IL CLOWN (Racconto Breve)

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MaryDG
00Monday, September 8, 2008 9:11 AM
Quando a parlare sono solo le sensazioni...
IL CLOWN


Un raggio di sole era filtrato attraverso la tenda decorata con farfalle e fiori. Il volto di Pupetta adesso era illuminato e la bambina, pur contro voglia aveva aperto gli occhi.
Pupetta aveva l’abitudine di tirarsi su dal letto e di correre alla finestra per poter catturare con gli occhi tutto quello che accadeva nel suo cortile. I suoi occhi avidi rubavano le immagini del mondo in modo da poterlo farlo suo.
La sua finestra quella mattina le presentava uno spettacolo unico: era arrivato il circo. Possenti e lunghi pali stavano per essere issati. Quei pali avrebbero sostenuto il peso dell’enorme tendone a strisce rosse e blu.
Il circo era arrivato di notte e già a quell’ora del mattino rimorchi, gabbie e roulotte erano stati sistemati a semicerchio proprio di fronte al suo grande cortile. La bambina, dalle finestre della sua casa, poteva vedere tutto il piccolo mondo del circo. Ogni cosa sembrava essere animata, non solo le persone e gli animali ma anche le vanghe, i cerchi, le corde.
A quell’ora Pupetta sapeva che la colazione era già pronta sul tavolo e che doveva anche sbrigarsi se non voleva trovare qualche mosca sul pane e marmellata. L’estate era torrida e tutti gli insetti dei prati vicini sembravano assaltare la sua casa al primo piano. Era l’estate dei suoi sette anni, un’estate da scoprire, da gustare, da osservare, da toccare, ma purtroppo da non poter sentire.
Mentre sorseggiava di controvoglia il suo bicchiere di latte, si accorse che dal terrazzino della cucina il circo si vedeva meglio.
Terminò in fretta la colazione e corse fuori. Davanti ad una delle roulotte c’era un uomo buffo. Aveva una bombetta a strisce verdi e gialle dalla quale sfuggivano dei ciuffi di capelli grigi. La faccia era tutta sporca di farina e aveva una grande pallina rossa al posto del naso. Sulla maglia aveva un paio di larghe bretelle che tenevano su i pantaloni enormi e goffi. La camminata a zig zag ne completava la simpatica figura.
«E’ un Clown» le aveva fatto capire la mamma.
Le bambole di Pupetta quella mattina erano rimaste a dormire. La bambina si era sistemata con una seggiola sul terrazzo di casa per osservare avidamente la vita del circo, ma più di tutto per osservare il clown. Infatti, l’uomo buffo aveva preso dell’acqua dal catino e si accingeva a lavarsi, poi afferrato un grosso rasoio e un piccolo specchio aveva iniziato a radesi.
Da lontano il clown si era accorto di essere osservato. Aveva individuato subito il terrazzo dove Pupetta stava osservando lo spettacolo che lui involontariamente le offriva. L’uomo aveva tirato su le braccia e aveva fatto dei grandi gesti di saluti e abbracci e Pupetta, aveva cominciato a ridere di gusto. Gli occhi dell’uomo e della bambina adesso viaggiavano sulla stessa linea immaginaria: si parlavano.
Dopo pranzo, la bambina aveva tirato tanto la gonna della madre che la donna non aveva potuto fare a meno di accompagnarla di sotto nel cortile.
Pupetta aveva voglia di vedere più da vicino il suo interlocutore di sguardi. Arrivò con la mamma vicinissima alla palizzata che segnava il confine del cortile; si tirò sulla punta dei piedi e ricominciò ad ammirare i movimenti del Clown.
Era lì, non molto distante da lei e stava provando dei giochi di prestigio. Faceva svolazzare le carte da gioco ora su una, ora sull’altra mano. Le carte gli scomparivano dalla manica e per magia spuntavano dalla bombetta.
Si era accorto che la bambina lo ammirava estasiata da oltre la palizzata e gli era andato vicino. Aveva atteso paziente un cenno di consenso dalla madre e aveva cominciato un piccolo spettacolo esclusivo.
I giochi di prestigio si susseguivano a ritmo lento ma coinvolgente. La bambina aveva cominciato a battere forte le mani e saltellare di là dalla palizzata, il clown si sentiva orgoglioso del successo ottenuto e ancor di più della gioia che aveva suscitato, così l’esclusivo spettacolo continuava.
Prima una moneta era sbucata fuori della treccia di Pupetta, poi una margherita era scomparsa nel suo orecchio, infine una colomba aveva preso il volo direttamente dai pantaloni del Clown. Gli occhi del clown avevano cominciato a ridere insieme ai grandi occhi della bambina.
Adesso l’uomo buffo doveva andar via, salutava con enormi gesti e dagli occhi uscivano zampilli d’acqua che rinfrescarono madre e figlia facendole ancora ridere.
Prima di scomparire dietro l’enorme tendone si era girato. Poi aveva allargato e poi richiuso le braccia intorno al suo corpo a simboleggiare un abbraccio ideale. Infine, aveva incrociato e stretto i suoi due indici indicando un legame, oppure un’amicizia. I loro occhi avevano compreso quel linguaggio muto.
Per tutto il pomeriggio fino all’imbrunire, Pupetta era rimasta incollata al terrazzo della cucina. Aveva tenuto lo sguardo puntato al di là dalla palizzata, ma del clown non s’era vista neppure l’ombra.
Era ormai ora di cena ed era rincasato perfino suo padre dal lavoro. Dopo cena, nessuno dei genitori era riuscito a far rincasare la bambina dal terrazzo, allora avevano deciso di andare a vedere tutti insieme lo spettacolo delle ventidue.
Avevano acquistato dei biglietti per le poltrone di prima fila. Tantissimi bambini erano lì che attendevano elefanti, tigri, scimmie e trapezisti. Solo Pupetta aspettava ansiosamente il suo Clown. Ed eccolo lì. Il clown era venuto fuori insieme agli altri clown e benché si fosse cambiato il costume Pupetta lo aveva riconosciuto tra tutti, dagli occhi.
Tutti insieme i pagliacci elargivano grandi sorrisi, pacche sulle spalle e procedevano sulla pista con i loro enormi piedoni.
Ma il Clown di Pupetta si diresse proprio verso di lei e di nuovo con grandi gesti delle braccia sembrava stringerla a se.
Ormai erano così vicini che la bambina non aveva potuto fare a meno di tirarlo per la giacca e aveva continuato a tenere salda la presa. Pupetta aveva tirato così tanto che lei e il clown si erano trovati faccia a faccia. La bambina adesso in uno slancio d’affetto gli aveva messo le braccia attorno al collo ed aveva cominciato a muovere le labbra come per dire:
«Come ti chiami».
Dall’altra parte nessuna risposta. Allora aveva continuato a muovere le sue labbra, pur senza voce:
«Come ti chiami»
Il clown le aveva letto le labbra e si era staccato dalla presa vigorosa della bambina poi aveva fatto un passo indietro. Si era portato le mani alle orecchie e con il tipico gesto di chi vuole dire:
«Troppo frastuono», «Troppo rumore» aveva continuato a mimare il gesto:
«Non sento…»

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