Celebrare “verso il popolo” o “dare le spalle al popolo”

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enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:21 PM

Di Don Matteo De Meo*

Celebrare "verso il popolo" o "dare le spalle al popolo"

Se un giorno, invece, qualche parroco chiede al suo vescovo di celebrare

sull’antico altare monumentale della propria parrocchia, e di riutilizzarlo per

le celebrazioni eucaristiche nella modalità, diciamo antica (con le spalle al

popolo), non si perde tempo a riunire commissioni liturgiche per valutare

l’opportunità teologica e pastorale di tale prassi. E, dopo varie sedute e

commissioni, forse si può rientrare in una sorta di "tolleranza"; ma dopo

aver subito non pochi contrasti e giudizi di diffidenza: "...Personalmente

preferisco celebrare rivolto verso il popolo e non dando le spalle..." ;

"...Credo che il sentire della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II sia quello

di celebrare verso il popolo..." ; "...Che in alcune parrocchie si celebri verso

il popolo e in altre versus Deum potrebbe causare confusione tra il popolo di

Dio, che vede fare cose diverse..." ; "...Prima di prendere una decisione del

genere bisogna sentire il parere del popolo..."; "...Ma i bambini non saranno

educati bene nel partecipare ad una celebrazione dove il sacerdote da a loro

le spalle ..."; "..Non si può accettare una tale celebrazione perchè Gesù

nell’ultima cena non ha dato le spalle agli apostoli...."; "...la messa è più

partecipata quando il sacerdote è rivolto verso il popolo..."; "...Non mi

sentirei a mio agio celebrando con le spalle al popolo...anche se questa è la

prassi del S. Padre"; "...La prassi di celebrare versus Deum è tipicamente

medievale e non ha nulla a che vedere con la prassi tradizionale e antica

della Chiesa...L’altare ad Deum è stato giustamente definito "mensolina" e

non ha la dignità di un altare per la celebrazione... La dimensione della

convivialità, della mensa, della comunione, è un aspetto fondamentale della

celebrazione eucaristica che si era dimenticata prima del Vaticano II e che la

Riforma liturgica ha riscoperto con la celebrazione verso il popolo..."; "...La

celebrazione versus Deum nasconde questa dimensione comunionale

esaltando unicamente la dimensione sacrificale della celebrazione

liturgica...".

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:22 PM

Ho voluto sintetizzare in queste frasi (realmente pronunciate e non

ipotetiche), quelle obiezioni che ricorrono spesso ogni qual volta ci si trova

fra sacerdoti- ma anche con vescovi- e con laici (impegnati) a confrontarsi

su alcune questioni di liturgia. In questo caso (lo avrete intuito) si tratta

della possibilità di poter legittimamente celebrare versus Deum (in gergo

comune, purtroppo, "con le spalle al popolo").

É inveterata, oramai, la convinzione che l’unico modo legittimo di celebrare

la divina eucaristia sia quello in cui il sacerdote è rivolto verso il popolo,

dando le spalle alla croce. L’antica modalità (il Vetus Ordo) con cui il

sacerdote celebrava la parte eucaristica rivolto verso la Croce (versus Deum)

è, in alcuni casi, tollerata e spesso considerata non "adatta" ai canoni

previsti dalla Riforma liturgica del Vaticano II, quindi da doversi tralasciare.

Questo è nei fatti! Chiunque si rechi a Messa potrà, nella stragrande

maggioranza dei casi, trovare conferma di quanto appena affermato! Sia che

ci si trovi in chiese di nuova costruzione o all’interno di antiche basiliche,

ovunque troverà un "altare nuovo"; e in quelle antiche posto davanti a

quello monumentale (spesso di discutibile forma e dignità). Insomma la

celebrazione versus deum di fatto nelle chiese, siano esse antiche o

moderne, è interdetta! Tutte le operazioni di adeguamento sono

indiscutibilmente in questo senso in nome del nuovo spirito liturgico del

Vaticano II.

Ma quanti sono a conoscenza che la Congregazione per il Culto Divino

prevede e non proibisce tale possibilità, -tra l’altro mai vietata e nè

impedita,- nè dal Concilio, nè dalla rispettiva Riforma liturgica del Vaticano

II (come vedremo in seguito)? Inoltre, tale modalità è, attualmente,

suffragata dalla prassi liturgica del S. Padre che, credo, non debba essere

ritenuta solo come un mero " suo gusto personale" (come, invece, qualche

vescovo mi ha fatto "paternamente" notare!).

Spesso queste riflessioni vengono semplicemente liquidate come quel solito

pensiero "tradizionalista", "anticonciliare", "conservatore", ecc...! Non può

essere altrimenti, se il Concilio viene ricordato da tutti -e dico da tutti-, clero

compreso, come quell’avvenimento che ha eliminato il latino, ha abbattuto i

"muri di separazione" fra presbiterio e fedeli (smantellamento delle

balaustre) e cambiato l’orientamento della celebrazione della Messa come le

cose più evidenti; questo certamente non è colpa nè del Concilio, nè della

Riforma liturgica, che queste cose non le ha mai affermate (cf. SC 31-58).

Ma, stranamente, la Nota Pastorale CEI1 pone tra i "primi problemi da dover

affrontare" per l’attuarsi della Riforma liturgica, proprio queste realtà:

[...L'adeguamento degli spazi per la celebrazione dell'Eucaristia2 è stato il

primo problema ad essere affrontato dalle nostre comunità nell'immediato

periodo post-conciliare ed è stato spesso risolto mediante interventi evidenti

come la rimozione delle balaustre e la collocazione di nuovi altari

dichiaratamente provvisori ma comunque tali da consentire di celebrare

rivolti al popolo...].

Non si può rimanere perplessi nel constatare che, per la questione dell’altare

rivolto al popolo, i decreti conciliari non ne fanno alcun cenno. Ancora una

volta, se ne parlerà solo nelle Istruzioni postconciliari che, tra l’altro, non

impongono nessuna celebrazione "versus populum" e non fanno divieto di

nessuna celebrazione "versus Deum"3.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:23 PM

L’idea che solo la celebrazione "versus populum" come forma

corrisponderebbe all’autentica liturgia cristiana favorendo la partecipazione

attiva dei fedeli; che solo questa forma sarebbe quella che più dell’altra

(versus Deum), si avvicina all’immagine originaria dell’Ultima Cena, si

sono imposte dopo il Concilio. Dappertutto si sono costruiti altari "nuovi",

demolendo o abbandonando gli altari "vecchi",e questo oggi appare come il

vero frutto della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. Questa

interpretazione, purtroppo, sembra avvallata dalla stessa Nota Pastorale Cei

sull’adeguamento liturgico del 1996 a cui si fa riferimento in modo univoco

ed esclusivo per dirimere eventuali problemi in merito! Ma la Riforma

liturgica del Vaticano II non ha mai imposto una tale prassi! La perplessità

si impone alla luce dei documenti conciliari e magisteriali.

1 Cf. CEI, Commissione episcopale per la liturgia, Nota pastorale, Roma 31 maggio 1996, n. 15

2 Cfr. MESSALE ROMANO, Principi e norme, nn. 255-288, 311-312.

3 Per un approfondimento di tale questione alla luce di una retta interpretazione dei documenti conciliari e post

conciliari si rimanda: U.M. LANG, Rivolti al Signore, Siena 2006, pp.18-25.

Quando i padri conciliari esaminarono la dichiarazione che precedette

l’approvazione del n. 128 della SC, si riferivano alla liceità di una

celebrazione "versus populum" lì dove ci fosse stato un altare adatto a tale

possibilità: «Liceat sacrificium Missae celebrare versus populum in altari

apto...»4".

Questa affermazione non voleva assolutamente dichiarare che fosse l’unica

forma possibile e che l’antica forma "versus deum" fosse esclusa, come di

fatto è avvenuto nella prassi5! La n. 128 della SC indica più che altro una

revisione di quelle realtà attinenti al culto sacro, "specialmente per la

costruzione degna e appropriata degli edifici sacri, la forma e l’erezione

degli altari...". Il testo latino, difatti, così recita:

«...quae rerum externarum ad sacrum cultum pertinentium apparatum

spectant, praesertim quad aedium sacrarum dignam et aptam contructionem,

altarium formam et aedificationem...recognoscantur...».

Si fa riferimento ad una "revisione critica" (infatti il verbo usato è

recognoscere) e non ad un "cambiamento", o ad una "trasformazione di una

cosa in un’altra" (in tal caso si sarebbe usato il verbo mutare) Il rischio di

questo "fraintendimento" fu intuito già dal Card. G. Lercaro, presidente del

Consilium per l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Nel

1966, in una lettera indirizzata ai capi delle Conferenze episcopali- datata 25

gennaio-, richiama fortemente alla "prudenza" da doversi usare rispetto alla

questione del rinnovamento degli altari: «...Soprattutto perchè, per una

liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto versus

populum: nella Messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dalla

sede, dall’ambone e dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto

riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la

partecipazione abbastanza possibile. In secondo luogo si dovrebbe pensare

seriamente ai problemi artistici e architettonici essendo questi elementi

protetti in molti paesi da rigorose leggi civili. ...»6 La lettera del Card.

Lercaro segue naturalmente l’Istruzione Inter Oecumenicis, preparata dallo

4 CONCILIORUM OECUMENICORUM DECRETA, Sacrosanctum Concilium, n. 128, p. 842.

5 Cf. F. GIL HELLÍN (ed.), Concilii Vaticani II Synopsis: Sacrosanctum Concilium, Città del Vaticano 2003, p. 389

6 Traduzione da G. LERCARO, L’heureux dévloppement, in «Noto» 2, 1966, p. 160.

stesso Consilium ed emanata il 26 settembre 1964, contenente un capitolo

(cap.V) sulla progettazione di nuove chiese e altari7. É facile dedurre che un

simile richiamo fosse dovuto al reale rischio che si procedesse a un tentativo

di interpretazione assolutistica e unilaterale. Lo stesso Ratzinger ritiene

questa prassi (nel suo senso unilaterale), il frutto di un fraintendimento8, che

si pone in assoluta discontinuità con la prassi liturgica della Chiesa e che ha

introdotto "paradossalmente" una sorta di clericalizzazione liturgica "quale

non si era mai data in precedenza"9.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:25 PM

Da una lettura attenta, e non ideologica, dei documenti magisteriali si evince

che le due forme di celebrazione sono possibili, anzi, che il richiamo alla

prudenza del card. Lercaro -caduto nel vuoto nella "febbre" di cambiamento

del post-concilio- resta sempre valido; che non bisogna estremizzare

nessuna posizione ma entrambe sono l’occasione per un confronto, un

dibattito e un dialogo alla luce della modalità di ricezione della Riforma

liturgica stessa10.

Inoltre, il principio teologico/liturgico dell’unico altare è stato

continuamente disatteso, e continua ad esserlo, nonostante i molteplici

richiami fatti dalla Congregazione per il Culto Divino, negli anni che

seguirono il Concilio. Infatti, l’usanza di edificare altari nuovi davanti a

quelli antichi, più o meno monumentali, divenne prassi comune dappertutto

nelle chiese. Bisognava cambiare la modalità della celebrazione a tutti i

costi perchè questa era una prescrizione del Concilio, e di questo si è ancora

convinti!

Ma il Consilium stesso reagì subito a questo fraintendimento chiarendo, già

nel 1964, i termini di quel "liceat" che era risuonato durante la sessione

conciliare:

7 Cf. Sacra Congregatio Rituum, Instructio ad exsecutionem Constitutionis de sacra Liturgia recte ordinandum Inter

Oecumenici, in «EV» 2, 1964, p. 350, n. 300.

8 Cf. J. RATZINGER, Introduzione allo Spirito della Liturgia, Milano 2001 pp. 70-80.

9 Ibid. p. 76.

10 Cf. Congregatio De Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, Editoriale: "Pregare ad orientem versus", in Noto

29, 1993, p. 247.

"... Per quanto riguarda la questione se sia consentito, un altare portatile di

fronte al fisso verrà risposto: . "Di per sé, è consentito, ma non è

consigliato... anche se l'altare è collocato in modo che il celebrante deve

dare le spalle al popolo.11"

Quindi non era una modalità da doversi attuare a tutti i costi.

Si è ancora più espliciti nel febbraio del 1972 quando la stessa

Congregazione per il Culto Divino ritiene necessario intervenire con un

Responso: "

"1. E’ da tollerare un altro altare [stabile] per la celebrazione verso il

popolo, su un presbiterio dove vi sia il precedente antico altare [stabile]? -.

Risposta: No, non è tollerabile. 2. 2. 'In ogni presbiterio deve sussistere un

solo ed unico altare, o verso il popolo o con le spalle al popolo? - Risposta:

Sì, si può dare solo un unico altare. 3. 3. Qualora ci siano altari temporanei

(successivi agli antichi altari) dopo la pubblicazione del terzo istruzione

devono essere rimossi? .- Risposta: Sì, essi devono essere eliminati ai sensi

di quanto sopra detto. 4. 4.Si può tollerare che, dopo la pubblicazione delle

suddette istruzioni continuino ad esserci altari provvisori di fronte agli

antichi altari ? - Risposta: No, non può essere tollerato, a meno che non sia

una questione temporanea."12.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:27 PM

Ma la storia ci ha dimostrato come, ancora una volta, il fraintendimento ha

avuto la meglio sulla realtà: ad essere rimossi furono gli altari antichi,

causando, tra l’altro, danni irreparabili nelle antiche chiese.

Dai pronunciamenti della Congregazione si evince la condanna di una

indiscriminata prassi di costruire nuovi altari dappertutto, e il continuo

richiamo al principio "dell’unico altare" che bisognava salvaguardare e

rispettare. Il problema, a questo punto risulta evidente! Si era frainteso il

senso della liceità di una celebrazione verso il popolo come un fatto

vincolante, tanto da ritenere l’altra modalità (quella versus Deum) inadatta

al nuovo spirito voluto dalla Riforma liturgica.

11 Cf. Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, Dubia, ad n.91 [Instructio „Inter Oecumenici"

del 26 Settembre 1964], (Notitiae 1, 1965, 251).

12 Cfr. Congregatio pro Cultu Divino,19/2/1972, Prot.168/72 in Liturgia,CAL,18,3,1974 ,pp.928-929

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:29 PM

Ma questi richiami, stranamente continuano ad essere disattesi, tanto che il 3

maggio del 1986 la Congregazione per il Culto Divino in merito

all'Introduzione Generale al Messale n. 262 afferma:

"Di solito, in una chiesa di nuova fondazione venga costruito e consacrato

l’altare, fisso e può essere rivolto al popolo o con le spalle ad esso. A

proposito della posizione del celebrante all'altare, se verso il popolo o con le

spalle ad esso, è .tuttavia, non richiesto, e sono ammessi entrambe le

possibilità. Il fatto, invece, che in una chiesa ci siano due altari (sullo stesso

presbiterio), il nuovo davanti all’antico, certamente non corrisponde allo

spirito della Liturgia, e compromette l’aspetto architettonico e artistico"13.

Nel 1993, ancora una volta, la Congregazione per il Culto Divino dà un

secondo Responsum sulla questione di due altari nello stesso presbiterio:

"3 L'installazione di un altare versus populum è certamente qualcosa che le

attuali norme liturgiche consigliano. Tuttavia, non è da considerarsi in

valore in assoluto. Bisogna considerare i casi in cui l'orientamento

dell’altare al popolo non consente, nella sua progettazione, di conservare

quello precedente. In questi casi, è meglio attenersi all’essenziale della

liturgia, ovvero usare e conservare l’antico altare con le spalle al popolo per

celebrare, anzichè creare due altari nella stesso presbiterio. Il principio

liturgico dell’unico altare su un presbiterio, è teologicamente più importante

per la celebrazione comunitaria. 4. È necessario spiegare chiaramente che

l'espressione, "con le spalle al popolo o rivolti al popolo" 'non ha alcun

significato teologico, ma solo in un certo senso di forma esteriore. Ogni

Eucaristia è celebrata a lode e gloria del suo Nome e una benedizione per

noi e per tutta la sua santa Chiesa ... Perché in senso teologico, siamo tutti

rivolti al Signore. Infatti il sacerdote all’altare parla al popolo solo nei

dialoghi con esso..... Tutto il resto è la preghiera al Padre per mezzo di Gesù

Cristo nello Spirito Santo.." Questa teologia deve essere visibile "14.

Questo principio è talmente importante per la Chiesa che nel gennaio del

1996 la Congregazione chiarisce la questione addirittura con le chiese

13 Cfr. Congregatio pro Cultu Divino , 3.5.1986, : Prot. 313/86, (la traduzione è privata).

14 Cfr. Congregatio pro Cultu Divino, "Editoriale: Pregare orientem versus" in Notitiae 29, 1993, 245-249.

orientali unite a Roma ma di rito greco –Bizantino. La prassi di celebrare

verso il popolo minacciava l’autenticità del rito greco seguito dalla maggior

parte delle chiese orientali e creava in alcuni casi confusione. Infatti, alcune

chiese ortodosse orientali, specialmente quelle della diaspora, iniziarono ad

usare la celebrazione versus populum, sotto l’influenza delle pratiche

cattoliche latine. La competente autorità romana richiama subito che la

celebrazione della liturgia verso oriente deve essere preservata e che questo

non lede la comunione con Roma:

"...Questa pratica (versus orientem) sotto la recente influenza della Chiesa

latina è minacciata, in molte Chiese orientali cattoliche. Essa invece, ha un

valore notevole ed è in pieno accordo con la spiritualità liturgica orientale,

quindi è assolutamente da " preservare "15.

Se diamo uno sguardo alle rubriche dell’Institutio Generalis del rinnovato

Missale romanum di papa Paolo VI dell’editio typica del 26 marzo del 1970,

della editio typica altera del 27 marzo 1975, dell’editio typica tertia del 20

aprile del 2000 di Giovanni Paolo II (anche se di fatto il MR fu pubblicato

nel 2002), e infine la terza editio typica emendata del 2008, si nota che tutte

presuppongono un’orientamento comune del sacerdote e del popolo per il

momento centrale della liturgia eucaristica16. La teologia sottostante alle

rubriche, che tutt’oggi sono ritenute nell’ordo missae, mira a rendere

visibile che tutti, sacerdote e assemblea sono rivolti a Dio e non l’uno di

fronte all’altro.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:31 PM

Ma purtroppo nella Nota pastorale Cei sembra che non sia stato recepito

nulla di tale possibilità e le Istruzioni generali, spesso, sembrano non tener

conto di queste più ampie e approfondite riletture.

15 cfr. Congregatio pro Ecclesiis Orientalibus: Istruzione per l'applicazione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei

Canoni delle Chiese Orientali "Il Padre : incomprensibile ", 6.1.1996, n. 107, (traduzione privata)

16 Cfr. Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum uctoritate Pauli PP. VI

promulgatum, editio typica, Typis Poliglottis Vaticani, Città del Vaticano, 1970, Ordo Missae cum populo, p. 391, n.

133 (ad populum versus) e p. 475, n. 142 (versus ad populum) ; Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici

Concili Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum Ioannis Pauli PP. II cura recognitum, editio

typica tertia, Typis Vaticanis, Città del Vaticano 2002, Ordo Missae p. 515, n. 29; p. 600, n. 127; p. 601, nn. 132-133, p.

603 n. 141. La questione è stata già trattata: cf. U.M. LANG, Rivolti al Signore, pp. 17-25.

Un immediato confronto fra ciò che la Nota Patorale Cei indica come

"normativo" e la Norma del Messale (n. 299) a cui si fa riferimento lascia

alquanto perplessi!

La Nota afferma:

["... La conformazione e la collocazione dell'altare devono rendere possibile

la celebrazione rivolti al popolo17 e devono consentire di girarvi intorno e

di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti. Se l'altare

esistente soddisfa alle esigenze appena indicate, lo si valorizzi e lo si usi. In

caso contrario occorre procedere alla progettazione di un nuovo altare

possibilmente fisso e, comunque, definitivo. La forma e le dimensioni del

nuovo altare dovranno essere differenti da quelle dell'altare preesistente,

evitando riferimenti formali e stilistici basati sulla mera imitazione. Per

evocare la duplice dimensione di mensa del sacrificio e del convito

pasquale, in conformità con la tradizione, la mensa del nuovo altare18

dovrebbe essere preferibilmente di pietra naturale, la sua forma

quadrangolare (evitando quindi ogni forma circolare) e i suoi lati tutti

ugualmente importanti....]19.

La Norma del Messale Romano n. 299 a cui la Nota Pastorale si riferisce

così recita:

[299. Altare exstruatur a parete seiunctum, ut facile circumiri et in eo

celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile

sit. Altare eum autem occupet locum, ut revera centrum sit ad quod totius

congregationis fidelium attentio sponte convertatur. De more sit fixum et

dedicatum.] [L'altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi

facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è

conveniente realizzare ovunque sia possibile. L'altare sia poi collocato in

17 Cfr. Precis. C.E.I., n. 14; CEI, Benedizione degli Oli e Dedicazione della chiesa e dell'altare, nn. 159; vedi anche

CEI, Commissione episcopale per la liturgia, Nota pastorale, La progettazione di nuove chiese, Roma 18 febbraio 1993;

MESSALE ROMANO, Principi e norme, n. 269.

18 Cf. MESSALE ROMANO, 2002 Principi e norme, n. 263.

19 Cf. CEI, Commissione per la Liturgia, Nota pastorale, cit., n. 17; le sottolineature non sono nel testo ma proprie dell’autore.

modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente

converga l'attenzione dei fedeli. Normalmente sia fisso e dedicato.]20.

La Nota pastorale CEI fa propria questa norma recependola, però, nel

seguente modo:

[... La conformazione e la collocazione dell'altare devono rendere possibile

la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di

compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti...].

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:34 PM

 

Ma dal modo con cui il testo latino della Norma n. 299 è formulato si evince

che:

- Il "..versus populum per agi possit."..è un congiuntivo ed indica più

che altro una possibilità (possit- possibile). Per cui la traduzione esatta

sarebbe: "poter celebrare rivolti al popolo". La traduzione italiana delle

Norme del Messale, infatti, la recepisce e la traduce in questo modo.

- Il senso recepito dalla Nota, invece, traduce il possit (possibilità)

come una prescrizione, un "doversi", per cui afferma: "...devono rendere

possibile la celebrazione rivolta al popolo..." e "...devono consentire...".

- Se il significato originale della Norma fosse stato in senso

prescrittivo (così come è recepito dalla Nota CEI) essa avrebbe dovuto

recitare: versus populum per agendum...". (il gerundivo latino indica

chiaramente un dovere, invece il congiuntivo sottolinea una possibilità)

- Invece la sottile formulazione del paragrafo (possit-possibile) indica

chiaramente come la posizione del celebrante di fronte al popolo non sia

resa obbligatoria. Per cui non "devono", ma "possono", "...è possibile". Da

20 Cf.MISSALE ROMANUM, idem, n. 299.

ciò si evince che la norma indica che la celebrazione versus populum è una

possibilità che di per sè non esclude la celebrazione versus Deum

egualmente possibile: prevede semplicemente le due forme di celebrazione.

- La Nota pastorale CEI, invece, restringe a tal punto questa

interpretazione da vincolare addirittura l’altare esistente (altare antico)alla

possibilità o meno della celebrazione versus populum ritenuta obbligatoria.

Qualora non si potesse soddisfare questa esigenza, la Nota indica che si

proceda alla progettazione di un nuovo altare che sostituisca il precedente

che non consente di celebrare versus populum:

[...Se l'altare esistente soddisfa alle esigenze appena indicate, lo si valorizzi

e lo si usi. In caso contrario occorre procedere alla progettazione di un

nuovo altare...]

E conclude affermando che in modo particolare nelle chiese parrocchiali:

[...Notevole attenzione deve essere rivolta anche al recupero della centralità

dell'altare nuovo in rapporto all'altare preesistente che, essendo in molti casi

da conservare integralmente, deve però cambiare funzione...]21

- Inoltre l’aggiunta :"che è desiderabile ovunque o comunque (quod

expedit ubicumque possibile sit), si riferisce alla possibilità di un altare a sè

stante e non riguarda l’indicazione della celebrazione versus populum.

L’interpretazione esatta si ricava dalla rilettura del testo alla luce della

precedente indicazione della Inter Oecumenici 91: [Praestat ut altare maius

extruatur a parete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versusu

populum peragi possit.] " [Nella chiesa] è opportuno che vi sia l’altare fisso

e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi

facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo"22.

Per cui ancora una volta si sottolinea la "possibilità" di una celebrazione

verso il popolo e, tra l’altro, la separazione dell’altare dalla parete non è una

21 Cf. Nota pastorale, cit., n. 51

22 La traduzione dal latino è privata.

prescrizione ma solo un suggerimento perchè sia agevolata la possibilità del

sacerdote di potervi facilmente girare intorno.

- Questa lettura dei testi è confermata dalle rubriche presenti nel

rinnovato Missale Romanum di Paolo VI che presuppongono un

orientamento comune del sacerdote e del popolo per il momento culminante

della liturgia eucaristica23. Inoltre la terza Editio typica del rinnovato

Missale Romanum, approvata da Papa Giovanni Paolo II il 10 aprile 2000, e

pubblicata nella primavera del 2002, e la tertia emendata del 2008

mantengono queste rubriche24.

Infine tale lettura dei documenti ufficiali è stata approvata dalla

Congregazione per il Culto Divino in un Responso al Card Schönborn del

25 settembre 2000 firmata dal Card. Jorge Arturo Medina Estèvez, allora

prefetto della Congregazione, e dall’Arciv. Francesco Pio Tamburrino,

segretario:

«È stato chiesto alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei

Sacramenti se l’enunciato del n. 299 dell’ Institutio Generalis Missalis

Romani costituisca una normativa secondo la quale, durante la liturgia

eucaristica, la posizione del sacerdote versus absidem sia da considerarsi

esclusa.

La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, re

mature perpensa et habita ratione [dopo matura riflessione e alla luce] dei

precedenti liturgici, risponde:

«Negative et ad mentem . [Negativamente e in accordo con i chiarimenti

seguenti]:

23 Cf. Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI

promulgatum, editio typica, Typis Poliglottis Vaticani, Città del Vaticano, 1970, Ordo Missae cum populo, p. 391, n.

133 (versus populum), p. 473, n. 128 (ad populum conversus), p. 474, n. 133 (ad populum versus), p. 475, n. 142

(versus ad populum).

24 Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum Ioannis Pauli PP. II cura recognitum, editio typica tertia, Typis Vaticanis, Città del Vaticano 2002, Ordo

Missae p. 515, n. 28; p. 600, n. 127; p. 601, nn. 132-133; p. 603, n. 141.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:35 PM

Innanzitutto si deve aver presente che la parola expedit non costituisce una

forma obbligatoria, ma un suggerimento che si riferisce sia alla costruzione

dell’altare a pariete seiunctum [staccato dalla parete], sia alla celebrazione

versus populum. La clausola ubi possibile sit si riferisce a diversi elementi,

come, per esempio, la topografia del luogo, la disponibilità di spazio,

l’esistenza di un precedente altare di pregio artistico, la sensibilità della

comunità che partecipa alle celebrazioni nella chiesa di cui si tratta, ecc. Si

ribadisce che la posizione verso l’assemblea sembra piú conveniente in

quanto rende piú facile la comunicazione, senza escludere però l’altra

possibilità [...].»25.

Ubi o Ubicumque?

La clausola ubi possibile sit, contenuta nel testo della Congregazione per il

Culto Divino merita una riflessione ulteriore. Nella Institutio generalis della

terza editio typica del 2002, si trova una "piccola" variazione rispetto

all’edizione precedente (1975) e a quella del 197026. Infatti, la norma n. 262

riportata sia nella editio typica del MR del 26 marzo del 1970, sia nella

editio typica altera del 27 marzo del 1975 recita semplicemente:

Altare maius extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo

celebratio versus populum peragi possit. ....

Infatti riprende l’Istruzione Inter Oecumenicis:

Praestat ut altare maius extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et

in eo celebratio versus populum peragi possit. ....(91) [E’ preferibile che

l’altare maggiore sia staccato dalla parete in modo che si possa facilmente

girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo.].

É evidente come il testo latino della Istruzione per l’applicazione del

Concilio suggerisce solamente che la costruzione dell’altare separato dalla

parete, sarebbe preferibile; infatti, usa il verbo praesto -nella forma

impersonale praestat- ossia é preferibile. L’uso di questo verbo chiarisce e

25 Congregatio pro Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, Responso, in «Pontifici Consilii De

Legum Textibus», Communicationes, vol. XXXII, n. 2, Roma 2000, pp. 171-173, Prot. N° 2036/00/L

26 La questione mi è stata segnalata ed è oggetto di studio del prof. N. Bux,.

rafforza il senso "consultivo", di suggerimento, di possibilità contenuto nel

possit che conclude il periodo con cui il paragrafo è formulato (per agi

possit).

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:37 PM

Il testo viene ripreso dalle norme del MR ma con una "semplificazione": si

omette il verbo praestat. Per cui la norma 262 iniziava subito con il verbo

extruatur; quindi non più, "...é preferibile che l’altare maggiore sia staccato

dalla parete...", ma "...l’altare maggiore sia staccato dalla parete in modo

che si possa facilmente girare intorno e celebrarvi rivolto verso il popolo...".

La formulazione del testo nelle IGMR mette in primo piano l’indicazione di

separare l’altare dalla parete per potervi celebrare verso il popolo. Non più

"sarebbe preferibile che" (in forma di suggerimento), ma "sia costruito

staccato dalla parete.."; cioè nel costruire nuove chiese, o nel restaurare e

adattare quelle già esistenti, si costruisca l’altare maggiore staccato dalla

parete per poter celebrare verso il popolo (ossia una formulazione più

prescrittiva).

Orbene, mentre nella Istruzione Inter Oecumenicis è chiaro che queste

variazioni sono un suggerimento, la IGMR,del 1970 e del 1975 gli

attribuiscono un significato più prescrittivo.

Questo fino al 20 aprile del 2000, quando nella editio typica tertia del MR,

la norma, riportata al n. 299 della IGMR (nel frattempo ci sono state altre

aggiunte di cui non entriamo in merito), subisce un’ulteriore variazione:

"Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio

versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit.".

Viene aggiunta la clausola "quod expedit ubicumque possibile sit" tradotta

dall’edizione italiana "il che è desiderabile ovunque sia possibile".

Un Responsum della Congregazione per il Culto Divino del 25 settembre del

2000 fa chiarezza su tale aggiunta emendandola "quod expedit ubi [sic]

possibile sit".

Guardiamo più da vicino la versata questio!

La parola expedit (è utile, conviene, è vantaggioso) non costituisce una

forma obbligatoria, ma anch’essa mette in evidenza solo un suggerimento, e

sembra voler colmare la lacuna lasciata dal verbo praestat (è meglio, è

preferibile), sebbene abbia una sfumatura di significato più vincolante

rispetto a quest’ultimo, non ritenuto dalle IGMR del 70 e del 75, seppur

contenuto nella Istruzione Inter Oecumenicis 91.

La modalità con cui è stata formulata questa breve clausola tende ad

evidenziare la convenienza della posizione versus populum (anche se

consigliata e non imposta). Questo significato di preferenza per la forma

versus populum è ulteriormente rafforzato dall’avverbio ubicumque.

Nel Responsum si fa riferimento alla clausola, ma in questi termini: "...ubi

possibile sit" e non "ubicumque possibile sit". L’avverbio ubicumque è

sostituito con un altro avverbio ubi. I due avverbi non si equivalgono ma

hanno sfumature di significato diversi: ubi indica più semplicemente una

congiunzione temporale, in accordo con il contesto di un’azione possibile e

circostanziata: "...lì dove è possibile...", oppure, "...quando è possibile....".

Infatti il valore dell’avverbio ubi è circostanziato e definito, più semplice

dell’avverbio ubicumque. Per cui la n. 299 dovrebbe essere quod expedit ubi

possibile sit, letteralmente, "la qualcosa è consigliabile, conveniente, lì dove

sia possibile". Invece ubicumque ha un valore indefinito, ossia "... la

qualcosa si faccia dovunque sia possibile..." oppure, "...in qualunque

luogo...", oppure "... in ogni luogo...". Il valore dell’avverbio ubicumque è

più forte rispetto ad ubi; una specie di rafforzativo tendente a estendere la

possibilità di un’azione (la qual cosa è consigliabile in qualsiasi luogo

possibile, ovunque...).

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 1:38 PM

L’interpretazione fatta dalla Congregazione (ubi possibile sit e non

ubicumque possibile sit) chiarisce ulteriormente che la prassi di costruire

"nuovi altari staccati dalla parete" e "celebrare rivolti verso il popolo", non

solo non è obbligatoria, ma che tali cambiamenti possono essere fatti lì dove

le circostanze lo permettono (lì dove è possibile) e non "ovunque", come

avviene arbitrariamente nella prassi consueta (in un certo senso supportata

dal contenuto "ambiguo" dell’attuale norma 299).

Infine c’è da chiedersi come mai nella editio typica tertia del 2000, in quella

italiana del 2002 e nella stessa tertia emendata del 2008 nulla sia cambiato.

La norma continua a recitare: Altare extruatur a pariete seiunctum, ut facile

circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit

ubicumque possibile sit.[L’altare sia costruito staccato dalla parete per

potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo, il che è

desiderabile ovunque sia possibile. ...].

Non si può continuare, per l’ennesima volta ad essere, indifferenti ad un

pronunciamento della Congregazione per il Culto Divino. In continuità con

quelli precedenti, il Responsum del 2000 richiama la necessaria attenzione

alle circostanze, ai luoghi, evidenziando ancora una volta, il principio dell’

altare unico come criterio liturgico teologico da osservare negli eventuali

progetti di adeguamento.

Per cui, ritengo sia necessaria un certa revisione della Nota Pastorale della

Cei sull’adeguamento delle chiese alla riforma liturgica del Vaticano II del

31 maggio 1996, e credo anche un emendamento della norma n. 299 della

Institutio Generalis dell’attuale Messale Romano. Questo si impone,

soprattutto alla luce, del Responsum della Congregazione per il Culto

Divino del 2000 che respinge l’interpretazione per cui l’unica celebrazione

possibile e da doversi fare sia quella versus populum. Si evince, pertanto,

che entrambe le modalità di celebrare (versus populum e versus Deum) sono

legittime, e che è necessario evitare qualsiasi "contrapposizione" o

"estremizzazione" su tale questione. Inoltre, bisogna porre fine a quella

indiscriminata prassi di costruire comunque e ovunque altari nuovi davanti a

quelli antichi deturpando la bellezza e l’armonia dell’intero edificio sacro.

Solo in questo modo si potrà pervenire ad un confronto e a un dialogo

pacato e sereno perchè "l’ordinamento dei testi e dei riti deve essere

condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più

chiaramente. ..." (SC 21).

* Dottore in Patristica Ecumenica e docente di Teologia Fondamentale ed

Ecclesiologia presso la Facoltà Teologica Pugliese diocesi di S. Severo (FG)

S_Daniele
00Tuesday, November 3, 2009 2:04 PM

"...Credo che il sentire della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II sia quello di celebrare verso il popolo..." ; "...Che in alcune parrocchie si celebri verso il popolo e in altre versus Deum potrebbe causare confusione tra il popolo di Dio, che vede fare cose diverse..." ; "...Prima di prendere una decisione del genere bisogna sentire il parere del popolo..."; "...Ma i bambini non saranno educati bene nel partecipare ad una celebrazione dove il sacerdote da a loro le spalle ..."; "..Non si può accettare una tale celebrazione perchè Gesù nell’ultima cena non ha dato le spalle agli apostoli...."; "...la messa è più partecipata quando il sacerdote è rivolto verso il popolo..."; "...Non mi sentirei a mio agio celebrando con le spalle al popolo...anche se questa è la prassi del S. Padre"; "...La prassi di celebrare versus Deum è tipicamente medievale e non ha nulla a che vedere con la prassi tradizionale e antica della Chiesa...L’altare ad Deum è stato giustamente definito "mensolina" e non ha la dignità di un altare per la celebrazione... La dimensione della convivialità, della mensa, della comunione, è un aspetto fondamentale della celebrazione eucaristica che si era dimenticata prima del Vaticano II e che la Riforma liturgica ha riscoperto con la celebrazione verso il popolo..."; "...La celebrazione versus Deum nasconde questa dimensione comunionale esaltando unicamente la dimensione sacrificale della celebrazione liturgica...".



A tutte queste domande risponde in maniera chiara e inequivocabile Mons. Klaus Gamber Qui


"...Credo che il sentire della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II sia quello di celebrare verso il popolo..."



Aldilà del fatto che ciò che crede Don Matteo De Meo è una sua personale opinione del tutto opinabile e discutibile, mi vien da domandarmi dove il Vaticano II dice questo? Dove dice di abolire in toto il Latino e i cantici gregoriani?
Tutti i decreti post concilium compreso il novus ordo sono discutibili e reformabili.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 2:21 PM
Si evince, pertanto,

che entrambe le modalità di celebrare (versus populum e versus Deum) sono

legittime, e che è necessario evitare qualsiasi "contrapposizione" o

"estremizzazione" su tale questione. Inoltre, bisogna porre fine a quella

indiscriminata prassi di costruire comunque e ovunque altari nuovi davanti a

quelli antichi deturpando la bellezza e l’armonia dell’intero edificio sacro.

Solo in questo modo si potrà pervenire ad un confronto e a un dialogo

pacato e sereno perchè "l’ordinamento dei testi e dei riti deve essere

condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più

chiaramente. ..." (SC 21).

III. La riforma della sacra liturgia

21. Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un'accurata riforma generale della liturgia. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria.

enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 2:26 PM
Comunque io ho colto che il De Meo non sia, giustamente, ne contro ne a favore di una o dell'altra prassi ma evidenzi la legittimità di entrambe le posizioni.
enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 2:30 PM
Aldilà del fatto che ciò che crede Don Matteo De Meo è una sua personale opinione del tutto opinabile e discutibile, mi vien da domandarmi dove il Vaticano II dice questo? Dove dice di abolire in toto il Latino e i cantici gregoriani?

Non lo dice, anche se non di rado indica quella nazionale da preferire al latino*, ma dove hai letto questo?

*

Latino e lingue nazionali nella liturgia

36.

  1. L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.
  2. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti.

Lingua nazionale e latino nella messa

54. Nelle messe celebrate con partecipazione di popolo si possa concedere una congrua parte alla lingua nazionale, specialmente nelle letture e nella « orazione comune » e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo, a norma dell'art. 36 di questa costituzione. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della messa che spettano ad essi. Se poi in qualche luogo sembrasse opportuno un uso più ampio della lingua nazionale nella messa, si osservi quanto prescrive l'art. 40 di questa costituzione.



    Ma poi quì non stiamo parlando della riforma della lingua
S_Daniele
00Tuesday, November 3, 2009 4:35 PM

Aldilà del fatto che ciò che crede Don Matteo De Meo è una sua personale opinione del tutto opinabile e discutibile, mi vien da domandarmi dove il Vaticano II dice questo? Dove dice di abolire in toto il Latino e i cantici gregoriani?

Non lo dice, anche se non di rado indica quella nazionale da preferire al latino*, ma dove hai letto questo?



Rileggendo bene il Don Matteo riportava solo alcune domande che qualcuno gli ha posto, credevo invece che l'avesse detto lui in prima persona, comunque la questione non cambia, la domanda era:

"...Credo che il sentire della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II sia quello

di celebrare verso il popolo..."
Non parla di lingua, è vero, ma il problema sta proprio in quel "sentire" che ha giustificato di fatto tutto e il contrario di tutto, l'interpretazione di un Concilio non si basa sul sentire, ma sui testi che esso enuncia, e il Vaticano II non dice nulla al riguardo del versum populum, il versum Dei è sempre stata la prassi della Chiesa da ben 20 secoli e non si comprende il perchè cambiarla.



enricorns
00Tuesday, November 3, 2009 11:15 PM
Si evince, pertanto,

che entrambe le modalità di celebrare (versus populum e versus Deum) sono

legittime, e che è necessario evitare qualsiasi "contrapposizione" o

"estremizzazione" su tale questione. Inoltre, bisogna porre fine a quella

indiscriminata prassi di costruire comunque e ovunque altari nuovi davanti a

quelli antichi deturpando la bellezza e l’armonia dell’intero edificio sacro.

Solo in questo modo si potrà pervenire ad un confronto e a un dialogo

pacato e sereno perchè "l’ordinamento dei testi e dei riti deve essere

condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più

chiaramente. ..." (SC 21).

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