Lettera a...

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Madil
00domenica 11 gennaio 2004 20:16
Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da pioggia sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.
Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.
Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sè una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo.
È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

da "Sessanta racconti", Dino Buzzati


"E che significa la vita se non c'è il male, e il rimorso, e il pianto?"


Madil

dadauuumpa
00domenica 11 gennaio 2004 21:20
grazie madil
grazie Madil, di avere scritto questa cosa stasera...
Conosco molto bene questo racconto. Lo conosco per essermelo riletta decine di volte. Me lo inviò una persona a me molto cara, e la scelta su questo scritto me ne fece intuire la dolcezza e la profondità.
E' passato del tempo da allora, e come una profezia che si avvera, ho avuto modo di sentire sulla pelle le atmosfere di questa storia.
E sai che c'è Madil. Penso che nell'amore, come nell'amicizia, mica deve essere tutto bianco o tutto nero. Bisogna fare i conti con le aspettative e con i sogni, nel riscontro con la realtà. E la persona che ami può essere anche quella che non è vicina al tuo sogno, nè percepisce le tue sfumature...e può non vedere coi tuoi stessi occhi e può non vivere quelle domeniche, ma la ami per ragioni che non hanno ragione....
Ho sempre creduto che i sentimenti debbano avere un retrogusto amabile, positivo. Altrimenti, meglio lasciar perdere....
Ma questa storia ha addolcito le mie certezze e mi ha fatto sentire quanto sia necessario, a volte, essere indulgenti con se stessi e quanto sia importante, lungo il cammino, riuscire a vedere e a gustare tutti i colori che stanno in mezzo tra il bianco e il nero.

Un abbraccio.
Nina
Madil
00lunedì 12 gennaio 2004 19:11
Concordo perfettamente con te, Nina, nell’amore non può essere tutto bianco o tutto nero e non esiste un bene e un male. Non esiste quello che dobbiamo fare: se pensiamo di toglierci di dosso il desiderio d’amore per trovare qualcuno, sbagliamo. E sbagliamo a inseguire le cose quando in realtà vogliamo starcene da soli. Siamo tutti fragili e siamo tutti candidati a un amore “perfetto”. Ma prima di tutto siamo, nel bene, ma siamo anche nelle cose che non girano. Per questo ho deciso, chissà forse come te, di non preoccuparmi tanto di cosa è giusto o sbagliato, di quale sarà la reazione degli altri a una mia azione. Mi limito a essere (nel bene e nel male) esattamente come sento di essere.


Dopo la separazione, il primo pensiero è stato di bastare a me stessa, la solitudine mi faceva un po’ paura, la paura di chi ha vissuto continuamente in bilico tra il bisogno di libertà e il bisogno di sicurezza, però mi dava anche una certa ebbrezza. Mi vedevo per quella che ero: una donna che tentava di vivere per conto suo, con incertezze, paure e anche euforie.
E’ stato un percorso solitario, per capire ora dove sono, quali significati dare alle mie esperienze, quali persone hanno lasciato una profonda traccia, per modellarmi sulla vera me stessa. Ora riesco a mostrarmi per quella che sono, con le mie preoccupazioni per l’avvenire, ma senza quella famosa attesa, non cercando nell’altro ciò che mi manca, anzi con un po’ più di fiducia in me.
Questo che può apparire egoismo, ci tengo a dirlo, non mi impedisce affatto di amare, anzi! Forse mi prmette di farlo nella maniera migliore...

Un abbraccio
Madil [SM=g27838]

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