Biografie di alcuni DC...

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Aggravi85
00Monday, May 23, 2005 12:07 PM
Giulio Andreotti, uomo politico italiano fra i più conosciuti, amati ma anche fortemente discussi, è nato a Roma il 14 gennaio 1919. Riassumerne la vita è impresa disperante e difficile sia per l'enorme arco temporale che essa investe, sia per la quantità di esperienza che il grande vecchio della politica italiana è in grado di vantare.

Ha praticamente dominato la scena politica degli ultimi cinquant'anni: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell'Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell'Interno, sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi, ma mai segretario della Dc.

Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1941, specializzandosi successivamente in diritto canonico è presidente della FUCI già a ventidue anni ed eletto in seguito all'Assemblea costituente. Entra alla camera come deputato democristiano nel 1948 e viene rieletto anche nelle successive legislature.

Dopo la liberazione di Roma nel giugno del 1944 diviene delegato nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana e nel 1945 entra a far parte della Consulta Nazionale. Deputato dell'Assemblea Costituente nel 1946 è stato confermato in tutte le successive elezioni della Camera dei Deputati nella circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, dove è stato eletto per la dodicesima volta nel 1987. E' stato anche eletto per due volte al Parlamento Europeo (Italia Centrale e Nord-Est). Il giorno 1 giugno 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina Senatore a vita.

L'attività di governo inizia a 28 anni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. Ricopre tale carica dal quarto all'ottavo governo De Gasperi tra il 1947 e il 1953 mantenendo tale incarico anche con il successivo governo Pella, sino al gennaio 1954. In seguito ricoprirà i già citati incarichi di governo: Interno, Finanze, Tesoro, Difesa, Industria, Bilancio ed Esteri.

Presidente dei deputati della D.C. dal dicembre 1968 al febbraio 1972, Giulio Andreotti ha presieduto per tutta l'ottava legislatura la Commissione Affari Esteri della Camera.

Diventa per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972 (il governo più breve della repubblica solo 9 giorni di durata). L'incarico gli viene affidato di nuovo nel luglio del 1976 nella stagione del compromesso storico tra DC e PCI. I comunisti si astengono e il monocolore democristiano può nascere. Ci sono da affrontare due drammatiche emergenze: la crisi economica e il terrorismo che insanguina l'Italia. L'accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro diventa sempre più stretto. Quest'ultimo è presidente della DC ed è anche l'uomo che negli anni precedenti ha aperto le stanze del potere ai socialisti e adesso sta per tentare l'operazione con il PCI. L'occasione è il governo di solidarietà nazionale che nel 1978 Andreotti si accinge a formare e che prevede non più l'astensione bensì il voto favorevole anche dei comunisti (che però non avrebbero incarichi di governo).
Aldo Moro viene rapito dalle brigate rosse il 16 marzo, il giorno della nascita del nuovo esecutivo. La notizia dell'agguato e dell'uccisione degli uomini della scorta piomba in Parlamento proprio al momento del voto di fiducia al governo Andreotti.
Sono momenti di grande tensione nel Paese, sull'orlo di una crisi istituzionale senza precedenti. Il governo non cede al ricatto brigatista – chiedono la liberazione di alcuni terroristi in carcere – e Andreotti sposa la linea della fermezza contro le Br, così il PCI e i repubblicani. Aldo Moro viene trovato morto il 9 maggio 1978 in una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, simbolicamente a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, le sedi rispettivamente di PCI e DC.

La morte di Aldo Moro segnerà la vita politica italiana degli anni successivi. Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, si dimette dall'incarico. I veleni legati al memoriale scritto dal presidente della DC durante il suo sequestro affioreranno in mezzo a storie di servizi segreti, ricatti e tragiche vicende che coinvolgeranno anche Andreotti.

Il governo di solidarietà nazionale dura poco, fino al giugno del 1979. Poi Berlinguer torna all'opposizione e dichiara finita la stagione del compromesso storico. Arnaldo Forlani diventa presidente del Consiglio e Andreotti non partecipa all'esecutivo; la sua temporanea uscita di scena dura fino al governo Craxi (1983), quando assume la carica di ministro degli Esteri.
Si tratta del primo esecutivo a guida socialista (in precedenza il primo non DC alla guida del Paese era stato il repubblicano Giovanni Spadolini). Bettino Craxi viene confermato a capo della Farnesina anche nel secondo governo e negli esecutivi di Fanfani, Goria e De Mita.

Esperto degli equilibri di geopolitica, Giulio Andreotti fa della distensione l'asse portante della politica estera italiana, insieme all'appoggio alla strategia atlantica. Ha un ruolo incisivo nelle tensioni medio-orientali, lavora alla composizione del conflitto Iraq-Iran, sostiene i Paesi dell'Est nel loro processo di democratizzazione e l'opera coraggiosa di Mikhail Gorbaciov in URSS, dà il sì italiano all'installazione degli euromissili della NATO. Gli anni '80 si chiudono con il patto di ferro con Craxi e Forlani (CAF, dalle iniziali dei tre): Andreotti sale a Palazzo Chigi e Forlani alla segreteria democristiana.

Nel 1991 Andreotti forma un nuovo esecutivo, l'ultimo perché la DC viene travolta dall'inchiesta di Tangentopoli.

Andreotti non entra nell'indagini, ma a metà degli anni '90 viene processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell'Op, ucciso il 20 marzo 1979 e che avrebbe ricattato Andreotti, tra l'altro, proprio per le verità del memoriale Moro.

L'11 aprile 1996 comincia il processo: dopo 169 udienze, il 24 settembre 1999 viene pronunciato il verdetto che lo assolve "per non aver commesso il fatto".

Ma un'altra accusa scuote l'imperturbabile Andreotti: quella di essere colluso con la mafia. La notizia fa il giro del mondo e, se provata, darebbe un duro colpo all'immagine dell'Italia: per cinquant'anni la Repubblica sarebbe stata guidata da un politico mafioso. Il 23 marzo del 1993 l'ufficio di Giancarlo Caselli inoltra al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. A riprova di ciò la testimonianza di alcuni pentiti fra cui Balduccio Di Maggio, che racconta agli inquirenti di aver visto Andreotti baciare Totò Riina (nel gergo mafioso il gesto significa che fra i due c'è un rapporto di conoscenza e stima reciproca).

Il 13 maggio 1993 il Senato concede l'autorizzazione: il dibattimento comincia il 26 settembre del 1995, i Pm chiedono 15 anni di reclusione. Il processo di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Giulio Andreotti viene assolto perché "il fatto non sussiste", ma la Procura di Palermo decide comunque di ricorrere in appello.

Risolte le questioni giudiziarie, a oltre ottant'anni, il "Divo Giulio" ritorna in politica. Lascia il PPI e fa il suo rientro sulla scena con un nuovo partito fondato insieme all'ex leader della CISL Sergio D'Antoni e all'ex ministro dell'Università Ortensio Zecchino. Alle elezioni politiche 2001 la nuova formazione si presenta svincolata dai due poli e ottiene solo il 2,4 per cento dei voti non superando la soglia di sbarramento.

Il 30 ottobre 2003 Andreotti è stato assolto dalla Cassazione in via definitiva dall'accusa di essere stato il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Autore di diversi libri che fotografano la storia recente del nostro paese, Andreotti conserva tutt'oggi una personalità brillante, intelligenza e acume politico frutto delle esperienze che lo vedono perenne protagonista della vita politica italiana.

[Modificato da Aggravi85 23/05/2005 12.08]

Aggravi85
00Monday, May 23, 2005 12:10 PM
Nato il 3 Aprile 1881 a Pieve Tesino (Trento), Alcide De Gasperi è stato un protagonista della ricostruzione politica ed economica dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale e leader dei governi di centro formatisi a partire dal 1947.

Dato che alla sua nascita il territorio trentino apparteneva ancora all'Impero austro-ungarico (anche se di lingua italiana), è proprio nella vita politica austriaca che il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica.

Nel 1905 entra a far parte della redazione del giornale "Il Nuovo Trentino" e, divenutone il direttore, appoggia il movimento che auspicava la riannessione del Sud Tirolo all'Italia.

Dopo il passaggio del Trentino e dell'Alto Adige all'Italia continua l'attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo. Diventa in breve tempo il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana.

Intanto in Italia come del resto in altre parti d'Europa si fa sentire il vento della rivoluzione russa, che nel nostro paese determina la scissione socialista del 1921, la nascita del PCI, e l'inizio di un periodo pre-rivoluzionario, il "biennio rosso", che nel 1919 e nel 1920 vede la classe operaia protagonista di cruente lotte sociali e che contribuirà non poco a spaventare la borghesia, spingendola tra le braccia di Mussolini.

Deciso avversario del fascismo De Gasperi viene imprigionato nel 1926 per la sua attività politica. Fu uno dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato, nel 1922, favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini.

Dopo l'omicidio Matteotti, l'opposizione al regime ed al suo Duce è ferma e risoluta anche se coincide con il ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del P.I.P. ed al ritiro nelle biblioteche vaticane per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.

Durante la seconda guerra mondiale De Gasperi contribuisce alla fondazione del partito della Democrazia Cristiana, che eredita le idee e l'esperienza del Partito Popolare di don Sturzo.

De Gasperi non è tanto un uomo d'azione, quanto un "progettista" politico (suo il documento programmatico della DC scritto nel 1943), che alla fine della guerra mostra di avere le idee chiare sulla parte da cui stare, l'occidente anticomunista.

Dopo il crollo della dittatura del Duce viene nominato ministro senza portafoglio del nuovo governo. Ricopre la carica di ministro degli Esteri dal dicembre 1944 al dicembre 1945, quando forma un nuovo gabinetto.

In qualità di presidente del consiglio, carica che manterrà fino al luglio del 1953, De Gasperi favorisce e guida una serie di coalizioni di governo, composte dal suo partito e da altre forze moderate del centro. Contribuisce all'uscita dell'Italia dall'isolamento internazionale, favorendo l'adesione al Patto Atlantico (NATO) e partecipando alle prime consultazioni che avrebbero condotto all'unificazione economica dell'Europa.

Opera principale della politica degasperiana fu proprio la politica estera e la creazione dell'embrione della futura Unione Europea. Un'idea europeista che nasceva nell'ottica di una grande opportunità per l'Italia per superare le proprie difficoltà.

Lo statista trentino muore a Sella di Valsugana il 19 agosto 1954, appena un anno dopo l'abbandono della guida del governo.
Aggravi85
00Monday, May 23, 2005 12:12 PM
Francesco Cossiga nasce il 26 luglio 1928 a Sassari. E' senza dubbio uno dei politici italiani più longevi e più prestigiosi. La sua è una carriera che sembra non chiudersi mai. Enfant prodige della Democrazia Cristiana del dopoguerra, ha ricoperto tutti gli incarichi di governo possibili, dal ministero dell'Interno, alla presidenza del Consiglio, fino alla presidenza della Repubblica.

Il giovane Francesco non perde tempo: consegue la maturità a sedici anni, e quattro anni dopo la laurea in Giurisprudenza. A diciassette anni è già iscritto alla Dc. A 28 è segretario provinciale. Due anni dopo, nel 1958, entra a Montecitorio. E' il più giovane sottosegretario alla Difesa nel terzo governo guidato da Aldo Moro; è il più giovane ministro dell'Interno (fino ad allora) nel 1976 a 48 anni; è il più giovane presidente del Consiglio (fino ad allora) nel 1979 a 51; il più giovane presidente del Senato nel 1983 a 51 anni e il più giovane presidente della Repubblica nel 1985 a 57 anni.

Francesco Cossiga è passato indenne attraverso il fuoco di feroci polemiche dei cosiddetti "anni di piombo". Negli anni '70 è identificato dall'estrema sinistra come il nemico numero uno: il nome "Kossiga", viene scritto sui muri con la "K" e le due esse runiche delle Ss naziste. Il sequestro di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978) è il momento più difficile della sua carriera. Il fallimento delle indagini e l'uccisione di Moro lo costringono alle dimissioni.

Sui 55 giorni del sequestro, le polemiche e le accuse a Cossiga sembrano non finire mai.
C'è chi accusa Cossiga di inefficienza; altri sospettano addirittura che il "Piano di emergenza" predisposto da Cossiga non mirasse affatto alla liberazione dell'ostaggio. La accuse sono pesantissime e per anni Cossiga si difenderà in modo sempre fermo e tenace, come il suo carattere.

In gran parte dell'opinione pubblica è radicata la convinzione che sia tra i depositari di molti misteri italiani degli anni del terrorismo. In un'intervista Cossiga ha dichiarato: "Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto".

Presidente del Consiglio nel 1979, è accusato di favoreggiamento nei confronti del terrorista di "Prima Linea" Marco Donat Cattin, figlio del politico Dc Carlo. Le accuse saranno dichiarate infondate dalla commissione inquirente. Il suo governo cade nel 1980, impallinato dai "franchi tiratori" Dc che bocciano il suo "Decretone economico" che avrebbe dovuto benedire l'accordo Nissan e Alfa Romeo. Per un voto Cossiga cade e con lui l'intesa. Un giornale titola ironico: "Fiat voluntas tua", alludendo alla soddisfazione dell'industria automobilistica di Torino per il mancato sbarco in Italia dei giapponesi. Per qualche anno Francesco Cossiga rimane nell'ombra, scalzato dalla Dc del "preambolo" che chiude a qualsiasi ipotesi di accordo col Pci.

Nel 1985 Cossiga viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con una maggioranza record: 752 voti su 977 votanti. Per lui Dc, Psi, Pci, Pri, Pli, Psdi e Sinistra Indipendente. Per cinque anni ricopre il ruolo di "presidente notaio", discreto e pignolo nell'attenersi alla Costituzione. Nel 1990 cambia stile. Diventa il "picconatore", attacca CSM (il Consiglio Superiore della Magistratura), la Corte Costituzionale e il sistema dei partiti. Lo fa, dice, per "togliersi qualche sassolino dalle scarpe".

Cossiga sollecita una grande riforma dello Stato e se la prende con singoli esponenti politici. C'è chi arriva a dargli danno del matto: lui risponde di "farlo, non di esserlo. E' diverso".

Nel 1990, quando Giulio Andreotti rivela l'esistenza di "Gladio", Cossiga attacca praticamente tutti, soprattutto la Dc dalla quale si sente "scaricato". Il Pds avvia la procedura di impeachment. Cossiga attende le elezioni del 1992 e poi si dimette con un discorso televisivo di 45 minuti. Cossiga esce di scena volontariamente: tutto il sistema che critica e accusa da due anni, crollerà pochi mesi dopo.

Francesco Cossiga ricompare a sorpresa nell'autunno del 1998, al momento della crisi del governo Prodi. Fonda l'Udeur (Unione democratici per l'Europa) e dà un sostegno decisivo alla nascita del governo di Massimo D'Alema. L'idillio dura poco. Dopo meno di un anno Cossiga lascia l'Udeur e torna a fare il "battitore libero" con l'Upr (Unione per la Repubblica). Alle elezioni politiche del 2001 dà l'appoggio a Silvio Berlusconi, tuttavia in seguito, in Senato, non voterà la fiducia.
Aggravi85
00Monday, May 23, 2005 12:14 PM
Aldo Moro, ex presidente della Democrazia Cristiana, assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978, nasce il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo "Archita" di Taranto si iscrive a Giurisprudenza presso l'Università di Bari, conseguendo la laurea con una tesi su "La capacità giuridica penale". La tesi, ripresa ed approfondita, costituirà la sua prima pubblicazione scientifica e lo avvierà alla carriera universitaria.

Dopo qualche anno di carriera accademica, fonda con alcuni amici intellettuali nel 1943, a Bari, il periodico "La Rassegna" che uscirà fino al 1945, anno nel quale sposa Eleonora Chiavarelli, con la quale avrà quattro figli. In quello stesso periodo, diventa Presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica, ed è direttore della rivista "Studium" di cui sarà assiduo collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare i giovani laureati all'impegno politico. Nel 1946 viene eletto all'Assemblea Costituente ed entra a far parte della Commissione dei "75" incaricata di redigere il testo costituzionale. Inoltre, è relatore per la parte riguardante "i diritti dell'uomo e del cittadino". E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea.

Nelle elezioni del 18 aprile 1948 viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione Bari-Foggia e viene nominato sottosegretario agli Esteri nel quinto Gabinetto De Gasperi mentre non si arresta la sua inesauribile attività di insegnante e di didatta, con molteplici pubblicazioni a suo nome.
Diventato Professore ordinario di Diritto Penale all'Università di Bari, nel 1953: viene rieletto al Parlamento diventando Presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera dei Deputati. Anche la sua carriera politica, a quanto sembra non conosce segni di cedimento di nessun tipo. Unomo solido e determinato, diventa nel 1955 ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni.

Nel 1956, nel corso del VI Congresso nazionale della Dc che si svolse a Trento, consolidò la sua posizione all'interno del Partito. Fu infatti tra i primi eletti nel Consiglio nazionale del Partito. l'anno dopo, diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli. Si deve a lui l'introduzione dell'educazione civica nelle scuole. Rieletto alla Camera dei Deputati nel 1958, è ancora ministro della Pubblica Istruzione nel secondo Governo Fanfani.

Il 1959 è un anno importantissimo per Aldo Moro. Si svolge infatti quel VII Congresso della Democrazia Cristiana che lo vedrà trionfatore, tanto che gli viene viene affidata la Segreteria del Partito, incarico riconfermatogli nel tempo e che manterrà fino al gennaio del 1964. Ma un altro anno assai importante, anche alla luce della tragica vicenda che colpirà il politico doroteo, è il 1963 quando, rieletto alla Camera, è chiamato a costituire il primo governo organico di centro-sinistra, rimanendo continuamente in carica come Presidente del Consiglio fino al giugno del 1968, alla guida di tre successivi ministeri di coalizione con il Partito socialista.
E' in pratica la realizzazione "in nuce", del famoso "compromesso storico" di invenzione dello stesso Aldo Moro (uso ad usare espressioni come "convergenze parallele"), ossia quella manovra politica che contmplava il riavvicinamento delle frange comuniste e di sinistra verso l'area moderata e centrista.

Il tumulto e il dissenso che tali situazioni "di compromesso" suscitano soprattutto all'interno degli elettori del PCI, ma soprattutto all'interno dei moderati, si concretizzano nelkle lezioni del 1968 quando Moro viene sì rieletto alla Camera, ma le elezioni puniscono di fatto, dati alla mano, i partiti della coalizione e determinano la crisi del centro-sinistra. detto questo, è inevitabile che ne risenta anche il peso prestigio dello stesso Aldo Moro. Ad ogni modo, rimangono sempre i ministeri e infatti dal
1970 al 1974, assume, anche se con qualche intervallo, l'incarico di ministro degli Esteri. A conclusione di questo periodo, ritorna alla presidenza del Consiglio formando il suo IV ministero che dura sino al gennaio 1976.
Nel luglio del 1976 viene eletto Presidente del Consiglio nazionale della Dc.

Il 16 marzo 1978, il tragico epilogo della vita dello sfortunato politico. Un commandos di Brigate Rosse irrompe nella romana via Fani, dove in quel momento transitava Moro allo scopo di recarsi in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del quarto governo Andreotti, il primo governo con il sostegno del Pci, massacra i cinque uomini di scorta e rapisce lo statista. Poco dopo, le Brigate rosse rivendicano l'azione con una telefonata all' Ansa. Tutto il Paese percepisce chiaramente che quell'attentato è un attacco al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche che Moro rappresentava.

18 marzo una telefonata al ''Messaggero'' fa trovare il ''Comunicato n.1'' delle Br, che contiene la foto di Aldo Moro e annuncia l'inizio del suo ''processo'' mentre, solo il giorno dopo, Papa Paolo VI lancia il suo primo appello per Moro. I servizi segreti di tutto il mondo, anche se le segnalazioni furono tante e precise, non riuscirono a trovare la prigione dei terroristi, ribattezzata "prigione del popolo", e da cui Moro invocava incessantemente, tramite numerose lettere, una trattativa.

Il 9 maggio, dopo più di cinquanta giorni di prigionia ed estenuanti trattative con gli esponenti dello Stato di allora, anche lo statista viene barbaramente assassinato dalle BR, ormai convinte che quella sia l'unica strada coerente da intraprendere. La sua prigionia aveva provocato ampi dibattiti fra coloro che erano disposti a cedere alle richieste dei brigatisti e chi invece era nettamente contrario per non legittimarli, dibattito che lacerò letteralmente in paese sul piano sia politico che morale.
A tale rovente clima dialettico pose fine la drammatica telefonata degli aguzzini di Moro, i quali resero noto direttamente ad un alto esponente politico che il corpo di Moro poteva essere rinvenuto cadavere nel bagagliaio di un'auto in via Caetani, emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede storica del Partito Comunista Italiano. Secondo le ricostruzioni, ancora frammentarie malgrado i molti anni trascorsi, lo statista sarebbe stato ucciso dal brigatista Moretti nel garage di via Montalcini, il covo usato dai brigatisti appunto come ''prigione del popolo''.

La moglie Eleonora e la figlia Maria Fidae, basandosi sull'acquisizione di nuovi elementi, hanno recentemente deciso di rompere il lungo muro del silenzio che da anni ha avvolto la vicenda, chiedendo la riapertura delle indagini sul caso Moro.

I servizi italiani hanno centrato un importante bersaglio il 14 gennaio 2004 con l'arresto dei brigatisti Rita Algranati e Maurizio Falessi, latitanti nel Nord Africa. La prima fu già condannata all'ergastolo per il delitto Moro.
Oggi Alessio Casimirri, 47 anni, marito della Algranati, rimane l'unico imprendibile latitante del gruppo delle Br che partecipò all'agguato di Via Fani.
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