Liverpool-Borussia Dortmund 4-3

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ℬaruch
10Friday, April 15, 2016 10:27 AM
Qualcuno ha avuto la fortuna di assistere a una delle più belle e vere pagine di calcio di sempre?
Mi sono ritrovato alla fine in lacrime come una donna con Titanic: uno spettacolo della vita, un calderone di emozioni prima, durante e dopo la partita
Passa la squadra meno forte, probabilmente (4 tiri in porta, 4 gol), ma di certo vince il calcio, e lo si leggeva anche negli occhi dei giocatori gialloneri a fine gara
Mi sono ripreso tutto quello che la Lazio di questa stagione mi ha tolto, e anche molto di più






ℬaruch
00Friday, April 15, 2016 12:47 PM
Peraltro il Liverpool ha appena pescato il Villarreal: ove mai fossimo passati anche con gli spagnoli ci saremmo regalati una semifinale di ritorno ad Anfield contro i reds di Klopp, evenienza improba ma da brividi
Drenai71
00Friday, April 15, 2016 12:50 PM
piu che altro il sorteggio accoppia un'altra volta le 2 migliori. una fra shaktar e sevilla (due squadre non fuori portata per noi) andrà in finale. segno che nella stagione giusta l'EL non è un traguardo proprio irraggiungibile, certo deve andarti tutto per il verso giusto, ma puo essere un obiettivo anche per noi.
Mark Lenders (ML)
10Saturday, April 16, 2016 10:57 AM
Baruch mi ha privatamente segnalato due ottime riflessioni. Questa di Jack O'Malley sul Foglio
http://www.ilfoglio.it/sport/2016/04/15/liverpool-klopp-ha-ricordato-a-tutti-che-il-calcio-non-strano-inglese___1-v-140821-rubriche_c437.htm
e il Condò di oggi sulla Gazzetta.

Io per Condò ho un debole e mi sono ritrovato più nel suo racconto, ma c'è una frase dell'altro che probabilmente vale un topic, poi decideremo (in base al successo dello spin-off) se scorporare la discussione. Per il momento ve la propongo qui: "Per ogni squadra di calcio che si rispetti c’è un momento nella propria storia in cui è diventata se stessa". Ci ho trovato un po' di Borges, non so se avete letto El Aleph. Se no, fatelo; se sì, il racconto in questione è Biografia di Taddeo Isidoro Cruz.
Ad ogni modo, tornando allo sport, mi sono messo a pensare a qual è partita in cui la Lazio è stata davvero la Lazio. E allora mi sono trovato col problema di stabilire che cosa rappresenta in assoluto la nostra squadra. Ma poi anche la Roma, la Juve, il Milan, l'Inter, eccetera. Insomma può essere un gioco divertente.
Per quanto riguarda noi e loro, credo che alla fine la mia scelta sia Lazio-Vicenza e Roma-Liverpool. Perché il nostro è un dna sofferente, e me ne resi definitivamente conto alla festa scudetto del 2000. L'amichevole col Bologna, dico. Chi c'era ricorderà nitidamente il silenzio smarrito che per lunghi tratti si respirava nello stadio, e sì che era esaurito in ogni ordine di posti, con tanti abbonati che rimasero fuori. Fu Lombardo in parrucca bionda a scuoterci, se non sbaglio suonando una trombetta. Era lo smarrimento di chi non è abituato a gestire emotivamente la vittoria, come se questa non fosse un approdo realistico. Lazialità come resistenza, dunque, più che come conquista. Che nel quotidiano mi pare rispecchi fedelmente la nostra normale condizione. Loro invece nascono a tavolino per vincere e in 89 anni ci sono riusciti pochissimo, pur essendoci andati vicino diverse volte. Una smania di grandiosità costantemente frustrata, anche grazie al sadismo del Dio del Calcio. E in questo senso la finale di Coppa Campioni persa ai rigori sotto la propria curva mi pare una sintesi perfetta.
Però magari questa è solo la mia percezione. Sono molto curioso di confrontarmi.
ℬaruch
00Saturday, April 16, 2016 3:17 PM
Non ho letto il libro di Borges, ma la frase resta molto evocativa. Io ci ho pensato spesso a questa cosa del DNA delle squadre, qualcosa che le identifichi al di là delle stagioni e dei tesserati, però è un discorso insidioso, un pensiero che ci piace fare prima ancora che ricercare. E la ricerca può portare ad approdi disparatissimi. Le due partite che identifichi calzano a pennello a noi e a loro, noi che cadiamo in basso ma veniamo fuori con la sofferenza, loro che sfiorano il cielo per poi puntualmente bruciarsi. Ma se questo è il "sessestismo" della Lazio dovrebbero caderci le braccia, e dovremmo riempire la città di edicole votive con l'immagine di Lotito. Io forse propendo più per una visione che dalla Storia arrivi all'identità, piuttosto che dall'identità alla Storia. Me lo sono detto spesso anche quando si parla di identità tattica, ad esempio quando veniva considerata storicamente sacrilega l'introduzione della difesa a 3 del Salumiere, o viceversa quando a Udine hanno provato a schierarsi a 4 dietro e al solo pensiero era già caccia alle streghe
Mark Lenders (ML)
00Saturday, April 16, 2016 5:29 PM
ℬaruch, 16/04/2016 15.17:

Io forse propendo più per una visione che dalla Storia arrivi all'identità, piuttosto che dall'identità alla Storia.



Un razionalismo che fa onore al tuo nickname. Ovviamente ti do tempo, ma mi piacerebbe conoscere il risultato di una ricerca condotta rigorosamente con questo metodo.
ℬaruch
00Monday, April 18, 2016 12:44 PM
Mi sentirei un po' supponente a giudicare il carattere genetico di una realtà che ho vissuto solo per breve parte della sua esistenza. Se devo pensare a una partita in cui sentivo la Lazialità "completata", come se la Lazialità fosse un videogiocatore che dopo tanti quadri sconfiggeva il mostro finale, penso a Lazio-Milan 3-1. Lì c'era la sofferenza di cui hai parlato tu, con una rimonta favolistica, c'era il carpe diem, ovvero cinismo delle grandi occasioni (ne abbiamo parlato spesso del nostro rapporto finali/vittorie, prima di questa era Juventus era incredibilmente alto), e c'era anche il gol decisivo di un capitano che ci rappresentava con uno stile opposto a quello del capitano dei romanisti. Lì siamo stati "noi stessi", questo è indubbio
ℬaruch
00Tuesday, April 19, 2016 9:23 AM
Inserisco un altro spin off. Il Tottenham sta facendo una stagione stupenda, ma ha beccato la “favola”. Una cosa che potrebbe succedere alla Lazio. Un motivo in più per gufare ranieri, anche se non servirà

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A Leicester continuano a grattarsi, ma la storia che fa più simpatia è in realtà quella del Tottenham

di Jack O'Malley | 18 Aprile 2016 ore 19:45

Liverpool. E va bene, l’arbitro ciccione ha combinato un casino domenica a Leicester, ma non ho bisogno di essere laureato in psichiatria per sapere cosa passa per la testa di Claudio Ranieri in queste ore, ed è riassumibile con un “oh, shit”. Quando domenica contro il West Ham, in vantaggio per 1-0, la squadra allenata dal manager italiano si è vista ridurre in 10 per una decisione arbitrale che probabilmente non avrebbe preso neppure Rizzoli ubriaco dopo una serata in discoteca con Bonucci, in tanti abbiamo pensato che fosse finita, che l’espulsione dell’uomo simbolo dei Foxes, Jamie Vardy, fosse come il gol di Pazzini che qualche anno fa tolse lo scudetto alla Roma allenata da Ranieri. Così non è stato, o almeno non ancora. Il rigore all’ultimo dei minuti di recupero che ha permesso al Leicester di pareggiare contro il West Ham tiene in piedi la baracca. Ma se fossi in Ranieri continuerei a tenere le mani sul cavallo dei pantaloni, non si sa mai. A proposito di West Ham, non oso immaginare il panico dei tifosi degli Hammers alla sola idea di avvantaggiare i nemici del Tottenham. E qui dirò qualcosa di poco mainstream, fottendomene come al solito. Più ci penso più sto con gli Spurs. Intendiamoci: sono felicissimo se il Leicester vincerà la Premier League, meritando il titolo come nessuno lo avrebbe meritato, è una favola che insegna che i soldi non sono (ancora) tutto e bla bla bla. Però. Provate a immedesimarvi nel Tottenham: da anni navighi tra il quinto posto e la metà classifica, fai qualche partecipazione all’Europa League, persino alcune comparsate in Champions, ma naturalmente tutte quelle “grandi” lì davanti ti lasciano le briciole. Poi succede che un anno Manchester United, Manchester City, Chelsea e Arsenal sbagliano tutto in campionato. Tu hai una squadra che cresce di anno in anno, giochi bene e vinci. E’ il tuo anno, quello che può farti tornare tra le grandi. Ma sei così sfigato che è anche l’anno della favola, della sorpresa, della sfavorita che diventa favorita, e tutti parlano dell’altra, diventata figa per caso, e non di te. Probabilmente arriverai secondo, e nessuno si ricorderà di te. Celebreranno la favola, riversando ettolitri di lacrime e tonnellate di retorica su di essa, dimenticandoti. L’anno prossimo le grandi non falliranno stagione, tu tornerai là dietro, e quando tra venti, trent’anni si parlerà della memorabile stagione 2015/2016, racconteranno le imprese dell’operaio Vardy e dell’italiano Ranieri. “Chi arrivò secondo quell’anno?”, chiederanno i nipoti ai nonni. “Non ricordo. Una squadra di Londra, mi pare”. Come non si può provare subito un’immensa, amara simpatia per il Tottenham?

Tendo a diffidare di chi è sempre pronto a elogiare il calcio pane e salame, a esaltare la semplicità di chi gioca a calcio per passione e amore e non per soldi, a chi ripete che la tv ha rovinato questo sport e lo dice puntando il proprio telecomando verso il decoder satellitare e indossa ancora le mutande della sera prima. Posso capire il tifoso, che rimpiange il passato convinto che fosse il calcio a essere migliore, e non sa che quel che gli manca è in realtà la sua giovinezza, e che tutt’al più era lui a essere migliore (certamente più magro, e con più capelli). Trovo ridicolo quando a fare questo discorso sono giocatori e dirigenti. Ho saputo con gioia che il Parma ha vinto il campionato Dilettanti e l’anno prossimo giocherà in Lega Pro. Bene, e bello anche vedere lo stadio pieno per una partita di una serie minore e tutto quanto. Ma confesso che avrei fatto volentieri a meno di leggere le dichiarazioni di Alessandro Lucarelli. Il capitano dei gialloblù, eroicamente rimasto dopo il fallimento, si lancia nel più classico dei luoghi comuni (pari solo al “ciclo finito” con cui tutti descrivono il crollo del Barcellona in questo periodo. Tra l’altro, non potete nemmeno immaginare come mi dispiace): “Il calcio mi aveva schifato – ha detto Lucarelli alla Gazzetta – non ne potevo più degli intrallazzi, delle bugie, delle promesse non mantenute. Il campionato tra i Dilettanti mi ha riconciliato con il mio mondo. Ho riscoperto valori, ho rivisto gente che gioca solo per passione. Finalmente la parola ‘business’ è sparita dalla mie orecchie”. Ma che bello, eh? Per non parlare della morale che Lucarelli trae dalla stagione: “Quando c’è la passione si può arrivare dappertutto”. Che esempio. Permettetemi di dubitare, però. Dire queste cose a quasi 39 anni, dopo una carriera passata tra serie A e B, guadagnando bene, non mi pare così difficile. Sarei curioso di sentire uno a caso dei giocatori del campionato Dilettanti dire che preferisce i “valori” del calcio minore al “business” della serie A, vorrei sentire uno a caso dei mille attaccanti sovrappeso che calcano da un decennio i campi brutti e tristi delle categorie inferiori spiegarci che con la passione si può arrivare dappertutto.

Dato il timore di non arrivare in serie A nonostante la passione, c’è chi si premura di arrivare per lo meno sui giornali: a Cernusco Lombardone, in provincia di Lecco, in una partita del campionato provinciale juniores l’arbitro è stato picchiato dal capitano di una delle due squadre dopo avere assegnato un rigore. La cosa simpatica, si fa per dire, è che lo scorso era il weekend “contro la violenza nei confronti degli arbitri”. Questo per ribadire che non saranno i weekend dedicati ai “valori” a cambiare il calcio. E neppure le dichiarazioni degli ex campioni a fine carriera.
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