Il violoncello

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misterx78
00Thursday, February 26, 2009 3:26 AM
La stufa brucia come un diavolo. Le scarpe buttate di fianco al letto. Una di lato e sopra a disturbare l'altra. La camicia sopra il divano. Il caffè sul fuoco.

Seduto vicino ad una parete osservo quelle due nespole sul pavimento. Una noce poco lontana si nasconde. Le loro ombre si muovono. E mi prendono. Mi portano con loro fino alla cucina dove correvi a piedi scalzi dopo aver fatto l'amore. Mi prendono con tutte e due le mani per mischiarmi a quel puzzo di rosso del tuo quadro sopra la mensola del soggiorno. Mi ci impasto e poi scivolo caldo verso il basso per urlare di nuovo nel silenzio.

Mentre andavi via sentivo scricchiolare le tavole del pavimento. Una a una si rincorrevano sogghignando qualcosa. Non su di te. Non su di noi. Se ne fregavano. Semplicemente. E io non capivo che te ne stavi andando pur sapendo che non saresti tornata più. Quando hai preso la tua valigia rosa dall'armadio anche lì ho sentito quel rumore di legno. Chissà cosa si stavano dicendo. Non m'importava che te ne andavi. Non in quel momento, almeno. Volevo sapere cosa si dicevano quei maledetti pezzi di legno l'uno con l'altro. Loro riescono a stare insieme. Nessuno potrebbe dire altrimenti. Tu potresti? Non vedi come sono vicini ogni attimo e se ne continuano a fregare di chi li schiaccia ogni giorno? Se ne fregavano altamente anche di te. Come ogni volta che correvi nuda.
Tu e quel vizio di correre per la casa. Ti mettevo lo smalto sulle unghie dei piedi mentre eravano seduti a letto. Lo smalto nero. Sapevi che mi piaceva. Poi passavi alle dita delle mani. Lo facevi da sola. Eri tu a non capire che questo toglieva tutta la magia. Io mi giravo verso la finestra del balcone perché da quel punto potevo spiare ancora quel grosso albero in fondo al viale. L'ultimo. Quello dove ti ho visto cadere accanto, sulla strada bianca, con le buste piene di tutta quella merda che compravi per tua madre.

Due palazzi. Non eravamo così lontani. Siamo stati vicini per tutta una vita ma mai come questi due anni. Non ti avevo mai vista, mai notata. Conoscevo tua madre e il suo egoismo. Conoscevo anche tuo padre, prima che le sigarette te lo rubassero. Prima che ti potesse dire che ti voleva bene. Prima che ti trasferissi così lontana.

Vedi? Si tratta di oggetti. Di anime silenziose che se ne fregano... Il parqué, la stufa, le noci, gli alberi, le buste della spesa...

Crediamo di usarli. Ma sono loro che si divertono alle nostre spalle. O che si vendicano. Sì, forse si vendicano del fatto che li usiamo. E prima ci fanno incontrare, ci fanno fare l'amore tante volte e poi ci fanno lasciare.
Persino mentre stavamo l'uno sull'altra loro continuavano ad usarci.

Ma quello più subdolo, quello che ti sei portata via per prima, è quello con quelle quattro corde che ridevano e piangevano al tocco delle tue unghie nere. Ti sedevi sulla sedia di fronte al letto. Mentre io ero ancora sfinito e ti guardavo da sotto le palpebre. Prendevi l'archetto e mi fissavi. Come volessi tenermi sospeso per un attimo. Proprio come avevi fatto poco prima. Poi quel silenzio immenso che precedeva quel grave profondo e poi quell'acuto mentre la tua mano sinistra si arcuava, mentre il tuo polso mi incantava. Strofinavi l'archetto, mentre lui, il tuo violoncello, spingeva tra le tue cosce.

E io, terzo incomodo, chiudevo gli occhi. Sognavo di essere solo io e lei, la musica, senza di te. La volevo senza te, che non venisse dalle tue mani calde ancora di noi. Volevo solo lei per pensare a te. Perché non fosse lei ad usarci. Capisci?

Ti vedo tra le ombre sulle pareti ora. Vedo l'archetto che piange, che soffre, per poi ridere di me e di tutto quello che non ho voluto vedere e che ora cerco debolmente nel buio delle ombre. Vedo la porta chiusa e sento ancora il suo no quando l'hai sbattuta come mai prima. Il rimbalzare e il ridere di quegli altri oggetti per la casa. I tuoi passi per le scale. Poi ti sei fermata un attimo. Non ci speravo che tornassi. Forse un gradino. Forse il tuo foulard che stringeva troppo. Oppure ancora lui, quello strumento che era più importante di me, troppo pesante e tu troppo preoccupata di fargli male. Quell'ammasso di legno e budella che dovevi toccare sempre dopo di me. Ogni volta. Te lo dovevi portare in orchestra. Senza me. Ogni volta. Ti portava lontana da me. E ora ha vinto lui. Ancora e per l'ultima volta.

Il caffè che esce. L'aroma che mi sussurra cosa faccia ancora seduto. Ancora un attimo vorrei rispondergli. Ma sono stanco. Debole. Sento friggere qualche goccia sul fuoco che urla per un attimo e mi chiama ancora.
Ancora un secondo.
Per favore.

Poi una luce nella strada. Due lame di luce sul selciato. In fondo a quel viale. No, non sei tu. Saranno due che non sanno.

L'aria è calda quì. Fuori punge. E' bagnato.

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