8 ½ (1963)

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sgubonius
00Saturday, December 20, 2008 1:30 AM


Non ho resistito alla tentazione di aprire il topic... però non posso mettermi a parlare di questo film altrimenti non finisco più.

Presto ne tesserò le sconfinate lodi!
sgubonius
00Saturday, December 27, 2008 3:35 AM
Premetto che ci ho scritto una tesina su sta roba e il film l'ho visto un numero imbarazzante di volte conoscendolo quasi a memoria, per cui faccio uno sforzo notevole per ridurre al minimo i dettagli e mantenere vivo l'essenziale!

In un intervista immediatamente dopo la realizzazione (ancora sul set dell'ultima scena) Fellini disse che questo film era arrivato così, che non sapeva bene neanche lui cos'era, ma che sentiva che questo potesse essere già (a 43 anni) l'apice di una carriera, un punto di non ritorno. Da qui in poi ci sarà il poco apprezzato Giulietta degli Spiriti, il corto Toby Dammit e poi il fallimento del progetto del Viaggio di G. Mastorna dopo il quale la sua poetica cambia totalmente, probabilmente in peggio ma indubbiamente in una direzione di ulteriore maggior originalità (forse troppa? boh).

Il film tradisce ogni spettacolarità, ogni regola del tragico, e infatti vuole essere quasi una commedia (pare che sia stato girato con un foglietto che ricordava "questa è una commedia" sotto la telecamera), i toni sono sempre sommessi, non succede praticamente niente, soprattutto all'esterno, mentre tutto avviene nelle espressioni del protagonista, nei gesti accennati, nelle parole dette e non dette, nei sogni, nei pensieri, nei sospiri. Ma la vita è così, l'azione è una parte infinitesima della nostra esistenza, è un fazzoletto su cui ricamiamo tutta la nostra profondità emotiva, una tela su cui dipingiamo le manie che siamo. Dico una cosa che può sembrare assurda, paradossale, nessun film si è spinto così avanti nel realismo, nel realismo veramente quotidiano della nostra vita psichica, perchè soprattutto oggi è raro ritrovare Ladri di Biciclette o Roma città Aperta nelle nostre vite, ma quante crisi interne giornaliere fronteggiamo?

La storia poi prende in considerazione un tipo specifico di psicologia, una psicologia che ritorna all'archetipo junghiano (Fellini era gran lettore di Jung) del Puer Aeternus, il bambino divino, che gioca a dadi, capace delle maggiori astrazioni e fantasie, capace di volare (inizio del film), di creare nella sterilità dell'esistenza razionale il suo campo giochi fantastico. Il gioco, il sogno e il bambino sono tre realtà indissolubili: la poesia e l'arte derivano dal sogno come prima esperienza astrattiva e creativa, il bambino è il massimo sognatore e giocatore e in fondo il sogno e il gioco sono legati da una logica intrinseca di transitorietà, si somigliano. La poetica del fanciullino di Pascoli e Leopardi si basa proprio su questa intuizione: il bambino è capace di illudersi massimamente, di sfuggire alla ragione, di creare nessi poetici dove non ci sono. Questo tipo ha in mano le chiavi del mondo nella sua potenza creatrice, ma non conosce la toppa in cui infilarle, "questo tipo vuole prendere tutto, arraffare tutto, non sa rinunciare a niente, cambia strada ogni giorno perchè ha paura di perdere quella giusta, e sta morendo, come dissanguato", non è capace di una scelta, di una fede, come dice lui stesso "scegliere una cosa, una cosa sola e di essere fedele a quella, riuscere a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto proprio perchè è la tua fedeltà che la fa diventare infinita". Vola, insostenibilmente leggero, ma gli manca la pesantezza con la quale valutare il mondo, i pesini per una bilancia esistenziale (l'insostenibile leggerezza dell'essere era una lettura di Fellini presente nella sua biblioteca e Kundera stesso lo omaggia usando l'aggettivo felliniano nel suo libro più celebre!).
La moglie è l'emblema di questa fedeltà tradita, di questo eterno tradimento della leggerezza (Sabina e Tomas nel libro di Kundera sono psicologie simili), prima del suicidio dice "quand'è che mi sposerai veramente?", quando l'anello dell'eterno ritorno, della fedeltà alla terra potra finalmente dare peso al volo del Puer? Finora solo il laccio del destino, del procuratore che legge il copione nel sogno iniziale riesce a mantenere Guido sulla terra, portandolo però nell'angoscia della scelta e al gesto estremo di togliersi la vita.

Ma ecco il colpo di genio: dalla disperazione più nera, dal nichilismo più tetro rappresentato dall'intellettuale (la ragione leopardiana, che tutto distrugge, "se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione") con cui Guido sta per salire in macchina e partire ecco che un vento fresco ridà vita e forza, potenza, ecco il mago si ripresenta: "Aspetta, aspetta", come il dio che può salvare Arianna dal labirinto, come Dioniso, e con lui la seconda potenza salvifica: l'Anima, questo simbolo di purezza archetipica (sempre Junghiano) che nella sua funzione di eterno femmineo riporta Guido al grembo materno e simbolicamente alla terra (sempre divinità femminile non a caso, simboli di fertilità), alla ripetizione della nascita e delle morti, all'affermazione più totale della vita.

"ma che cos'è questo lampo di felicità che mi ridà vita e forza... vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito non sapevo, come è giusto accettarvi, amarvi, e come è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono tutto ha un senso, tutto è vero! Ah come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire... Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono e non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato, solo così mi sento vivo, e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. E' una festa la vita, viviamola insieme. Non so dirti altro Luisa, nè a te nè agli altri, accettami così come sono, se puoi, è l'unico modo per tentare di trovarci."


Qui parte la musica... il dionisiaco, cioè il guardare in faccia la vita nel suo turbinio senza direzione nè scopo, si materializza nella forma di quattro clown e un cagnolino che conducono il puer in abiti bianchi (simbolo della trasfigurazione in Anima, del ritorno alla terra) nell'eterno circolo sotto alla costruzione con cui Guido tentava di raggiungere il cielo e dalla quale tutti i personaggi della sua vita scendono finalmente a terra. Dalla verticalità all'orizzontalità, dalla leggerezza alla pesantezza estrema, quella del pensiero più abissale, dell'eterno ritorno dell'uguale che santifica la ripetizione, come si santifica una festa (dionisiaca) nel suo ricorrere. Solo ora il matrimonio è veramente concluso, l'anello si chiude, la scelta è fatta, una scelta di accettazione, di "amor fati", il nulla scompare per far posto al tutto che finalmente ha valore, ha peso, e può calare il buio.
maldoror.
00Tuesday, December 30, 2008 1:13 PM
L'ho rivisto l'altra sera, e mi è venuta in mente una cosina da dire, così, giusto per mettere un po' in moto la discussione, e anche perchè non ho mai detto niente su sto film.
Ho pensato alla figura del padre, soprattutto quando gli appare nel sogno iniziale. Questo sogno sembra suggerire che Guido fosse stato avviato alla vita monastica, o per lo meno fosse stato indirizzato verso un'educazione cattolica per volere del padre. Lo spettro dell'educazione cattolica tornerà altre volte nel film, credo come l'emblema di quell'idea di fedeltà assoluta a qualcosa dal quale far dipendere interamente la propria vita, come dirà lo stesso Guido, anzi, di quella costrizione morale che per tutto il film sembrerà voler tenere Guido legato a terra e costringerlo ad una scelta (per tutto il film Guido sarà costantemente assillato da personaggi che gli chiederanno ossessivamente di dirgli qualcosa, di dargli spiegazioni, di agire, di prendere una decisione ecc., vedi il produttore, la moglie, Conocchia ecc.), si pensi ad esempio al cardinale decrepito che sarà soltanto capace di dirgli "chi non abita nella civitas dei sta nella civitas diaboli".

Comunque dicevo, il padre sembra essere la figura alla base dell'angoscia di Guido, o meglio, alla base del suo senso di colpa per l'incapacità di seguire la via della fedeltà totale a qualcosa, per l'incapacità di diventare adulto; nel sogno infatti, il padre chiede al produttore come si stia comportando il figlio, quasi come se chiedesse a un insegnante insidisfatto del suo rendimento scolastico; senza contare il fatto che quasi tutti i blocchi da cui è costituito il film, terminano con un flashback della sua infanzia, o in un caso con una fantasia infantiloide di regressione (nella fantasia dell'harem Guido immaginerà di essere circondato da figure femminili che lo accudiscano come fosse appunto un bambino, anzi, che gli faranno fare il bagno esattamente come si vede nel primo flashback, quello di "asa nisi masa") espressione del suo desiderio di tornare appunto alla condizione infantile, una condizione cioè svincolata da qualunque obbligo morale, da qualunque necessità di scelta.

Dunque, è come se il fantasma della figura paterna tornasse in tutte quelle figure che nel corso del film suscitano in Guido una sorta di timore reverenziale, oltre che un senso di colpa per l'incapacità di "scendere a terra", soprattutto le figure che incarnano l'autorità religiosa (ad esempio i sacerdoti che lui incontra nell'ascensore dell'albergo, o il cardinale incontrato nel bagno turco).
Ora, Guido però, per tutto il film sembra voler allontanare da sè questo "imperativo morale", e ciò secondo me trova anche espressione nel riferimento edipico presente nel sogno dei genitori, in cui lui seppellirà il padre subito prima di baciare la madre; dunque insomma, la volontà di liberarsi della costrizione morale sembra trovare espressione nella volontà di sbarazzarsi della figura paterna, alla base della sua angoscia.
Alla fine del film infatti, tale volontà sembrerà trovare espressione nella liberazione dal vincolo morale, dalla tensione alla "verticalità", laddove invece, l'accettazione del divenire, del dionisiaco, della orizzontalità, equivarrà alla scelta della figura materna, cioè della Terra, come dicevi tu alla fine del post; dunque, è come se alla base del film ci fosse quest'articolazione fra il Padre, emblema del vincolo morale, e la Madre, cioè il femminile, e quindi appunto la Terra, l'Anima, l'eterno divenire ecc.; Guido dunque, riesce a ricongiungersi col fantasma materno, e quindi a diventare finalmente adulto, solo dopo aver ucciso simbolicamente il Padre appunto, emblema di tutte quelle cose dette prima.
Tutto ciò per dire insomma che il fantasma edipico sembra essere alla base dell'articolazione simbolica del film.
sgubonius
00Tuesday, December 30, 2008 5:59 PM
Indubbiamente è profondamente Edipico, il sogno come dicevi è proprio elementarmente costruito intorno al bacio alla madre che diventa la moglie e alla sepultura del padre. Lo stesso padre che di fatto non fa altro che rimproverarlo (la tomba è brutta, il soffitto è basso, il ragazzo non fa bene i suoi doveri, gli chiede del matrimonio, il tutto comunque con pacatezza e affetto, però facendo di fatto piangere guido).

Come è in tutto l'edipo il padre rappresenta comunque il superio, quindi l'obbligo morale, la costrizione, l'adulto, la decisione, insomma tutto ciò che lo tiene a terra (ma in modo sbagliato, forzato) e così è anche la chiesa. Quando Guido spiega al segretario del cardinale perchè il film c'entra con la chiesa dice proprio che il cardinale è il depositario di una verità che lo affascina benchè non riesca più ad accettarla. C'è la tensione verso la scelta "di fede", la differenza è fra passività e attività, educazione cattolica e accettazione, il vai giù che gli ripetono nel sogno sulla spiaggia e nella scuola quando mangia dal pavimento contro la passerella finale. Proprio nella scena finale quando lui tenterà di inginocchiarsi davanti al cardinale gli faranno segno che non è più necessario.

Nel momento del superamento finale anche l'edipo si scioglie, lui cerca di andare incontro ai suoi genitori che camminano insieme verso la passerella, ma si ferma e non può che salutare con la mano la madre che si gira appena. Nell'abbandono dell'ossessione materna c'è proprio la maturità per una scelta d'amore con la moglie nella sua individuabilità e non come copia della madre.
In senso più completo e per riprendere le tematiche che ho cercato di collegare in questi post riesce finalmente a superare l'ideale platonico in cui ogni cosa è amabile come pallida immagine e copia di un idea d'amore (la madre), un mondo nel quale quando arriva il vero pretendente gli altri devono scomparire, come Ulisse coi Proci, e dove quindi non potrà mai amare veramente la moglie e portare a termine un vero matrimonio, una vera scelta di fede. Il risultato è un circolo eterno dove tutti solo "allo stesso livello", in orizzontale (in fondo la differenza fra orizzontale e verticale è quasi morale, dato che il verticale porta con sè un migliore, l'alto, e un peggiore, il basso, mentre l'orizzontale no), un mondo di simulacri (copie senza originale), un mondo senza morale, al di là del bene e del male, delle ripetizioni senza concetto, delle differenze di differenze, dove veramente l'accettazione è possibile e attiva, dove veramente è possibile la pesantezza, la scelta, l'amore attivo.
sgubonius
00Tuesday, December 30, 2008 9:04 PM
SOLTANTO GIULLARE SOLTANTO POETA
di F. Nietzsche

Nell'aria rischiarata,
quando già la consolazione
della rugiada stilla sopra la terra,
invisibile e inudita
- poiché come tutti i dolci consolatori indossa
la confortatrice rugiada delicati calzari -

allora ricordi, ricordi, cuore ardente,
come fosti assestato, un tempo,
come, stanco e riarso, fosti assestato
di lacrime celesti e gocce di rugiada,
mentre su gialli sentieri d'erba
tra neri alberi ti correvano intorno
malvagi sguardi serali del sole.

Il pretendente della "verità" - tu? così schernivano
no! soltanto un poeta!
un astuto, rapace, strisciante animale
che deve mentire,
che sapendo, volendo, deve mentire,
bramoso di preda,
variamente mascherato,
maschera egli stesso,
egli stesso preda
"questo" - il pretendente della verità?...
Soltanto giullare! Soltanto poeta!
Che parla in modo variopinto,
che dalle maschere di pazzo parla confusamente,
arrampicandosi su menzogneri ponti di parole,
aggirandosi, strisciando
su arcobaleni di menzogne
tra falsi cieli-
soltanto giullare! soltanto poeta!...

Questo- il pretendente della verità?...

Non quieto, rigido, piano, freddo,
divenuto immagine,
pilastro di Dio,
non innalzato dinanzi ai templi,
un guardiano di Dio:
no! ostile a simili statue di virtù,
più nelle selve che nei templi di casa,
colmo di una felina spavalderia
che salta oltre ogni finestra
hop! in ogni casualità,
fiutando ogni foresta vergine,
tu che corresti nelle foreste vergini
tra variegati e arruffati animali da preda
empiamente sano e bello e variopinto,
con labbra vogliose,
beato di scherno, beato d'inferno, beato di brama di sangue,
predando, strisciando, 'mentendo' corresti...

Oppure simile all'aquila che a lungo,
a lungo immobile scruta gli abissi,
i "suoi" abissi ...
- oh, come quiggiù esse
si inanellano in basso, in dentro,
in sempre più fonde profondità!-

Poi,
d'un tratto,
con volo diritto
e slancio improvviso
gettarsi su "agnelli" a precipizio,
affamato, bramoso di agnelli, adirato
con tutte le anime d'agnello
furiosamente adirato con tutto ciò che ha
sguardi virtuosi, di pecora, sguardi dal vello ricciuto,
ottusi, muniti della benevolenza del latte d'agnello...

Quindi
come di aquila, di pantera
sono le bramosie del poeta,
sono, dietro mille maschere, le "tue" bramosie,
tu giullare! tu poeta!...

Tu che vedesti l'uomo
come "dio" e come "pecora"-,
"sbranare" il dio nell'uomo
come la pecora nell'uomo
e "ridere" sbranando -

"questa, questa è la tua beatitudine",
la beatitudine di una pantera e di un'aquila,
la beatitudine di un poeta e di un giullare!...

Nell'aria rischiarata,
quando già la falce della luna
verde tra rossi di porpora
e invidiosa si insinua,
-avversa al giorno,
ad ogni passo segretamente
falciando amache di rose,
fino a quando esse cadono,
pallide cadono verso la notte:

così io stesso caddì, una volta,
dalla mia follia di verità
dalle mie bramosie del giorno,
stanco del giorno, sofferente per la luce,
-caddì in giù, verso la sera, verso l'ombra,
bruciato da una sola
verità e assetato
-ricordi ancora, ricordi, cuore ardente,
com'eri assetato allora?-
"che io sia bandito
da ogni verità!"

Soltanto giullare! soltanto poeta!...
sgubonius
00Tuesday, December 30, 2008 9:05 PM
NON CHIEDERCI LA PAROLA
di E. Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
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