lo stesso Cristo che anche gli apostoli faceva, a volte, sperimentare burrasche sul lago, che sembravano portate al naufragio. Dopo pesche notturne, durante le quali non avevano preso nulla, egli trasformava questo insuccesso in una inattesa pesca abbondante quando gettavano le reti sulla parola del Signore (cf. Lc 5,4-5). Se la Chiesa vuole corrispondere alla sua missione in questa tappa della sua storia indubbiamente difficile e decisiva, può farlo soltanto mettendosi in ascolto della parola di Dio, cioè ubbidendo alla “parola dello Spirito”, così come essa è giunta alla Chiesa mediante la tradizione e, direttamente, attraverso il magistero dell’ultimo Concilio.

Per poter eseguire tale opera - ardua e “umanamente” molto difficile - è necessaria una particolare fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, perché solo lui è “la via”. Quindi, soltanto mantenendo la fedeltà ai segni stabiliti, conservando la continuità della via, da duemila anni seguita dalla Chiesa, possiamo essere certi che ci sorreggerà quella forza dall’alto, che Cristo stesso ha promesso agli apostoli e alla Chiesa quale prova della sua presenza “sino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Se c’è, quindi, qualcosa di essenziale e di fondamentale nell’odierna tappa del servizio della Chiesa, è il particolare orientamento delle anime e dei cuori verso la pienezza del mistero di Cristo, redentore dell’uomo e del mondo e, al tempo stesso, la fedeltà all’immagine della natura e della missione della Chiesa, come, dopo tante esperienze storiche, è stata presentata dal Concilio Vaticano II. Secondo l’espressa dottrina dello stesso Concilio “ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente nell’accresciuta fedeltà alla sua vocazione” (Unitatis Redintegratio, 6).

Ogni tentativo di sostituire l’immagine della Chiesa, che proviene dalla sua natura e missione, con un’altra, ci allontanerebbe inevitabilmente dalle sorgenti della luce e della forza dello Spirito, di cui particolarmente oggi abbiamo grande bisogno. Non dobbiamo illuderci che un altro modello di Chiesa - più “laicizzato” - possa rispondere in modo più adeguato alle esigenze di una maggiore presenza della Chiesa nel mondo e alla sua maggiore sensibilità ai problemi dell’uomo. Tale può essere soltanto una Chiesa profondamente radicata in Cristo, nelle sorgenti della sua fede, speranza e carità.

La Chiesa deve essere, inoltre, molto umile e insieme sicura di rimanere nella stessa verità, nella stessa dottrina della fede e della morale che ha ricevuto da Cristo, il quale in questa sfera l’ha dotata del dono di una specifica “infallibilità”. Il Vaticano II ha ereditato dal Concilio Vaticano I la dottrina della tradizione al riguardo, e l’ha confermata e presentata in un contesto più completo, cioè nel contesto della missione della Chiesa, che ha carattere profetico, grazie alla partecipazione alla missione profetica di Cristo stesso. In questo contesto ed in stretto collegamento col “senso della fede”, a cui partecipano tutti i fedeli, quella “infallibilità” ha carattere di dono e di servizio.

Se qualcuno la intende diversamente, si scosta dall’autentica visione della fede e, anche se forse inconsciamente, ma in modo reale, distacca la Chiesa da colui che, come sposo, la ha “amata” e ha dato se stesso per lei. Dotando la Chiesa di tutto ciò che è indispensabile per compiere la missione che Cristo le ha affidata, poteva forse privarla del dono della certezza della verità professata e proclamata? Poteva, forse, privare di questo dono soprattutto coloro che, dopo Pietro e gli apostoli, ereditano una particolare responsabilità pastorale e magisteriale nei confronti di tutta la comunità dei credenti? Appunto perché l’uomo è fallibile, Cristo - volendo conservare la Chiesa nella verità - non poteva lasciare i suoi pastori-Vescovi e innanzitutto Pietro e i suoi successori, senza quel particolare dono, che è l’assicurazione dell’infallibilità nell’insegnamento delle verità della fede e dei principi della morale.

Professiamo dunque l’infallibilità, che è un dono di Cristo dato alla Chiesa. E non possiamo non professarla, se crediamo nell’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa e incessantemente la ama.

Crediamo all’infallibilità della Chiesa, non per riguardo a qualsiasi uomo, ma per Cristo stesso.

Siamo convinti, infatti, che anche per colui il quale partecipa in modo speciale all’infallibilità della Chiesa, essa è essenzialmente ed esclusivamente una condizione del servizio, che egli deve esercitare in questa Chiesa. Infatti, da nessuna parte e tanto meno nella Chiesa, il “potere” può essere inteso ed esercitato, se non come servizio. L’esempio del maestro è qui decisivo.

Dobbiamo, invece, nutrire profondo timore, se nella Chiesa stessa viene messa in dubbio la fede in questo dono di Cristo. In tal caso si taglierebbero, nello stesso tempo, le radici dalle quali spunta la certezza della verità in essa professata e proclamata. Sebbene la verità sull’infallibilità della Chiesa possa giustamente sembrare una verità meno centrale e di minore ordine nella gerarchia delle verità rivelate da Dio e professate dalla Chiesa, tuttavia essa è, in un certo modo, la chiave per la stessa certezza di professare e proclamare la fede, per la vita e il comportamento dei credenti.

Indebolendo o distruggendo questa base fondamentale, cominciano subito a crollare pure le più elementari verità della nostra fede.

Si tratta, quindi, di un problema importante nella attuale tappa post-conciliare. Quando, infatti, la Chiesa deve intraprendere l’opera di rinnovamento, occorre che abbia una particolare certezza della fede, la quale, rinnovandosi secondo la dottrina del Concilio Vaticano II, permane nella stessa verità che aveva ricevuto da Cristo. Soltanto così può essere sicura che Cristo è presente nella propria barca e la dirige fermamente anche tra le burrasche più minacciose.

3. Chiunque partecipi alla storia del nostro secolo e non sia estraneo alle diverse prove che la Chiesa vive al suo interno, nell’arco di questi primi anni post-conciliari, è cosciente di quelle tempeste. La Chiesa, che deve farvi fronte, non può essere affetta da incertezza nella fede e dal relativismo della verità e della morale. Soltanto una Chiesa profondamente consolidata nella sua fede può essere Chiesa di dialogo autentico. Il dialogo esige, infatti, una particolare maturità nella verità professata e proclamata. Solo tale maturità, cioè la certezza della fede, è in grado di opporsi alle negazioni radicali del nostro tempo, anche quando esse si servono dei diversi mezzi di propaganda e di pressione. Solo una tale fede matura può diventare un efficace avvocato della vera libertà religiosa, della libertà della coscienza e di tutti i diritti delittuoso.

Il programma del Concilio Vaticano II è coraggioso; perciò, richiede nella sua attuazione un particolare affidamento allo Spirito che ha parlato (cf. Ap 2,7) ed esige una fondamentale fiducia nella forza di Cristo. Questo affidamento e questa fiducia, a misura del nostro tempo, debbono essere grandi come erano quelli degli apostoli, i quali dopo l’ascensione di Gesù, “erano assidui e concordi nella preghiera... con Maria” (At 1,14) nel cenacolo di Gerusalemme.

Indubbiamente, tale fiducia nella forza di Cristo richiede anche l’opera ecumenica dell’unione dei cristiani, intrapresa dal Concilio Vaticano II, se la intendiamo così come è stata presentata dal Concilio nel decreto “Unitatis Redintegratio”. È significativo che questo documento non parla di “compromesso”, ma di incontro in una ancor più matura pienezza della verità cristiana: “Il modo e il metodo di enunziare la fede cattolica non deve in alcun modo essere di ostacolo al dialogo con i fratelli. Bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall’ecumenismo quanto quel falso irenismo, dal quale ne viene a soffrire la purezza della dottrina cattolica e ne viene oscurato il suo senso genuino e preciso” (Unitatis Redintegratio, 11; cf. anche 4).

Così, dunque, dal punto di vista ecumenico dell’unione dei cristiani, non si può in alcun modo pretendere che la Chiesa rinunci a certe verità da essa professate. Ciò sarebbe in contrasto con la via, che il Concilio ha indicato. Se lo stesso Concilio, per raggiungere tale fine, afferma che “la fede cattolica deve essere spiegata con più profondità e esattezza”, indica qui anche il compito dei teologi. Molto significativo è quel testo del decreto “Unitatis Redintegratio”, in cui, trattando direttamente dei teologi cattolici, sottolinea che “nell’investigare con i fratelli separati i divini misteri”, essi debbono restare “fedeli alla dottrina della Chiesa” (Unitatis Redintegratio, 11). In precedenza, ho già accennato alla “gerarchia” o all’ordine delle verità della dottrina cattolica, di cui debbono ricordarsi i teologi, in particolare, “nel mettere a confronto le dottrine”. Il Concilio evoca tale gerarchia, dato che è diverso “il loro (delle verità) nesso col fondamento della fede cristiana” (Unitatis Redintegratio, 11).

In tal modo l’ecumenismo, questa grande eredità del Concilio, può diventare una realtà sempre più matura, cioè soltanto sulla via di un grande impegno della Chiesa, ispirato dalla certezza della fede e da una fiducia nella forza di Cristo, nelle quali, fin dal principio, si sono distinti i pionieri di questa opera.

4. Venerabili e cari confratelli della conferenza episcopale tedesca!

Si può amare Cristo soltanto quando si amano i fratelli: tutti e ciascuno in particolare. Perciò anche questa lettera che scrivo a voi in rapporto alle recenti vicende del professor Hans Küng è dettata dall’amore verso questo nostro fratello.

A lui desidero ancora una volta ripetere ciò che è stato espresso già in altra circostanza: continuiamo a nutrire la speranza che si possa giungere ad un tale incontro nella verità proclamata e professata dalla Chiesa, che egli possa essere chiamato di nuovo “teologo cattolico”. Questo titolo presuppone necessariamente l’autentica fede della Chiesa e la prontezza di servire la sua missione, nella maniera chiaramente definita e verificata durante i secoli.

L’amore esige che noi cerchiamo l’incontro nella verità con ogni uomo. Perciò non cessiamo di pregare Dio per un tale incontro in modo particolare con l’uomo, nostro fratello, che come teologo cattolico, quale vorrebbe essere e rimanere, deve condividere con noi una particolare responsabilità per la verità professata e proclamata dalla Chiesa. Tale preghiera è, in un certo senso, la fondamentale parola dell’amore verso l’uomo, verso il prossimo, poiché mediante essa lo ritroviamo in Dio stesso, il quale, come unica fonte dell’amore, è al tempo stesso nello Spirito Santo la luce dei nostri cuori e delle nostre coscienze. Essa è anche l’espressione prima e più profonda di quella sollecitudine della Chiesa, a cui devono partecipare tutti e in particolare i suoi pastori.

In questa comunione di preghiera e di comune sollecitudine pastorale vi imploro per l’imminente festa di Pentecoste l’abbondanza dei doni del divino Spirito e vi saluto nell’amore di Cristo con la mia particolare benedizione apostolica.

Dal Vaticano, il 15 maggio, festa dell’Ascensione di Cristo, dell’anno 1980, secondo di pontificato.


GIOVANNI PAOLO II
Caterina63
00Monday, December 15, 2008 12:18 PM

Giovanni Paolo II
1978-2005


Redemptor hominis - Lettera Enciclica - 4 marzo 1979
Sapientia christiana - Costituzione Apostolica - 29 aprile 1979
Rutilans agmen - Lettera Apostolica - 8 maggio 1979
Catechesi tradendae - Esortazione Apostolica - 16 ottobre 1979
Dominicae cenae - Lettera Apostolica - 24 febbraio 1980
Amantissima Providentia - Lettera Apostolica - 29 aprile 1980
Sanctorum altrix - Lettera Apostolica - 11 luglio 1980
Dives in misericordia - Lettera Enciclica - 30 novembre 1980
Egregiae virtutis - Lettera Apostolica - 31 dicembre 1980
A Concilio Constantinopolitano I - Lettera Apostolica - 25 marzo 1981
Laborem exercens - Lettera Enciclica - 14 settembre 1981
Familiaris consortio - Esortazione Apostolica - 22 novembre 1981
Magnum matrimonii sacramentum - Costituzione Apostolica - 7 ottobre 1982
Pastor bonus - Costituzione Apostolica - 20 novembre 1982
Aperite portas Redemptori - Lettera Apostolica - 6 gennaio 1983
Sacrae disciplinae leges - Costituzione Apostolica - 25 gennaio 1983
Divinus perfectionis Magister - Costituzione Apostolica - 25 gennaio 1983
Salvifici doloris - Lettera Apostolica - 11 febbraio 1984
Redemptionis donum - Esortazione Apostolica - 25 marzo 1984
Les Grands Mystères - Lettera Apostolica - 1 maggio 1984
Reconciliatio et paenitentia - Esortazione Apostolica - 2 dicembre 1984
Dilecti Amici - Lettera Apostolica - 31 marzo 1985
Slavorum apostoli - Lettera Enciclica - 2 giugno 1985
Dominum et vivificantem - Lettera Enciclica - 18 maggio 1986
Augustinum Hipponensem - Lettera Apostolica - 28 agosto 1986
Redemptoris Mater - Lettera Enciclica - 25 marzo 1987
Sescentesima anniversaria - Lettera Apostolica - 5 giugno 1987
Spiritus Domini - Lettera Apostolica - 1 agosto 1987
Sollicitudo rei socialis - Lettera Enciclica - 30 dicembre 1987
Euntes in mundum - Lettera Apostolica - 25 gennaio 1988
Lettera a tutte le persone consacrate - Lettera Apostolica - 22 maggio 1988
Ecclesia Dei - Lettera Apostolica - Motu proprio - 2 luglio 1988
Mulieris dignitatem - Lettera Apostolica - 15 agosto 1988
Vigesimus quintus annus - Lettera Apostolica - 4 dicembre 1988
Christifideles laici - Esortazione Apostolica - 30 dicembre 1988
Redemptoris custos - Esortazione Apostolica - 15 agosto 1989
Ancora una volta - Lettera Apostolica - 7 settembre 1989
Messaggio alla Conferenza Episcopale polacca - 26 agosto 1989
Mi hai gettato nella fossa profonda - 27 agosto 1989
Per il centenario dell'opera di S. Pietro Apostolo - Lettera Apostolica - 1 ottobre 1989
Nel V centenario dell'evangelizzazione del Nuovo Mondo - Lettera Apostolica - 29 giugno 1990
Ex corde Ecclesiae - Costituzione Apostolica - 15 agosto 1990
Redemptoris missio - Lettera Enciclica - 7 dicembre 1990
Centesimus annus - Lettera Enciclica - 1 maggio 1991
Pastores dabo vobis - Esortazione Apostolica - 25 marzo 1992
Fidei depositum - Costituzione Apostolica - 11 ottobre 1992
Veritatis splendor - Lettera Enciclica - 6 agosto 1993
Lettera ai vescovi italiani - 6 gennaio 1994
Lettera alle famiglie - 2 febbraio 1994
Ordinatio Sacerdotalis - Lettera Apostolica - 22 maggio 1994
Tertio millennio adveniente - Lettera Apostolica - 10 novembre 1994
Evangelium vitae - Lettera Enciclica - 25 marzo 1995
Orientale lumen - Lettera Apostolica - 2 maggio 1995
Ut unum sint - Lettera Enciclica - 25 maggio 1995
Ecclesia in Africa - Esortazione Apostolica - 14 settembre 1995
Per il quarto centenario dell'unione di Brest - Lettera Apostolica - 12 novembre 1995
Universi Dominici gregis - Costituzione Apostolica - 22 febbraio 1996
Vita consecrata - Esortazione Apostolica - 25 marzo 1996
Per i 350 anni dell'Unione di Uzhorod - Lettera Apostolica - 18 aprile 1996
Operosam diem - Lettera Apostolica - 10 dicembre 1996
Laetamur magnopere - Lettera Apostolica - 15 agosto 1997
Divini amoris scientia - Lettera Apostolica - 19 ottobre 1997
Ecclesia in Urbe - Costituzione Apostolica - 1 gennaio 1998
Ad tuendam fidem - Motu proprio - 18 maggio 1998
Apostolos suos - Motu proprio - 21 maggio 1998
Dies Domini - Lettera Apostolica - 31 maggio 1998
Fides et ratio - Lettera Enciclica - 14 settembre 1998
Incarnationis mysterium - Lettera Apostolica - 29 novembre 1998
Ecclesia in America - Esortazione Apostolica - 22 gennaio 1999
Inter munera academiarum - Lettera Apostolica - 28 gennaio 1999
Ecclesia in Asia - Esortazione Apostolica - 6 novembre 1999
Per il terzo centenario dell'unione della Chiesa greco-cattolica di Romania con la Chiesa di Roma - Lettera Apostolica - 7 maggio 2000
Discorso alla Società dei Trapianti - 29 agosto 2000
Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace - 1 gennaio 2001
Novo millennio ineunte - Lettera Apostolica - 6 gennaio 2001
Nel 1700° anniversario del battesimo del popolo armeno - Lettera Apostolica - 2 febbraio 2001
Al popolo cattolico di Ungheria a compimento del "Millennio ungarico" - Lettera Apostolica - 25 luglio 2001
Un problema di trasmissione delle verità fondamentali - Discorso - 18 gennaio 2002
Misericordia Dei - Lettera Apostolica - 7 aprile 2002
Rosarium Virginis Mariae - Lettera Apostolica - 16 ottobre 2002
Ecclesia de Eucharistia - Lettera Enciclica - 17 aprile 2003
Ecclesia in Europa - Esortazione Apostolica - 28 giugno 2003
Pastores gregis - Esortazione Apostolica - 16 ottobre 2003
Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace - 1 gennaio 2004


  Magistero pontificio - Copertina  





Exclamation

Benedetto XVI ha presieduto la Santa Messa per il Secondo Anniversario della Morte di Giovanni Paolo II


OMELIA DEL SANTO PADRE


Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Due anni or sono, poco più tardi di quest’ora, partiva da questo mondo verso la casa del Padre l’amato Papa Giovanni Paolo II. Con la presente celebrazione vogliamo anzitutto rinnovare a Dio il nostro rendimento di grazie per avercelo dato durante ben 27 anni quale padre e guida sicura nella fede, zelante pastore e coraggioso profeta di speranza, testimone infaticabile e appassionato servitore dell’amore di Dio. Al tempo stesso, offriamo il Sacrificio eucaristico in suffragio della sua anima eletta, nel ricordo indelebile della grande devozione con cui egli celebrava i santi Misteri e adorava il Sacramento dell’altare, centro della sua vita e della sua infaticabile missione apostolica.

Desidero esprimere la mia riconoscenza a tutti voi, che avete voluto prendere parte a questa Santa Messa. Un saluto particolare rivolgo al Cardinale Stanisław Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, immaginando i sentimenti che si affollano in questo momento nel suo animo. Saluto gli altri Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose presenti; i pellegrini giunti appositamente dalla Polonia; i tanti giovani che Papa Giovanni Paolo II amava con singolare passione, e i numerosi fedeli che da ogni parte d’Italia e del mondo si sono dati appuntamento quest’oggi qui, in Piazza San Pietro.

Il secondo anniversario della pia dipartita di questo amato Pontefice ricorre in un contesto quanto mai propizio al raccoglimento e alla preghiera: siamo infatti entrati ieri, con la Domenica delle Palme, nella Settimana Santa, e la Liturgia ci fa rivivere le ultime giornate della vita terrena del Signore Gesù. Oggi ci conduce a Betania, dove, proprio "sei giorni prima della Pasqua" – come annota l’evangelista Giovanni – Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro. Il racconto evangelico conferisce un intenso clima pasquale alla nostra meditazione: la cena di Betania è preludio alla morte di Gesù, nel segno dell’unzione che Maria fece in omaggio al Maestro e che Egli accettò in previsione della sua sepoltura (cfr Gv 12,7). Ma è anche annuncio della risurrezione, mediante la presenza stessa del redivivo Lazzaro, testimonianza eloquente del potere di Cristo sulla morte. Oltre alla pregnanza di significato pasquale, la narrazione della cena di Betania reca con sé una struggente risonanza, colma di affetto e di devozione; un misto di gioia e di dolore: gioia festosa per la visita di Gesù e dei suoi discepoli, per la risurrezione di Lazzaro, per la Pasqua ormai vicina; amarezza profonda perché quella Pasqua poteva essere l’ultima, come facevano temere le trame dei Giudei che volevano la morte di Gesù e le minacce contro lo stesso Lazzaro di cui si progettava l’eliminazione.

C’è un gesto, in questa pericope evangelica, sul quale viene attirata la nostra attenzione, e che anche ora parla in modo singolare ai nostri cuori: Maria di Betania a un certo punto, "presa una libbra di olio profumato di vero nardo, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli" (Gv 12,3). E’ uno di quei dettagli della vita di Gesù che san Giovanni ha raccolto nella memoria del suo cuore e che contengono una inesauribile carica espressiva. Esso parla dell’amore per Cristo, un amore sovrabbondante, prodigo, come quell’unguento "assai prezioso" versato sui suoi piedi. Un fatto che sintomaticamente scandalizzò Giuda Iscariota: la logica dell’amore si scontra con quella del tornaconto.

Per noi, riuniti in preghiera nel ricordo del mio venerato Predecessore, il gesto dell’unzione di Maria di Betania è ricco di echi e di suggestioni spirituali. Evoca la luminosa testimonianza che Giovanni Paolo II ha offerto di un amore per Cristo senza riserve e senza risparmio. Il "profumo" del suo amore "ha riempito tutta la casa" (Gv 12,3), cioè tutta la Chiesa. Certo, ne abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa Wojtyła per Cristo è traboccato, potremmo dire, in ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso. La stima, il rispetto e l’affetto che credenti e non credenti gli hanno espresso alla sua morte non ne sono forse una eloquente testimonianza?

Scrive sant’Agostino, commentando questo passo del Vangelo di Giovanni: "La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama. Il buon odore è la buona fama … Per merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene lodato" (In Io. evang. tr. 50, 7). E’ proprio vero: l’intenso e fruttuoso ministero pastorale, e ancor più il calvario dell’agonia e la serena morte dell’amato nostro Papa, hanno fatto conoscere agli uomini del nostro tempo che Gesù Cristo era veramente il suo "tutto".

La fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo, dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyła la parola "croce" non è stata solo una parola. Fin dall’infanzia e dalla giovinezza egli conobbe il dolore e la morte. Come sacerdote e come Vescovo, e soprattutto da Sommo Pontefice, prese molto sul serio quell’ultima chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del lago di Galilea: "Seguimi … Tu seguimi" (v 21,19.22). Specialmente con il lento, ma implacabile progredire della malattia, che a poco a poco lo ha spogliato di tutto, la sua esistenza si è fatta interamente un’offerta a Cristo, annuncio vivente della sua passione, nella speranza colma di fede della risurrezione.

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Il suo pontificato si è svolto nel segno della "prodigalità", dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo muoveva se non l’amore mistico per Cristo, per Colui che, il 16 ottobre 1978, lo aveva fatto chiamare, con le parole del cerimoniale: "Magister adest et vocat te - Il Maestro è qui e ti chiama"? Il 2 aprile 2005, il Maestro tornò, questa volta senza intermediari, a chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore intrepido, e sussurrò: "Lasciatemi andare dal Signore" (cfr S. Dziwisz, Una vita con Karol, p. 223).

Da lungo tempo egli si preparava a quest’ultimo incontro con Gesù, come documentano le diverse stesure del suo Testamento. Durante le lunghe soste nella Cappella privata parlava con Lui, abbandonandosi totalmente alla sua volontà, e si affidava a Maria, ripetendo il Totus tuus. Come il suo divino Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in preghiera. Durante l’ultimo giorno di vita, vigilia della Domenica della Divina Misericordia, chiese che gli fosse letto proprio il Vangelo di Giovanni. Con l’aiuto delle persone che lo assistevano, volle prender parte a tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore, fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando. Davvero, si è addormentato nel Signore.

"… E tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento" (Gv 12,3). Ritorniamo a questa annotazione, tanto suggestiva, dell’evangelista Giovanni. Il profumo della fede, della speranza e della carità del Papa riempì la sua casa, riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato, per chi crede, effetto di quel "profumo" che ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al suo Cristo. Per questo possiamo applicare a lui le parole del primo Carme del Servo del Signore, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: "Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni…" (Is 42,1).

"Servo di Dio": questo egli è stato e così lo chiamiamo ora nella Chiesa, mentre speditamente progredisce il suo processo di beatificazione, di cui è stata chiusa proprio questa mattina l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità. "Servo di Dio": un titolo particolarmente appropriato per lui. Il Signore lo ha chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di universalità ha raggiunto la massima espansione nel momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia.

Cari fratelli e sorelle, il Salmo responsoriale ci ha posto sulla bocca parole colme di fiducia. Nella comunione dei santi, ci sembra di ascoltarle dalla viva voce dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre - ne siamo certi -non cessa di accompagnare il cammino della Chiesa: "Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore" (Sal 26,13-14). Sì, si rinfranchi il nostro cuore, cari fratelli e sorelle, e arda di speranza! Con questo invito nel cuore proseguiamo la Celebrazione eucaristica, guardando già alla luce della risurrezione di Cristo, che rifulgerà nella Veglia pasquale dopo il drammatico buio del Venerdì Santo. Il Totus tuus dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria, e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre, fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella pace.

Amen.


www.vatican.va





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"Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero" (Santa Caterina da Siena)

I Congresso del Movimento Gruppi di Preghiera dei Figli Spirituali di Giovanni Paolo II

Celebrato a Roma alla luce della devozione mariana di Karol Wojtyla

ROMA, martedì, 29 maggio 2007 ( ZENIT.org).- Nel primo anniversario della sua nascita, il Movimento Gruppi di Preghiera dei Figli Spirituali di Giovanni Paolo II ha celebrato a Roma il suo primo Congresso approfondendo il legame tra Papa Karol Wojtyla e la Madonna.

La convocazione di sabato della giovane associazione, già riconosciuta a livello diocesano, è stata diffusa dalla “Radio Vaticana”. Contesto della celebrazione è stato anche il 90° anniversario delle apparizioni della Madonna di Fatima, tanto amata dal Pontefice defunto.

Il Vicario generale del Santo Padre per la Città del Vaticano, l’Arcivescovo Angelo Comastri, ha partecipato al Congresso insieme a monsignor Giangiulio Radivo, assistente spirituale del Movimento. L’evento si è tenuto presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore.

Sono intervenuti rispettivamente sul significato teologico della dedizione a Maria da parte di Giovanni Paolo II e sul legame tra questo Papa e la Madonna di Fatima.

“Giovanni Paolo II ha avuto un rapporto di devozione, un rapporto di affetto verso la Madonna che è stato un grande insegnamento per tutta la Chiesa”, ha riconosciuto l’Arcivescovo Comastri ai microfoni dell’emittente pontificia.

“Per certi aspetti ci ha aiutato a riscoprire Maria. Giovanni Paolo II ci ha aiutato a riscoprire la Madonna”, ad esempio “a partire dalla Scrittura”, ha ammesso.

Il presule ha ricordato che “l'affidamento a Maria che Giovanni Paolo II volle fare in modo straordinario e anche corale nel 1984 fu quell'atto che poi ha preparato alla caduta del Muro di Berlino e alla caduta anche dei regimi atei nell'est dell'Europa”.

“Tutti sappiamo cosa è accaduto dopo il 1984 fino al 1991. E' stato un cadere di un muro dietro l'altro fino a quando si è ammainata, il 25 dicembre del 1991, la bandiera rossa sul Cremino”, ha aggiunto.

“L'affidamento a Maria non è demandare a lei quello che spetta a noi, non significa dire: ‘Maria, affidiamo a te il problema, pensaci tu, noi ci mettiamo da parte’ – ha spiegato monsignor Comastri –. No, affidarsi a Maria vuol dire: ‘Noi ti riconosciamo come il modello della fede, come Colei che ha detto il più bel sì, come Colei che sa, conosce tutta la strada della fede, perché l'ha percorsa. Ci affidiamo a te. Aiutaci a fare con te il cammino della fede’”.

“L'atto di affidamento, quindi, ha un valore dinamico – ha sottolineato il presule –. E' un mettersi a disposizione per camminare. E' un consegnarsi, perché si possa crescere nella fede, perché Maria ci aiuti a diventare fedeli discepoli come lo è stata Lei”.

E’ l’itinerario sul quale si è riflettuto nel I Congresso del Movimento Gruppi di Preghiera dei Figli Spirituali di Giovanni Paolo II, che mira a portare avanti con gioia e fede la via tracciata da Papa Wojtyla, “ricorrendo alla Preghiera, luce e medicina salutare, per sconfiggere i mali del nostro secolo ed essere amore e voce incessante che giunge ad ogni vita, per dare speranza e fiducia, conforto e forza”.

Secondo l’iniziativa – avviata il 25 marzo 2006 –, il Gruppo “vuole ripetere instancabilmente” l’invito di Giovanni Paolo II: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!.”, con l’esortazione di Benedetto XVI che praticamente completa quella del suo predecessore: “Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo, perchè Cristo nulla toglie e tutto dona !”.

Il Gruppo di Preghiera apre le sue porte a quanti vogliono aderirvi: Vescovi, sacerdoti, missionari, missionarie, religiosi, religiose, laici, famiglie, giovani, adolescenti, seminaristi, malati, anziani.

Il requisito è che esista la volontà di compiere un cammino costante di crescita nella fede, partecipando a momenti di preghiera comunitari affinché, pregando, ci possano essere un sostegno reciproco e un orientamento più fervente verso mete più elevate.

Il gruppo (primo di Roma, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli) dà il benvenuto (sulla sua pagina web
www.prayingwithkarol.org) a quanti vogliano entrare a farne parte.

Caterina63
00Thursday, January 8, 2009 7:22 PM
7 febbraio, memoria del Beato Pio IX

Giovanni Paolo II ELOGIA E BEATIFICA  IL PAPA DEL SILLABO[SM=g7574]





PIO . IX . P . M .
IN . BEATORVM . INDICE
NVNC . DEMVM . FELICITER. ADSCRIPTO
QVOD . PERSPECTAM . VITAE . EXERCVERIT
NEC . NON . EVANGELICAM . FORMAM . VIRTVTVM
QVODQVE. DEIPARAM. VIRGINEM. MARIAM
INMACVLATAM . EX . CATHEDRA . DEFINIERIT
IVRA. DEI. ET. ECCLESIAE LIBERTATEM
SVMMO . SIT . STVDIO . TVTATVS
MAIOREMQVE. IN . EGENOS . LARGITATEM
QVAM. QVIS. AESTIMARE. POSSIT. EFFVDERIT
SENOGALLENSIS. POPVLVS
VNA . CVM . ORBE . VNIVERSO
PLAVSVS . IMPERTIT . MAXIMOS


È stato molto amato, ma anche odiato e calunniato. In mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo è brillata più vivida la luce delle sue virtù

Ricordiamo il Beato Pio IX con parte dell'omelia che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha pronunziato in occasione della cerimonia di beatificazione.

"Ascoltando le parole dell'acclamazione al Vangelo: "Signore, guidaci sul retto cammino", il pensiero è andato spontaneamente alla vicenda umana e religiosa del Papa Pio IX, Giovanni Maria Mastai Ferretti. In mezzo agli eventi turbinosi del suo tempo, egli fu esempio di incondizionata adesione al deposito immutabile delle verità rivelate. Fedele in ogni circostanza agli impegni del suo ministero, seppe sempre dare il primato assoluto a Dio ed ai valori spirituali. Il suo lunghissimo pontificato non fu davvero facile ed egli dovette soffrire non poco nell'adempimento della sua missione al servizio del Vangelo. Fu molto amato, ma anche odiato e calunniato.

Ma fu proprio in mezzo a questi contrasti che brillò più vivida la luce delle sue virtù: le prolungate tribolazioni temprarono la sua fiducia nella divina Provvidenza, del cui sovrano dominio sulle vicende umane egli mai dubitò. Da qui nasceva la profonda serenità di Pio IX, pur in mezzo alle incomprensioni ed agli attacchi di tante persone ostili. A chi gli era accanto amava dire: "Nelle cose umane bisogna contentarsi di fare il meglio che si può e nel resto abbandonarsi alla Provvidenza, la quale sanerà i difetti e le insufficienze dell'uomo".

Sostenuto da questa interiore convinzione, egli indisse il Concilio Ecumenico Vaticano I, che chiarì con magisteriale autorità alcune questioni allora dibattute, confermando l'armonia tra fede e ragione. Nei momenti della prova, Pio IX trovò sostegno in Maria, di cui era molto devoto. Proclamando il dogma dell'Immacolata Concezione, ricordò a tutti che nelle tempeste dell'esistenza umana brilla nella Vergine la luce di Cristo, più forte del peccato e della morte.

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Caterina63
00Monday, February 2, 2009 8:35 AM

L’opera del Santo Padre
per la custodia del Deposito della Fede
e la preservazione della Disciplina Ecclesiastica

LABUONA BATTAGLIA DI GIOVANNI PAOLO II
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http://www.totustuus.net/modules.php?name=News&file=article&sid=435


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1978
• Il primo documento ufficiale "ad extra" del nuovo Pontefice è una lettera del 2 dicembre 1978 al segretario generale dell'Onu, Kurt Waldheim, in occasione del 30° anniversario della firma della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Il Pontefice chiede alle Nazioni Unite e a tutti gli Stati di garantire e difendere in ogni modo i diritti umani e, in particolare, la libertà religiosa. E’ l’alba di un grandissimo Pontificato, che – come cercheremo di evidenziare attraverso alcuni degli interventi di Giovanni Paolo II - non si limiterà soltanto all’evangelizzazione agli "uomini di volontà", ma vedrà anche un notevolissimo sforzo di conservazione del Deposito della Fede e della disciplina interna alla Chiesa. Presentiamo di seguito un elenco commentato dei principali di questi aspetti lasciati artatamente in ombra dal mondo mediatico. Si tratta di un elenco che, per ragioni di spazio, non è certamente completo ma che, per finalità proposte, può essere considerato significativo.




1979
• Intervenendo il 28 gennaio, a Puebla (Messico), alla III Conferenza generale dell'episcopato latino-americano, il Papa condanna una certa "teologia della liberazione", ossia una diffusissima eresia di stampo socialistico che si va espandendo particolarmente nella Chiesa latino-americana: "[…] è un errore affermare che la liberazione politica, economica e sociale coincide con la salvezza in Gesù Cristo; che il "Regnum Dei" si identifica con il "Regnum hominis". Si ingenera, in alcuni casi, un atteggiamento di sfiducia verso la Chiesa "istituzionale" o "ufficiale", qualificata come alienante, e alla quale si opporrebbe un’altra Chiesa "popolare", "che nasce dal popolo" e si concreta nei poveri".
• Il Santo Padre nomina l'arcivescovo colombiano Mons. López Trujillo (nel 1972 segretario generale e attualmente presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia), presidente del Celam, la Conferenza Episcopale Latino-Americana. Il prelato sarà un fedelissimo esecutore del mandato Pontificio, in particolare per la drammatica situazione infra ecclesiale dovuta alla diffusione di una certa Teologia della liberazione.
• Il redentorista tedesco Bernhard Haering, per anni docente all'Accademia alfonsiana di Roma, uno dei teologi più alla moda del post-Concilio, viene convocato (27 febbraio) dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (d'ora in poi, Cdf) che gli chiede l'impegno solenne di non criticare più l'Humanae vitae - l'enciclica con cui, nel 1968, Paolo VI aveva ripetuto l’immoralità della contraccezione. Haering, purtroppo, rifiuta.
• La Cdf proibisce al teologo domenicano francese Jacques Pohier di presiedere assemblee liturgiche e di insegnare pubblicamente. Su Dio, e sull'Eucaristia, il teologo
aveva espresso in pubblico le proprie elucubrazioni ambigue e fuorvianti. Dopo il Concilio Vaticano II, è la prima volta che la Sede Apostolica sanziona con questa misura chi propugna errori conto la fede e i costumi
• Il Santo Padre, pellegrino negli USA, reitera la dottrina cattolica in occasione di una richiesta della rappresentante delle suore statunitensi intesa a permettere l'accesso delle donne "a tutti i ministeri nella Chiesa". Al contrario, a Washington, il 7 ottobre, il Papa ricorda che "la fedeltà a Cristo, soprattutto nella vita religiosa, non può essere mai separata dalla fedeltà alla Chiesa […] non è da sottovalutare il fatto che la vostra consacrazione a Dio deve manifestarsi nel segno esteriore permanente di un semplice e idoneo abito religioso".
• In dicembre, il famoso teologo olandese Edward Schillebeeckx viene ascoltato a Roma dalla Cdf. Si tratta di una prima verifica delle proposizioni più ambigue del teologo che, purtroppo, non porterà mai lo Schillebeeckx a una piena riabilitazione.
• La Cdf il 15 dicembre dichiara: "Il professor Hans Küng [svizzero-tedesco] è venuto meno, nei suoi scritti, all'integrità della verità della fede cattolica, e pertanto non può più essere considerato teologo cattolico né può, come tale, esercitare il compito di insegnare". Il teologo, forse il più alla moda del periodo post conciliare, aveva messo in discussione il dogma dell’infallibilità papale, erroneamente contrapponendolo a quello dell’indefettibilità della Chiesa.


1980
• In gennaio, in un Sinodo particolare dedicato all'Olanda, il Papa corregge alcune ambiguità ed esagerazioni del c.d. "Concilio" pastorale olandese (1966-1970), diffuse da alcuni centri di propaganda negli anni precedenti. Alla conclusione i vescovi olandesi adottano risoluzioni concernenti il sacerdozio ministeriale, la vita religiosa, la partecipazione del laicato alla missione della Chiesa, i sacramenti, l’Eucaristia e la confessione, la liturgia, la catechesi e l’ecumenismo in linea con l’insegnamento di Cristo. Al termine viene appositamente costituito un Consiglio sinodale per promuovere e coordinare l’applicazione delle risoluzioni sinodali.
• La Cdf, con la Lettera Circolare "La dispensa dal celibato sacerdotale", del 14 ottobre, ristabilisce le norme riguardanti la dispensa dal celibato e la riduzione allo stato laicale dei sacerdoti che abbandonano il ministero.
• Il prefetto della Cdf, card. Franjo Seper, il 20 novembre scrive al p. Edward Schillebbeckx per ripetere che i chiarimenti teologici da lui forniti anche a Roma "non sono sufficienti per eliminare le ambiguità (cristologiche)" dei suoi scritti.


1981
• Il 17 febbraio la CdF interviene per una rettifica circa alcune troppo benevole interpretazioni contenute, tra l'altro, nella "Dichiarazione della Conferenza dei Vescovi della Germania", del 12-5-1980. Il vecchio Codice (can. 2335), sotto pena di scomunica, proibiva ai cattolici di iscriversi alle associazioni massoniche o ad altre dello stesso tipo. Nel 1974, pur ribadendo la stessa norma, la Congregazione per la dottrina della fede specificava che la condanna riguarda «soltanto quei cattolici che si iscrivono ad associazioni le quali di fatto operano contro la Chiesa». Nella Dichiarazione del 1981 la stessa Congregazione interveniva affermando che «non è stata cambiata in nessuna forma l'attuale disciplina canonica che prosegue nel suo totale vigore [...] non è stata abrogata la scomunica né le altre pene previste» e specificava che il documento del 1974 intendeva essere «un richiamo ai principi generali [...] per la soluzione dei casi di singole persone che possono essere sottoposti al giudizio degli ordinari», senza demandare agli Ordinari o alla Conferenze Episcopali questioni di natura dottrinale non di loro competenza. 
• In ottobre il Papa nomina un suo delegato di fiducia per aiutare nel discernimento e soccorrere la Compagnia di Gesù nell’adempimento del suo carisma originario. Si tratta di un’attenzione pastorale della quale non si hanno precedenti riscontri.
• Nell'esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio (22 novembre) il Papa ribadisce che i divorziati cristiani risposati non possono accedere all'Eucaristia, e che debbono vivere come fratello e sorella.


1982
• Il 27 marzo la Cdf interviene per rettificare alcune ambiguità e lacune in tema di ecumenismo, contenute nel Rapporto finale della Commissione Internazionale Anglicana Romano-Cattolica.
• Il 29 giugno il Papa scrive ai vescovi del Nicaragua per condannare la "Chiesa popolare" (cioè quella collegata alle Comunità "di base" e a una certa Teologia della Liberazione).
• Il 23 agosto la Sede Apostolica – suscitando l’entusiasmo di decine di vescovi e milioni di fedeli - erige la "Prelatura personale di Santa Croce e Opus Dei".


1983
• Il 25 gennaio il Papa promulga il nuovo Codice di diritto canonico; una guida pastorale nella quale spicca una rinnovata, fermissima carità disciplinare, permeata da profondo spirito pastorale e attenzione alla situazione della Chiesa nel mondo.
• A Managua, nel corso della visita pastorale in Nicaragua, governata da un feroce regime socialista, in marzo, il Papa rimprovera coraggiosamente e pubblicamente padre Ernesto Cardenal, che ha accettato di entrare a far parte del governo sandinista. Alla Santa Messa, resiste impavido all'organizzata contestazione di sedicenti ''madri della rivoluzione'', che sacrilegamente gridano fino a coprire la voce del Papa; riprendendo la parola il Santo Padre ripete la ferma condanna della c.d. "Chiesa popolare" e del "falso ecumenismo" dei cristiani impegnati nel locale processo rivoluzionario.
• La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ottiene che suor Agnes Mary Mansour, delle "Sorelle della misericordia", abbandoni l'Istituto. La suora non aveva accettato di interrompere la sua attività di direttrice presso i servizi sociali dello stato del Michigan (USA) preposti al rimborso delle spese delle donne che abortiscono. E’ il primo di una lunghissima serie di abbandoni di religiose lasciatesi irretire dalla modernità.
• Verifica delle posizioni espresse pubblicamente da mons. Raymond Hunthausen, arcivescovo di Seattle, a favore del disarmo e dell'obiezione fiscale. La visita ispettiva, su incarico della Santa Sede, è condotta da mons. James Hickey, arcivescovo di Washington
• Il 26 novembre, a fronte di alcune maliziose interpretazioni del Nuovo Codice di Diritto Canonico, che non contiene più il termine "massoneria", la CdF risponde a un quesito ribadendo che "Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione. Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito". Due anni dopo, perdurando i tentativi di sminuire la portata della plurisecolare condanna della massoneria, la CdF tornerà ad intervenire sull'argomento  con un sintetico ma efficace testo comparso su L'Osservatore Romano del 23-2-1985, nel quale si spiega che la principale ragione dell'inconciliabilità tra cattolicesimo e massoneria è costituita dall'impossibilità di essere indifferente alla distinzione tra la sola verità e le innumerevoli forme di errore.


1984
• La Cdf pone sotto verifica alcune opere del teologo "della liberazione" peruviano Gustavo Gutierrez perché in esse si teme "l'influenza del marxismo".
• Il 13 giugno la Cdf chiede ancora una volta a P. Schillebeeckx l’adesione alla dottrina cattolica sul sacerdozio, questa volta manifestando adesione alla lettera "Sacerdotium ministeriale" dell’anno precedente.
• Con l'Istruzione Libertatis nuntius del 6 agosto, la Cdf condanna "una certa Teologia della liberazione" di stampo socialista e marxista.
• Il 7 settembre, il francescano Leonard Boff, teologo brasiliano "della liberazione", viene convocato a Roma.
• Incontro a Roma i vescovi peruviani per chiarimenti circa una certa Teologia della Liberazione.
• In dicembre il generale dei gesuiti, p. Peter-Hans Kolvenbach, espelle dall'ordine p. Fernando Cardenal (fratello di Ernesto), ministro dell'educazione nel governo socialista nicaraguense.
• Con l'esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre) il Papa ricorda la corretta prassi del sacramento della confessione e condanna gli abusi circa la "confessione comunitaria" come mezzo ordinario per confessarsi.


1985
Padre Gyorgy Bulanyi, sacerdote ungherese delle Comunità "di base", sostenitore dell'obiezione di coscienza al servizio militare – che egli ritiene intrinsecamente malvagio - viene chiamato a Roma dalla Cdf per un colloquio. Gli scritti di p. Bulanyi erano già stati vagliati dalla Congregazione per il Clero.
• Con una notificazione dell'11 marzo la Cdf dichiara che "le opzioni di Leonard Boff [contenute nel libro Chiesa, carisma e potere] sono tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede".
• Alcune Congregazioni romane, su segnalazione di congregazioni religiose femminili fedeli all’ortoprassi cattolica, bloccano alcune deviazioni delle suore Carmelitane Scalze.
• Il controverso vescovo brasiliano Dom Helder Câmara viene sostituito da mons. José Cardoso Sobrinho, che provvede al riordino della diocesi attraverso una lunga serie di richieste di chiarimento – e, a fronte di ribellione, di allontanamento - di docenti, religiosi e sacerdoti vicini ad una certa Teologia della liberazione.
• Tra il 9 ed il 13 aprile, si svolge a Loreto il II Convegno della Chiesa italiana, dal titolo: "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini". L'intervento del Papa a quel convegno segna l’inizio di una rinnovata cura pastorale di Giovanni Paolo II per la Chiesa che è in Italia. Un anno dopo, il 26 giugno 1986, Giovanni Paolo II nomina Mons. Camillo Ruini segretario della Cei. Il prelato svolgerà un delicato ruolo inteso all’adeguamento della cristianità italiana alle necessità della Nuova Evangelizzazione ispirata dallo Spirito Santo a Giovanni Paolo II. Per l’Azione Cattolica, tale adeguamento verrà svolto da mons. Antonio Bianchin, dal 1987 nuovo Assistente generale, che procede a un rinnovamento dei quadri direttivi nazionali, troppo sbilanciata sulla diocesi ambrosiana.


1986
• Il 22 marzo è pubblicata l’Istruzione della Cdf Libertatis Coscientia su Libertà cristiana e liberazione
, con una nuova messa in guardia verso l’influenza di socialismo e marxismo nella prassi pastorale.
• In una Notificazione del 15 settembre la Cdf afferma che "la concezione del ministero così come è esposta dal professor Schillebeeckx rimane in disaccordo con l'insegnamento della Chiesa su punti importanti".
• La Cdf (25 luglio) dichiara "non idoneo all'insegnamento della teologia cattolica" il teologo statunitense Charles Curran, critico del Magistero dell’enciclica di Paolo VI Humanae vitae e confuso sostenitore di una presunta "legittimità del dissenso dall'autorità".
• L'arcivescovo statunitense di Seattle, mons. Raymond Hunthausen, tramite una lettera, informa i suoi sacerdoti di aver rinunciato, su indicazione della Sede Apostolica, a poteri pastorali nei seguenti importanti campi: tribunale diocesano, liturgia, formazione del clero, sacerdoti che hanno lasciato il ministero, questioni morali.
• Vede la luce la coraggiosissima lettera Homosexualitatis problema (1° ottobre) della Cdf, che ribadisce come "l'inclinazione [omosessuale] stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata"; e che in nessun modo può essere moralmente accettato l'esercizio della sessualità tra persone dello stesso sesso. Le forze infernali si scatenano in una violenta campagna di denigrazione di S. Em.za il card. Ratzinger.


1987
• L'abate della basilica romana di San Paolo fuori le Mura, P. Giuseppe Nardin, rassegna le proprie dimissioni e si ritira in un luogo di preghiera a seguito di osservazioni sulla di lui collaborazione con il precedente abate, Giovanni Franzoni, fondatore della Comunità "di base" di san Paolo e già fiancheggiatore del Partito Comunista.
• La Cdf consiglia mons. Mattew Clark, della diocesi statunitense di Rochester, di ritirare l'imprimatur a un manuale sulla sessualità di ausilio ai genitori per l'educazione dei figli scritto da cattolici.
• Ad aprile il comboniano padre Alex Zanotelli, su richiesta del prefetto del dicastero per l'Evangelizzazione dei Popoli (ex Propaganda fide, da cui dipendono le Congregazioni missionarie), card. Josef Tomko, si dimette dalla direzione (assunta nel 1978) del mensile "Nigrizia". Lo Zanotelli aveva dato un’impronta fortemente socialistica alla rivista, che da tempo non aveva più alcuna traccia del suo nativo carattere missionario.
• La Congregazione per i Religiosi provvede alla correzione di alcune fuorvianti interpretazioni del Concilio Vaticano II in merito a presunte "
pari opportunità" di
religiosi laici e religiosi sacerdoti
nella guida degli Ordini e Istituti religiosi. L’Ordine dei Cappuccini si segnala tra i primi che provvedono a rettificare alcune disposizioni capitolari.


1988
• Su proposta della Cdf, sono destituiti i gesuiti José Maria Castillo e Juan Antonio Estrada dall'insegnamento universitario e il claretiano Benjamin Forcano dalla direzione del periodico "Mision Abierta".
• La Congregazione per il Culto Divino il 2 giugno riafferma che non è in alcun modo ammesso offrire il sacrificio eucaristico in assenza di un sacerdote validamente ordinato.
• Con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno) il Santo Padre riordina l’organizzazione della Sede Apostolica romana, dando ad essa nuovo slancio nel coordinamento dell'episcopato e del Sinodo dei vescovi.
• Il 1° luglio la Cdf pubblica la "Professione di fede" e il "Giuramento di fedeltà", ricordando, tra l'altro, il dovere di obbedienza in coscienza a "tutti i contenuti trasmessi dal Magistero ordinario e universale della Chiesa" e alle "verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi" e agli "insegnamenti del Pontefice" e "del collegio episcopale" quando "esercita il suo Magistero autentico".
• Il decreto Dominus Marcellus Lefebvre della Congregazione per i vescovi, del 1° luglio 1988, commina la scomunica per scisma all’arcivescovo pseudo tradizionalista Marcel Lefebvre e ai suoi seguaci. Il Santo Padre con il Motu proprio "Ecclesia Dei" del 2 luglio, auspica che "si metta in luce la continuità del Concilio con la Tradizione".
• Nella lettera apostolica Mulieris dignitatem (15 agosto) il Santo Padre riafferma il dogma sulla ordinazione sacerdotale riservata alle persone di sesso maschile.
• Il nunzio apostolico del Brasile, mons. Carlo Furno, consegna a mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di São Felix do Araguaia, una lettera (Intimatio) in cui lo si ammonisce per le sue simpatie per la Teologia della Liberazione e si impongono limiti ai suoi compiti pastorali. Purtroppo il vescovo – talvota ripreso anche in abiti da guerrigliero - rifiuta la lettera.


1989
• Il 6 gennaio 163 teologi e teologhe di area germanofona firmano la "Dichiarazione di Colonia" in cui contestano il fatto che alla Sede Apostolica si debba obbedienza sia su alcune verità fondamentali della fede riguardanti Gesù Cristo che altre esposte dal magistero ordinario universale (in particolare relativamente all’enciclica di Papa Paolo VI Humanae vitae). Essi, inoltre, rivendicano una sorta di "votazione popolare" per la nomina dei vescovi. Il Santo Padre, direttamente o indirettamente, respingerà punto per punto le richieste dei ribelli.
• La Santa Sede pone il veto alla pubblicazione di un libro che avrebbe dovuto contenere gli atti di un congresso di moralisti cattolici svoltosi a Roma, all'Accademia alfonsiana, nell'aprile dell'88. Il volume avrebbe dovuto riportare una relazione del p. Bernhard Haering (già convocato dalla Cdf nel 1979), nella quale il discusso teologo criticava l'antropologia e la teologia che sottostanno all'enciclica paolina Humanae vitae, che nel pontificato di Giovanni Paolo II assume il ruolo di baluardo per la difesa della sessualità umana.
• Per intervento diretto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, la Pontificia Università Lateranense ritira al professor don Luigi Sartori - uno dei teologi italiani più alla moda - la cattedra di Ecumenismo. Don Sartori è uno dei promotori del manifesto di teologi italiani ribelli corrispondente alla "Dichiarazione di Colonia".
• A marzo padre Eugenio Melandri lascia, dopo dieci anni, la direzione del mensile dei missionari saveriani "Missione Oggi". Da tempo il periodico suscitava il dolore e la preoccupazione di S. Em.za il card. Josef Tomko, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, a causa della linea editoriale caratterizzata da una smaccata politicizzazione, per giunta di parte. Tale disorientamento si era manifestato in particolare con un numero tutto dedicato al regime socialista del Nicaragua e in occasione di una tornata elettorale, schierandosi apertamente con i partiti della sinistra.
Il gesuita direttore di "Estudes", Paul Valadier, uno dei 157 teologi francofoni firmatari di una lettera di solidarietà ai 163 ribelli della "Dichiarazione di Colonia", si dimette dall'incarico.
• La Cdf, in novembre, alla vigilia dell'assemblea annuale della Conferenza episcopale statunitense, richiede la cancellazione dall'ordine del giorno della discussione di un ambiguo testo sul rapporto paritetico vescovi-teologi e sulle "Responsabilità ecclesiali del teologo".
Don Vittorio Cristelli, direttore del settimanale diocesano "Vita trentina", si dimette dall’incarico. Il settimanale aveva pubblicato il documento dei 63 teologi italiani in sostegno della "Dichiarazione" dei ribelli di Colonia.
• La Congregazione per l'Educazione Cattolica decreta la chiusura in Brasile del seminario regionale del Nordeste 2 e dell'Istituto teologico di Refice, entrambi fondati da mons. Helder Câmara. La motivazione trova radice nell’educazione "non affidabile" in essi impartita.
• La Segreteria di Stato (7 agosto) riafferma che né la Joc (Gioventù operaia cristiana) né la correlata Joci (Gioventù operaia cristiana internazionale) sono più riconosciute come legittimi interlocutori dalla Santa Sede. La decisione trova ragione a causa di una smaccata politicizzazione di parte dei due organismi.
• La Congregazione per i Religiosi istituisce un coordinamento per la Clar (Conferenza Latinoamericana dei Religiosi) al fine di preservarla dall’influenza di una certa Teologia della liberazione.
• Il 19 settembre la Cdf pubblica l’Istruzione "I fedeli chiamati" che rinnova l’obbligo della pubblica professione di fede per quanti sono chiamati ad esercitare un ufficio in nome della chiesa. La precedente professione di questo tipo risale al Pontificato di san Pio X.


1990
• Il 24 maggio la Cdf pubblica l’Istruzione "Donum veritatis" sulla vocazione ecclesiale del teologo, intesa risolvere alla radici fraintendimenti ed ambiguità diffuse nei mesi precedenti all’interno della Chiesa dai vari "Manifesti" di teologi ribelli.
• La Congregazione per l'educazione cattolica pone il veto alla Facoltà di Teologia dell'Università svizzera di Friburgo di dare la laurea "honoris causa" a mons. Rembert Weakland, vescovo di Milwaukee (USA), noto per alcune interpretazioni del Concilio Vaticano II che risentono di ambiguità tipiche del post-concilio.


1991
• La Sede Apostolica rimuove il vescovo messicano di Oaxaca, mons. Bartolomé Carrasco Briseno, compromessosi con alcune frange estremistiche della Teologia della Liberazione.
• La Santa Sede fornisce alla Conferenza latino-americana dei Religiosi un sostegno di coordinamento e verifica pastorale, in considerazione del dilagare di una certa Teologia della liberazione.
• Avvio del riesame dell’edizione della Bibbia stampata dalle Edizioni Paoline del Brasile, sostenuta da alcuni teologi della liberazione.
• Sostegno e coordinamento a "Vozes", la più antica editrice cattolica brasiliana, che vede come direttore dell'omonima rivista Padre Leonardo Boff. Il religioso, in coerenza con le proprie idee, lascerà la rivista e l'ordine francescano l'anno dopo.
• Su indicazione della Congregazione per l'Educazione Cattolica, il card. Aloisio Lorscheider, arcivescovo di Fortaleza, dimette tre sacerdoti sposati che insegnavano all'Istituto teologico e pastorale della città brasiliana.
• La Sede Apostolica interdice dall'insegnamento il teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann, le cui opere risultano viziate da una subalternità verso la psicanalisi più faziosa e anti scientifica, nonché da banali quanto ingiustificate critiche all’organizzazione ecclesiastica e al celibato sacerdotale. Poco dopo viene proibita a Drewermann anche la predicazione. Purtroppo, in coerenza con il proprio pensiero del tutto secolarizzato, il teologo ribelle, a marzo, lascia il sacerdozio.


1992
• Il 31 gennaio la Cdf condanna un’opera del teologo moralista canadese André Guindon le cui tesi sui temi della sessualità conterrebbero "gravi dissonanze non solo con l'insegnamento del Magistero più recente, ma anche con la dottrina tradizionale della Chiesa".
• L’ordine domenicano allontana il teologo Mattew Fox, che già era stato richiamato nel 1988 dalla Sede Apostolica, perché ribelle all'insegnamento morale sessuale di Cristo.
• La Sede Apostolica dichiara "fuori luogo" - cioè neanche da discutere – la proposta dell'arcivescovo di Milwaukee, mons. Rembert Weakland, di ordinare sacerdoti, in situazioni pastorali di "estrema necessità", uomini sposati.
• Con la lettera Communionis notio (28 maggio), al Cdf ripropone la dottrina cattolica a fronte di alcune esagerazioni in tema di collegialità episcopale.
• La Santa Sede suggerisce un ripensamento sul nihil obstat a un’opera del domenicano p. Philippe Denis della Facoltà di Teologia cattolica di Strasburgo per ingiuste e false tesi sull'Opus Dei.



1993
• Il 22 aprile la sala stampa vaticana rende nota la dichiarazione finale di un convegno organizzato in marzo dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il testo - firmato tra gli altri dal card. Alfonso López Trujillo, presidente del Consiglio, e da mons. Dionigi Tettamanzi – riafferma che la contraccezione "corrompe l'intimità coniugale" e che la comunità cristiana deve opporsi alla legalizzazione del divorzio.
• In una lettera pastorale comune (10 luglio) tre vescovi tedeschi (tra essi mons. Karl Lehmann, vescovo di Magonza) si domandano se un divorziato/a risposato/a che sia in coscienza convinto/a che il suo precedente matrimonio sia irrimediabilmente naufragato possa accostarsi alla comunione eucaristica. La Cdf chiarisce in una lettera ai presuli che ciò non è lecito.
• Il 22 ottobre il Papa riafferma energicamente la legge del celibato sacerdotale per la Chiesa latina e, aggiunge, di fronte alle contestazioni e critiche, "bisogna ardire (conservando il celibato), mai ripiegare".
• Il 28 ottobre, il nunzio apostolico in Messico, mons. Girolamo Prigione, annuncia la possibile rimozione dalla diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas di mons. Samuel Ruiz.


1994
• Nel gennaio 1994 il quotidiano italiano "Avvenire" vede un nuovo direttore, Dino Boffo. Organi di stampa attribuiscono la designazione direttamente al Cardinale Runi, primate d’Italia.
• La Cdf pubblica il 20 dicembre la lettera circolare "A due anni", destinata ai presidenti delle conferenze episcopali e riguardante le "opere di sintesi" del Catechismo della chiesa cattolica. Tale lettera trova ragione anche a causa di alcune traduzioni in inglese caratterizzate da un linguaggio troppo secolarizzato sulla concezione della donna.
• Con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maggio) il Santo Padre, "in virtù del [suo] ministero di confermare i fratelli" dichiara che "la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale, e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli".
• La Cdf, nella "Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati" (14 settembre) ribadisce l’impossibilità di dare la comunione ai cattolici divorziati e risposati.
• La Cdf interviene in merito alla nomina della teologa femminista Teresa Berger alla cattedra di Liturgia della Facoltà teologica dell'Università di Bochum, in Germania.


1995
• Secondo il settimanale inglese "The Tablet", il prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, card. Pio Laghi, ha suggerito venisse cancellata una conferenza che il teologo della Liberazione Gustavo Gutiérrez avrebbe dovuto svolgere a Roma nel novembre '94. Gutiérrez, nel 1990, aveva pubblicato un'edizione riveduta del suo "Teologia della Liberazione" che aveva in parte fugato i dubbi sulla sua ortodossia.
• La Congregazione per i Vescovi dimette mons. Jacques Gaillot, vescovo di Evreux (Francia), che con il suo ministero fortemente secolarizzato e la sua azione politicizzata provocava grave disorientamento tra i fedeli.
• Su indicazione del sostituto della Segreteria di Stato vaticana mons. Giovanni Battista Re, e del prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, card. Jozef Tomko, il missionario comboniano p. Renato Kizito Sesana viene rimosso dal suo incarico di direttore della rivista keniana "New People", divenuta ormai del tutto priva di ogni finalità missionaria.
• Nell'enciclica Evangelium vitae (25 marzo) il Santo Padre definisce "democrazie totalitarie" i parlamenti che approvano leggi che consentono l'interruzione volontaria della gravidanza.
• La Cdf suggerisce ed ottiene dalle Superiore della congregazione delle "Sorelle di Nostra Signora" di mandare per due anni in Europa a studiare buona teologia la suora brasiliana Ivone Gebara, lasciatasi irretire da teorie di stampo femminista.
Mons. Samuel Ruiz, vescovo del Chiapas, teorico di una chiesa indigena distinta da quella di Gesù Cristo, resta al suo posto, ma viene affiancato da un vescovo coadiutore con diritto di successione, mons. Raúl Vera Lopez.


1996
• Con un editoriale su L'Osservatore romano del 2 febbraio e firmato "***" (che per consuetudine è indicatore della massima autorevolezza dell’estensore), la Sede Apostolica condanna le opinioni di 16 teologi moralisti di area germanofona che in un libro avevano contestato l'enciclica Veritatis splendor "su questioni fondamentali della dottrina morale" (6 agosto '93) ed affermato che essa era un tentativo di imporre una posizione teologica di parte. L'editoriale riafferma il ruolo del magistero papale e l'obbedienza ad esso dovuta.


1997
• La Cdf scomunica, con una "Notificazione" datata 2 gennaio il teologo Tissa Balasuriya, poiché con le sue teorie "scalza su punti essenziali la fede cristiana". Sarà riabilitato, dopo un 'mea culpa', nel '98. Osservazioni su un libro del p. Balasuriya, erano già state diffuse nel 1994.
• L'11 febbraio 1997 S. Em.za il Card. Ruini ottiene dal Papa un decreto inteso ad una maggiore vigilanza sulla Società San Paolo, la casa delle Edizioni Paoline: Giovanni Paolo II nomina mons. Antonio Buoncristiani delegato presso la Società S. Paolo, con l'incarico di "esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al Superiore generale che al Superiore provinciale". Nel decreto si specifica "per completezza di informazione" che la sua autorità si estende sui Periodici "Famiglia Cristiana", "Jesus", "Vita Pastorale
", ecc. e sulle Edizioni S. Paolo. Alcuni religiosi paolini avevano rifiutato di rimettere alla direzione don Stefano Andreatta, sottomessosi alle indicazioni del Vicario di Cristo, da essi ingiustamente destituito. Dopo un dolorosissimo alternarsi di dichiarazioni e smentite da parte di alcuni paolini , nell'aprile del '98, viene rimosso dalla guida di "Famiglia cristiana" il direttore, don Leonardo Zega, definitivamente allontanato dal giornale il 12 ottobre del '98.
• La Santa Sede, dopo la visita apostolica condotta nel '95 da mons. Xavier Lozano Barragân nei seminari dei gesuiti in Messico e dopo l'interessamento del prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica card. Pio Laghi, fa chiudere l'Istituto Interreligioso e il Centro di Studi cattolici di Città del Messico, dipendenti dalla Conferenza degli Istituti religiosi messicani (CIRM) nonché l'Istituto Teologico del Collegio Maximo de Cristo Rey con l'annesso Centro di riflessione teologica retto dalla Compagnia di Gesù. S. Em.za il card. Laghi indica nell'opzione a favore della Teologia della Liberazione la causa principale della "confusione e controversia" diffusa a piene mani dagli istituti.
• La Conferenza dei religiosi colombiani viene biasimata con una lettera inviata da mons. Tarcisio Bertone, segretario della Cdf, per le deviazioni riscontrate nella relazione del primo incontro nazionale di teologia della vita religiosa, svoltosi a Bogotà nell'aprile 1996 e pubblicate nella rivista "Vinculum" della Conferenza dei religiosi colombiani. La relazione contiene uno stile "rivendicativo, aggressivo e critico verso la stessa gerarchia ecclesiastica" e pretende di elaborare una teologia della vita religiosa "prescindendo da uno studio serio delle Scritture, della Tradizione e del Magistero".
• Con una Istruzione interdicasteriale (firmata il 15 agosto dai responsabili di ben otto dicasteri e uffici della Curia Romana) la Sede Apostolica ristabilisce i giusti limiti della collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti.
• Il 20 settembre mons. Jorge Medina Estévez, pro-prefetto della Congregazione per il Culto Divino, scrive a mons. Anthony Pilla, presidente della Conferenza episcopale statunitense, per comunicargli che la traduzione inglese dei libri liturgici, compiuta dai vescovi USA, "non esprime accuratamente" il senso del testo latino e "non è esente da problemi dottrinali". Sulla questione gli otto cardinali statunitensi si erano già incontrati a Roma con i cardinali Medina Estévez e Ratzinger.
• A seguito di una lettera inviata dal prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli Card. Josef Tomko, la Conferenza episcopale della Corea del Sud sancisce il divieto di pubblicazione per tre sacerdoti, p. John Sye Kong-seok, p. Paul Cheong Yang-mo (entrambi docenti dell'Università Sogang di Seul, tenuta dai gesuiti) e p. Edouard Ri Je-min (professore dell'Università cattolica di Kwangiu e direttore della rivista "Skinhak Chonmang"). I tre risultano sostenitori di idee "per nulla conformi alla dottrina cattolica", in particolare su temi quali il sacerdozio femminile, il celibato dei preti, l'evangelizzazione e l'inculturazione.


1998
• La Cdf riapre ancora una volta la verifica sulla teologia del peruviano Gustavo Gutiérrez, che suscita problemi nella Chiesa latino-americana almeno dal 1983.
• La Cdf pone sotto osservazione il libro del teologo australiano Paul Collins "Il potere papale. Una proposta di cambiamento per il cattolicesimo del Terzo millennio". Collins lascerà purtroppo il sacerdozio nel 2001, rilasciando dichiarazioni coerenti con le eresie contenute nelle sue opere.
• La Congregazione per il Clero, presieduta dal card. Darío Castrillón Hoyos suggerisce al vescovo inglese mons. Peter Smith il ritiro di un testo di religione per le scuole secondarie perché in esso si sostiene la Teologia della Liberazione.
• Con una Notificazione (24 giugno), la Cdf dichiara che il gesuita indiano Anthony de Mello ha sostenuto nelle sue opere "posizioni incompatibili con la fede cattolica". Le opere del De Mello, benché deceduto da tempo, occupano le scansie di numerose librerie anche cattoliche.
• Giovanni Paolo II con il Motu proprio Ad tuendam fidem rende ancora più chiara l'applicazione della professione di fede del 1989. La lettera è accompagnata da una densa "Nota dottrinale illustrativa" della Cdf, che illustra come ciascun teologo debba esplicitamente impegnarsi ad accogliere "fermamente" verità proclamate "in modo definitivo" dal Magistero, senza che sia necessaria una esplicita "definizione dogmatica". In tale categoria, precisa il testo, rientra l'insegnamento papale sull'ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini.
• Con il motu proprio Apostolos suos (21 maggio) il Papa chiarisce la natura e i poteri delle Conferenze episcopali. Il documento trova ragione in casi di travisamento della natura pastorale e non precipuamente dottrinale delle Conferenze medesime.
• La Cdf richiede ed ottiene l’allontanamento dall'insegnamento presso la Pontificia Università Gregoriana del teologo gesuita Jacques Dupuis per il suo libro "Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso". La condanna è pubblicata nel 2001 con una Notificazione (24 gennaio) nella quale si afferma che nel libro del gesuita vi sono "notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di portata rilevante, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose".
• La Congregazione per l'Educazione Cattolica, presieduta dal card. Pio Laghi, allontana dalla cattedra di Filosofia del Diritto dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano il prof. Luigi Lombardi Vallauri che aveva imprudentemente diffuso su larga scala bizzarre tesi sull'inferno, sul peccato originale, sull'autorità del magistero e sulla morale sessuale.
• In Perù, a sostituire il cardinale gesuita Augusto Vargas Alzamora, da nove anni primate della Chiesa cattolica di Lima, è chiamato (nonostante una violenta pressione mass mediatica operata anche da alcuni ecclesiastici) un membro dell'Opus Dei, Mons. Luis Cipriani. Il Presule, nei dieci anni passati alla guida dell'arcidiocesi di Ayacucho, si era segnalato per la ferma carità pastorale verso i seguaci della Teologia della liberazione di stampo marxista e per la decisa condanna del terrorismo di matrice socialista.



1999
• Il 6 aprile la Cdf corregge numerose "proposte di cambiamento" formalizzate da una specie di Sinodo denominato "Dialogo per l'Austria", in particolare sulla contraccezione, la comunione ai divorziati risposati, il clero uxorato.
• Il 18 settembre la Segreteria di Stato e la Cdf dispongono il ritiro dei consultori cattolici germanici dal sistema statale dei consultori dai quali, per legge, ogni donna che voglia abortire deve ottenere il certificato di avvenuta consulenza.
• Domenica 27 giugno la Sacra Rota – così riferisce la stampa nazionale - ordina il sequestro e proibisce la traduzione di un ignominioso libello dal titolo "Via col vento in Vaticano
". Il portavoce e co-autore confesso del pamphlet, mons. Luigi Marinelli, è convocato dal dicastero; secondo fonti giornalistiche è avviato un procedimento inteso alla sua "sospensione a divinis".
• A suor Jeannine Gramick ed a p. Robert Nugent – religiosi statunitensi – la Cdf vieta "permanentemente ogni attività pastorale in favore delle persone omosessuali", perché i due, sin dall’inizio delle loro attività nel 1977, non condannano "la malizia intrinseca degli atti omosessuali", mettendo inoltre "ripetutamente in discussione elementi centrali dell'insegnamento della Chiesa" in materia.
• Il 12 marzo 1999, la presidente dell’Azione Cattolica italiana Paola Bignardi rettifica in un’intervista al quotidiano Avvenire alcune dichiarazioni sulle cosiddette "coppie di fatto" rilasciate al quotidiano social-comunista l'"Unità".


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Caterina63
00Monday, February 2, 2009 8:39 AM
2000

• Il 14 gennaio, in una lettera al presidente della Commissione Internazionale per la lingua inglese nella liturgia (ICEL), mons. Maurice Taylor, il segretario della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, mons. Francesco Pio Tamburrino, chiede di ritirare tutte le copie del Libro liturgico dei Salmi tradotto in inglese, perché contengono errori dottrinali che rischiano di arrecare un danno alla fede.
• Nel corso dell’anno, la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti approva - con 223 sì e 31 no – un decreto di applicazione della Costituzione Apostolica Ex corde ecclesiae di Giovanni Paolo II (del 15 agosto 1990), nella quale il Santo Padre chiedeva di prendere misure per rafforzare l’identità delle Università cattoliche e ai docenti delle stesse di ottenere, per insegnare, "referenze" del proprio vescovo. I vescovi americani dispongono così che "gli statuti delle università cattoliche istituite dall’autorità gerarchica, da istituti religiosi o altre persone giuridiche devono essere approvati dall'autorità ecclesiastica competente" (art. 3,3); nel Consiglio di amministrazione la maggioranza "dovrebbe essere composta da cattolici impegnati nella Chiesa" (art. 4, 2b); il presidente dovrebbe essere un cattolico (art. 4, 3a); l'università dovrebbe cercare di reclutare e nominare come docenti dei cattolici, in modo che "coloro che sono impegnati nella testimonianza della fede costituiscano la maggioranza del corpo docente" (art. 4, 4a); e, soprattutto, "i cattolici che insegnano discipline teologiche in un'università cattolica devono avere un mandatum da parte dell'autorità ecclesiastica competente" (art. 4, 4e, 1), ossia il vescovo della diocesi in cui si trova l'università. Questo mandato, che deve essere scritto, è "un riconoscimento da parte dell'autorità della Chiesa sul fatto che un docente cattolico di una disciplina teologica insegna in piena comunione con la Chiesa cattolica", e riconosce l'impegno di tale docente a "astenersi dal proporre come dottrina cattolica qualcosa che è contrario al magistero della Chiesa". Una volta ottenuto, questo mandato resta in vigore finché il professore è in carica e "a meno che non gli venga ritirato dall'autorità ecclesiastica competente" (art. 4, 4e, 4b). Questi temi erano stati efficacemente proposti da S. Em.za il card. Ratzinger nel corso di un ciclo di conferenze e incontri tenuti l’anno precedente, nel corso dei quali il Prefetto della Cdf aveva messo in guardia i cattolici impegnati nelle locali università da cedimenti nei confronti della modernità.

• In Messico la Sede Apostolica trasferisce alla diocesi di Saltillo mons. Raúl Vera López, che era già stato inviato alla diocesi di San Cristóbal de las Casas (Chiapas) come coadiutore con diritto di successione di mons. Samuel Ruiz. Mons. Vera López era stato inviato nel Chiapas nel '95 per alcune difficoltà circa la cosiddetta "teologia india" di mons. Ruiz. Il turbinoso succedersi di eventi anche violenti e la pressione mass mediatica mondiale, confondono il vescovo designato e ne consigliano altra destinazione al compimento dei 75 anni di Mons. Ruiz.
• Nel giugno del 2000, durante un incontro a San Paolo su Aids e sfide per la Chiesa in Brasile, la stampa attribuisce al vescovo di Goiás, Eugene Rixen, una frase secondo la quale "tra il condom e l'espansione dell'Aids, siamo obbligati a scegliere il male minore". Il presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Mons. Lozano Barragán, suggerisce ed ottiene dalla Conferenza episcopale brasiliana la diffusione di una Nota di chiarimento, nella quale si riafferma che l'uso del preservativo, in qualunque circostanza, è contrario alla dottrina di Cristo.
• La Santa Sede protesta vivacemente presso il Governo italiano perché impedisca la celebrazione del cosiddetto Gay pride
a Roma e, in particolare, perché le autorità impediscano la grande manifestazione degli attivisti omosessuali, che malvagiamente diffondono idee che provocano confusione e sofferenza verso la categoria di persone che falsamente pretendono di rappresentare. L'indomani, all'Angelus, il Papa esprime "amarezza per l'affronto recato al grande Giubileo dell'anno Duemila e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo".

• Con la dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto) la Cdf riafferma l’unicità salvifica di Cristo, richiamando implicitamente all’ortodossia una certa teologia "asiatica" (Cfr. ad es. i provvedimenti precedentemente adottati a carico del sacerdote dello Sri Lanka T. Balasuriya).
• A succedere al discusso cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns, esponente di punta di una certa Teologia della liberazione, che aveva solidarizzato con il tiranno socialista cubano Fidel Castro, è chiamato Mons. Claudio Hummes. La nomina del prelato (vicino al movimento carismatico e nominato appena due anni prima arcivescovo di Fortaleza, dove aveva provveduto a riordinare l’ex Diocesi del card. Aloísio Lorscheider secondo le indicazioni della Santa Sede) avviene nonostante le pressioni mass mediatiche, operate anche da ecclesiastici, che "esige" la nomina di uno dei vescovi ausiliari di Arns oppure dell'arcivescovo di Mariana ed ex presidente della Cnbb (Conferenza episcopale brasiliana) Mons. Luciano Mendes de Almeida.

• La Congregazione per il Culto Divino, il 28 luglio, pubblica una "Istruzione generale sul Messale romano", che funge da introduzione alla nuova versione del Messale romano. In essa si ricorda, a fronte di alcuni casi di abusi, che i laici non possono avvicinarsi all'altare prima che il celebrante si sia comunicato; non possono mettere nella patena le ostie consacrate; che devono ricevere la patena dalle mani del celebrante e non prenderla da soli dall'altare; che il celebrante non può dare il segno della pace ai fedeli lasciando l'altare.
• Nel settembre 2000 cessa le pubblicazioni il settimanale dell’Azione Cattolica italiana "SegnoSette", che in troppe occasioni aveva espresso posizioni divergenti dall’insegnamento cattolico su temi politici, ecclesiali e morali.
• La Cdf, con una Notificazione del 30 novembre, ottiene l'abiura del teologo austriaco Reinhard Messner che aveva tra l’altro sostenuto che "in caso di conflitto è sempre la tradizione, ovvero la teologia, che deve essere corretta a partire dalla Scrittura, e non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una tradizione successiva (o di una decisione magisteriale)".

2001
• La Cdf, con una Notificazione (22 febbraio) ottiene dal teologo redentorista spagnolo p. Marciano Vidal la ritrattazione delle sue tesi su contraccezione, aborto, omosessualità, che si allontanavano da quelle di Cristo.
• La Cdf inizia le verifica delle teorie del gesuita p. Roger Haight, nei cui scritti emergono ambiguità nella cristologia.
• La Sede Apostolica vieta a suor Joan Chittister, teologa benedettina statunitense, di partecipare in giugno, a Dublino, alla Conferenza della rete mondiale per l'ordinazione delle donne. La suora, purtroppo, si ribella.
• Con una Notificazione (17 settembre) le loro Em.ze i cardinali Ratzinger, Medina Estévez e Darío Castrillon Hoyos (prefetto della Congregazione per il Clero) ribadiscono l’impossibilità dell'ordinazione della donna-diacono. Il documento è da alcuni interpretato come un riferimento indiretto a mons. Samuel Ruiz che, nella diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas, aveva ordinato circa quattrocento diaconi sposati, accompagnati all'altare, nella cerimonia dell'ordinazione, dalle loro mogli.
• Nell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Oceania il Papa (22 novembre) chiarisce ai presuli di quell’area geografica alcuni dubbi (ad es. circa l’atteggiamento verso i divorziati risposati) emersi nel corso del Sinodo per l’Oceania, celebrato a Roma nel 1998.
• Il 24 dicembre il Santo Padre riaccoglie nella comunione con la Chiesa i sacerdoti brasiliani divenuti pseudo tradizionalisti anche per reazione al clima imperante nella Chiesa che è in Brasile, che reggevano l’intera Diocesi di Campos. Tra questi sacerdoti, scomunicati perché seguaci del vescovo scismatico Lefebvre, è nominato il vescovo della Diocesi, Mons. Licinio Rangel. Si tratta di un gesto di grande portata ecumenica, che alcuni mass media indicano come inteso a rafforzare il dialogo con alcune chiese orientali scismatiche (c.d. "ortodossi").


2002
• Il frate minore francescano svizzero Josef Imbach, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura di Roma lascia l'incarico a seguito di osservazioni su un suo libro che poneva interrogativi circa la storicità degli eventi miracolosi narrati nel Nuovo Testamento.
• Con un Monitum del 5 luglio la Cdf preannuncia la scomunica - a meno di un ravvedimento entro il 22 luglio, che non avverrà - a sette donne che il 29 luglio, su un battello in navigazione sul Danubio, tra Austria e Germania, intendono farsi "ordinare prete" da un vescovo argentino già scomunicato.

• Un comunicato (17 ottobre) della Commissione teologica internazionale, presieduta dal card. Ratzinger, ribadisce che ragioni teologiche e storiche impediscono l'ordinazione diaconale delle donne. Alcuni media dell’area del dissenso intra-ecclesiale sostengono che tale chiarificazione è da mettere in relazione con dichiarazioni foriere di confusione attribuite a vari cardinali, come Carlo Maria Martini, l'ex arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli e il tedesco Karl Lehmann vescovo di Magonza.
• Il 22 novembre 2002 l'abate di Montevergine, padre Giovanni Tarcisio Nazzaro, emana nei confronti di don Vitaliano Della Sala – un controverso sacerdote segnalatosi per la sua attività come fiancheggiatore di socialisti, comunisti e "no global" - un decreto (preceduto da due ammonizioni canoniche nel 2000 e 2001) di rimozione dalla funzione di parroco. Nel provvedimento, fortemente voluto dalla Sede Apostolica, Dom Nazzaro implora il ribelle di cessare il pubblico dissenso dal Magistero dei Pastori e dalla Sede Apostolica, di interrompere la "frequenza di 'centri' e 'associazioni' ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa e che non rifuggono neanche dalla violenza", e lo invita a pentirsi di aver trascurato i suoi doveri parrocchiali.

• L'8 dicembre 2002, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, con la prefazione del prefetto del dicastero, il card. Alfonso Lopez Trujillo, presenta "Lexicon. Temi ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche", un pregevole volume nel quale, su tutti i problemi propagandati dai network di cattolici ribelli - come contraccezione, divorzio, omosessualità, rapporto tra princìpi etici cristiani e legislazione civile -, esprime autorevolmente ed argomenta con efficacia la dottrina proposta dal Magistero papale.
• Il card. Medina Estévez, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, in una lettera del 16 maggio ripete che è "assolutamente sconsigliabile", "imprudente" e "rischiosa" l'ordinazione sacerdotale di omosessuali.


2003
• La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica comunica (15 gennaio) ai Superiori e alle Superiori generali che la Cdf ha ribadito di escludere i transessuali dalla vita consacrata.
• Con un decreto della Cdf (25 gennaio) - decreto emanato "dal sommo Pontefice Giovanni Paolo II, con suprema ed inappellabile decisione senza alcuna possibilità di appello" - don Franco Barbero delle Comunità "di base" (Pinerolo) viene "dimesso dallo stato clericale". Il disgraziato sacerdote, nonostante ripetuti avvertimenti anche dell’Ordinario diocesano, aveva ripetutamente e pubblicamente benedetto "matrimoni" tra omosessuali e, ancor più, aveva predicato una ribellione generalizzata verso la Chiesa di Cristo, in particolare tra le Comunità sedicenti "di base". La condanna, purtroppo, non ottiene l’effetto sperato tra le Comunità "di base".
• Nella "settimana di preghiera per l’unità dei cristiani", all’udienza del mercoledì, il Papa ribadisce che proprio il primato petrino è il garante di quest'unità.
• La Cdf propone ed ottiene dalla Commissione dottrinale della Conferenza episcopale spagnola di far sapere, in un documento, che le tesi su Gesù Cristo contenute in un libro del teologo Juan José Tamayo contengono gravi errori dottrinali.

• Con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile) il Santo Padre riafferma la dottrina della transustanziazione - formulata dal Concilio di Trento - e vieta qualsiasi "intercomunione" (partecipazione di protestanti alla comunione durante la Santa Messa, e dei cattolici alla cena protestante) con le chiese di originate dalla rivolta protestante. L'enciclica ribadisce che i cattolici divorziati e risposati non possono accostarsi all'Eucaristia, lamentando inoltre gli "abusi" che, nel post-Concilio, si sono fatti in materia liturgica.

• Il 24 maggio, a nome del papa, il card. Castrillón Hoyos, celebra nella Basilica di S. Maria Maggiore in Roma la S. Messa nel rito cosiddetto "di San Pio V", per le comunità "tradizionaliste" rimaste fedeli alla Sede Apostolica.
• La Cdf, con le chiarissime "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (3 giugno), chiede ai parlamentari e ai politici cattolici di tutto il mondo di impedire in ogni modo l'approvazione di leggi che ammettano una qualsiasi equiparazione tra il matrimonio e l'unione di due persone dello stesso sesso.

• Il 4 giugno viene sospeso a divinis padre Bernard Kroll, che in occasione del primo Kirchentag ecumenico della storia, davanti a più di 2.500 persone, aveva celebrato il 31 maggio "una specie di messa" con pastori protestanti, distribuendo la comunione a fedeli luterani e prendendo il pane e il vino della ‘cena’ evangelica nella chiesa protestante dei Gethsemani, situata a Berlino nel quartiere Prenzlauer Berg Nord.
• Giugno. Il Pontificio Consiglio per la Famiglia viene denunciato da esponenti radical-progressisti italiani per aver pubblicato il Lexicon. Termini discussi su famiglia, vita e questioni bioetiche
(edizioni EDB), in cui è riportata e motivata (sia alla luce dei testi magisteriali, sia mediante la sola ragione) la riprovazione dell’omosessualità.
• Il 7 ottobre, l’arcivescovo scozzese di Edinburgo Keith Patrick O'Brien, in procinto di ricevere la porpora cardinalizia e oggetto di calunnie a mezzo stampa, recita una solenne professione di fede nella quale ribadisce l’obbligatorietà del celibato sacerdotale, l’immoralità degli atti omosessuali, la piena adesione al Magistero della Chiesa sulla contraccezione.
• Il 19 ottobre il nunzio vaticano per il Venezuela, Mons. André Dupuy, condanna il regime socialista di Hugo Chávez, intervenendo sul periodico "El Nacional" e definendo "una tragedia umana" la situazione in cui si trova il Paese.
• Sempre il 19 ottobre, a seguito dell’esclusione dell’On. Buttiglione da una importante carica nella Unione Europea in quanto cattolico, i cardinali Martino – "Ministro degli Esteri" della Santa Sede - ed Herranz – Presidente del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi - segnalano che siamo "di fronte a un’ondata di fondamentalismo laicista […] il tentativo di fare del laicismo – non della laicità – una religione di Stato. Con il rischio di instaurare una forma di totalitarismo laico".

• Il 22 novembre 2003 vede la luce un chirografo del Papa, Per il centenario del Motu Proprio Tra le sollecitudini
sulla musica sacra. In esso il Pontefice sottolinea "la necessità di purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell'atto che si celebra"; mette in guardia dalle innovazioni musicali: "È chiaro tuttavia che ogni innovazione in questa delicata materia deve rispettare peculiari criteri, quali la ricerca di espressioni musicali che rispondono ai necessario coinvolgimento dell’intera assemblea nella celebrazione e che evitino, allo stesso tempo, qualsiasi cedimento alla leggerezza e alla superficialità", restando il canto gregoriano "il supremo modello della musica sacra". Pertanto: "il sacro ambito della celebrazione liturgica non deve mai diventare laboratorio di sperimentazioni o di pratiche compositive ed esecutive introdotte senza un'attenta verifica".

• Il 4 dicembre viene pubblicata la Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa , di Giovanni Paolo II, per il XL anniversario della Costituzione conciliare sulla liturgia. In essa si ricordano la necessaria serietà dei riti liturgici e si mette in guardia sul fatto che "non rispettando la normativa liturgica, si giunge talvolta ad abusi anche gravi, che mettono in ombra la verità del mistero e creano sconcerto e tensioni nel Popolo di Dio". Il Card. Prefetto Arintze spiega: "c’è una tentazione alla quale si deve resistere: cioè, quella di pensare che sia una perdita di tempo prestare attenzione agli abusi liturgici". Il Papa chiede inoltre che sia coltivata "con maggiore impegno all’interno delle nostre comunità l’esperienza del silenzio", forma eccellente della partecipazione liturgica attiva raccomandata dal Concilio.


2004
• Il 25 marzo la Congregazione per il Culto Divino pubblica l’Istruzione "Redemptionis Sacramentum", un documento su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la Santissima Eucarestia. In essa vengono elencati alcuni "abusi liturgici gravi": si ricorda che non si possono sostituire i testi biblici con altri considerati più moderni, è necessaria più cautela con danze e balli in chiesa; è vietato ai laici rivestire ruoli che sono esclusivamente del sacerdote, pronunciando l'omelia o leggendo il Vangelo. I fedeli che dovessero riscontrare tali abusi sono autorizzati a denunciarli al vescovo o alla Santa Sede.
• Il 31 maggio la CdF pubblica la LETTERA ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, nella quale, tra l’altro, viene confermata la differenza tra i sessi e confutata la teoria del gender (genere), base teorica della legittimazione delle c.d. "unioni omosessuali".
• 20 giugno, è rimosso dalla parrocchia di "Maria Santissima Assunta" a Rignano Garganico (diocesi di San Severo) don Fabrizio Longhi
che, la notte del 24 dicembre, aveva affidato l'incarico di fare l'omelia a Pasquale Quaranta, giornalista e militante del movimento gay.

• Luglio; fonti giornalistiche non smentite svelano l’esistenza di una lettera della CdF contenente il divieto assoluto di dare la comunione ai politici cattolici americani che sono favorevoli all'aborto. La lettera – dell’inizio di giugno - è indirizzata, al card. Theodore McCarrick, arcivescovo di Washington e al presidente della Conferenza episcopale stessa, Mons. Wilton Gregory.
• In settembre, nella Diocesi basca di Deusto-San Ignacio a Bilbao, viene rimosso e destituito un sacerdote aderente al movimento "Noi Siamo Chiesa", (We are church), don Aitor Urresti, fautore degli errori in materia morale - propri di quel movimento - circa la condotta pubblica e privata delle persone omosessuali.
• Il 7 ottobre, a conclusione di anno speciale dedicato al Santo Rosario, il Santo Padre indice l’Anno dell’Eucaristia. Nella Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine, il Pontefice torna sul dramma centrale di tutto il Suo Pontificato: "Mistero grande, l'Eucaristia! Mistero che dev'essere innanzitutto ben celebrato. Bisogna che la Santa Messa sia posta al centro della vita cristiana, e che in ogni comunità si faccia di tutto per celebrarla decorosamente, secondo le norme stabilite". E torna ad invocare un maggiore silenzio nelle celebrazioni: "le norme ricordano — e io stesso ho avuto modo recentemente di ribadirlo — il rilievo che deve essere dato ai momenti di silenzio sia nella celebrazione che nell'adorazione eucaristica. È necessario, in una parola, che tutto il modo di trattare l'Eucaristia da parte dei ministri e dei fedeli sia improntato a un estremo rispetto".



2005
• Il 9 gennaio, il Nunzio Apostolico per il Brasile Mons. Lorenzo Baldisseri, chiede a dom Pedro Casaldáliga, il noto vescovo "di base" e guerrigliero di São Félix do Araguaia in Brasile, di lasciare la città prima dell’arrivo del suo successore.
• Il 10 gennaio, nel messaggio al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa antepone ad ogni altro problema dell’umanità, anche a quello della fame, "la sfida della vita". Elencando i fattori di una "cultura della morte" in aborto, fecondazione artificiale, clonazione, eutanasia, unioni di fatto e omosessuali, il Papa precisa che: "lo Stato ha come suo compito primario proprio la tutela e la promozione della vita umana
".

• Il 13 gennaio il Santo Padre riceve e si congratula con il Presidente della regione Lazio, On. Francesco Storace esponente della destra politica italiana, e gli esprime il suo " vivo compiacimento per l’approvazione dello Statuto della Regione Lazio. Esso infatti, oltre a sottolineare il ruolo di Roma come centro del Cattolicesimo, riconosce esplicitamente il primato della persona e il valore fondamentale della vita. Riconosce, inoltre, i diritti della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio e si propone di sostenerla nell’adempimento della sua funzione sociale, facendo esplicita menzione dell’Osservatorio regionale permanente sulle famiglie. Lo Statuto prevede anche che la Regione garantisca il diritto allo studio e la libertà di scelta educativa".

• Il 24 gennaio, ricevendo i vescovi spagnoli nella visita ad limina, il Santo Padre denuncia: "Nell'ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l'ignoranza dell'ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica".
• Il 7 febbraio la CdF rende nota la condanna del volume Jesus Symbol of God, scritto da Padre Roger Haight S. J., che implica la negazione della missione salvifica universale di Gesù Cristo e, di conseguenza, la missione della Chiesa di annunciare e comunicare il dono di Cristo salvatore a tutti gli uomini.
• Il 21 febbraio, in un messaggio alla Pontificia Accademia per la vita, il Santo Padre ribadisce con forza la condanna di aborto, fecondazione artificiale, eutanasia e ricorda che "la salute non è un bene assoluto"
• Il 22 febbraio viene sospeso a dinivis per
sei mesi don Vitaliano della Sala, parroco italiano di S. Angelo a Scala, partecipante a manifestazioni assieme a
comunisti e no-global.


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Fino alla fine, Giovanni Paolo II ha ribadito TASSATIVAMENTE la base dottrinale CATTOLICA
.........[SM=g1740721] [SM=g1740722]


 

Caterina63
00Monday, February 2, 2009 8:41 AM

La fede cristiana, fiducia in Gesù Cristo, sono il pilastro della sua vita: quattordici encicliche per affermarlo, incompiuta resta la 15 enciclica che stava scrivendo sulla CARITA', un enciclica scritta con la sua testimonianza e che il suo Successore ed amico, J.Ratzinger Benedetto XVI ha preso a cuore scrivendo come prima enciclica del suo Pontificato: DEUS CARITAS EST...[SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740717]




CITTÀ DEL VATICANO – Libertà religiosa e diritti dell’uomo. Lavoro e comunismo. Aborto e valore della fede. Nei suo intenso pontificato papa Wojtyla ha firmato quattordici encicliche, tutte “fortemente volute”, tutte mirate a una costante mediazione tra il futuro di un mondo in continua evoluzione e la certezza della religione come salvezza, come pilastro dell’esistenza umana.


Nell’ultima, “Ecclesia de eucaristia”, (che risale al 17 aprile 2003) Giovanni Paolo II dedica il suo pensiero al “sacrificio eucaristico”. Settantasei pagine di teologia e dottrina per rilanciare il mistero eucaristico e la pratica dell’adorazione, imponendo rigidi vincoli alle modalità della celebrazione. Al bando le comunioni per chi “ostinatamente persevera in peccato grave e manifesto” (un esplicito riferimento ai divorziati risposati), ma anche divieto per i cattolici di partecipare all’eucarestia con i protestanti, finché non si sarà stabilita la “piena comunione” di fede tra le chiese cristiane.


La prima enciclica è del 4 marzo 1979: “Redemptor hominis”. Wojtyla prende posizione a favore di alcuni aspetti qualificanti delle conclusioni conciliari: collegialità, ecumenismo, rapporto con le religioni non cristiane, e inserisce il tema della libertà religiosa nel contesto della libertà pura e semplice e in quello dei diritti dell’uomo. Questo documento è il primo di un trittico che il papa dedica alle tre persone della Trinità. Lo completano il trittico la “Dives in misericordia” dell’80 su Dio padre misericordioso e la “Dominum et vivificantem” dell’86, sullo Spirito Santo.


Il secondo nucleo tematico riguarda la dottrina sociale della Chiesa e comprende la “Laborem exercens”, dell’81; la “Sollicitudo rei socialis” dell’88 e la “Centesimus annus”, del ‘91. Al centro della “Laborem exercens” il significato del lavoro umano, mai “riducibile a merce’ perché fondato sulla dignità della persona umana, la priorità dei lavoratori sul capitale e il rifiuto sia del capitalismo che del collettivismo.

La “Sollicitudo rei socialis” incita a una lettura teologica dei problemi moderni per far emergere il carattere morale dello sviluppo e sottolineare l’obbligo della sua promozione.


La “Centesimus annus” è invece l’enciclica del post-comunismo. Wojtyla risponde alla “grande sfida” posta dal cambiamento degli assetti mondiali e rivaluta il ruolo della solidarietà nella società. Un mondo in cui siano superati i fenomeni di ingiustizia e in cui anche l’attività produttiva sia ricondotta a forme di maggior rispetto della dignità umana.


La “Slavorum apostoli” dell’85 è dedicata ai fratelli santi Cirillo e Metodio che portarono il Vangelo tra gli slavi, dettero un “contributo eminente” alla formazione delle “comuni radici cristiane dell’Europa”.

La “Redemptoris mater” dell’87 è una riflessione sul cammino di fede della Madonna.


Con la “Redemptoris missio” del ‘90, a 25 anni dalla conclusione del Concilio, Giovanni Paolo II fa una forte riaffermazione della “permanente validità del mandato missionario della Chiesa”.

La “Veritatis splendor” del ‘93 sostiene che i cristiani hanno il dovere di seguire l’insegnamento morale della Chiesa: al di là delle buone intenzioni, degli obiettivi buoni dei loro atti e delle conseguenze anche positive, esistono comportamenti oggettivamente cattivi, come per esempio quelli contraccettivi, con i quali l’uomo si perde. L’obbedienza ai comandamenti in campo morale è indispensabile base di ogni convivenza sociale rispettosa dei diritti umani. Questo è l’insegnamento della Chiesa e questo devono insegnare i teologi sui quali i vescovi hanno il dovere di vigilare.


La “Evangelium vitae” del ‘95 è un appello mondiale “per una nuova cultura della vita umana” che partendo da gravi problemi morali come aborto, eutanasia, pena di morte e manipolazioni genetiche, giunge a chiedere una strategia internazionale dell’impegno politico, sociale e culturale a difesa del “diritto alla vita”, impegno non solo dei cattolici, ma di ogni “persona di buona volontà”.

L’enciclica postula la “obiezione di coscienza” contro leggi immorali; prende definitivamente le distanze dalla pena di morte; rinnova la radicale condanna dell’aborto, ma stila una lunga lista di corresponsabili nella scelta della donna, dai partner ai medici, ai legislatori. L’aborto, “delitto abominevole”, e la contraccezione “affondano le radici nella
stessa mentalità edonistica e deresponsabilizzante”, ma “dal punto di vista morale sono mali specificamente diversi”.


Nella “Ut unum sint” del ‘95, Giovanni Paolo II pone la ricerca dell’unità tra cristiani come principale impegno dei cattolici in vista del Duemila. A tutte le Chiese ricorda l’amore e il rispetto di quella di Roma e da loro “implora” perdono per il male compiuto dai cattolici. Wojtyla è conscio del fatto che il papa “costituito da Dio” quale “segno visibile e garante dell’unità” costituisce “una difficoltà” per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da ricordi dolorosi. Ma ricorda che se i vescovi sono legittimi perché successori degli apostoli, il vescovo di Roma è successore di san Pietro, che Gesù volle loro capo.


La “Fides et ratio”, pubblicata nell’ottobre ‘98 per i venti anni di pontificato, postula una filosofia forte, che non rinunci a cercare risposte a domande autentiche, è una esaltazione della ragione umana e delle sue capacità speculative, capaci di andare verso l’Assoluto e di essere luogo di dialogo tra credenti e atei.


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Caterina63
00Saturday, September 26, 2009 10:58 AM
NON culto della Persona, ma lode a Dio per averci dato il suo Vicario che ci guida...

Disse il Papa ai Giovani alla GMG del 2000: CHI SIETE VENUTI A CERCARE? LA RISPOSTA E' UNA SOLA: SIETE VENUTI A CERCARE GESU' CRISTO!!

Ecco, NON il Papa...il Papa non deve "piacere", non deve essere simpatico, aitante, non guardato per la persona, ma per ciò che INSEGNA egli è IL PASTORE, Gesù gli ha lasciato un compito: PASCI I MIEI AGNELLI....

Ecco, guardiamo ed ascoltiamo questo video....e mettiamo in pratica il Magistero del Pontefice, di TUTTI I PONTEFICI....

Inutile gridare SANTO SUBITO se non seguiamo il suo successore...se non ascoltiamo i suoi predecessori...sarebbe idolatria e questo ferisce Giovanni Paolo II...




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Caterina63
00Sunday, March 7, 2010 11:39 AM
Riflessione ed analisi di padre Giovanni Scalese (che condivido pienamente) dal suo blog "Senza peli sulla lingua" sull'impiccio che sta rallentando il processo di beatificazione del Pontefice...


Processi mediatici

Anche il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II si sta trasformando in una telenovela. Era inevitabile che finisse cosí. È ovvio che, una volta imboccata la strada del processo mediatico (non so se vi siete accorti che il processo si è finora svolto sui media piú che nelle austere aule dei tribunali ecclesiastici), si doveva essere pronti a certi colpi di scena. Il problema è che ormai stiamo cadendo nel ridicolo.

Tutto è cominciato con quell’improvvido “Santo subito!” dei funerali: fu presentato come la spontanea espressione della vox populi, ma poi qualcuno ha sollevato il sospetto che si trattasse di un’operazione ben pianificata da qualche “lobby”.

Atto secondo: le pressioni sul nuovo Pontefice si sono fatte cosí insistenti da costringerlo a derogare alla norma dei cinque anni per l’introduzione della causa di beatificazione. Ovviamente, il Papa era libero di rispondere alle pressioni in modo diverso; ma è innegabile che le pressioni ci siano state (non so se ricordate che, successivamente, alle insistenze di alcuni che chiedevano a Benedetto XVI l’approvazione dell’eroicità delle virtú di Pio XII, la Sala Stampa della Santa Sede rispose con un secco invito a non esercitare sul Santo Padre intollerabili pressioni).

All’introduzione della causa è seguito un processo-lampo, la cui velocità non può che suscitare qualche perplessità sulla scrupolosità adottata nelle procedure. Circolavano voci che non tutti i documenti fossero stati messi a disposizione. A quanto pare il voto dei consultori sull’eroicità delle virtú non è stato unanime.

Nel frattempo si è svolto il “processo” parallelo sui media: a parte gli articoli sui giornali e i servizi televisivi, i due volumi che non molto opportunamente sono stati pubblicati, interferendo pesantemente nel lavoro dei giudici. Prima il libro di Wanda Poltawska, Diario di un’amicizia, la cui pubblicazione è stata fortemente criticata dal Card. Dziwisz; poi quello del postulatore Slawomir Oder, Perché è santo, stroncato da Gianfranco Svidercoschi. Si pensava forse di affrettare la beatificazione; di fatto, la si è intralciata.

Poi c’è stata la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, che è stata presentata come una specie di pre-beatificazione: erano state addirittura già proposte le date: o il 2 aprile o il 16 ottobre 2010. Dimenticando che, dopo la dichiarazione dell’eroicità delle virtú, è necessario che ci sia un altro processo per il miracolo; ma sembrava che si trattasse di semplici formalità: il miracolo c’era già e sembrava inoppugnabile. Ora sembra che non lo sia poi cosí tanto. Per carità, niente di strano nei processi normali; già, ma in questo caso non si tratta di un processo normale...

Poi c’è stato il concistoro per l’approvazione di alcune canonizzazioni (che si svolgeranno il 17 ottobre 2010), nel quale non si fa alcun cenno alla beatificazione di Papa Wojtyla. C’è subito qualcuno (anche nell’episcopato polacco) che manifesta il proprio disappunto.

Se posso esprimere il mio modesto parere, mi sembra che proprio non ci siamo. È vero che i tempi sono cambiati; è vero che le norme che regolano i processi di beatificazione e canonizzazione sono state modificate; però mi sembra che siamo arrivati a una situazione intollerabile. Ricordo che un tempo, nelle vite dei Servi di Dio, molto prudentemente si dichiarava che, in ossequio ai decreti di Urbano VIII, quanto scritto non voleva in alcun modo prevenire il giudizio della Chiesa e che ci si rimetteva alle decisioni della Sede Apostolica. Ora invece siamo di fronte a un susseguirsi di forzature, che stanno prestando un pessimo servizio a Giovanni Paolo II.

Direi proprio che sia giunto il momento di mettere un punto a questo andazzo. Non è questo il modo per procedere a beatificazioni e canonizzazioni; bisogna che tutto rientri nella normalità delle procedure, col rigore e la discrezione che queste prevedono. Se il processo, anziché richiedere cinque anni, ne richiederà dieci, venti o cinquanta, che importa? Perché tutta questa fretta? Se Giovanni Paolo II è santo, presto o tardi verrà pubblicamente riconosciuto. Perché voler a tutti i costi bruciare le tappe, col rischio di seminare dei sospetti, poi difficilmente rimediabili?


Caterina63
00Saturday, April 30, 2011 9:56 PM
Quando il cardinale Joseph Ratzinger spiegava chi era Giovanni Paolo II

Si è identificato con la Chiesa
perciò ne può essere la voce



Dal volume Giovanni Paolo II pellegrino per il Vangelo (Cinisello Balsamo - Torino, Edizioni Paoline - Editrice Saie, 1988) pubblichiamo integralmente l'articolo nel quale il cardinale Joseph Ratzinger ripercorreva e faceva emergere gli aspetti fondamentali dei primi dieci anni di pontificato di Karol Wojtyla.

Giovanni Paolo II è senz'altro colui che, ai nostri tempi, si è incontrato personalmente con il maggior numero di esseri umani. Innumerevoli sono le persone a cui egli ha stretto la mano, a cui ha parlato, con cui ha pregato e che ha benedetto. Se il suo elevato ufficio può creare distanza, la sua personale irradiazione crea invece vicinanza.

Anche le persone semplici, incolte, povere non hanno da lui l'impressione della superiorità, dell'irraggiungibilità o del timore, quei sentimenti che colpiscono così sovente chi si trova nelle camere d'aspetto dei potenti, delle autorità. Quando poi si hanno contatti personali con lui, è come se lo si conoscesse da lungo tempo, come se si parlasse con un parente prossimo, con un amico. Il titolo di "Padre" (= Papa) non appare più solo un titolo, ma l'espressione di quel rapporto reale che si prova veramente davanti a lui.

Tutti conoscono Giovanni Paolo II: il suo volto, il suo modo caratteristico di muoversi e di parlare; la sua immersione nella preghiera, la sua spontanea letizia. Certe sue parole si sono incise in maniera indelebile nella memoria, a cominciare dall'appassionato richiamo con cui egli si è presentato all'inizio del suo pontificato: "Spalancate le porte a Cristo, non abbiate paura di lui!". Oppure queste altre: "Non si può vivere per prova, non si può amare per prova!". In parole come queste si condensa tutto un pontificato. È come se egli volesse aprire dappertutto vie d'accesso a Cristo, come se desiderasse rendere accessibile a tutti gli uomini il varco verso la vita vera, verso il vero amore. Se, come Paolo, lo si ritrova instancabilmente sempre in cammino, fino "ai confini della terra", se vuol essere vicino a tutti e non perdere alcuna occasione per annunciare la Buona Novella, non è per scopi pubblicitari o per sete di popolarità, ma perché si realizzi in lui la parola apostolica: Charitas Christi urget nos (II Corinzi, 5, 14). Accanto a lui lo si avverte: gli sta a cuore l'uomo perché gli sta a cuore Dio.

Molto probabilmente si conosce meglio Giovanni Paolo II quando si è concelebrato con lui e ci si è lasciati attirare nell'intenso silenzio della sua preghiera, più che non quando si sono analizzati i suoi libri o i suoi discorsi. Giacché, proprio partecipando alla sua preghiera, si attinge ciò che è proprio della sua natura, al di là di qualsiasi parola. A partire da questo centro ci si spiega anche perché egli, pur essendo un grande intellettuale, che nel dialogo culturale del mondo contemporaneo possiede una voce sua propria e importante, ha conservato anche quella semplicità che gli permette di comunicare con ogni singola persona.

Qui si manifesta anche un altro elemento di quella grande capacità di integrazione, che contrassegna il Papa che viene dalla Polonia: l'aver cambiato il classico "noi" dello stile pontificale con l'"io" personale e immediato dello scrittore e dell'oratore. Una simile rivoluzione stilistica non è da sottovalutare. A tutta prima può sembrarci l'ovvia eliminazione di un'usanza antiquata, che non si intonava più ai nostri tempi. Ma non si deve dimenticare che questo "noi" non era solo una formula di retorica cortigiana. Quando parla il Papa, egli non parla a nome proprio. In quel momento, in ultima analisi, non contano niente le teorie o le opinioni private che egli ha elaborato nel corso della sua vita, per quanto alto possa essere il loro livello intellettuale.

Il Papa non parla come un singolo uomo dotto, con il suo io privato o, per così dire, come un solista sulla scena della storia spirituale dell'umanità. Egli parla attingendo dal "noi" della fede di tutta la Chiesa, dietro il quale l'io ha il dovere di scomparire. Mi viene in mente a questo proposito il grande Papa umanista Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il quale da Papa doveva talvolta dire, attingendo appunto dal "noi" del suo magistero pontificio, cose in contraddizione con le teorie di quel dotto umanista che precedentemente era stato lui stesso. Quando gli venivano segnalate simili contraddizioni soleva rispondere: Eneam reicite, Pium recipite ("Lasciate stare Enea, prendete Pio, il Papa").

In un certo senso non è dunque un fenomeno innocuo se l'"io" rimpiazza il "noi". Ma chi fa la fatica di studiare attentamente tutti gli scritti di Papa Giovanni Paolo II, capisce ben presto che questo Papa sa distinguere molto bene tra le opinioni personali di Karol Wojtyla e il suo insegnamento magisteriale in quanto Papa; egli però sa anche riconoscere che le due cose non sono reciprocamente eterogenee, ma riflettono un'unica personalità imbevuta della fede della Chiesa. L'io, la personalità, è entrata interamente al servizio del "noi". Non ha degradato il "noi" sul piano soggettivo di opinioni private, ma gli ha semplicemente conferito la densità di una personalità tutta plasmata da questo "noi", tutta dedita al suo servizio.

Io credo che tale fusione, maturata nella vita e nella riflessione di fede, tra il "noi" e l'"io" fondi in modo essenziale il fascino di questa figura di Papa. La fusione gli consente di muoversi in questo suo sacro ufficio in maniera del tutto libera e naturale; gli consente di essere come Papa interamente se stesso, senza dover temere di far scivolare troppo l'ufficio nel soggettivo.

Ma come è cresciuta questa unità? In che modo una strada personale di fede, di pensiero, di vita conduce a tal punto nel centro della Chiesa? Questa è una domanda che va ben oltre la semplice curiosità biografica. Giacché proprio tale "identificazione" con la Chiesa senza velo alcuno di ipocrisia o di schizofrenia sembra impossibile oggi a molti uomini che sono in travaglio per la fede.

Nella teologia è diventato, nel frattempo, quasi civetteria di moda il muoversi in distanza critica a riguardo della fede della Chiesa e far sentire al lettore che lui, il teologo, non è poi così ingenuo, così acritico e servile da porre il suo pensiero del tutto al servizio di questa fede. In tal modo mentre la fede viene svalutata, le frettolose proposte di questi teologi non ne traggono alcuna rivalutazione; invecchiano in fretta come in fretta sono nate. Nasce allora di nuovo un grande desiderio non solo di ripensare intellettualmente la fede in modo leale, ma anche di poterla vivere in modo nuovo.

La vocazione di Karol Wojtyla maturò quando egli lavorava in un'azienda di produzione chimica, durante gli orrori della guerra e dell'occupazione. Egli stesso ha de-finito questo periodo di quattro anni, vissuto nell'ambiente operaio, come la fase formativa più determinante della sua vita. In tale contesto egli ha studiato la filosofia, apprendendola faticosamente dai libri, e il sapere filosofico gli si presentava di primo acchito come una giungla impenetrabile.

Il suo punto di partenza era stato la filologia, l'amore per la lingua, combinata all'applicazione artistica della lingua, in quanto rappresentazione della realtà in una nuova forma di teatro. È sorta così quella specie particolare di "filosofia" caratteristica del Papa attuale. È un pensiero in dialettica con il concreto, un pensiero fondato sulla grande tradizione, ma sempre alla ricerca della sua verifica nella realtà presente. Un pensiero che scaturisce da uno sguardo artistico e, nello stesso tempo, è guidato dalla cura del pastore: rivolto all'uomo per indicargli la via.

Mi sembra interessante scorrere per un momento la serie cronologica degli autori determinanti nei quali egli si imbatté lungo l'iter della sua formazione. Il primo era stato, come lui stesso riferisce nella sua intervista ad André Frossard, un manuale d'introduzione alla metafisica. Se altri studenti tentano solo di comprendere in qualche modo l'intera logica della struttura concettuale esposta nel testo e di fissarsela in mente in vista dell'esame, in lui ebbe inizio invece la lotta per una reale comprensione, cioè per cogliere il rapporto tra concetto ed esperienza, ed effettivamente si accese, dopo due mesi di duro impegno, il cosiddetto "lampo": "Scoprii quale senso profondo aveva tutto ciò che io avevo prima solo vissuto e presagito".

Poi arrivò l'incontro con Max Scheler e, quindi, con la fenomenologia. Questo indirizzo filosofico aveva la preoccupazione, dopo controversie infinite circa i confini e le possibilità del conoscere umano, di vedere di nuovo semplicemente i fenomeni così come appaiono, nella loro varietà e nella loro ricchezza. Questa precisione del vedere, questa intelligenza dell'uomo non a partire da astrazioni e da principi teorici, ma cercando di cogliere nell'amore la sua realtà, è stata ed è rimasta decisiva per il pensiero del Papa. Infine egli scoprì assai presto, prima ancora della vocazione al sacerdozio, l'opera di san Giovanni della Croce, attraverso la quale gli si aprì il mondo dell'interiorità, "dell'anima maturata nella grazia".

L'elemento metafisico, quello mistico, quello fenomenologico e quello estetico, collegandosi insieme, spalancano lo sguardo verso le molteplici dimensioni della realtà e diventano alla fine un'unica percezione sintetica, capace di paragonarsi con tutti i fenomeni e di imparare a comprenderli, proprio trascendendoli. La crisi della teologia postconciliare è in larga misura la crisi dei suoi fondamenti filosofici. La filosofia presentata nelle scuole teologiche mancava di ricchezza percettiva; le mancava la fenomenologia, e le mancava la dimensione mistica. Ma, quando i fondamenti filosofici non vengono chiariti, alla teologia viene a mancare il terreno sotto i piedi. Perché allora non è più chiaro fino a che punto l'uomo conosce davvero la realtà, e quali sono le basi a partire da cui egli possa pensare e parlare.

Così pare a me che sia una disposizione della Provvidenza il fatto che, in questo tempo, è salito alla cattedra di Pietro un "filosofo", che fa filosofia non come una scienza da manuale, ma partendo dal travaglio necessario per reggere di fronte alla realtà e dall'incontro con l'uomo che cerca e che domanda. Wojtyla è stato ed è l'uomo. Il suo interesse scientifico fu sempre più contrassegnato dalla sua vocazione di pastore. Di qui si comprende come la sua collaborazione alla Costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, il cui testo è determinato in modo centrale dalla preoccupazione per l'uomo, è diventata un'esperienza decisiva per il futuro Papa.

"La via della Chiesa è l'uomo". Questa tematica, concretissima e radicalissima nella sua profondità, si è trovata sempre e ancora si trova al centro del suo pensiero che è insieme azione. Ne è risultato che la questione della teologia morale è divenuta il centro del suo interesse teologico. Anche questa era una importante predisposizione umana in ordine al compito del massimo pastore della Chiesa. Giacché la crisi dell'orientamento filosofico si manifesta dal punto di vista teologico soprattutto come crisi della norma teologico-morale.

Qui si trova il collegamento tra filosofia e teologia, il ponte fra la ricerca razionale sull'uomo e il compito teologico, ed è così evidente, che non è possibile sottrarvisi.
Dove crolla l'antica metafisica, anche i comandamenti perdono il loro nesso interiore: allora grande diventa la tentazione di ridurli al piano unicamente storico-culturale. Wojtyla aveva imparato da Scheler a indagare, con una sensibilità umana finora ignota, l'essenza della verginità, del matrimonio, della maternità e della paternità, il linguaggio del corpo e, di conseguenza, l'essenza dell'amore. Egli ha assunto nel suo pensiero le nuove scoperte del personalismo, ma proprio così ha anche imparato nuovamente a capire che il corpo stesso parla, che la creazione parla e ci delinea le vie da percorrere: il pensiero dell'età moderna ha dischiuso per la teologia morale una dimensione nuova, e Wojtyla l'ha percepita in una continua implicazione di riflessione e d'esperienza, di vocazione pastorale e speculativa e l'ha compresa nella sua unità con i grandi temi della tradizione.
Un altro elemento ancora è stato importante per questo cammino di vita e di pensiero, per l'unità di esperienza, pensiero e fede. Tutta la battaglia di quest'uomo non si è svolta dentro un cerchio più o meno privato, unicamente nello spazio interno di una fabbrica o in un seminario. Essa era circonfusa dalle fiamme della grande storia.

La presenza di Wojtyla in fabbrica fu conseguenza dell'arresto dei suoi professori universitari. Il tranquillo corso accademico fu interrotto e sostituito da un durissimo tirocinio in mezzo a un popolo oppresso. L'appartenenza al seminario maggiore del cardinal Sapieha era già, in quanto tale, un atto di resistenza. E così la questione della libertà, della dignità e dei diritti dell'uomo, della responsabilità politica della fede, non penetrò nel pensiero del giovane teologo come un semplice problema teorico. Era la necessità, molto reale e concreta, di quel momento storico.

Ancora una volta la situazione particolare della Polonia, situata nel punto d'intersezione tra est e ovest, era diventata il destino di questo Paese. I critici del Papa osservano con frequenza che egli, come polacco, conosce veramente solo la pietà tradizionale, sentimentale, del suo Paese e non può quindi comprendere pienamente le complicate questioni del mondo occidentale.

Nulla è più insensato di una simile osservazione, che tradisce un'ignoranza completa della storia. Basta leggere l'enciclica Slavorum apostoli per derivarne l'idea che precisamente di questa eredità polacca aveva bisogno il Papa per poter pensare all'interno di una molteplicità di culture. Essendo la Polonia un punto di intersezione delle civiltà, in particolare delle tradizioni germaniche, romaniche, slave e greco-bizantine, la questione del dialogo delle varie culture proprio in Polonia è, per molti aspetti, più ardente che altrove. E così proprio questo Papa è un Papa veramente ecumenico e veramente missionario, preparato provvidenzialmente anche in tale senso per affrontare le questioni del tempo successivo al concilio Vaticano II.

Rifacciamoci ancora una volta all'interesse pastorale e antropologico del Papa. "La via della Chiesa è l'uomo". Il significato autentico di questa affermazione, spesso malintesa, dell'enciclica sul "Redentore dell'uomo" si può veramente capire se ci si ricorda che per il Papa "l'uomo" in senso pieno è Gesù Cristo. La sua passione per l'uomo non ha nulla a che fare con un antropocentrismo autosufficiente. Qui l'antropocentrismo è aperto verso l'alto.

Ogni antropocentrismo mirante a cancellare Dio come concorrente dell'uomo si è già da tempo capovolto in noia dell'uomo e per l'uomo. L'uomo non può più considerarsi centro del mondo. Ed ha paura di se stesso a motivo della sua propria potenza distruttiva. Quando l'uomo viene collocato al centro escludendovi Dio, l'equilibrio complessivo viene sconvolto: vale allora la parola della lettera ai Romani (8, 19. 21-22), in cui si dice che il mondo viene trascinato nel dolore e nel gemito dell'uomo; guastato in Adamo, è da allora in attesa della comparsa dei figli di Dio, della loro liberazione. Proprio perché al Papa sta a cuore l'uomo, egli vorrebbe aprire le porte a Cristo. Giacché unicamente con la venuta di Cristo i figli di Adamo possono diventare figli di Dio, e l'uomo e la creazione entrare nella loro libertà.

L'antropocentrismo del Papa è quindi, nel suo nucleo più profondo, teocentrismo. Se la sua prima enciclica è apparsa tutta concentrata sull'uomo, le sue tre grandi encicliche si coordinano naturalmente tra di loro in un grande trittico trinitario: l'antropocentrismo è nel Papa teocentrismo, perché egli vive la sua vocazione pastorale a partire dalla preghiera, fa la sua esperienza dell'uomo nella comunione con Dio e a partire da qui egli ha appreso a comprenderla.

Un'ultima osservazione. Il profondo amore del Papa a Maria è certamente, innanzitutto, un'eredità che gli viene dalla sua patria polacca.
Ma l'enciclica mariana dimostra quanto questa pietà mariana è stata in lui biblicamente approfondita nella preghiera e nella vita. Nello stesso modo in cui la sua filosofia era stata resa più concreta e vivificata mediante la fenomenologia, ossia attraverso lo sguardo alla realtà che appare, così anche il rapporto con Cristo non rimane per il Papa nell'astratto delle grandi verità dogmatiche, ma diventa un concreto umano incontrarsi con il Signore in tutta la sua realtà e in tal modo logicamente anche un incontrarsi con la Madre, nella quale l'Israele credente e la Chiesa orante sono diventati persona. Ancora una volta è sempre e solo a partire da questa concreta vicinanza, in cui si vede il mistero di Cristo in tutta la ricchezza della sua pienezza divino-umana, che il rapporto col Signore riceve il suo calore e la sua vitalità. E naturalmente è qualcosa che si ripercuote su tutta l'immagine dell'uomo il fatto che questa risposta della fede ha preso figura per sempre in una donna, in Maria.
Che cosa voglio dire con tutto ciò? Il mio scopo era quello di dimostrare l'unità fra mistero e persona nella figura di Papa Giovanni Paolo II.
 
Egli si è realmente "identificato" con la Chiesa, e ne può quindi essere anche la voce. Tutto ciò non è detto per glorificare una creatura umana, ma per dimostrare che il credere non estingue il pensare e non ha bisogno di mettere fra parentesi l'esperienza del nostro tempo. Al contrario: soltanto la fede dona al pensiero la sua apertura e all'esperienza il suo significato.

L'uomo non diventa libero quando diviene un solista, ma quando riesce a trovare il grande contesto al quale appartiene. Dieci anni di pontificato di Giovanni Paolo II. L'ampiezza del suo messaggio appare già ora quasi incalcolabile, immensa. Ho voluto tentare di accennare in pochi tratti alle energie portanti che ne costituiscono la forza profonda, e, insieme, rendere così meglio comprensibile la direzione che egli ci indica. Il Signore voglia conservarci a lungo questo Papa, perché ci sia di guida sulla strada verso il terzo millennio della storia cristiana.



(©L'Osservatore Romano 1° maggio 2011)

Caterina63
00Wednesday, June 29, 2011 7:14 PM
Giovanni Paolo II, Discorso ai Vescovi statunitensi di Baltimore, Washington, Atlanta e Miami in visita ad limina Apostolorum, del 2-7-1993, nn. 2-6, in L’Osservatore Romano, 4-7-1993. Titolo e traduzione redazionali.
Cristianità, 220-221 (1993)

"Laicizzazione" del clero, "clericalizzazione" del laicato e femminismo

La frammentazione che caratterizza il vivere moderno ha causato un certo indebolimento del senso di appartenenza alla comunità parrocchiale, in particolare dove vi è stata polarizzazione su temi riguardanti la dottrina e la liturgia. I sacerdoti e il laicato devono compiere un grande sforzo per rinnovare la vita parrocchiale nell’immagine della Chiesa stessa, come una comunione che beneficia dei doni e dei carismi complementari di tutti i suoi membri. La comunione è una realtà che implica uno scambio costante di doni e di servizi fra tutti i membri del popolo di Dio. La vitalità di una parrocchia dipende dalla fusione delle diverse vocazioni e dei diversi doni dei suoi membri in una unità che manifesta la comunione di ciascuno e di tutti insieme con Dio Padre attraverso Cristo, costantemente rinnovata dalla grazia dello Spirito Santo.

Il punto di partenza è la consapevolezza, da parte dei sacerdoti, dei laici e dei religiosi, del fatto che i loro doni — gerarchici e carismatici (cfr. Lumen gentium, n. 4) — sono diversi sebbene complementari; e del fatto che essi sono tutti necessari "per edificare il corpo di Cristo" (Ef. 4, 12). Durante i nostri colloqui, alcuni Vescovi hanno sottolineato che, a volte, l’enfasi posta sull’uguaglianza battesimale — una verità profondamente radicata nella tradizione della Chiesa — porta a sminuire la reale distinzione fra il sacerdozio regale di tutti i credenti e il sacerdozio ministeriale conferito dall’ordinazione sacramentale. È necessario insistere sul fatto che la differenza "nell’essenza" (Lumen gentium, n. 10) fra di essi non ha nulla a che fare con il "potere" inteso in termini di privilegio o di dominio. Entrambi derivano dall’unico sacerdozio di Cristo e si completano l’un l’altro, ordinati come sono al servizio vicendevole (cfr. Pastores dabo vobis, n. 17).

La comunione autentica implica un amore reciproco (cfr. 1 Gv. 4, 12-13) che assicura che il clero e il laicato si aiutino reciprocamente rispettando l’identità di ognuno. Ciò che chiamate "ministero collaborativo", quando è completamente fedele alla dottrina sacramentale della Chiesa, fornisce un saldo fondamento per la costruzione di comunità che sono internamente riconciliate, e le cui energie spirituali vengono impegnate positivamente per la nuova evangelizzazione (cfr. Redemptoris missio, n. 3).

 

3. È una benedizione per la Chiesa il fatto che in così tante parrocchie i fedeli laici assistano i sacerdoti in vari modi: nell’educazione religiosa, nella consulenza pastorale, nelle attività di servizio sociale, nell’amministrazione, e così via. Questa accresciuta partecipazione è indubbiamente un’opera dello Spirito che rinnova il vigore della Chiesa. In alcuni casi, dove una temporanea scarsità di sacerdoti lo renda necessario, i membri del laicato possono essere resi responsabili dell’amministrazione di una parrocchia secondo le norme canoniche (cfr. CIC, can. 517, 2; Christifideles laici, n. 23). Quando si verificano queste situazioni, i Vescovi hanno il delicato compito di provvedere affinchè i fedeli non confondano queste responsabilità "ministeriali" con la specifica sacra potestas propria del sacerdozio ordinato.

Non è una strategia pastorale saggia quella di adottare piani che assumono come normale, per non dire desiderabile, una comunità parrocchiale senza un sacerdote pastore. Interpretare il calo di sacerdoti attivi — una situazione che preghiamo termini al più presto — come un segno provvidenziale del fatto che i laici devono prendere il posto dei sacerdoti è inconciliabile con il pensiero di Cristo e della Chiesa. Il sacerdozio regale dei laici non deve venir incoraggiato oscurando il sacerdozio ministeriale degli ordinati, grazie al quale i sacerdoti non solo celebrano l’Eucaristia, ma sono anche padri spirituali, guide e maestri dei fedeli che sono stati loro affidati.

 

4. Lo sviluppo negli Stati Uniti di quanto viene comunemente definito "ministero dei laici" è certamente un risultato positivo e fecondo del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano II. Particolare attenzione deve essere accordata alla formazione spirituale e dottrinale di tutti i ministri laici. In ogni caso essi devono essere uomini e donne di fede, esemplari nella vita personale e familiare, che con amore abbracciano "il pieno e integrale annuncio della Buona Novella" (Reconciliatio et paenitentia, n. 9) trasmessa dalla Chiesa. Sono necessarie chiare direttive diocesane per la formazione iniziale e permanente dei laici, che sono ufficialmente coinvolti nella vita parrocchiale e diocesana. Ma le direttive devono essere correttamente applicate, e questo costituisce una sfida alla vostra guida.

Come vi ho detto durante la mia ultima visita pastorale negli Stati Uniti, una corretta ecclesiologia deve sforzarsi di evitare di "laicizzare" il sacerdozio ordinato o di "clericalizzare" la vocazione laicale (cfr. Discorso ai fedeli laici, 18 settembre 1987, n. 5). I laici devono essere consapevoli della propria posizione all’interno della Chiesa, che non è quella di semplici destinatari della dottrina e della grazia dei sacramenti, ma di attivi e responsabili operatori della missione della Chiesa nell’evangelizzare e nel santificare il mondo. È compito in particolare dei fedeli laici portare la verità del Vangelo per influire sulle realtà della vita sociale, economica, politica e culturale. Essi hanno lo specifico compito della santificazione del mondo dall’interno impegnandosi nell’attività secolare (cfr. Lumen gentium, n. 31; Christifideles laici, n. 15). Il loro compito è di ordinare la società alla pienezza che dimora in Cristo (cfr. Col. 1, 19), sempre in comunione di fede e disciplinare con i Vescovi che "presiedono in luogo di Dio al gregge [...] quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo" (Lumen gentium, n. 20). Probabilmente, come sottolinea l’esortazione apostolica Christifideles laici, dovrebbe essere prestata un’attenzione maggiore, nella catechesi e nella predicazione, a "l’inserimento profondo e la partecipazione piena di fedeli laici nella terra, nel mondo, nella comunità umana" (n. 15), in modo che i laici possano meglio comprendere che questo è il loro apostolato primario all’interno della Chiesa. Essi necessitano del vostro costante incoraggiamento. Si aspettano dai loro Vescovi che li rafforzino nella santità e li guidino con un insegnamento autentico, lasciando loro, nello stesso tempo, spazio per iniziative e libertà di azione nel mondo (cfr. Apostolicam actuositatem, n. 7).

 

5. Una questione strettamente legata al discorso che stiamo ora facendo, è quella relativa al ruolo delle donne nella vita della Chiesa, un problema che deve essere affrontato con la chiara consapevolezza della sua importanza. Allo stesso tempo la questione, così come interessa la Chiesa, è influenzata dal fatto che la posizione e il ruolo delle donne nella società in generale stanno subendo profonde trasformazioni. Il rispetto dei diritti delle donne è senza dubbio un passo essenziale verso una società più giusta e più matura, e la Chiesa non può mancare nel fare proprio questo giusto obiettivo. La vostra Conferenza Episcopale ha prestato molta attenzione alla posizione delle donne nella società e nella Chiesa e voi continuerete ad agire in tal senso. Altre Conferenze Episcopali e io stesso abbiamo parlato e scritto ampiamente sull’argomento. Tuttavia, in alcuni ambienti sussiste ancora un clima di insoddisfazione nei confronti della posizione della Chiesa, in particolare dove la distinzione fra diritti umani e civili di una persona e i diritti, i doveri, i ministeri e le funzioni che gli individui hanno o dei quali usufruiscono all’interno della Chiesa non è chiaramente compresa. Un’ecclesiologia erronea può facilmente condurre a presentare false necessità e a suscitare false speranze.

La questione non può essere certamente risolta attraverso un compromesso con un femminismo che si polarizza su posizioni ideologiche intransigenti. Non si tratta semplicemente del fatto che alcune persone rivendicano per le donne un diritto a essere ammesse al sacerdozio ordinato. Nella sua forma estrema, è la stessa fede cristiana che rischia di essere minata. Talvolta, forme di culto della natura e la celebrazione di miti e di simboli prendono il posto dell’adorazione del Dio rivelato in Gesù Cristo. Purtroppo questo tipo di femminismo viene incoraggiato da alcune persone nella Chiesa, comprese alcune religiose, le cui convinzioni, atteggiamenti e comportamento non corrispondono più a quanto insegnano il Vangelo e la Chiesa. Come Pastori dobbiamo opporci a individui e a gruppi che possiedono tali convinzioni e chiamarli al dialogo onesto e sincero, che deve continuare all’interno della Chiesa, in relazione alle aspettative delle donne.

 

6. Quanto al non ammettere le donne al sacerdozio ministeriale, "è questa una disposizione che la Chiesa ha sempre ritrovato nella precisa volontà, totalmente libera e sovrana, di Gesù Cristo" (Christifideles laici, n. 51). La Chiesa insegna e opera confidando nella presenza dello Spirito Santo e nella promessa del Signore di essere sempre con lei (cfr. Mt. 28, 20). "Quando essa ritiene di non poter accettare certi cambiamenti, è perchè sa di essere legata al modo di agire di Cristo. Il suo atteggiamento [...] è quello della fedeltà" (Inter Insignores, n. 4). L’uguaglianza dei battezzati, che è una delle grandi affermazioni del cristianesimo, esiste in un corpo differenziato, nel quale uomini e donne hanno ruoli che non sono puramente funzionali, ma sono profondamente radicati nell’antropologia e nella sacramentaria cristiane. La distinzione dei ruoli in nessun modo favorisce la superiorità degli uni sugli altri; il dono migliore di tutti, che può e deve essere desiderato, è la carità (cfr. 1 Cor. 12-13). Nel Regno dei Cieli i più grandi non sono i ministri, ma i santi (cfr. ibid. 6).

Sono consapevole della grande attenzione e della riflessione animata dalla preghiera che continuerete a rivolgere a queste difficili questioni e invoco su di voi i doni dello Spirito Santo mentre operate per presentare una concezione antropologica ed ecclesiologica pienamente cristiana del ruolo delle donne, sia per il rinnovamento e per l’umanizzazione della società, sia per la riscoperta, da parte dei credenti, del vero volto della Chiesa (cfr. ibid.). Come Vescovi, siamo chiamati a offrire a uomini e donne, allo stesso modo, l’insegnamento della Chiesa nella sua pienezza in relazione al sacerdozio ordinato. Sarebbe un tradimento nei loro confronti se non lo facessimo. Dobbiamo aiutare coloro che non comprendono o non accettano l’insegnamento della Chiesa ad aprire i loro cuori e le loro menti alla sfida della fede. Dobbiamo confermare e rafforzare la comunità intera reagendo, quando è necessario, alla confusione o all’errore.

Giovanni Paolo II


Caterina63
00Tuesday, July 12, 2011 3:07 PM

"Giovanni Paolo II. L'uomo e il Papa" di Cristina Siccardi



Recensione su "Radici Cristiane"


Il Papa umano. Forse troppo umano, si potrebbe aggiungere. Giovanni Paolo II è una figura fondamentale nella storia della Chiesa, un apportatore di cambiamenti che lo hanno reso il Pontefice più vicino a tutti, più terreno, più umano e quindi allo stesso tempo meno spirituale. Con Karol Woytila (come lo iniziarono a chiamarlo ben presto i giornalisti) abbiamo saputo tutto della sua vita quotidiana: le corse in tuta per i giardini vaticani, le nuotate in piscina, i menu dei frequenti pranzi con Pertini; lo abbiamo visto dormire sotto un albero in scarponi e maglione come un escursionista qualsiasi, alzarsi ed andare incontro a Gorbaciov e a sua moglie (senza velo e vestita di rosso) come un qualunque diplomatico o capo di Stato, anziché come il Principe della Cristianità. Ha superato completamente il senso di algore (ma anche di maggior rispetto) che incuteva la figura di Pio XII (che nessun articolista avrebbe apostrofato semplicemente come “Eugenio Pacelli”, preferendo invece altri sinonimi come “Sua Santità”, “il Santo Padre”, “il Successore di Pietro”. “il Vescovo di Roma” e via dicendo).

Ma non c’è incoerenza nel comportamento di questo pontefice, che non ha fatto altro che applicare i principi del Concilio Ecumenico Vaticano II, di cui fu un attivo partecipante ed un entusiasta fautore: entrato nel seminario clandestino di Cracovia nel 1942, ventiduenne e con una cultura letteraria, ma non teologica, senza un corpo di insegnanti vero e proprio (erano gli anni della guerra e una normale educazione teologica sarebbe stata impossibile). Ciò spiega le posizioni progressiste assunte durante il Concilio, la simpatia per certa teologia progressista (von Balthazar in primo luogo), le posizioni “revisioniste” su Jan Hus, il rifiuto e del protocollo (a cominciare dal mancato uso del Triregno), la “papamobile” al posto della sedia gestatoria (una sorta di simbolica sintesi del suo pontificato, che voleva essere moderno ed aperto alle esigenze del mondo) per arrivare, naturalmente, all’apertura verso le altre religioni, rappresentata dal convegno di Assisi (una apertura che mancò, invece, nei confronti del clero tradizionalista, come nel caso della scomunica verso monsignor Lefebvre, scomunica levata dall’attuale Pontefice). Insomma, Giovanni Paolo II non si sentì tanto investito del gravoso compito di dirigere la Chiesa, quanto si percepì – come scrisse il vaticanista del Corriere della Sera Luigi Accattoli – «come un cristiano chiamato a fare il Papa e che accetta di farlo interagendo con il mondo e con i fratelli, mettendo a frutto le straordinarie esperienze umane attraverso le quali era passato».

Umano, troppo umano, insomma e, come sottolinea l’autrice, perfettamente coerente ai propri presupposti e alla propria educazione (quella giovanile, prima di entrare in seminario): egli preferì essere dunque il Pastore che viaggiava di continuo piuttosto che l’amministratore della Chiesa che gli era stata affidata (la cui conduzione lasciò a prelati non sempre all’altezza del compito – come dimostra il credito concesso a Paul Marcinkus e a Marcial Maciel). Anche per questo, nel processo di beatificazione, non si è voluto tener conto del suo operato come Pontefice, ma solo come pastore e come uomo. Ed é soprattutto l’uomo-Woytila al centro di questa che molti giudicano una delle migliori biografie di Giovanni Paolo II recentemente pubblicate.


Cristina Siccardi - Paoline Editoriale Libri, Milano 2011, pp. 224, € 22

Gianandrea de Antonellis
(RC n. 66 - Luglio 2011
)

Caterina63
00Saturday, August 6, 2011 12:27 PM
Botta e risposta: Küng-Messori

Il Papa fallito? No, ha salvato la Chiesa

Hans Küng in un articolo sul Corriere muove un durissimo attacco a Giovanni Paolo II. Messori gli risponde sullo stesso quotidiano. «La fredda teologia tedesca professata da Küng non gli permette di comprendere la straordinaria forza del cattolicesimo polacco del Papa, radicato nella più antica fede europea». 
I testi integrali degli interventi.



 

Il Padre che ha salvato la Chiesa

L’opera infaticabile di Wojtyla ha impedito che i cattolici si disperdessero nella diaspora dei protestanti

di Vittorio Messori

La versione integrale del documento di Hans Küng pubblicato qui di fianco è, in effetti, ancor più torrenziale. In origine si trattava, mi dicono, di un necrologio, un bilancio dell’intero pontificato, da pubblicare dopo la morte di Giovanni Paolo II e giacente da tempo negli archivi dei giornali.

Probabilmente, il teologo svizzero-tedesco si è stancato di aspettare: in effetti, anni or sono, il Corriere della sera mi chiese già un’altra replica a un altro intervento di Küng, dove questi si augurava (naturalmente per il bene della Chiesa...) una pronta scomparsa del papa. E non nel senso di dimissioni, ma proprio nel senso di morte, perché altrimenti, pur dal luogo del suo ritiro, avrebbe potuto influire sul Conclave e determinare l’elezione di un cardinale nella sua stessa linea. Cosa che, per questo nostro teologo, sarebbe il massimo delle sventure.

Poiché, dunque, da un decennio attendeva invano, alla fine Küng ha deciso di anticipare i tempi e di autorizzare l’agenzia che cura i suoi scritti alla pubblicazione del «coccodrillo » (come, cinicamente, si dice in gergo) sulla catena consueta di media. In realtà, l’entusiasmo degli editori sembra sempre minore, visto che si assottigliano, per ragioni anagrafiche, i lettori di quest’uomo che, nato nel 1928, è ormai più vicino agli ottanta che ai settanta. Ma sì, questo che sembrava, tanto tempo fa, il simbolo stesso della «modernità» ecclesiale, il profeta di una Nuova Chiesa , giunto a 77 anni sembra interessare ormai quasi soltanto ai suoi coetanei, a coloro che erano giovani quarant’anni fa, alla fine del Concilio. È impressionante, in effetti, come continui a riproporre sempre lo stesso articolo, tanto che il necrologio del papa da lui preparato già al principio dei Novanta è quello pubblicato adesso, praticamente senza variazioni rispetto ad allora. Impressionante, soprattutto, la totale impermeabilità di questo professore ai fatti, la preminenza assoluta dello schema ideologico previo: è lui stesso a ricordare, qui, che il suo giudizio sul papato wojtyliano era già definitivo dopo un anno, nel 1979, e non è mutato di una virgola.

Impressionante, davvero, e anche un po’ inquietante: in un quarto di secolo la storia ha accelerato, imperi che sembravano di roccia e marmo sono caduti in polvere, la cultura stessa ha cambiato prospettive. Ma Hans Küng, ormai docente in pensione, da molto tempo privato del titolo di «teologo cattolico», continua a ripetere, come venticinque anni fa. Come replicare a questa fissità un po’ maniacale? Che cosa dire, di nuovo, se di nuovo non c’è nulla nell’interlocutore? Ma, poi, non dimentico quanto di lui mi disse un prestigioso vescovo, un suo collega di cattedra teologica: «Come spesso capita, proprio coloro che esigono dagli altri atteggiamento dialogico sono coloro che meno lo praticano». Io stesso, per quanto conta, sono stato sepolto sotto insulti sanguinosi, sui principali media del mondo, innanzitutto per avere scritto un libro-colloquio con il cardinal Joseph Ratzinger: la mia colpa era quella di averlo lasciato parlare, anzi di avere condiviso molte delle cose che mi diceva. Il teologo di Tübingen avrebbe tollerato che dessi voce al Prefetto dell’ex-Sant’Uffizio soltanto se l’avessi contraddetto, trascinandolo in un pubblico processo, mettendolo alla berlina, inveendo contro di lui come un «traditore». Tale, infatti, lo considera perché, negli anni del Vaticano II, il professor Ratzinger faceva parte del gruppo di enfants terribles, esperti di fiducia di vescovi tedeschi, olandesi, francesi che crearono Concilium, la rivista internazionale del dissenso teologico. Un contestatore, dunque, diventato Grande Inquisitore: il massimo dell’empietà! Come farla passar liscia al povero sottoscritto, suo intervistatore?

Küng, poi, non mi ha mai perdonato che proprio la sua «Bestia Nera», questo papa che, per lui, è «sventuratamente regnante», mi abbia chiesto di fargli delle domande che divennero il libro. L’aggettivo «cortigiano» è il più benevolo che mi abbia riservato per questo lavoro che, in realtà, non solo non cercai ma di fronte al quale ebbi qualche reticenza e resistenza. Perché, dunque, ostinarsi al dibattito davanti all’ennesimo articolo, se è sempre e solo lo stesso? E se è manifesta e provata l’impossibilità di cavare qualche frutto da un dialogo che l’ex-docente da sempre rifiuta, chiuso nel suo schema? Schema che è poi quello della metà degli anni Sessanta, quando il professore, lo si diceva, faceva parte dello staff di consulenti dei Padri Conciliari del Centro e del Nord Europa che determinarono l’orientamento del Concilio. Era l’ideologia della «modernità», erano gli anni in cui i sociologi scrivevano libri dal titolo L’eclissi del Sacro nella società industriale (Sabino Acquaviva) o teologi come Harvey Cox pubblicavano, tra gran clamore, testi come The Secular City. Giovani clericali rampanti come il nostro Küng, chiusi sino ad allora in una cultura da seminario post-tridentino, scoprivano —abbagliati— sociologia, politologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi e tutti gli «ismi» , dal femminismo al secolarismo , che allora sembravano trionfare.

Scoprivano la democrazia parlamentare e volevano applicarla — tale e quale — anche alla Chiesa; scoprivano la sessualità e, se non se ne andavano sbattendo la porta (come fece un terzo dei sacerdoti e delle suore), pretendevano che fosse praticabile anche nello stato clericale; scoprivano la laicità e volevano viverla essi stessi, cominciando col gettare via tonache, sai, clergyman stessi, pur non rinunciando al confortevole status religioso. Scoprivano anche, con un ritardo di cinque secoli, la Riforma protestante e se ne invaghivano come fosse, appunto, nuova, «moderna ».

Molti, si sa, scoprirono con pericolosa eccitazione, anche e soprattutto il marxismo e cercarono di trasformare il vangelo nel manuale del perfetto guerrigliero. Non fu il caso di Küng che, come pubblico di riferimento, prese la borghesia dell’Europa nordica, secolarizzata, opulenta, liberal e organizzò il suo lavoro teologico con stile manageriale, con staff di collaboratori, informatica , agenti letterari. È chiaro che un prete così non poteva avere niente a che fare con un altro sacerdote, l’arcivescovo di Cracovia, che veniva da una Polonia dove la fede era cosa eroica, dove la devozione popolare permeava la vita quotidiana, dove la Madonna era onnipresente, dove il secolarismo e il laicismo mostravano il loro volto spietato e, invece che attirare, creavano spavento ed orrore, dove il catechismo era ancora praticato mentre non si leggevano gli eleganti papers dei teologi delle università occidentali. Inutile, poi, nasconderlo: il razzismo che ha sempre serpeggiato nella cultura germanica ha avuto tra i suoi oggetti proprio la Polonia, considerata una terra di slavi sfaticati e imbroglioni da cui non poteva venire nulla di buono. Figurarsi, poi, se da lì veniva un papa: come avrebbe potuto, un orgoglioso professore di Tübingen, accettare come capo e maestro uno che giungeva da quelle parti? Già il disprezzo e il sospetto verso i latini era stato tra gli elementi che avevano scatenato la riforma protestante. Ma gli slavi, se possibile, erano ancor peggio. C’è un vecchio, un po’ ignobile detto tedesco che il «politicamente corretto» ha cercato di occultare ma che mi è capitato di sentire ancora sussurrare: quando Dio decise di creare il mondo, da una parte fece gli uomini; dall’altra i polacchi. Sta di fatto, comunque, che Giovanni Paolo II fu esecrato subito da Küng e da quelli come lui perché non «moderno», perché «figlio di una Chiesa arcaica». Su queste accuse, decenni dopo, il nostro teologo è ancora fermo, ma il mondo è uscito dalla «modernità» per inoltrarsi in quella terra incognita che, per mancanza di meglio, chiamiamo della post-modernità. E che non solo non sa che farsene delle teorie degli anni Sessanta ma che sembra desiderare giusto il contrario: non profanità ma Sacro, non preti-manager, non «operatori pastorali », ma religiosi alla Padre Pio, non razionalismi ma mistero, non ulteriore rivoluzione ma riscoperta della Tradizione. Quanto resta del «popolo di Dio» non va al dibattito degli accademici di teologia, va in pellegrinaggio a Medjugorje; non mostra alcuna smania di potere votare per eleggere il suo parroco e il suo vescovo, né è frustrato perché le sue figlie non possono entrare in seminario ma è pronto a ascoltare un prete, possibilmente vestito da prete, che gli parla di Dio e di Cristo come una volta.

Partecipavo, una volta, alla fastosa conferenza stampa del pool internazionale dei suoi editori per la presentazione di un suo libro dove— con la solita irruenza e gli insulti virulenti per chi non la pensa come lui — chiedeva per la Chiesa cattolica quanto ribadisce ora di volere da un nuovo papa. E dunque: preti sposati; donne-sacerdote; divorziati riaccolti a nuove nozze; omosessuali venerati; contraccezione libera; aborto accettato; parroci, vescovi, papi stessi eletti democraticamente; scismatici ed eretici posti a modello; atei, agnostici, pagani accolti non solo come fratelli in umanità ma come maestri di vita e pensiero dai quali tutto imparare... Insomma, il rosario «teologicamente corretto» anni Sessanta e Settanta, i comandamenti del benpensante un po’ datato, le «coraggiose riforme» del conformista occidentale medio . Accanto a me, lo ascoltava con attenzione un pastore protestante il quale, alla fine, prese la parola: «Molto bello e edificante, professor Küng. Ha ragione, ecco le riforme che anche il cattolicesimo dovrebbe praticare. Ma, mi dica: come mai noi protestanti tutto ciò che Lei chiede ce l’abbiamo già, e da molto tempo, eppure i nostri templi sono molto più vuoti delle vostre chiese?».

Il professore non rispose a quella domanda, che scendeva dal cielo delle teorie «pastorali», ottime per i semestri accademici, alla brutale concretezza dei fatti, questi maleducati che non vogliono mai rientrare nei nostri schemi. Vedo ora da questa sintesi malevola del pontificato che imperdonabile peccato di Giovanni Paolo II sarebbe soprattutto quello di «non avere integrato nella Chiesa cattolica le richieste della Riforma e della modernità». Quanto alla «modernità» è esistita un tempo, quando lui era giovane, e ha fatto posto ad altro, come si accennava. Per la Riforma, possibile che uno come questo teologo, che vive tra Svizzera e Germania, che conosce il Nord dell’Europa, passato (e, spesso, per violenza dei prìncipi) al verbo di Lutero, di Calvino, di Zwingli, possibile che non constati quale è lo stato comatoso, da encefalogramma piatto, di Chiese che pur furono vive? Possibile che i suoi viaggi per il mondo non gli abbiano mostrato che il solo protestantesimo che sembra oggi avere un futuro è quello «impazzito», aggressivo, insofferente di ecumenismi, rappresentato dalla miriade di sètte e di chiesuole? Si può, oggi, proporre per la Chiesa romana—quasi fossero novità taumaturgiche—provvedimenti che quella che chiama se stessa «Riforma» per antonomasia ha adottato quasi cinque secoli fa e i cui risultati stanno sotto gli occhi di chi sappia vedere senza gli occhiali dell’astrattezza? Per fare un solo esempio: in media, ogni anno, 10.000 anglicani chiedono di entrare nella Chiesa cattolica. Non molto tempo fa, l’arcivescovo di Londra ha ordinato preti cattolici molte decine di pastori anglicani. Sono fratelli (e sorelle) il cui passaggio a Roma è stato provocato dalla decisione della gerarchia anglicana di ordinare donne. Una decisione che non ha portato loro alcun cattolico (e nessuna donna cattolica, si badi!), mentre ha provocato un esodo importante verso il cattolicesimo.

I fatti, professor Küng, non provano—almeno qui—il contrario esatto di quanto affermano le Sue teorie? Che ci dice, per esempio, di quell’Olanda che prima del Concilio era forse il Paese al mondo con la più fervida vita cattolica, che subito dopo divenne la speranza e la mecca del progressismo clericale, che attuò l’attuabile delle riforme che Lei invoca, coprendo di disprezzo «l’arcaica teologia romana», e che in breve fu ridotta a un deserto dove le chiese che non cadono in rovina sono da tempo trasformate in supermarket, in pornoshop, in hamburgherie? Nessuno Le ha mai rivelato, don Küng, che, se il più cattolico dei Continenti, quello latinoamericano, sta passando rapidamente e in massa a quelle sètte protestanti «impazzite » che dicevo o torna ai culti afroamericani, è proprio perché cerca lì quanto non gli dà più certo clero cattolico che (formatosi spesso alla scuola di quelle Sue facoltà tedesche) dice di «aver scelto i poveri», mentre «i poveri » non hanno scelto lui?

Più che difendere questo lungo pontificato dalla gragnuola di accuse, senza misericordia e senza luce, che gli vengono scagliate contro (come cattolici, siano fedeli al papa, ma non sempre e non certo passivamente apologeti di chi, via via, adempie al ministero di Successore di Pietro), più che difendere, dunque, è ancor più necessario mostrare come le alternative «alla Küng» non siano affatto un rimedio adeguato ai problemi della Chiesa. Problemi che esistono oggi, come sempre sono esistiti; ma che, per essere affrontati, esigono ben altro che le ricette di un «modernismo» ideologico che la storia ha superato, mostrandone i limiti e i rischi.

 


Corriere della Sera  26 marzo 2005
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