Il Cestaio di Levanzo

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MaryDG
00Wednesday, September 10, 2008 3:10 PM
Un amore lontano nel tempo che ritorna...


Il Cestaio di Levanzo



Le mani callose e rugose eseguono movimenti lenti, mentre intrecciano fili d’agave, salici o canne. Le braccia e il viso sono abbrustoliti dal sole, la testa è riparata solo da un capellaccio di paglia. Con la calma e la scrupolosità della vecchiaia, l’uomo intreccia un filo verticale e un filo orizzontale e così via per tutto il tempo fino a realizzare un cesto. Attorno a quel vecchio dai capelli bianchi ci sono decine di ceste, frutto del suo paziente lavoro.
Ci sono ceste davanti il portico di casa, ci sono ceste dentro casa e ceste, per finire, lungo il viottolo che passa davanti casa.
Il vecchio cestaio Tanino, con il suo mestiere antico come il tempo, da il benvenuto ai turisti. Egli, infatti, è rimasto l’ultimo cestaio dell’isola di Levanzo.
La sua casa è l’ultima del borgo e quando si transita davanti al suo sentiero è segno che si va o si torna dal porticciolo.
A Levanzo sbarcano decine e decine di turisti, chi per fare una nuotata in un mare cristallino, chi per fare immersioni subacquee ad ammirare i fondali di quella riserva marina incontaminata, chi per stare in pace con se stesso, fuori dal mondo per qualche tempo.
Quella mattina è cominciata come il solito per Tanino. Il gallo ha suonato la sveglia alla solita ora e lui dopo essersi vestito, ha preparato con le sue mani svelte il caffé nella bisunta macchinetta.
Dopo ha spalancato l’uscio, ha preso una sedia che lui stesso aveva impagliato ed ha cominciato il suo lento lavoro d’intreccio.
E’ ventosa quella giornata, si capisce da come il motore dell’aliscafo delle sette fa fatica ad attraccare e lui quei rumori li sente distintamente perché il porticciolo è a quaranta passi da casa sua.
Il solito vocìo dei mozzi ha accompagnato le manovre e altre voci si sono dirette verso il sentiero per salire al borgo. Le sente avvicinarsi quelle voci, malgrado le scarpe leggere, poi le sente soffermarsi distrattamente, guardare qualche cesto in silenzio e infine via verso la piazzetta del paese a rifugiarsi nel Bar di Lina. Qualcuno chiede qualcosa e magari è interessato, pochi acquistano un cesto, di sicuro non è un bel souvenir.
Tutti hanno abbandonato il sentiero e la sua coorte di cesti, tranne una persona. E’ una donna.
Se ne sta lì a guardare e non dice nulla, non fa domande, forse è solo ammirata dal sapiente lavoro che mani di un cieco riescono a svolgere.
Tanino sente il suo profumo che è tipicamente da donna, poi sente il venticello smuoverle la gonna probabilmente di chiffon. E’ sicuramente matura, perché una ragazza si sarebbe già annoiata a guardare per molti minuti il suo lavoro e lei stava lì da quasi un’ora.
Sente il suo sguardo addosso come il sole allo zenit, si decide così a dirle qualcosa:
«Se si vuole assittari, se vuole sedersi, dentro c’è una sedia».
Lei è entrata in casa, ha preso la sedia e gli si è seduta di fronte, sempre così zitta, senza fiatare.

Il vento ora porta dal borgo un odore di frittura. Filippo con sua moglie, stanno già servendo in trattoria. Melanzane fritte e a tocchetti con le quali preparano anche la pasta ‘ncasciata e caponata.
C’era stata maretta la notte e allora i deliziosi odori della frittura di pesce sono centellinati, solo sarde fritte. Tanino lo sa, quando c’è nell’aria tutto quel miscuglio d’odori, è ora di pranzo. Quindi chiude bottega e va a magiare dalla nipote, su al borgo di Levanzo.
«Signora io devo chiudere. Se deve manciari pure lei, in paese c’è la trattoria Da Filippo»
Ma la signora non gli ha risposto, anzi si è allontanata in fretta. Soffoca qualcosa in gola ma Tanino non si da pena più di tanto, di gente strana ne capita sempre all’isola. Gli tocca pure ritirare la sedia dentro casa se no è capace di scordarsela e di finirci sopra. Infine, allunga il braccio sinistro, sfiora con la mano il muro che costeggia il sentiero e dando le spalle al mare comincia a dirigersi verso il borgo.
La signora è ritornata il giorno dopo, stesso modo di fare. Non spiccica una parola, si prende la sedia dentro casa e si siede a guardare.
Fa così poi per tutta la settimana.
La domenica Tanino non lavora, si siede sulla sedia di paglia, con il cappellaccio in testa e medita. Anche quella mattina con l’aliscafo delle sette è scesa la signora e si è piazzata davanti a Tanino.
«La sedia è al solito posto» le dice invitandola a sedere, dato che sembra essere diventata un’abitudine.
La signora gli si è seduta proprio vicino, quasi spalla a spalla. Ha aspettato qualche minuto sempre in silenzio poi prende tra le sue mani la mano di Tanino.
Lui tiene la sua mano ferma, come in attesa, si lascia carezzare sperando che quelle mani di donna possano dirgli qualcosa. E, infatti, quelle mani gli dicono tutto.
Quelle mani le riconoscerebbe ovunque, quella pelle, ormai rugosa come la sua, è inconfondibile: è lei! Con gli anni si era scordato il profumo ma quelle mani non avrebbe mai potuto dimenticarle.
«Ginevra…»
Per Tanino si ferma il mondo: il mare non ondeggia più, il vento non soffia più, niente che più si muova, tutto si è fermato in quel tocco, a momenti anche il suo cuore.
«Vieni facciamo, due passi» Finalmente lei dice qualcosa, le sente la voce di donna matura. Di anni ne sono passati tanti Quanti anni poteva avere ormai?
Tanino si alza lentamente, riempie le narici e i polmoni di quel nuovo profumo che adesso sà d’essere di Ginevra.
Lei gli prende il braccio per accompagnarlo, ma vanno appaiati, lei non lo guida. Sembra che facciano qualcosa d’abitudinario.
«Come ci siamo fatti vecchi, Tanino. Quest’anno sono sessantacinque per me, per te cinque in più. Sembra ieri, però, che ce n’andavamo a spasso per Levanzo»
Parla con nostalgia e malinconia la sua Ginevra, lui invece è felice di riaverla vicina, felice come il giorno in cui l’aveva incontrata, felice come il tempo nel quale erano stati insieme; un tempo che sembra assolutamente vicino, come se fosse stato il giorno prima.
Era ieri o era passato un’infinità di tempo da quando si erano conosciuti?
Lei aveva quindici anni, quando era venuta per la prima volta a Levanzo, in vacanza con i suoi genitori, nobili toscani. Lui già intrecciava cesti, perché privato della vista com’era, gli avevano insegnato a fare solo quello.
Si erano piaciuti subito. Lui le aveva fatto conoscere l’isola con i sensi che gli erano rimasti buoni. Le aveva insegnato a scoprire il suono del mare e del vento, le aveva insegnato a capire le piante con il tatto e i fiori dal profumo. L’aveva portata fin sulla scogliera per farle apprezzare la brezza del mare al tramonto, nei campi per farla perdere tra i profumi della terra.
E lei gli aveva descritto l’isola con un’infinità di parole che Tanino non sapeva che n’esistessero così tante, gli aveva descritto i colori che lui non sapeva potessero esistere: il rosso dei fuochi accesi, il giallo dei fiori di ginestre, il bianco dei gelsomini e quello della manna naturale di frassino, il verde delle foglie d’alloro e quello del profumo dei capperi, il grigio del cielo quando il mare è in burrasca, ed infine, il nero che era quello che vedeva lui.
Poi si erano amati, lei impulsiva e ribelle non avrebbe più voluto lasciare l’isola. Ma con i suoi genitori non c’era stato verso. Aveva implorato, supplicato, pianto, gridato, ma quell’amore avrebbe dovuto cessare.
«Papà! Io L’amo!» Lo aveva implorato lei.
«Capricci! Solo capricci di bambina» Avevano detto entrambi i genitori trascinandola via dall’isola.
«Cosa hai fatto dopo che sei andata via quell’estate?» Le chiede Tanino invitandola a sedere sotto la frescura di un carrubo del quale ha riconosciuto l’odore.
«Sono tornata a Firenze. Ho continuato la scuola. Cinque anni dopo mi sono sposata con un industriale di Milano. Ho avuto due figli e quattro nipoti. Da un anno sono rimasta vedova.
E in tutti questi anni ti ho pensato sempre Tanino. Ti ho tenuto nel cuore come si fa con un segreto. Avevo giurato a me stessa che un giorno sarei tornata per rivederti.
Lunedì sono sbarcata con l’aliscafo delle sette, all’inizio del paese c’è la tua casa, tutto è rimasto immutato come cinquanta anni fa. Tu invece, raccontami come hai passato questi lunghi anni?»
Tanino si prende la testa tra le mani, perché anche la sua vita aveva preso una strada indipendente dal loro amore.

«Dopo che tu partisti io caddi in una profonda depressione, una non voglia di vivere che mi stava rosicchiando la vita. Mi veniva a fare compagnia, in quelle giornate di buio, più buio della cecità, una ragazza di Levanzo. Aveva la mia età, non era riuscita a sposarsi a causa di una gamba offesa, per la poliomielite. Ci siamo sposati con tutti i sacramenti ed è nato Peppino, nostro figlio. All’epoca il mio mestiere ci dava da vivere. Realizzavo le nasse per i pescatori, le grandi ceste per la raccolta dell’uva, utensili per la casa come i muscalori, ventagli, impagliavo le sedie. Quando Peppino partì per il militare, Rosetta si ammalò e subito dopo morì. Peppino non volle più tornare all’Isola, trovò lavoro e si sposò nel continente e da allora non mi ha mai fatto mancare nulla. Da qualche anno si è trasferita al borgo la figlia di Peppino, che mi accudisce come si fa con un padre.
Vieni qui c’è profumo di ginestre, fermiamoci qui Ginevra»

Quella parte dell’isola è invasa dal profumo di ginestra, anche se la brezza che viene da ponente tende a disperderla e a confonderla con altri profumi, come ad esempio il gelsomino.
Si siedono per terra, aiutandosi l’uno con l’altro, sotto il grande albero dai fiori gialli e Tanino dopo avere baciato in fronte Ginevra le chiede:
«Perché non mi dicevi nulla? Te ne sei stata a guardarmi per una settimana». Poi le cinge le spalle, come faceva quand’era ragazzo.
«E’ stata troppo grande, troppo immensa l’emozione di ritrovarti che credevo mi prendesse un colpo, oppure che venisse a te. Siamo vecchi ormai, ho preferito starmene lì zitta, osservarti e riappropriarmi della visione di te a poco a poco, giorno dopo giorno. Ogni mattina prendevo l’aliscafo e venivo a guardarti lavorare. Poi ho cominciato a ricordare quella meravigliosa stagione nella quale ci siamo amati»

Restano abbracciati fino al tramonto rimembrando la breve stagione nella quale si erano amati, poi decidono di dirigersi verso casa, verso il borgo.
Lungo il sentiero incontrano due giovani.
«Nonno! Che ci fai da questa parte dell’isola?»
E’ Lorenza la sua adorata nipote, figlia di Peppino.
«Lorenza lei è Ginevra, il mio amore di gioventù, che non ho mai dimenticato».
La ragazza prende la mano del nonno e lo invita a stringere la mano del giovanotto che ha vicino.
«Lui è Dario, ha accompagnato la signora Ginevra per tutta la settimana è suo nipote. Gli sto facendo visitare l’isola»
Le due coppie s’incamminano verso il borgo. Abbracciati gli anziani, abbracciati i giovani.
Il sole all’orizzonte disegna le loro ombre lunghe sul sentiero e la brezza marina che sale dalla scogliera ne ricalca i contorni.








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