Giulia

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misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:08 AM
Giulia camminava sui tacchi sbattendoli con forza sul pavimento. Soprattutto quando correva per il corridoio in ospedale per andare a trovare il nonno Enrico. La gonna grigia con tanti pois bianchi si alzava a tratti e di qualche centimetro. I bordi svolazzavano. Sembrava leggera, Giulia. Senza problemi. Sembrava una farfalla. Senza un fiore su cui posarsi. Le calava di lato una spallina quando portava la camicetta chiara. Oppure un bordo lasciava sempre scoprire un pochino la spalla aguzza. Un chiodo che per miracolo non minacciava di strappare il vestito ad ogni passo.
Quando entrava in camera del nonno tutti si giravano a guardarla. Ѐ che non se ne accorgeva ma gli occhi riflettevano per un attimo la luce che entrava da sotto le imposte tirate solo un poco. Così il nonno e gli altri due ricoverati della stanza non si disturbavano.

-Buonasera a tutti.

Lo diceva così. Senza troppa enfasi ma neanche in modo asettico. Poggiava la borsa bianca sul tavolinetto bianco. L’unico della stanza. La tracolla era un falso firmato che aveva preso al mercato.
Poi si girava sui tacchi di 90 gradi ed univa leggermente le gambe. I polpacci vibravano un poco a quello scatto. Altri due chiodi, questa volta i due seni, seguivano come un’onda gli archi disegnati dalle scarpette nere. Aveva due piccole mammelle che costringevano tutti ancora una volta a tenere gli occhi sul suo corpo. I tre uomini seduti vicino al letto di fronte erano i figli di un altro anziano. Beppe. Ma tutti, compreso suo nonno, non facevano altro che seguire i suoi movimenti fermi ma interessanti. Come tanti burattini mossi dai fili attaccati alle anche di Giulia, così i loro occhi si muovevano intorno alle sue esili depressioni.
Alta sì che era alta. Ma più che l’altezza ti rimanevano impresse quelle lunghe ciocche nere che spesso doveva spostarsi con la mano destra da davanti alla fronte. A volte guardava in giù, come quando parlava con suo nonno. Oppure come quando cercava il rossetto tra la confusione della sua borsetta. Se ne metteva sempre un po’ mentre gli altri non la osservavano. Quando spostava il mento in basso prendeva un’espressione che solo un piccolo animale, di quelli con le orecchie un po’ aguzze ma che ti fanno tanta tenerezza, può assumere. Sarebbe potuta essere un cerbiatto una sera. Mentre la sera dopo ricordava una lince. Ma meno furba. Un’altra sera ancora ricordava più semplicemente un cagnolino smarrito.
A casa entrava sempre di fretta. Rumoreggiava parecchio con quelle doppie chiusure e quelle chiavi per poi spalancare la porta di legno vecchio, verniciata di bianco, sul suo monolocale. Tutti i muri erano coperti con la carta da parati. La stessa che aveva messo il nonno. Buttava la borsa distratta sul divanetto monoposto di lato alla porta e si sedeva subito sulla sedia di fianco al tavolino. A quel punto faceva scricchiolare un poco il collo piegando la testa da un lato. Stava ferma così. Trovava interessante osservare il quadro di fronte che ritraeva una sua foto di quando era piccola mentre giocava al mare. Accanto a lei un uomo. Il suo papà. Quando ancora aveva i baffi. Quando ancora stava con la mamma.
Poi faceva un altro crick sul lato opposto. Questa volta lo sguardo cadeva sulla boccia di vetro su uno dei piani della cucina. I due pesci rossi sembravano dormire da un pezzo.
Una macchinetta del caffè giaceva silenziosa su un fornello. Aperta nel suo lato superiore a regalare ancora qualche immagine di profumo mattutino.
Ma era già sera quando tornava in casa. Passava i pomeriggi in giro. Dopo la mattinata a sbattere le dita sui tasti di un computer di un ufficio lontano da casa, Giulia si fermava al bar di sotto durante la pausa pranzo con due o tre colleghe, sempre le stesse ormai da 10 anni. In genere perdeva un po’ di tempo in centro, appena uscita dal lavoro. Oppure in biblioteca. L’ultimo libro che aveva letto era un testo che parlava di stragi e di amori, di passioni che comunque era cosciente di non aver capito a fondo.
Solo da quando si era ammalato il nonno passava il tardo pomeriggio in ospedale. Al massimo usciva un po’ prima per cercare di comperare qualcosa per sé e per i suoi pescetti.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:08 AM
Un sussulto e un urlo soffocato fecero saltare sul letto il corpo sudaticcio e molle di Giulia. Gli occhi erano spalancati e tremava tutta. La bocca farfugliava qualcosa.

- Meno male che era un sogno.

Si asciugò un poco i capelli smossi dalla troppa agitazione e madidi di sudore per poi fare qualche movimento in aria, come a volere tirare due o tre pugni contro i fantasmi appena andati via. Diede una sbirciatina alle lancette della sveglia sul comodino. Erano già le 5 e da lì a mezz’ora si sarebbe dovuta alzare. Intravedeva al buio poco più avanti il riflesso dei pescetti immobili sopra il piano della cucina. Decise di alzarsi con uno strano movimento facendo perno sul braccio sinistro e ricadendo con un piccolo tonfo con i piedi nudi sul pavimento. Sbadigliò allargando parecchio la bocca e deformandola su un lato. Faceva un rumore grottesco ma che sentiva le giovava il risveglio. Arrancò verso la porticina del bagno. Era un piccolo corridoio con in fondo, proprio sotto la finestra, una lavatrice di quelle vecchie con apertura ad oblò davanti. Lo smalto era spesso increspato e mancavano alcuni pulsanti sul pannello frontale. Sul vetro ad esagoni stava fissa un taglio deformato di luce gialla che veniva di sotto, dalla strada. Forse il lampione di fronte la fermata del pullman.
Per qualche secondo Giulia si era fermata, stanca, con il capo pesante leggermente da un lato. Usava anche aggrottare un poco le labbra serrandole forte mentre si incantava in quelle piccole luci. Poi si stropicciò il naso strofinandolo con un dito, alzò gli occhi e lanciò la testa insieme ai capelli indietro. Vide nello specchio quadrato in mezzo al mobile del bagno sopra il lavandino due occhi stanchi che roteavano all’insù. La faccia incorniciata da una foresta ribelle e scura tra le mani che cercavano di imbrigliare quei rami secchi senza successo. Sbuffò e si grattò via qualche pallina bianca dal pigiama vecchio, proprio sopra i seni.
Nonostante il freddo, con un altro sbuffo, lancio in alto le mani e si tirò via la parte superiore del pigiama che finì dritto sullo stenditoio infilato sotto la doccia. L’acqua scendeva ghiacciata dal rubinetto del lavandino. Allora provò a trattenere il fiato mentre si inondò il viso con quella sveglia liquida che scendeva rumorosa lungo il tubo.
In meno di 15 minuti era già pronta. Accese il gas e attese il caffè sbirciando sul piccolo televisore qualche notizia e facendo una partita veloce con un piccolo gioco portatile. Dopo il caffè si vestì con un jeans scuro ma molto usurato e sopra la camicetta infilò un bel maglione verde che la avvolgeva come un nastro. Le scarpe nere le alzavano ancora di più la statura con quei tacchi quadrati.
La strada era fredda e l’aria ghiacciava mentre le entrava nelle narici fino a bussargli nella testa. Gli sbuffi ora erano diventati nuvole bianche e le labbra si erano indurite. Ci mise circa 40 minuti ad arrivare in ufficio. E neanche altri 10 a ricevere la notizia della morte del nonno.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:08 AM
Il corpo era ancora sdraiato sul letto d’ospedale dove era stato in quegli ultimi mesi. Giulia entrò di fretta, solo ora completamente sveglia. Spaventata? Triste? Non lo sapeva. Quello di cui era certa è che non poteva essere vero quello che la caposala le aveva detto solo qualche minuto prima. Non poteva essere vero. Si ripeteva mentalmente:

- Sarà come l’altra volta. Sarà solo in coma.

Stavolta no.
Ѐ quando tanti di quegli esseri che potremmo considerare alieni si spingono e si riproducono dentro l’addome. All’inizio era uno solo. Nell’intestino. Poi tanti altri. Erano mesi che dicevano che sarebbe stato inevitabile. Ma il decorso del nonno era stato diverso. Era stato lucido fino al giorno precedente. Non aveva avuto perdite di coscienza o estrema debolezza.

Infarto del miocardio.

Erano state tre parole a ucciderlo. La causa era certamente quel cattivo essere nella pancia. Ma per colpa della debolezza il corpo aveva ceduto. A causa delle cure, cattive anche quelle. Il corpo di nonno Enrico aveva ceduto. Non era una notizia sbirciata in tv distrattamente. Neanche una voce di corridoio. Ora si trovava là da sola ad affrontare la morte. Solo un separé dava un po’ di ritegno a quel corpo gonfio e stanco.
Giulia guardò verso l’alto come a cercare l’anima invisibile del nonno. Le avrebbe detto che gli voleva bene. Ma questo lo sapeva già. Poi, d’un tratto, si sentì sollevata. Una risposta era arrivata. Finalmente era libero da tutta quella sofferenza.
Gli passò tre dita su una mano fredda e le sfuggì un sorriso subito spezzato da uno scomposto tremolio del labbro. Una lunga lacrima calda, finalmente. Gli occhi gli si gonfiavano di quella ronzante luce di neon. Tutto nella stanza era un sibilare di anziani che dormivano. Solo quella lucetta accesa dietro un separé.
L’infermiera e due assistenti pregarono Giulia di uscire un attimo. Socchiusero la porta azzurra incorniciata nel metallo e lei rimase lì. Un ragazzo passò vicino a lei preceduto solo dallo strascicare dei suoi zoccoli bianchi da infermiere. Anche lui le aveva lanciato uno sguardo curioso. Timido. Forse a causa dell’ora.
Giulia incrociò le braccia. Voleva pensare a qualcosa. Ma ogni cosa che pensasse la riportava sulla figura del nonno. Si ricordò di quel giorno, da bambina, che la teneva sulle gambe robuste e le raccontava che ogni volta che si sarebbe sentita sola bastava pensare a lui.

- Ricordati che se anche non ci vedessimo basta che mi pensi e io sarò con te! Anche quando mi sento solo io penso a te e mi passa tutto.

La porta si aprì col nonno Enrico sopra la barella ricoperto da un lenzuolo bianco. Giulia allungò un braccio muovendolo lentamente verso di lui quasi a protestare che l’avessero coperto. Pensò:

- Non respira così…

Poi ebbe un brutto movimento che la costrinse contro il muro e si strascicò un poco sulla schiena prima di riprendersi facendosi forza sulle ginocchia. Una mano le sostenne il polso. Era il ragazzo di prima. L’infermiere. Le disse di respirare a fondo e di non pensare a nulla. Poi corse via per ritornare quasi subito dopo con una sedia a rotelle. La fece sedere lì e la portò sul balcone. Solo quando si riprese completamente le chiese se voleva scendere nella camera.

La giornata passò in parte così. Nessuno venne a trovare il nonno. Tra l’altro non c’era nessuno che sarebbe stato interessato a farlo. A parte Giulia. Lei rimase lì ad osservarlo per ore. La fecero uscire più volte e la invitarono a rivolgersi ad una ditta per espletare le funzioni del caso. Ma lei trovava mille scuse. E rientrava a sedersi in quell’ambiente fresco e piccolo ad osservare il suo nonnino indifeso e bianco come un giocattolo rotto e dimenticato.

- Ti sto pensando nonno.

Gli prendeva ora la mano. Poi la lasciava e questa ricadeva senza resistenza sul metallo dov’era steso il corpo.
Si spalancò la porta a due ante. Entrò un signore vestito con un maglione aperto a V di colore rosso ed un pantalone chiaro. Portava un paio di occhiali e mentre con la sinistra spinse con un dito al centro delle lenti per farle rialzare sul naso, con la destra strinse la mano di Giulia. Dopo avergli parlato un poco del nonno gli ricordò che era uno di quei signori, uno dei figli di Beppe, uno dei nonnini che si trovavano nella stanza con nonno Enrico.
Mi chiamo Alberto.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:09 AM
Alberto mosse un poco i polsini del maglione verso l’alto per scoprire meglio la camicia bianca sottostante. Torturò un altro poco l’asticella degli occhiali e per aggiustarsi meglio la visuale fece un movimento con la parte superiore dell’indice sinistro, a premere contro il ponte, per far salire le lenti meglio sul naso. Poi continuò, dopo aver fatto le condoglianze di rito:

- Capisco che vuole rimanere da sola… Con suo nonno, intendo… Ma ci sono delle procedure da sbrigare. Se permette me ne occupo io.

Si strofinò in modo impacciato la mano destra per tutta la lunghezza del palmo sulla base del maglione.

- Contatto la ditta e tutto il resto e poi le faccio sapere.

Uscì quasi facendo una reverenza, come quando si esce da una Chiesa, girandosi solo all’ultimo per infilare la porta. Giulia durante il tempo che aveva parlato non era riuscita a dargli neanche la mano. Da una parte voleva farsi vedere un pochino serena. Voleva che il nonno, sicura che la vedesse, non la trovasse così abbattuta. Ma non ci riusciva neanche un poco. Non riusciva a esprimere le forze adatte ad attivare le corde vocali o ad alzare gli angoli esterni della bocca. Tuttavia sentiva la gola secca e si decise ad andare nell’androne dell’ospedale, al piano superiore, per prendersi qualcosa. Fece un po’ di vortici con la mano infilata dentro la borsetta per far spuntare un porta monete rosa con un’apertura frontale e piccola. Tremando fece scattare il pulsante che sembrava pesare tantissimo. Scivolò fuori un euro e lo infilò nella fessura. Mentre selezionava una bottiglietta d’acqua naturale pensò che non aveva neanche ringraziato quel signore. Prese la bottiglia e cercò due volte di aprirla. Sentì il liquido fresco scendere ad inumidirle la gola. Le venne in mente un immagine di quando era al mare e stava seduta osservando l’orizzonte. L’acqua sembrava la cosa più bella del mondo anche in quell’occasione di caldo e sudore. Socchiuse un momento gli occhi e chinò un poco la testa verso destra in modo quasi impercettibile. Poi riguardò la borsa aperta. La richiuse rapidamente e decise di scendere di nuovo giù.

- Signora, il resto.

Si girò di scatto e rivide il viso di quell’infermiere che l’aveva soccorsa qualche ora prima. Si accorse anche, di colpo, come si fosse svegliata da un incanto, che la sala ristoro era piena di gente. Prese le due monete tra le due dita e si allontanò. Si sedette poco più là. Si chiese come mai il Sole continuasse a splendere così forte in una giornata senza il nonno. Scorse sulla destra due bambini che erano appena entrati nell’androne. Avevano due pigiami colorati e allegri. Una signora dietro strascicava su un paio di sandali da ospedale, bucherellati sulla parte superiore e di colore arancione. Il verde della sua divisa non sminuiva il pancione che si muoveva un po’ da un lato e un po’ dall’altro mentre avanzava inesorabile verso la macchinetta del caffè. Fece un cenno di saluto verso l’infermiere di prima che si allontanò di fretta. Poi richiamò quei due bambini che si erano fissati a torturare un cestino.

- Che ora si va a fare le analisi, lasciate quella roba.

I bambini erano così spensierati. Quante volte avrebbe voluto tornare bambina Giulia. Quante volte avrebbe voluto risentire le braccia calde e sicure del papà. Come avrebbe voluto sentirlo adesso. Ma erano mesi che non si parlavano. Avrebbe dovuto trovare il coraggio di chiamarlo. Erano già passate alcune ore. Doveva proprio. Si fece forza ed estrasse con forza un piccolo cellulare rosa pallido dalla borsa. Più volte provò a farlo accendere ma sembrava essere diventato un oggetto cattivo e noioso tutto d’un tratto. Alla fine apparse un chiarore sullo schermo principale. Una volta attivo cercò sulla rubrica e cliccò su papà. Fece squillare un poco. Ma dopo tre squilli la chiamata fu troncata. Decise di scrivere un messaggio:

- Lo so che non mi vuoi parlare. Ma sappi che nonno Enrico è mancato. Volevo informarti solo di questo.

Poi aspettò una risposta che non arrivava. Spense il cellulare e lo infilò di nuovo in quella borsa. Tre persone entrarono nell’androne seguite da un’altra decina. Il gruppo si sparpagliò velocemente. Di quelle tre riconobbe due parenti di alcuni ospiti dell’ospedale. Poi un uomo dal gruppo si staccò e si avvicinò a lei.

- Perché non si dà una bella rinfrescata? Per sentirsi meglio… Comunque ho chiamato alla ditta ed è tutto apposto. Se ne occupano di tutto loro. Vuole qualcosa da mangiare? C’è il bar proprio qui dietro, perché non viene?

Era di nuovo Alberto. Decise stancamente di alzarsi e seguirlo. La stanza del bar era già piena di gente. Ognuno urlava qualcosa al barista. Altri già pagavano i primi scontrini.

- Allora cosa prende?

Si decise:

- Un latte.

Alberto si alzò di scatto, si riaggiustò gli occhiali con un dito annuendo un poco verso Giulia e si avvicinò verso il bancone. Giulia rimase silenziosa ad osservare la strana forma quadrata del tavolino grigio. Questa volta senza pensare. Per un attimo, persino, si era dimenticata perché era lì.
Alberto tornò e posò il tutto sul tavolo. Per lui aveva preso un caffè e un croissant mentre per Giulia il latte con un altro croissant, anche se non richiesto.

- Io la ringrazio di tutto. Lei è molto gentile.

Esordì Giulia.

- Ma perché non mi dà del tu? Insomma, sono più grande di lei…te, ma chiamami pure Alberto.

Giulia gli diede la mano destra e poi si mise a piangere un poco.

- Mi scusi, mi scusi.

Alberto le pose subito un fazzoletto chiaro e ben piegato. Lo aprì e si permise di asciugarle in parte una lacrima su una guancia che cadde proprio sul piattino dov’era posato il bicchiere del latte. Giulia abbassò subito lo sguardo e si coprì un pochino il viso con una mano. Poi spostò nervosamente per tre volte il ciuffo ribelle che nascondeva ottuso la fronte. L’uomo la fissava intensamente poi le sue guance si arrossarono un poco. Distolse lo sguardo verso un frigo di gelati posto poco più in là sulla destra. Uno schiamazzo proveniente dalla gente in sala li fece sobbalzare un poco entrambi. Spinse gli occhiali con l’indice verso il naso e poi sparò, tutto di un fiato:

- Sei molto bella.

Giulia non rispose. E non pensò a nulla. Prese il latte e lo fece scendere tutto di un fiato sopra la lingua e poi giù a scomparire nella gola. Lasciò il bicchiere sul piattino con un alone dove aveva poggiato le labbra. Poi si alzò abbastanza velocemente.

- Non doveva disturbarsi, riesco anche da me.

Alberto la fermò.

- Ti chiedo scusa se ho detto quella frase. Mi è venuta così. Ma lascia che ti aiuti in questo momento.

Giulia annuì guardando verso la porta e poi si affrettò verso l’uscita per tornare dal nonno
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:09 AM
Erano passati tre giorni. Nonostante le giornate ultimamente fossero calde la notte aveva portato umidità. Giulia si era messa un golfino azzurro sopra le spalle e sotto l’impermeabile scuro mentre quattro uomini facevano scorrere la cassa fin dentro il mezzo. Solo lei e il suo nuovo amico, Alberto, al corteo dopo una messa veloce. Le era rimasta in testa la frase del prete durante l’omelia: ogni volta che abbiamo fiducia e siamo tranquilli Dio ci dona una difficoltà nuova per scuoterci e farci capire che la Salvezza non è di questo mondo.

- Dio che ci fa un favore facendoci soffrire?

Aveva pensato Giulia. Si era irrigidita subito dopo sulle braccia tese mentre Alberto le aveva passato una mano sui guanti in pelle scura. Non se ne era quasi accorta. Non riusciva a respingere completamente quelle avances. In fondo era stato così gentile con lei.
Il resto della cerimonia fu un risolversi in fretta e furia. La pioggia aveva preso a cadere e si sentivano folate di vento gelide arrivare dall’entrata della Chiesa. Il prete fu il primo a scomparire in sacrestia. Alberto porse un braccio a Giulia e la sosteneva mentre si avvicinavano all’uscita. La bara fu ricaricata in fretta sul mezzo. Alberto aprì la portiera della sua punto grigia e salì in fretta dal lato guida. Arrivarono al cimitero e poche parole di commiato precedettero il posizionamento nel loculo.

- Ti va di venire a mangiare qualcosa con me?

Aveva detto di botto Alberto. Giulia annuì silenziosa com’era solita fare. La portò in un piccolo locale del centro. Era posizionato da un lato di un grande corso e la gente sgattaiolava con fretta per cercare di evitare di bagnarsi. Gli schizzi investivano i due mentre si apprestavano ad entrare nel ristorante.
La sala era piccola ed aveva un grande soppalco, in quel momento senza nessuno. Al piano inferiore c’era una tavolino per due vicino ad un angolo. Sul lato del muro, dove si sedette Giulia, il sedile era costituito da una poltroncina. Alberto si sedette sul lato opposto, di fronte a lei, sulla sedia. Tutto intorno parecchi tavoli. La maggior parte occupati da coppie. Si sentiva solo un leggero mormorio e una sottile musica di soffondo. Forse New Age.
Lei si tolse l’impermeabile. Ebbe un tremito lungo le braccia coperte solo dalla camicetta bianca. Si aggiustò meglio il golfino sulle spalle. Lui, invece, portava un bel completo. Giulia lo guardò un attimo. Poi buttò un colpo di tosse. Gli porsero il menu. Scelsero distrattamente il piatto del giorno a base di zuppa di pesce. Qualcosa di caldo. Un vino bianco leggermente frizzante.

- Giulia lo so che ci conosciamo poco... Giulia mi ascolti?

Alberto cercava la sua attenzione. Le spiava tra il decolté il seno aspro ma fonte di desiderio per lui.

- Ogni volta che venivi in ospedale io non facevo altro che… non potevo fare altro che guardare perché sei così bella. Vorrei tanto conoscerti meglio.

Si fece intraprendente e gli passò la mano quella di lei ancora guantata. Poi si aggiustò un poco gli occhiali con un dito sul ponte e la guardò fisso. Ma fu costretto a riabbassare lo sguardo. Giulia era triste e stanca. E fissava imperterrita, con le labbra contratte, la candelina bassa nel bicchiere vicino la bottiglia pieno di liquido rosso. Non rispondeva.
Fece uno scatto improvviso e sollevò il capo verso l’alto. Riabbassò subito gli occhi su di lui e gli prese la mano. Gliela strinse un poco e gli fece un sorriso con un angolo della bocca. Gli occhi sembravano scintillare un poco. Poi ebbe un altro colpo di tosse.

- Non sai nulla di me. Sono una persona diversa da quella che credi. Tu lavori e gestisci la ditta che era di tuo padre. Io sono una semplice impiegata. Non esco molto e…

Ma lui le strinse la mano.

- Non m’importa.

Lo disse quasi tremando tanto che Giulia ebbe un piccolo scoppiettio di risa. Poi si vergognò un poco. E perché era in un luogo affollato e silenzioso e perché era di ritorno da un funerale. Di suo nonno tra l’altro.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:09 AM
Il mese successivo passò in fretta. Era ancora molto triste per aver perso il nonno. Ma aveva trovato una persona cara: Alberto. Durante quei giorni si era lasciata andare sempre di più a fantasie dal retrogusto adolescenziale e stava cominciando ad osservare fiduciosa la realtà che le si stava costruendo intorno. Persino il suo lavoro sembrava interessante.
Fu durante la fine di una pausa pranzo che la vide. Lei era vestita in modo piuttosto elegante. La signora, seduta poco lontana dal tavolino dov’era Giulia e due delle sue colleghe, la fissava con intensità. Di tanto in tanto sollevava di scatto entrambi gli angoli della bocca per poi lasciarli sprofondare di colpo verso il basso. Ma quella che la colpiva di più era la fissità dello sguardo. Gli occhi erano umidi. Come due biglie immerse nell’acqua. E immobili. Come quelli di un manichino. I capelli di un carota, che non si addicevano al viso un po’ troppo tondo e largo di quella signora, erano molto mossi e pieni di riccioli. La giacca si allargava lasciando intravedere un decolté ampio ma una pelle grassa, rugosa. Tanti piccoli puntini neri saltavano quà e là fin sotto il collo arrossato. La maglietta nera era avvolta in modo imbarazzante intorno a tre risvolti di grasso uno sull'altro sulla pancia. Solo il cappello con la larga visiera bianca riportava un certo tenore a quella figura un po’ troppo distesa sulla sedia. Da sotto il tavolo si intravedevano due consunti stivaloni neri in pelle. Molto sporca era poi la base della scarpa destra. Visibile grazie al fatto che spesso accavallava le gambe più volte a mo di sfida. Quando lo faceva, lentamente poggiava due dita a sostenere il capo. La mano sinistra si chiudeva a pugno e lasciava l’indice sotto lo zigomo sinistro e il pollice quasi sotto il mento. Era il momento in cui fissava di più Giulia che non poteva fare altro che socchiudere la bocca quando incrociava il suo sguardo provocatorio. Quindi abbassava anche lo sguardo e aggrottava la fronte. Rialzava le pupille e incrociava di nuovo quegli occhi grigi. Allora ricominciava a scherzare con le due amiche ma cercava mille scuse per salire al più presto in ufficio. Insistette per pagare lei per tutte. Prese la borsa sulla sedia e fu la prima ad avviarsi verso l’uscita del bar. Ma doveva passare proprio di fronte a quella strana signora.

- Sarà una pazza.

Aveva pensato Giulia. Si fece forza e cercò di ignorarla. Ma proprio quando aprì la porta e stava per uscire la signora le cinse un polso.

- Ma dove vai, dove vai..?

La sua voce sembrava quella di un vecchio grammofono troppo lento per lasciar comprendere il senso dei suoni che produceva.

- Io? Cosa, come?
- Ho detto: dove vai?!!!

Questa volta lo disse quasi urlando, tanto che da dietro il bancone del bar e un signore anziano seduto di fianco si girarono di scatto verso la scena.

- Che è successo Giulia?

Domandarono le colleghe.

Giulia aggrottò le sopracciglia e spinse il labbro inferiore verso l’alto mentre muoveva un pochino a destra e a sinistra il capo.

- La pazza deve parlarti di Alberto.

Esordì la signora.
A quelle parole la bocca di Giulia si rilassò e lasciò intravedere un poco gli incisivi bianchi. Poi si ricontrasse e al gesto della signora che con la mano aperta le indicava la sedia, annuì e si sedette di fianco.

- Andate. Tanto eravamo in anticipo. Vengo dopo.

Una collega gli fece un gesto con la mano destra da sinistra a destra in modo sincopato come a dire tutto a posto? Poi sgranò anche gli occhi per sottolineare la cosa.

- Non ti preoccupare. Ciao.

Le rispose a voce. Le due donne si guardarono e infilarono la porta in fila. Mentre richiudevano la vetrata si giravano di tanto in tanto e cominciarono a scambiarsi parole tra di loro.

- Allora cara la mia Giulia… ti sei divertita in questo mesetto?
- Divertita? Cosa intende dire? Che c’entra Alberto? Lo conosce?
- Se lo conosco? Se IO lo conosco? E’ proprio perché ho avuto la maledetta sfortuna di conoscerlo che oggi mi trovo ad andare in giro ad avvisare le loro amanti.
- Ma lei chi è?
- Eh beh sì… Sono la moglie! La stupida, la scema! Ma stavolta non me ne frega niente dei soldi la deve finire di cornificarmi! Sono stanca!

A quelle parole Giulia ricadde con lo sguardo fisso sui piedi. Quel giorno aveva messo delle scarpe basse e chiare. Erano delle ballerine di colore verde chiaro. Poi raschiò leggermente la punta delle dita delle mani sul jeans a righe bianche e cominciò a sbattere un pochino i piedi. Riguardò verso la donna e deglutì.

- Lei potrebbe essere mia madre.
- Fai pure tua nonna!

Questa volta il sorriso sofferto della donna si allargò in una smorfia che fece contrarre tutti i muscoli di Giulia per un lungo secondo. Ricascò con lo sguardo sui piedi. La donna si riappoggiò sulle due dita della mano. Squadrò meglio il viso di Giulia. Poi le prese con la mano destra il mento tra le dita e le voltò la faccia verso il suo viso.

- Non sei male vista da vicino cara la mia Giulia. Non male… E mi sa che non ci fai. Mannaggia…

Questa volta era la donna che abbassò lo sguardo verso il portatovaglioli sul tavolo. Lasciò il mento e giocherellò un poco con un tovagliolino di carta.
Ci fu un lungo silenzio.

- Alberto ti vuole… anzi, ti ha GIA’ fregato l’eredità.
- Quale eredità?

Rispose Giulia sporgendo le labbra in fuori.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:10 AM
La sera dopo Giulia si era messa un vestito rosso regalategli da Alberto. Sapeva benissimo che i vortici e i risvolti erano le sue passioni. Ecco allora che le aveva trovato un vestitino con una serie di leggeri movimenti che si creavano ad ogni suo passo. Appena lo aveva indossato Giulia cominciò a roteare e a roteare sulle ballerine e sul pavimento di piastrelle bianche. Il suo riflesso creava strani immagini sui due candelabri del salotto di Alberto. I due specchi si contendevano tante Giulia che scomparivano nei numerosi riflessi uno dentro l’altro. Scoppiò a ridere e poi gli diede un bacio caldo come poche volte prima. Alberto chiuse gli occhi e per un attimo sentì il cuore a mille. Poi la strinse forte più che poteva.

- Guarda che non scappo mica!

Sbottò con un sorriso Giulia. Ancora appiccicato al suo corpo ricoperto da un completo gessato grigio, abbassò un attimo gli occhi ma poi lo fissò intensamente. La bocca gli si contorse per un attimo aperta leggermente per poi richiudersi a scatto mentre continuava a guardarlo in quel buio in fondo a quel circolino negli occhi. Lui li socchiuse mantenendo lo sguardo. Poi lasciò la presa. Giulia abbassò di nuovo gli occhi e con una mano aggiustò i vari risvolti.

- E guarda come me lo hai stropicciato…

Disse di nuovo Giulia imbronciando il musetto. Spinse entrambe le labbra verso l’alto, quasi da un lato del naso. Roteò un poco gli occhi e alzò leggermente la parte bassa del vestito. Poi la rimise a posto, girando un poco il tutto verso destra. Alberto si era girato verso la finestra aperta che dava sul piccolo giardino. La Luna stava già infilzata grassa e satolla su qualche parabola del condominio di fronte. Alberto si era fissato stranamente su alcuni vestiti stesi su un balconcino di quelli con un divisorio in vetro smerigliato di colore verdastro. L’aria sapeva di estate. Anche se era ancora lontana. Pareva una di quelle serate in cui pensi che non morirai un giorno.

- Giulia ti devo dire una cosa…

Serrò brutalmente i pugni. Giulia fece un mezzo passo indietro. Rimase su una punta e sgranò un poco gli occhi in direzione della schiena dritta di lui e di quelle braccia tese. Alberto fece un giro sui talloni e si ritrovò di fronte a lei. Non più lontano di due metri da Giulia. Spinse col dito gli occhiali a sistemarseli bene sul naso. Le lenti apparivano un poco appannate. Poi sollevò entrambe le braccia vicino alle lenti. Se le sfilò e prese anche un fazzoletto dal taschino per asciugarle un poco. Mentre guardava in basso.

- Giulia io te lo devo dire. Forse sbaglio ma…

In quel mentre squillò il cellulare. Una musichetta che di Chopin aveva solo lo strazio continuava a coprire le sue parole. Giulia lo fissava. Lui continuava a pulire gli occhiali. Poi se li rinfilò.

- Giulia io… io volevo dirti che… maledetto telefono!

Si avvicinò al mobile su cui era poggiato il cellulare, proprio tra un candelabro e lo specchio.

- Sì..? Chi è..? Pronto chi è? Sì sono Alberto! Ancora tu ma che cosa vuoi? Ho da fare… No, nessuna… lasciami in pace dai… smettila ho detto! Nessuna ti dico! Oh!!!

Chiuse lo sportellino nero di scatto.

- Era ancora Amanda. Mia moglie
- Ancora quella pazza? Ma dove l’hai trovata amore?
- Quello che importa è che ora ci sei tu… non mi importa altro…

Prese per avvicinarsi di nuovo per abbracciarla. Ma il telefono ricominciò a squillare di nuovo.

- Ecco, ecco… ora lo… ecco che lo spengo.

Tenne premuto per un po’ un tastino nero. Si riaggiustò di nuovo gli occhiali premendo un poco sul ponte.

- Non si festeggia?

Esordì Giulia.

- Ma certo! Ti volevo, se vuoi, insomma… volevo andare a un ristorante. Tutto a base di pesce come piace a te…
- Era questo che mi volevi dire?
- Sì… volevo dirti questo.

Il viso di Alberto si fece di colpo serio.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:10 AM
Ritornarono sul tardi. Alla guida della Punto grigia c’era Giulia. Forse Alberto aveva bevuto un po’ troppo. Lo si capiva dal fatto che rideva senza motivo e tirava anche qualche buffetto sulla spalla di Giulia. Entrarono con l’auto nel cortile interno. Giulia dovette aiutarlo un poco ad uscire dalla macchina. Mentre lui si strofinava più volte tra il tettuccio e lo sportello, lei fu costretta a metterselo sottobraccio prima e ad offrirgli una spalla poi, ma non riusciva bene comunque a trasportarlo fino in casa. Due giorni prima era stato un mese dalla morte del nonno. E fu lui in Chiesa a sostenerla. Ora toccava a lei. Fu tentata di chiamare qualcuno. Magari un vicino. Mentre pensava questo e guardava verso i piani alti notò che la Luna si era sollevata e aveva già cominciato il suo giro notturno. Non aveva con sé l’orologio ma era sicura che fosse tardi.

- Mannaggi...a… quanto pesi!!

Sospirò Giulia. Strascicando riuscì a portarselo fino attraverso al giardino e dentro il portoncino. Lo lanciò letteralmente nell’ascensore. Lui sbattè contro lo specchio e si riprese un poco.
- Scusami Giulia, scusami…
- See, see dai cerca di mantenerti in piedi.

Lei fece un movimento secco per pigiare il numero 1. La porta sbatté contro un piede di Alberto.
- Tiralo in dentro per favore…

Lui eseguì.

- Non pensare male di me non so perché mi sono ubria…

E non terminò la parola.

- Non preoccuparti. Sono abituata sai, col nonno, dovevo girarlo più volte nel letto e…

La porta si aprì. Riuscì a girare la chiave e a trascinarlo dentro. Lui sembrava ancora ballare più che camminare. Arrivarono nella stanza da letto che l’uscio era ancora spalancato.

- Ѐ stata una serata bellissima… bellissima Giulia…

Alberto cascò di botto sul letto ancora vestito. Lei vi si sedette accanto. Osservò la forma del suo viso con sopra un’onda bianca causata da un riflesso lunare. Non poté fare a meno di contrarre il viso, le labbra in un moto di pianto che morì però sul nascere. Poi gli accarezzò il viso.
Allungò la mano destra fin sotto la camicia rosa. Il nodo della cravatta era già allentato. Infilò le unghie un poco lungo il suo petto non molto villoso… un graffio lo fece muovere leggermente sul lato. Ma rimbalzò un poco sul fianco e riprese a dormire profondamente. L’indice e il pollice afferrarono qualcosa. Qualcosa di metallico. Era la catenina d’oro. Giulia, curiosa, gliela sfilò a poco a poco. Alla fine la piccola chiave con un cuore alla base uscì fuori. Non riusciva a staccargliela.
Giulia cambiò espressione. Contrasse la fronte e il contorno degli occhi mentre le labbra si sporsero in fuori come a voler dare un bacio all’aria. Poi appoggiò una mano alla base del collo di Alberto e con l’altra tirò un colpo secco che spezzò la catena rimasta nel suo pugno.

- Ahi! Ti amo Giuly… ecco che te l’ho detto…

Giulia sgranò gli occhi. Poi inchinò un poco la testa su un lato per avvicinare un orecchio:

- Come hai detto Alberto? Come hai detto? Mi senti?
- Vuoi ballare di nuovo, sai ballare così bene…

Bofonchiò qualcosa e si girò dall’altra parte. Ora Giulia rimase in silenzio per qualche minuto. La chiave tra le due mani in grembo ed il viso rilassato con lo sguardo che dava qualche metro più in là, su una macchia del legno nodoso del pavimento col parquet.
Si alzò lentamente e senza far rumore lasciando in quella stanza i sospiri dell’amante. Si avvicinò al citofono e lo sollevò:

- Ci sei.

Disse senza tradire alcun tono.

- Sì. Apri, forza..!

Cliccò il pulsante lungo e nero. Solo uno scatto. Si sentirono dei passi nel cortile piastrellato e poi aprirsi il cancelletto che dava sul giardino. Giulia andò alla finestra del bagno che dava sul giardinetto. La aprì. Diede uno sguardo alla porta del bagno. Allungò l’orecchio per un attimo per constatare che Alberto stesse ancora dormendo. Poi gonfiò per un attimo le gote come a sbuffare qualcosa. Invece si affacciò, spiò nelle finestre di fronte: nessuno. Guardò in basso. Riguardò un attimo indietro, di nuovo, per sicurezza. Poi riguardò in basso verso il giardino. Sporse bene la mano sinistra e fece penzolare la chiave con la catenina. Prese la mira e la lasciò cadere tra le mani aperte a coppa di Amanda.
Richiuse in fretta e silenziosamente la finestra. Si chiuse il viso tra le due mani che scivolarono, dopo un attimo, verso la bocca a scoprire gli occhi arrossati. Una piccola lacrima seguì le falangi. Estrasse una piccola scatola porta pillole con una specie di cammeo in cima. La aprì. La osservò per bene. Contemplò quello che restava di una polverina bianca. Probabilmente un sonnifero. Scosse la testa un poco come a dire no. Forse un poco pentita per averla sparsa nel bicchiere di Alberto solo un’ora prima. Posò sul davanzale della finestra la scatoletta. Nella penombra lunare si fermò qualche secondo davanti lo specchio.

- Ma tu chi sei?

Chiese a quella figura riflessa senza tradire emozioni.
Poi si voltò di scatto e si preparò ad andarsene. Aveva ancora in una tasca le chiavi della Punto. Nel salone l’aspettava una valigia marrone pronta e nascosta sotto un mobile.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:10 AM
Passarono parecchie ore prima che Giulia accendesse il nuovo cellulare con il nuovo numero. Avevano organizzato tutto lei e Amanda. O forse solo Amanda e Giulia aveva seguito. Si sarebbero viste alle 7 in punto in un piccolo centro fuori città. Avevano acquistato due nuove schede, una ciascuna con tanto di cellulare, mentre il suo vecchio cellulare era rimasto spento in borsa. E pensare che era da cinque anni che non ne comprava uno nuovo. Era in giro con la Punto grigia di Alberto che sicuramente sarebbe rimasto addormentato fino al mattino e oltre. Mentre Amanda, invece, avrebbe dovuto prendere tutto quello che c’era in quella cassetta di sicurezza nella casa coniugale che si poteva aprire soltanto con l’inserimento di quella piccola chiave oltre che con la successiva digitazione del codice di sicurezza.
Giulia ci aveva pensato tutta la notte. Pochi numeri. Pochi giri su due manopole. Un piccolo click di una piccola e stupida chiave. Chiave che Alberto teneva sempre al collo. Chiave a forma di cuore, sul suo cuore. Il cuore di colui che le aveva detto di amarla. Forse…
Una chiave che avrebbe cambiato la loro vita. Le avrebbe detto Amanda. Una chiave che avrebbe fatto giustizia. Amanda si sarebbe ripresa, almeno a livello economico, i capitali bancari conservati e spesso usati per mantenere amanti. Giulia la sua eredità. Non aveva mai immaginato che il nonno le avesse lasciato tutti quei soldi. Ma Amanda l’aveva convinta con le foto e le copie dei documenti che erano in mano ad Alberto.
Si era fermata prima in autostrada Giulia. Si era fatta fare il pieno. Il serbatoio era quasi vuoto. Poi entrò nell’autogrill. Il suo viso mentre prendeva un caffè al banco e un’acqua tonica era senza rughe. Era pallida ma ogni movimento era tranquillo e fluido. Persino il ragazzo al banco non aveva potuto fare a meno di notare quel vestito rosso. Mentre si sentiva osservata Giulia aveva spostato con un guizzo da un lato all’altro degli occhi lo sguardo fissandosi su alcuni peluche esposti nel reparto vendite poco più in là. Solo un signore calvo era dritto in piedi davanti ad una fila di salvadanai con la scritta Ricordo d’Italia. Uno in particolare aveva una forma così bislacca che Giulia si chiese se fosse un maialino oppure una botte con due ganci laterali. Poi era ritornata, lasciando un poco morbide le labbra, verso il ragazzo con la camicia a righe dietro il bancone. Ora era di spalle ed era intento a servire un signore grasso e scuro in viso. Ma non per la carnagione. Sembrava sporco di fuliggine o di grasso di auto. Un autista di camion sicuramente che chiese un caffè allungato cognac. Un attimo dopo tanti pensieri gli si affollarono in testa e Giulia buttò un secondo verso il basso il viso e chiuse gli occhi. Un colpo di sonno. Decise di prendere qualcos’altro. Un latte con un filo di caffè. Lo bevve caldo e tutto d’un fiato. Sentì la lingua soffrire sotto quell’onda bollente che le scendeva in gola. Ma tutto quello che vedeva intorno, anche se sotto quei strani neon che rendevano il mondo circostante un po’ ovattato, sembrò di colpo più nitido. Solo quel ronzio sul fondo proveniente da alcuni frigoriferi sul fondo del locale, dove c’era meno luce, sembravano conciliare un poco il suo desiderio di dormire e le giravano in testa favorendogli numerosi rimorsi.
Per qualche secondo vide il corpo di Amanda rompere quella piccola cassetta di sicurezza a morsi e poi scappare via senza presentarsi all’appuntamento stabilito. Poi un sussulto ad ogni suo passo. Rialzò, Giulia, di colpo la testa. Era un altro colpo di sonno. Il signore unto e con la maglietta troppo stretta rispetto alla mole, la stava guardando. Quando si incrociarono un attimo lo sguardo egli annuì come a dire avrei fatto lo stesso anch’io. Per un attimo si volse di nuovo verso i souvenir in vendita nel locale e si rese conto che quel tizio calvo non c’era più. Poi anche il barista pareva osservarla e lei chinò un poco la testa verso il basso a guardare i poggiapiedi a sbarra dorata che stonavano col bancone rosso in plastica. Diede un piccolo colpo con la punta delle ballerine sulla base del bancone. Il suono sembrava quello di una scatola che non conteneva nulla al suo interno.
Un gran baccano di colpo entrò dalla porta automatica dell’entrata. Tanta gente con a capo Amanda brandiva la testa di Alberto. In fondo, sul piazzale, non lontano dalle pompe, c’era una figura scura e col capo verso il basso.
- Nonno… sei tu?
- Signorina ma…
Era invece il barista che la invitava a stendersi, se avesse gradito, su una delle poltroncine sul fondo. Si era addormentata di nuovo. Le consigliò, allora, un piccolo motel dopo la prima uscita dall’autostrada. Giulia prese la borsa, pagò tutto in moneta e si apprestò a raggiungere l’auto.
Quando giunse al motel era già molto tardi. Il gestore era piuttosto basso e aveva una barba di un giorno bianca e sporca. Indossava una giacca scura che sormontava una canottiera bianca e a righe. In testa un piccolo berretto di colore verde scuro. La parte inferiore completamente occultata dal retro del bancone in ciliegio massiccio. Solo una piccola lampada da studio, con un braccio movibile in acciaio e il corpo metallico di colore verde, illuminava la stanzetta. Il vecchio aveva tardato a rispondere.

- Signora sono le 3! Io stavo già dormendo!
- Per favore non mi dica che non c’è un posto ora…
- Sì c’è ma me lo paga come una notte intera!

Le aveva rimediato una stanza molto piccola. Tutto il motel era in stile nostalgico anni trenta. Suppellettili accozzate senza nessuna logica spuntavano in malo modo su una mensola su un angolo all’entrata. Il letto occupava quasi tutto il locale e c’era solo una piccola sedia in similar-pelle su un angolo con i piedi in legno chiaro. Giulia ci lanciò sopra la giacca e la borsa. Si sfilò il vestito incrociando le braccia verso l’alto. Poi rimase solo in reggiseno chiaro e tanga nero. Aveva tirato via velocemente le calze nere autoreggenti e le aveva poi lanciate sull’altro lato del letto. Avrebbe voluto rinfrescarsi un poco prima di lasciarsi andare sul letto. Invece non spense neanche la luce e chiuse gli occhi mentre si poggiava tutta sul fianco destro su quel lettone a due ante con un copriletto a righe grigie su campo rosso. Aveva subito notato i cuscini grandi e accoglienti. Ne prese uno e lo abbracciò forte mentre pensava al papà e al nonno. Strinse anche le gambe al petto. Tra le ultime cose che la accompagnarono nel sonno ci fu la paura. Quella che Amanda non le avrebbe dato la parte dell’eredità rubata da Alberto.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:10 AM
Erano già 45 minuti che aspettava di fronte la chiesetta. Erano arrivate anche alcune signore un po’ avanti con gli anni ad aspettare il prete per la messa mattutina. Di quelle che in certi posti fanno ogni giorno. Anche quelli feriali.
- Guardi che il prete non arriva prima delle otto e mezza signorina…
- Sì lo so, lo so…
Mentì Giulia. Alle 8 parecchie signore del paese entrarono e presto si potevano sentire dalla scalinata esterna le prime nenie del rosario. Amanda non arrivava. Giulia aveva dimenticato anche i suoi occhiali scuri. Aveva il viso impiastricciato e si sentiva mancare la forza nella gambe. Più volte avrebbe voluto sedersi su un gradino della chiesa ma poi non le era sembrato il caso. Si sentiva fischiare le orecchie e gli occhi le pesavano. Si sentiva un nodo allo stomaco e le braccia le dolevano. Tutta la notte era stata visitata da incubi di ogni genere. Il nonno in sonno le aveva detto:
- Dov’eri?
E aveva visto il suo letto d’ospedale allontanarsi sempre di più come in una discesa dove lei non poteva accedere. Altre volte vide nel letto accanto a sé Alberto che si era addormentato su un fianco ma quando lei lo rigirava per guardarlo in viso scopriva essere suo padre che piangeva.
- Non piangere, papà non piangere, dai…
Gli aveva sussurrato. Ma mentre le aveva poggiato una mano su una guancia il viso si era fatto scuro fino a non riconoscerlo più. Giulia si era svegliata e saltato sul letto con il batticuore proprio come quella mattina che era morto il nonno in ospedale. Per qualche lungo secondo si era chiesta dove fosse. Poi cercò il bagno per rinfrescarsi un poco. Ma dal rubinetto di quel motel non scendeva neanche una goccia d’acqua.
Ormai le donne all’interno della chiesa avevano finito anche il rosario ed erano passate a cantare un inno alla Madonna. Un signore vestito scuro le si avvicinò.
- Signorina aspettava qualcuno?
- No… Sì, dipende… lei?
- No, mi chiedevo se volesse confessarsi?
Nel dire questo si aggiustò la giacca scura e Giulia intravide un colletto rigido di colore bianco.
- No, no, la ringrazio.
Aveva preso a giocare col cellulare nuovo e aveva provato a chiamare Amanda. Uno, due, tre volte. Il telefono risultava spento. Mentre il prete entrava all’interno e la campana suonava la mezz’ora, Giulia sentì, durante il suo andirivieni su quei larghi gradini, una forte fitta a un calcagno e poi ad entrambe le caviglie. Sbuffò con forza e rumorosamente. Si poggiò prima con l’avambraccio su un corrimano pietroso. Poi si decise a sedersi su un gradino chiudendo strette le ginocchia e unendo le caviglie. Prese a sbattere più volte e velocemente le cosce con movimenti brevi. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia e mise le mani a coppa per sostenere il capo. La luce le faceva strizzare più volte gli occhi. Guardò per un attimo di fronte e vide un’anta di una finestra in legno sbattere. Una signora con un vestito scuro con pois chiari si era affacciata. La guardò dritta in faccia e fece una smorfia aggrottando il muso all’insù. Giulia chiuse un attimo gli occhi. Le tempie le sbattevano da morire.
- Basta!
Urlò con forza abbastanza da essere udita da qualche eventuale passante.
- Non me frega più di niente e di nessuno. Voglio un letto.
Aveva pensato quasi scandendo le parole. Si alzò di scatto e sembrava mantenuta con un filo che le usciva dalla sommità del capo mentre, a gambe unite e braccia lungo il corpo, cercò di tenere, ferma, l’equilibrio. Si apprestò a raggiungere la Punto. Estrasse le chiavi che le caddero. Riprese a sbloccare le portiere e risalì di fretta.
- E parti..!
Aveva girato con forza la chiave e il piede gli era pesato non poco sulla frizione. Partì facendo fischiare un poco le gomme anteriori. In pochi minuti era di ritorno sull’autostrada. Un’auto le si accostò a velocità. Cominciò a suonare. Sulle prime non l’aveva riconosciuta. Era Amanda. Prese il cellulare e le fece segno, attraverso i finestrini, di fare altrettanto. Per fortuna la strada era sgombra in quel tratto di autostrada.
- Fra 500 metri mentre c’è un’area d’emergenza. Fermati là.
Si fermarono goffamente in quel punto. La punto grigia un poco storta e l’Audi bianca perfettamente in linea.
- Ma dove stavi andando?
- Pensavo che non venivi più, poi mi sento così stanca…
- Ma come… ma come fai a pensarlo? Mi dovevi aspettare. Ci ho solo messo un poco più del solito. Tutto quì.
- Potevi chiamare, comunque… Va bene, ma ora cosa si fa? Hai preso i soldi dell’eredità?
- E anche la mia parte. Gliel’abbiamo fatta pagare a quello. E poi ho cambiato idea. Sei troppo nervosa per ritirare soldi in banca… ci ho pensato io… solo un idiota come Alberto poteva tenere tutto su un conto di una banca in un paesino!
Amanda teneva un sorriso ampio che le arrossava le gote. La pelle era turgida e chiara sotto i riflessi del Sole del mattino. Le fece segno di seguirla. Aprì l’ampio baule dell’Audi e le mostrò due valigie. Aveva ritirato tutti i conti e gli investimenti. Si trattava di qualche centinaio di migliaia di euro. Giulia non tradiva alcuna espressione. Solo i pugni che stringevano il pollice all’interno delle altre dita.
- Ecco, in quella valigia c’è l’eredità di tuo nonno.
- Così tanto?
- Con qualche interesse… e tutto in tagli da 500 purtroppo… Comunque sei stata brava, dopo tutto.
Amanda gettò in terra la valigia, richiuse il cofano e risalì in auto. Prese per partire ma poi frenò abbassando il finestrino.
- Non tornerai mica alla vecchia casa o peggio da lui ora? Buona vita! Anzi: buona NUOVA vita!
Gettò un misto tra un urlo ed una risata che fece sussultare tutto il corpo di Giulia per due o tre secondi.
E riprese per l’autostrada.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:11 AM
Giulia entrò in periferia solo dopo qualche ora di viaggio. Parcheggiò l’auto e accese il vecchio telefono dopo averlo estratto di fretta dalla borsetta. Mille messaggi si concatenavano. Erano tutti di Alberto. E altrettante chiamate perse. Pochi secondi e il cellulare cominciò a squillare. Non guardò neanche chi fosse a chiamarla. Sapeva che era sempre lui. Escluse la suoneria e scrisse un messaggio.
- La tua amata Punto si trova in via De Fabris 19. So che hai un copia delle chiavi. Ti lascio i documenti sul sedile. La tua stupida Giulia.
Guardò un attimo l’orologio. Erano le 12 e 47 minuti. Tenne premuto con forza il tastino di spegnimento. Poi staccò la batteria ed estrasse la scheda SIM. Prese le chiavi e la borsa ed uscì di fretta dalla macchina. Una lacrima le scese fredda lungo la guancia destra. Lei l’asciugò di fretta e con un movimento tremolante della mano. Guardò in alto verso il semaforo poco più in là. Premette il pulsante e chiuse l’auto. Si avviò verso l’altra via. Fece scivolare in borsa il vecchio cellulare smontato e lasciò cadere la schedina tra le fessure di un tombino sporco. Stessa fine per le chiavi dell’auto.
- Addio per sempre Alberto.
Le labbra tremarono un poco. Un’altra piccola goccia correva lungo l’occhio destro fin sopra la bocca ad inumidire il labbro superiore. Questa volta sentì il sapore salato della lacrima tra la lingua e le labbra rosse che tremavano secche e screpolate. Socchiuse gli occhi…
- Alberto…
Disse con un filo di voce. Sentì una fitta al cuore. Dura e flessibile come un fil di ferro arrotolato di fretta intorno al muscolo cardiaco. Dovette lasciar cadere il mento sul petto e un piccolo singhiozzo fece sobbalzare un poco le lacrime che ora prendevano a scendere più copiose. Si trattenne stringendo i pugni. Ripassò di nuovo la mano destra sul viso più volte. Stando attenta a togliere i residui di liquido anche dagli angoli più esterni degli occhi. Avanzò verso il semaforo e fece un centinaio di metri. Poi tornò indietro.
- La valigia!
Fece uno scatto con la mano sinistra quasi a darsi un piccolo schiaffo sul viso. Poi corse velocemente verso l’auto. Si ricordò di non avere più le chiavi. Si guardò intorno. Aggrottò le sopracciglia e alzò le guance. Poi cercò di pensare. Prese il cellulare nuovo dalla borsa e chiamò uno di quei servizi per chiedere un meccanico.
- Stai calma ora Giulia, stai calma…
Stava sudando anche se l’aria era piuttosto fresca. Mentre il telefono squillava si passò due volte la mano destra lungo i capelli per tutta la loro lunghezza. Poi rispose una voce giovanile.
- Passami il principale, passami il principale!
Passarono due minuti in attesa.
- Sì?
- Ho un problema con la macchina! Ho perso le chiavi e la macchina è chiusa!
- Non si preoccupi signorina…
Dopo venti minuti arrivarono due tipi con una Panda rossa. Scesero e con uno strano strumento lungo e affusolato aprirono la portiera che scattò verso l’esterno. Un noioso antifurto collegato al clacson cominciò a stordire le orecchie dei passanti. Allora i due aprirono il cofano anteriore ed agirono velocemente su una leva che fece smettere il frastuono. Giulia prese 50 euro, invece delle 20 richieste, e gliele porse ringraziandoli. I due uomini si scambiarono un’occhiata di intesa e la salutarono risalendo sulla Panda rossa. Appena li vide lontano, azionò la leva per l’apertura del cofano posteriore.
- E se ora arriva Alberto? E se ora arriva?
Aprì il portabagagli ed estrasse il borsone. Era pesante. Lo poggiò velocemente in terra, sull’asfalto, facendolo inclinare su un lato. Poche ore prima era rimasta per 10 minuti interi ad osservarlo. Aveva pensato di lasciarla lì in autostrada quella borsa. Non sapeva neanche bene il perché. Aveva avuto voglia di buttare via quella valigia pesante, dal primo ponte incontrato lungo il tragitto. Anche questa volta si era chiesta il perché senza trovare risposta. Ora invece osservò per un attimo i bordi orlati e ricamati. Ma non era una bella valigia, osservò. Era piena di scuciture e una zip non si chiudeva completamente. Prese a due mani il borsone e si trascinò fino al semaforo. Lesse la via all’incrocio. Prese il cellulare nuovo e fece il numero dei tassì.
- Buongiorno taxi, mi dica…
- Ehm, via… via… ma che via è?
- Signora mi dica la via, prego…
- Un attimo…
- È una scherzo per caso, signora? Noi stiamo lavorando…
- No, certo che no… Un attimo… sono all’incrocio con via De Fabris e… ah ecco, mi scusi… Me lo mandi in via Bonaiuto 30.
- 5 minuti, buongiorno!
Il tassì arrivò con un certo ritardo. Un omino sottile e vestito chiaro l’aiutò con la valigia. Giulia si guardava a destra e a sinistra da dietro le spalle. Le mani erano raggrinzite e il movimento del cuore era visibile all’altezza del petto che si alzava e si abbassava veloce da sotto il vestito madito di sudore. Riuscì solo dire:
- Un hotel a 4 stelle qualsiasi. Ma dall’altra parte della città! Ah… per favore e grazie…
Dormì un poco durante il tragitto. Poi l’omino la svegliò. Sembrava chinare un poco la testa per guardarla meglio in piedi da fuori l’auto.
- 48 euro… eh…
- Un attimo…
Giulia cercò nella borsa ma si rese conto di avere solo moneta e 20 euro in carte.
- Guardo nella borsa da viaggio…
Non le era sembrata una buona idea. Ma non vedeva come risolvere altrimenti.
- Ha 500 euro da cambiare?
- Che?
L’omino rimase basito. Finirono per entrare direttamente nell’hotel, i 5 monti, per chiedere il cambio.
Una volta andato via il tassista Giulia esordì alla receptionist:
- Una camera comoda, matrimoniale, full optional, con doccia e frigo! Ma soprattutto… letto comodo!
Doveva avere uno sguardo sconvolto perché la ragazza da dietro il bancone la guardò sgranando gli occhi e poi serrando forte i denti.
- Sì, certo, certo non si preoccupi.
Le porse le chiavi col numero 40 tenendole tra due dita come si farebbe con un filo a piombo.
Giulia dormì per tutto il giorno completamente nuda sotto le coperte. Le tapparelle tutte abbassate. Aveva spento il cellulare e si era fatta subito una doccia bollente. Non aveva mangiato nulla. Non aveva fame d’altronde. Fece un lungo sonno senza sogni.
Fino a sera.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:11 AM
Giulia si svegliò e dopo un attimo di confusione guardò in giro per la stanza. Trovò la piccola luce sul comodino sulla destra e subito lo sguardo cadde ai suoi piedi e poi sopra la sedia poco più avanti. La valigia giaceva silenziosa con la cerniera verso di lei. Per un attimo aveva avuto un momento di sconforto. Si era passata entrambe le mani tra i capelli e si era poi grattata un poco il naso, proprio sulla punta, dove un fastidioso dolorino le aveva disturbato anche il sonno di prima. Si sedette meglio tra le lenzuola bianche e si perse un attimo ad ascoltare la morbidezza delle stesse passando e ripassando tante volte il palmo della mano destra sul materasso descrivendo piccoli cerchi. Lo sguardo era fermo e assente. Gli occhi però sembravano seguire, di tanto in tanto, con un leggero scatto, i movimenti della mano. Si guardò poi le unghie. Lo smalto chiaro era quasi del tutto scomparso. Solo qualche spillo luminoso qua e là sulla superficie dell’unghia. Prese per un attimo a fare una cosa nuova. Diede tre o quattro piccoli morsetti sulla punta delle unghia di una mano. Tanto per saggiarne la flessuosità mista alla durezza. Sentì la saliva scendere un poco sul mento. Poi decise di alzarsi definitivamente. Cercò l’orologio prima sul comodino di lato, vicino alla lampada. Poi rotolò due volte sul fianco fino a ritrovarsi a pancia in su. Incrociò un momento le mani sul grembo e si fissò su una macchiolina sul soffitto. Accennò un sorriso con un angolino della bocca subito spezzato da un muto ed ampio sbadiglio. Le labbra si contorsero non poco verso il lato destro. Poi, come una molla, fece che saltare seduta sul letto con la schiena ritta come fosse poggiata a una parte di aria. Riportò le mani in grembo e lentamente si alzò facendosi forza sulle ginocchia. Mosse più volte la testa a destra e a sinistra.
- Ma dove diavolo ti sei ficcato..?
Si mosse verso la sedia e spostò un poco la valigia. Poi andò a controllare sul frigobar. Infilò di nuovo la punta dell’indice in bocca un secondo… assaporò un altro momento la pelle salata mentre gli occhi roteavano seguendo i bordi oculari dal alto fin verso l’alto.
- Ah!
Aprì di scatto il frigo. L’orologio aspettava penzolando il cinturino dorato tra uno scomparto e l’altro. Mentre se lo portava vicino agli occhi prese anche una birra in lattina da 33CL. Strizzò due volte gli occhi. Alla fine si inginocchiò un poco per mettere il quadrante in direzione della luce opaca del frigo.
- Le 9 e mezza! Azz..! se ho dormito! Mmmh, c’ho una fame…
Passò una mano a palmo aperto sull’ombelico scoperto e fece un breve movimento, più simile ad un buffetto che ad una carezza, verso l’alto strofinandosi il ventre. Poi si rizzò in piedi con le spalle un poco incurvate. Mosse un poco le spalle in avanti e indietro e sollevò le braccia tenendo ancora l’orologio in mano. Si stirò un poco verso l’alto accompagnando un poco il movimento sollevandosi sulle punte. I polpacci si indurirono un poco. Lei si volse dietro col capo a spiare le rotondità sulla parte bassa del suo corpo. Si fermò con lo sguardo sulle caviglie.
- Mmmh…
Sospirò sgranando gli occhi e gonfiando un poco le gote.
- Ma sì… a mangiare.
Disse avvicinandosi al vestito rosso abbandonato sulla valigia.
Poco più tardi fu sotto al ristorante.
- La signora aspetta qualcuno?
Un cameriere in divisa si era prodigato a portarle un menu. Al piccolo scuotere della testa da una parte all’altra da parte di Giulia accennò un breve assenso col capo. Poi si allontanò girandosi sui tacchi e fissando senza scomporsi un altro tavolo dove si erano seduti due signori. Fece un segno verso il signore al banco e si avvicinò a prendere un altro menu da consegnare ai nuovi arrivati.
- Mamma mia che prezzoni!
Giulia sbuffò una risatina commentando tra sé e sé. Ma stasera aveva voglia di mangiare quello che voleva. E poteva farlo e ora e per sempre.
Scelse pesce ovviamente. Ma anche un bel primo. Optò per un piattone di spaghetti allo scoglio. Poi prese l’astice. Ebbe qualche difficoltà nello spezzare le chele con la pinza. Fece più volte colare il sughetto caldo sul tovagliolo posizionato a bavaglio. Continuava a ridere tra sé tanto che la coppia seduta accanto più volte si girava verso di lei. In particolare la signora vestita con un abito verde sul quale spiccava l’enorme collana di perle opache, la fissava contorcendo il naso ogni qualvolta si sentivano i vari crik o crok di quelle chele maltrattate. Giulia poi aveva preso anche a pulirsi più volte le guance con le mani, incurante di imbrattarsele a loro volta.
Il cameriere gli porse allora un piccolo rotolo di tovaglioli di carta. Il viso dell’uomo si aprì in modo tirato accennando un lieve inchino prima di ritirarsi.
- Grazie, grazie! Altro vino per favore!
Aveva optato per un frizzantino rosso. Aveva voglia di un bel rosso invece del solito bianco. Un pochino di liquido le scendeva ora sul mento creando un alone misto a qualche residuo di astice appena percettibile. Prese alla fine l’animale tra le due mani e l’addentò facendo un rumore intenso. La coppia vicino fece un cenno al cameriere. La donna si alzò e si avvicinò al banco.
- Lascia cara che faccio io… figurati…
Prese l’uomo alzandosi di scatto lasciando cadere dal pantalone del completo scuro il tovagliolo a terra. Corse verso il banco e domandò il conto.
Giulia assistette alla scena e rise come quando era bambina. Gonfiò parecchio le gote e sbuffò colpetti divertenti che si mischiarono alla tosse a causa del cibo ancora non ingoiato. Con tutte e due le mani unte e alzate versò l’alto urlò:
- Ehi tu, cameriere, portalo pure a me il conto! Pago con pezzi da 500!
Il cameriere che in quel momento si trovava in fondo alla sala non si voltò a parte per un breve cenno del capo e degli occhi verso di lei. Stava per alzarsi Giulia quando un uomo piuttosto distinto le si avvicinò.
- Ma buonasera Giulia! Sono Sam, ti ricordi di me?
L’uomo si sedette al tavolo senza troppi complimenti.
- Cameriere il conto a me, grazie… gradisci un caffè? E magari dopo un ammazzacaffè?
L’uomo allargò il viso in un ampio sorriso che scopriva i denti luminosi disegnando un grande arco fin quasi sotto gli occhi. Si appoggiò sul dorso delle mani intrecciate. La fissava con occhi larghi e grandi. I capelli erano piuttosto e volutamente mossi di un nero liquido a causa del troppo gel. Le sopracciglia folte e scure e strette sul naso piuttosto gonfio. Il mento tradiva una barba fatta male con qualche taglietto qua e là vicino alla fossetta. Anche la mascella era piuttosto spessa. Le orecchie appena visibili tra i capelli abbandonati fin sopra la camicia bianca a righe rosa. Rosa era anche l’interno del colletto.
Giulia fece uno strano movimento sulla sedia. Prima sembrava avvicinarsi verso l’uomo seduto di fronte come se affetta da miopia fulminante. Poi ricadde pesante sul mobile buttando indietro la schiena. Socchiuse gli occhi lasciando una fessura stretta. Sibilò tra le labbra contratte:
- Scusi, ma lei chi sarebbe, ha detto?
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:11 AM
L’uomo si sfilò la giacca marrone e l’appese allo schienale della sedia. Poi riappoggiò il mento sulle mani intrecciate.
Giulia si sporse un pochino di lato sul sedile. Si pulì un poco la bocca unta lasciando una leggera striscia di sugo tra il labbro superiore e il naso. Poi fece guizzare gli occhi da sinistra a destra a controllare le estremità del salone da una parte e dall’altra.
Sam non smise di fissarla con quel suo grande sorriso. Spostò un pochino il mignolo della mano sinistra e si diede una grattatina sotto la base del naso.
- Possibile non ti ricordi? All’ospedale… quel giorno…
Giulia non rispose. Lo squadrò meglio da capo a piedi. Si fissò sulla sua fossetta sul mento.
- Sei amico di..?
- Alberto..? Certo…
La donna fece un piccolo balzo sulla sedia e cominciò a muovere velocemente la testa da un lato all’altro della sala. Aprì la bocca lasciandosi sfuggire qualche sospiro rumoroso. Poi fece per alzarsi tirando indietro la sedia e facendo leva sulle ginocchia.
- Non ti farò del male, tranquilla.
Lui le aveva preso la mano sottile. Il tocco era caldo, ruvido. Davano l’idea di uno che aveva lavorato molto nella vita. Forti, grandi e quadrate, le sue mani stavano in bella mostra sul tavolo. Una cingeva con una stretta leggera il polso di Giulia.
- Siediti.
Le disse serio e con le labbra serrate.
Lei si risedette tirandosi la sedia sotto il tavolo. Richiuse le ginocchia e si poggiò meglio sullo schienale. Rilassò il contorno occhi e questa volta riprese a battere le palpebre con calma. L’iride si rilassò un poco.
- Eh?
Lo invitò a proseguire ritirando la mano vicino a un fianco.
L’uomo rischiuse il sorriso e si guardò un taschino. Poi slacciò le mani e si mise a cercare qualcosa tra le tasche della camicia. Si alzò un attimo rivelando un paio di jeans marroni con cuciture bianche. Alla fine estrasse delle carte stropicciate e piegate in quattro da una tasca di dietro.
- Possibile che non ti sei mai chiesta come mai tuo nonno non ti abbia parlato della tua eredità?
Giulia fissò per qualche secondo il foglio sulla tovaglia bianca. Il cameriere si avvicinò posando due tazzine sui rispettivi posti sul tavolo.
- Caffè signori…
- Ci porti anche due digestivi. Io prendo anche un dessert. Magari un tartufo. Tu?
Lui alzò lo sguardo verso Giulia.
- Un amaro qualsiasi. Grazie.
Il cameriere scattò di lato e si allontanò.
Sam fece un movimento col mento in avanti e verso il basso, indicando il foglio sul tavolo. Poi fissò Giulia. Smise di sorridere e il viso si contrasse nelle due labbra serrate. Nessuno dei due toccò i caffè che fumavano fin sotto i loro nasi.
Giulia fece scattare la mano destra che afferrò veloce il foglio. Se lo portò dietro il piatto. Lo aprì e cominciò a leggere alla rinfusa.
- Che significa?
- Sei una ragioniera… dimmelo tu…
L’uomo riprese a sorridere. Chinò un poco la testa di lato sempre fissando gli occhi di Giulia.
- È un bilancio. Della società edile che era fallita e che era di nonno Enrico. Cosa c’entra mio nonno? Mio nonno aveva perso tutto.
- Vedi cara la mia piccola Giulia…
L’uomo si mosse da una parte all’altra della sedia come a cercare meglio l’equilibrio. Si grattò un poco sotto il mento e nella parte alta del collo. Diede un’occhiata di lato girando anche il capo e poi si avvicinò a Giulia sollevandosi un poco sulla sedia.
- Quello che era rimasto, cara Giulietta… soldi nascosti… quello che ti eri fatta fregare da Alberto. Tutta roba conservata e nascosta accuratamente. Ma Alberto sapeva tutto.
Le aveva detto sottovoce. Giulia si limitò a contrarre da un solo lato la fronte. Si morse un poco la lingua.
- Spiegati meglio, per favore.
Chinò il viso a riguardare i fogli. L’uomo li afferrò e li abbassò un poco quel tanto da poter dare un’occhiata veloce.
- Beh io sono venuto a prendere la mia parte, ovviamente. O preferisci che ti porti da Alberto?
Giulia fece un movimento di spinta con le braccia verso il tavolo e si alzò.
- Ah, ah… Giulia sono sicuro che non mi farai arrabbiare, cara la mia impiegata.
- Quanto ti ha dato Alberto per trovarmi?
- Molto meno di quello che mi darai tu per non averti trovata. A proposito, quanto viene la metà? Mi spetta non credi? Dopo tutta la strada che mi hai fatto fare ci vuole un piccolo rimborso.
Giulia guardò in basso e si fermò con lo sguardo sulla punta delle ballerine.
Sam scoppiò in una risata con un tono profondo fissandole la fronte:
- Non mi dire che non li hai neanche contati!
L’uomo prese una bustina delle due sul piattino. La aprì tirando con due dita di una mano e versò lo zucchero nella tazzina. Girò un poco il cucchiaino.
- Guarda che Alberto è un tipo strano. E’ un tipo tranquillo, sì… Ma se perde la testa… e poi si è fissato con te e i soldi. Ma io lo conosco. Vuole che ti riporto da lui. Vuole te. Quello ha perso la testa secondo me.
Incominciò a sorseggiare il caffè. Poi lo finì con unico colpo di polso. Giulia non toccò la sua tazzina. Rimase in piedi vicino al tavolo a fissare Sam e i suoi movimenti.
Il cameriere poggiò sul tavolo un tartufo bianco e due bicchierini contenente qualche tipo di alcolico. Diede uno sguardo con la testa chinata verso il basso e gli occhi verso l’alto a spiare Giulia che stava tutta contratta e silenziosa in piedi. Poi posò il conto su un piattino che spinse verso Sam. L’uomo pagò velocemente e il cameriere si prodigò a portargli il resto. Sam si girò un poco di lato sulla sedia e con le mani cercò verso il basso in una tasca della giacca. Estrasse un pacchetto bianco di sigarette da 20 e un piccolo accendino con sopra il disegno di una donna vestita di nero. Quando si avvicinò la macchinetta alla sigaretta stretta tra i denti ed aspirò per accenderla, il movimento trasformò l’immagine in un nudo della stessa ragazza ritratta.
- Hai intenzione di stare alzata ancora molto? Io dico di no. Siediti.
Giulia non si mosse.
Sam, con un largo sorriso sul viso, puntò l’indice e il medio aperti a V della destra verso i suoi occhi, guardando Giulia che seguì il movimento delle dita con lo sguardo. Poi indicò il basso e l’interno della giacca marrone. C’era una tasca. Con l’altra mano gliela mostrò meglio. Spuntava il calcio di una piccola rivoltella grigia.
Giulia scattò di colpa sul sedile e tenne la testa in basso col collo contratto. Unì le mani e strinse i gomiti sui fianchi. Poi strizzò gli occhi con forza chiudendoli più volte. Tutto il corpo era scosso da tremiti.
- E non avere paura che non ti faccio niente!
Disse Sam con tono rassicurante.
- Stavi attirando troppo l’attenzione. Dai, tranquilla che tra poco sarà tutto finito.
Tirò un’altra boccata di fumo.
- Troppe emozioni per un’impiegata… Eh, eh, eh… era meglio rimanere in ufficio invece di dare ascolto a quell’esaurita di Amanda… volevi fa la cowgirl, eh?
Poi squadrò bene il seno di Giulia. Era stretto e sodo mentre stava costretto nel corpetto del vestitino rosso.
- Comunque sei molto carina… ma cosa ti è saltato in testa? Pensavi fosse così facile?
Due lacrime, prima sulla guancia destra e poi su quella sinistra, scesero copiose sul viso di Giulia. L’uomo si passò il dito indice nell’orecchio sinistro e fece un piccolo movimento circolare. Poi si strofinò la punta del naso tra l’indice e il pollice. Fissò quelle due gocce larghe che scendevano verso la bocca di Giulia.
- Sai cosa penso..? Che tu hai troppa paura di tornare a quella vita di tutti i giorni in quell’ufficio. Ecco perché sei scappata con i soldi..
Giulia si asciugò con la mano destra una lacrima. Poi poggiò l’altra mano sul tavolo.
- Dai che tra poco sarà tutto finito…
Pose la sua mano su quella di lei. Giulia la ritrasse in fretta urtando il bicchiere che cadde rovesciando quel poco di vino che rimaneva al fondo. Lasciò un striscia rossa sulla tovaglia in direzione dei seni di Giulia.
Sam abbassò lo sguardo e gli angoli della bocca.
- … il tempo di una sigaretta.
Prese e strizzò il mozzicone con tre spinte un poco circolari sul piattino.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:12 AM
- E smettila adesso, non farmi fare la parte del cattivo…
L’uomo la strattonò con forza tenendola stretta con una mano poco sopra il gomito.
- Mi fai male, mi fai male, lo capisci?!
- Ok, ok quante storie, ora ti lascio ma te non fare troppo casino, eh?
L’uomo si sfilò un’altra sigaretta dal pacchetto che ripose subito nel taschino della giacca. Abbassò un poco lo sguardo, si grattò con un dito sotto il naso. Con una mano cercò qualcosa nelle tasche grandi. Tolse l’accendino con la donnina e si fermò a mezz’aria con la mano davanti il volto.
- Oh Madonna… e se mi guardi così mi fai pure passare la voglia di fumare..! E che cos’è…
Mentre portava un piede avanti facendo un piccolo scatto con i polpacci, Giulia aveva prima abbassato la testa in basso come a cercare qualcosa sul tappeto rosso del corridoio. Poi si era fermata e si era girata verso Sam. Questa volta aveva socchiuso un angolo della bocca e sbuffato in modo quasi impercettibile dalle narici. Poi inarcò molto un sopracciglio e contrasse le labbra. Una piccola lacrima si era formata sotto l’occhio sinistro e tremava senza lasciarsi cadere.
- Ѐ qui… subito dopo questo coso…
Indicò con l’indice della mano destra un piccolo mobile tondo che fungeva da piedistallo ad un vaso di fiori piccoli e multicolori.
Mentre faceva girare la chiave che era attaccata con una catenina dorata ad una grossa e pesante etichetta di plastica con su scritto in un rosso scuro ed in uno strano rilievo: 40, Giulia spostò gli occhi verso l’alto e fermò lo sguardo su uno di quei faretti dorati che riflettevano oblundi movimenti rossastri sulla loro superficie. Provò più volte a girare la chiave grande ma sembrava essersi dimenticata come si facesse ad aprire una porta. Pensò a come doveva essere prima quel punto dove ora c’era quel faretto in alto. Era solo una questione di attimi. Se fosse stata anche nello stesso posto ma in un momento diverso sicuramente ora tutto sarebbe normale. O magari, continuava a pensare, sarebbe potuta essere un’altra persona. Magari una sposina in viaggio di nozze e quella stanza sarebbe potuta essere la protagonista della sua prima notte. O ancora sarebbe potuta essere uno degli elettricisti che montavano quel faretto chissà quanto tempo fa. Tutto sarebbe stato meglio che essere in quella situazione. Persino l’ufficio grigio di ogni giorno poteva essere meglio di tutto quello che stava accadendo.
La porta si aprì con uno scatto sordo su un buio opprimente. Giulia cercò di lato l’interruttore. Sfiorò un piccolo sensore rivelatosi al buio grazie al suo puntino rosso che pareva pungerle gli occhi. Tre faretti, simili a quelli del corridoio si illuminarono con troppa forza rispetto alla luce del corridoio. Tutto era diventato troppo vivido. Il cuore sembrava muoversi a rilento mentre le scendeva su e giù dalla gola all’ombelico. La stanza le era improvvisamente sembrata più piccola. Deglutì:
- Ecco…
Diede un colpo leggero alla porta per spalancarla. L’uomo entrò e si diresse velocemente verso la valigia. La aprì completamente e alzò alcuni pezzi da 500 al soffitto per guardarli in controluce. Gli occhi di Sam erano fermi e le pupille si erano costrette in un circolino scuro. Aggrottò parecchio le labbra chiuse. Poi le distese. Pian piano i muscoli intorno alla bocca si rilassarono a formare un sorriso largo.
- Ed entra e chiudi quella porta… t’ho detto che non ti faccio niente… non ti faccio niente quindi, no?
Disse a Giulia con un tono come se si rivolgesse ad un bambino. La donna era rimasta immobile davanti la porta chiusa. I piedi quasi uniti. Le braccia chiuse davanti al petto. Richiuse piano la porta e si avvicinò al letto dove rimase in piedi. L’uomo girò un poco la testa e da dietro la spalla indirizzò una risatina verso Giulia. Poi si girò meglio a guardarla. Era buia, in controluce a causa della lampada sul comodino che le illuminava il fondoschiena. Era impossibile distinguere bene il suo volto.
- Pezzi da 500? Ma Amanda è tutta matta…
L’uomo si allungò sul letto fino a sedersi quasi su un fianco. Poi si distese quasi completamente. Giulia chinò il mento e seguì il movimento. Sam aveva ancora in mano un mazzetto di soldi. Se li strofinò un poco sotto il naso. Poi fece schioccare l’aria sotto uno schiaffo forte tra le due mani e le braccia tese verso l’alto. Fece leva sul bacino per risedersi.
- Dobbiamo andarcene da quì…
- Senti prenditi i tuoi soldi… anche tutti, ma lasciami stare ora…
L’uomo si alzò di scatto. Gli angoli della bocca scesero verso il basso e gli occhi si fermarono su quelli di Giulia. L’uomo sporse un poco le labbra in fuori e chinò un poco di lato la testa muovendola brevemente da una parte all’altra. Poi prese con una mano la piccola pistola.
- Fin’ora abbiamo scherzato. Andiamo.
Chiusero per bene la borsa e l’uomo aiutò Giulia a portarla nell’ascensore. Si affrettarono verso la reception. Dietro il bancone trovarono un uomo anziano che stava scrivendo sul registro.
- Non si ferma più per la notte signorina?
Giulia scosse velocemente la testa da una parte all’altra mugolando seccamente:
- Mmh mmh!
L’uomo alzò lasciando il viso verso il basso e dalle sopracciglia grigie e mosse fissò meglio la donna. Poi spostò gli occhi verso Sam. Ritornò verso la ragazza contraendo un poco il collo. Alzò meglio la testa verso Giulia rivelando un grossa voglia ad un angolo della bocca.
- Signorina, c’è qualche cosa che non và?
Giulia era completamente sudata. Si teneva un braccio con l’altro e cercava di trovare qualche carezza dalla mano aperta. Non rispose. Abbassò lo sguardo e non mosse altro muscolo.
Quasi contemporaneamente Sam alzò lo sguardo verso il banco descrivendo un movimento obliquo dal basso verso l’alto e da destra a sinistra. I capelli vibrarono un poco all’arresto della testa:
- E che problema c’è? Sta con me!
Il vecchio, contagiato dal sorriso largo dell’uomo di fronte, accennò un piccolo sorriso dal lato della voglia. Spense subito il viso, però, quando incontrò gli occhi sbarrati di Sam. L’anziano rivelò un piccolo tremore sulle labbra. Poi deglutì. Mosse più volte gli occhi dal registro a Giulia e poi di nuovo al registro.
- Va bene signori… eccole il documento signora…
Giulia rivelò le chiavi che erano rimaste nascoste fino a quel momento sul petto dentro il pugno chiuso e le lasciò cadere rumorosamente sul bancone. Afferrò di fretta il documento e senza metterlo in borsa si girò sui tacchi e prese per l’uscita sibilando:
- … derci..
Il vecchio la seguì con lo sguardo sulle sue natiche che si alzavano e ricadevano in modo alternato. Le sopracciglia dell’anziano si alzarono un poco e gli occhi si allargarono. Un sorriso malizioso si era formato spontaneamente sul viso. La testa si piegò un poco di lato a favorire meglio la bella visione che scorreva per la hall. Mentre girava di nuovo la testa si chiuse non esprimendo alcuna emozione.
- Bella la mia signora, eh? Giulia! Non correre troppo amore, sto arrivando!
Sam era appoggiato con un gomito sul bancone col corpo storco. Aveva seguito con un sorriso il movimento della donna. Si rialzò di fretta e si fermò per un attimo davanti il viso freddo del vecchio. Un occhio di Sam scattò in un complice occhiolino. Poi, con la valigia in una mano, affrettò il passo e scomparve dietro le due ante scorrevoli che si richiusero silenziose dietro la sua schiena.
- Bah… turisti…
Borbottò il vecchio premendosi un poco la dentiera con le punte dell’indice ed il medio della mano sinistra. Ritornò con gli capo basso sul registro mentre prendeva una penna.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:12 AM
Giulia, si era affrettata verso l’esterno. Ma l’uomo la raggiunse quasi subito sorpassandola . Mosse in uno strano dondolio la testa e rise un poco. Fece una riverenza tenendo rigida una gamba e piegando l’altra sul ginocchio. Abbassò la testa e con una mano aperta verso l’alto descrisse un arco puntando verso destra.
- Da quella parte mamuselle…
- Casomai mamoiselle…
- Eh non fare la schizzinosa. Studiare, studiare… e cosa c’hai risolto? Impiegata e triste per anni.
- Io non sono triste.
- Allora perché hai bisogno di questa?
Sam alzò la valigia in aria fino a quasi l’altezza del petto per poi lasciarla cadere stancamente sul fianco. Arrivarono alla macchina. L’uomo fece scattare la portiera rossa della sua Alfa Romeo. Prese la valigia, aprì il bagagliaio e la gettò al suo interno spicciamente.
Corse poi dal lato guida e si sedette.
- Allora vuoi un invito in carta bollata, cara mia MAMUSSELLA?
Giulia si sedette velocemente e mise le mani stanche sul grembo. Cominciò a fare piccoli strani giochi con le unghie. Poi mosse di colpo il viso verso l’uomo.
- Robè sei te… eh… mi devi fare un favore…
L’uomo aveva avvicinato un cellulare grigio di quelli senza sportellino all’orecchio.
- Sì ma non ti preoccupare… ti ho detto non ti… ma se ti ho detto che te li pago! Vengo per quello… ok non solo… come per quell’altra volta. Dai ti chiamo dopo. Domattina, dai! Cia..!
Premette un pulsante e poggiò il cellulare spento sul vano portaoggetti. Accese la radio e cominciò a cercare stazioni.
- Ma una bella canzone ne fanno oggi? Al giorno d’oggi. Ce ne fosse una buona! E che cos’è…
- Senti potresti andare più piano… e poi dove…
- Dove stiamo andando? Da un mio amico…
- Roberto?
- Eh!
- A fare?
- Non vorrai mica andare in giro con pezzi da 500… vediamo cosa si può fare…
- Vuoi cambiarli?
L’uomo girò il viso verso la donna per un momento e le sorrise. Diede un’occhiata al contachilometri e rallentò.
- Ma dove stiamo andando?
- Da Roby!
- Sì, ma dove abita?
- Centro, andiamo verso il centro…
- Ma se hai preso l’autostrada…
- Centro Italia… seee…
Cambiò di nuovo stazione e tamburellò con le dita a seguire il ritmo della musica. Accelerò nuovamente. Giulia strinse i gomiti intorno al corpo e le mani come a pregare. Abbassò parecchio il mento sul petto. Irrigidì il collo e l’addome. Strizzò più volte le palpebre.
- Senti così mi sento male rallenta per favore…
L’uomo volse di nuovo la testa verso di lei. Poi decise di rallentare. Sfilò una sigaretta dal pacchetto nel portaoggetti. Prese un accendino e inalò un poco per accenderla. Giulia girò la testa dall’altra parte. L’uomo fissò un poco due macchine davanti che sorpassavano un grosso camion. Socchiuse gli occhi e premette due tasti neri sulla portiera sinistra. I vetri anteriori si abbassarono un poco. Sbuffò un filo di fumo attraverso la fessura verso l’esterno.
- Lo sai chi mi ricordi te ora che ti sto guardando da vicino?
Giulia continuava a fissare la sua immagine riflessa nel finestrino.
- Un po’ quella Licia… quella… come si chiamava quella monella…
La donna si volse verso di lui e lo guardò un attimo con le sopracciglia contratte.
- Quale?
- Quella di Manzoni, dei Promessi Sposi!
- Licia? Ma che Licia, era Lucia! Lucia Mondella! Mon-del-la!!! Ma come fai a non sapere chi era Lucia Mondella?
- Va beh comunque ti somiglia. Avevo visto un film. Tu sicuramente avevi letto pure il libro di Manzoni. Ma mi sembri che fai tutta la buona, la spaurita… poi magari sei tutta diversa… se no col cavolo che uno come Alberto ti voleva così tanto… Sì, sei carina… ma ci dev’essere qualche altro motivo.
Giulia era rimasta ferma un momento. Poi scosse la testa e si fermò col viso un poco di lato. Contrasse parecchio il musetto e il naso e poi si voltò di scatto verso il suo finestrino a fissare l’esterno. Le mani stringevano con forza il vestito all’altezza dell’ombelico tirandolo un poco verso il basso.
- Eh, che dici? Non parli?
L’uomo aspettò un poco una risposta che non arrivava. Fissò allora la strada e si voltò due o tre volte verso la sua sinistra incontrando la nuca di Giulia. Sbuffò un altro filo di fumo. Alzò il volume dell’autoradio e riprese a correre.
Passarono qualche ora. Orma era notte fonda. L’uomo accostò in un’area di emergenza.
- Scendi.
- Come? Come: scendi?
- Dai scendi, muoviti, che mi sto stancando, scendi!
Giulia si era rialzata di colpo dal poggiatesta nero sul quale aveva poggiato la testa stanca. Si era addormentata.
- Ti prego, cosa vuoi fare?
Giulia cominciò a piangere mentre il cuore le premeva sulle ossa del petto. Scese fuori dell’auto sulle gambe tremolanti. L’uomo corse dietro e si sedette nel sedile posteriore a quello di guida e fece segno alla donna di sedersi davanti. Giulia chiuse gli occhi e si sedette alla guida.
- Vai. E non fare scherzi.
Sventolò brevemente la pistola vicino al tettuccio chiaro. Giulia inserì la prima della macchina ancora accesa e in folle e rientrò in autostrada. Nessun’auto né camion nei paraggi.
Passarono parecchi kilometri senza una parola. Giulia osservava il tizio nello specchietto che ogni tanto socchiudeva le palpebre. Ad un certo punto, nonostante la musica alta, crollò. Poi si riprese. Ma poi si appoggiò con la testa sul sedile addormentato. Giulia sgranò gli occhi. Con la destra tremolante si avvicinò lentamente al cellulare dell’uomo. Pensò di chiamare il padre. Forse l’avrebbe aiutata. Si accorse che il cellulare era protetto da PIN. Chiuse gli occhi un momento. Cliccò i tasti 1 e poi 1 e ancora 2…
- Dai, dammi quel cellulare MAMUSELLA…
Giulia chiuse gli occhi per qualche secondo. Poi con la mano destra porse il telefonino alla mano dell’uomo dietro di lei.
- Dai che siamo quasi arrivati. Devi girare tra due svincoli… E ridi un poco!
Due rivoli di pianto scendevano lungo le gote e ai lati delle labbra contratte.
misterx78
00Thursday, June 26, 2008 10:12 AM
Un cane lupo di mezza età stava silenzioso ad annusare vicino l’erba qualcosa nascosta tra i cespugli alti. Si avvicinò verso il bordo della strada sterrata inseguendo una piccola lucertola cercando di afferrarle la coda. Alcuni ciottoli saltarono per aria a causa dei movimenti della coda nera del cane che sembrava spazzolare il terreno. La piccola lucertola si muoveva a scatti sfuggendo alle zampate del gigante a quattro zampe. Il cane aveva teso il muso in basso e in avanti e si era abbassato nella parte anteriore del corpo puntando col naso umido verso il rettile. Con uno strano guizzo verso l’alto si girò verso il fondo della stradina. Un riflesso sulla portiera annunciò l’arrivo di un’auto. Il cane cominciò ad abbaiare e a saltellare prima, per poi fare piccoli balzi indietreggiando. Poi scosse la testa come a pulirsi dalla polvere. La macchina si fermò bruscamente vicino a lui. La lucertola evitò per pochi millimetri la ruota.
- Ciao cucciolone, come va? Vieni dallo zio!
Sam aveva poggiato un piede a terra fuori del mezzo. Il cane investito da una nuvola di polvere bianca appena l’auto si era fermata aveva chiuso gli occhi e mugolato un poco scuotendo il capo velocemente. Poi corse verso l’uomo emettendo sommessi guaiti.
- Ecco Rex! E bravo piccolino, bravo e buono..! Non vuoi accarezzarlo?
Giulia era rimasta con lo sguardo fisso sulla casina di fronte. Stava osservando il tetto verde e la strana finestra circolare senza vetri vicino alla sommità della facciata. A farlo somigliare più ad un granaio che ad una casa aveva contribuito quell’ampio portone, anch’esso dipinto con un colore verde oliva e con due grandi maniglie scure appiccicate davanti. Dall’altro lato della casa vi era solo una piccola finestra, sul fondo. Aveva le tapparelle abbassate.
Giulia aprì un poco la portiera e il muso umido del cane le bagnò subito il dorso della mano appoggiata di palmo sul sedile, proprio accanto l’anca. Il cane annusò un poco la gamba della donna per tutta la sua lunghezza e si fermò un poco in direzione del ginocchio. Solo allora Giulia abbassò lo sguardo verso l’animale e, alzando la mano, gli fece una leggera carezza sulla testa. Il cane sopportava la mano ferma sul cranio e chiudeva gli occhi in segno di approvazione. Fece un piccolo movimento verso l’alto e poggiò leggermente la punta della lingua nel palmo della mano socchiusa. Poi tornò da Sam.
- Spegni e scendi.
Giulia obbedì. Sfilò le chiavi e le chiuse nel pugno della mano destra. Portò i piedi fuori e si aiutò un poco con la mano ad uscire. Chiuse la portiera e fece qualche passo in direzione della casa. Sentì il tonfo della portiera di Sam.
- Le chiavi…
Giulia allungò senza guardare il mazzo di chiavi verso la mano dondolante di Sam che gli spuntava da dietro la cosca sinistra.
- Ma io cosa ti servo ancora?
- Io porto sempre a compimento il lavoro… dopo si va dal caro Alberto… Sono sicuro che ti manca…
L’uomo fece una risata profonda e gutturale. Il cane sorpassò entrambi e si fermò davanti l’uscio della casa.
- E i soldi che mancano?
- E io che ne so? Se Amanda non ti ha dato tutto che colpa ne ho? Dobbiamo parlarne con Alberto… te ne ricorderai, vero? Che è stata Amanda a fregarti, vero?
Giulia contrasse i pugni spingendo le unghie verso il centro dei palmi. Le quattro vene erano diventate quattro corde tese che volevano uscire dai polsi.
- VERO?
Questa volta il tono della voce dell’uomo era diventato duro e le aveva ricordato una volta, una delle ultime, che il padre aveva litigato col nonno. Sentì una punta fredda e metallica toccarle la schiena. Un brivido di paura le fece arrestare il passo ed unire i piedi. Si alzò un po’ di polvere.
- Sì, sì, vero, come vuoi tu…
L’uomo ripose di nuovo la pistola in tasca e appoggiò una mano su una spalla di Giulia. Le impresse una leggera spinta. Con estremo impegno Giulia alzò le ginocchia che sembravano essere diventate dure e pesanti come due sfere di granito bianco. Arrivarono vicino la porta.
Sam diede una serie di colpi ininterrotti sulla porta.
- Vuoi vedere che questo sta ancora a dormì…
Continuava a tamburellare con le nocche aumentando l’intensità.
- E svegliati, dai…
Sbadigliò un poco. Poi smise di bussare. E cominciò a tirare più volte le maniglie metalliche.
- Roberto? Robertooo? Robèèè???
- Ma chi è? Sam?
- Dai muoviti…
Si sentirono rumori metallici all’interno come di stoviglie lanciate o cadute all’improvviso a destra e a sinistra. Poi una sommessa imprecazione. Dopo qualche secondo alcuni scatti di serratura. Spuntò un grosso pizzetto rossastro tra lo spazio delle due ante. Due occhi grossi e rossi, con un iride grigio, si mossero in direzione di Giulia. L’uomo aveva i capelli castani e scomposti. Sicuramente spettinati. Si portò un dito all’orecchio e lo mosse velocemente in modo circolare. Sempre fissando Giulia si lisciò un poco i capelli con entrambe le mani.
- Mmmh buongiorno, proprio un bel giorno…
Poi spostò il viso verso Sam:
- Bella ragazza… ma chi è?
- Poi ti spiego…
- Sei da solo? Chi sa che sei qui?
- Nessuno dai… fammi entrare…
L’uomo aprì meglio la porta rivelando appoggiato al muro un grosso fucile da caccia. Roberto indossava una canottiera a righe sopra un pantalone da tuta blu con una doppia striscia bianca ai lati delle gambe. La pancia sbordava nella parte bassa nell’insediarsi nel pantalone.
- Te non entri. Vai a prendere la valigia in macchina. La leva per aprire il portabagagli è davanti.
Sam aveva fermato il movimento di Giulia con una mano aperta in verticale. Lei si era sporta a spiare l’interno facendo un mezzo passo in avanti. I due uomini si erano fermati poco dietro la porta vicino a quella che sembrava una macchina per spremere l’uva. Si sentiva un forte odore di fieno nell’aria. Giulia si girò sui tacchi e mentre il cane le scodinzolava intorno come una trottola per due o tre volte si incamminò verso l’auto ancora con le portiere aperte. Sam la spiava di tanto in tanto dalla porta, muovendo la testa tra lo spazio tra le due ante. Il cane aveva preso di nuovo a saltellare e a guaire. Giulia gli sfiorò la testa con la punta delle dita. Si avvicinò all’auto e nel piegarsi per azionare la leva sentì una forte fitta all’altezza delle scapole. Il viso si contorse spremendo le labbra e il naso verso l’alto con gli occhi chiusi. Poi appoggiò un mano sul dorso e si spinse con forza all’indietro. Si fece forza e strascicando le ballerine sul terreno chiaro andò verso il retro dell’auto. Aprì il bagagliaio. Un fiotto di luce le colpì gli occhi provocandole una fitta. In fondo, su un lato della collina, arrivava una spada di luce a testimonianza del nuovo giorno appena nato. Giulia si diede una grattatina poco sopra il mento con le unghie chiuse su un unico punto e abbassando il viso. Tirò in alto con tutte e due le braccia la valigia e la lasciò cadere sul terreno. Il cane fece un saltò di lato e poi puntò la valigia annusandola all’altezza della maniglia. Abbaiò e poi si accucciò ai piedi di Giulia.
- Buono Rex… sono solo soldi… non mi dire che interessano pure a te…
Fece per rialzare la valigia ma sentiva uno strano malessere nei muscoli delle braccia. Anche le spalle si erano irrigidite. Sbuffò un poco e per qualche metro trascinò un poco il bagaglio. Poi con un piccolo slanciò portò tutto il peso sulla mano destra. Sentì un’altra piccola fitta all’altezza dell’inguine. Ebbe un brivido di freddo sul petto e poi sulle gambe. Poi rialzò di colpo la testa verso la casa. La valigia cadde a terra.
- Ti presenti quà con soldi rubati? Magari siglati?
- Ti ho già detto che è tutto tranquillo. Ti chiedo solo un cambio. E il resto ti saldo quel debituccio… E stà tranquillo..!
I due uomini avevano preso a litigare violentemente urlando spesso frasi confuse. In quel momento Roberto aveva spinto verso un lato del muro Sam e gli parlava con due occhi sgranati lasciando volare sputi mentre parlava. Sam si era voltato più volte e aveva inarcato le sopracciglia serrando le mascelle. I due uomini si spostarono all’interno. Giulia rimase immobile con la valigia ai piedi. Poi corse verso l’auto.
- Fa che ci sia qualcosa… qualunque cosa…
Si sdraiò obliquamente sul sedile anteriore e si mise a cercare dappertutto. Sotto i tappetini, sotto i sedili, anche quelli posteriori. Poi provò ad aprire il cassetto portaoggetti lato passeggero. Era chiuso a chiave. Uscì dall’auto e si guardò intorno. Poi corse verso la casa. Corse intorno fino al retro. Incrociò un vecchio trattore arrugginito abbandonato tra i cespugli alti. Notò la leva del cambio rotto alla base. Provò a tirarlo via ma la ruggine le fece rimanere attaccato addosso una parte di superficie scollata. Si arrotolò un lembo di vestito a mo di guanto intorno alle mani e tirò con forza.
- Forza Giulia! Forza!
Il viso era contorto in una smorfia che deformava verso destra la bocca aperta e il naso verso il basso. Gocce di sudore le scendevano lungo il collo a perdersi tra i seni. Tirò con tutta la forza che poteva ma il cambio non ne voleva sapere. Non riuscì a staccarlo. Il cane cominciò ad abbaiarle contro con forza.
- Ti prego sta zitto! Zitto per favore!
Disse sottovoce Giulia portandosi le due mani sudate sulle guance e sgranando gli occhi. Il vestito, lasciato cadere, esibiva come stupida testimonianza un lunga strisca gialla obliqua proprio alla sua base. Poi il cane puntò col muso verso il basso, tra l’erba. Cominciò ad annusare e stuzzicare qualcosa. Giulia si avvicinò.
- Ma tu sei davvero… un rex!
Si abbassò e diede un piccolo bacio sulla fronte al pastore tedesco. Per terra aveva trovato un piccolo tubolare d’acciaio. Giulia si mise a correre. Sentiva le ginocchia gonfie come fossero pieno di un liquido malsano. Il sudore le torturava l’interno cosce. Le pianta dei piedi le sembravano essere stimolate da tanti piccoli spilli da cucito. Prima di oltrepassare la facciata della casa con l’entrata si fermò di scatto. Il cane si rizzò per un attimo sulle due zampe dietro di lei e poi ricadde accucciandosi un poco. Cominciò a saltellare e ad indicare col muso l’affare metallico tra le mani della donna. Forse voleva lo lanciasse lontano per andarlo a riprendere. Giulia si era fermata con una mano a mezz’aria all’altezza del petto. La chiuse a pugno e appoggiò il dorso sulle labbra serrate. Anche gli occhi divennero serrati e fissi su un punto del terreno qualche metro più avanti. Aveva spostato tutto il peso sul piede avanzato mentre l’altro dietro pareva sfiorare il suolo sulla punta. Poi distribuì il peso su entrambi e avvicinò le gambe. Mosse con un piccolissimo scatto la testa verso destra in direzione della porta. Si avvicinò lentamente e ascoltò i rumori all’interno. Stavano sicuramente volando calci e pugni là dentro. Oltre ad imprecazioni varie. Giulia ne approfittò. Le venne in mente un pomeriggio in ospedale dove aveva lasciata la regina scoperta sulla scacchiera e il nonno l’aveva presa senza remore per il suo evidente errore.
- Se necessario l’utilità impone di agevolarsi degli errori altrui…
Il nonno aveva ottenuto il suo scacco matto. Le era sembrato scorretto. Ma anche se il nonno poggiato alla spalliera metallica del letto bianco aveva lanciato un piccolo squittio di riso muovendo un poco avanti e indietro la testa ora aveva capito che bisogna lottare proprio come nella vita aveva sempre fatto il nonno. E senza scoprirsi troppo. Quindi corse verso l’auto. Studiò un poco la serratura quadrata e si sedette sul sedile del passeggero. Alzò al tettuccio tra le due mani il tubolare e prese due o tre volte la mira. Poi chiuse un attimo gli occhi e vide la serratura spaccarsi. Serrò con forza i denti e diede una botta secca. La serratura fece uno scatto verso il basso. Si era aperta senza rompersi. Lei sgranò gli occhi e portò le pupille verso l’alto.
- Oh grazie, grazie!
Disse agitando il tubo. Poi lasciò il tubolare sul pavimento ed aprì il cassetto. Era pieno di scartoffie di ogni genere. Multe in quantità. Verbali e qualche mappa. Il tutto sporco di nicotina giallognola. Anche l’odore era pessimo. Sembrava quasi rum o forse era qualcos’altro…
Infilò le mani in quel caos di immondizia e fece scorrere in un frullare di fogli che caddero tutti sulle sue gambe. Sfiorò qualcosa di metallico. Si arrestò un secondo. Poi infilò due dita ed estrasse quello che si rivelò essere un coltellino da caccia con una piccola testa di alce bianca in rilievo da un lato.
- Ci deve essere qualcosa, ci deve essere!
Continuò a buttare quel ciarpame a terra e si imbatté prima in due sigarette spezzate e schiacciate e poi in un accendino scarico. Al fondo trovò quello di cui aveva bisogno. Una scatola non troppo grande di tipo metallico. La estrasse e ne saggiò il notevole peso. Sentì un tuffo al cuore.
- Dio aiutami…
Aveva ricominciato a sudare. Di lato un ciuffo ribelle davanti l’orecchio sinistro si era arruffato e sollevato un poco verso l’alto. Sotto gli occhi due ampie mezze lune scure.
Lesse in rilievo sulla scatola nera: Beretta 90two.
Alzò il coperchio. Infoderata per bene, sotto un libretto di istruzione per lo smontaggio e il relativo montaggio, c’era una luccicante pistola scura. Calibro .44 Magnum. Lesse di sfuggita tra i diagrammi sul foglio. Cartucce blindate e normali. Continuò nella sommaria lettura.
Per un attimo le sembrò che qualcuno le stringesse le mani intorno al collo. Si girò di scatto ma non c’era nessuno. Il cuore le risposte con un balzo contro la bocca dello stomaco. Fissò la porta dello stabile per un attimo. Poi si rivolse al cane che scodinzolava di lato alla portiera semiaperta.
- Non ce la faccio Rex… io sono un’impiegata, voglio solo tornare a casa… nonno dove sei?
Si abbracciò al cane lasciando penzolare dal grilletto la pesante arma. Le mani cominciarono a tremare all’unisono come scosse da una strana febbre. Sentiva la nuca pizzicare per l’accumulo del sudore alla base dei capelli. Poi fece scattare la testa di lato con un click sull’atlante in direzione della casa. Le urla erano fortissime. Decise di alzarsi. Si mise a correre verso la casa che sembrava, di contro, allontanarsi sempre di più.
- Ma cosa faccio, cosa faccio adesso? Gliela punto e gli chiedo le chiavi?
Guardò dietro le spalle per paura che venisse qualcuno. Poi a destra e a sinistra. Poi inciampò contro qualcosa di grosso e morbido. Cade rovinosamente a terra con le braccia di fronte il viso. Il cane della pistola le colpì la fronte. Emesse un gridolino. Poi si rialzò pian piano spingendo sulle ginocchia. Quando fu a quattro zampe spiò dietro le gambe e vide la valigia che ondeggiava ancora per la botta. Sbuffò verso un ciuffo ribelle davanti la fronte. Un segno rosso rettangolare vi era spuntato e pareva gonfiarsi. Quando si alzò notò la parte anteriore del vestito completamente sporco di bianco. Le ginocchia un poco sbucciate e con qualche pietruzza bruciavano un poco.
Si mise a pensare mentre i denti le battevano. Si fermò nei pressi della porta e con la mano con la pistola si asciugò gocce calde sulla fronte con il dorso. Si inumidì un poco con la lingua le labbra secche. Un groppo si sciolse e cadde come un macigno spingendo rumorosamente attraverso l’esofago stretto. Socchiuse gli occhi. Poi dondolò un poco il corpo di lato per appoggiare un orecchio sulla porta che invece si spalancò di colpo.
- Tutto a posto MAMU..? Che ci fai con la mia pistola?
- Ti avverto che è meglio che non ti avvicini…
- Ah se no? Guarda che se non togli la sicura non spara tanto bene…
- Quale, come? Quale… quale sicura?
- Quella dove c’è quel puntino rosso… la levetta… va abbassata…
Giulia tremava ed era rossa in viso. Anche il collo le si era arrossato. Sentiva un peso sull’ombelico che ad ogni parola sembrava rimbalzare verso la pancia. Ma abbassò la levetta.
- Non mi spareresti mai… tu sei una MAMUSELLA… la mia cara MAMUSELLA…
Sam si mise a ridere con sfida.
La donna puntò verso la coscia dell’uomo di fronte.
- Dammi le chiavi! Dammi le chiavi!
L’uomo con il sorriso ampio avanzò verso di lei. Giulia spostò più di lato possibile la testa e chiuse le palpebre con durezza.
- Fallo Giulia. Fallo adesso!
Sentì una voce indistinta nella sua mente. Il dito indice di una mano si mosse.
- Ah ah ah… senza proiettili non mi fa così male!
L’uomo cominciò a ridere a quel click. Si piegò anche un poco sulle ginocchia e si diede qualche pacca sulle cosce. Giulia invece aprì la bocca in una larga smorfia senza emettere alcun suono. Tutto il viso era contratto e si notavano delle depressioni di lato alla bocca. La testa tremava e gocce grandi di sudore le cadevano sul terreno o sui seni dalla punta anteriore dei capelli. Faceva dei piccoli scatti con la testa come dei sincopati e piccoli no. Le orecchie con le punte rosse. La pistola si abbassò lentamente verso il basso e ricadde tra le mani di Sam che continuava a ridere.
Poi ci fu uno sparo. Sam si fece serio mentre la fissava negli occhi. Poi cadde sulle ginocchia e si incuneò di lato alla porta con gli occhi riversi e la bocca semiaperta senza emettere un fiato. Giulia alzò una mano al volto e spiò dietro la porta. In basso, a pancia in giù, c’era Roberto. Aveva imbracciato il fucile che liberava un leggero fumo dalla canna grigia. Nella schiena aveva conficcato un forcone. L’uomo fissò un attimo con la testa sollevata gli occhi di Giulia. Poi, prima di sbattere violentemente il mento sul pavimento, strizzò le pupille verso l’alto. Giulia lasciò cadere la pistola che era rimasta attaccata all’indice e si lasciò scivolare lungo il muro sulle ginocchia. Incominciò a tremare…
- Ma… ma..ma, mamma, mi sento male…
Chiuse gli occhi e cadde lunga sulla schiena e sul terreno pieno di pietrisco. Il cane le si avvicinò annusandole un poco le mani. Poi le mordicchiò, tirando un poco, un lembo del vestito. Quindi tornò a giocare col suo tubolare abbandonato poco più in là sul pietrisco.
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