Ecco quello che ho scritto nel mio romanzo

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zsbc08
00Monday, November 10, 2008 10:09 AM
La "Camera del Silenzio (The Final Question)", Bastogi, Foggia dicembre 2007

V

(I bambini di Cacchiamo)

Ma ritorniamo di nuovo al mio viaggio ed alla scritta all'abbeveratoio, tra Cacchiamo e Calascibetta, in provincia di Enna, in Sicilia, perché è ancora lì che siamo fermi.

La scritta all'abbeveratoio: <<Dio c'è e l'acqua no>>.

Io ero in viaggio, in macchina, con mio padre, e mi stavo recando a Catania.

A Catania, come certamente ricorderai mio caro lettore, dovevo ritirare dei documenti da portare a Carontìa Marina, dove si stavano verificando gli strani fatti di cui ho già iniziato a parlare e a raccontare. Gli strani fatti delle case che bruciavano ... e degli impianti elettrici che bruciavano ... e del vecchio pescatore ...  Gli strani fatti della maledizione del Diavolo e dell'Etna di cui ho già parlato e raccontato ... viaggiando in macchina, con mio padre ... mentre tu, caro lettore,  viaggiavi in macchina, insieme a noi.

Mentre io e mio padre viaggiavamo, in macchina, era lui che guidava, passando per Cacchiamo, davanti ad un negozio di animali, per strada avevamo visto alcuni bambini che facevano incomprensibili giochi, comunicando tra di loro, in modo rumoroso, quasi senza alcun senso apparente. Li avevamo visti, prima di arrivare all'abbeveratoio e prima di arrivare alla scritta dell'abbeveratoio.

Completamente nudi, con più di quaranta gradi di caldo, i bambini erano aggressivi, violenti e poco coordinati nei movimenti dei loro corpi.

Stava accadendo qualcosa? Ma cosa?

Mio padre non aveva avvertito niente di anomalo, almeno questa era stata la mia impressione. Io, invece si.




XXXIV

(La vista del castello)

Camminammo per un bel po' e giungemmo in un luogo ardente ricco di fumarole, di vulcanetti di fango, e di mofete.

Dalla terra si levava il fumo e nell'aria c'era un odore forte d'acido.

Quei luoghi mi fecero ricordare che, quando mi ero recato per la prima volta a Pozzuoli, lungo la statale Domitiana, andando  verso il Porto, ero rimasto incantato alla visione delle colonne del Tempio di Serapide che emergevano dall'acqua del mare.

Il livello dell'acqua del mare si alzava e si abbassava non per effetto della luna e delle maree, ma perché la Crosta Terrestre si alzava e si abbassava.

Come avrete già capito, spesso i ricordi mi venivano a trovare, però loro non erano nel mio passato, dietro di me, ma davanti a me, nel mio presente, erano la mia tradizione, i miei antenati, i miei viaggi che erano sempre davanti a me, che camminavano davanti a me e che mi aprivano la strada.

E nei miei ricordi, i fatti contavano sì, contavano nella loro storicità, ma contavano ancora di più le meditazioni spirituali, i simboli, le allegorie, le visioni.

Nel mio mondo, nel mondo dei miei ricordi, le persone, il loro sviluppo progressivo, la loro spiritualità, i loro errori, la loro formazione, contavano più delle cose e dei fatti, anche se le cose ed i fatti li mettevo sempre lì, in primo piano.

I miei ricordi, le mie tradizioni, erano l'Inizio, “ciò che è sempre avanti”.

Durante il mio viaggio in Campania, avevo visto le fumarole e le mofete dei Campi Flegrei.

Fu così che, nella mia mente, la visione meravigliosa delle colonne del Tempio di Serapide si accompagnò alle fumarole ed alle mofete, l'acqua al vapore di gas dei vulcani, la terra che bruciava e che evaporava all'acqua che saliva e che scendeva dentro il Tempio, in mezzo alle colonne, e che evaporava anch'essa al caldo del sole.

Mentre pensavo alle fumarole di Pozzuoli, mi ritornò ancora una volta alla memoria Carontìa Marina.

Chissà, al posto mio, cosa avrebbe detto il vecchio pescatore di Carontìa Marina ad Agostino!

Durante quel viaggio in Campania vidi anche gli scavi di Cuma, e vidi davanti a me l'Antro della Sibilla e pensai agli oracoli ed alle sibille. Dan!

Rividi così, nei miei ricordi, l'Antro della Sibilla, un lungo corridoio che come un budello entrava nella roccia tufacea per più di centro metri. Era un cordone ombelicale che aveva la forma di un rettangolo sormontato da un trapezio isoscele, per un'altezza complessiva di circa cinque metri.

Attraverso il cordone ombelicale, come in un canale, l'energia dei Campi Flegrei e del Lago di Averno entrava dentro la camera della sibilla e l'energia della sibilla usciva fuori dalla roccia, verso i Campi Flegrei e verso il Lago Averno.

La roccia della sibilla era gravida come il basso ventre di una donna, e dentro la Madre Terra c'era il feto ... c'era lei ... la Sibilla!

Era seduta nell'ampia sala interna, dentro la grotta, là dove conduceva il lungo cordone ombelicale dell'Antro, dentro un grande buco che si apriva, al termine del corridoio, come un'ampolla di alchimista e che aveva la forma avvolgente di una palla, di una pancia. In fondo al lungo corridoio, nella camera che si apriva ... in fondo alla camera ... sembrava di entrare dentro la porta di un arco, una falsa volta, ma oltre l'arco, dov'era seduta la sibilla, in fondo alla camera, c'era il muro, e nel muro non c'erano né porte né finestre. Immaginai la sibilla che se ne stava seduta sotto l'arco, davanti al muro. La vidi come una ragazza bellissima. Era come una pitonessa che aveva eccellenti capacità divinatorie. Immaginai che avesse ancora tra le mani i suoi Libri Sibillini, scritti sulle foglie delle palme. I Libri erano sul palmo delle sue mani, poggiati sulle sue cosce aperte, mentre lei se ne stava seduta, dentro l'arco che era dentro la roccia della camera, in fondo alla camera alla quale conduceva il lungo corridoio. I Libri erano il suo feto e contenevano tutti i misteri della vita. E come un feto, sarebbero cresciuti ed avrebbero camminato sulle loro gambe, sospinti dal fato. Era per questo che risultavano ambigui, perché erano sospinti dal fato mentre camminavano sulle loro gambe. Ai suoi piedi, vidi anche una bottiglia di vetro, vuota, gettata in terra dopo che aveva già stillato tutte le sue gocce d'acqua. La ragazza bellissima, la sibilla, mi sembrò un abbeveratoio dove si andavano ad abbeverare gli animali divini, mi sembrò una stalagmite che saliva dalla roccia della terra per stillicidio. La bottiglia d'acqua poggiava sopra i granelli della sabbia che erano come la spiaggia del mare, sul pavimento della camera.

E tutto intorno a noi, nella stanza, nel buco della roccia dov'eravamo, sentivo il canto delle cicale. Le cicale cantavano, e gli oracoli scritti sulle foglie delle palme cantavano.

Mi avvicinai alle sue cosce aperte. Toccai i suoi Libri e, tra le foglie, raccolsi per mangiarne i frutti maturi delle palme. Scartocciai un dattero come si scartoccia un Bacio Perugina, e sul bigliettino di carta lessi: <<Aurora, b.giorno. Sono arrivate le “sibille” che aspettavi!dan>>.

Scartocciai un altro dattero, e lessi: <<Io ti dico che i fatti di Carontìa Marina accadono perché è nato un bambino che farà trionfare il Male e il Bene. Iniziate a costruire la Sapienza, perché tutto sia pronto quando verrà il suo momento. Tu sei il prescelto. Tutto nella tua vita era predestinato, sia quello che hai voluto, sia quello che non hai voluto e che mai pensavi potesse verificarsi. Ma tu hai saputo mantenerti sempre dentro le vie del fato che hai percorso, grazie alle tue doti divinatorie>>.

All'esterno, le Grotte della Sibilla, il basso ventre gravido della roccia,  si collegavano al Lago di Averno, e cioè al lago dove per gli antichi Iniziati si aprivano le porte degli Inferi.

E mentre guardavo verso le porte dell'Inferno, sul Lago di Averno, mentre il fumo nelle mofete usciva fuori dalla terra raggiungendo le acque del lago, le cicale cantavano, e le acque del Lago di Averno facevano il rumore delle onde, e cantavano come a Carontìa Marina correvano e giocavano i bambini sulla sabbia, come granelli, in riva al mare, sbucando dalla polvere e dalle montagne di granelli, come appena nati.

Ed io sentivo correre i bambini di Carontìa Marina, su e giù come onde del mare, e nei miei ricordi li vedevo giocare sulla sabbia. E adesso li vedevo anche come angeli.

E mentre sentivo cantare le cicale, mentre pensavo alla porta dell'Inferno che si apriva sull'Averno, e ad Enea, ed a Paolo, e a Dante, mi trovai davanti, all'improvviso il castello ottagonale del camionista, maestoso e sobrio, alla fine del mio cammino, all'ultima fermata della via che stavo percorrendo, sopra una collinetta, al capolinea, mentre il cielo si stava per riempire di luce.

Mi fermai alla vista della collinetta, alla vista della strada che saliva, e del castello ottagonale, e presi nella mia la mano della ragazza, della giovane e bella figlia di “R”, come a chiedere conforto.[...]

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