Ecumenismo e primato petrino

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ratzi.lella
00Friday, December 15, 2006 10:20 AM
ecumenismo e primato petrino
Ecumenismo e primato petrino.
Mons. Bruno Forte: la speranza unita a passi concreti
di Roberta Leone



L’incontro con il patriarca Bartolomeo I a Istanbul e quello con l’arcivescovo di Atene, Christodoulos, in Vaticano: la speranza ecumenica si sta concretizzando in scelte operative. Ne parliamo con il teologo e vescovo di Chieti, Bruno Forte.


L’incontro con il patriarca ecumenico Bartolomeo I a Istanbul e quello con l’arcivescovo di Atene, Christodoulos, in Vaticano: la speranza ecumenica si sta concretizzando in scelte operative. La conferma arriva da monsignor Bruno Forte, arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto e teologo tra i più illustri ed apprezzati del panorama scientifico internazionale. Membro della Commissione teologica mista che sta affrontando i nodi irrisolti delle relazioni tra cattolici e ortodossi, mons. Forte spiega a Korazym.org le sfide attuali del dialogo ecumenico, dal primato petrino all’ecclesiologia eucaristica, senza nascondere le difficoltà nel mediare tra le diverse sensibilità su un modello di Chiesa-istituzione condivisa da tutti. Un modo per parlare anche di laicismo e integralismo, radici cristiane dell’Europa e temi come la libertà religiosa e la bioetica.

Eccellenza, la dichiarazione congiunta pronunciata dal patriarca Bartolomeo I e da papa Benedetto XVI ad Istanbul è un chiaro segno di una comune volontà di dialogo da parte delle Chiese ortodossa e cattolica perché si faccia tutto il possibile per ristabilire la piena comunione. Che peso avrà, concretamente, questo proposito e quali potrebbero essere le prime forme d'attuazione della ritrovata comunione?

“Innanzitutto è importante dire che sin dall’inizio del suo pontificato Benedetto XVI ha fortemente sottolineato la sua volontà di portare avanti l’impegno ecumenico e, anzi, di fare dei passi concreti in direzione dell’unità visibile dei cristiani: in questo spirito è stato possibile riprendere il dialogo della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che è stata in parte anche rinnovata ed io sono stato nominato tra i membri cattolici che la compongono. Così, dopo diversi anni, abbiamo potuto iniziare nuovamente questo dialogo nel settembre scorso, a Belgrado: lì abbiamo avuto la possibilità di riprendere la riflessione comune tra i rappresentanti della Chiesa cattolica e i rappresentanti delle Chiese ortodosse nel loro insieme. Erano rappresentate tutte e sedici le autocefalie della Chiesa ortodossa. Il tema è stato quello della koinonia, della “comunione”, ed abbiamo fatto interessanti passi avanti nell’approfondimento di questa idea, giungendo a quel punto - che certamente è il più delicato, ma per alcuni aspetti più necessario – che è la riflessione sul ministero di unità del Vescovo di Roma, sul primato e sulla sua relazione con la struttura sinodale delle Chiese d’Oriente in modo particolare”.

Come sta procedendo la discussione su questo punto?

“Il drafting committee che sta redigendo il testo deve portare avanti la rielaborazione del testo-base, ma sarà in realtà la Plenaria di questa commissione, nell’ottobre prossimo, a riprendere e ad approfondire il dialogo. Dunque siamo già nel segno di passi concreti in atto: ecco perché la dichiarazione congiunta del papa con il patriarca Bartolomeo I ad Istanbul ha sia il valore di un auspicio e di una preghiera, di un impegno solenne davanti a Dio e alla storia, sia il valore di una testimonianza di un cammino in corso, che non manca di difficoltà, ma nel quale c’è una ferma volontà dei protagonisti -chiaramente espressa anche in questa dichiarazione - di andare avanti verso l’unità che Cristo vuole. Siamo, cioè, in un momento in cui la grande speranza ecumenica si sta congiungendo a delle scelte operative e a dei passi concreti che, quando e come Dio vorrà, potrebbero portarci realmente ad una unità che non sarà certamente massificante, ma che non sarà neanche naturalmente fatta di arcipelaghi. Un’unità vera, un’unità quale Cristo vuole e per la quale Lui prega, ha pregato e ci chiede di pregare".

All’ultima Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, lei ha parlato di ecclesiologia eucaristica. In quella circostanza si riferiva alla sola Chiesa cattolica, ma pensa che la riflessione sul rapporto tra Chiesa ed Eucaristia possa essere estesa in prospettiva ecumenica e che la comune celebrazione dell’Eucaristia possa essere un primo approdo del dialogo?

“Certamente l’ecclesiologia eucaristica è un punto d’incontro tra Oriente e Occidente. In Oriente è stato dapprima Afanasiev, un teologo russo, che ha riscoperto il legame profondissimo fra Chiesa ed Eucaristia. Poi Ioannis Zizioulas, l’attuale metropolita di Pergamo, copresidente della Commissione mista cattolico-ortodossa per la parte ortodossa, è andato elaborando nei suoi scritti questa ecclesiologia eucaristica con una correzione rispetto alle tesi di Afanasiev, e cioè che questa ecclesiologia eucaristica non contrasta con una struttura in qualche modo istituzionale, visibile, della Chiesa, per il semplice motivo che l’Eucaristia è presieduta dal Vescovo o da chi è inviato in suo nome – il Presbitero – ed è dunque strettamente connessa alla struttura anche ministeriale della Chiesa: il ministero Ordinato e la successione Apostolica. Stando così le cose, l’ecclesiologia eucaristica è certamente un punto d’incontro fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa, che reciprocamente riconoscono la validità del loro ministero inserito nella successione Apostolica. Il problema si pone diversamente per quelle comunità ecclesiali dove la genuina e integra natura del mistero eucaristico, a causa della mancanza della validità del sacerdozio ordinato, è andata perduta”.

Quali sono le tappe di questo cammino?

“Con gli ortodossi siamo di fronte ad una sfida comune di grande rilevanza: naturalmente bisogna capire insieme quale struttura della Chiesa questo primato dell’ecclesiologia eucaristica potrebbe comportare. Una struttura di Chiese dove è la Chiesa locale che ha un valore e un primato assoluto? Se così fosse, sarebbe difficile conciliare questo con una comunione universale di Chiese reale, non soltanto nominale; una comunione universale di Chiese rigidamente strutturata, dove le Chiese locali vengono viste solo come longa manus del centro? Questo sarebbe inaccettabile nella prospettiva ortodossa, ma in realtà anche in un’ecclesiologia eucaristica cattolica. E allora questa mediazione, che rispetti da una parte la tradizione cattolica nella sua verità, nel ruolo centrale e indispensabile – questo ormai credo lo riconoscano anche gli ortodossi – del ministero di Pietro e dall’altra parte la tradizione sinodale delle Chiese d’Oriente, è esattamente la sfida su cui si sta muovendo il lavoro della Commissione mista”.

Ad oggi, quali crede siano le effettive difficoltà e quali invece le aperture in vista una reale koinonia?

“Cominciamo dalle aperture: certamente è enormemente cresciuto nel villaggio globale il bisogno di un ministero universale di unità, qualcuno che parli a nome di tutti i cristiani come interlocutore credibile, affidabile, riconosciuto, e senza dubbio questo oggi è il papa. Basti solo pensare alle gigantesche figure degli ultimi papi, da Giovanni XXIII a Paolo VI fino a Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dunque, questo bisogno c’è: lo riconoscono oggi gli stessi ortodossi, che peraltro hanno sempre sostenuto che il papa è primus inter pares, dove questa formula non è così debole come si pensa, perché si rifà al canone 34 dei cosiddetti Canoni degli Apostoli, che sono un testo molto importante per la legislazione canonica in Oriente. Qui il protos – cioè il “primo” – è definito contemporaneamente kephalé, “capo, testa”: dunque c’è uno spessore più forte di quello che si può pensare, e quindi certamente questo è il punto di convergenza.

Ma allora dove è il problema?

“La difficoltà è tutta nel modo di esercizio di questo primato: senza dubbio le Chiese ortodosse faticherebbero ad accettare un esercizio del primato che svuotasse di contenuto l’autorità dei sinodi e dei patriarchi. Essi hanno bisogno di vedere riconosciuta la struttura sinodale delle loro Chiese e quindi di concepire il primato del vescovo di Roma come un riferimento necessario ma ultimo della comunione, non immediato. E‘ su questo che la riflessione dovrà andare avanti per capire se e fino a che punto siano possibili due diverse modalità d’esercizio, una per la Chiesa latina consacrata ormai da secoli d’esperienza e un’altra per le Chiese ortodosse ritornate in piena comunione con Roma, quando questo sarà”.

I risvolti politici e culturali di un papato riconosciuto da tutti?

“Enormi. In un mondo così frammentato, dove c’è tanto bisogno di valori etici e spirituali a cui riferire la vita e le scelte, una voce unica e riconosciuta da tutti i credenti in Cristo come espressione del comune sentire della fede potrebbe avere un'incidenza – quale è quella che oggi ha l'autorità del pontefice romano - sulla complessità delle situazioni umane e sul villaggio globale, e questo è un indizio importante. Credo sia qualcosa di cui il mondo ha bisogno e di cui i cristiani sono debitori al mondo: ecco perché oggi si parla di un “ecumenismo fondamentale”, cioè di un ecumenismo che ritorna ai fondamenti della fede, ma che sente anche il bisogno di rispondere a urgenze, a sfide, a domande che il villaggio globale che è il mondo di oggi, più che mai sta facendo ai cristiani. E queste sfide, questi bisogni, certamente si concentrano in un grosso bisogno di autorità morale, di unità nella testimonianza del senso della vita”.

Cosa pensa riguardo al secolarismo crescente nelle società occidentali? Ci sono figure importanti – ad esempio Enzo Bianchi – che tendono a ridimensionare il problema, individuando anzi in esso una preziosa occasione di rinnovamento per la Chiesa cattolica, ma sia in Baviera che in Turchia Benedetto XVI l’ha chiaramente indicato come il vero pericolo cui possono dare risposta una ritrovata unità dei cristiani e la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa.

“Il dibattito non è di questo momento, è un dibattito antico. Si sa benissimo che una cosa è la secolarizzazione, una cosa è il secolarismo. Gogarten fu il primo, in ambito protestante, ad avviare questo tipo di distinzione che è bene tenere sempre presente. La secolarizzazione di per sé è un fenomeno storico-culturale che potremmo dire per certi aspetti “neutro”, se non addirittura favorito dal Cristianesimo stesso. Era la famosa tesi di Gogarten, cioè: chi ha reso il mondo indipendente da fantasmi sacrali e, ponendolo davanti ad un unico Dio amoroso e provvidente, ne ha fatto sentire al tempo stesso l’autonomia e la dignità? Il Cristianesimo, la tradizione biblica. Dunque, la secolarizzazione nasce, in un certo senso, all’interno stesso del mondo biblico, del mondo teologico, come affermazione dell’autonomia delle realtà mondane, ribadita fortemente nel Vaticano II, proprio nell’ordine di salvezza che Dio ha voluto per l’uomo. Il secolarismo è un’altra cosa: è quel processo in cui la secolarizzazione viene assunta non solo come processo di autonomia mondana, ma come ideologia di un’autonomia assoluta rispetto al divino. E’ chiaro che se noi usiamo in questo senso i termini, ha ragione perfettamente Benedetto XVI, cioè il secolarismo è una malattia, qualcosa che vuole sradicare l’uomo dalla sua vera patria, dalla sua vera origine, dal suo vero riferimento”.

Ma che dire di un punto di vista come quello di Enzo Bianchi?

“Probabilmente qui gioca la differenza che spesso gioca con altri interlocutori, tra il biblista da una parte, che ragiona in categoria della pericope - quindi più del frammento che non dell’insieme - e il teologo sistematico dall’altra, che vede l’insieme e usa le categorie così come il patrimonio filosofico e non solo teologico della modernità le ha espresse. Joseph Ratzinger è un teologo sistematico, Enzo Bianchi è piuttosto un biblista e un testimone di una tradizione spirituale. Questa differenza la si nota anche tra due giganti quali sono papa Benedetto e il cardinale Martini. Anche lì noi notiamo che su questi temi ci sono differenti accentuazioni: quella del cardinale Martini, che da una parte invoca il fatto che tutto è comunque relativo nella visione biblica; dall’altra, quella di papa Benedetto, che ci ricorda che il relativismo è in sé stesso una posizione teoreticamente contraddittoria, perché dire che tutto è relativo e che non c’è nessun assoluto, significa che almeno un assoluto c’è, cioè il fatto che tutto sia relativo. Qui vediamo chiaramente il gioco delle due parti: da una parte il biblista, legato alla pericope, dall’altra il teologo sistematico. Personalmente, la mia formazione è quella di teologo sistematico, quindi io riesco a cogliere con grande sintonia queste prospettive di papa Benedetto perché mi sembrano quelle di una lettura dei processi in atto. Naturalmente, l’ascolto di altre letture può essere fecondo, soprattutto se, una volta chiariti i termini, si coglie in profondo - come mi sembra - una non contraddizione nelle due interpretazioni”.

Il rispetto della libertà religiosa nel mondo è l'altro tema sul quale il papa ha richiamato l'attenzione nel corso del suo viaggio apostolico in Turchia. Il nemico sono ancora le ideologie, l’integralismo religioso o piuttosto il laicismo, se proprio la Turchia - da cui ci si aspettava un’intolleranza spiccatamente confessionale - ha stupito invece per l'indifferenza di un paese ormai “modernamente laico”?

“Non è che poi le due cose siano così lontane l’una dall’altra: una posizione di indifferenza e una posizione di rifiuto possono pescare nella medesima radice, che è quella del travaglio del cambiamento. La Turchia, per esempio, è un Paese che sta vivendo drammaticamente il processo della trasformazione. Pochi come Orhan Pamuk, il premio Nobel per la Letteratura, hanno saputo esprimere questo dramma della Turchia in maniera letterariamente potente. Faccio due esempi”.

Prego


“Il mio nome è rosso”, uno dei capolavori di Pamuk, legge il conflitto tra tradizione e modernità nella Turchia - l’Impero Ottomano - del XVI secolo; lo stesso Pamuk legge in “Neve”, un altro dei suoi romanzi, lo stesso conflitto oggi, nella Turchia moderna, dove molti orfani dell’ideologia soprattutto marxista si sono dati ad una forma di integralismo religioso. Allora, ciò che accomuna indifferenza laicistica e rifiuto integralista è il disagio del cambiamento.

Ma quali effetti producono queste spinte?

“Il cambiamento da una parte fa sì che alcuni in un certo senso “lascino le redini”, si disinteressino o dicano di disinteressarsi, si mettano in posizioni che sono, alla fine, di difesa psicologica e di indifferenza rispetto ai grandi temi religiosi, e spinge altri, invece, ad arroccarsi in posizioni di difesa e di contrapposizione. Allora, il problema è abitare la transizione, e abitarla nel rispetto della dignità di quelli che ne sono i protagonisti, spesso con travagli di grande sofferenza, senza tuttavia perdere un orizzonte di senso e di speranza quale il credente non può non avere e non testimoniare.

In questo quadro, che valore ha avuto la presenza del papa?

“Credo che Benedetto XVI abbia colto esattamente questo aspetto, ed una delle ragioni del successo del suo viaggio in Turchia è che egli si è presentato a questo mondo con un’assoluta serenità di testimonianza. Non era il crociato: era il testimone religioso che ha pregato perfino nella moschea l’unico Dio. Questo ha sconvolto tutti gli schemi delle contrapposizioni, dicendo chiaramente no, in questo modo, ad ogni forma di integralismo e fondamentalismo. Al tempo stesso, egli ha mostrato come un uomo moderno, occidentale, estremamente preparato, culturalmente attrezzato come lui può rivolgersi a Dio con la semplicità del credente che totalmente gli si affida. E questo, in qualche modo, spiazza anche i laicisti che vedono nell’indifferenza religiosa l’unica possibile espressione di una ragione adulta. Tanto più la ragione è adulta, tanto più essa sa farsi umile e piccola davanti a Dio: questo ci ricorda papa Benedetto.

È possibile applicare le dinamiche che ha descritto all’Occidente cristiano?

“Certo, anche qui noi viviamo una transizione tra indifferentismo e radicalizzazione. E anche qui ciò che è sommamente necessario è una testimonianza di fede, di senso e di speranza, un cristianesimo mistico, che congiunge la mistica all’impegno storico e quindi solidale, un cristianesimo che di fronte alla folla delle solitudini, all’arcipelago dell’indifferenza, sa essere testimonianza di una koinonia, di una comunione fraterna, di una cattolicità”.

Restando in Occidente, un ultimo sguardo sull'Italia: in un suo articolo recentemente pubblicato dal Messaggero, lei ha salutato la visita del capo dello Stato a Benedetto XVI come un evento carico di simboli e ricco di punti di convergenza fra i due. Ed infatti in quell’occasione sembrò di poter leggere nelle parole del presidente Napolitano perfino un possibile impegno dell’Italia nel recupero dell’identità cristiana dell’Europa. Tuttavia, a distanza di appena una settimana, nell’elencare a Villa Madama la lista dei valori delineati nella possibile Costituzione per l’Europa lo stesso Presidente omette il riconoscimento delle radici cristiane: colpa di un’eccessiva timidezza del mondo politico italiano o i motivi sono più profondi?

“Credo che durante la visita dal papa, Napolitano abbia senza dubbio testimoniato un grandissimo rispetto per il potenziale spirituale ed etico che il Cattolicesimo rappresenta nella storia e nel presente del nostro Paese: non solo un rispetto, ma una valutazione della necessità e dell’importanza del suo contributo alla costruzione di una società più giusta e più umana per tutti. In questo senso si può vedere anche il suo riferimento, se si vuole, alla verità – che è peraltro una verità storica – del riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa. Naturalmente questo non significa che la transizione di cui prima parlavamo non giochi continuamente, ponendo nuove sfide: se per il credente convinto la bioetica, ad esempio, rappresenta un insieme di sfide assolutamente inedite, perché anche soltanto 20 anni fa i problemi che oggi ci poniamo in questo campo - non a caso intitolato con una parola per certi aspetti nuova come “bioetica” - erano assolutamente assenti, oggi sono problemi con cui bisogna confrontarsi, e su cui c’è dunque tutta una evoluzione di riflessione da portare avanti. Come possiamo pensare che questa identità cristiana, biblica e spirituale sia un’identità statica? E’ un’identità, ma un’identità che va a incontrare e raccogliere nuove sfide, ed ha bisogno di gettarvi luce e anche di ricevere luce”.

Nessun rischio di compromissione quindi…

“Assolutamente no: affrontare gli stessi problemi, affrontarli con coraggio, con umiltà, con ascolto reciproco non significa rinunciare alla Verità, che invece va sempre sommamente amata e cercata. Io credo che questa sia una distinzione molto importante: cioè ci sono delle questioni – per esempio alcune delle questioni della bioetica - sulle quali siamo tutti in ricerca, credenti e non credenti. Ci sono delle questioni su cui il credente ha il diritto e il dovere di una testimonianza irrinunciabile: la sacralità della vita dal primo all’ultimo istante della sua esistenza. Questo significa che non ci si può arroccare in posizioni di contrapposizione pura e semplice: occorre dialogare sui problemi comuni, vedere gli spazi possibili di un incontro per il bene e la crescita di tutti, non rinunciare mai però a testimoniare quella Verità su cui si gioca il senso della vita, non solo della vita di chi crede ma della vita di tutti. Questa è la grande sfida dell’ora presente, ed è a questa sfida che certamente il pontificato di Benedetto XVI si rivela particolarmente attrezzato proprio per lo spessore culturale del protagonista. Ma è l’intera comunità ecclesiale – e qui penso in modo particolare al nostro Paese, all'Italia - che deve essere all’altezza delle sfide culturali in atto, e in questa direzione va anche l’intuizione del cosiddetto “progetto culturale”.

(da www.korazym.org/default.asp)

[Modificato da ratzi.lella 15/12/2006 10.27]

ratzi.lella
00Saturday, January 6, 2007 9:20 PM
da "il foglio"
LA PRIMA PIETRA

Una mostra in Vaticano racconta la storia della tomba e della Basilica di San Pietro, 500 anni dopo la fondazione
di Maurizio Crippa

Papa Leone X ha gli occhi appena sollevati dalla Bibbia. Il tanto che basta per la posa, e si faccia presto. E’ il 1518. I Pontefici del Rinascimento di solito sono gran politici e condottieri, a volte intellettuali e umanisti. Leone, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, è umanista. E’ il 1518. L’anno prima Lutero aveva appeso sulla porta di una chiesa in Turingia le sue tesi contro la corruzione della chiesa; per tradurre in tedesco l’intera Sacra Scrittura ci avrebbe messo altri diciassette anni. Ma ora è il 1518, e Raffaello dipinge il ritratto di Papa Leone X con i due cardinali-parenti, quello famoso che non esce mai dagli Uffizi, pieno di tutti quei rossi che non li si può contare. Leone è un Papa umanista, distante dalla tristezza e dalla barba lunga – per voto, finché non se ne fossero andati dall’Italia gli invasori– con cui Giulio II, suo predecessore, s’era fatto ritrarre pure lui da Raffaello, sulla tavola che poi anche Tiziano copiò. Giovanni, il Papa Leone, si fa ritrarre con la lente da collezionista in
mano, davanti a un gran libro. E’ il 1518 e i Pontefici di allora, fossero uomini d’arme o umanisti, sapevano bene la politica. Così è suggestivo immaginare che il libro sul tavolo l’avesse scelto a bella posta. Avesse scelto apposta una Bibbia. Un codice miniato italiano del Trecento. Aperto sull’incipit del Vangelo di Giovanni. Una Bibbia che poi finì proprio in terra riformata ed è ancora lì, conservata a Berlino. La Bibbia in latino, il Vangelo col nome dell’apostolo e pure del Papa. Come per dire: Pietro è qui. Qui è il depositum della chiesa e anche l’interpretazione autentica della Scrittura. Senza bisogno di traduzioni e di rivolte contro il primato di Pietro. Solo suggestioni, ovviamente, ché Papa Leone aveva tutt’altro per la testa. Ma ugualmente è il 1518 e il Vescovo di Roma, il successore di Pietro, aveva un problema. Per la prima
volta, in quindici secoli, qualcuno metteva storicamente e teologicamente in dubbio la legittimità del suo primato e della chiesa una, santa e apostolica.
E per giunta proprio adesso che i lavori per la nuova, grandiosa basilica dell’Apostolo stavano decollando.
E le indulgenze – le indulgenze che non si dovrebbero vendere, così sta scritto in Turingia – servivano anche quelle all’impresa.
E’ il 1506. Cinquecento anni fa. Giulio II della Rovere non è il vecchio stanco e preoccupato di Raffaello (e di Tiziano), quando mette la prima pietra per costruire la nuova basilica al posto dell’ormai pericolante chiesa dell’epoca di Costantino.
E’ la vigilia della Domenica in Albis del 1506, quella in cui la Lettera di Pietro esorta i fedeli “a farsi pietre vive”.
Papa Giulio benedice la prima pietra e ne scrive il giorno stesso a Enrico VII d’Inghilterra. Per battere cassa. Ma anche con l’intento di coinvolgere tutta la cristianità nell’opera che non concepisce come soltanto romana. All’impresa grandiosa misero mano Sangallo e Bramante, ci si misero contro il Sacco di Roma e lo scontro con i principi luterani, misero mano Raffaello e Michelangelo e si misero contro le beghe private dei Papi e di grandi e piccoli artisti. Ci vollero quarant’anni
prima che l’energico Paolo III, il Papa Farnese umanista pure lui, già abbastanza preso dalle grane politiche e dallo scontro con i riformati, decidesse di tagliare il nodo di Gordio. Fallito nel 1541 il tentativo di conciliazione con Lutero a Ratisbona, istituito l’anno appresso il Sant’Uffizio e convocato a Trento un gran Concilio nel 1544, Paolo decise che non ce n’era più per nessuno, né per Sangallo né per Giulio Romano, che sorella morte s’era portati via, e che solo Michelangelo, quell’energico vecchio di 71 anni, avrebbe comandato i lavori. Avrebbe rivisto il progetto nel nuovo spirito dei tempi. Perché la basilica era da finire, ora più che mai. Bene e presto. E’ il 1547. A luglio è già pronto il grande modello in tiglio della cupola. Il modello disegnato da Michelangelo che ora è in mostra nel Braccio di Carlo Magno. Remarono contro ancora in tanti, i deputati della Fabbrica e i vecchi amici di Sangallo. A suon di lettere e rimostranze. A suon di invettive e lamentele si battè Michelangelo, “che il
sangue ho dato” per questa chiesa. Ma non vide la fine dell’opera sua.
Questo e molto altro racconta la mostra “Petros Eni” (Pietro è qui) promossa dalla Fabbrica di San Pietro e aperta nel Braccio di Carlo Magno fino all’8 marzo 2007 per celebrare come si conviene l’anniversario della fondazione della Basilica. Come si conviene e come va fatto oggi, naturalmente. Cioè con un occhio alla storia e all’arte e uno e mezzo all’evento e al flusso del pellegrino turista. Con la semplicità lineare dell’esposizione adatta ai grandi numeri e qualche orpello di troppo – il saio di San Francesco e l’immagine di Madre Teresa – che fa un po’ moderna vendita del biglietto-indulgenza, quello che cinque secoli prima indignò il monaco agostiniano pellegrino a Roma dalla lontana landa teutonica. Una mostra cui però bastano il luogo e una dozzina di capolavori messi in fila quasi con nonchalance – il San Pietro di El Greco e la Crocefissione di Pietro di Caravaggio, Papa Leone di Raffaello uscito per una volta dagli Uffizi e Papa Giulio copiato da Tiziano – a fare da guida fino al cuore della mostra, un cammino à rebour verso il perché. Verso un minuscolo frammento di intonaco rosso su cui una mano incerta graffiò sette lettere greche, “Petr Eni”,
“Pietro è qui dentro”. Quella raccontata – per pillole e capolavori – dalla mostra romana è una straordinaria pagina di storia d’arte; ma è anche una straordinaria storia di cocciutaggine, di incrollabile fedeltà nei secoli a voler mantenere viva la memoria di Pietro proprio lì, in quel luogo preciso, smantellando e costruendo, costruendo e smantellando, ma sempre lì.
E chissà poi se i Papi del Rinascimento erano così coscienti del motivo “archeologico” di tanta fedeltà. Se erano coscienti di che cosa stava sotto, di chi davvero fosse sepolto là sotto. Perché a perpendicolo sotto la cupola, sotto quella montagna di bronzo della Confessione, sotto l’altare di Papa Clemente costruito sopra a quello di Papa Callisto, costruito sopra quello di Gregorio Magno; sotto la basilica di Costantino rasa al suolo da Bramante, “mastro ruinante”, per poter iniziare il nuovo cantiere, sotto quei secoli di pietre e di storia c’era l’edicola costantiniana, un tempietto di riguardo appena, costruito a sua volta sopra una tomba inizialmente scavata nella nuda terra per custodire il corpo venerato dell’apostolo Pietro. Che nell’anno 64 aveva subito il martirio a pochi passi da quel luogo, nei giardini di Nerone. “Petros Eni”.
Tutto questo, la tradizione della chiesa lo sa dal tempo dei primi pellegrini che venivano al “trofeo” di Pietro, e indubbie sono le testimonianze storiche al riguardo. Della tomba però, e del suo contenuto, si erano perse le tracce nel tempo, dopo che vennero inglobate e coperte dall’altare della grande chiesa fatta edificare da Costantino, costringendo a un grande lavoro d’ingegneria per spianare il terreno e per coprire la necropoli che nella zona si era sviluppata, al solo scopo di porre l’altare proprio in corrispondenza della tomba. La storia di come in età contemporanea, sessant’anni fa, si sia ritrovata la verità storica è invece un bel giallo archeologico.
Gli scavi sotto le Grotte vaticane iniziarono nel 1940 per volere di Pio XII, guidati dal responsabile della Fabbrica di San Pietro, monsignor Ludwig Kaas. Avvennero in modo un po’ garibaldino, c’era anche la guerra di mezzo, ma sufficiente per ritrovare il sito nella necropoli neroniana dove Pietro fu sepolto, anche se il sito della tomba, come poi dimostrarono gli studi successivi, non venne individuato correttamente. Ma comunque abbastanza da poter far dichiarare a Pio XII, alla conclusione dell’anno santo del 1950: “Nei sotterranei della Basilica vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede? La conclusione dei lavori e degli studi risponde un chiarissimo sì: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata”. Ma le ossa, invece? Il corpo venerato? La burrascosa storia del loro ritrovamento e riconoscimento – storia su cui ancora non è calata la pace di un consenso unanime da parte degli studiosi e dei dubbiosi di ogni tipo – ruota attorno al lavoro di una appassionata e tignosa fiorentina, Margherita Guarducci, archeologa e studiosa di epigrafia, che a partire dal 1953, col beneplacito del futuro Paolo VI, rifece il percorso degli archeologi che l’avevano preceduta; iniziò a decifrare le incisioni cristiane ritrovate nelle tombe circostanti quella di Pietro, capì il senso di quel linguaggio dei segni che era sfuggito ai primi esploratori, e alla fine mise rocambolescamente le mani su un minuscolo frammento d’intonaco rossastro che era finito inopinatamente – e non fu mai chiarito il perché – a casa di uno degli autori dei primi scavi, il padre Ferrua. La professoressa Guarducci, e altri dopo di lei, lo identificarono con un frammento straccatosi dalla parte interna di un antico loculo successivamente inglobato in un’altra costruzione, su cui una mano incerta e in posizione scomoda aveva grattato, prima che il loculo fosse chiuso, quelle sette lettere greche “Petr eni”, abbreviazione di “Petros Enesti”, Pietro è qui. A indicare il luogo sicuro del corpo.
Individuata ora con precisione la tomba, fu sempre Margherita Guarducci a ritrovare, in modo altrettanto avventuroso, la cassa di legno in cui al tempo di primi scavi erano state deposte le ossa malamente rimosse dal loculo – che evidentemente non era stato identificato come la tomba dell’Apostolo. Quelle ossa, confermarono le analisi, erano state avvolte in un manto di finissima porpora regale intessuto di fili d’oro. Tra mille rivalità scientifiche, alcune perplessità metodologiche, dubbi e ripicche, fu comunque Margherita Guarducci a poter far dire a Paolo VI, in un’udienza pubblica il 26 giugno 1968: “Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente… abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti, resti mortali del Principe degli apostoli”.
Ma il giallo del ritrovamento della tomba e del riconoscimento delle reliquie ha i suoi moventi anche al di fuori dall’archeologia. L’importanza della tomba di Pietro per la chiesa cattolica e universale è attestata fin dai primi secoli.
E sulla continuità che lega la chiesa di Roma all’autorità dell’apostolo si fonda, prima che su ogni altra considerazione, il primato del Vescovo di Roma. Non a caso i tentativi di contestare tale “primato petrino”, fin dalle prime eresie e dal medioevo, furono sempre impostati sul tentativo di negare non solo l’esistenza della tomba dell’Apostolo, ma la sua stessa presenza e martirio a Roma. Il problema fu centrale e urticante anche per Lutero. Tanto che nel suo più violento libello, “Contro il papato in Roma fondato dal diavolo”, scritto nel 1545 quando Paolo III già sedeva in Concilio a Trento, ricordando il suo viaggio di oltre trent’anni prima, il riformatore tedesco scrisse: “Questo posso allegramente dire, per quanto ho visto e udito a Roma, che cioè a Roma non si sa dove siano i corpi dei santi Pietro e Paolo, o addirittura se vi siano. Papa e cardinali sanno benissimo che non lo sanno”. (Per la cronaca, l’11 dicembre scorso il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, ha dato pubblicamente notizia che, nel corso degli scavi archeologici appena compiuti nella “basilica papale”, si è individuato con certezza anche “il grande sarcofago” dell’apostolo Paolo).
E’ comprensibile che dopo secoli di lotte, e mentre nella chiesa cattolica montava l’onda dell’opposizione interna all’autorità centrale del Papa, il tema del primato petrino fosse argomento difficile da maneggiare. Senz’altro da non sbandierare all’esterno, col rischio di bloccare sul nascere il dialogo ecumenico che proprio allora stava iniziando.

Durante gli anni successivi al Concilio Vaticano II un teologo si fece sentire sull’autonomia delle chiese locali, si chiamava Joseph…

Erano gli anni successivi al Concilio Vaticano II, quelli in cui più forte si sentì la tensione interna al cattolicesimo su temi quali la collegialità del governo ecclesiale e l’autonomia delle chiese locali. Anni in cui un professore di teologia di Tubinga di nome Joseph Ratzinger, che pure era stato ascoltato consulente progressista al Concilio, capitava di doversela vedere con un collega di Dogmatica altrettanto influente, che si chiamava Hans Küng. Nella sua eccellente ricostruzione degli anni giovanili e tedeschi di Joseph Ratzinger pubblicata dal mensile 30giorni, Gianni Valente riporta una preziosa testimonianza di padre Martin Trimpe, uno degli allievi più vicini a Ratzinger in quegli anni: “Una volta, in un’aula strapiena”, racconta Trimpe, “ci fu un dibattito tra vari professori sul primato del Papa. Küng aveva detto che il tipo autentico di Papa era quello rappresentato da Giovanni XXIII, perché il suo primato era di carattere pastorale e non giurisdizionale.
Ratzinger non si era espresso, e allora gli studenti cominciarono a scandire il suo nome: ‘Rat-zin-ger! Ratzin-ger!’. Volevano sapere come la pensava.
Lui rispose pacatamente che il quadro descritto da Küng andava corretto, perché occorreva tener conto di tutti gli aspetti connessi al ministero petrino.
In caso contrario, insistendo solo sull’aspetto pastorale, si rischiava di raffigurare non il pastore della chiesa universale, ma un burattino universale da manovrare a nostro piacimento”.

In quel contesto, parlare pubblicamente non solo della tomba ma addirittura delle ossa di san Pietro avrebbe significato anche, con ogni evidenza, ribadire che è il Papa è il Papa perché lì è la memoria ininterrotta dell’Apostolo.
Sarebbe stato un colpo duro assestato a un sacco di gente, e a un sacco di idee.
Lo sapevano tutti. Meglio di tutti lo sapeva Papa Montini. Sarebbe stato qualcosa di non semplice anche per lui, che aveva appena abbracciato Atenagora, il patriarca della chiesa Ortodossa, nell’atto di togliersi le reciproche secolari scomuniche nel giorno della solenne chiusura del Vaticano II.
Ma in quel giugno del 1968 Paolo VI non era più l’umanista fiducioso che aveva condotto in porto il Concilio. Non aveva la barba, ma sentiva sulle sue spalle affanni più profondi di quelli che avevano incurvato quelle di Giulio II nel ritratto di Raffaello e Tiziano.
Montini era il pontefice preoccupato per le sorti della chiesa che, qualche giorno dopo l’annuncio del ritrovamento delle ossa, il 30 giugno 1968, pronunciò il suo poderoso “mutu proprio” intitolato “Credo del popolo di Dio”, in cui ricapitolava la fede e la dottrina cattolica che sentiva minacciata, attestando “incrollabile proposito di fedeltà
al Deposito della fede”. Era già il Paolo VI che quattro anni dopo, il 29 giugno del 1972, festa dei santi Pietro e Paolo principi degli apostoli e protettori di Roma, pronunciò in un’omelia drammatica parole che pochi vollero ascoltare: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”.
Ora le ossa sono tornate al loro posto, esposte e venerate. Tante cose si sono chiarite, anche se dentro la chiesa cattolica, così come tra gli archeologi e gli storici, a volte si coglie ancora il rumore sordo di antiche battaglie. Percorrendo la mostra del Braccio di Carlo Magno, ammirando capolavori o sbirciando schizzi, piantine e lettere autografe di Pontefici e artisti, si può cogliere il riverbero di tutto questo. E il senso di quella linea perpendicolare che dalla lanterna di Michelangelo scende giù fino al minuscolo frammento di calce – visibile in una teca dell’esposizione – che regge tutto il grandioso impianto della Basilica. Bel paradosso, senza il quale è però impossibile capire la chiesa di Roma e il suo primato. Che vale oggi così come al tempo in cui il Papa umanista Giovanni de’ Medici, eletto al Soglio l’11 marzo 1513, disse al fratello Giuliano: “Poiché Dio ci ha dato il papato, godiamocelo”.


(da "il foglio" del 6 gennaio 2007)
stupor-mundi
00Saturday, January 6, 2007 9:26 PM
Re: da "il foglio"

Scritto da: ratzi.lella 06/01/2007 21.20
LA PRIMA PIETRA

Una mostra in Vaticano racconta la storia della tomba e della Basilica di San Pietro, 500 anni dopo la fondazione
di Maurizio Crippa

Papa Leone X ha gli occhi appena sollevati dalla Bibbia. Il tanto che basta per la posa, e si faccia presto. E’ il 1518. I Pontefici del Rinascimento di solito sono gran politici e condottieri, a volte intellettuali e umanisti. Leone, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, è umanista. E’ il 1518. L’anno prima Lutero aveva appeso sulla porta di una chiesa in Turingia le sue tesi contro la corruzione della chiesa; per tradurre in tedesco l’intera Sacra Scrittura ci avrebbe messo altri diciassette anni. Ma ora è il 1518, e Raffaello dipinge il ritratto di Papa Leone X con i due cardinali-parenti, quello famoso che non esce mai dagli Uffizi, pieno di tutti quei rossi che non li si può contare. Leone è un Papa umanista, distante dalla tristezza e dalla barba lunga – per voto, finché non se ne fossero andati dall’Italia gli invasori– con cui Giulio II, suo predecessore, s’era fatto ritrarre pure lui da Raffaello, sulla tavola che poi anche Tiziano copiò. Giovanni, il Papa Leone, si fa ritrarre con la lente da collezionista in
mano, davanti a un gran libro. E’ il 1518 e i Pontefici di allora, fossero uomini d’arme o umanisti, sapevano bene la politica. Così è suggestivo immaginare che il libro sul tavolo l’avesse scelto a bella posta. Avesse scelto apposta una Bibbia. Un codice miniato italiano del Trecento. Aperto sull’incipit del Vangelo di Giovanni. Una Bibbia che poi finì proprio in terra riformata ed è ancora lì, conservata a Berlino. La Bibbia in latino, il Vangelo col nome dell’apostolo e pure del Papa. Come per dire: Pietro è qui. Qui è il depositum della chiesa e anche l’interpretazione autentica della Scrittura. Senza bisogno di traduzioni e di rivolte contro il primato di Pietro. Solo suggestioni, ovviamente, ché Papa Leone aveva tutt’altro per la testa. Ma ugualmente è il 1518 e il Vescovo di Roma, il successore di Pietro, aveva un problema. Per la prima
volta, in quindici secoli, qualcuno metteva storicamente e teologicamente in dubbio la legittimità del suo primato e della chiesa una, santa e apostolica.
E per giunta proprio adesso che i lavori per la nuova, grandiosa basilica dell’Apostolo stavano decollando.
E le indulgenze – le indulgenze che non si dovrebbero vendere, così sta scritto in Turingia – servivano anche quelle all’impresa.
E’ il 1506. Cinquecento anni fa. Giulio II della Rovere non è il vecchio stanco e preoccupato di Raffaello (e di Tiziano), quando mette la prima pietra per costruire la nuova basilica al posto dell’ormai pericolante chiesa dell’epoca di Costantino.
E’ la vigilia della Domenica in Albis del 1506, quella in cui la Lettera di Pietro esorta i fedeli “a farsi pietre vive”.
Papa Giulio benedice la prima pietra e ne scrive il giorno stesso a Enrico VII d’Inghilterra. Per battere cassa. Ma anche con l’intento di coinvolgere tutta la cristianità nell’opera che non concepisce come soltanto romana. All’impresa grandiosa misero mano Sangallo e Bramante, ci si misero contro il Sacco di Roma e lo scontro con i principi luterani, misero mano Raffaello e Michelangelo e si misero contro le beghe private dei Papi e di grandi e piccoli artisti. Ci vollero quarant’anni
prima che l’energico Paolo III, il Papa Farnese umanista pure lui, già abbastanza preso dalle grane politiche e dallo scontro con i riformati, decidesse di tagliare il nodo di Gordio. Fallito nel 1541 il tentativo di conciliazione con Lutero a Ratisbona, istituito l’anno appresso il Sant’Uffizio e convocato a Trento un gran Concilio nel 1544, Paolo decise che non ce n’era più per nessuno, né per Sangallo né per Giulio Romano, che sorella morte s’era portati via, e che solo Michelangelo, quell’energico vecchio di 71 anni, avrebbe comandato i lavori. Avrebbe rivisto il progetto nel nuovo spirito dei tempi. Perché la basilica era da finire, ora più che mai. Bene e presto. E’ il 1547. A luglio è già pronto il grande modello in tiglio della cupola. Il modello disegnato da Michelangelo che ora è in mostra nel Braccio di Carlo Magno. Remarono contro ancora in tanti, i deputati della Fabbrica e i vecchi amici di Sangallo. A suon di lettere e rimostranze. A suon di invettive e lamentele si battè Michelangelo, “che il
sangue ho dato” per questa chiesa. Ma non vide la fine dell’opera sua.
Questo e molto altro racconta la mostra “Petros Eni” (Pietro è qui) promossa dalla Fabbrica di San Pietro e aperta nel Braccio di Carlo Magno fino all’8 marzo 2007 per celebrare come si conviene l’anniversario della fondazione della Basilica. Come si conviene e come va fatto oggi, naturalmente. Cioè con un occhio alla storia e all’arte e uno e mezzo all’evento e al flusso del pellegrino turista. Con la semplicità lineare dell’esposizione adatta ai grandi numeri e qualche orpello di troppo – il saio di San Francesco e l’immagine di Madre Teresa – che fa un po’ moderna vendita del biglietto-indulgenza, quello che cinque secoli prima indignò il monaco agostiniano pellegrino a Roma dalla lontana landa teutonica. Una mostra cui però bastano il luogo e una dozzina di capolavori messi in fila quasi con nonchalance – il San Pietro di El Greco e la Crocefissione di Pietro di Caravaggio, Papa Leone di Raffaello uscito per una volta dagli Uffizi e Papa Giulio copiato da Tiziano – a fare da guida fino al cuore della mostra, un cammino à rebour verso il perché. Verso un minuscolo frammento di intonaco rosso su cui una mano incerta graffiò sette lettere greche, “Petr Eni”,
“Pietro è qui dentro”. Quella raccontata – per pillole e capolavori – dalla mostra romana è una straordinaria pagina di storia d’arte; ma è anche una straordinaria storia di cocciutaggine, di incrollabile fedeltà nei secoli a voler mantenere viva la memoria di Pietro proprio lì, in quel luogo preciso, smantellando e costruendo, costruendo e smantellando, ma sempre lì.
E chissà poi se i Papi del Rinascimento erano così coscienti del motivo “archeologico” di tanta fedeltà. Se erano coscienti di che cosa stava sotto, di chi davvero fosse sepolto là sotto. Perché a perpendicolo sotto la cupola, sotto quella montagna di bronzo della Confessione, sotto l’altare di Papa Clemente costruito sopra a quello di Papa Callisto, costruito sopra quello di Gregorio Magno; sotto la basilica di Costantino rasa al suolo da Bramante, “mastro ruinante”, per poter iniziare il nuovo cantiere, sotto quei secoli di pietre e di storia c’era l’edicola costantiniana, un tempietto di riguardo appena, costruito a sua volta sopra una tomba inizialmente scavata nella nuda terra per custodire il corpo venerato dell’apostolo Pietro. Che nell’anno 64 aveva subito il martirio a pochi passi da quel luogo, nei giardini di Nerone. “Petros Eni”.
Tutto questo, la tradizione della chiesa lo sa dal tempo dei primi pellegrini che venivano al “trofeo” di Pietro, e indubbie sono le testimonianze storiche al riguardo. Della tomba però, e del suo contenuto, si erano perse le tracce nel tempo, dopo che vennero inglobate e coperte dall’altare della grande chiesa fatta edificare da Costantino, costringendo a un grande lavoro d’ingegneria per spianare il terreno e per coprire la necropoli che nella zona si era sviluppata, al solo scopo di porre l’altare proprio in corrispondenza della tomba. La storia di come in età contemporanea, sessant’anni fa, si sia ritrovata la verità storica è invece un bel giallo archeologico.
Gli scavi sotto le Grotte vaticane iniziarono nel 1940 per volere di Pio XII, guidati dal responsabile della Fabbrica di San Pietro, monsignor Ludwig Kaas. Avvennero in modo un po’ garibaldino, c’era anche la guerra di mezzo, ma sufficiente per ritrovare il sito nella necropoli neroniana dove Pietro fu sepolto, anche se il sito della tomba, come poi dimostrarono gli studi successivi, non venne individuato correttamente. Ma comunque abbastanza da poter far dichiarare a Pio XII, alla conclusione dell’anno santo del 1950: “Nei sotterranei della Basilica vaticana ci sono i fondamenti della nostra fede? La conclusione dei lavori e degli studi risponde un chiarissimo sì: la tomba del Principe degli apostoli è stata ritrovata”. Ma le ossa, invece? Il corpo venerato? La burrascosa storia del loro ritrovamento e riconoscimento – storia su cui ancora non è calata la pace di un consenso unanime da parte degli studiosi e dei dubbiosi di ogni tipo – ruota attorno al lavoro di una appassionata e tignosa fiorentina, Margherita Guarducci, archeologa e studiosa di epigrafia, che a partire dal 1953, col beneplacito del futuro Paolo VI, rifece il percorso degli archeologi che l’avevano preceduta; iniziò a decifrare le incisioni cristiane ritrovate nelle tombe circostanti quella di Pietro, capì il senso di quel linguaggio dei segni che era sfuggito ai primi esploratori, e alla fine mise rocambolescamente le mani su un minuscolo frammento d’intonaco rossastro che era finito inopinatamente – e non fu mai chiarito il perché – a casa di uno degli autori dei primi scavi, il padre Ferrua. La professoressa Guarducci, e altri dopo di lei, lo identificarono con un frammento straccatosi dalla parte interna di un antico loculo successivamente inglobato in un’altra costruzione, su cui una mano incerta e in posizione scomoda aveva grattato, prima che il loculo fosse chiuso, quelle sette lettere greche “Petr eni”, abbreviazione di “Petros Enesti”, Pietro è qui. A indicare il luogo sicuro del corpo.
Individuata ora con precisione la tomba, fu sempre Margherita Guarducci a ritrovare, in modo altrettanto avventuroso, la cassa di legno in cui al tempo di primi scavi erano state deposte le ossa malamente rimosse dal loculo – che evidentemente non era stato identificato come la tomba dell’Apostolo. Quelle ossa, confermarono le analisi, erano state avvolte in un manto di finissima porpora regale intessuto di fili d’oro. Tra mille rivalità scientifiche, alcune perplessità metodologiche, dubbi e ripicche, fu comunque Margherita Guarducci a poter far dire a Paolo VI, in un’udienza pubblica il 26 giugno 1968: “Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente… abbiamo ragione di ritenere che siano stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti, resti mortali del Principe degli apostoli”.
Ma il giallo del ritrovamento della tomba e del riconoscimento delle reliquie ha i suoi moventi anche al di fuori dall’archeologia. L’importanza della tomba di Pietro per la chiesa cattolica e universale è attestata fin dai primi secoli.
E sulla continuità che lega la chiesa di Roma all’autorità dell’apostolo si fonda, prima che su ogni altra considerazione, il primato del Vescovo di Roma. Non a caso i tentativi di contestare tale “primato petrino”, fin dalle prime eresie e dal medioevo, furono sempre impostati sul tentativo di negare non solo l’esistenza della tomba dell’Apostolo, ma la sua stessa presenza e martirio a Roma. Il problema fu centrale e urticante anche per Lutero. Tanto che nel suo più violento libello, “Contro il papato in Roma fondato dal diavolo”, scritto nel 1545 quando Paolo III già sedeva in Concilio a Trento, ricordando il suo viaggio di oltre trent’anni prima, il riformatore tedesco scrisse: “Questo posso allegramente dire, per quanto ho visto e udito a Roma, che cioè a Roma non si sa dove siano i corpi dei santi Pietro e Paolo, o addirittura se vi siano. Papa e cardinali sanno benissimo che non lo sanno”. (Per la cronaca, l’11 dicembre scorso il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, ha dato pubblicamente notizia che, nel corso degli scavi archeologici appena compiuti nella “basilica papale”, si è individuato con certezza anche “il grande sarcofago” dell’apostolo Paolo).
E’ comprensibile che dopo secoli di lotte, e mentre nella chiesa cattolica montava l’onda dell’opposizione interna all’autorità centrale del Papa, il tema del primato petrino fosse argomento difficile da maneggiare. Senz’altro da non sbandierare all’esterno, col rischio di bloccare sul nascere il dialogo ecumenico che proprio allora stava iniziando.

Durante gli anni successivi al Concilio Vaticano II un teologo si fece sentire sull’autonomia delle chiese locali, si chiamava Joseph…

Erano gli anni successivi al Concilio Vaticano II, quelli in cui più forte si sentì la tensione interna al cattolicesimo su temi quali la collegialità del governo ecclesiale e l’autonomia delle chiese locali. Anni in cui un professore di teologia di Tubinga di nome Joseph Ratzinger, che pure era stato ascoltato consulente progressista al Concilio, capitava di doversela vedere con un collega di Dogmatica altrettanto influente, che si chiamava Hans Küng. Nella sua eccellente ricostruzione degli anni giovanili e tedeschi di Joseph Ratzinger pubblicata dal mensile 30giorni, Gianni Valente riporta una preziosa testimonianza di padre Martin Trimpe, uno degli allievi più vicini a Ratzinger in quegli anni: “Una volta, in un’aula strapiena”, racconta Trimpe, “ci fu un dibattito tra vari professori sul primato del Papa. Küng aveva detto che il tipo autentico di Papa era quello rappresentato da Giovanni XXIII, perché il suo primato era di carattere pastorale e non giurisdizionale.
Ratzinger non si era espresso, e allora gli studenti cominciarono a scandire il suo nome: ‘Rat-zin-ger! Ratzin-ger!’. Volevano sapere come la pensava.
Lui rispose pacatamente che il quadro descritto da Küng andava corretto, perché occorreva tener conto di tutti gli aspetti connessi al ministero petrino.
In caso contrario, insistendo solo sull’aspetto pastorale, si rischiava di raffigurare non il pastore della chiesa universale, ma un burattino universale da manovrare a nostro piacimento”.

In quel contesto, parlare pubblicamente non solo della tomba ma addirittura delle ossa di san Pietro avrebbe significato anche, con ogni evidenza, ribadire che è il Papa è il Papa perché lì è la memoria ininterrotta dell’Apostolo.
Sarebbe stato un colpo duro assestato a un sacco di gente, e a un sacco di idee.
Lo sapevano tutti. Meglio di tutti lo sapeva Papa Montini. Sarebbe stato qualcosa di non semplice anche per lui, che aveva appena abbracciato Atenagora, il patriarca della chiesa Ortodossa, nell’atto di togliersi le reciproche secolari scomuniche nel giorno della solenne chiusura del Vaticano II.
Ma in quel giugno del 1968 Paolo VI non era più l’umanista fiducioso che aveva condotto in porto il Concilio. Non aveva la barba, ma sentiva sulle sue spalle affanni più profondi di quelli che avevano incurvato quelle di Giulio II nel ritratto di Raffaello e Tiziano.
Montini era il pontefice preoccupato per le sorti della chiesa che, qualche giorno dopo l’annuncio del ritrovamento delle ossa, il 30 giugno 1968, pronunciò il suo poderoso “mutu proprio” intitolato “Credo del popolo di Dio”, in cui ricapitolava la fede e la dottrina cattolica che sentiva minacciata, attestando “incrollabile proposito di fedeltà
al Deposito della fede”. Era già il Paolo VI che quattro anni dopo, il 29 giugno del 1972, festa dei santi Pietro e Paolo principi degli apostoli e protettori di Roma, pronunciò in un’omelia drammatica parole che pochi vollero ascoltare: “Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio […]. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”.
Ora le ossa sono tornate al loro posto, esposte e venerate. Tante cose si sono chiarite, anche se dentro la chiesa cattolica, così come tra gli archeologi e gli storici, a volte si coglie ancora il rumore sordo di antiche battaglie. Percorrendo la mostra del Braccio di Carlo Magno, ammirando capolavori o sbirciando schizzi, piantine e lettere autografe di Pontefici e artisti, si può cogliere il riverbero di tutto questo. E il senso di quella linea perpendicolare che dalla lanterna di Michelangelo scende giù fino al minuscolo frammento di calce – visibile in una teca dell’esposizione – che regge tutto il grandioso impianto della Basilica. Bel paradosso, senza il quale è però impossibile capire la chiesa di Roma e il suo primato. Che vale oggi così come al tempo in cui il Papa umanista Giovanni de’ Medici, eletto al Soglio l’11 marzo 1513, disse al fratello Giuliano: “Poiché Dio ci ha dato il papato, godiamocelo”.


(da "il foglio" del 6 gennaio 2007)



GRANDE ARTICOLO (CRIPPA [SM=g27811] ) E GRANDE MOSTRA [SM=g27811] L'HO VISITATA DI RECENTE: NON PERDETELA!!!! [SM=x40799]
Discipula
00Monday, January 8, 2007 3:12 PM
"Ubi Petrus ibi Ecclesia"
a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello.

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il primato del papa: responsabilità personale per la Chiesa universale.

1.Mi ami tu più di costoro?
Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che il Vescovo di Roma, Pastore di tutta la Chiesa, è oggetto di speciale assistenza divina nel suo insegnamento ordinario, (che) aiuta a comprendere meglio la Rivelazione circa la fede da credere, la carità da praticare nella vita e la beatitudine da sperare[1] ed i fedeli sono chiamati ad aderirvi col religioso ossequio dello spirito[2], che diventa ossequio di fede quando infallibilmente il Papa si pronuncia in modo definitivo circa verità dottrinali e morali[3].

Si può dire che lo Spirito Santo metta a disposizione di ogni fedele la chiave ermeneutica per verificare l'autenticità dell'insegnamento cattolico: poiché unico è il collegio episcopale succeduto al collegio degli apostoli, uno solo è l'insegnamento autentico dei vescovi, quello che scaturisce dalla loro unità col Papa.

Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di san Pietro ?è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell?unità, sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli[4] e questo si manifesta nell'esercizio libero della potestà piena, suprema, universale ed immediata[5] per il bene delle anime nell'intero popolo di Dio. In tal modo sono espresse ad un tempo: nel collegio episcopale l'universalità e, nell'unico capo, l'unità della Chiesa.

C'è in modo speciale un luogo indicato come sede teologica del primato: è l'Eucaristia. Perché? Il Sommo Pontefice è ricordato nell'anafora e spesso nella preghiera universale di ogni Santa Messa[6]. Questa menzione non è di natura affettiva, ma ontologica, in quanto segno e servo dell'unità della Chiesa universale[7]; come la menzione del Vescovo, che segue, lo è per la Chiesa particolare.

Si comprende che la comunione della Chiesa deve esistere prima che si celebri l'Eucaristia, onde consolidarla e portarla a perfezione; l'Eucaristia non è il punto d'avvio della comunione ecclesiale[8]: lo spiega il fatto che c?è bisogno del battesimo per entrare nella Chiesa e della comune professione di fede per tornare a comunicare allo stesso calice.

Tutto questo è più o meno acquisito in campo ecumenico, ma deve essere ancora approfondito all'interno della Chiesa cattolica.

I fedeli hanno, in genere, una percezione molto immediata della Chiesa come corpo universale in cui si entra col battesimo; invece, capita di incontrare nel clero e tra i laici impegnati una riduzione particolaristica della Chiesa, fatta oggetto di una gestione soggettiva. Immaginiamo per un attimo che la Chiesa di Roma avesse seguito coloro che si rinchiudevano in circoli specialistici continuamente scontenti della Chiesa: essi, giudicavano la crisi del mondo, specialmente dopo il concilio Vaticano II, come totalmente buona e conseguentemente postulavano l'inutilità della Chiesa, in un mondo in se stesso buono e non bisognoso di salvezza.

Per grazia la Chiesa cattolica ha un antivirus che agisce contro ogni tentazione conformista, che si rende visibile - lo ha riconosciuto il sommo poeta Dante Alighieri - nell'amore grande al Pastor della Chiesa che la guida[9].

Gregorio Magno ne mostra consapevolezza quando sostiene che: ?Gli uomini santi [?] all'interno raddrizzano le distorsioni della sana dottrina con l'insegnamento illuminato, all'esterno sanno sostenere virilmente ogni persecuzione?[10].

Benedetto XVI, al suo insediamento nella papale arcibasilica lateranense, ebbe a confermare la necessità di vegliare sulla sana dottrina, perché

Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle

dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell'interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire[11].

2. Un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vuoi

La responsabilità personale del Papa per la Chiesa diffusa nel mondo è strutturata in modo da essere e comportare il martirio; infatti espone quotidianamente chi la porta a testimoniare Cristo senza accomodamento alcuno, a rischio della vita.

Così facendo, il papa assicura la trasmissione della Tradizione e della conoscenza della fede: questione fondamentale della civiltà cristiana; infatti, è questo a mettere in moto la libertà in ogni essere umano, aiutandolo a pensare e a decidere in modo personale, al di là delle mode. E' la parresia evangelica a rendere impossibile, o almeno molto più difficile, l'indifferenza.

Prima della libertà del pensiero, anzi perché essa ci sia, c?è bisogno della coscienza. Gli Atti degli Apostoli riportano episodi che testimoniano come la coscienza si metta in moto quando l'interiorità dell'uomo e la verità che proviene da Dio si incontrano, superando così la mera soggettività; Pietro grazie all'incontro con Cristo, decisivo per la sua maturità umana, può affermare di dover obbedire più alla verità riconosciuta che al proprio gusto, in contrasto non solo con l'autorità costituita, ma anche con i propri sentimenti e con i legami dell'amicizia umana.

Il primato della verità tra tutte le virtù e in specie sul consenso sociale, fu riaffermato da John Henry Newman, celebre teologo e porporato inglese, nella Lettera al duca di Norfolk. E infatti in relazione alla coscienza cristiana che si possono comprendere le direttive della gerarchia e lo stesso primato del Papa.

La Chiesa non è una specie di parlamento, ma è un unico corpo mistico, organico, con a capo Gesù Cristo. E un corpo tenuto insieme visibilmente grazie al ministero di unità del vescovo di Roma.

Ignazio, diceva di Pietro, a cui era succeduto ad Antiochia, che era pro-estòs, - parola che significa presiedere, stare a capo, essere in posizione preminente - nell'agape, termine che indica l?amore che si fa concreto, visibile come in un convito che è la Chiesa, dove si è accolti con amore. Dunque, il capo della Chiesa, cioè la testa visibile del capo invisibile Gesù Cristo, detiene il primato dell'unità e dell'amore.

La Chiesa non è una diarchia, un corpo con due teste o due capi, uno ad oriente ed uno ad occidente, come da un certo ecumenismo si vorrebbe: se così fosse, sarebbe un monstrum.

Benedetto XVI, in un passaggio del discorso al termine della divina liturgia nella chiesa patriarcale di San Giorgio al Fanar, ribadisce questo servizio che Pietro e i suoi successori sono chiamati a svolgere nella Chiesa: Simone, nonostante la sua personale fragilità, fu chiamato Pietro, la roccia sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa; a lui in maniera particolare furono affidate le chiavi del Regno dei Cieli[12]. Il suo itinerario lo avrebbe condotto da Gerusalemme ad Antiochia, e da Antiochia a Roma, così che in quella città egli potesse esercitare una responsabilità universale?[13].

Joseph Ratzinger, nel saggio Il primato del papa e l'unità del popolo di Dio (apparso in italiano tra i nuovi saggi di ecclesiologia in: Chiesa, ecumenismo e politica, Cinisello Balsamo 1987, pp. 33-48) aveva illustrato coerentemente che il servizio petrino, nella Chiesa cattolica e universale, poggia sulla testimonianza della risposta personale nominale del Papa al Signore, cosa che strutturalmente significa martirio ordinario.

E' difficile prescindere da questo argomento quando si riflette sulla collegialità e sul primato o, come nel dialogo ecumenico, allorché si affronta il tema della conciliarità e dell'autorità.

Oggi che abbiamo sperimentato la comunità nei suoi valori come nei suoi limiti, comprendiamo di più che il noi ecclesiale non è una massa indistinta, ma il popolo santo di Dio, il quale non sostituisce, ma presuppone ed implica, la risposta della persona, dell'io che si apre alla verità del rapporto con Cristo.

Proprio un primato così concepito, porta a chiarire, come ricorda il concilio ecumenico Vaticano II, che l'unità visibile dei cristiani, che viene ricercata con l'ecumenismo, non è un'altra cosa rispetto all'unità cattolica della Chiesa; semmai la ricerca ecumenica dell'unità tende a manifestare visibilmente ciò che già sussiste, l'unità voluta da Cristo, non ne esiste una parallela.

Le ambiguità però vi sono e vanno chiarite con realismo, anche riflettendo sulle divisioni come ?inevitabili potature? perché appaia più chiaramente la verità. E' necessario evitare con ogni attenzione di avvallare la tesi e la pratica, di due ecumenismi, di una unità diversa dall'unità cattolica della Chiesa. Tesi e pratica, queste, destinate al fallimento.

3. Tu lo sai che io ti amo

La Chiesa si riunisce in sinodi e concili ma non è un concilio permanente. Come pure si articola in istituzioni venerabili e provvidenziali, antiche e nuove, nessuna delle quali può sostituire il primato petrino e romano. Il primato costituisce un vincolo essenziale per poter parlare di comunione piena e ancor più di vere chiese particolari.

Si comprende che il Vescovo di Roma sia il Successore di Pietro studiando in profondo gli atti compiuti da Gesù Cristo, che configurano il concetto di successione apostolica. Tuttavia il primato del Vescovo di Roma non è un munus solitario da monarca assoluto, esso va letto nel concerto dell'amicizia di Cristo con Simon Pietro e poi con Giacomo, con Giovanni e Andrea e, infine, con gli altri apostoli.

Così per il papa e per i vescovi: continuano, secondo l'immagine celebre della ?costellazione? di von Balthasar, ad essere gli amici di Cristo che si fa Eucaristia e tra essi ha un posto speciale Maria santissima, la Donna verso la quale il primato deve sempre orientarsi.

L'alternativa a tale ?costellazione? è l'autonomia e l'autocefalia del singolo cristiano o della singola comunità, che isteriliscono la comunione, oltre che riprodurre la diatriba sorta tra gli apostoli su chi debba avere il primato. Questa discussione sui ?primati dal basso?, onorifici e mondani, fu troncata sul nascere da Cristo che divinamente affidò ad uno solo, primo Simone, come dicono gli evangelisti, il primato dell'unità e dell'amore.

Su questo poggia l'equilibrio della communio gerarchica della Chiesa cattolica. Un equilibrio che è alimentato con l'obbedienza del Papa e dei vescovi al Signore, che naturalmente diventa obbedienza vicendevole ma diversificata, come esprimono i due termini unità e comunione, simili ma diversi.

A questa opera di riconciliazione sul ministero petrino sono chiamate le chiese orientali cattoliche, che hanno la ragion d'essere per aver scelto la sede di Roma come criterio della communio. Il loro ruolo-ponte indicato dal concilio è, in sinergia con la sede di Roma, quello di accordare l'ecclesiologia orientale con la sinfonia della cattolica. In certo senso, si deve andare oltre l'oriente e l'occidente, oltre le rivendicazioni lontane del territorio canonico legate al cuius regio eius religio, perché, come ha detto il concilio, non c'è ecumenismo possibile senza il rispetto della libertà religiosa.

Non ci sarà bisogno di rincorrere a effimere globalizzazioni o ad imitazioni di unità ecumeniche, perché c'è già la Chiesa di Gesù Cristo una, santa, cattolica e apostolica che unisce in sinfonia, il locale e il particolare, all'universale.

E'più che mai necessario tornare all'universalità cattolica, affinché sempre di nuovo accada il ?che siano una sola cosa del Signore, attraverso l'unità e l'amore al cui servizio reale è il primato romano, in cui continua a vivere Pietro perché il mondo creda'.

4. Sempre pronti a dare risposta

Un servizio essenziale il Papa lo compie in difesa della dignità e della libertà della persona. Benedetto XVI, nel discorso al convegno della Chiesa italiana a Verona, ha ricordato:

Dio rispetta e salva la nostra libertà. Al potere del male e del peccato non oppone un potere più grande, ma preferisce porre il limite della sua pazienza e della sua misericordia, quel limite che è, in concreto, la sofferenza del Figlio di Dio. Così anche la nostra sofferenza è trasformata dal di dentro, è introdotta nella dimensione dell?amore e racchiude una promessa di salvezza.

Per i cristiani costituisce dunque l'invito più convincente a seguire Cristo sulla via del dono di sé: come Cristo che è segno di contraddizione, noi cristiani dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San Pietro (3,15), con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza (3,15-16), con quella forza mite che viene dall'unione con Cristo.

Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero e dell'azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. Per i laici non credenti quest'invito è una proposta utile, anche sul piano della sola ragione.

Tutto questo è riaffermato recentemente da Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata della Pace 2007:

La Chiesa si fa paladina dei diritti fondamentali di ogni persona. In particolare, essa rivendica il rispetto della vita e della libertà religiosa di ciascuno []. Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell'uomo. La pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno così evitate intromissioni inaccettabili in quel patrimonio di valori che è proprio dell'uomo in quanto tale [] l'umanità che ha a cuore la pace deve tenere sempre più presenti le connessioni tra l'ecologia naturale, ossia il rispetto della natura e l'ecologia umana []. Ogni atteggiamento irrispettoso verso l'ambiente reca danni alla convivenza umana e viceversa.

Come trasmettere tutto questo da una generazione all'altra? Il Papa indica innanzitutto alla Chiesa, ma a chiunque abbia a cuore il bene dell'uomo, la priorità delle priorità: l'educazione della persona che avviene, dice, con la formazione della sua intelligenza, senza trascurare quella della sua libertà e capacità di amare, e per chi crede, ricorrendo all'aiuto della grazia di Dio.

Il credente, ma anche chi non crede, si rende conto che a questo punto la verità ha la sua massima manifestazione nell'amore.

Joseph Ratzinger, parlando del momento di crisi che attraversa l'umanità, e spiegando in che senso il Cristianesimo sia la vera religione, diceva testualmente:

Al livello più profondo il suo contenuto dovrà consistere, oggi - come sempre, in ultima analisi -, nel fatto che l'amore e la ragione coincidono in quanto veri e propri pilastri fondamentali del reale: la ragione vera è l'amore e l'amore è la ragione vera. Nella loro unità essi sono il vero fondamento e il fine di tutto il reale[14].

Amore e ragione, dunque.

E in un altro passaggio affermava:

Il concetto biblico di Dio riconosce Dio come il Bene, come il Buono (cfr. Mc 10,18). Questo concetto di Dio raggiunge il suo culmine nell'affermazione giovannea: ?Dio è Amore? (1Gv 4,8). Verità e amore sono identici. Questa affermazione - se ne si coglie tutto quanto esso rivendica - è la più alta garanzia della tolleranza; di un rapporto con la verità, la cui unica arma è essa stessa e quindi l'amore[15].

Così la verità va a coincidere con l'amore.

La Chiesa cattolica, in tal modo, costituisce l'alternativa al sistema, ad ogni sistema che si succede nella storia; anzi la Chiesa resiste ad ogni sistema ed infligge ad esso il compito di perseguitarla. Alla Chiesa oggi è chiesto di riscoprire il senso e il valore della libertas che porta in sé e che propone a tutti gli uomini.

Come diceva Hans Urs von Balthasar nel suo Chi è il cristiano?, si tratta ora come sempre del coraggio cristiano che rischia.

E' questa la dimensione etica e sociale della communio, perché Il cristianesimo non è una religione di spirito ed acqua, ma di spirito, acqua e sangue che inseparabilmente uniti, rendono assieme testimonianza (1Gv 5,6-8). Dove il cristianesimo è soltanto interiore e spirituale, non può vivere a lungo[16].

La Chiesa, come Cristo, è inerme e come tale resta esposta al mondo, per la libertà di tutti, anche del figliol prodigo o del dissipatore nietzscheano. A costo del martirio.

Ogni giorno, al centro della Chiesa universale, quale principio necessario e insostituibile della sua unità e quale risposta personale al Signore, il primato del vescovo di Roma sta ad attestarlo.

(Agenzia Fides 5/1/2007)


Note
[1] Cfr. Catechismo della Chiesa cattolica n. 2034, Città del Vaticano 1992.
[2] Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium , n. 25; cfr. Catechismo della Chiesa cattolica n. 892.
[3] Cfr. Ivi., n. 891.
[4] Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, n. 23.
[5] Cfr. Christus Dominus, n. 2.
[6] Cfr. Catechismo della Chiesa cattolica n. 1369.
[7] Ivi.
[8] Cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucaristia, n. 35.
[9] Dante Alighieri, Paradiso, V, v. 77.
[10] Gregorio Magno, Commento sul libro di Giobbe, 3, 39; PL 75, 619.
[11] Benedetto XVI, Omelia nella Santa Messa per l?insediamento nell?arcibasilica lateranense, 7 maggio 2005.
[12] Cfr. Mt 16,18.
[13] L?Osservatore Romano, 1 Dicembre 2006, p. 6.
[14] Cfr. J. Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Siena 2003, p. 192.
[15] Ivi, p. 244.
[16] H.U. von Balthasar, Cordula ovverosia il caso serio, Brescia 1968, p. 56.

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