I testimoni di Gesù Risorto

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Sugar71
00giovedì 21 febbraio 2008 09.23
I Testimoni di Gesù Risorto
In questo topic conosceremo i Santi di ogni giorno, la loro vita la loro
testimonianza, poichè attraverso di loro conosciamo meglio il nostro Salvatore. [SM=g1510166]
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00giovedì 21 febbraio 2008 09.36
21 febbraio 2008

San Pier Damiani Vescovo e dottore della Chiesa



Ravenna, 1007 – Faenza, 22 febbraio 1072

Nacque a Ravenna nel 1007. Ultimo di una famiglia numerosa, orfano di padre, ebbe come riferimento educativo il fratello maggiore Damiano. Di qui, probabilmente l'appellativo «Damiani». Dopo aver studiato a Ravenna, Faenza, Padova e insegnato all'università di Parma, entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellaneta, in Umbria. Nel 1057 il Papa lo chiamò a Roma per averlo accanto in un momento di crisi della Chiesa, dilaniata da discordie e scismi e alle prese con la piaga della simonìa. Nominato vescovo di Ostia e poi creato cardinale, aiutò i sei Papi che si succedettero al Soglio pontificio, a svolgere un'opera moralizzatrice. In quest'azione si avvalse particolarmente dell'abate benedettino di San Paolo Fuori le Mura, Ildebrando che nel 1073 fu eletto Papa con il nome di Gregorio VII. Pier Damiani, fu delegato pontificio in Germania, Francia e nell'Italia settentrionale. Morì a Faenza nel 1072. Nel 1828 Leone XII lo proclamò dottore della Chiesa. (Avvenire)

Etimologia: Piero = accorciativo e dimin. di Pietro

Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: San Pier Damiani, cardinale vescovo di Ostia e dottore della Chiesa: entrato nell’eremo di Fonte Avellana, promosse con forza la disciplina regolare e, in tempi difficili per favorire la riforma della Chiesa, richiamò con fermezza i monaci alla santità della contemplazione, i chierici all’integrità di vita, il popolo alla comunione con la Sede Apostolica.
(22 febbraio: A Faenza in Romagna, anniversario della morte di san Pier Damiani, la cui memoria si celebra il giorno prima di questo).
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00venerdì 22 febbraio 2008 08.55
Cattedra di San Pietro Apostolo



22 febbraio

Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro. In realtà la storia ci ha tramandato l'esistenza di due cattedre dell'Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia). La riforma del calendario le ha unificate nell'unica festa di oggi. Essa - viene spiegato nel Messale Romano - "con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell'unità della Chiesa". (Avvenire)

Martirologio Romano: Festa della Cattedra di san Pietro Apostolo, al quale disse il Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Nel giorno in cui i Romani erano soliti fare memoria dei loro defunti, si venera la sede della nascita al cielo di quell’Apostolo, che trae gloria dalla sua vittoria sul colle Vaticano ed è chiamata a presiedere alla comunione universale della carità.

Per ricordare due importanti tappe della missione compiuta dal principe degli apostoli, S. Pietro, e lo stabilirsi del cristianesimo prima in Antiochia, poi a Roma, il Martirologio Romano celebra il 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia e il 18 gennaio quella della sua cattedra a Roma. La recente riforma del calendario ha unificato le due commemorazioni al 22 febbraio, data che trova riscontro in un'antica tradizione, riferita dalla Depositio mar rum. In effetti, in questo giorno si celebrava la cattedra romana, anticipata poi nella Gallia al 18 gennaio, per evitare che la festa cadesse nel tempo di Quaresima.
In tal modo si ebbe un doppione e si finì per introdurre al 22 febbraio la festa della cattedra di S. Pietro ad Antiochia, fissando al 18 gennaio quella romana. La cattedra, letteralmente, è il seggio fisso del sommo pontefice e dei vescovi. E’ posta in permanenza nella chiesa madre della diocesi (di qui il suo nome di "cattedrale") ed è il simbolo dell'autorità del vescovo e del suo magistero ordinario nella Chiesa locale. La cattedra di S. Pietro indica quindi la sua posizione preminente nel collegio apostolico, dimostrata dalla esplicita volontà di Gesù, che gli assegna il compito di "pascere" il gregge, cioè di guidare il nuovo popolo di Dio, la Chiesa.
Questa investitura da parte di Cristo, ribadita dopo la risurrezione, viene rispettata. Vediamo infatti Pietro svolgere, dopo l'ascensione, il ruolo di guida. Presiede alla elezione di Mattia e parla a nome di tutti sia alla folla accorsa ad ascoltarlo davanti al cenacolo, nel giorno della Pentecoste, sia più tardi davanti al Sinedrio. Lo stesso Erode Agrippa sa di infliggere un colpo mortale alla Chiesa nascente con l'eliminazione del suo capo, S. Pietro. Mentre la presenza di Pietro ad Antiochia risulta in maniera incontestabile dagli scritti neotestamentari, la sua venuta a Roma nei primi anni dell'impero di Claudio non ha prove altrettanto evidenti.
Lo sviluppo del cristianesimo nella capitale dell'impero attestato dalla lettera paolina ai Romani (scritta verso il 57) non si spiega tuttavia senza la presenza di un missionario di primo piano. La venuta, qualunque sia la data in cui ciò accadde, e la morte di S. Pietro a Roma, sono suffragare da tradizioni antichissime, accolte ora universalmente da studiosi anche non cattolici. Lo attestano in maniera storicamente inoppugnabile anche gli scavi intrapresi nel 1939 per ordine di Pio XII nelle Grotte Vaticane, sotto la Basilica di S. Pietro, e i cui risultati sono accolti favorevolmente anche da studiosi non cattolici.


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00domenica 24 febbraio 2008 09.49
Sant' Etelberto Re del Kent
Sant' Etelberto Re del Kent




24 febbraio

552 circa – 24 febbraio 616



Emblema: Corona, Scettro

Martirologio Romano: A Canterbury in Inghilterra, sant’Etelberto, re del Kent, che il vescovo sant’Agostino convertì, primo tra i principi inglesi, alla fede di Cristo.



Etelberto nacque all’incirca nel 552 e, incoronato re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo. Egli fu il terzo “bretwalda” , cioè capo supremo, d’Inghilterra e i territori sottoposti alla sua giurisdizione comprendevano tutta l’Inghilterra a sud del fiume Humber. Non oltre il 588 il re Etelberto si sposò con la principessa Berta, figlia del re francese Cariberto. La condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e potesse essere accompagnata dal vescovo di Letardo, suo cappellano. Fu poi certamente quest’ultimo ad influire sulla conversione del nuovo marito. Nel 597 il pontefice San Gregorio Magno inviò dei missionari, capeggiati dal celebre Agostino di Canterbury, per una più efficace evangelizzazione dei popoli anglosassoni. La spedizione ebbe come prima tappa l’isola di Tanatos ed i missionari contattarono il re per spiegargli le loro intenzioni. Le accurate cronache di Beda il Venerabile ci ricordano come “dopo alcuni giorni il re si recò nell’isola e, fermatosi all’aperto, ordinò ad Agostino ed ai suoi compagni di recarsi a colloqui da lui. Temeva infatti, a causa di un’antica superstizione, che entrando con loro in luogo chiuso essi lo avrebbero potuto ingannare per mezzo di arti magiche. I monaci si accostarono allora a lui con una croce d’argento e “predicarono la parola di vita al re ed a tutti quelli che erano con lui”. Sempre animato da un estrema prudenza, Etelberto rispose loro: “Sono bellissimi i discorsi e le promesse che fate, ma poiché sono cose nuove e incerte non posso dare il mio assenso ed abbandonare tutto ciò in cui ho creduto per tanto tempo con tutto il mio popolo”. Apprezzando però il lungo viaggio da essi compiuto e la buona volontà dimostrata, il re accordò loro un sistemazione adeguata presso Canterbury e la facoltà di predicare e convertire chi lo avesse desiderato.
Con la conversione del re Etelberto, tradizionalmente collocata alla vigilia di Pentecoste dell’anno 597 circa, aumentarono concessioni e favori di ogni genere nei confronti dei missionari. E’ comunque da specificare che il sovrano, pur lieto del numero sempre crescente di conversioni, preferì non imporre mai ai suoi sudditi l’adesione al cristianesimo.
Nel 601 lo stesso papa Gregorio Magno, inviandogli fra l’altro alcuni doni, volle proporgli direttamente in una lettera alcuni punti sui quali avrebbe potuto lavorare: “Affrettati ad estendere la fede cristiana ai popoli a te sottomessi, moltiplica il tuo lodevole zelo per la loro conversione, perseguita il culto degli idoli, abbattine gli edifici di culto, edifica i costumi dei sudditicon la tua grande purezza di vita […] e quanto più avrai purificato dai loro peccati i tuoi sudditi, tanto meno avrai da temere a causa dei tuoi peccati davanti al terribile esame di Dio onnipotente”.
Fuori delle mura di Canterbury, Etelberto fece dunque edificare un nuovo monastero dedicato ai santi Pietro e Paolo, che in seguito fu intitolato a Sant’Agostino di Canterbury. Proprio a quest’ultimo il re donò dei terreni per la sua nuova sede episcopale sempre nella medesima città e lo aiutò nell’organizzazione di un sinodo a cui parteciparono anche “i vescovi ed i dottori della vicina regione dei britanni”. Etelberto non mancò inoltre di esercitare una certa influenza sulla conversione di Saberto, re dei Sassoni Orientali, che da lui dipendeva in quanto “bretwalda”. Capitale di tale regno era Londra ed anche qui il sovrano del Kent fondò la primitiva St. Paul’s Cathedral, nominando San Mellito primo vescovo della città. Si adoperò inoltre per l’istituzione di un’altra nuova sede episcopale preso Rochester. Primo vescovo del Kent fu invece designato un certo Giusto. Non mancarono comunque mai da parte del santo sovrano aiuti e sostegni di vario genere per le tre diocesi da lui fondate: Canterbury, London e Rochester. MA oltre alla politica filo-ecclesiastica, non bisogna dimenticare che Etelberto procurò alla sua nazione benefici secolari, dotandola del suo primo codice legislativo, basato principalmente sulla legge salica di Clodoveo, il primo re dei franchi convertitosi al cristianesimo.
Rimasto nel frattempo vedovo, il re Etelberto morì il 24 febbraio 616, dopo un regno durato cinquantasei anni. Ricevette degna sepoltura accanto a sua moglie, anch’essa oggi venerata come santa, nella cappella di San Martino del monastero dei Santi Pietro e Paolo in Canterbury. Fino alla Riforma Protestante dinnanzi alla loro tomba fu sempre presente una candela accesa, nonostante la mancata ufficializzazione del culto, che fino al Medioevo rimase limitato a Canterbury. Oggi Sant’Etelberto del Kent è invece ricordato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario della sua morte. La vicenda dei Santi Etelberto e Berta del Kent è paragonabile a quella di un’altra coppia reale europea, i Santi Mirian III e Nana, sovrani della lontana Georgia, che accolsero e sostennero l’attività missionaria di Santa Nino e si meritarono giustamente dalle Chiese orientali l’appellativo di “Isapostoli”, cioè “Uguali agli Apostoli”. Proprio questa fu la funzione principale che ebbero anche i sovrani del Kent nei confronti di Sant’Agostino di Canterbury, che grazie al loro sostegno poté avviare decisamente la cristianizzazione dell’Inghilterra.




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00mercoledì 2 aprile 2008 13.12
che interceda per noi dal Cielo
Servo di Dio Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) Papa




Wadowice, Cracovia, 18 maggio 1920 - Vaticano, 2 aprile 2005

(Papa dal 22/10/1978 al 02/04/2005 ).
Nato a Wadovice, in Polonia, è il primo papa slavo e il primo Papa non italiano dai tempi di Adriano VI. Nel suo discorso di apertura del pontificato ha ribadito di voler portare avanti l'eredità del Concilio Vaticano II. Il 13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, anniversario della prima apparizione della Madonna di Fatima, fu ferito gravemente con un colpo di pistola dal turco Alì Agca. Al centro del suo annuncio il Vangelo, senza sconti. Molto importanti sono le sue encicliche, tra le quali sono da ricordare la "Redemptor hominis", la "Dives in misericordia", la "Laborem exercens", la "Veritatis splendor" e l'"Evangelium vitae". Dialogo interreligioso ed ecumenico, difesa della pace, e della dignità dell'uomo sono impegni quotidiani del suo ministero apostolico e pastorale. Dai suoi numerosi viaggi nei cinque continenti emerge la sua passione per il Vangelo e per la libertà dei popoli. Ovunque messaggi, liturgie imponenti, gesti indimenticabili: dall'incontro di Assisi con i leader religiosi di tutto il mondo alla preghire al Muro del pianto di Gerusalemme. Così Carol Wojtyla traghetta l'umanità nel terzo millennio.


Karol Józef Wojtyła, divenuto Giovanni Paolo II con la sua elezione alla Sede Apostolica il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Kraków (Polonia), il 18 maggio 1920. Era l’ultimo dei tre figli di Karol Wojtyła e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941. La sorella, Olga, era morta prima che lui nascesse.

Fu battezzato il 20 giugno 1920 nella Chiesa parrocchiale di Wadowice dal sacerdote Franciszek Zak; a 9 anni ricevette la Prima Comunione e a 18 anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.

Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.

A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch’esso clandestino.

Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale avvenuta a Cracovia il 1̊ novembre 1946, per le mani dell’Arcivescovo Sapieha.

Successivamente fu inviato a Roma, dove , sotto la guida del domenicano francese P. Garrigou-Lagrange, conseguì nel 1948 il dottorato in teologia, con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce (Doctrina de fide apud Sanctum Ioannem a Cruce). In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.

Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowić, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici. Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino la tesi: "Valutazione della possibilità di fondare un'etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler". Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.

Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.

Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Papa Paolo VI, che lo creò e pubblicò Cardinale nel Concistoro del 26 giugno 1967, del Titolo di S. Cesareo in Palatio, Diaconia elevata pro illa vice a Titolo Presbiterale.

Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyła prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.

I Cardinali, riuniti in Conclave, lo elessero Papa il 16 ottobre 1978. Prese il nome di Giovanni Paolo II e il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino, quale 263° successore dell’Apostolo. Il suo pontificato è stato uno dei più lunghi della storia della Chiesa ed è durato quasi 27 anni.

Giovanni Paolo II ha esercitato il suo ministero con instancabile spirito missionario, dedicando tutte le sue energie sospinto dalla sollecitudine pastorale per tutte le Chiese e dalla carità aperta all’umanità intera. I suoi viaggi apostolici nel mondo sono stati 104. In Italia ha compiuto 146 visite pastorali. Come Vescovo di Roma, ha visitato 317 parrocchie (su un totale di 333).

Più di ogni Predecessore ha incontrato il Popolo di Dio e i Responsabili delle Nazioni: alle Udienze Generali del mercoledì (1166 nel corso del Pontificato) hanno partecipato più di 17 milioni e 600 mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose [più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000], nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo. Numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.

Il suo amore per i giovani lo ha spinto ad iniziare, nel 1985, le Giornate Mondiali della Gioventù. Le 19 edizioni della GMG che si sono tenute nel corso del suo Pontificato hanno visto riuniti milioni di giovani in varie parti del mondo. Allo stesso modo la sua attenzione per la famiglia si è espressa con gli Incontri mondiali delle Famiglie da lui iniziati a partire dal 1994.

Giovanni Paolo II ha promosso con successo il dialogo con gli ebrei e con i rappresentati delle altre religioni, convocandoli in diversi Incontri di Preghiera per la Pace, specialmente in Assisi.

Sotto la sua guida la Chiesa si è avvicinata al terzo millennio e ha celebrato il Grande Giubileo del 2000, secondo le linee indicate con la Lettera apostolica Tertio millennio adveniente. Essa poi si è affacciata al nuovo evo, ricevendone indicazioni nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nella quale si mostrava ai fedeli il cammino del tempo futuro.

Con l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia, Giovanni Paolo II ha promosso il rinnovamento spirituale della Chiesa.

Ha dato un impulso straordinario alle canonizzazioni e beatificazioni, per mostrare innumerevoli esempi della santità di oggi, che fossero di incitamento agli uomini del nostro tempo: ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi. Ha proclamato Dottore della Chiesa santa Teresa di Gesù Bambino.

Ha notevolmente allargato il Collegio dei Cardinali, creandone 231 in 9 Concistori (più 1 in pectore, che però non è stato pubblicato prima della sua morte). Ha convocato anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.

Ha presieduto 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).

Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Lettere encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche.

Ha promulgato il Catechismo della Chiesa cattolica, alla luce della Tradizione, autorevolmente interpretata dal Concilio Vaticano II. Ha riformato i Codici di diritto Canonico Occidentale e Orientale, ha creato nuove Istituzioni e riordinato la Curia Romana.

A Papa Giovanni Paolo II, come privato Dottore, si ascrivono anche 5 libri: “Varcare la soglia della speranza” (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); “Trittico romano”, meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); “Alzatevi, andiamo!” (maggio 2004) e “Memoria e Identità” (febbraio 2005).

Giovanni Paolo II è morto in Vaticano il 2 aprile 2005, alle ore 21.37, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia.

Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, più di tre milioni di pellegrini sono confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro.

Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale per la diocesi di Roma.
Syria 80
00lunedì 7 aprile 2008 15.55
[SM=g1510166] SAN GIOVANNI BATTISTA DE LA SALLE 1651-1719
Fondatore delll' Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane,
Patrono degli Educatori Cristiani

Giovanni Battista De La Salle nacque in un mondo molto diverso dal nostro. Primogenito di genitori facoltosi vissuti in Francia circa 300 anni fa, Giovanni Battista De La Salle nacque a Reims, ricevette la tonsura all'età di undici anni e a sedici divenne Canonico della Cattedrale di Reims. Alla morte dei suoi genitori, pur avendo dovuto assumersi l'onere dell' amministrazione del patrimonio familiare, completò gli studi di Teologia e fu ordinato sacerdote il 9 Aprile 1678. Due anni dopo ottenne il dottorato in Teologia. In quello stesso periodo, si impegnò con un gruppo di giovani uomini di modesta estrazione sociale e culturale, nel tentativo di istituire scuole per ragazzi poveri.

All'epoca solo pochi vivevano nel lusso, mentre la maggioranza era nell'indigenza; il popolo viveva miseramente nelle campagne o in squallidi tuguri nei centri urbani. Pochi privilegiati potevano mandare i loro figli a scuola e i giovani avevano, in genere, poche speranze per il futuro. Spinto dalla constatazione della triste condizione dei poveri che sembravano così "lontani dalla salvezza" in questo mondo come nell'altro, Giovanni Battista De La Salle decise di mettere le sue qualità e la sua cultura superiore al servizio dei giovani "così spesso abbandonati a se stessi e lasciati crescere privi di cure". Per meglio realizzare il suo intendimento, abbandonò la casa paterna, si unì ai maestri, rinunciò al rango di Canonico e al suo patrimonio e formò una comunità che divenne nota col nome di Fratelli delle Scuole Cristiane.

L'opera di De La Salle fu contrastata dalle autorità ecclesiastiche che si opponevano alla creazione di una nuova forma di vita religiosa, una comunità di laici consacrati che gestivano scuole gratuite "insieme e per associazione" . I metodi innovativi e l'insistenza sulla gratuità dell'insegnamento per tutti, indipendentemente dalle possibilità economiche degli studenti, suscitarono l'ostilità degli ambienti didattici del tempo. Ciò nonostante, De La Salle e i suoi Fratelli riuscirono a creare una rete di scuole di qualità diffuse in tutta la Francia. In queste scuole, l'istruzione veniva impartita in Francese, gli studenti erano raggruppati per capacità e profitto, c'era integrazione tra istruzione religiosa e discipline di studio, gli insegnanti erano ben preparati e consapevoli della loro vocazione e missione educativa, alla quale anche i genitori degli alunni erano chiamati a partecipare. Inoltre, De La Salle fu all'avanguardia nella sperimentazione di programmi per la formazione dei docenti laici, di corsi domenicali per giovani studenti lavoratori e realizzò, in Francia, uno dei primi istituti per il recupero dei carcerati. Consumato dagli stenti e dalle fatiche, morì a Saint Yon, vicino Rouen, il Venerdì Santo del 1719, poche settimane prima del suo sessantottesimo compleanno.

Giovanni Battista De La Salle fu pioniere nella fondazione di scuole di formazione per insegnanti, scuole di recupero per carcerati, scuole professionali, scuole superiori di Lingue Moderne, Arti e Scienze. La sua opera si diffuse rapidamente in Francia e, dopo la sua morte, continuò a diffondersi nel mondo. Nel 1900, Giovanni Battista De La Salle fu proclamato Santo. Nel 1950, per la santità della sua vita e la forza dei suoi scritti, fu dichiarato Santo Patrono di tutti coloro che operano nel campo dell'educazione. Egli seppe indicare agli altri un modo nuovo di insegnare e assistere i giovani, incoraggiò a rispondere con la compassione a errori e debolezze, a rassicurare, rafforzare, curare. Attualmente, nel mondo, le scuole lasalliane sono presenti in circa 80 Paesi.


Nato a Reims in Francia il 30 aprile 1651
Ordinato Sacerdote il 9 aprile 1678
Morto il 7 aprile 1719
Beatificato il 19 febbraio 1888
Canonizzato il 24 maggio 1900
Proclamato Patrono degli insegnanti il 15 maggio 1950 [SM=g1510166]




Syria 80
00martedì 8 aprile 2008 07.44
San Walter (Gualtiero) di S. Martino di Pontoise Abate



8 aprile



Walter è l’equivalente tedesco e inglese dell’italiano Gualtiero, nome che comunque ha avuto meno fortuna del più diffuso Walter (il più celebre: Walt Disney).
Gualtiero nacque in Piccardia (Francia) verso il 1030, pur avendo intrapreso la carriera dell’insegnamento essendo molto incline agli studi, decise di farsi monaco. Entrò così nell’abbazia di Rebais in diocesi di Meaux, diventando un esempio edificante per tutti i confratelli, pur avendo avuto in un occasione divergenze di veduta con l’abate.
Qualche tempo dopo una nuova comunità monastica venne a stabilirsi a Pontoise, i cui monaci scelsero come abate proprio Gualtiero; il giovane re quindicenne Filippo I gli consegnò la croce abbaziale. Il monastero fu dedicato inizialmente a s. Germano vescovo di Parigi e poi a s. Martino, la regola era quella di s. Benedetto.
Verso il 1072 per una certa instabilità di comportamento e per difficoltà incontrate, Gualtiero lasciò la guida del monastero e si presentò come semplice monaco all’abbazia di Cluny guidata dall’abate s. Ugo.
Ma i monaci di Pontoise ritrovarono il fuggitivo e lo convinsero a ritornare ad essere la loro guida. In seguito sognando la vita eremitica condusse per un certo tempo un’esistenza solitaria in una grotta presso il mona-stero, poi fugge di nuovo e si reca in un oratorio dedicato ai ss. Cosma e Damiano presso Tours dove intraprende una vita di consigli ed aiuti agli abitanti della zona che vi si recavano in visita. Ma riconosciuto da un pellegrino fu di nuovo ritrovato dai monaci di Pontoise, a questo punto Gualtiero decise di andare a Roma dal papa per chiedergli di essere liberato da questo obbligo abbaziale, ma con sua sorpresa il papa Gregorio VII gli impose di ritornarci e di non lasciare più l’abbazia pena la scomunica.
Da allora egli si dedicò completamente alla sua conduzione scontrandosi anche con il re Filippo per l’uso simoniaco che questi faceva della cariche ecclesiastiche.
Fu anche imprigionato per una violenta disputa con i vescovi del Concilio di Parigi del 1092 riguardo la celebrazione della s. Messa del prete concubinario. Nel 1094 fondò a Bertacourt presso Amiens un monastero femminile, grazie all’aiuto di due pie donne Godelinda ed Elvige.
Gualtiero morì un venerdì santo, il suo corpo fu inumato nell’abbazia di Pontoise, ma durante la Rivolu-
zione Francese le sue ossa furono traslate nel cimitero di Pontoise da dove poi non sono state più trovate.
Attualmente il Collegio S. Martino di Pontoise, tenuto dagli Oratoriani, perpetua il ricordo dell’antica abbazia e del suo primo abate.


Autore: Antonio Borrelli


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Syria 80
00mercoledì 9 aprile 2008 07.47
Santa Maria di Cleofa


 Maria di Cleofa, era molto probabilmente sorella o cugina di Maria, madre di Gesù. Sposa di Cleopa (nome volgarizzato in Cleofa), è la madre di quelli che nella Bibbia sono chiamati "i fratelli di Gesù", termine che nel linguaggio semitico indicava anche i cugini, tra questi Giacomo il minore, che diventerà vescovo di Gerusalemme (Maria di Cleofa è per questo conosciuta anche come Maria Jacobi). Maria di Cleofa faceva parte del gruppo di donne che seguirono Gesù per tutta la Galilea e Giovanni evangelista la presenta con la Vergine e Maria di Magdala, ai piedi della croce. Maria di Cleofa rimase presso il Calvario dopo la morte del Redentore, assistette alla sua sepoltura e si recò con le altre donne al sepolcro, prime testimoni della risurrezione del Cristo.

Dal Vangelo secondo matteo:
C'erano anche là molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevanos eguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. [Mt 27,55-56].

Dal Vangelo secondo Giovanni:
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala. [Gv 19,25]


Secondo la Bibbia di Gerusalemme, la frase "la sorella di sua madre" potrebbe riferirsi a Salomè, madre dei figli di Zebedeo, non citata, oppure a Maria di Cleofa
 [SM=g1510166]
Syria 80
00giovedì 10 aprile 2008 07.50
San Terenzio e compagni Martiri di Cartagine 10 aprile

 S. Terenzio è il capo di un gruppo di martiri di origine orientale, uccisi a Cartagine per ordine del ‘prefetto d’Africa’ Fortunaziano, al tempo dell’imperatore Decio. Questi aveva emanato un decreto di persecuzione e condanna al supplizio contro tutti coloro che non avessero rinnegato il Cristianesimo. Ci furono parecchie defezioni ma Terenzio e altri trentanove compagni decisero di non cedere, seguì l’arresto e il processo in tribunale, anche qui, benché sollecitati e poi torturati con supplizi vari, non lasciarono la loro fede, anzi fu proprio Terenzio a rispondere per tutti, con la sua pubblica professione cristiana, a tal punto il prefetto li condannò a morte tramite decapitazione. Si conoscono i nomi di alcuni compagni di martirio, forse persone più in vista: Africano, Massimo, Pompeo, Zenone, Alessandro, Teodoro. Alla fine del IV secolo, sotto l’imperatore bizantino Teodosio il Grande, i loro corpi furono traslati a Costantinopoli. Almeno otto fonti agiografiche narrano la loro ‘Passio’ ponendo la celebrazione liturgica chi il 5, chi l’11 ma il giorno più usato è il 10 aprile. Il nome è di origine latina e significa ‘nativo di Taranto’ ma può avere il significato di ‘tenero, molle, delicato’ secondo alcuni studiosi di etimologia. [SM=g1510166]
Syria 80
00venerdì 11 aprile 2008 08.06
S GEMMA GALGANI (1878-1903)

 
Questo Fiore di Passione sbocciò il 12-3-1878 a Borgo Nuovo, frazione della parrocchia di Camigliano, nel comune di Capannori (Lucca), quarta tra gli otto figli, morti quasi tutti tisici nel fior degli anni, del chimico farmacista Enrico e della piissima sua consorte Aurelia Landi. Non era ancora passato un mese dalla nascita di Gemma che i genitori si trasferirono a Lucca sia per dare ai figli un'istruzione adeguata e sia perché alcuni avevano cominciato a malignare "che i dottori Carlo e Maurizio, prescrivendo le medicine, si preoccupavano più degl'interessi di Enrico che della salute dei clienti". La farmacia di costui non prosperò, ma ciò non impedì che Gemma con i suoi fratellini ricevesse una buona educazione presso l'asilo e scuola delle sorelle Vallini, amiche di famiglia. Il babbo tra i figli predilesse con soverchia parzialità Gino e Gemma con disappunto degli altri. Nell'effusione della sua tenerezza, con Gemma dovette eccedere se la piccina gli diceva risoluta: "Babbo, non mi tocchi". Non voleva essere baciata da nessuno. Ella protestava di non meritare i migliori vestitini e i più succulenti pranzi negli alberghi di prima categoria, dichiarava di non volerli e quando non li poteva impedire si scioglieva in lacrime. Più virile fu l'educazione che ricevette dalla mamma, donna di comunione quotidiana finché la tisi gliela permise. Mons. Nicola Ghilardi (+1904), arcivescovo di Lucca, nel 1885 conferì a Gemma la cresima in San Michele in Foro. Scrisse la santa nella sua Autobiografia che ad un tratto, mentre ascoltava la Messa e pregava per la mamma, una misteriosa voce gliela chiese per condurla in paradiso. Fu costretta a dire di sì, ma da quel giorno non si staccò più dal letto di lei. Temendo che dovesse morire prima la figlia che la madre, il babbo la affidò agli zii materni presso i quali Gemma rimpianse il tempo in cui la mamma la faceva pregare tanto. Nel Natale del 1886 potè riunirsi al babbo rimasto vedovo, assistito nelle faccende domestiche dalle sorelle Elena e Elisa, e riprendere le scuole private e comunali. Alla prima comunione si preparò presso le Oblate dello Spirito Santo dette di S. Zita, fondate a Lucca nel 1872 dalla B. Elena Guerra (+1914) per l'istruzione e l'educazione della gioventù. All'incontro stabilito per la festa del S. Cuore, si preparò con la confessione generale fatta "in tre volte" a mons. Giovanni Volpi (11931), direttore spirituale delle Zitine e ausiliare dell'arcivescovo. "Gesù - scrisse la santa - si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di rendere continua quell'unione con Dio. Mi sentivo sempre più staccata dal mondo e sempre più disposta al raccoglimento. Fu in quella mattina stessa che Gesù mi dette il desiderio grande di farmi religiosa". Prima di uscire dal ritiro propose di ricevere i sacramenti come se fosse l'ultima volta; di visitare sovente Gesù sacramentato; di prepararsi alle feste della Madonna con qualche mortificazione; di stare sempre alla presenza di Dio; di ripetere, allo scoccare delle ore tre volte: "Gesù mio, misericordia". Nel 1889 Gemma cominciò a frequentare le scuole presso l'Istituto di Santa Zita. Sotto la guida della maestra Suor Giulia Sestini si sentì stimolata a pregare di più. "Ogni sera, scrive ella, appena uscivo dalla scuola, andavo in casa, mi chiudevo in una stanza e recitavo il rosario intero in ginocchio, e più volte durante la notte per circa un quarto d'ora mi alzavo, e raccomandavo a Gesù la povera anima mia". Gemma si affezionò a quella pia religiosa che le insegnò pure a mortificare gli occhi, la lingua e il temperamento, vivace e franco. Nel corso superiore fu alunna della B. Elena Guerra per due anni. Negli studi però non primeggiò. Molte sue lettere non brillano per "precisione" o per "elaborazione" di concetti. La mediocrità dei suoi voti, persino in condotta, è confermata da quanto scrisse di sé: "Dimenticai dopo un anno circa (dalla prima Comunione) i propositi fatti, i consigli, e divenni peggiore di prima. Continuai ad andare a scuola dalle monache; furono un po' contente. Due o tre volte la settimana facevo la comunione; Gesù si faceva sempre più sentire; più volte mi fece gustare consolazioni grandissime; ma, come presto la lasciai, cominciai a divenire superba, disubbidiente più di prima, di cattivo esempio alle compagne, di scandalo a tutti. Alla scuola non passava giorno che non fossi punita, non sapevo le lezioni, e poco mancò che non fossi cacciata via. In casa non lasciavo trovar pace a nessuno, ogni giorno volevo andare a passeggiare ed esigevo vestiti sempre nuovi. Il babbo, poveretto, mi contentò per molto tempo. Tralasciavo ogni mattina e ogni sera di fare le solite mie orazioni. Tra tutti questi peccati non dimenticai mai di recitare ogni giorno tre Ave Maria con le mani sotto le ginocchia - cosa che mi aveva insegnato la mamma - affinché Gesù mi liberasse ogni giorno dai peccati contro la santa purità". Anche Gemma, dunque, andò soggetta, dagli undici ai quindici anni, ad alti e bassi, aggravati dai disturbi di salute e dalle malattie in famiglia. Quando fu costretta interrompere il quarto anno di frequenza, seguì le scuole serali della dottrina cristiana e conseguì il premio con medaglia d'oro. Ben radicata nella fede trovò la forza per superare le croci che una dopo l'altra andavano abbattendosi su di lei. Nel 1894 morì di tubercolosi suo fratello Gino, inseparabile compagno dei suoi giochi, il quale aveva ricevuto già gli ordini minori benché fosse alquanto zoppo. Allora desiderò di morire per andare in paradiso, ma, dopo la comunione, Gesù le disse che avrebbe raddoppiato in lei il desiderio del cielo dandole tante occasioni di maggior merito. Un giorno le regalarono un orologio d'oro. Gemma non vide il momento di uscire fuori per metterlo in mostra. Quando rincasò udì l'angelo custode che le disse serio serio: "Ricordati che i monili preziosi che abbelliscono la sposa di un re crocifisso, altri non possono esser che le spine e la croce". Per piacere a lui solo se ne sbarazzò con l'anello che portava nel dito promettendo di cambiar vita. Allora potè scrivere: "In me sentivo nascere una brama di amare tanto Gesù crocifisso e, insieme a questo, una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori". Nel fissare il Crocifisso un giorno fu presa da tanta commozione che cadde a terra svenuta. Il babbo la riprese dicendo che le faceva male lo stare sempre in casa e l'uscire presto la mattina per andare in chiesa. Gemma gli rispose che le faceva male soltanto lo "star lontana da Gesù Sacramentato". Propose quindi di fare la comunione con più frequenza e di avere sempre la preghiera sulle labbra per i peccatori e tutte le necessità della Chiesa. Domandò al Signore la grazia di patire tanto ed egli l'accontentò permettendo che, mentre si trovava presso le Zitine, una panca le cadesse sopra un piede già affetto da carie ossea. Il tumore che ne derivò si aggravò al punto che fu necessario un intervento chirurgico. Nel Natale del 1896 con il permesso di Mons. Volpi, Gemma fece il voto di verginità. Poco prima un tenente di cavalleria ne aveva chiesto la mano alla zia Elisa, ma la santa aveva risposto risoluta: "Io gli uomini non li voglio d'attorno". Nella fanciullezza era stata scandalizzata da una impudica domestica con la quale il babbo si era mostrato purtroppo debole; era stata tentata al male dal fratello Gino e da un garzone di farmacia, ma il Signore non permise che cadesse in peccati gravi. Soltanto il male continuò a infierire misteriosamente contro di lei. Enrico era stato costretto a vendere le due case che possedeva per pagare i debiti contratti durante la malattia della moglie e del figlio. Quando poi giunse la scadenza delle cambiali, da lui firmate con una ingenuità che sconfinava nella dabbenaggine, a conto di persone prive di scrupolo, i suoi beni mobili e immobili furono sequestrati. L'infelice Galgani, per giunta, poco dopo di ammalò di cancro alla gola e fu preparato all'estremo passo dalla figliuola che scrisse: "II giorno che morì (11-11-1897) Gesù mi proibì di perdermi in urli e pianti inutili, e lo passai pregando, e rassegnata assai al volere di Dio... Dopo la sua morte ci trovammo senza niente, non avevamo più di che vivere". Gli esecutori del sequestro sigillarono le stanze, motivo per cui gli orfani dovettero dormire sulla nuda terra. I creditori ebbero persino l'ardire di frugare nella tasche di Gemma e di portarle via i cinque o sei soldi che aveva. Carolina, zia paterna, presso la quale per sette anni Gemma aveva villeggiato, l'accolse nel suo negozio di chincaglierie a Camaiore, ma dopo un anno ella riapparve a Lucca tanto per sfuggire a due richieste di matrimonio, quanto per curarsi dei primi sintomi del male che l'avrebbero tormentata tutto l'inverno 1898-99. All'improvviso fu difatti assalita da forti dolori ai reni e alla spina dorsale tanto che cominciò a diventare curva. Attestò: "Che pena dovermi fare scoprire! Ogni volta che sentivo il medico piangevo". Le fu riscontrato una osteite delle vertebre lombari cui si aggiunse la completa paralisi delle gambe, la caduta dei capelli e "un dolore insopportabile al capo", cagionato da una otite acuta. Le angustie dei familiari crebbero con i debiti che dovettero contrarre per medici e medicine. Quando il consulto di quattro dottori dichiarò l'inferma spacciata, la zia Elisa, per suggerimento di suor Giulia Sestini, fece moltiplicare in casa le preghiere a Gabriele dell'Addolorata, e chiese qualche immagine e reliquia di lui alla famiglia Giannini che ospitava i Passionisti quando scendevano a Lucca dal Ritiro dell'Angelo. Un'amica di famiglia aveva già imprestata all'inferma la vita del venerabile ed ella l'aveva letta e riletta nelle interminabili ore del giorno proponendo di farsi santa come lui, anteponendo gl'interessi dell'anima a quelli del corpo. Una notte le apparve e posandole una mano sulla fronte l'esortò a pregare con lui per nove sere di seguito il Sacro Cuore di Gesù. Terminata la novena si confessò e comunicò. Dopo due ore si alzò perfettamente guarita. In seguito però fu ancora costretta a portare il busto. In riconoscenza a Dio avrebbe voluto farsi religiosa di clausura. Diceva sempre a Mons. Volpi: "Mi rinchiuda. Non ci sto bene nel mondo". Le Visitandine l'avrebbero accettata, ma Mons. Ghilardi non diede il suo permesso. Si rivolse pure a Madre Giuseppa, supcriora dell'unico convento di Passioniste esistente a Corneto, oggi Tarquinia (Viterbo), ma non fu accettata perché ritenuta tisica. "Viva non mi vogliono - disse alla zia Elisa - ma mi cercheranno morta". L'8-6-1899 frattanto, durante un'estasi, il signore volle imprimere in lei le sue stimmate alla presenza dell'angelo custode e della sua SS. Madre la quale, prima di scomparire, la baciò in fronte. Le ferite che si erano prodotte in lei continuarono a sanguinare dalla sera del giovedì fino alle tre pomeridiane del venerdì. Al cessare dell'estasi del venerdì le piaghe si rimarginarono rapidamente lasciando una macchia bianca al loro posto. Per renderla più simile a sé, Gesù crocifisso volle farle sentire pure nel corpo verginale gli strazi della flagellazione, della coronazione di spine e delle tre ore di agonia sulla croce durante l'Ora santa che faceva ogni giovedì ad imitazione di S. Margherita M.Alacoque. Alla vista delle stimmate, Gemma non s'impressionò perché credeva che tutte le vergini le avessero; la zia ne rimase sbalordita; la dispettosa Angelina invece ne fece oggetto di scherno persino con le compagne. Per sottrarla agli occhi indiscreti, Mons. Volpi, che frequentava la famiglia di Matteo Giannini, proprietario di una farmacia e di una cereria, sposo di Giustina e padre di undici figli, ottenne che vi fosse accolta per carità. Per quattro anni Gemma si occupò nel rammendare calze, lavare i piatti, riassettare le camere, assistere nei compiti di scuola i figli del signor Matteo. Sua guida fu la sorella di lui, Cecilia, alla quale si confidava e con la quale usciva soltanto per confessarsi, fare ogni giorno la comunione o prendere parte alle quarantore e alle missioni. Poiché non parlava mai, stava ad occhi chiusi, raccolta, e appariva dimessa, vestita di nero, con una mantellina in spalla, passava agli occhi delle poche persone che la conoscevano come una stupida. Quando la zia Carolina da Camaiore le mandava camicette o calze nuove, pregava Cecilia di darle alle sue nipoti e di riservare a lei quelle vecchie e rattoppate. Se riceveva dei denari se ne serviva per far celebrare delle Messe ai defunti o per soccorrere i poveri verso i quali nutrì sempre un tenero amore. Si disfaceva di quanto non le era di assoluta necessità, persino delle immagini, memore di quanto Gesù le aveva detto: "Ricordati che ti ho creata per il cielo; tu non hai nulla a che fare con la terra". Anche a tavola Gemma era molto mortificata. Per dare a vedere che mangiava come gli altri, si serviva di un cucchiaio forato. Se per ubbidienza era costretta a nutrirsi più del solito, rigettava ogni cosa mista a sangue tant'era lo sforzo che faceva. Di notte si svestiva soltanto del busto e dormiva poco sia perché tormentata dal diavolo, e sia perché pregava in preparazione alla comunione. Sarebbe rimasta tutto il giorno davanti al SS. Sacramento attorno al quale vedeva prostrati in adorazione gli angeli. Negli ultimi anni di vita appena si comunicava andava in estasi. Per richiamarla ai sensi bastava che Cecilia mentalmente le ordinasse di ritornare al suo posto. Dopo la comunione talora sentiva tanto veemente il dolore dei peccati che grondava sudore dalla faccia e dalle mani. Altre volte le bruciava il petto tanto avvampava di amore il suo cuore. La veemenza degli affetti un giorno le ruppe due costole. Con semplicità disse Gemma a Cecilia: "Ma, io non so come da questa parte sia uscito uno stecco". Non meraviglia quindi che facesse poco conto dei libri devoti, preferendo elevarsi a Dio con preghiere proprie. Per le sue straordinarie virtù, i Giannini le usavano dei riguardi con grande gelosia di una persona di servizio. Gemma se ne accorse, ma invece di dire male di chi si mostrava sgarbata con lei, supplicava Cecilia a considerarla soltanto "come lo strofinaccio di cucina", persuasa com'era di non meritare altro che il trattamento riservato ad una "gallina". Ogni venerdì Gemma continuò ad andare in estasi e a presentare dei segni sanguigni sulla fronte. I suoi stati mistici non furono compresi da Mons. Volpi. Un giorno si recò da lei con il dottore per costatare scientificamente quei fenomeni, ma non vide che alcune gocce di colore indefinibile attorno alla sua testa. In precedenza Gemma gli aveva fatto sapere che, se fosse andato a trovarla in compagnia del medico, il Signore non avrebbe manifestato i suoi doni. Mons. Volpi le proibì, è vero, le stimmate e il sudore di sangue coi segni della flagellazione e della coronazione di spine, ma ebbe per lo meno il buon senso di sottoporla alla direzione spirituale del P. Germano di S. Stanislao, passionista, residente a Roma nel convento della Scala Santa. Quando costui si recò a Lucca per la prima volta nel 1900, ebbe modo di vedere la sua figlia spirituale in estasi e di udire gli accenti accorati con cui si offriva vittima a Gesù crocifisso per la conversione di un peccatore che, poco dopo, giunse realmente in cerca di lui, per fare la sua confessione generale. Le frequenti estasi di Gemma duravano da dieci minuti a un'ora. Si destava con un sospiro e continuava il lavoro interrotto come se nulla fosse stato. Pregava sovente: "Fa pure, Gesù, ma che nessuno se ne accorga". I mirabili colloqui avuti da lei con il Signore, la Madonna, gli angeli, Gabriele dell'Addolorata nelle estasi, furono raccolti da testimoni auricolari e pubblicati dopo la sua morte con le Lettere e l'Autobiografìa attraverso cui è possibile seguirla in tutte le sue meravigliose ascensioni mistiche. Sua nota dominante fu un'incantevole semplicità tanto nelle relazioni con Dio quanto con quelle del prossimo. Frequente oggetto dei suoi celesti intrattenimenti fu la conversione dei peccatori. Gemma Giannini, fondatrice più tardi delle Suore di S.Gemma Galgani, l'udì esclamare: "Sai, o Gesù, le tre ore (di agonia) oggi le faccio con te perché tu salvi tutti i peccatori. Essi a me stanno a cuore". Quando ne aveva qualcuno più grosso tra mano supplicava: "Gesù, ti do tre anni di vita; me lo converti?". Nell'ultima malattia esclamò riguardo a un peccatore lucchese: "Me lo tengo sulle spalle per tutta questa quaresima, e poi lo lascio". Avvertiva quando un'anima si trovava in peccato mortale e ne provava nausea. Gemma voleva che si pregasse molto per i sacerdoti. Una mattina il Signore le disse: "Vedi, figlia mia, se non fosse per rispetto a questi angeli che mi stanno attorno, quanti ne fulminerei all'istante!". Per salvare il maggiore numero possibile di peccatori importunò il confessore perché le permettesse di portare cilici e catenelle. P. Germano le strappò di mano una fascia armata di sessanta punte di ferro ben acuminate; un flagello di ferro con cinque striscio, una lunga corda tutta nodi, munita di chiodi. I demoni mal sopportavano le preghiere e le penitenze di Gemma per i peccatori. In casa Giannini la tormentarono in continuazione orribilmente. Uno di essi un giorno le disse: "Finché preghi per te, bene; ma se tu preghi per i peccatori, me la paghi cara". Se qualche angelo ribelle la batteva o la trascinava sotto il letto per i capelli, esclamava: "Oggi volevo disciplinarmi; me ne risparmi la fatica; fa pure". D'ordinario i diavoli l'aspettavano la sera, in camera, in forma di monache, gatti, cani, scimmie e uomini, non escluso il suo confessore, per suscitare in lei laidi fantasmi, insultarla, morderla, bastonarla, sballottarla qua e là per la stanza. Quando le infestazioni duravano più a lungo, Cecilia le metteva addosso lo scapolare dell'Addolorata o l'aspergeva con acqua santa. Una volta le raccomandò di chiedere al Signore la grazia di essere liberata da quelle vessazioni. Le rispose un po' alterata: "Stia quieta; non ci pensi; tocca a me, non a lei soffrire". Altre volte diceva: "Quando soffro mi sembra di essere più vicina a Gesù". Un giorno, mentre preparava la tavola da pranzo dominata da un crocifisso quasi al naturale, ancora visibile, il Signore l'attirò a sé per darle modo di accostare le labbra alla ferita del suo costato e bervi a lunghi sorsi acque vive zampillanti fino alla vita eterna. Iddio concesse pure a Gemma di godere della frequente compagnia dell'angelo custode. Era talmente ingenua da credere che tutti lo vedessero e gli parlassero come lo vedeva e gli parlava lei. La sera, ponendosi a letto, lo pregava di segnarla sulla fronte e di vegliarla per tutta la notte. Di giorno l'angelo l'aiutava a lavare la propria biancheria intrisa di sangue e faceva pervenire al P. Germano (11909) le lettere che gli scriveva. In principio ebbe dei dubbi sulla identità di lui. Il P. Tei, cappuccino, le suggerì di sputargli addosso quando le fosse apparso. L'angelo rise di quel gesto, s'inginocchiò, recitò il Sanctus ed esclamò: "E per questa tua grande virtù della verginità che il Signore ti conferisce tante grazie". Esortata da Cecilia a conservarsi sempre illibata, la santa rispose: "Non ho altro da dare a Gesù". Per vincere la violenza della tentazione carnale non esitò un giorno a buttarsi vestita nella vasca del giardino con pericolo di rimanere affogata. Negli ultimi mesi di vita Gemma fu tribolata da grandi aridità di spirito. Non cessò per questo di invocare Gesù con fede, virtù che alimentava con la lettura dei Salmi, del Vangelo, e dell'Apparecchio alla Morte di S. Alfonso de Liguori. Nelle estasi continuamente gemeva: "Io vivo su questa terra, ma su questa terra mi pare di esserci come un'anima persa, perché mai e poi mai il mio pensiero scappa da Gesù, fuori del quale tutto disprezzo". Il 21-9-1902 Gemma cadde gravemente malata con frequenti sbocchi di sangue. Fu isolata in una casa prospicente il cortile della famiglia Giannini, per riguardo ai numerosi bambini che vi erano, dove languì, continuamente oppressa dai demoni, fino all'11-4-1903, sabato santo. Prima di morire, prese il crocifisso tra le mani e tenendolo all'altezza degli occhi, disse guardandolo: "Vedi, o Gesù, ora non ne posso più davvero; se è la tua volontà, pigliami". Poi alzò lo sguardo a un quadro della Madonna appeso al muro e soggiunse: "Mamma, raccomando l'anima mia a te, dì a Gesù che mi usi misericordia". Tredici giorni dopo la morte fu fatta l'autopsia del suo corpo. Il cuore fu trovato ancora fresco e pieno di sangue; un polmone invece apparve intaccato dal morbo diagnosticato dai medici. Gemma fu beatificata il 14-5-1933 da Pio XI e canonizzata da Pio XII il 2-5-1940. Le sue reliquie sono venerate a Lucca nel santuario eretto in suo onore presso il Monastero delle Passioniste. Sac. Guido Pettinati SSP, I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 153-161. www.edizionisegno.it/ Fonte:www.totustuus.net Manuela
Syria 80
00sabato 12 aprile 2008 09.11


San Giuseppe Moscati Laico

12 aprile (16 novembre)

Il beato Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880 da nobile famiglia. Seguendo gli spostamenti del padre, di professione magistrato, visse per alcuni anni ad Ancona e poi, dal 1888, a Napoli.
Studiò presso il liceo “Vittorio Emanuele”, successivamente, nel 1897, iniziava gli studi universitari presso la facoltà di medicina. Il 4 agosto 1903 conseguì la laurea con pieni voti e con diritto alla pubblicazione della tesi. Cominciò la carriera ospedaliera nell’Ospedale degli Incurabili a Napoli presentandosi, sin da allora modello integerrimo di medico cosciente del suo dovere professionale e della sua missione sublime accanto alla sofferenza umana. Si dedicò contemporaneamente all’insegnamento, divenendo assistente ordinario nell’istituto di Chimica Fisiologica nel 1908, conseguendo la libera docenza nel 1911.
Iniziò così un’intesa attività scientifica e cattedratica, con l’insegnamento di “Indagini di laboratorio applicati alla chimica” e di “Chimica applicata alla medicina”. Vince il concorso di Primario negli Ospedali Riuniti di Napoli, mentre nel 1922 consegue una seconda libera docenza in Clinica Medica Generale. Durante tutti gli anni che vanno dal 1903 alla sua morte (1927), Giuseppe Moscati dedicò tutto se stesso alla ricerca scientifica con numerose relazioni a Congressi scientifici in Italia e all’estero, contemporaneamente si dedicava, con grande generosità e con nobile carità, al servizio ospedaliero nell’assistenza gratuita dei malati più bisognosi.
Uomo di fede e di preghiera, morì improvvisamente, lasciando grande rimpianto tra il popolo, il 12 aprile 1927.
La sua memoria liturgica si celebra nel giorno della morte.

Cosa dire di questo Beato? Crediamo sia importante ricordare che è un laico, una figura di cristiano impegnato, che come i Santi e i Beati nel 1975, esprime la radicalità di vita di fede, che è luogo della santificazione. Abbiamo detto un cristiano impegnato, uomo di fede, di scienza e di carità. Anche questa volta i due pilastri sono l’amore a Dio e l’amore al prossimo, che per il beato Moscati vuol dire ricerca del bene per l’uomo anche nella sua professionalità. Altro elemento che colpisce di questo “medico santo” è il fatto che è "quasi a noi contemporaneo", così infatti dirà Paolo VI nella sua omelia; ma ascoltiamola nei suoi tratti essenziali:
"Chi è colui, che viene proposto oggi all’imitazione e alla venerazione di tutti? È un Laico, che ha fatto della vita una missione percorsa con autenticità evangelica, spendendo stupendamente i talenti ricevuti da Dio. È un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità, uno strumento di elevazione di se, e di conquista degli altri a Cristo salvatore. È un Professore d’Università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione non solo per l’altissima dottrina, ma anche e specialmente per l’esempio di dirittura morale, di limpidezza interiore, di dedizione assoluta data dalla Cattedra! È un Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale, per le pubblicazioni e i viaggi, per le diagnosi illuminante e sicure, per gli interventi arditi e precorritori! [...] La figura del Professor Moscati conferma che la vocazione alla santità è per tutti, anzi è possibile a tutti. [...] E la Chiesa non si stanca di ripetere questo invito nel corso dei secoli, e ancora l’ha ribadito fermamente a noi uomini del XX secolo".

Dopo aver ricordato l’insegnamento del Concilio (Lumen Gentium, 40), prosegue dicendo:
"E’ questo il punto fermo, che certamente sarà da ricordare, a conclusione dell’Anno Santo - che è stato ed è tutto un solenne invito alla santità e alla riconciliazione con Dio e con i fratelli - e a coronamento dei vari Beati e Santi, i cui esempi ci hanno allietato, confusi, spronati, entusiasmati, nel conoscerli, nell’esaltarli, nel venerarli. La vita cristiana deve e può essere vissuta in santità!".
Anche noi, su queste parole del Santo Padre, concludiamo questo cammino sulle orme dei Beati e Santi elevati agli onori degli altari nell’Anno Santo 1975.


Autore: Don Marco Grenci


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Sugar71
00domenica 13 aprile 2008 15.50
San Martino I Papa e martire
San Martino I Papa e martire


13 aprile - Memoria Facoltativa

Todi, sec. V - Chersonea, Crimea, 16 settembre 655

(Papa dal 07/649 al 16/09/655)
Fu eletto Papa nel periodo delle ultime controversie cristologiche. Per la difesa della fede in Cristo vero uomo e vero Dio, fu esiliato dall'imperatore bizantino Costanzo II in Crimea (Akherson, Ucraina), dove morì fra molti stenti. (Mess. Rom.)

Etimologia: Martino = dedicato a Marte

Emblema: Palma

Martirologio Romano: San Martino I, papa e martire, che condannò nel Sinodo Lateranense l’eresia monotelita; quando poi l’esarca Calliopa per ordine dell’imperatore Costante II assalì la Basilica Lateranense, fu strappato dalla sua sede e condotto a Costantinopoli, dove giacque prigioniero sotto strettissima sorveglianza; fu infine relegato nel Chersoneso, dove, dopo circa due anni, giunse alla fine delle sue tribolazioni e alla corona eterna.

Originario di Todi e diacono della Chiesa romana, Martino fu eletto al soglio pontificio dopo la morte di papa Teodoro (13 maggio 649) e mostrò subito una mano molto rma nel reggere il timone della barca di Pietro. Non domandò né attese infatti il consenso alla sua elezione dell'imperatore bizantino Costante II che l'anno precedente aveva promulgato il Tipo, un documento in difesa della tesi eretica dei monoteliti. Per arginare la diffusione di questa eresia, tre mesi dopo la sua elezione, papa Martino indisse nella basilica lateranense un grande concilio, al quale furono invitati tutti i vescovi dell'Occidente.
La condanna di tutti gli scritti monoteliti, sancita nelle cinque solenni sessioni conciliari, provocò la rabbiosa reazione della corte bizantino. L'imperatore ordinò all'esarca di Ravenna, Olimpio, di recarsi a Roma per arrestare il papa. Olimpio volle assecondare oltre misura gli ordini imperiali e tentò di fare assassinare il papa dal suo scudiero, durante la celebrazione della Messa a S. Maria Maggiore. Nel momento di ricevere l'ostia consacrata dalle mani del pontefice, il vile sicario estrasse il pugnale, ma fu colpito da improvvisa cecità.
Probabilmente questo fatto convinse Olimpio a mutare atteggiamento e a riconciliarsi col santo pontefice e a progettare una lotta armata contro Costantinopoli. Nel 653, morto Olimpio di peste, l'imperatore poté compiere la sua vendetta, facendo arrestare il papa dal nuovo esarca di Ravenna, Teodoro Calliopa.
Martino, sotto l'accusa di essersi impossessato illegalmente dell'alta carica pontificia e di aver tramato con Olimpio contro Costantinopoli, venne tradotto via mare nella città del Bosforo. Il lungo viaggio, durato quindici mesi, fu l'inizio di un crudele martirio. Durante i numerosi scali, a nessuno dei tanti fedeli accorsi a incontrare il papa fu concesso di avvicinarlo. Al prigioniero non era data neppure l'acqua per lavarsi. Giunto il 17 settembre 654 a Costantinopoli, il papa, steso sul suo giaciglio sulla pubblica via, venne esposto per un giorno intero agli insulti del popolo, prima di venire rinchiuso per tre mesi in prigione. Poi iniziò il lungo ed estenuante processo, durante il quale furono tali le sevizie da far mormorare all'imputato: "Fate di me ciò che volete; qualunque morte mi sarà un beneficio".
Degradato pubblicamente, denudato ed esposto ai rigori del freddo, carico di catene, venne rinchiuso nella cella riservata ai condannati a morte. Il 26 marzo 655 fu fatto partire segretamente per l'esilio a Chersonea in Crimea. Patì la fame e languì nell'abbandono più assoluto per altri quattro mesi, finché la morte lo colse, fiaccato nel corpo ma non nella volontà, il 16 settembre 655.


Syria 80
00lunedì 14 aprile 2008 07.40
Santa Liduina Vergine

14 aprile


Sta pattinando con giovani e ragazze sulle distese ghiacciate presso il villaggio di Schiedam, e a un tratto cade, come avviene spesso a tutti. Ma poi non si rialza. C’è una costola fratturata, forse con lesioni interne. Portata a casa, la mettono subito a letto. Lei ha quindici anni: e in quel letto rimarrà per altri 38. Per sempre, fino alla morte. Prima della disgrazia aveva rifiutato un matrimonio combinato dai parenti (secondo l’uso del tempo) quando lei era sui dodici anni. Dopo l’incidente sopraggiungono altre malattie, in una disgraziata successione che trova impotenti i medici. Non guarisce, non muore, i dolori incrudeliscono, Liduina è a un passo dalla disperazione.
Le viene in aiuto un prete, Giovanni de Pot, con discorsi sereni sulla sofferenza innocente di Gesù Cristo; ingiusta, ma salvatrice. Allo stesso modo, le dice, la frattura e gli altri suoi mali non sono una sciagura priva di senso. Al contrario, sono un’impresa che le affida il Signore: ora lei, dal suo letto, può collaborare alla Redenzione; ogni dolore suo porta salvezza ad altri. E Liduina dice di sì: se il patire ha quel senso e quella funzione, lei lo accetta. Solo, chiede qualcosa, un segno dall’alto – come hanno fatto certi personaggi dell’Antico Testamento – che confermi la volontà divina. E lo ottiene, scrivono i suoi biografi, citando le testimonianze: sopra il suo capo appare splendente l’Ostia eucaristica. E la vedono anche parenti e vicini, i quali poi rifiutano di ascoltare il parroco, accorso anche lui, che parla di “frode del demonio”. Anzi, ricorrono al vescovo, che manda a Schiedam un altro sacerdote.
Dopo il fatto, è naturale che a casa sua venga gente anche da paesi vicini: le voci di miracolo attirano. Ma, col tempo, altri arrivano da Rotterdam, da vari luoghi della Contea d’Olanda, soggetta all’epoca ai Wittelsbach di Baviera. E poi dalle Fiandre, dalla Germania, perfino dall’Inghilterra. Non vengono più per il miracolo di quel giorno. Vengono per lei, perché lei è ora il miracolo. E la sua casa è il luogo della speranza. La sua voce guida la preghiera e orienta la vita di chi l’avvicina: malati e sani, buoni cristiani e furfanti, ricchi e poveri; qualcuno si traveste o si maschera per non farsi riconoscere dagli altri, ma davanti a lei si mostra com’è. Liduina accoglie tutti: ascolta, parla, soffre, consiglia, e quelli lasciano casa sua come uscendo da una festa: la malata incurabile libera i robusti dai loro mali segreti.
La sua opera si conclude nella Settimana santa del 1433, quando le viene preannunciata in modo soprannaturale l’imminente morte, che arriva il martedì dopo la Pasqua. Leggera è la sua bara, perché Liduina passava giorni e giorni senza cibo, e si è ridotta a un’ombra e una voce. Nel 1890 papa Leone XIII autorizzerà il culto in suo onore.


Autore: Domenico Agasso







Conny1810
00lunedì 14 aprile 2008 10.30
Re:
Sugar71, 21/02/2008 9.23:

I Testimoni di Gesù Risorto
In questo topic conosceremo i Santi di ogni giorno, la loro vita la loro
testimonianza, poichè attraverso di loro conosciamo meglio il nostro Salvatore. [SM=g1510166]



bella idea Sugar ! Interessante questo topic mi è piaciuto tanto leggera di santa Gemma Galgani, sono riportate notizie che non conoscevo [SM=g1405421] [SM=g1409739]
Syria 80
00martedì 15 aprile 2008 09.24
Re: Re:
Conny1810, 14/04/2008 10.30:



bella idea Sugar ! Interessante questo topic mi è piaciuto tanto leggera di santa Gemma Galgani, sono riportate notizie che non conoscevo [SM=g1405421] [SM=g1409739]




Mi fa piacere Conny [SM=g1405430]


Riporto le sante di oggi, un grande esempio di fedeltà al Signore attraverso il martirio...

Sante Anastasia e Basilissa Martiri

15 aprile


Le sante Anastasia e Basilissa, nobili matrone romane, furono discepole dei Santi apostoli Pietro e Paolo, dei quali ebbero il singolare incarico e privilegio di seppellirne i corpi martoriati.
Persistettero costanti nella professione della loro fede e, dopo esser stata loro tagliata la lingua ed essere state percosse con la spada, conseguirono anch’esse la corona del martirio sotto l’imperatore Nerone, attorno all’anno 68.
I resti delle due gloriose martiri, secondo il Diario Romano del 1926, sarebbero ancora oggi custoditi in Santa Maria della Pace.
Il Martyrologium Romanum nelle passate edizioni ricordava le sante Anastasia e Basilissa al 15 aprile, ma le ultime riforme in materia hanno accomunato tutti i primi martiri cristiani di Roma in un’unica commemorazione posta al 30 giugno.


Autore: Fabio Arduino


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Syria 80
00giovedì 17 aprile 2008 20.23
"E' perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa vergine mi ha scelta"

Così, l'11 febbraio 1858, tutto è cominciato con un rumore, come un colpo di vento. La vergine Maria appare per la prima volta a Bernardetta alla Grotta di Massabielle, a Lourdes.

"Vorresti farmi la cortesia di venire qui per quindici giorni?"

La bella Signora ha detto "vorresti"… e Bernadette ha detto "sì". Liberamente. "Sì", senza inquietudine, quando i grandi medici sapienti, venuti proprio per vederla, parlano di lei con parolone enormi "catalessi, isterismo"… "Sì" senza paura quando la minacciano di prigione. "Sì" senza turbarsi davanti a coloro che la trattano da bugiarda o la chiamano "la Santina", e vogliono strapparle un lembo del fazzoletto, del vestito, o un ciuffo di capelli.
Bernadette fa l'esperienza inaspettata dell'incontro con "la Signora di Massabielle". Dio le dà di conoscere il Suo Amore che sconvolge l'ordine stabilito dagli uomini: nel momento in cui tutti quelli che sanno tutto e che detengono il potere, affermano con tutta sicurezza che la ragione è sufficiente per rifare il mondo, Egli va a cercare una ragazzina che non capisce neppure il francese.


La sera del 7 Luglio 1866, Bernardetta varca la soglia della Casa Madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers, e intraprende così il cammino evangelico proposto dalla Congregazione che ha scelto.
A Nevers, in una vita umile e nascosta, porterà nel suo essere una profonda solidarietà con i più poveri, unita a Gesù che ha amato fino a donare la Sua propria vita, cercherà di tradurre in ogni suo gesto e in ogni sua parola, il desiderio del suo cuore.

"Non vivrò un solo istante senza passarlo amando"

Spesso ammalata, nell' ultimo periodo della sua vita, Bernardetta trascorre lunghi giorni nell'infermeria Sainte Croix.
Come i malati, Bernardetta conosce l'umiliazione della dipendenza, la sofferenza dell'inutilità, ma di questa umiliazione, di questa sofferenza, essa fa un luogo di apertura agli altri, un luogo di solidarietà profonda con tutti coloro che vivono la stessa traversata :

"La preghiera è la mia sola arma…"

Bernardetta non è né passiva né ripiegata su se stessa. Rimane in uno stato di continua sorveglianza per non lasciarsi immergere nella sofferenza.
Chi le viveva vicino descrive quanto "le sofferenze della sua ultima malattia fossero atroci. Il petto, sfinito, era di fuoco; le ossa del ginocchio erano rose da una carie divorante". Queste settimane vissute all'infermeria Sainte Croix, sono per Bernardetta un periodo di prova fisica certamente, ma anche di prova spirituale, di "notte" della fede. Ma la sua forza, la sua costanza, le chiede a Gesù, le attinge da Gesù sulla Croce.

Mercoledì 16 Aprile 1879, nella settimana di Pasqua, a metà pomeriggio, è "l'ora" in cui l'avventura di Bernardetta giunge a compimento. Come Gesù, essa affida la sua vita nelle mani di Dio, quel Dio che è "nostro Padre e che ha per noi una tenerezza infinita".

Nella foto vediamo il corpo mortale di Bernadette, rimasto intatto dal giorno della sua morte. Per la scienza un fatto "inspiegabile", per la fede invece un segno inequivocabile del "dito" di Dio in una vicenda, come quella di Lourdes, che ha tutti i caratteri dell’eccezionalità e i cui effetti si possono contemplare anche oggi in quello straordinario luogo di fede e di pietà mariana che è la piccola città dei Pirenei dove Maria apparve per la prima volta l’11 febbraio del 1858.



Sugar71
00sabato 19 aprile 2008 12.39
San Leone IX Papa


19 aprile

Alsazia, 1002 - Roma, 19 aprile 1054

(Papa dal 12/02/1049 al 19/04/1054)
Il suo nome da laico era Brunone di Dagsburg e nacque in Alsazia nel 1002. Brunone discendeva con i suoi genitori da grandi vassalli. A diciotto anni divenne canonico di Saint Etienne e a 22 anni diacono. Nel 1026 fu eletto vescovo di Toul. Salì al soglio pontificio nel 1049, prendendo il nome di Leone. Combatterà durante il suo pontificato fenomeni come la simonia e scomunicherà Michele Cerulario per lo scisma della Chiesa greca. Morì a Roma il 19 aprile del 1054. La città di Benevento nel 1762 l'ha eletto a suo patrono. (Avvenire)

Martirologio Romano: A Roma presso San Pietro, san Leone IX, papa, che dapprima come vescovo di Toul difese strenuamente per venticinque anni la sua Chiesa; eletto poi alla sede di Roma, in cinque anni di pontificato convocò molti sinodi per la riforma della vita del clero e l’estirpazione della simonia.

Il suo nome da laico era Brunone di Dagsburg e nacque in Alsazia nel 1002, terra altalenante nei secoli fra la Francia e la Germania, oggi fa parte della Germania, come lo fu per tutto il Medioevo.
Brunone discendeva con i suoi genitori da grandi vassalli, che da molte generazioni avevano avuto funzioni di governo. Fu affidato sui cinque anni, al vescovo di Toul, Bertoldo, promotore di fiorenti scuole, frequentate in quell’epoca da allievi appartenenti alla nobiltà.
Studiò con impegno, in compagnia del cugino Adalberone, futuro vescovo di Metz e già da così giovane si poteva intuire che sarebbe diventato un buon scrittore, teologo, canonista, musicista. A diciotto anni divenne canonico di Saint-Étienne e a 22 anni divenne diacono.
Nel 1024 morì l’imperatore Enrico II, e al suo posto ascese al trono un altro cugino di Brunone, Corrado II, presso il quale fu inviato per introdursi nella pratica degli affari pubblici, ricoprendo la carica di cappellano.
Arrivò una delle solite guerre che vedevano impegnato l’Impero in quel tempo, questa volta in Italia; il vecchio vescovo di Toul, vassallo dell’imperatore, dovette fornire un contingente di armati e data la sua tarda età, il comando fu dato a Brunone.
E così in quegli anni 1025 - 1026 il giovane canonico si trovò a servire il suo vescovo e il suo imperatore alla testa dei cavalieri germanici, che operavano nelle pianure lombarde. Ciò costituiva sicuro merito per accedere ad un episcopato (la lotta per le investiture, comparirà una 40ª di anni dopo); nell’aprile del 1026 morì il vescovo di Toul e il clero della diocesi procedette, come consueto, all’elezione del successore designando il giovane diacono; magari anche per ingraziarsi l’imperatore suo parente; Corrado II approvò e la consacrazione avvenne il 9 settembre 1027.
Il suo episcopato durò circa 25 anni, della sua opera vescovile non vi sono molti resoconti, al contrario si sa che diede forte impulso alla vita monastica, riformando, approvando e incoraggiando la fondazione di monasteri in varie località della diocesi.
Come vescovo-vassallo, dovette difendersi dai saccheggi che operava un vicino signore, organizzò una spedizione punitiva che però si risolse negativamente, per i rinforzi affluiti a favore del signorotto.
Fu consigliere ascoltato dagli imperatori Corrado II ed Enrico III, ebbe fermezza in svariate situazioni, affermando al di là della fedeltà all’imperatore, la propria indipendenza come vescovo e sacerdote.
Nel 1048, a Roma morì il papa Damaso II e l’imperatore Enrico III, per la terza volta dovette nominare il successore, come da tempo si faceva; la sua scelta cadde sul vescovo di Toul, Brunone, il quale restio, cercò in tutti i modi di evitarlo, ma l’insistenza di Enrico III ebbe la meglio, Brunone alla fine accettò ma con la condizione che il clero e il popolo romano, approvassero questa scelta venuta da fuori; volendo così trasformare questa elezione diciamo arbitraria, in una elezione quasi regolare.
Dopo aver trascorso il Natale celebrato a Toul, prese la via per Roma in abito da pellegrino e così a piedi nudi, entrò nella Città Eterna, accolto favorevolmente da tutti, fu intronizzato il 12 febbraio 1049 prendendo il nome di Leone IX, aveva 47 anni.
Con lui a Roma si trasferirono un gruppo di collaboratori lorenesi, accuratamente scelti e che già lavoravano con lui alla diocesi di Toul. Energicamente si mise ad amministrare i compiti che la carica gli conferiva, convocò dopo appena due mesi un Sinodo a Roma, senza consultare l’imperatore, per affrontare problemi generali come la simonia, fu intransigente con i vescovi colpevoli di ciò, sostituendone parecchi.
Ma l’idea più geniale che papa Leone IX ebbe, fu quella d’intraprendere una serie di viaggi, attraverso l’Europa per tenere oltre che a Roma, concili, sinodi e assemblee, le cui decisioni, prese alla presenza degli interessati, avevano un’importanza maggiore di quelle della lontana Roma.
Dal maggio 1049 fu a Pavia, poi attraversando le Alpi, andò in Sassonia, Germania, Belgio, Francia; stette a Toul e Reims dove consacrò la basilica di s. Remigio e tenne un altro Concilio contro la simonia, derivante dalla vendita delle cariche ecclesiastiche; dopo quindici giorni tenne un altro Concilio a Magonza in Germania, presente l’imperatore Enrico III e 40 vescovi delle diocesi, qui oltre che a condannare la simonia, dovette affrontare la questione del concubinato o addirittura del matrimonio dei preti e dei chierici maggiori.
Ritornò a Roma attraverso l’Alsazia e la Svizzera, per ripartire nel 1050, verso l’Italia Meridionale con Concilio a Siponto nel Gargano. Tenne altri Concilii a Roma, Firenze e Vercelli, con argomento principale la simonia, vera piaga della Chiesa di quel tempo e inoltre l’esame della dottrina del teologo francese Berengario; in ottobre sempre del 1050, ritorna in Lorena a Toul dove procede alla traslazione del corpo di s. Gerardo; visita l’Alsazia, la Renania, la Svezia.
Negli anni che seguono, 1051 e 1052 è occupato da viaggi in Italia, specie verso il Sud per motivi politici, Salerno, Benevento lo vedono ogni estate. Nel 1052 è in Ungheria per riportare la pace fra il re Andrea e l’imperatore; visitò altre città della Germania, di ritorno si fermò a Mantova dove riunì un Concilio contro la simonia e il concubinato, ma finì male, scoppiarono incidenti con molti feriti; il papa rientrò a Roma con un completo insuccesso.
Scomunicò Michele Cerulario che creò lo scisma della Chiesa Greca dalla Latina; nel maggio 1053 dovette affrontare, in uno scontro militare, i Normanni che pur essendo cristiani volevano ampliare il loro dominio tra Napoli e Capua, Leone IX come sovrano di Benevento, città concessagli dall’imperatore, dovette affrontarli con poche truppe, fu una disfatta e alla sera fu fatto prigioniero e condotto a Benevento, dove fu trattenuto per oltre otto mesi; alla fine ricevute tutte le soddisfazioni richieste, i Normanni lo lasciarono libero; ma ormai era solo un uomo molto malato, quasi moribondo affrontò il viaggio, giunse a Roma senza riprendersi e il 19 aprile 1054, morì in una casa vicino S. Pietro; aveva governato 5 intensi anni sul soglio pontificio.
Nel 1087, visto le molte guarigioni che avvenivano sulla sua tomba, papa Vittore III fece trasferire il suo corpo all’interno della basilica di S. Pietro. Roma e il ‘Martirologio Romano’ lo festeggiano il 19 aprile.
La città di Benevento nel 1762, elesse s. Leone IX suo speciale patrono, come pure è venerato in Francia in molte diocesi.


Syria 80
00martedì 22 aprile 2008 11.03
San Teodoro il Siceota Vescovo ed egumeno

22 aprile










San Teodoro nacque a Sykeon in Galazia (Asia Minore). La madre e la zia gestivano un albergo che fungeva anche da postribolo, sino a quando giunse un cuoco tanto capace nell'attrarre i clienti che le due donne non ebbero fortunatamente più bisogno di guadagnare il loro necessario prostituendosi. Il cuoco, persona assai devota, incoraggiò anche il giovane Teodoro a frequentare le chiese, gli insegnò a pregare e lo introdusse alla pratica ascetica del digiuno. Questa sorta di direzione spirituale influenzò non poco Teodoro, che decise di farsi eremita presso Arkea, a circa dodici chilometri da casa, ove visse in una grotta antistante una cappella. La sua fama di santità attraeva visitatori, che gli attribuirono addirittura il particolare dono dell'esorcismo contro gli spiriti maligni. Onde evitare che la sua fama si diffondesse ulteriormente, preferì ritirarsi sulle montagne e tentare di vivere in una grotta murata, nota soltanto ad un'altra persona, a cui toccò poi ricondurlo fuori in cattiva salute, sporco ed infetto. A soli diciott'anni ricevette l'ordinazione presbiterale, dopodichè si recò pellegrino a Gerusalemme, dove ricevette l'abito monastico.
Al ritorno da tale esperienza, Teodoro inaugurò un nuovo stile di vita estremamente austero, simile a quello degli stiliti, e prese a vivere sopra alcune ceste sospese. Fu attribuita alla sua intercessione ogni sorta di miracoli, fatto che attirò nuovamente visitatori e discepoli, per i quali si rese necessario organizzare un monastero, un ostello ed una chiesa. Seppur contro la sua volontà, fu eletto vescovo di Anastasiopoli, sede che governò per una decina d'anni, finché ottenne il permesso di rassegnare le dimissioni. Il suo episcopato fu caratterizzato principalmente da miracoli e prodigi. Non restano notizie di suoi “Acta” episcopali, se non tracce di controversie avute con alcuni villaggi delle tenute diocesane, che erano stati affidati a signori laici che maltrattavano ed opprimevano le popolazioni e Teodoro tentò ammaestrare. Diede infine le dimissioni per potersi dedicare anima e corpo alla preghiera ed alla cura dei suoi monaci, che durante la sua assenza avevano assunto costumi piuttosto rilassati. Trovò sistemazione presso Elaiopoli, ma fu poi convocato a Costantinopoli per ricevere grandi onori dall'imperatore, cui aveva guarito il figlio. Trascorse il resto dei suoi giorni in monastero, operando miracoli ed accogliendo i visitatori. Nacque al Cielo nell'anno 613. In tutta la sua vita fu grande devoto di San Giorgio e contribuì alla divulgazione del suo culto.


Autore: Fabio Arduino


Syria 80
00mercoledì 23 aprile 2008 12.23
Il Santo del giorno
23 aprile
San Giorgio martire

Se di S. Giorgio possedessimo solo gli Atti del martirio e più esattamente la sua Passione (considerata apocrifa già dal Decreto Gelasiano del secolo VI), potremmo perfino dubitare della sua esistenza storica. Tuttavia non si può cancellare con un tratto di penna una tradizione così universale: la Chiesa d'Oriente lo chiama "il grande martire" (mégalo-martire) e ogni calendario cristiano l'ha incluso nell'elenco dei santi. S. Giorgio, oltre ad avere dato il nome a città e a paesi, è stato proclamato patrono di città come Genova e Ferrara, di intere regioni spagnole, del Portogallo, della Lituania e dell'Inghilterra, con la solenne conferma, per quest'ultima, di papa Benedetto XIV.
Questo culto straordinario ha origini molto antiche giacché il suo sepolcro a Lidda, in Palestina, dove il martire venne decapitato all'inizio del IV secolo, era mèta di pellegrini già all'epoca delle crociate, quando il sultano Saladino vi fece abbattere la chiesa eretta in suo onore. L'immagine, a tutti nota, del coraggioso cavaliere che lotta contro il drago, diffusasi verso la fine del medioevo, trae origine dalla leggenda creatasi attorno a questo martire e riferita in vari modi dalle molte Passioni.
Narra tale leggenda che un orribile drago uscisse di tanto in tanto dal fondo di un lago e si appressasse alle mura della città recandovi la morte col suo pestifero alito. Per tenere lontano tanto flagello, le popolazioni del luogo offrivano al mostro giovani vittime, estratte a sorte. Un giorno toccò alla figlia del re offrirsi in pasto al drago. Il monarca, che nulla poté fare per evitare questa orribile sorte alla tenera figliola, l'accompagnò in lacrime alle rive del lago. La principessa pareva irrimediabilmente votata all'atroce fine, quando in suo aiuto accorse un coraggioso cavaliere proveniente dalla Cappadocia, Giorgio appunto.
Il prode guerriero sguainò la sua spada e ridusse il terrificante drago come un mite agnellino, che la giovanetta portò al guinzaglio dentro le mura della città, ormai inoffensivo, tra lo stupore di tutti gli abitanti che si serravano in casa spaventati. Il misterioso cavaliere li rassicurò, gridando loro di essere venuto a vincere il drago in nome di Cristo, perché si convertissero e fossero battezzati. Anche la gloriosa fine di questo martire ha lo stesso sapore di leggenda. Condannato a morte per aver rinnegato gli dèi dell'impero, i carnefici sperimentarono sul suo corpo
i più atroci tormenti. Pareva fatto di ferro. Di fronte al suo invitto coraggio e alla sua fede si convertì la stessa moglie dell'imperatore. Molti cristiani, pavidi di fronte alle minacce dei carnefici, trovarono la forza di rendere testimonianza a Cristo con l'estremo olocausto della loro vita. Infine anche S. Giorgio piegò la testa sulla colonna e una spada tagliente pose fine alla sua ancor giovane vita.

Tratto da www.lalode.com


Syria 80
00lunedì 28 aprile 2008 08.46
San Luigi Maria (Grignion) da Montfort Sacerdote

28 aprile - Memoria Facoltativa







Lungo il nome: Luigi Maria Grignion de Montfort. E breve la vita: 43 anni. Questo bretone di buona famiglia e di buoni studi diventa sacerdote nel 1700 (l’anno del Giubileo alluvionato, con la basilica di San Pietro impraticabile). Vorrebbe andare missionario in Canada, ma lo mandano a Poitiers. Con la sua preparazione dottrinale e col parlare attraente, si fa presto una fama: parla molto bene, ma meglio ancora agisce, assistendo le vittime di malattie ripugnanti. Però l’idea della missione non lo abbandona, sicché, lasciando perdere i superiori, va a sentire il Papa. Questo significa un viaggio Poitiers-Roma e ritorno, sempre a piedi, con una sosta a Loreto. Ma Clemente XI gli dice che l’urgenza del momento è predicare ai francesi, scossi dall’aspra battaglia dottrinale ingaggiata dai giansenisti contro Roma. Lui riprende allora a parlare in città e nelle campagne; quando è necessario affronta i dotti giansenisti con discorsi ugualmente dotti. Ma dà poi la sua misura vera nel tradurre la dottrina in linguaggio quotidiano e campagnolo, nell’accostarla alla sensibilità popolare, colpita dalla coerenza intrepida dell’esempio, quando lo si vede intento a pulire e medicare i malati, fraternamente. Le opere accompagnano la sua parola, e questa diffonde una religiosità della fiducia, spingendo a confidare in Gesù come amico, prima di temerlo come giudice. E a Gesù egli associa Maria, appassionatamente. Ma anche lucidamente. Ossia con distacco rigoroso da certa devozione mariana soggetta talora a eccessi inaccettabili (alimentati anche da scritti cosiddetti mariani, e di fatto ricolmi di "cattiva dottrina in cattiva posa", come dirà nel XX secolo il mariologo René Laurentin). Per lui, la Madre di Gesù è una creatura che può ammaestrare i cristiani di ogni tempo semplicemente con le poche parole che ha detto agli amici di Gesù, alla festa nuziale di Cana: "Fate quello che vi dirà". Questo insegnano di fatto i suoi scritti e la sua predicazione, col calore e con le immagini del tempo, e sempre con l’accompagnamento di forti esortazioni alla pratica del Rosario. Questo si legge sul suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, che resterà inedito per 130 anni; pubblicato nel 1842, diventerà uno dei testi fondamentali della pietà mariana. (Nel XX secolo sarà la lettura quotidiana del cardinale Stefan Wyszynski, primate di Polonia, prigioniero del regime comunista polacco). Nel 1712-13 padre Grignion fonda una comunità maschile di missionari per l’evangelizzazione: la Compagnia di Maria. Questi religiosi, chiamati poi abitualmente Monfortani, estenderanno via via la loro attività in Europa, America e Africa. Ma lui vedrà solo gli inizi, morendo pochi anni dopo la fondazione. Nel 1947, Pio XII lo proclamerà santo.


Autore: Domenico Agasso


Fonte: Famiglia Cristiana



Santa Gianna Beretta Molla

28 aprile







Estremamente limpida, estremamente graziosa. Così appare la dottoressa Gianna Beretta all’ingegnere Pietro Molla nei primi incontri. Si conoscono nel 1954 e si sposano a Magenta il 24 settembre 1955. Nella famiglia di lei, i Beretta milanesi, i 13 figli erano stati ridotti a otto dall’epidemia di “spagnola” dopo la guerra 1915/18 e da due morti nella prima infanzia. Dagli otto vengono fuori una pianista, due ingegneri, quattro medici e una farmacista. Uno degli ingegneri, Giuseppe, si fa poi sacerdote; e due dei medici diventeranno religiosi: Madre Virginia e Padre Alberto, missionari.
Gianna, la penultima degli otto, nata nella casa dei nonni a Magenta, è medico chirurgo nel 1949 e specialista in pediatria nel 1952. Continua però a curare tutti, specialmente chi è vecchio e solo. Medico a 360 gradi. Per lei tutto è dovere, tutto è sacro: "Chi tocca il corpo di un paziente", dice, "tocca il corpo di Cristo". I coniugi vivono la robusta tradizione religiosa familiare (Messa e preghiera quotidiana, vita eucaristica) inserendola felicemente nella modernità. Gianna ama lo sport (sci) e la musica; dipinge, porta a teatro e ai concerti il marito, grande dirigente industriale sempre occupato. Vivono a Ponte Nuovo di Magenta, e lei arricchisce di novità gioiose anche la vita della locale Azione cattolica femminile: i “ritiri” sono momenti di forte interiorità, e lei vi aggiunge occasioni continue di festa: è davvero la collaboratrice della loro gioia. Vive questo incarico come la missione di medico: dopo la sua morte, il marito leggerà gli appunti con cui lei preparava gli incontri, scoprendovi "una connessione indissolubile tra amore e sacrificio".
Nascono i figli: Pierluigi nel 1956, Maria Rita (Mariolina) nel 1957, Laura nel 1959. Settembre 1961, quarta gravidanza, ed ecco la scoperta di un fibroma all’utero, ecco l’ospedale, la gravità sempre più evidente del caso, la prospettiva di rinuncia alla maternità per non morire. E per non lasciare soli tre orfani. Ma Gianna ha la sua gerarchia di valori, che colloca al primo posto il diritto a nascere. E così decide: a prezzo della sua vita e del dolore dei suoi, a dispetto di tutto, Gianna Emanuela nasce, e sua madre può ancora tenerla tra le braccia, prima di morire il 28 aprile 1962. Una morte che è un messaggio luminoso d’amore. Ma ogni giorno della sua esistenza era stato già vissuto da Gianna nella luce. Proclamandola beata in Roma il 24 aprile 1994, Giovanni Paolo II ha voluto esaltare, insieme all’eroismo finale, la sua esistenza intera, l’insegnamento di tutta una vita. Così parla per lei Gianna Emanuela, la figlia nata dal suo sacrificio: "Sento in me la forza e il coraggio di vivere, sento che la vita mi sorride". E vuole rendere onore alla mamma, "dedicando la mia vita alla cura e all’assistenza agli anziani".
E' stata proclamata santa da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004.


Autore: Domenico Agasso


Fonte: Famiglia Cristiana



Syria 80
00martedì 29 aprile 2008 09.08
Il Santo del giorno
29 aprile

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Santa Caterina da Siena
vergine e dottore della Chiesa, patrona d'Italia


Ciò che più stupisce nella vita di S. Caterina da Siena non è tanto il ruolo inconsueto che ella ebbe nella storia del suo tempo quanto la maniera squisitamente femminile con cui svolse questo ruolo. Al papa, che ella chiamava col nome di "dolce Cristo in terra", rimproverava lo scarso coraggio e lo invitava ad abbandonare Avignone per fare ritorno a Roma, con parole umanissime come queste: "Su, virilmente, padre! Che io vi dico che non bisogna tremare". A un giovane condannato a morte, che ella accompagnò fin sopra il patibolo, disse nell'ultimo istante: "Giuso! alle nozze, fratello mio dolce! che tosto sarai alla vita durevole".
Quando sedeva a tavola con i suoi discepoli, badava a non urtare le gelosie di qualcuno e non di rado, come fa la madre col bambino permaloso, dava l'imbeccata col proprio cucchiaio a chi si sentiva trascurato da lei. Poi la voce sommessa della donna mutava tono e si traduceva spesso in quell'"io voglio", che non ammetteva tergiversazioni quando erano in questione il bene della Chiesa e la concordie dei cittadini.
Nata a Siena il 25 marzo 1347, ventiquattresima figlia di Giacomo e Lapa Benincasa, Caterina celebrò a sette anni il suo matrimonio mistico con Cristo. Che ciò non fosse il frutto di fantasie infantili, ma l'inizio di una straordinaria esperienza mistica, lo si poté costatare molto presto. A quindici anni Caterina entrava a far parte del Terz'ordine di S. Domenico, iniziando una vita di penitenza di estremo rigore. Per vincere la repulsione verso un lebbroso maleodorante si chinò a baciarne le piaghe.
Analfabeta, cominciò a dettare a vari amanuensi le sue lettere, accorate e sapienti, indirizzate a papi, re, condottieri e umile gente del popolo. Il suo coraggioso impegno sociale e politico suscitò non poche perplessità tra i suoi stessi superiori e dovette presentarsi davanti al capitolo generale dei domenicani, celebrato a Firenze nel maggio del 1377, per rendere conto della sua condotta.
A Siena, nel raccoglimento della sua cella dettò il Dialogo sulla Divina Provvidenza per sciogliere a Dio il suo ultimo canto d'amore. Rispose quindi all'appello di Urbano VI col quale si era schierata dall'inizio del grande scisma, perché il papa la volle a Roma in quel momento di grave confusione. Qui cadde ammalata e attorniata dai suoi numerosi discepoli, ai quali raccomandò soltanto di amarsi gli uni gli altri, rese la sua anima a Dio. Era il 29 aprile 1380: aveva compiuto da un mese trentatrè anni. Fu canonizzata il 29 aprile 1461. Nel 1939 venne dichiarata patrona principale d'Italia insieme con S. Francesco di Assisi. Il 4 ottobre 1970 Paolo VI l'ha proclamata dottore della Chiesa.

Tratto da www.lalode.com
Syria 80
00venerdì 2 maggio 2008 09.01
Il Santo del giorno
2 maggio

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Sant'Atanasio
vescovo e dottore della Chiesa








Atanasio, nato ad Alessandria d'Egitto nel 295, è la figura più drammatica e sconvolgente della ricca galleria dei Padri della Chiesa. Caparbio difensore della ortodossia durante la grande crisi ariana, immediatamente dopo il concilio di Nicea, pagò la sua eroica resistenza alla dilagante eresia con ben cinque esili inflittigli dagli imperatori Costantino, Costanzo, Giuliano e Valente. Ario, un sacerdote uscito dal seno stesso della Chiesa d'Alessandria, negando l'uguaglianza sostanziale tra il Padre e il Figlio, minacciava di colpire al cuore il cristianesimo. Infatti, se il Cristo non è il Figlio di Dio, e non è egli stesso Dio, a che cosa si riduce la redenzione dell'umanità?
In un mondo che si risvegliò improvvisamente ariano, secondo la celebre frase di S. Girolamo, restava ancora in piedi un grande lottatore, Atanasio, elevato trentatreenne alla prestigiosa sede episcopale di Alessandria. Aveva la tempra del lottatore e quando c'era da dar battaglia agli avversari era il primo a partire con la lancia in resta: "Io mi rallegro di dovermi difendere", scrisse nella sua Apologia per la fuga. Atanasio di coraggio ne aveva da vendere, ma sapendo con chi aveva a che fare (tra le tante accuse mòssegli dai suoi denigratori ci fu quella di aver assassinato il vescovo Arsenio, che poi risultò vivo e vegeto!), non stava ad aspettare in casa che lo venissero ad ammanettare. Talvolta le sue fughe hanno del rocambolesco. Egli stesso ce ne parla con molto brio.
Trascorse i suoi due ultimi esili nel deserto, presso gli amici monaci, questi simpatici anarchici della vita cristiana, che pur rifuggendo dalle normali strutture dell'organizzazione sociale ed ecclesiastica, si trovavano bene in compagnia di un vescovo autoritario e intransigente come Atanasio. Per essi il battagliero vescovo di Alessandria scrisse una grande opera, la Storia degli ariani, dedicata ai monaci, di cui ci restano poche pagine, sufficienti tuttavia per rivelarci apertamente il temperamento di Atanasio: sa di parlare con uomini che non intendono metafore e allora dice pane al pane: sbeffeggia l'imperatore, chiamandolo con nomignoli irrispettosi e mette in burletta gli avversari; ma parla con calore e slancio delle verità che gli premono, per strappare i fedeli alle grinfie dei falsi pastori.
Durante le numerose involontarie peregrinazioni fu anche in Occidente, a Roma e a Treviri, dove fece conoscere il monachesimo egiziano, come stato di vita organizzato in maniera del tutto originale nel deserto, presentando il monaco ideale, nella suggestiva figura di un anacoreta, S. Antonio, di cui scrisse la celebre Vita, che si può considerare una specie di manifesto del monachesimo.


Tratto da www.lalode.com




Manuela


Syria 80
00sabato 3 maggio 2008 08.54
Il Santo del giorno
3 maggio

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Santi Filippo e Giacomo
apostoli


Gli evangelisti Matteo, Marco e Luca ci danno di Filippo soltanto il nome e il luogo di nascita: Betsaida. Giovanni ci fornisce maggiori ragguagli sulla personalità di Filippo, presentandocelo anzitutto legato da amicizia con l'apostolo Natanaele-Bartolomeo, che egli presenta a Gesù: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge e i Profeti... Vieni e vedi".
Nel racconto della miracolosa moltiplicazione dei pani è a Filippo che Gesù rivolge la ben nota domanda: "Dove compreremo pane, perché questa gente possa mangiare?". Filippo non comprende il significato della domanda e dopo aver dato un'occhiata alla folla risponde: "Pane per duecento denari non basta anche a volerne dare un pezzetto ciascuno".
L'indole alquanto impacciata di Filippo viene a galla nell'ultima notizia evangelica che lo riguarda. Nell'ultima Cena Gesù parla ai suoi apostoli dell'arcano mistero trinitario. Il povero Filippo è subissato dal mistero, ma taglia corto: "Signore, mostraci il Padre e ci basta!". Il seguito della vita di Filippo è avvolto nell'oscurità, come pure la sua morte. La tradizione più comune afferma che Filippo morì crocifisso a Gerapoli, al tempo dell'imperatore Domiziano, o addirittura di Traiano, all'età di 87 anni. Le sue reliquie sarebbero state trasportate a Roma e composte insieme a quelle di S. Giacomo nella chiesa dei Ss. Apostoli. Questo sarebbe il motivo per cui la Chiesa latina festeggia unicamente i due apostoli.
S. Giacomo, che l'evangelista Marco chiama "il Minore" per distinguerlo dall'omonimo fratello di Giovanni, entra in scena come vescovo di Gerusalemme, dopo il martirio di Giacomo il Maggiore, nel 42, e l'allontanamento di Pietro da Gerusalemme. La sua immagine austera balza dalla lettera che egli indirizzò a modo di enciclica a tutte le comunità cristiane. Vi si leggono forti espressioni di monito che a distanza di diciannove secoli sono di estrema attualità: "O ricchi, piangete per la miseria che verrà su di voi... Ecco, la mercede che voi avete defraudata agli operai, che han mietuto i vostri campi, grida...".
Sulla morte di S. Giacomo possediamo notizie di antica data. Tra le più ragguardevoli, quella che ci tramanda lo storico ebreo Giuseppe Flavio, secondo il quale l'apostolo sarebbe stato condannato alla lapidazione nel 61 o 62 dal sommo sacerdote Anano II, che aveva approfittato dell'interregno seguito alla morte del procuratore Festo per eliminare il vescovo di Gerusalemme.


Tratto da www.lalode.com






Syria 80
00lunedì 5 maggio 2008 08.38
Il Santo del giorno
5 maggio

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San Giuseppe Benedetto Cottolengo
sacerdote
Pio IX la chiamava "la Casa del Miracolo" - il canonico Cottolengo, quando le autorità gli ordinarono di chiudere la prima casa, già gremita di ammalati, come misura precauzionale allo scoppio del colera nel 1831, aveva caricato le poche cose su un asino e con due suore si era avviato fuori città, in località Valdocco. Sulla porta di un vecchio casolare lesse: "Osteria del Brentatore". Egli capovolse l'insegna e ci scrisse: "Piccola Casa della Divina Provvidenza". Pochi giorni avanti, al canonico Valletti aveva detto con schietta semplicità campagnola: "Signor rettore, ho sempre sentito dire che i cavoli, perché vengano su con coste sode e raccolte, hanno bisogno di essere trapiantati. La "Divina Provvidenza" dunque ripianterà e si farà un gran cavolo...".
Giuseppe Cottolengo era nato a Bra, in provincia di Cuneo, nel 1786. Primo di dodici figli, compì con molto profitto tutti gli studi, fino alla laurea in teologia, a Torino. Vicecurato a Corneliano d'Alba, celebrava la Messa alle tre del mattino perché i contadini vi potessero assistere prima di recarsi ai campi: "Il raccolto andrà meglio con la benedizione di Dio", diceva loro. Canonico a Torino, dopo aver assistito impotente alla morte di una donna, attorniata dai figlioletti piangenti, alla quale erano state negate le cure ospedaliere per l'estrema indigenza, vendette quel poco che possedeva, mantello compreso, affittò un paio di stanze e diede inizio alla sua opera benèfica, offrendo ricovero gratuito a una vecchietta paralitica.
Alla donna che gli confessava di non avere un soldo per le spese, rispose: "Non importa, la retta la pagherà la Divina Provvidenza". Dopo il trapianto a Valdocco, la Piccola Casa si allargò a vista d'occhio e cominciò a prendere forma quel prodigio quotidiano della città dell'amore e della carità che oggi il mondo conosce e ammira col nome di "Cottolengo". Dentro quelle mura, erette dalla fede, c'è la serena operosità di una repubblica modello, che sarebbe piaciuta allo stesso Platone.
La parola "handicappato" qui non ha senso. Sono tutti "buoni figli" e per tutti c'è un lavoro adatto che riempie la giornata e rende più appetitoso il pane quotidiano. "La vostra carità - diceva alle suore - deve esprimersi con tanta buona grazia da conquistare i cuori. Dovete essere come un buon piatto servito a tavola, la cui vista mette allegria". La sua forte fibra non resistette a lungo al duro lavoro. "L'asino si rifiuta di camminare", ammetteva bonariamente. Sul letto di morte invitò per l'ultima volta i suoi figli a ringraziare con lui la Provvidenza. Le sue ultime parole furono: "In domum Domini ibimus" (Andiamo nella casa del Signore). Era il 30 aprile 1842.

Tratto da www.lalode.com

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