La febbre-Alessandro D'alatri

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hiara
00Friday, May 20, 2005 12:09 AM
Una caffettiera inquadrata dalle interiora è una delle immagini oniriche ritagliate e attaccate con dolce e giovanile malagrazia all'ultimo film di D'Alatri. La naturalezza e la bellezza rimpicciolita della vita in provincia si sposa con il grigiore remunerativo e gratificante di un lavoro arrivato dopo quattro anni, a sorprendere senza enfasi il faccione-faccino sveglio di Fabio Volo-Mario. Il lavoro del candido e umano novello, preso dall'entusiasmo e comunque grato all'altisonanza gravosa, noiosa e necessaria di quella parola e tutto ciò che comporta. Ecco che si integra nell'habitat strano, che conversa con l'anziano collega e stringe legami collaborativi e affettivi con un pizzico di prudenza, mentre gli amici obbligatoriamente"liberi" gli ricordano i sogni e il locale da aprire, ed eccolo ancora innamorarsi bucolicamente di una studentessa dagli occhi intelligenti (una cubista? Scusate l'incredula grettezza), finchè non subentra l'odio e l'invidia da mondo degli adulti, ovvero la demenza senil-puerile che cercano di propinarci come tale. Rilevanza particolare al pop italiano dei Negramaro, contestualmente più valoroso e originale di quanto non sia. Un'ampiezza visiva interessante, ormai fattasi cifra stilistica, che si colora di scuro nelle visioni-riflessioni condite di dignità e rivincita e pienezza acquisita e intrinseca. I personaggi di Alessandro D'Alatri vivono di luce propria, una luce flebile, poco appariscente e reale, resistente alle intemperie. Una verve insolita e venata di tristezza e anomalie (si pensi a Senza Pelle) forse persa in parte nei meandri di un viaggio temporale inflazionato nel precedente Casomai. Qui il tono "medio" e non mediocre degli eventi ritorna, ritorna quell'esperienza dialogante e lenta costruita attorno ai gesti del carattere, che forse avrebbe dovuto aggrapparsi con forza a quella camminata post-duello degli ultimi minuti e sceglierla come finale, prima di impantanarsi nello zucchero, di classe ma pur sempre stucchevole, di quello definitivo.
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