Differenza e Ripetizione

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sgubonius
00Monday, December 22, 2008 3:18 PM
Ho terminato con sudore questo saggio che però mi ha ripagato di ogni fatica. Scritto in maniera quasi illegibile per l'eccesso di accademismo e di divagazioni su OGNI possibile argomento (dal teatro, alla psicanalisi, alla fisica, alla matematica pura, alla letteratura, alla poesia, alla sociologia...), riesce però a riportare tutte le divergenze di esposizione nell'unità della sua tesi principale alla fine, con grande gratificazione del lettore!

Cito una pagina secondo me bellissima per cercare di spiegare cosa sostiene Deleuze:

Forse il fine più alto dell'arte è di porre in atto simultaneamente tutte queste ripetizioni, con la loro differenza di natura e di ritmo, col loro rispettivo spostamento e travestimento, con la loro divergenza e il loro discentramento, di inserirle le une nelle altre, e, dall'una all'altra, di avvolgerle di illusioni il cui "effetto" varia caso per caso.
Larte non imita perché anzitutto ripete, e ripete tutte le ripetizioni per conto di una potenza interiore (se l'imitazione è una copia, l'arte è simulacro, potere di rovesciare le copie in simulacri). Persino la ripetizione più meccanica, più quotidiana, più abituale, più cristallizata, essendo sempre spostata in rapporto ad altre ripetizioni, trova posto nell'opera d'arte, a condizione che si sappia ricavarne una differenza. Del resto, il solo problema estetico è quello di inserire l'arte nella vita quotidiana, giacché quanto più quest'ultima appare standardizzata, cristallizata, sottoposta a una riproduzione accelerata di oggetti di consumo, tanto più l'arte deve aderirvi strappandole quella piccola differenza che peraltro opera simultaneamente tra altri livelli di ripetizione. Il suo compito è di far risuonare i due estremi delle serie abituali di consumo con le serie istintuali di distruzione e di morte, di congiungere il quadro della crudeltà con quello della bestialità, di scoprire sotto il consumo uno sbattere ebefrenico di mascella, e sotte le più ignobili distruzioni della guerra, ancora e sempre dei processi di consumo, di riprodurre esteticamente le illusioni e mistificazioni che costituiscono l'essenza reale di questa civiltà, affinché per ultimo si esprima la Differenza, con una forza a sua volta ripetitiva di ira, in grado d'introdurre la più strana selezione, fosse pur anche una contrazione discontinua, vale a dire una libertà per la fine di un mondo.
Ogni arte dispone di tecniche ripetitive che si sovrappongono l'una sull'altra, il cui potere critico e rivoluzionario può toccare il punto più alto, conducendola dalle smorte ripetizioni dell'abitudine alle ripetizioni profonde della memoria, quindi alle ripetizioni ultime della morte ove è in gioco la nostra libertà.


Ovviamente ogni termine racchiude tutta una spiegazione antecedente e quindi il solo testo così risulta criptico, però mi serve da base per tentare di enucleare in poche parole un picco del pensiero straordinario.
La filosofia della differenza si pone contro un "lungo errore" che è quello della filosofia della rappresentazione (da Platone a Hegel) che ha ricercato sempre soltanto l'identità e la somiglianza, ovvero la copia dell'originale (l'idea in platone e in Hegel appunto, il trascendentale ricondotto alla ragion pratica in Kant, ecc...) per giustificare un sistema morale in cui all'arrivo del vero marito i pretendenti morissero (come Ulisse e i Proci) e in cui quindi si fondasse una Verità.
Deleuze tenta invece di dimostrare come originaria sia la differenza, e come l'identità ne sia solo la conseguenza, in un ottica in cui è una "differenza di potenziale" a generare il divenire del mondo, mentre le nostre categorie tentano di distribuire un essere univoco spinoziano negli enti per analogia, senza accorgersi dell'abisso senza fondo, vulcanico, che ribolle sotto. Ma come è possibile "affermare la Differenza"? La risposta è l'eterno ritorno, una ripetizione della differenza che non è ripetizione/imitazione/copia di un originale ma è ritorno della Differenza stessa. Le copie diventano simulacri, cioè immagini/illusioni senza modello, che hanno nella loro differenziazione e unicità individuale giustificazione all'esistenza, senza Verità, Dio o altri garanti della somiglianza all'originale. Questo è il grande parricidio edipico (o anti-edipico) della "morte di Dio" di Nietzsche, ovvero l'affermazione di un mondo caotico (Caosmo) dell'apparenza, dove non c'è Idea platonica, e dove la ripetizione non è nuda (ripetizione dello stesso) ma è ripetizione vestita (ripetizione della differenza) che non si sviluppa nè solo nelle abitudini inconscie e meccaniche dell'es, nè solo nell'ambito della memoria dell'Ego, ma è affermabile soltanto da un "Io dissolto, incrinato" che diviene ed è scentrato come lo è la ripetizione (non quindi l'Io del cogito cartesiano, sempre uguale a sè stesso e fondamento della rappresentazione del cogito me cogitare) in una forma del tempo che non può essere che tempo puro, pulsione di morte.

L'eroe (Edipo, Zarathustra) deve rendersi capace di portare a termine l'azione che ha intrapreso col sommo parricidio, e può farlo solo attraverso un distacco totale da morale, rappresentazione, identità e somiglianza, che è possibile solo col distacco dall'Io tradizionale. "Che importa di Zarathustra?"
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