Liu I

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misterx78
00Friday, January 23, 2009 4:35 AM


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‘Benvenuti all’Università di Stazione Orbitante 21! Prego inserire la testa nell’apposito casco posto di fronte a voi per l’identificazione.’

I collegati mutavano sempre voce a seconda se avevano di fronte un essere di sesso maschile o femminile. Questo collegato aveva intuito anche che un colore rosso accesso sarebbe stato gradito agli occhi della giovane leva.

‘Benissimo signor Liu I,’- aveva pronunciato le ultime due parole come se la testa robotica avesse cercato di urlare con gli estensori vocali tappati dentro una pentola di duranio- ‘abbiamo riconosciuto le Sue credenziali. Formuli una domanda e il seguente collegato le risponderà.’.

Il viso di Liu rifletteva sul bordo rosso fiamma, appena mutato dal grigio precedente, del viso senza rilievi e fessure del collegato.
La macchina ripeté:

‘Prego: formuli una domanda e il seguente collegato le risponderà.’.

Alla fine il giovane maschio chiese:

‘Quanto dista da qui l’Università del dott. X?’

Gli arti robotici del collegato si adeguarono a quelli umani, imitando alla perfezione la forma delle braccia e delle gambe di Liu. La macchina fece un passo indietro e dopo una breve risata piuttosto acuta disse:

‘Lei intende l’Università del Collegamento! Le faccio i miei complimenti per la scelta! Abbiamo sempre bisogno di nuovi iscritti qui a Stazione Orbitante 21! La distanza è di 4.2 raggi! Vuole che le chiami un servizio di trasporto?’.

Il giovane umano si spostò la ciocca chiara di capelli sugli occhi, poi sbuffò:

‘No, grazie! Vado a piedi!’.

Il collegato mosse entrambe le imitazioni di mani una contro l’altra ma senza farle toccare, poi ne alzò una con un dito verso l’alto e disse:

‘Piedi come mezzo di trasporto? Non sono considerabili tali.’.

Il ragazzo si volse un attimo dalla scaletta orbitante che già si stava calando nella piazza sottostante e con un’occhiata di sfida rispose:

‘Ecco perché servono più esperti, laggiù’.

La scaletta, prima di toccare il suolo, fece spuntare quattro piccoli piedi per poi estendersi fino a diventare piatta come una specie di disco azzurro. Solo la ringhiera rimase come sostegno a Liu.
La folla nella piazza era vastissima e multicolore. I durazziani osavano tenere le loro giubbe fluorescenti anche in pubblico visto l’umore degli ultimi tempi. Qualcuno di loro, fermo su due della quattro zampe, ogni tanto si guardava intorno, sbatteva con forza le palpebre di uno dei vari grandi occhi completamente neri per poi riprendere la sua veloce corsa verso gli Uffici posti al secondo livello. In fondo, dietro una massiccia striscia di femmine di Koeny, tutte strette nelle loro attillate tute termiche, si trovavano altri collegati che, nel giro di pochi secondi, cambiavano forma e colori adattandosi sempre meglio alle razze che gli facevano domande sul luogo, sugli studi o sui dirigenti. Al centro della grande piazza ovale il cui pavimento era di color bianco latte, era stata posta di recente una grande fontana che spruzzava da quattro forme cibernetiche del tutto simili a strani cefalopodi un getto continuo di sfere di colore blu, dense e luminose che, a una a una, lentamente, precipitavano per essere riciclate nel sistema di scarico sottostante. In quel momento, oltre proprio due cefalopodi della luna di Cardonia, si era avvicinata una coppia di Simby che poteva abbeverarsi anche attraverso gli stessi carapaci neri. Liu avrebbe giurato che qualsiasi razza avrebbe potuto bere quella specie di acqua in quanto, esattamente come ogni cosa basata sulla tecnologia degli Zoan, utilizzava schemi in miniatura per modificare le sostanza del Fluido. Su cosa e come funzionassero questi schemi e, soprattutto, su cosa e come funzionasse il Fluido, Liu ne sapeva ben poco. Ma quello che sapeva di certo era che quelli erano solo alcuni dei motivi principali per cui era partito dal pianeta 7. Aveva sentito parlare fin da lì, dall’altra parte della Via Lattea, delle enormi possibilità che gli studi col dott. X, uno dei pochi umani che avevano fatto parte della fondazione dell’Università del Collegamento, nascondevano qualcosa d’altro delle solite lezioni basate su ologrammi e proiezioni mnemoniche. No, aveva trovato tracce e prove certe che l’unico a potergli insegnare a conoscere il Fluido nella sua interezza sarebbe stato lui, proprio il dott. X. Molti negavano la sua esistenza. I più dicevano che si trattava di un collegato della serie X, ecco il perché del suo strano acronimo. Un tipo di collegato così elevato che persino i medianici di Chandra non erano riusciti a smascherare. Ma tutti asserivano che si trattassero di leggende. Di strane storie nate nei sobborghi delle stazioni dove si tende a credere a qualsiasi cosa pur di fuggire ad una realtà di orgasmi mnemonici venduti in cambio di pochi crediti.
L’idea di Liu si era rafforzata quando suo padre lo portò con sé in uno dei suoi viaggi col mercantile dove lavorava. In realtà, lo capì presto, il padre era con i netturbini, spazzini ingaggiati dalla Confederazione per ripulire rifiuti fisici, di pensiero e di Fluido creati ed ammassati in modo indiscriminato dalle vari razze qua e là per la galassia. Fu proprio in quel viaggio che rimase scioccato dall’enorme quantità di pensieri creativi dispersi vicino a varie lune di Giove, un vecchio pianeta del sistema solare. C’erano pensieri musicali, altri narrativi, altri di colori e forme, mentre altri ancora erano strani sentimenti che il collegato di bordo, già a quei tempi, non era riuscito ad identificare. Durante il periodo di riposo standard di circa 6 ore, a bordo, il giovane Liu, che all’epoca aveva circa 8 anni, si era sporto lungo l’asse dell’oblò per visionare quell’enorme pianeta gassoso che pareva fissarlo con il suo enorme occhio. Uno strano pensiero, più che altro una vibrazione del Fluido, si stava facendo strada in lui. Già all’epoca, pur senza ausili né collegati avanzati, aveva cominciato spontaneamente a pensare a quella strana vibrazione che gli Studiosi dell’Università di Stazione Orbitante 21 avevano spiegato a vari congressi sul Fluido diffondendoli tramite la Grande Rete. In uno di quei sferafilm Liu aveva sentito parlare proprio della vibrazione che indicava la predisposizione dell’adepto ad accogliere il Fluido. Il padre aveva subito disattivato la sferafilm ma il pensiero del Fluido si era già fatto strada nella giovane mente di Liu. Proprio quella sera, a poche migliaia di raggi da Giove, Liu ebbe un sonno irrequieto. Un sogno dove un vecchio barbuto, ossuto, coperto solo da una strana fibra bianca, lo invitava ad appoggiare l’orecchio sul suo vecchio cuore.

‘Ora è tuo’. Gli aveva detto dal profondo di quegli occhi scuri.

Poi era diventato una sorta di cascata, chiara e fresca, che saliva verso un pianeta blu. Si era svegliato, stranamente sorpreso e spaventato a causa della nitidezza di quel sogno e presto ne parlò col padre. Solo allora il genitore gli raccontò che un tempo, molto ma molto remoto, l’intera civiltà umana aveva avuto origine proprio in quel sistema e, precisamente, dal terzo pianeta. L’avevano chiamata Terra e da lì si erano evoluti tecnologicamente fino a prendere i primi contatti con alcuni collegati esploratori che avevano fissato alcune stazioni orbitanti nei pressi della stella Sirio. Tutto questo appariva incredibile a Liu. Ma era impossibile avvicinarsi alla vecchia Terra. Era ormai un luogo inospitale senza atmosfera, governato da vecchi automi. La presenza umana era, oltre che improbabile, non accetta a causa degli enormi danni causati dalla razza umana in passato nei confronti del pianeta. Stranamente, quel sogno, aveva colpito anche il padre che gli rivelò di averlo fatto più e più volte quando si trovava in servizio nei pressi del sistema solare.

‘E se fosse un segnale papà? E se ci fosse ancora qualcuno laggiù?’.

Il padre gli aveva risposto che era improbabile e che i segnali sono legati al Fluido e solo pochi possono percepire quel Fluido. Al massimo poteva trattarsi di qualche interferenza causata da qualche ripetitore psichico posto nelle vicinanze intergalattiche per trasportare pensieri ai collegati.

Mentre sentiva colare un po’ di sudore nella tuta gommosa, Liu fu preso dallo scintillìo degli occhi di una stupenda mantide, alta e fiera e seguita dal proprio collegato personale. Pacifica e saggia, nonostante il suo aspetto minaccioso.

‘Credevo che su questa stazione non ci fossero umani…’.

Una voce sintetizzata fece bloccare il giovane uomo. Si girò di scatto sui talloni per ritrovarsi di fronte un cefalopode dalla pelle scura. La testa era persa in mille rivoli di piccolissimi tentacoli che proteggevano le piccole fessure chiare dal quale l’essere vedeva probabilmente un mondo monocolore.

‘Vedi, se questi saggi degli Zoan non avessero inventato la multiatmosfera io e te non potremmo neanche stringerci i tentacoli!’.

Il vecchio essere prese per avvicinare uno degli arti verso le gambe dell’umano che si abbassò un poco per stringerne un poco l’estremità in segno di saluto. Poi rispose:

‘Mi chiamo Liu I. Piacere di conoscerla. Vedo che conosce il modo di presentarsi degli umani.’

In equilibrio su un gruppo di grossi tentacoli spuntò una strana testa oblunda e stretta in cima, gli occhi dell’essere si fecero più chiari e marcati. La voce del traduttore balbettò:

‘Ma lei non sa che non diamo mai le mani ma sempre i piedi dalle nostre parti!’.

Il traduttore imitò una sorta di risata terrestre per simulare ilarità. Poi riprese:

‘Il mio nome è ||vocalizzo intraducibile||. Vengo da un piccolo pianeta vicino il sistema di Sion. Mi sono ritirato lì da parecchi anni. La vita di noi cefalopodi non è molto facile dopo i 750 anni. E’ tutto in discesa caro mio. Mi sono dovuto muovere perché ho bisogno di un innesto.’.

Sollevò di nuovo un grosso tentacolo rivelando uno strano bulbo di colore rosa alla base della piccola testa.

‘Solo con la tecnologia posso salvarmi la pelle e sperare di finire la vecchiaia in pace, godendomi così gli ultimi 100 anni in silenzio senza troppo dolore.’

Agli occhi di Liu quel bulbo era sembrato persino carino. Inoltre a casa sua i pesci e i polpi venivano persino mangiati. Forse quel cefalopode non sapeva poi così tanto sugli umani. Prima di rispondere incrociò le braccia, poi fissò per qualche secondo gli strani occhi chiari dell’essere.

‘Beh, non ci crederà ma sono qui per studiare all’Università del Collegamento.’

Gli occhi dell’essere si fecero più scuri per sfociare in un rosso sangue. Poi il traduttore imitò con voce robotica una risata fredda e a scatti:

‘Un umano… un umano che vuole capire i Collegamenti? Ma poi quanti anni hai? 15, 16? Gli umani quanto vivono… 150 anni per lo più e se non hai abbastanza crediti per un innesto cerebrale già dopo i 70 non ti ricorderai bene neanche come ti chiami, caro il mio giovane umano!!!’.

Un’altra risata che ricordava i tasti premuti velocemente sui terminali dei collegati.
Liu non si scompose. Fece un breve scatto con il mento verso destra, poi sbuffò:

‘25. Ne ho 25. E non ho bisogno di innesti per ragionare. E poi non sono il primo umano su Stazione Orbitante 21! Soprattutto all’Università!’.

Questa volta la risata del traduttore si fece più simile allo strillo che emettono i ripetitori sonori vicino ai punti di attracco dei vascelli di terza classe.

‘Per tutti i calamari! Non credevo che foste una razza così spassosa!’.

La piazza si riempì di squittì acuttissimi e stridenti al punto che Lui si contorse chiudendo gli occhi e tappandosi le orecchie.

‘Scusami, scusatemi tutti! Per colpa tua, mi hai fatto ridere così tanto che mi era cascato il traduttore.’.

Il cefalopode si sistemò qualcosa nella piccola bocca che si trovava alla base della testa. Continuò:

‘Ascoltami giovane uomo. Se sono arrivato a 758 anni è perché qualcosa della vita l’ho capita. E la cosa principale è questa: non sprecare tempo! Non stare a seguire strane illusioni! Chi sarebbe quell’altro umano a cui ti riferisci? Parli del leggendario dott. X? Non credo che tu non sappia che quelle sono sferostorie per bambini, andiamo! Non crederai mica che un umano possa laurearsi all’Università dei Collegamenti!’.

Liu non rispose e si allontanò verso la fontana per bere un po’ d’acqua. Appariva imbronciato e contrariato. Il cefalopode urlò per farsi sentire:

‘Da quello che so degli umani prima di andarsene dicono arrivederci!’.

Si sentì un’altra risata meccanica perdersi nel trambusto della folla.
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