Matteo 20, 28

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Emmaus@
00Thursday, February 8, 2007 11:24 AM
Spiegando ai suoi apostoli una delle ragioni per cui egli accettò di divenire uomo, Gesù disse: «…Il Figlio dell’uomo, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».
Con queste parole, Gesù voleva dare enfasi al fatto che egli non era venuto sulla terra per signoreggiare sugli altri, ma per servire gli altri. Disse questo perché, due dei suoi apostoli, invece di concentrarsi sull’insegnamento e sulle qualità di Gesù, cercavano di garantirsi una posizione, un posto di riguardo. Gesù corresse questa loro pretesa, e insegnò la necessità di imparare dall’umiltà di Cristo, il quale non venne a farsi servire, ma scelse di divenire uomo mettendosi al servizio dell’uomo.
Dalle sue parole, però, comprendiamo un’altra cosa fondamentale: il “servizio” che Gesù rese all’uomo, non si limitò a guarire i malati, sfamare i poveri, lavare i piedi dei suoi apostoli in segno di umiltà o predicare il vangelo. Gesù arrivò al punto di rendere un ‘servizio’ oltre ogni limite: diede la sua stessa vita come riscatto, a beneficio di quei “molti” che avrebbero riposto fede nel suo prezioso sangue versato in sacrificio.
Ma cos’è un “riscatto”? Perché fu necessario che Cristo morisse, offrendo se stesso in cambio di ‘molti’? Gesù avrebbe potuto rifiutarsi di pagare un ‘prezzo’ così alto? Che relazione c’è tra il riscatto di Cristo e la sua divinità?
Cominciamo col capire cos’è un riscatto.
“Lytron, «riscatto», è una parola rara, usata spesso per indicare il denaro per la emancipazione degli schiavi, ma anche la liberazione.”
Nel linguaggio moderno, la parola ‘riscatto’ è spesso messa in relazione ai sequestri di persona, dove il rapitore propone la liberazione del sequestrato, in cambio di una somma di denaro versata come riscatto per il rilascio dell’ostaggio. Così. il prezzo pagato per la libertà del prigioniero è il ‘riscatto’.
Allo stesso modo, il prezzo del riscatto che Dio pagò per liberare l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte, fu il sangue versato del suo proprio Figlio Gesù. “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia”.
Perché fu necessario che Cristo morisse, offrendo se stesso in cambio di ‘molti’?
Quando Dio creò l’ uomo, gli conferì il libero arbitrio, che non è libertà assoluta, ma la facoltà di saper prendere le decisioni giuste. Tale libertà avrebbe dovuto essere usata nel limite delle norme e delle leggi costituite da Dio per l’uomo, al fine di garantire da lì in avanti, una vita felice ed eterna, destinata a tutti i discendenti di Adamo.
La storia biblica, però, rivela che il primo uomo non seppe usare questo libero arbitrio con responsabilità, così, trasgredendo ad un preciso divieto, agì illegalmente, ribellandosi sfacciatamente a Colui al quale avrebbe dovuto continuare a rendere conto. Questo atto di ribellione al Creatore, fu una gravissima violazione della legge divina, e «chiunque commette il peccato, commette anche violazione della legge, perché il peccato è violazione della legge».
Fu così, che “a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”.
Il peccato e la morte si estesero dunque come un potente virus, e a causa di un solo uomo, tutta l’umanità ha contratto l’imperfezione, soffrendone le conseguenze, sotto forma di malattie e morte.
Adamo, di tutto questo, ne era assolutamente consapevole. Egli era stato avvertito sulle eventuali conseguenze, qualora non avesse seguito le “istruzioni divine”. Il Creatore infatti, aveva raccomandato al primo uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».
D’altro canto, anche la moglie di Adamo, quando fu ingannata dal serpente, mostrò d’essere del tutto cosciente delle proprie azioni, infatti, ripetè con la sua stessa bocca, le parole che Dio aveva loro raccomandato: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”.
Ma, né Eva né Adamo agirono con ubbidiente sottomissione a Dio. Piuttosto, scelsero un modo di vivere indipendente dal proprio Creatore, e non tennero conto delle sue leggi e della sua volontà.
La punizione prevista cadde dunque su di loro, e di conseguenza si estese a tutta l’umanità, fino ai nostri giorni. Ma la Bibbia conteneva una speranza: «Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».
In che modo, il riscatto di Cristo, quale ‘dono di Dio’, avrebbe risolto il problema, significando ‘vita eterna’ per gli esseri umani? Era proprio necessario che egli morisse per liberare l’umanità dalle conseguenze del peccato adamico?
L’azione sconsiderata compiuta da Adamo, tolse la prospettiva della vita eterna a tutti i suoi figli. Il suo peccato non significò sofferenza solo per lui, ma si estese a tutti i suoi discendenti, di generazione in generazione, così l’imperfezione e la morte hanno preso il posto della vita eterna che all’inizio, Dio aveva promesso al perfetto Adamo.
Secondo la Legge divina, era possibile recuperare ciò ch’era stato perduto, ma non senza l’applicazione di un importante principio, descritto in Deuteronomio 19,21: “vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede”. Sulla base del principio legale “vita per vita”, era necessario che colui che era disposto a redimere l’umanità, corrispondesse esattamente all’uomo che tolse il diritto alla vita per sempre. Il requisito richiesto era che, alla maniera di Adamo, anch’egli fosse un figlio di Dio perfetto.
L’unico equivalente, corrispondente alle caratteristiche di Adamo, era ‘la Parola’, l’unigenito Figlio di Dio, e poiché era in forma divina, fu necessario che Dio lo rendesse in tutto simile al primo uomo. Fu così che, in modo miracoloso, Dio trasferì la vita del suo diletto Figlio, nel ventre della vergine Maria, affinché fosse concepito come uomo a tutti gli effetti, e in quanto tale, pagasse il riscatto per la redenzione dell’umanità. La Bibbia dice: “Uno solo, infatti è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. (1 Tm 2, 5,6)
Secondo un dizionario biblico, la parola greca che in 1 Timoteo 2, 6 corrisponde al vocabolo “riscatto”, è ‘lytron’, usata quando si tratta di un «riscatto mediante corresponsione di un valore equivalente». Spiegando l’utilizzo di questo termine, quest’opera aggiunge che “il riscatto non ha solo carattere espiatorio, bensì anche liberatorio. I «molti» sono liberati non solo dalla colpa, ma contemporaneamente anche dalle sue conseguenze, dalla corruzione, dalla morte e dal giudizio; liberazione dalla colpa e liberazione dalla morte sono un unico e medesimo fatto… Data l’affinità con Tito 2, 14: Cristo ha dato se stesso per noi, per riscattarci da tutte le ingiustizie”.
Perché Cristo potesse pagare un riscatto legalmente riconosciuto, questo doveva essere eseguito ‘mediante corresponsione’ e in modo ‘equivalente’. In altre parole, Cristo, venendo sulla terra, doveva essere necessariamente un “uomo” perfetto. Non poteva essere, come sostiene il dogma trinitario: “vero Dio e vero Uomo” contemporaneamente, altrimenti tale riscatto non avrebbe avuto alcun significato, poiché sarebbe risultato non equivalente o corrispondente all’uomo Adamo.
Perché il sacrificio di Cristo avesse valore, Gesù doveva essere solo ‘vero uomo’, e non ‘vero Dio’, altrimenti Adamo (o chi per lui) avrebbe potuto appellarsi, in quanto, se Cristo fosse stato “Dio in terra”, di certo non avrebbe avuto nulla di ‘equivalente’ con Adamo, che fu un uomo di carne e ossa, benché perfetto. Per un “Dio”, rimanere integro, ubbidiente e leale non sarebbe stato un problema; mentre per un uomo, le cose sarebbero state diverse.
Le Scritture si esprimono piuttosto chiaramente al riguardo, dimostrando la totale ‘umanità’ di Cristo, quando fu sulla terra. Nel suo Vangelo, Giovanni rivela che Gesù in principio era uno spirito che stava con Dio, e quando ‘venne ad abitare in mezzo a noi’, si fece ‘carne’ = divenne completamente e solamente ‘uomo’(1,14). Anche l’apostolo Pietro, dice qualcosa a sostegno del fatto che Cristo quando fu in terra era solo uomo (carne). Nella sua prima lettera, si legge: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito”. (3, 1[SM=g27989]
Sì, con la sua morte, Cristo abbandona il suo corpo di carne, e viene reso vivente nello spirito: egli non era entrambe le cose. Per divenire spirito, era necessario che morisse nella carne, poiché: “la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità”. (1 Cor 15, 50)
L’idea che Cristo in terra avesse due nature (Uomo-Dio), non trova alcun riscontro nelle Scritture, né può dirsi compatibile con il principio del “riscatto equivalente”.
In effetti Gesù Cristo ebbe ‘due nature’, una celeste e una terrena, una umana e l’altra divina, mai, però, le rivestì entrambe contemporaneamente. In cielo era ‘in forma di Dio’, un essere divino; in terra era ‘in forma umana’, uomo nato di donna. E si spogliò della natura divina quando scese sulla terra, proprio come dichiara Fil 2, 6,7: “Il quale, pur essendo di natura divina…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana”.
“E il Verbo si fece carne” , sostiene Giovanni nel suo Vangelo, lasciando intendere che Gesù abbandonò la sua natura divina, e assunse la forma umana che lo rese idoneo per offrirsi quale riscatto per tutti. Così, “se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo”. Allo stesso modo, continua Paolo, “il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo, divenne spirito datore di vita”.
Così la Scrittura definisce entrambi “uomo” e “Adamo”, proprio per l’uguaglianza che c’era tra i due figli di Dio: il primo, ambì per sé stesso e si ribellò a Dio, condannando la razza umana alla morte; il secondo, volle fare la volontà del Padre suo in ogni istante della sua vita, fino alla morte nell’integrità, grazie alla quale potè garantire a tutti vita eterna e potè riconquistare ciò che il primo Adamo aveva perso per sempre.
“Per la fede cristiana, Gesù non è un semidio o un essere metastorico. Nella sua realtà umana egli è perfettamente e esclusivamente uomo e non ha alcuna maggiorazione che lo faccia diverso da noi. Gesù, perciò, non ha rivelato Dio perché nella sua natura fosse divino, ma perché era stato reso così umano da diventare traduzione del progetto che Dio ha dell’uomo, era diventato così trasparente alla presenza di Dio da consentirne la piena manifestazione nella carne. ‘Pertanto Gesù da una parte sta di fronte al Padre in amore e obbedienza a lui, essendo così da lui differente, ma dall’altra è anche immagine che lo rende presente, icona di Dio; egli parla e agisce in nome di Dio’.”

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