Gnosi

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Ashmadaeva
00Sunday, August 31, 2008 2:26 PM
I termini "gnosi" o "gnosticismo" designano i differenti sistemi di pensiero esoterico che agli albori della tarda antichità hanno cercato di armonizzare i fondamenti salvifici della misteriosofia ellenistica e della religiosità orientale con il nascente Cristianesimo. La "gnosi", dal greco "conoscenza", è quindi un sistema sincretistico in cui confluiscono le più variegate tradizioni religiose, inclini a dimostrare un unico assunto: la "discesa", in greco katabasis, e l’imprigionamento nel nostro mondo di un principio spirituale superiore, una scintilla luminosa che solo attraverso la vera "conoscenza" l’uomo può riconoscere e ritrovare in se stesso.
Il mito centrale dello gnosticismo è espressione di una "nostalgia", di un anelito del "centro", ovvero delle origini, una sorta di desiderio precosmico dal quale si sviluppa una colpa anteriore che porta alla creazione dell’uomo e del mondo, intesi entrambi quali carceri dell’Anima divina.

Le concezioni e le aspettative della gnosi sono ben effigiate dal mito valentiniano: da un "centro" in sé conchiuso si dipartono delle emanazioni che si configurano in una "pienezza", un pleroma, cioè realizzano armonicamente tutte le infinite potenzialità creative insite embrionalmente nel "centro", ovvero nel Padre ipsissimo e sconosciuto. Fin qui non siamo lontani dal concetto di perfezione e di "compiutezza" cosmica teorizzata da Platone nel Timeo, rivisitato in chiave mitologica, ma la distanza fra "centro" e "periferia" aumenta a dismisura e subentra il collasso ontologico.

Tutte le emanazioni del "centro", cioè gli Eoni sgorgati dal Padre celeste, sono personificate e procedono usualmente per "coppie", le syzygie, riflesso dell’androginia che, rintracciabile ad ogni livello della divinità, designa la sua perfezione in rapporto al mondo, luogo esistentivo in cui vi è scissione e polarità senza mediazione (maschile/femminile, freddo/caldo, secco/umido, etc.). Solo l’ultima di esse, un’entità femminile, nel desiderio e nella "passione" di afferrare l’inconoscibile "centro", produce una lacerazione tra mondo superiore, il pleroma, e mondo inferiore, il kenoma, il"vuoto", il nostro universo. È l’origine di una generazione irregolare da cui sorge il Demiurgo inferiore, un essere abnorme, ignaro che al di sopra di lui c’è il pleroma e superbo nella sua fittizia unicità. Egli crea gli Arconti, sorta di demoni planetari attraverso il cui aiuto plasma il mondo e l’uomo. Ma l’uomo riceve, all’insaputa del Demiurgo inferiore ed omicida, una "scintilla" luminosa della vera divinità.

L’uomo potrà, gradualmente, venire a conoscenza di questa "scintilla", spinther o pneuma, nascosta in lui altrettanto profondamente quanto lo è la vera divinità nel cosmo rispetto al Demiurgo omicida. La riscoperta della vera dimensione spirituale nello gnosticismo coincide quindi con la "conoscenza" accurata delle facoltà noetiche in cui si esteriorizza il nostro pensiero: aletheia, ekklesia, zoe, logos, pleroma, sono tutti termini che nella gnosi valentiniana presuppongono una interazione creativa tra l’Intelletto o la Mente, il Nous, e il Pensiero, Ennoia. Un movimento conoscitivo che dal "silenzio" dell’Uno porta all’"abisso" della molteplicità.

La finalità che si prefiggevano i maestri gnostici era quella di fornire ai propri discepoli una via per sfuggire al "destino", la heimarmene, per liberarsi dai lacci delle archai ed exousiai che regnano sul cosmo, al fine di conseguire l’athanasia, l’immortalità. Un’immortalità, diffusa in tutta l’area ermetico-misterica, che si raggiunge con il "ritorno", con l’epistrophé dell’Anima luminosa e superiore alle sue origini divine e "pleromatiche". L’Anima infatti è una particella di Dio, il Dio luminoso ed ineffabile che nel mito gnostico scende nel vuoto della Hyle, la Materia, a salvare se stesso. È il paradosso del mito che uno storico delle religioni di inizio Novecento, Richard Reitzenstein, ha definito del "Salvatore salvato", espressione poi perfezionata da Carsten Colpe in "Salvatore salvando": Dio è Luce sorgiva ed una frazione di questa Luce cade prigioniera nella Tenebra; salvandola, Dio paradossalmente salva se stesso!

La scintilla divina, lo pneuma, è come attorniata da cerchi cosmici popolati da potenze malvagie: il suo è un mondo ipercosmico, il pleroma, l’universo delle realtà eidetiche. Il mondo di quaggiù è demoniaco in quanto depotenziato dalla Hyle, la Materia caotica, la forza cangiante esito di una vana mescolanza tra Luce e Tenebre. Plasticamente l’esilio della scintilla luminosa racchiusa nelle sfere archontiche ricorda il cosmogramma indo-iranico suddiviso nei sette dvipa, i sette continenti dello ierocosmo hindu, avvolti attorno al Monte Meru, il monte salvifico sito al centro dell’universo. Non a caso studiosi di valore come Mircea Eliade hanno rintracciato nello gnosticismo una attitudine speculativa affine, se non sovrapponibile, alla mentalità indo-iranica.

È il caso ancora dei sistemi gnostico-sethiani cosiddetti "triadici": Luce, pneuma e Tenebre sono i tre principî da cui sgorga il cosmo, generato da una unione di "sigilli" copulanti attorno ad un ombelico serpentiforme. Un mito indiano narra un episodio tipologicamente sovrapponibile: due delle maggiori divinità del folto pantheon hindu, Visnu, adagiato sull’Infinito, fluttuante sulle acque del caos primigenio, e Brahma, entità suprema, l’ordinatore cosmico dai cinque volti, si sfidarono a singolar tenzone.

Fu allora che, nella "notte priva di stelle, nell’intervallo senza vita fra la dissoluzione e la creazione", improvvisamente affiorò nelle acque del mare cosmico una immensa colonna di fuoco, apparentemente senza inizio e senza fine. I due contendenti sospesero la disputa tentando di capire dove iniziasse e dove terminasse quella immane montagna di Luce e di fuoco. Assumendo sembianze zoomorfe, Brahma in forma di oca selvatica e Visnu di cinghiale, tentarono invano di svelare l’enigma: stavano già per riprendere l’animata sfida, quando l’immensa colonna si squarciò rivelando al suo interno il sembiante di Siva, il Signore dell’universo. Quella favolosa massa ignea altro non era che un "segno", linga, di colui che è appellato Grande Dio, Mahadeva: immantinenti Siva pose fine alla disputa tra Brahma e Visnu, affermando in modo indiscutibile la propria supremazia sul tutto.

Il linga splendente non è solo l’epifania della potenza ignea del dio Siva, forza demiurgica e fecondante simile al Nous serpentiforme che nella gnosi sethiana penetra le hydata phobera, le "acque terribili", ma è anche l’axis mundi attorno al quale ruota l’intero universo, cardine di tutte le cose e sostegno dei mondi divini. Le immagini che lo raffigurano iterano un modello indo-iranico: è il Monte Mandara, utilizzato dai deva, gli dèi luminosi del cielo, e dai loro avversari, i divini ed antitetici asura, per frullare l’Oceano spermatico al fine di ricavarne l’ambrosia, la libagione d’immortalità, l’amrta; ma è anche e soprattutto il Meru o Sumeru, corrispondente all’Hara iranico, il picco dalle pendici dorate attorno al quale oscillano il Sole e la Luna. Sulla sua sommità si cela il Paradiso terrestre, il polo cosmico, via d’accesso allo svar-loka, il mondo celeste strutturato in una serie di dimore adamantine, prima fra tutte il Paradiso del dio Indra, luogo in cui cresce il miracoloso albero Parijata, l’albero che esaudisce tutti i desideri: da lì si dischiude una sequela di mondi paradisiaci sempre più puri e perfetti, irrigati dal Gange celeste, il fiume cosmico identificabile con la costellazione di Eridano.

Allo zenit di questo universo spirituale si trova il Vaikuntha, il Paradiso di Visnu, sovrastato quale empireo dal go-loka, il "mondo dei bovini", il satya-loka paradisiaco in cui scorrono fiumi di latte, burro fuso e miele, un universo di beatitudine che gli scivaiti identificano con il mondo del loro demiurgico dio.
Una dicotomia secolare oppone il Paradiso terrestre, mondo di effimera gioia arenato nelle secche del tempo, alla realtà del Paradiso celeste. Vicenda letterariamente sovrapponibile all’Invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares: su di una sperduta isola un diabolico marchingegno permette di paralizzare il divenire; uno stesso accadimento può "rivivere" quindi all’infinito. È un mondo di stasi, coagulato in se stesso come l’isola della seducente Calypso nell’Odissea omerica, ma è anche il mondo di Basilide gnostico, il cosmo archontico dove tutti iterano una medesima vicenda, assorbiti nell’oblivione: privo di divenire il "paradiso" terreno rappresenta una sorta di prigione cosmica, la Hyle gnostica, trappola fatale per i teleioi, gli "eletti", gli ardawan del manicheismo.

La sostanziale differenza tra lo gnosticismo antico e la mentalità hindu sta proprio in questo: la demonizzazione di un cosmo privo di autocoscienza, letale insidia per le Anime luminose, presuppone un dualismo ontologico estraneo al pensiero dell’India antica. Niente infatti è rimasto dell’originario "paradiso", se non una "parvenza di bene" – come affabula Basilide –, in un mondo ormai preda dell’oblio e dell’indifferenza.

È il fondamento, tutto "occidentale", dell’esoterismo gnostico: il mito di Sophia, la "Sapienza" precipitata dall’Olimpo celeste, intrisa di Luce originaria, anche se maculata da una passione divina e dall’"ignoranza". Solo una caduta precosmica – una "scissione del divino", come direbbe Gilles Quispel – può spiegare il male in cui è sommersa la scintilla luminosa, la nostra vera coscienza. Se tale frammento divino caduto qui in basso permane obnubilato ma immacolato, è perché non c’è stata unicamente una caduta in illo tempore, prima della creazione del cosmo, ma c’è stata e continua ad esserci una costante opera di redenzione da parte del Sotér, iperuranico ma immanente.

Ciò deriva dal fatto che gli Gnostikoi ritenevano l’universo fenomenico, scaturito dalla agnosia e dal timore di Sophia, privo di realtà ontologica, irreale quanto la caduta del Nous, una verità che è reale solo nel mito, poiché l’uomo ha in sé, ogni giorno ed in ogni momento, la possibilità di trascendere il divenire e conseguire l’immortalità celeste.

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