I Cristiani venuti dall'islam

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.gandhi.
00Thursday, May 25, 2006 7:53 PM
Questo il titolo di un libro che stò leggendo e che apre a domande opportune.
Di cosa parla?

Ecco la recensione: Vengono dall'africa, Asia.
Alcuni sono nati in italia da famiglie di tradizione islamica. Nel nostro paese sono ormai centinaia i musulmani che in anni recenti si sono convertiti al cristianesimo. Molti sono costretti a una vita semiclandestina per timore di vendette. Le storie raccolte in questo librosono solo la punta di un iceberg che si muove nella società italiana e illuminano una realtà finora largamente sconosciuta.
Le conversioni di tanti musulmani al cristianesimo sono una sfida in nome del diritto più prezioso: quello alla libertà di coscienza.



Secondo voi, è giusto che nel nostro paese esista questa realtà, con persone costrette ad una vita di semiclandestinità per aver esercitato il loro diritto a cambiare religione?

a voi i commenti
gandhi

[Modificato da mioooo 20/06/2007 20.17]

benimussoo
00Tuesday, August 22, 2006 9:27 PM
Re:

Scritto da: .gandhi. 25/05/2006 19.53
Questo il titolo di un libro che stò leggendo e che apre a domande opportune.
Di cosa parla?

Ecco la recensione: Vengono dall'africa, Asia.
Alcuni sono nati in italia da famiglie di tradizione islamica. Nel nostro paese sono ormai centinaia i musulmani che in anni recenti si sono convertiti al cristianesimo. Molti sono costretti a una vita semiclandestina per timore di vendette. Le storie raccolte in questo librosono solo la punta di un iceberg che si muove nella società italiana e illuminano una realtà finora largamente sconosciuta.
Le conversioni di tanti musulmani al cristianesimo sono una sfida in nome del diritto più prezioso: quello alla libertà di coscienza.



Secondo voi, è giusto che nel nostro paese esista questa realtà, con persone costrette ad una vita di semiclandestinità per aver esercitato il loro diritto a cambiare religione?

a voi i commenti
gandhi



Sono i predicatori dell'odio. Ma lo Stato li ha legittimati Oggi in Italia predicare e aizzare le masse a distruggere Israele è assolutamente lecito
Se un gruppo di estrema destra o estrema sinistra avesse chiesto una pagina di un giornale per lanciare un messaggio farneticante che recita «Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane», certamente si sarebbe scontrato con un netto rifiuto. Agli estremisti islamici dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) è andata diversamente.
Perché gli estremisti islamici dell'Ucoii sono pienamente legittimati dalle istituzioni e dallo Stato, il loro presidente Nour Dachan siede in seno alla Consulta per l'islam italiano istituita dal ministero dell'Interno, affermano di controllare l'85% delle moschee e ritengono di essere i veri rappresentanti dell'insieme dei musulmani in Italia.

Non importa se è un'organizzazione che nega il diritto di Israele all'esistenza e ne predica la distruzione, che legittima il terrorismo palestinese e gli attentati in Iraq e Afghanistan contro le forze multinazionali, che mira a monopolizzare il potere tra i musulmani nostrani e a concorrere alla nascita della Umma, la nazione islamica ovunque nel mondo, in sintonia con la strategia eversiva e talvolta violenta dei Fratelli Musulmani.

Non importa se nell'inserto pubblicato a pagamento dal Quotidiano Nazionale l'Ucoii mira a consolidare agli occhi degli italiani un'immagine demonizzante e sanguinaria di Israele elaborando l'equivalenza «Marzabotto = Gaza = Fosse Ardeatine = Libano».

Non importa se in un comunicato del primo agosto scorso, commentando la strage di Cana, l'Ucoii afferma che «è il segno di un'ulteriore escalation criminale di uno Stato nato nella pulizia etnica, cresciuto e consolidato nella violenza e nell'ingiustizia e che, Iddio non voglia, finirà per essere la tragedia definitiva del suo stesso popolo».

Non importa se il presidente Dachan, contraddicendo i comunicati ufficiali dell'Ucoii emessi l'11 marzo 2004 e il 7 luglio 2005, ha sostenuto (articolo di Jenner Meletti su Repubblica del 18 agosto scorso) che gli attentati di Madrid e Londra sarebbero opera dei «servizi segreti che forniscono le armi e dettano gli orari». Così come sarebbe «una grande falsità» il piano per far esplodere simultaneamente una decina di aerei in partenza da Londra: «Volevano distogliere l'attenzione da ciò che sta succedendo in Libano e hanno inventato tutto, così i musulmani diventano il pericolo. (...) Negli aeroporti si fanno controlli pesanti e si dà fastidio ai passeggeri così imparano a odiare i musulmani».

Non importa se il portavoce dell'Ucoii, Hamza Roberto Piccardo, ha avuto l'ardire di scrivere al ministro dell'Interno Amato, il 12 agosto scorso, all'indomani dell'annuncio del fermo di una quarantina di islamici, che «non è così che si fa antiterrorismo, l'operazione è stata presentata dal ministero come di contrasto al terrorismo e l'aggettivo "islamico" si è sprecato per indicare l'ambiente in cui cercare i terroristi»; ammonendo Amato a dire «a chiare lettere che noi musulmani stranieri e italiani siamo risultati estranei, una volta di più, a ogni attività suscettibile di mettere in pericolo la sicurezza collettiva e l'ordine pubblico».

Per verificare la realtà dell'ideologia dell'odio, della violenza e della morte che anima l'Ucoii, al pari di Hamas e dei Fratelli Musulmani, basta dare in queste ore uno sguardo al sito gestito da Piccardo www.islam-online.it. Vi si può leggere il messaggio del 24 luglio della Associazione Islamica «Imam Mahdi», in cui si invitano «tutti gli uomini di buona volontà (...) ad adoperarsi per contribuire anch'essi a porre fine una volta per tutte al sedicente "Stato d'Israele", a questo incubo orrendo, a questo mostro immondo che si nutre di sangue innocente». O il messaggio dal titolo «La premiata impresa di pulizie israeliana», di Carlo Bertani, del 30 luglio 2006, ripreso da www.disinformazione.it, che inizia così: «Mentre in Italia ci trastulliamo fra un voto di fiducia e uno sciopero dei farmacisti, la premiata ditta Tsahal Mossad ha dato inizio alla pulizia etnica del Libano meridionale».

A noi non resta che prendere atto che oggi in Italia predicare e aizzare le masse a distruggere Israele è assolutamente lecito, che la stampa nazionale gratuitamente o a pagamento diffonde dei messaggi inequivocabilmente ostili al diritto all'esistenza di Israele. E che tutto ciò viene considerato libertà di espressione. Nonostante si tratti in realtà del fulcro dell'ideologia del terrore di cui tutti noi siamo testimoni e vittime.
Magdi Allam

Magdi Allam
20 agosto 2006

[Modificato da benimussoo 22/08/2006 21.32]

Thommi
00Tuesday, August 22, 2006 10:59 PM

Secondo voi, è giusto che nel nostro paese esista questa realtà, con persone costrette ad una vita di semiclandestinità per aver esercitato il loro diritto a cambiare religione?


no, indubbiamente no.

è un peccato che si debba arrivare a questo punto, la guerra fredda, per risolvere i problemi.
questo scontro di civiltà ci insegnerà ancora una volta le solite lezioni, nessun uomo è malvagio e le religioni non devono più dividere gli uomini.
mioooo
00Wednesday, June 20, 2007 8:16 PM
Re:

Scritto da: Thommi 22/08/2006 22.59

Secondo voi, è giusto che nel nostro paese esista questa realtà, con persone costrette ad una vita di semiclandestinità per aver esercitato il loro diritto a cambiare religione?


no, indubbiamente no.

è un peccato che si debba arrivare a questo punto, la guerra fredda, per risolvere i problemi.
questo scontro di civiltà ci insegnerà ancora una volta le solite lezioni, nessun uomo è malvagio e le religioni non devono più dividere gli uomini.



Gli inarrestabili di Allah



Rino Cammilleri


Liberal, anno II, n. 15, dicembre 2002.




In una settantina d'anni dalla morte di Maometto l'islam si estendeva dall'Armenia all'Atlantico e si apprestava ad attaccare l'Europa cominciando dalla penisola iberica. Come si spiega questa incredibile avanzata che aveva fatto in così breve tempo tabula rasa di superbe civiltà quale l'intera Africa romana? In modo molto più semplice di quanto si possa pensare. L'ostinazione religiosa dava luogo a «uno schema strategico che rimase costante attraverso i secoli: una scorreria nei confronti dei miscredenti, avvertita come un dovere religioso e, in caso di successo, un'invasione in piena regola». Sono parole di un giovane studioso di storia militare, Alberto Leoni, in un libro (La croce e la mezzaluna, Ares, pp. 448, e. 22) che non può mancare sul tavolo di chiunque voglia capire l'islam. Le analisi, i reportage, gli instant-book e i pamphlet polemici non servono a niente senza un robusto ed essenziale libro di storia. E la storia dell'islam è una storia soprattutto bellica (altrimenti non saremmo ancora qui, nel 2002, a interrogarci con trepidazione su di esso). La citazione continua così: «Nel caso in cui la scorreria avesse esito infausto, un nuovo contingente sarebbe partito, o nella stagione stessa o nell'anno successivo. L'impressione che si ricava da una cronologia dell'espansione islamica è di una marea inarrestabile che, occasionalmente, incontra un ostacolo più forte di altri; un ostacolo che, però, viene sommerso dalla seconda o terza ondata di assalti, senza possibilità di scampo». La conquista della Spagna ben illustra questo modo di procedere. Il regno visigoto era potente e agguerrito, e già nel 680 aveva distrutto una squadra navale araba. Ma era diviso nel suo interno. Roderico aveva spodestato il precedente re, facendosi dei nemici. Questi fomentarono una rivolta dei baschi (tanto per cambiare) e chiesero segretamente aiuto ai musulmani d'Africa. Mentre Roderico era impegnato dalla parte opposta del regno, dodicimila berberi guidati da un ex schiavo, Tariq, sbarcarono con l'aiuto del governatore (cristiano) di Ceuta. Erano semplici predoni armati alla meno peggio, quelli che Roderico, accorso in fretta e furia, affrontò nel 711 con forze più che doppie. Ma al comando della cavalleria visigota c'erano i complottisti, che sul più bello fecero dietrofront abbandonando il re al massacro. Con i cavalli catturati, gli uomini di Tariq inseguirono e sterminarono il resto. Fu così che, a causa di un tradimento-boomerang, la Spagna non tornò cristiana che otto secoli dopo.




Muhammad (il Profeta) era morto nel 626 ma già nel 636 gli arabi erano in grado di mettere in ginocchio la superpotenza dell'epoca, Bisanzio, infliggendole la catastrofe di Yarmuk che toglieva ai cristiani la Siria e la Palestina. Mentre il califfo Omar entrava a Gerusalemme, i sessanta superstiti dell'eroica guarnigione dell'ultimo baluardo cristiano, Gaza, rifiutata la conversione all'islam venivano massacrati. La stessa Costantinopoli era cinta una prima volta d'assedio nel 674 e una seconda nel 717. Nel frattempo i nuovi padroni della Spagna saccheggiavano l'Aquitania, Narbona e Tolosa, battevano i franchi a Bordeaux, arrivavano alla Loira devastando Tours. Intervenne Carlo Martello, che li sconfisse a Poitiers. Ma dovette affrontarli ancora negli anni seguenti, vincendoli ad Arles e ad Avignone. Fu a Poitiers (732) che per la prima volta i cronisti usarono il termine «europei».




Non potendo qui fare la cronistoria puntuale di tutte le tappe della continua, ossessiva aggressione all'Europa dovremo limitarci, da qui in avanti, a qualche carotaggio qua e là. Cominciando col dire che, quasi nello stesso tempo, l'Europa dovette affrontare due pericoli di non minore entità, i vikinghi a nord e i magiari a est. Solo che questi due popoli, una volta battuti militarmente, si convertirono ed entrarono nella Cristianità. Si tenga presente che quei barbari, specialmente i vikinghi, ben conoscevano l'islam, con cui erano entrati tante volte in contatto. Ma, sebbene si trattasse di una religione guerriera e come tale ben più vicina alla loro mentalità, scelsero il cristianesimo e vi perseverarono, diventandone anzi, gli antemurali.




Il IX secolo vide la caduta in mani musulmane della Sicilia (conquistata «con metodi di rara brutalità»), di Bari e Taranto. Nell'846 venne saccheggiata Ostia e l'incursione si spinse alla basilica di San Pietro, che fu depredata perfino delle lamine dorate delle porte (ma, sulla via del ritorno, una furiosa tempesta colò a picco le navi saracene). Neanche tre anni dopo, una grande flotta proveniente dall'Africa si ripresentò davanti a Ostia, ma questa volta trovò ad attenderla le navi di Napoli, Gaeta e Amalfi. La battaglia che ne seguì fu la prima vinta da italici dal tempo dei romani. Il pontefice organizzò subito la riconquista delle basi saracene del Circeo, del Garigliano e di Frassineto (che controllava il Fréjus). Nel 935 i musulmani saccheggiavano Genova dopo aver preso Reggio Calabria e Cosenza. Nel 982 l'imperatore Ottone II subiva una tremenda disfatta sotto Crotone e si salvava a stento.




Il secolo seguente vide l'ascesa delle Repubbliche marinare, la progressiva perdita da parte islamica del predominio sul mare e i normanni riconquistare la Sicilia metro per metro. Nel 1081 solo Siracusa ancora resisteva, e da lì partivano feroci incursioni sulle coste calabresi (questa storia delle incursioni, pur tra una guerra e l'altra, non cessò mai: si tenga presente che l'inno dei marines americani fa riferimento a Tripoli perché anche gli Usa dovettero far fronte ai pirati barbareschi). Quando l'emiro Benavert saccheggiò Nicotera e deportò le suore negli harem orientali, Ruggero d'Altavilla reagì con una decisione che si concluse, come nei film, con un personale duello tra il condottiero normanno e l'emiro (che ebbe la peggio). Nel 1087 il numero di schiavi cristiani in mano agli islamici era così alto che il papa Vittore III non faceva fatica a chiamare gli italici alla riscossa, e una flotta di trecento navi genovesi, pisane e amalfitane, accresciuta di un contingente pontificio, conquistava la base africana di Al Mahdia. Nel 1113 i pisani prendevano Maiorca; nel 1146, i genovesi, Minorca. In ambedue i casi, provenzali e catalani parteciparono.




In Spagna nel 721 gli arabi erano padroni di tutto. Tranne un minuscolo ridotto sulle Asturie pirenaiche, un «piccolo resto» di irriducibili che il Leoni nel suo libro paragona al villaggio di Asterix. Inquadrati dagli ultimi visigoti rimasti, al comando del conte Pelayo, quei contadini e montanari inflissero ai mori una tremenda sconfitta a Covandonga nel 722. Fu il genero di Pelayo, Alfonso I, a iniziare quella Reconquista che si sarebbe conclusa solo nel 1492 a opera de Los Reyes Católicos, Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia. «Nella storia della Cristianità europea non esiste un solo popolo che non abbia difeso con le armi la propria fede», scrive Alberto Leoni. E fu proprio il successore di Alfonso I, Alfonso II il Casto, a comprendere l'importanza che avrebbe avuto, da lì in avanti, il ritrovamento delle reliquie di s. Giacomo (non a caso appellato Matamoros), per le quali fu fondato il santuario di Compostela. Seguì una epopea di travolgenti vittorie (come Simancas nel 939) ma anche di pesantissime sconfitte (come Valdejunquera, nel 920), di eroi a tutto tondo, come Rodrigo Diaz («El Cid») e s. Ferdinando III di Castiglia, e di massacri immondi, come quello effettuato dai mori su migliaia di prigionieri inermi sul Duero nel 917. Nacquero ordini monastico-cavallereschi quale il Santiago, sorto per iniziativa di tredici cavalieri castigliani che avevano fatto voto di dedicarsi a scortare i pellegrini; poi l'Evora, Aviz, San Giuliano, Alcántara, Nostra Signora della Montesa, San Giorgio di Alfama. La grande svolta nell'interminabile braccio di ferro si ebbe con la vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa nel 1212.




Nel 1071, a Manzikert, dall'altra parte del mondo, la potenza bizantina crollava di schianto davanti ai turchi selgiuchidi, lasciando del tutto indifese le vie dei pellegrinaggi cristiani in Terrasanta. Tra i sultanati turchi, quello più potente aveva la sua capitale a Nicea, a pochi chilometri da Costantinopoli. Nel 1097 cominciarono le Crociate, che terminarono nel 1291 con la caduta di Acri. Meno di due secoli durarono, e furono limitate nello spazio e nel tempo. Le fasi di conflitto armato furono ancora più ridotte. I crociati vi trovarono, anche qui, disastrose sconfitte (come quella di Dorileo, nella seconda crociata, e quella di Hattin nel 1187, a opera del Saladino), e sudate vittorie (come la presa di Antiochia, nella prima crociata, e quella di Damietta nel 1219). Re e imperatori ci morirono, come Federico Barbarossa e s. Luigi IX di Francia. Se da un punto di vista complessivo lo sforzo europeo non valse la candela, va pur detto che fino a quando i «franchi» (così erano chiamati dagli islamici tutti i crociati) occuparono la striscia costiera della Palestina l'avanzata dell'islam segnò il passo.




Acri, ultima roccaforte cristiana, cadde nel 1291, abbiamo detto. Ebbene, il primo scontro con Bisanzio, rimasta scoperta, è solo del 1301. Nel frattempo lo stendardo del Profeta era passato agli ottomani. Immediatamente il loro fondatore, Osman, iniziava a stringere la morsa sulla capitale dell'Impero romano d'Oriente. Del 1316 è l'assedio dell'importante Bursa, presa nel 1326. Seguono, dal 1330 in poi, Nicea, Nicomedia, Pergano, Smirne. Nel 1354 i turchi passano lo stretto e cade Gallipoli. Nel 1361 è la volta di Adrianopoli. Nel 1387 sono i serbi a subire l'assalto. Vincono il primo scontro a Plocnik, nel 1387. Ma, due anni dopo, il sultano Murad I massacra serbi, albanesi e bosniaci a Kosovo Polje (quel giorno, 15 giugno, è ancora oggi ricordato dai serbi come giornata del loro orgoglio nazionale). Il disastro di Nicopoli, in cui l'esercito cristiano guidato dall'imperatore Sigismondo fu annientato nel 1395, non ebbe conseguenze peggiori solo perché nel 1402 i mongoli di Tamerlano schiacciarono i turchi ad Ankara (ma subito abbracciarono l'islam).




Nel 1444 il nuovo sultano, Murad II, schiantava ungheresi (comandati dal valoroso Jan Hunyadi), polacchi, serbi, francesi e valacchi (guidati, questi, da Vlad Drakul, il leggendario «Dracula») a Varna, uccidendo il re Ladislao III di Polonia. Nel 1451, appena succeduto al padre, Mehemet II cominciava i preparativi per la conquista di Costantinopoli. La città fu presa nel 1453, dopo due anni di epico assedio che vide i cristiani prodursi in prodigi di valore. L'ultimo imperatore, Costantino XI, cadde sugli spalti. La Grecia finiva in mano ottomana e la via dell'Europa era aperta: appena tre anni dopo, i turchi erano sotto Belgrado. Ma vennero fermati il 6 agosto da Jan Hunyadi e s. Giovanni da Capestrano (il francescano che fu l'anima della coalizione cristiana). Il papa Callisto III istituì per quel giorno la festa della Trasfigurazione, a indicare la letizia che aveva illuminato l'Europa allo scampato pericolo. Ma non era affatto finita. Mentre l'eroe nazionale albanese Skanderbeg (Giorgio Castriota, detto «Iskander Bey», cioè «Alessandro Magno») passava l'esistenza a combattere i turchi, questi prendevano Otranto e devastavano il Friuli a più riprese. Belgrado cadde nel 1521, l'anno seguente fu la volta di Rodi. Nel 1526, con la catastrofe inflitta ai cristiani a Mohàcs, Solimano potè invadere l'Ungheria. Nel 1529 Vienna fu cinta d'assedio, ma questa volta le armate cristiane ebbero la meglio. Anche Malta, eroicamente difesa dai suoi cavalieri, resistette. Non così Cipro, il cui ultimo baluardo, Famagosta, cadde nel 1571. Pochi mesi dopo, il 7 ottobre, fu il giorno dell'incredibile battaglia navale di Lepanto, nella quale i turchi si schierarono a mezzaluna e i cristiani a croce. Il papa s. Pio V proclamò, per quella data, la festa di Nostra Signora delle Vittorie.




A nemmeno un anno di distanza una flotta barbaresca tentava il saccheggio di Loreto e del suo santuario, ma veniva sconfitta dai veneziani. Lo stillicidio di incursioni continuò finchè i turchi non furono in grado di riprendere in grande stile l'assalto all'Europa. Nel 1645 cominciò l'assedio a Creta, che durò ben ventiquattro anni e costò ecatombi da entrambe le parti. L'anno precedente i turchi erano stati fermati sulla Raab, in vista di Vienna (ancora!), dal Montecuccoli. Nel 1677 cominciava l'epopea del polacco Jan Sobieski, che praticamente dedicò la vita a lottare contro gli ottomani. Nel 1683 Vienna era nuovamente assediata. Questa volta il ruolo che fu di Giovanni da Capestrano era occupato dal cappuccino Marco d'Aviano. Il 12 settembre (da quel giorno, festa del Nome di Maria) i cristiani, pur in condizioni di inferiorità, inflissero una tremenda sconfitta ai turchi (Bernard Lewis, massimo islamologo vivente, dice che i fondamentalisti islamici ancora oggi vi fanno riferimento). Sorgeva in quella memorabile battaglia l'astro di uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, Eugenio di Savoia. L'11 settembre (data fatidica) 1696 questi, al comando degli imperiali, infliggeva una sonora sconfitta al nemico a Zenta, e si spingeva fino a Belgrado. Il 15 agosto del 1717 coglieva la più bella (e insperata) delle sue vittorie a Petrovaradino.




Ma anche la Russia è Europa. Invasa dai mongoli nel XIII secolo e ripiombata nella semibarbarie (prima, i principi di Kiev si permettevano di dare le loro figlie in sposa alle più importanti teste coronate d'Europa), solo nel 1380 cominciò a rialzare la testa grazie a s. Sergio Radonez e al principe Dmitrij, che sconfisse clamorosamente i mongoli sul Don. L'opera di riconquista fu proseguita da Ivan III, principe di Mosca, e soprattuto da suo nipote, Ivan IV «il Terribile», che ricacciò i mongoli nelle steppe e riprese Kazan e Astrakhan ai turchi. Da quel momento per i russi le guerre antiturche divennero una costante: con Pietro il Grande cadeva Azov; Caterina II, grazie al generale Suvorov, riprendeva la Crimea. Ma già si era alle soglie della Rivoluzione francese (nel 1789 russi e austriaci battevano i turchi a Rymnik, e tutto il Danubio ritornava europeo) e, anche se il confronto con la mezzaluna continuava, non si poteva più parlare di difesa della civiltà «cristiana» (gli ultimi a parlarne in termini di profonda convinzione erano stati Eugenio di Savoia e Suvorov). Adesso erano Stati, quelli che si scontravano, e gli europei avevano altro cui pensare.




Questa velocissima carrellata, condotta seguendo l'opera del Leoni (che peraltro prosegue fino all'avvento di Al-Qaeda), non si è soffermata sugli orrori, le nefandezze e le immani sofferenze che hanno dovuto sopportare gli occidentali pur di non vivere da dhimmi, cioè da schiavi o da esseri umani di second'ordine che, per aver diritto di respirare, dovevano pagare la «protezione». Non poter andare a cavallo né ricoprire cariche, non avere case più alte, alzarsi in piedi e cedere il posto all'ingresso di un musulmano, portare segni di riconoscimento (per gli ebrei, abiti gialli o ridicoli copricapi), non riparare le chiese né costruirne nuove, non suonare le campane, celebrare i propri riti a porte chiuse e a bassa voce: questo era il massimo di «tolleranza» che la «gente del Libro» poteva aspettarsi, quando andava bene. Gli "equidistanti nel giudizio", che non mancano mai, fanno osservare che in molti casi i cristiani non si comportarono meglio, che spesso i comandanti musulmani erano dei cristiani rinnegati, che il regno di Francia più volte tenne il sacco agli islamici, che la mora al-Andalus era splendida, che Saladino era cavalleresco e Riccardo Cuor di Leone sanguinario. Tutto vero. Ma le date su riportate testimoniano che fu l'Occidente, e non l'islam, a non avere avuto un attimo di respiro dal VII secolo al XVIII.
Viviana.30
00Sunday, March 30, 2008 9:53 PM
Conversioni dall’Islam al cristianesimo anche nell’Albenganese


Albenga. Dopo che, durante la veglia pasquale di sabato scorso, il Santo Padre ha accolto nella grande famiglia cristiana il giornalista Magdi Allam, vicedirettore del “Corriere della Sera”, che ha abiurato alla propria religione d’origine, l’Islam, cresce in tutt’Italia la curiosità attorno a questi fenomeni che indicano il passaggio tra una religione all’altra.
Al di là degli allarmismi provocati soprattutto da cellule fondamentaliste, che tuttavia non rappresentano la maggioranza del mondo islamico, è interessante però conoscere lo stato delle conversioni con conseguente passaggio tra le due religioni monoteiste nel ponente savonese. Mentre pochi sono i casi di passaggio dal cristianesimo all’Islam, soprattutto casi di italiani unitisi in matrimonio con giovani musulmane pur se l’indiano Zahoor Ahmad Zargar, presidente delle Comunità musulmane in Liguria, tende ad enfatizzarne il numero, un po’ maggiore è la somma dei musulmani fattisi negli anni cristiani. Questi nella totalità hanno abbracciato la religione cattolica.
Ad Albenga e dintorni sono una quindicina all’anno le abiure della fede di Maometto. Come rimarca però Mons. Oliveri, il pastore ingauno famoso per la sua inclinazione al dialogo con il mondo dell’immigrazione, si tratta di persone adulte da anni abitanti nella piana ingauna per motivi di lavoro. Un buon numero tra di esse è costituito da albanesi, altri sono magrebini. Nella quasi totalità però sono uomini che già al loro paese erano abbastanza freddi nei confronti della religione e che una volta in Italia, grazie all’opera di molti volontari cattolici che si sono presi cura della loro pena legata allo status di emigrati, hanno deciso di aderire alla fede in Cristo e, con l’aiuto di un sacerdote amico, sono giunti sino a chiedere il Battesimo.
Per gli albanesi poi il tutto è stato più facile ancora, essendo nella povera nazione d’oltre Adriatico la pratica religiosa, anche quella islamica, una scoperta recente, considerato che sino a quindici anni fa a Tirana vigeva l’ateismo di Stato. Pochi sono i casi di rifiuto dell’Islam per la presenza in famiglia di un caro fondamentalista, come invece è stato per Allam la cui madre in materia religiosa esprimeva una tale rigidità alla lunga risultata insopportabile dal figlio. Bisogna però, ricordano i vescovi Oliveri e Lupi a Savona, essere molto cauti nei confronti di queste conversioni, sincerarsi che esse non siano dettate da mere ragioni opportunistiche, la voglia di integrarsi prima nella società italiana, ma siano profondamente meditate e sincere.
Il cattolico poi non deve dimenticare che primo scopo della Chiesa non è quello di “aprire” ai musulmani ma quello di superare le divisioni tra i Cristiani tendendo all’unità tra cattolici, ortodossi e protestanti e che il primo pericolo per la sua esistenza non è oggi rappresentato dalla presenza di immigrati islamici in Italia, bensì dalla costante disaffezione di molti giovani italiani verso le sue pratiche.
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