E nel silenzio il Darfur cammina verso la catastrofe

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vanni-merlin
00Sunday, August 13, 2006 3:25 PM
OPERAZIONI DI SOCCORSO SEMPRE PIÙ A RISCHIO



E nel silenzio il Darfur cammina verso la catastrofe



Giulio Albanese

La crisi in Medio Oriente e l'incombere del terrorismo hanno oscurato la tragedia in atto nel Darfur, la più grave emergenza umanitaria su scala mondiale. Stando a fonti delle Nazioni Unite, il numero delle persone coinvolte nel conflitto che insanguina le lande semidesertiche del Sudan Occidentale ha ormai superato i tre milioni e mezzo di unità, pari a metà dell'intera popolazione che abitava la regione prima dell'inizio delle ostilità, nel febbraio del 2003. E come se non bastasse, la situazione generale sta continuando a deteriorarsi. In particolare "lo scorso luglio è stato in assoluto il mese peggiore dall'inizio del conflitto in termini di attacchi agli operatori e svolgimento delle operazioni di soccorso. Otto operatori umanitari di nazionalità sudanese sono stati brutalmente uccisi": così si legge in un comunicato diramato da quattro organizzazioni non governative - Care International, Oxfam, World Vision e International Rescue Committee.
E in questo inferno di dolore la violenza è paradossalmente aumentata nei campi profughi che ospitano due milioni e mezzo di persone da quando un impopolare accordo di pace è stato firmato in maggio. Secondo autorevoli fonti indipendenti, un paio di settimane fa le truppe di Khartoum, appoggiate dai famigerati janjaweed (miliziani a cavallo), hanno attaccato gli uomini del Justice and Equality Movement (Jem) e altri gruppi ribelli nella zona di Jebel Moon. Sta di fatto che la vita di coloro che popolano questa remota periferia africana - vasta quanto la Francia - dipende strettamente dalle agenzie umanitarie, non solo nei campi ma anche nei villaggi più remoti. La sensazione, inutile nasconderselo, è che manchi la volontà politica di risolvere una crisi nella quale sono in gioco interessi che vanno ben al di là della tradizionale contrapposizione tra le forze ribelli e il governo centrale sudanese. C'è chi intravede dietro le quinte interessi legati al petrolio: nel sottosuolo del Darfur vi sarebbero infatti consistent i giacimenti petroliferi. A comunicarlo ufficialmente, nell'aprile del 2005, fu lo stesso ministro dell'energia sudanese Awad al-Jaz. Come se non bastasse, da ottobre l'Unione Africana non avrà più soldi per pagare stipendi ed equipaggiamenti ai 7mila soldati che vegliano - per modo di dire, visto il diffuso stato di anarchia - sulla tregua ormai violata. Lo ha riferito il portavoce della stessa Ua, Noureddine Mezni, alla conferenza plenaria di luglio con i donatori che si sono impegnati a versare 181 milioni di dollari per la missione. "Cifra sufficiente a coprire le spese fino a metà ottobre", ha spiegato Mezni, precisando che l'Unione Africana spera in un ulteriore finanziamento.
Nel frattempo il governo di Khartoum, con la complicità della Lega Araba e della Cina, continua a respingere decisamente ogni "interferenza" della comunità internazionale nella disastrosa crisi umanitaria. Il rifiuto di un eventuale intervento dei caschi blu dell'Onu al posto delle forze Ua, la dice lunga. Molto dipenderà dall'abilità di Kofi Annan che ha il difficile compito di creare consensi per un rafforzamento delle forze di pace previste nel piano d'intervento africano. Il rispetto dell'agenda dei diritti umani nel Darfur sembra essere l'ultima delle preoccupazioni per certe grandi potenze che valutano l'altrui sofferenza con spietato cinismo.



da: www.avvenire.it/


[Modificato da vanni-merlin 17/10/2006 19.14]

[Modificato da vanni-merlin 17/10/2006 20.44]

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