Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano... (3)

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Caterina63
00giovedì 2 agosto 2012 19.11
[SM=g1740733] Eccoci amici al terzo: CURIOSITA'... CATTOLICHE E DALLA CITTA' DEL VATICANO,

dopo il successo del primo thread: Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano...

 ....
e del secondo thread, entrambi con oltre 20mila visite [SM=g1740721]  : Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano... (2)...

Apriamo questo nuovo con questo articolo davvero eccellente:

“Il Papa vendendo uno dei suoi anelli sfamerebbe L’Africa”, “Perché la Chiesa che è cosí ricca non destina tutti i suoi beni per aiutare i poveri?”, “Il Papa veste Prada”

Queste le provocazioni tragicomiche che circolano spesso sul web, stimolate da alcuni media (i soliti noti) che montano ad arte la questione della “Chiesa ricca”, così come hanno fatto in modo strumentale e disonesto, e tuttora a cadenze alterne continuano a fare, sul tema ICI (ora IMU) e Chiesa Cattolica.

Si tratta in realtà di alcuni dei tanti luoghi comuni – a cui oramai siamo abituati – ampiamente diffusi da movimenti atei, materialistici e massonici, che spesso purtroppo fanno breccia anche nella mentalità degli stessi fedeli cristiani. Proprio ieri mi è capitato di parlare con una signora molto devota che dopo aver chiesto indicazione stradali per raggiungere una nota località mariana per prepararsi all’Indulgenza del “Perdono di Assisi”, ha concluso dicendo che “San Francesco sì che era un vero esempio cristiano, non i preti e le chiese che sono pieni di ricchezze”. Alla signora non ho avuto il tempo di dire che comuqnue un prete guadagna, sì e no, 800 euro al mese, e un vescovo tra gli 800 e i 1200 euro al mese (e di certo non li spendono per andare in vacanza alle Seychelles).

Ma mi rendo conto che tali luoghi comuni sono molto diffusi anche perchè favoriti da una certa ignoranza circa le reali proporzioni del problema.

Innanzitutto la Chiesa, come ogni altra istituzione, ha il diritto e la necessità di dotarsi di tutti i mezzi necessari allo svolgimento della sua missione, perciò non solo può ma deve possedere beni mobili e immobili ed ogni altro mezzo necessario alla sua vita e alla sua missione. La comunità ecclesiale, qualsiasi comunità, piccola o grande, ha una dimensione che non è solo spirituale ma anche fisica e sociale e perciò necessità di spazi di aggregazione, edifici, strutture di governo, mezzi assistenziali e caritativi di ogni genere, in tutti i settori, inclusi quelli della cultura e dell’arte che spesso sono fra i piú appariscenti. Ogni organismo se vuole svolgere una missione deve garantire anche il proprio sostentamento, in caso contrario, la sua prima opera sarebbe anche l’ultima.

 

L’anello e le scarpe del Papa

Faccio una breve parentesi riguardo al famoso “anello del Papa che sfamerebbe l’Africa”, e che “varrebbe milioni – qualcuno dice addirittura “miliardi” – di euro”.
Nulla di più falso e ridicolo. In realtà si tratta di semplice oro, ha la grandezza e dunque il valore di due fedi nuziali, viene usato come timbro per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal Papa. Senza poi contare che alla morte del Papa viene rotto con un martelletto d’argento, rifuso e riutilizzato per il Pontefice successivo. Tecnicamente è sempre lo stesso da secoli. E non occorre essere cattolici per capire che un oggetto di tal valore non risolverebbe i problemi di una sola famiglia neppure per una settimana e che, onde evitare di urlare slogan tanto assurdi, basterebbe semplicemente informarsi, o almeno usare un pò di buon senso o quella razionalità laica che il Signore ha concesso a tutti.

Seconda parentesi: le “fantomatiche scarpe del Papa”. Un articolo di Repubblica – pubblicato pochi mesi dopo l’elezione del Papa al soglio pontificio – titolava: “Il look di Papa Ratzinger: spuntano le scarpe Prada”. Questo era lo scoop a cui hanno abboccato decine e decine di anticlericali e la notizia si è trascinata negli anni. La leggenda è stata così confezionata: il Papa veste Prada, vive nel lusso, è servito e riverito mentre nel mondo c’è gente che muore di fame. Nel 2008 l’Osservatore Romano ha provato a smentirla, ottenendo pochi risultati purtroppo. Lo stesso l’Agenzia Ansa nel 2010. Di recente si è tornati sulla questione grazie ad una pagina Facebook dedicata proprio al Pontefice. Si riporta la notizia, come vi è scritto sul quotidiano del Vaticano, che è il sarto novarese Adriano Stefanelli a produrre le scarpe papali, rosse ad indicare il sangue del martirio, che fanno parte dell’abito del papa fin dal Medioevo e da allora sono indossate da ogni pontefice. Non sono Prada, non hanno alcun costo, visto che il Sig. Stefanelli le ha donate al Santo Padre e ha affermato: «Io le mie scarpe al Papa le regalo, perché a volte la passione paga più del denaro». (Qui l’articolo citato) [1].

 

Le proprietà vaticane

Ma torniamo alla questione da cui siamo partiti. Bisogna chiarire innanzitutto che il Papa non è ricco, che tutto ciò che gli viene attribuito non è suo, e che dopo la morte non lascia niente a nessuno e viene seppellito in una bara di legno grezzo, praticamente nudo, e con un velo di lino sul volto.

La maggior parte delle cosiddette “ricchezze” del Vaticano sono tesori che nell’arco della storia della Chiesa, sono stati donati da persone che hanno ricevuto delle grazie particolari e che il Vaticano non ha nessun diritto di vendere.

Due millenni di storia, di arte, di cultura, la Basilica di Pietro, la Cappella Sistina, la Pietà di Michelangelo, le stanze dei musei Vaticani sono patrimonio dell’umanità e sono solo gestite dalla Chiesa.

La Santa Sede è solo custode vigile e scrupolosa di una immensa quantità di opere d’arte in parte donate e in parte proprietà privata dei successori di S. Pietro, esposte in stanze degne di accogliere tanta bellezza e a disposizione di chiunque abbia desiderio di apprezzarle. Ma sono beni che il Papa pur volendo non potrebbe vendere, lo impedisce il diritto internazionale. Nulla è suo, ma gli è stato concesso di usarlo. La Chiesa non può farne ciò che desidera, ha il compito di conservare tali beni nel nome dello Stato italiano. In tutte le Nazioni esistono svariate misure per la difesa delle opere d’arte, perché lo Stato ha il dovere di preservarle nel tempo. E ricordo come i beni della Santa Sede facciano anche parte della storia culturale dell’Italia.
Con la stessa logica con cui chiediamo alla Chiesa di vendere i suoi beni per aiutare i bisognosi, potremmo chiedere allo Stato di vendere il Colosseo di Roma, o gli Uffizi di Firenze o la Mole Antonelliana di Torino o qualcuna delle tante opere d’arte che l’Italia possiede.

 

La Carità e la Chiesa

Quanto alla carità verso i più deboli, sappiamo tutti come la dottrina cristiana e il magistero insegnino da sempre l’importanza e la necessità per l’uomo di sviluppare una sensibilità e un’attenzione particolare per i poveri e gli emarginati. La carità cristiana è il cuore del messaggio evangelico.

La Chiesa, infatti, è sempre stata in prima linea nell’aiutare concretamente i poveri di tutto il mondo, con le Caritas, le Missioni e le Opere Pie. Si pensi ai tantissimi missionari che nei Paesi più disparati del mondo, soprattutto in quelli più poveri, portano l’annuncio evangelico prodigandosi anche per sollevare le popolazioni dalla povertà, dall’emarginazione, dalla fame, dalle malattie, nonchè per l’educazione e la scolarizzazione dei ragazzi, tutto questo spesso rimettendoci la salute e anche la vita.

Ma alla base di gran parte degli attacchi rivolti alla Chiesa sui beni e gli averi di sua proprietà, vi è un equivoco fondamentale dell’intera concezione scritturistica sulla ricchezza e sulla povertà.

Basterebbe leggere alcuni dei tanti versetti, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, in cui il Signore non chiede che il culto gli venga dato in estrema povertà, tutt’altro… (Vedi qui alcuni esempi) [2].

Nel distacco dalle cose materiali di questo mondo possiamo elevarci a Dio. Se siamo capaci di distaccare il cuore dalle nostre ricchezze, ci sarà più facile glorificare il Signore cercando di rendere degna e bella la Sua casa. Gli oggetti preziosi custoditi dalla Chiesa e nelle chiese è chiaro che non servono a Dio, ma il loro splendore serve per richiamare noi, per ricordare che stiamo facendo gli atti più grandi e più sublimi di culto. Sono un segno della nostra fede, della nostra riconoscenza a Dio che ci ha resi partecipi di beni così grandi. Non teniamo gli oggetti preziosi nelle casseforti perché i ladri non li rubino, ma li usiamo anche per dare a Dio il massimo splendore nel culto.

Nel Vangelo non c’è condanna per la ricchezza in sè. Il noto passo del Vangelo di Matteo in cui Cristo ammonisce: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt. 19, 24) deve essere letto sistematicamente con l’insieme dei suoi precetti e dei suoi insegnamenti.

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt. 5,3), riproposizione in chiave affermativa di Matteo 4,4: “Non di solo pane vivrà l’uomo”.
Cristo ha voluto, cioè, evidenziare il carattere spirituale dell’uomo, che cioè questo non è mera corporeità, non deve limitarsi al solo aspetto materiale dell’esistenza. Il Vangelo non fornisce dottrine economiche, materiali, “biologiche”, ma insegnamenti teologici, morali e spirituali.

Per l’autentico pensiero cristiano, la ricchezza, la proprietà, gli averi, non sono dei mali in sè stessi.

Gesù indossava una tunica preziosa (che i soldati che lo crocifissero si giocarono a sorte), non disdegnò il profumo di nardo purissimo di gran valore, amava i banchetti e riposarsi dall’amico ricco.

Alle nozze di Cana, invitato a cena a casa di uomini importanti, finito il vino, Gesù non ha detto “avete bevuto abbastanza e dovreste pensare ai poveri che non hanno vino”, ma ha onorato la festa e il matrimonio (compiendo fra l’altro il suo primo miracolo).

Gesù stesso ci dice che veniva accusato dai farisei di essere un beone e un mangione solo perché, nella loro visione distorta, si contrapponeva al Battista che viveva di stenti.

Gesù ha lodato la donna che ha rotto per lui un vasetto di nardo genuino di gran valore. E ai commensali che si sdegnano per lo spreco di quel profumo così prezioso per Lui anzichè “vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri”, Egli risponde: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14,3-9).
Un denaro era la paga giornaliera di un operaio; trecento denari la paga quasi di un anno. Gesù non l’ha rimproverata, anzi l’ha lodata. E’ venuto incontro all’esigenza del nostro animo di manifestare anche con segni permanenti il nostro affetto verso di Lui.

Quello da cui ci mette in guardia Gesù è semmai l’atteggiamento di morbosità verso la ricchezza, l’attaccamento, la schiavitù della ricchezza, l’avidità, la cupidigia nel perseguirla e l’ostinazione nel possederla, che soffocano il seme della vita e rischiano di sostituire i doni ricevuti a Dio stesso.

 

I Santi

Nella Vita del santo Curato d’Ars si legge che viveva poverissimamente. Aveva licenziato la perpetua, perché per cibo si cucinava ogni settimana una pignatta di patate.
Ma per quanto riguardava il culto a Dio voleva che fosse sempre al meglio. Era convinto che il culto esterno dev’essere un richiamo per il culto interno, oltre che un grande atto di amore.

San Francesco è vissuto poverissimo, ma anche lui voleva i vasi sacri fossero preziosi.
Ecco che cosa si legge nelle Fonti francescane: “Francesco sentiva tanta riverenza e devozione verso il corpo di Cristo, che avrebbe voluto scrivere nella regola che i frati ne avessero ardente cura e sollecitudine nelle regioni in cui dimoravano, ed esortassero con insistenza chierici e sacerdoti a collocare l’Eucaristia in luogo conveniente e onorevole. Se gli ecclesiastici trascuravano questo dovere, voleva che se lo accollassero i frati. Anzi, una volta ebbe l’intenzione di mandare, in soste le regioni, alcuni frati forniti di pissidi, affine di riporvi con onore il corpo di Cristo, dovunque lo avessero trovato custodito in modo sconveniente.
Volle inoltre che altri frati percorressero tutte le regioni della cristianità, muniti di belli e buoni ferri per far ostie”. (Fonti francescane n. 1635).

“Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare ogni giorno la Messa, anche se unica, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e quando riceveva l’agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore. Per questo amava la Francia, perché era devota del Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri.
Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedesse conservato con poco decoro” (Fonti francescane n. 789).

“Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è state conferito il di potere di consacrare questo sacramento. “Se mi capitasse – diceva spesso – di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi, infatti, Ohi, Aspetta, san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano” (Fonti francescane n. 790).

 

Il Papa in Africa

Poco fa accennavo alla bufala totalmente inventata dell’ ”anello papale che sfamerebbe l’Africa”.
Vorrei fare anche una piccola riflessione sulla realtà dell’Africa e dei problemi che l’affliggono. La situazione in Africa – come in altre parti del mondo sottosviluppato – è molto complessa e di non facile soluzione a causa di innumerevoli ragioni che riguardano anche chi governa quei paesi e persino chi aiuta quei paesi. Non basta inviare soldi per risolvere i problemi in quelle zone.

I loro governanti spesso hanno interesse a che tutto rimanga così per controllare meglio il territorio. Ci sono poi alcune multinazionali che sfruttano le risorse naturali del continente. Per non parlare degli organismi internazionali (Vedi ONU e Unione Europea) che “ricattano” i paesi dell’Africa imponendo politiche disumane di controllo delle nascite (come sterilizzazioni, aborto, contraccezione, ecc.) in cambio degli aiuti.

Tutte questioni trattate, e anche coraggiosamente denunciate, una per una, da Papa Benedetto XVI quando si è recato in Africa qualche anno fa. Stranamente di quel viaggio si ricorda solo la famosa frase sui preservativi strappatagli maliziosamemte dai giornalisti in aereo, ma non si ricorda invece il fatto che il Papa era andato lì ad illustrare e presentare un importantissimo documento promulgato per la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi: l’Instrumentum laboris, un documento molto denso, frutto di quattordici anni di lavoro della Chiesa per studiare e capire l’Africa, a partire dall’esortazione apostolica di Papa Giovanni Paolo II Ecclesia in Africa del 1995, che dopo il Primo Sinodo per l’Africa aveva esortato a uno studio più approfondito della situazione religiosa e sociale del continente africano.

Un documento salutato dai media africani come uno dei più importanti testi sull’Africa mai apparsi, tanto più se lo si legge – come Benedetto XVI ha invitato a fare – insieme con i discorsi del Papa in Camerun e Angola, che lo illustrano e lo completano [Cfr. "Il Papa e la sua Africa", di Massimo Introvigne – Cesnur] [3].

I media italiani ed europei hanno invece completamente taciuto su questo importante documento. E purtroppo questo silenzio da parte della stampa occidentale dimostra o almeno fa sospettare fortemente che all’Occidente e ai media interessa ben poco della situazione in cui versano questi poveri fratelli.

E le continue ed infondate accuse verso la Chiesa oscurano purtroppo quello che di grande essa fa ogni giorno (giustamente nel silenzio e senza megafoni) proprio a favore dei più deboli.

Infine vorrei ricordare che la Chiesa con la C maiuscola è la comunità dei battezzati. Ogni battezzato è incorporato alla Chiesa che è il Corpo mistico di Gesù Cristo. Invece di condannare il mondo ecclesiale, ognuno di noi dovrebbe interrogarsi su ciò che fa di buono per migliorare le sorti di questo mondo e del terzo mondo. Ogni battezzato ha il dovere di contribuire al bene della comunità. Dunque, riguardo all’aiuto al prossimo – per quanto ci è possibile e ognuno nel suo piccolo – siamo tutti interpellati, nessuno escluso.





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Note:

[1] Il Papa veste Prada? NO, era una bufala.

[2] “Ricchezza della Chiesa” – Un sacerdote risponde (Amici Domenicani); Perché la Chiesa ha accumulato, nel corso degli anni, notevoli ricchezze ben visibili anche nell’abbigliamento del Santo Padre? (Amici Domenicani).

[3] Il Papa e la sua Africa (di Massimo Introvigne – Cesnur).

 

[SM=g1740722]


Caterina63
00venerdì 17 agosto 2012 21.44

[SM=g1740733]  Scacchi, i santi in gioco

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Una delle prime testimonianze sul gioco degli scacchi in Italia è costituita da una lettera che san Pier Damiani, l’anacoreta che Dante incontrerà in Paradiso, allora cardinale di Ostia, scrisse nel 1061 a papa Alessandro II, scagliandosi violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la messa al bando.
Pier Damiani informava il papa di aver punito un vescovo fiorentino che a causa degli scacchi aveva trascurato i doveri religiosi. All’epoca gli scacchi erano molto diffusi tra il clero (e i nobili); testimonianze certe dicono che grande appassionato fu Gregorio VI (papa dal 1045 al 1047).

Nel 1128 san Bernardo di Chiaravalle, emanando le regole per l’ordine dei Templari, metteva gli scacchi al bando.
Poi nel 1212 la Chiesa ribadì la proibizione al gioco in occasione del Concilio plenario di Parigi. Nel 1254 il re di Francia san Luigi IX proibì gli scacchi con un’ordinanza al rientro dalla prigionia di 4 anni in Egitto dopo la VI crociata; fu probabilmente solo una reazione rabbiosa, data la grande diffusione degli scacchi tra gli arabi, ma provocò la condanna «ufficiale» da parte della Chiesa in occasione del concilio Biterrense del 1255.
Non altrettanto per fortuna avvenne per i libri sul gioco, anche perché si trattava di solito di preziosi codici manoscritti, spesso «pezzi unici» e che utilizzavano gli scacchi come spunto per insegnamenti moraleggianti. 

Un tipico esempio è l’operetta Quaedam Moralitas de Scaccario, attribuita da molti a Innocenzo III (papa dal 1198 al 1216), ma molto probabilmente a lui solo dedicata; Innocenzo III resta comunque il primo nome importante nella galleria dei papi scacchisti: sul suo stemma si trova una scacchiera sulla quale è posata un’aquila. Che il gioco fosse comunque diffuso lo si ricava da molti documenti burocratici.

File:C o a Innocenzo III.svg

Restando nel campo ecclesiastico, un inventario del 1236 segnala nel vescovado di Lucca due serie complete di pezzi. Pezzi e scacchiere sono citati negli inventari di Innocenzo VI, redatti nel 1353; del resto gli scacchi venivano conservati anche nei tesori papali e seguirono i pontefici persino durante il periodo avignonese. Anche il popolo continuava a giocare a scacchi; un’opera importante per la diffusione del gioco fu il trattato del domenicano Jacopo da Cessole, piccolo paese vicino ad Asti; fra Jacopo visse tra il 1250 e il 1325 e la sua opera è nota come De ludo scachorum.

Nel libro vengono menzionate le regole del gioco – quelle usate in Lombardia, all’epoca regione leader negli scacchi –, che se non sono totalmente quelle di oggi pure vi si avvicinano molto.  Il libro inizia col racconto dell’invenzione del gioco, ideato secondo fra Jacopo ai tempi del re caldeo Evilmerodach, identificato con Merodach-Baladan che regnò dal 722 al 710 a.C. Ideatore del gioco sarebbe stato un filosofo di corte, il cui nome in lingua caldea era Xerse e in greco Filometor: costui avrebbe inventato gli scacchi per convincere il re ad evitare l’ozio. In pratica fra Jacopo unifica le varie leggende sull’origine del gioco e combatte la teoria secondo la quale gli scacchi sarebbero stati ideati durante l’assedio di Troia. Il frate descrive poi i pezzi come se fossero persone reali e spiega i compiti di ciascuno nella società: il Re deve essere giusto, la Regina casta, gli Alfieri saggi consiglieri, i Cavalieri fedeli, i Vicari del re solidi come «rocchi», cioè torri. Ogni pedone rappresenta una categoria di lavoratori: contadino, fabbro, notaio, mercante, medico, oste... Ai primi del Quattrocento gli scacchi si trovarono coinvolti in manifestazioni pubbliche contro le «Vanità».

La domenica 23 settembre 1425, per esempio, san Bernardino tenne a Perugia una predica tanto infuocata che «li homini mandaro dadi, carte, tavolieri, scacchi e simili cose» a bruciare in piazza. E a Siena nel 1426 ancora san Bernardino in una predica affermò che uno dei suoi frati, Matteo da Cecilia, aveva bruciato «duomila settecento tavolieri in uno dì a Barzelona, che v’erano di molti che erano d’avorio, e anche molti scachieri, e convertì molte anime». Ancora: nel 1496 e 1497 Girolamo Savonarola fece mettere al rogo anche gli scacchi in due famosi «bruciamenti di vanità» a Firenze. Che il Savonarola sapesse giocare a scacchi è confermato da alcuni biografi, che riportano il contenuto di una predica tenuta l’8 maggio 1496.

La riabilitazione del gioco era comunque imminente. La prima scintilla si ebbe a Firenze, grazie alla dinastia dei Medici; fu Giovanni, figlio di Lorenzo il Magnifico, ad aprire la strada per la revoca della condanna ecclesiastica: fin da giovane grande appassionato di scacchi, Giovanni de’ Medici continuò ad essere un importante mecenate per i giocatori dell’epoca anche quando nel 1513 divenne papa Leone X.
In un volume della fine del 1500 si trova questa citazione: «Papa Leone era solito abbandonare la partita quando era inferiore; ciò mostra la sua abilità, poiché egli vedeva molto tempo prima ciò che doveva accadere».

Fu grazie all’influsso di Leone X che santa Teresa d’Avila parlò positivamente degli scacchi nel suo Cammino di perfezione, scritto tra 1564 e 1566: «Credetemi, colui che giocando a scacchi non sa dispor bene i pezzi, giuocherà molto male: se non sa fare scacco, non farà neppure scacco matto... Voi certo mi biasimerete nel sentirmi parlare di giochi... Dicono che qualche volta gli scacchi sono permessi; a magior ragione sarà permesso a noi di usarne ora la tattica. Anzi, se l’usassimo spesso non tarderemmo a fare scacco matto al Re divino... A scacchi la guerra più accanita il re deve subirla dalla regina, benché vi concorrano da parte loro anche gli altri pezzi. Orbene non vi è regina che più obblighi alla resa il Re del cielo quanto l’umiltà».

[SM=g1740733] Il 14 ottobre 1944 il vescovo di Madrid ha proclamato Teresa d’Avila patrona degli scacchisti.

E finalmente, agli inizi del Seicento, il gioco degli scacchi venne dichiarato di nuovo lecito da Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che nella sua Introduzione alla vita devota, scritta ad Annecy nel 1608, controbatte l’editto di Luigi e la condanna del Concilio. Nel capitolo XXXI, «Passatempi e divertimenti e anzitutto quelli leciti e lodevoli», il santo ammonisce: «Bisogna solo guardarsi dall’eccedere, tanto nel tempo quanto nel denaro che si espone, perché se vi si impegna troppo tempo non è più sollievo, ma occupazione; non si solleva né lo spirito né il corpo, ma anzi si stancano e si svigoriscono entrambi».

Scacchista fu san Carlo Borromeo, di cui è testimoniato che una volta vinse a scacchi a un cugino 10 ducati d’oro che usò per la vestizione di una monaca. E anche Alfonso Litta, arcivescovo di Milano dal novembre 1652: la sua passione era ben nota, tanto che quando arrivò in città venne appesa a una colonna una scacchiera sulla quale campeggiava la scritta «Ingegno, non sorte», per dire che Litta aveva raggiunto la carica non per fortuna ma per le sue virtù. Nessuno dei pontefici che seguirono Leone X fu per gli scacchi particolarmente importante fino a tempi recenti, salvo il caso di Pio V (1566-1572), noto per aver offerto al famoso giocatore siciliano Paolo Boi detto «il siracusano» un importante beneficio purché indossasse l’abito talare (ma, per la cronaca, il Boi rifiutò).

Boi allora era considerato il miglior giocatore al mondo. Anche lo spagnolo Ruy Lopez de Segura era un ecclesiastico e durante il suo apogeo scacchistico entrò nelle grazie di Filippo II, che gli assegnò un vitalizio come «miglior giocatore di scacchi del Cinquecento». Nel 1560 arrivò a Roma per accompagnare il suo vescovo al conclave per l’elezione di Pio IV; approfittando del tempo libero giocò e batté tutti i migliori giocatori italiani. Ideò poi una delle aperture più usate ancor oggi, che nel mondo porta il suo nome e in Italia è nota come «Spagnola». Altro scacchista fu Leone XIII, papa dal 1878 al 1903: giocava abitualmente anche da cardinale a Perugia. Poi Giovanni Paolo I, che pure giocò negli anni Sessanta a Vittorio Veneto. Infine Giovanni Paolo II, sicuramente giocatore in gioventù, all’università di Cracovia e poi in seminario.

Adolivio Capece - direttore de «L’Italia scacchistica»

http://www.avvenire.it/, 28 febbraio 2010
Cultura/Scacchi_201003011333348370000.htm






[SM=g1740771]

Caterina63
00sabato 18 agosto 2012 14.10
              

[SM=g1740758] ricordando qui la questione delle donne nella Chiesa, proponiamo qui questa storia poco conosciuta.....



Avvenire

IL CASO

Miriam Stimson, la biologa che individuò i meccanismi del Dna, era una religiosa domenicana. Esce negli Usa la sua biografia - La suora della doppia elica

Tra clausura e laboratorio, seppe imporsi all'ambiente scientifico maschile degli anni '50 e scoprì la causa genetica del cancro.

Pio XII ne fu entusiasta da dare il permesso alla Suora di occuparsi dei suoi studi scientifici.

 

Di Filippo Rizzi

 

Una donna che ha speso la sua vita tra la clausura e il suo laboratorio di chimica, che, conciliando la creazione e le teorie sull'evoluzione di Darwin, ha saputo coniugare il difficile rapporto tra fede e scienza e soprattutto ha contributo alla scoperta del XX secolo: la doppia elica del Dna.

E con essa ha individuato l'origine genetica del cancro. È la storia incredibile di suor Miriam Michael Stimson (1913-2002), una religiosa domenicana del Michigan negli Usa che nei primi anni 50 usando una soluzione di bromuro di potassio (KBr) e la spettroscopia a raggi infrarossi permise di scoprire le basi del Dna. Fu una rivoluzione nella comunità scientifica degli anni '50 rispetto anche ai modelli di Dna proposti da James Waston, Francis Crick e Linus Pauling. Dalla sua intuizione si arriverà, negli anni successivi, a utilizzare la chemioterapia per debellare o almeno curare una malattia mortale come il cancro o conoscere in modo più appropriato malattie come l'Aids.

E un libro dal titolo The Soul of Dna: the true story of a catholic sister and her role in the greatest scientific discovery of the twentieth century («L'anima del Dna: la vera storia di una suora cattolica e il suo ruolo nella più grande scoperta del XX secolo», Lumina Press, pagine 164) a firma del discepolodella Stimson, lo statunitense di origini giapponesi Jun Tsuji e ricercatore di genetica alla Siena Height University, l'ateneo che ebbe per più di 30 anni la religiosa domenicana come docente, ha tentato di risarcire il contributo di questa donna nella scoperta scientifica più importante del secolo passato. «La grandezza della Stimson - racconta l'autore - è stata quella di imporsi come donna e come suora cattolica in una comunità scientifica, quella degli anni 50 fortemente dominata dai maschi e da un establishment, che comprendeva uomini del calibro di James Waston e Francis Crick. Suor Miriam fu una delle prime scienziate a testare il modello della doppia elica del Dna. Il suo metodo e la sua via chimica al Dna è ancora attuale oggi».

Il volume è il frutto di più di 10 incontri con la scienziata e religiosa ma anche vuole essere un corollario di aneddoti e di racconti sul difficile ingresso della Stimson nella comunità scientifica Usa degli anni '50.

                                                     (galvanometro)

Il libro, non a caso, ripercorre tutti gli aspetti dalla vita di suor Miriam dalla precoce vocazione religiosa all'innata passione per la chimica alla destrezza nel maneggiare il galvanometro in laboratorio, al suo rapporto molto severo ma anche di «grande fascino per la sua saggezza» che aveva con gli allievi, alla «grande fatica» che farà la giovane professoressa di liceo del Michigan, poi divenuta docente universitaria, per ottenere i fondi per la sua ricerca sul Dna grazie ad istituzioni come la National Cancer Institute o l'American cancer society.

Ma a introdurre la Stimson alla ricerca scientifica e a spalancare la strada sullo studio della natura chimica dei cromosomi sarà uno dei suoi maestri George Sperti e poi, già negli anni della ribalta accademica, Erwin Chargaff, uno dei chimici collaboratori di Waston e Crick. Il 1945 è un anno importante per la Stimson perché pubblicherà, per la prima volta, sulla rivista Nature la sua ricerca sui raggi ultravioletti, il suo studio sulla cromatografia (paper cromatography) e sull'origine del cancro nelle cellule. Finalmente nel 1948 ottiene il dottorato in chimica. Da quella data si susseguiranno con una certa continuità le sue pubblicazioni su riviste prestigiose come il Journal of the american chemical society. Vera porta d'ingresso nella comunità scientifica sarà la sua scoperta sul Dna nei primi anni 50: la sperimentazione della spettroscopia a raggi infrarossi e la tecnica di una soluzione di potassio e di bromuro attraverso l'utilizzo di una speciale pressa. «La cosa sorprendente - confida nel libro suor Stimson - era la cortina di diffidenza e di ironica leggerezza che si nutriva nei miei confronti da parte della comunità scientifica internazionale solo perché ero una donna e per di più una suora cattolica e quindi incapace a trattare temi così difficili». [SM=g1740733]

Ma da quella scoperta e dalla fatica di tanti anni di studio arriveranno i primi attestati accademici: dalla sua lezione nel 1951, seconda donna dopo il Nobel madame Marie Curie, alla Sorbona di Parigi al riconoscimento ufficiale della sua ricerca come cura per il cancro da parte del Chester Beatty Institute of Cancer research di Londra. «Una donna genuina e mite - scrive l'autore nelle pagine conclusive del libro - che attraverso la sua fede e la sua devozione alla ricerca è riuscita a entrare nel labirinto del Dna e a fare centro: a capire che nella via chimica, quella del bromuro di potassio, vi era la soluzione del problema».




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Caterina63
00martedì 21 agosto 2012 12.43
 Appassionato di matematica e astronomia, Giuseppe Sarto realizzò vari orologi solari

per i paesi delle campagne venete

 
E il giovane prete che costruiva meridiane divenne Papa ( e pure Santo)
 
di Isabella Farinelli
 
È una delle mode più recenti in fatto di slow tourism: oasi più o meno agresti in cui spegnere telefoni e telefonini, disinnescare satelliti e antenne, disconnettere computer e ausili elettronici per disintossicarsi da ogni dipendenza e riattivare recettori perduti o obsoleti di orientamento e connessione a misura d'uomo e di natura.
Per possibile o auspicabile che sia, tale iniziativa rischia un difetto di contesto: il turista che si astrae volontariamente dal flusso globale di comunicazioni mediate sa che vi è inserito a largo raggio; per quanto serio e prolungato, il suo tende a essere un divertissement piuttosto che una necessità: manifesta, semmai, una necessità opposta. Così non è o non era per i tempi e le culture indagate da uno dei massimi esperti di “navigazione naturale”, Tristan Gooley, nel manuale storicamente documentato L'antica arte di trovare la strada (traduzione di Carla Bertani, Milano, Vallardi, 2012, 269 pagine, euro 15,90).


 Così non era neppure ai tempi relativamente recenti, ma apparentemente remoti dall'homo technologicus, quando il futuro Papa Pio X maturava la vocazione sacerdotale e muoveva i primi passi di giovane prete nelle campagne venete, anche se non fu d'ordine esclusivamente pratico la sua passione per le meridiane, di cui lasciò proprio fra quelle terre i principali segni. Elsa Stocco, docente e gnomonista di Castelfranco Veneto, autrice di una serie di ricerche nelle quali ha coinvolto le scolaresche -- i risultati sono esposti con chiarezza in rete -- ci informa personalmente dei numerosi viaggi e degli studi che sta ancora compiendo lungo gli itinerari segnati da memorie tuttora fresche e dai non pochi biografi, a iniziare da quelli della prima ora come Angelo Marchesan, canonico della cattedrale di Treviso come lo era stato Pio X, che ebbe modo di vedere il libro (Pio X nella sua vita, nella sua parola e nelle sue opere, Roma, Desclée & C., 1910).

 Nato a Riese nel 1835 da una famiglia non ricca ma solida nella sua consuetudine con il lavoro e i principi cristiani, distintosi in particolar modo durante gli studi «per moltissima destrezza nella soluzione de' problemi sì algebrici che geometrici» e «per chiarezza d'idee e per molte precise cognizioni anche delle prove matematiche», don Giuseppe Sarto, consacrato sacerdote a 23 anni nel duomo di Castelfranco, viene subito assegnato come cappellano a Tombolo in aiuto del parroco don Antonio Costantini.
Ed è lì che, pur nell'intenso lavoro pastorale e manuale per cui viene soprannominato “moto perpetuo” -- e anzi proprio in ottica di servizio -- riesce a dedicarsi alla sua assai meno nota attività di costruttore di meridiane. «Ne fece una su di una parete della canonica di Tombolo», dove peraltro non era lui ad abitare, e ne disseminò i paesi vicini, dove, racconta Marchesan, si spargeva rapidamente la sua fama di ispirato predicatore.
Sua la meridiana della chiesa di Fontaniva, sotto la quale il 19 marzo 1904 fu inaugurata un'iscrizione per ricordarne la costruzione da parte di colui che nel frattempo era divenuto Pio X.


 Ma con particolare passione il giovane cappellano lavorò a un orologio solare «sulla facciata della canonica di Galliera: fattura, quest'ultima, che durò alquanto più a lungo delle altre, a motivo di certe pesche secche degli amici di Galliera, le quali l'augusto autore confondeva talora col sesto e col pennello». Secondo Marchesan e altre fonti, non furono queste le uniche meridiane realizzate da don Giuseppe Sarto; Elsa Stocco le sta ancora cercando e di alcune ha curato il restauro: nella stessa Fontaniva, ad esempio, e a Onara, dove l'orologio solare, realizzato anche lì sulla canonica, recava la scritta, ben leggibile benché tracciata con grafia incerta: «Don Giuseppe Melchior Sarto fece».
 
A Tombolo, invece, la canonica di allora non esiste più. Peccato, osserva Stocco, perché doveva essere una delle sue meridiane più interessanti: «dalle fotografie si può vedere che erano presenti due quadri. Nel più grande era disegnato l'orologio solare che segna un ampio numero di ore, mentre in quello più piccolo e allungato era probabilmente tracciata la meridiana vera e propria, che segna soltanto l'ora del mezzogiorno vero, del meridies, l'istante in cui il Sole transita sul meridiano locale, nel momento della sua culminazione. È presumibile pensare che oltre alla linea del mezzogiorno vero del sole locale fosse tracciata anche la curva del mezzogiorno medio», come spesso si usava nell'Ottocento.


 Nelle tappe ulteriori della carriera ecclesiastica di Sarto non sono emerse, sinora, ulteriori tracce di meridiane. L'ipotesi più ovvia è che, dall'incarico di parroco a Salzano a quelli nel seminario e nella curia di Treviso, per non parlare dell'episcopato mantovano e del patriarcato veneziano, occupazioni e responsabilità abbiano lasciato a malapena spazio per le quattro ore di sonno che fin dalla giovinezza dichiarava essergli sufficienti.

 All'indomani del suo ingresso a Venezia, scriveva con grafia veloce a don Giovanni Battista Rosa (suo vicerettore al seminario di Mantova e in seguito vescovo di Perugia dal 1922 al 1942) che un collaboratore gli stava «aprendo le lettere che dimandano soccorsi, e avendo ancora un bel monte da numerare a quest'ora è arrivato alla bella cifra consolantissima di 1.250 istanze».
Si sa che un orologio, unico oggetto prezioso di sua proprietà insieme a una posata d'argento, negli anni giovanili andò e tornò più volte dal monte dei pegni per far fronte alle sollecitudini caritative di don Giuseppe.

 Riferimenti al tempo che scorre e alla necessità d'impiegarlo bene (ma non senza abbandono fiducioso alla Provvidenza) sono disseminati in tutto l'epistolario sartiano, sia rivolti a se stesso sia a coloro ai quali teneva in modo rigoroso: i futuri preti (Lettere di san Pio X raccolte da Nello Vian, Roma, Angelo Belardetti, 1954).

 Non è difficile pensare come, una volta Pontefice, l'antica sua passione per l'osservazione astronomica applicata si armonizzasse alla linea del predecessore Leone XIII, che aveva tra l'altro rifondato la Specola Vaticana. Fu Pio X a volervi nel 1904 Pietro Maffi (arcivescovo di Pisa e poi cardinale, già creatore di un osservatorio nel seminario di Pavia) e su suo consiglio, nel 1906, nominò a dirigerla il gesuita austriaco Johann Georg Hagen, astronomo noto e stimato a livello internazionale, che virò decisamente l'indirizzo dell'osservatorio da meteorologico ad astronomico, chiedendo e ottenendo dal Pontefice -- sono gli studi del gesuita Sabino Maffeo -- «un secondo grande telescopio per l'osservazione diretta degli astri».

 Il nostro giornale si è già occupato (29 maggio 2010) di come, proprio in quel pontificato, l'osservatorio vaticano, partecipando al progetto mondiale della «Carta fotografica del cielo», abbia immortalato nel 1910 il passaggio della cometa di Halley. Nell'agosto 1908 Maffi scriveva al Papa congratulandosi per le nomine di padre Hagen a membro della Kaiserliche Leopoldnische Carolinische Akademie der Naturforscher e membro associato della Royal Astronomical Society di Londra: «un vero omaggio alla Specola, che rivive».

 Non per nulla nel 1908, in prossimità del suo giubileo sacerdotale, dalla bergamasca si auguravano che «il Santo Padre con un meraviglioso telescopio potesse dal Vaticano vedere le nostre colline illuminate con maiuscoli w Pio X» (Alejandro M. Dieguez - Sergio Pagano, Le carte del “Sacro Tavolo”, Aspetti del pontificato di Pio X dai documenti del suo archivio privato, 2 volumi, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2006).

 Si dice che un giorno il parroco di Fontaniva, in udienza da Pio X, si lamentasse che la sua meridiana non stava funzionando molto bene. Pare che il Papa abbia risposto con una delle sue battute: «Non ero mica infallibile allora!». In realtà, precisa Elsa Stocco, «gli orologi solari sui quali è ancora possibile effettuare un controllo ci dicono che essi sono correttamente tracciati» e la perplessità del povero prete si deve probabilmente a un confronto con l'orologio da polso senza tener conto della differenza «fra tempo solare vero e tempo medio del fuso».

 Molti gnomonisti oggi reclamano che san Pio X sia dichiarato patrono della categoria. Il fatto che lo gnomone, strumento antichissimo connesso alle esplorazioni e alla geodesia, si identifichi con la radice linguistica indeuropea della conoscenza è tutt'altro che in contrasto con la sapientia popolare di cui si colora la nutrita aneddotica intorno a Pio X.

La sintesi, sin dall'introduzione di Angelo Roncalli (allora cardinale patriarca di Venezia), è nel libro Il santo Pontefice romano Pio X, uscito in cinque lingue in occasione della canonizzazione celebrata da Pio XII nel 1954, con le foto di Leonard von Matt e i testi di Nello Vian. Guida attualissima di viaggio tra i luoghi, l'umanità e -- perché no -- le meridiane di Papa Sarto, il libro, asciugata ogni retorica, rimanda a un quasi inevitabile punto di partenza: la foto dignitosa della madre, i suoi ferri da stiro consunti e il brassoler, il “braccio”, ovvero la misura di legno con incisioni graduate da lei usata per il lavoro di sarta.

Un gesto che il figlio (fiero del proprio cognome, su cui amava scherzare) dovette vederle compiere abitualmente; forse gli capitava di rievocarlo mentre, con tecnica presumibilmente perfezionata al Seminario di Padova, tracciava i segni per il sole sui muri di quelle case parrocchiali la cui cura avrebbe raccomandato anche da Papa. Quando il cardinale Rafael Merry del Val (San Pio X, un santo che ho conosciuto da vicino, traduzione di Francesca Nestor, Verona, Fede & Cultura, 2012, pp. 72, euro 10) ricorda la premura del Papa per le condizioni del lavoro femminile, menzionando tra l'altro le merlettaie di Burano visitate da patriarca nel 1898, sottolinea con sorpresa la conoscenza da intenditore manifestata da Pio X in tema di merletti e punti. Forse, dall'antica canonica di Tombolo dove l'arciprete cuciva da sé i paramenti e il giovane don Sarto si studiava di renderglisi utile, sono ancora molte le tracce di “fede applicata” che attendono d'essere ricomposte.


 Non sembra irrilevante neppure l'episodio narrato da Remo Bistoni, oggi decano del collegio canonicale perugino e biografo di quel Giovanni Battista Rosa che, molto prima di diventare vescovo, era stato costantemente vicino a Papa Sarto, scambiando con lui un fitto carteggio. Interrogato su eventuali ricordi che in via indiretta potessero riannodarsi alla passione giovanile di Pio X, Bistoni ha rievocato un episodio che, a suo dire, poco aveva a che fare con le meridiane. Un giorno, a Mantova, il giovane don Rosa, vedendo il vescovo Sarto raccogliersi in preghiera presso sepolture ebraiche, non riuscì a celare qualche perplessità. «Bravo!» lo rimbrottò il vescovo. «Meno male che la teologia di Dio non è come la tua».
 
(L'Osservatore Romano 20-21 agosto 2012) 



Caterina63
00venerdì 24 agosto 2012 19.04

L’ultimo Papa in perfetta comunione con Costantinopoli


Profilo del santo Papa di cui si fa memoria il 19 aprile, giorno dell’elezione di Benedetto XVI


di Lorenzo Cappelletti


Papa Leone IX (1049-1054), miniatura tratta da un manoscritto greco del XV secolo, Biblioteca Nazionale, Palermo

Papa Leone IX (1049-1054), miniatura tratta da un manoscritto greco del XV secolo, Biblioteca Nazionale, Palermo

Nei mezzi di comunicazione è stato rilevato che l’elezione di papa Benedetto XVI è caduta il giorno in cui la Chiesa fa memoria di san Leone IX papa (al secolo l’alsaziano Bruno, o Brunone, dei conti di Egisheim-Dagsburg). Certuni hanno ricordato che si tratta di uno dei numerosi papi di origine tedesca dell’epoca medievale, ma non si è andati più in là.

D’altronde quel santo Papa, a tutta prima, non sembrava evocare alcunché che meritasse un approfondimento, né per il nome né per l’ordinale. E quel poco del suo pontificato che a qualcuno è noto, essere cioè Leone IX il Papa regnante all’atto dello scisma con i Greci del luglio 1054, in realtà è “incredibile ma… falso”. Infatti, quando lo scisma si compie, Leone è morto già da mesi, il 19 aprile 1054. E a lui perciò non può essere fatto risalire.

Chi non è ignaro di storia medievale non solo sa questo, ma di quel Papa ricorda anche molte altre cose interessanti che ci piace considerare come non casuali, e che ci portano di fatto a considerarlo, insieme a san Benedetto, protettore del Papa regnante.

Innanzitutto bisogna ricordare, nonostante che egli benedettino non sia mai stato, proprio la sua devozione per san Benedetto, al quale attribuisce la sua guarigione quando da ragazzo nel castello gentilizio della sua famiglia giaceva gravemente ammalato. Episodio d’esordio della sua biografia: Vita Leonis IX (PL 143, 470-471).

In secondo luogo è interessante notare che Brunone, imparentato con l’imperatore Enrico III e da lui designato al soglio pontificio, come era costume e in qualche modo diritto all’epoca, «dichiarò all’imperatore di poter accettare la nuova carica solo se i romani all’unanimità lo avessero eletto come loro vescovo» – scriveva il gesuita Friedrich Kempf, grande storico della Chiesa medievale (Storia della Chiesa, dir. H. Jedin, vol. IV, p. 460). Tanto che si appressò a Roma umilmente vestito da pellegrino e, solo dopo essere stato eletto dal clero e dal popolo romano il 2 febbraio del 1049, prese possesso della Sede di Pietro. «Leone non aveva di mira nessun capovolgimento costituzionale, ma era pienamente consapevole dell’indipendenza dell’ordinamento giuridico ecclesiastico e perciò anche della sua posizione» (ibidem).

Talmente era consapevole di tale indipendenza che credette dover combattere innanzitutto contro la simonia, come aveva d’altronde già fatto da vescovo di Toul. Ma non lo fece da solo: «attribuì grande importanza ai cardinali, e raccolse attorno a sé un gruppo di amici e consiglieri» (M. Parisse, Leone IX, in Dizionario storico del papato, dir. Ph. Levillain, vol. II, p. 854).

Dal punto di vista dogmatico, sua fu la condanna di errori circa la dottrina eucaristica. Intervenne contro le tesi di Bérenger di Tours (per il quale il pane e il vino eucaristici erano soltanto un simbolo del Corpo e del Sangue del Signore), affermando che Cristo è ovvero è contenuto nel sacramento o sotto le specie sacramentali. Ma l’intervento di Leone IX fu molto discreto. Essendo la discussione teologica ancora aperta, «furono i teologi a portarla avanti, mentre Roma si limitò a sorvegliarne l’andamento» (Storia della Chiesa, dir. H. Jedin, vol. IV, p. 605). Senza impulsività e intransigenza affrontò anche il problema del clero concubinario (cfr. M. Parisse, Leone IX, in Dizionario storico del papato, dir. Ph. Levillain, vol. II, p. 853).

E ritorniamo infine allo scisma del 1054 da cui siamo partiti: non solo non va imputato al Papa, ma addirittura sembra che l’ambasceria a cui si deve la sua apertura sia stata da lui inviata a Costantinopoli con scopi amichevoli. «Le relazioni tra Roma e l’Oriente erano ancora amichevoli» scrive padre Justo Collantes «benché già si stesse macchinando per la nefasta rottura che si sarebbe consumata dopo la morte del Papa» (La fede della Chiesa cattolica, p. 918 nota 14). Purtroppo Leone si era nel frattempo impegnato, d’accordo con Bisanzio, e con l’aiuto di tedeschi e italiani, contro quella banda di mercenari che erano i Normanni del centrosud dell’Italia.

Costoro lo fecero prigioniero nel giugno del 1053 e non lo rilasciarono finché non riconobbe i loro possessi. Tornato a Roma nel marzo1054, morì il 19 aprile seguente.Che san Leone IX protegga e insieme con il gregge preghi per il papa Benedetto XVI secondo la richiesta espressa da quest’ultimo: «Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il Suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri».



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Caterina63
00venerdì 24 agosto 2012 20.30

[SM=g1740771] Nomen omen


Breve rassegna dei primi nove papi che hanno portato il nome Benedetto. Da Benedetto I (575-579), che lo assunse a pochi anni di distanza dalla morte del santo di Norcia, a Benedetto IX. Furono tutti romani


di Lorenzo Cappelletti


La navata centrale del Duomo 
di Siena dove stanno, 
in altorilievo, i ritratti dei sommi pontefici. 
Da qui sono tratti 
i busti dei papi di nome Benedetto riprodotti 
in queste pagine

La navata centrale del Duomo di Siena dove stanno, in altorilievo, i ritratti dei sommi pontefici. Da qui sono tratti i busti dei papi di nome Benedetto riprodotti in queste pagine

Una breve rassegna sui papi che portano il nome Benedetto deve per forza di cose accorparli secondo un qualche criterio. Quello cronologico ci sembra il più oggettivo. Per cui cominceremo, con questo articolo, dai più antichi della serie, i primi nove o dieci papi e antipapi (poi vedremo la ragione di questa incertezza sul numero e sulla specie), che hanno regnato fra VI e XI secolo, durante cioè l’Alto Medioevo.

Seguiteremo trattando di coloro che hanno regnato all’inizio dell’epoca moderna, e termineremo con i due pontefici dal nome Benedetto del XVIII secolo. Riservando a Benedetto XV una puntata speciale. Pur se breve, la rassegna risulterà affascinante perché ci introdurrà in una storia quale quella della Chiesa che della storia è il paradigma. È infatti guidata, per sua stessa promessa, dal Signore, seguire l’opera del quale è quanto di più affascinante e istruttivo ci sia.


Proprio per questo, però, bisogna guardarsi dal pensare che sia un nome a stabilire una continuità di indirizzo e di guida. Se si applicasse tale criterio si giungerebbe a esiti non storici ma cabalistici. Eppure, sottoposto a una pura verifica storica, già il nome Benedetto dice qualcosa. Innanzitutto perché, non comparendo prima dell’ultimo quarto del VI secolo, quando viene assunto per la prima volta, nel 575, è assunto evidentemente in riferimento a san Benedetto da Norcia, morto intorno al 547. Inoltre perché si può verificare che anteriormente all’“epoca nova”, cioè alla prima età moderna, esso è legato esclusivamente a rappresentanti del clero romano, peraltro leali, in genere, verso gli imperatori; e spesso uomini di valore, benché il solo dei papi che portano questo nome ad avere la qualifica di santo sia il secondo Benedetto, se si esclude il beato Benedetto XI (1303-1304) che si colloca proprio all’esordio della prima età moderna come immediato successore di papa Bonifacio VIII.

Del primo Benedetto papa (575-579) il Liber Pontificalis (la fonte più importante, in ordine alla biografia dei papi dell’antichità e del primo Medioevo, edita alla fine dell’Ottocento da Louis Duchesne, il grande studioso francese accusato all’epoca di modernismo) ricorda che fu «natione romanus» e che visse e morì in mezzo allo sconvolgimento portato in Italia dalle scorrerie barbariche del VI secolo, quelle stesse che conobbe san Benedetto prima in vita, ad opera dei Goti, e poi post-mortem, quando Montecassino fu depredato proprio negli anni di pontificato di Benedetto I dai Longobardi di Zotone (e ancora più volte, in seguito, fino ad anni a noi vicini del XX secolo, come si sa).

Il secondo Benedetto regna, oltre un secolo dopo il primo, per neanche un anno (dal giugno 684 al maggio 685), ed è più il tempo che trascorre, dopo la sua elezione, nell’attesa della conferma che doveva giungere da Bisanzio (dal 3 luglio 683 al 26 giugno 684) di quello del suo regno effettivo. Proprio per questo chiede e ottiene dall’imperatore bizantino, con il quale peraltro fu poi in ottimi rapporti, che l’elezione del papa potesse essere confermata dall’esarca ravennate, il plenipotenziario bizantino per l’Italia.

Benedetto II non solo fu «natione romanus» ma, secondo il Liber Pontificalis, percorse tutto il suo iter entro il clero romano, fin da “chierichetto”: l’iter regolare che, come scrive Fr. Baix nel Dictionnaire d’Histoire et de Géographie ecclésiastique (DHGE VIII, col. 10), «era per il clero romano l’ideale giuridico». Percorrendo il quale si fece santo.
Con lui comincia «il difficile dialogo, durato oltre un millennio tra i pontefici romani e le Chiese nazionali» (Dizionario storico del papato, dir. Ph. Levillain, I, p. 155). Per noi che siamo nati abbondantemente dopo la fine del regime di cristianità, in cui la Chiesa coincideva con la nazione ed era soggetta al sovrano (questo si intende con la categoria storiografica di “Chiese nazionali”), non è facile capire quanto quel dialogo sia stato problematico e pieno di insidie. Forse è per questo che qualcuno risogna quell’epoca.

La notizia biografica che il Liber Pontificalis dedica a Benedetto III (855-858) è oltremodo ampia, ripercorrendo tutta la sua contrastata ascesa al trono. Louis Duchesne, riprendendo tale notizia, scrive: «Due partiti erano di fronte; il partito del Papa defunto, contrario all’aggravarsi del protettorato, e il partito imperiale. Quest’ultimo aveva come candidato Anastasio» (I primi tempi dello Stato pontificio, p. 100). Il bibliotecario Anastasio fu un personaggio controverso e influente nei decenni precedenti e ancor più in quelli successivi al pontificato di Benedetto III. Anastasio era stato scomunicato a suo tempo da Leone IV perché aspirava fin troppo al pontificato. Ora, forte del suo bagaglio culturale e soprattutto dell’appoggio dell’imperatore carolingio Ludovico II, per qualche giorno riesce a insediarsi in Laterano, nonostante Benedetto fosse già stato canonicamente eletto, anche se non ancora consacrato. Benedetto infine la spuntò perché, da una parte, il clero e il popolo romano riunito a Santa Maria Maggiore lo elesse di nuovo, dall’altra perché ciò avvenne con il beneplacito dell’imperatore. Le vittorie schiaccianti, al di là delle apparenze, non sempre sono vittorie. Lo sono le vittorie che nascono da compromessi consentiti da circostanze favorevoli, che fra l’altro non schiacciano nessuno. È interessante quanto scrive a questo proposito Fr. Baix a commento della notizia del Liber pontificalis: «Tutti, amici e nemici, e i nemici con più zelo degli amici, si precipitarono ai piedi di Benedetto toccati dall’opportunità della grazia» (DHGE VIII, col. 16). Allo stesso Anastasio, Benedetto provvide con magnanimità.

Ma c’è di più. Anche il patriarca costantinopolitano Fozio parlò in maniera lusinghiera del nostro Benedetto III e il motivo è che questo Papa, sulla scia del suo predecessore Leone IV, avrebbe mantenuto a Roma l’uso di recitare il Credo in greco nella sua antica versione. Fozio ne scrive così nel suo Liber de Spiritus Sancti mystagogia: «Ciò faceva non solo Leone IV durante il suo pontificato, ma anche l’inclito Benedetto, mite e mansueto, illustre nella pratica ascetica, successore di quello nella sede pontificia» (Patrologia Graeca 102, col. 377). Come si sa anche da altre fonti, questi due papi posero in bella vista nelle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo anche gli antichi scudi argentei in cui era scolpito il Credo nella versione sia greca che latina. Ne ha trattato in lungo e in largo con maestria Vittorio Peri, Da Oriente e da Occidente. Le Chiese cristiane dall’Impero romano all’Europa moderna.

Nel X secolo ben quattro sono i papi Benedetto, dal regno piuttosto travagliato, come lo fu quel secolo sferragliante, anche se a volte fin troppo enfatizzato nelle sue crudeltà. Tutti e quattro romani. Benedetto IV (900-903) regnò in anni segnati dalla lotta tra formosiani e antiformosiani, cioè tra chi non riteneva di poter invalidare gli atti, in particolare le ordinazioni in sacris, di papa Formoso e chi invece avrebbe voluto cancellare anche la memoria di quel Papa.
Ma a nessuno, neppure al papa, è consentito disporre a piacimento dei sacramenti. Per quanto potesse essere negativo il giudizio sul predecessore, infatti, come si potevano cancellare ordinazioni sacerdotali ed episcopali valide? Benedetto in questo senso era formosiano. Il suo epitaffio ne loda anche la generosità e la bontà, tanto che, vi si legge, «sosteneva le vedove trascurate e i bambinetti poveri come fossero figli suoi».


Benedetto V, dopo appena due mesi di regno (maggio-giugno 964), proprio perché romano ed eletto dai romani in totale, impossibile autonomia, fu dichiarato deposto alla fine di giugno in un Sinodo in Laterano presieduto dal papa Leone VIII in una con l’imperatore Ottone I. L’imperatore sassone pretendeva infatti quell’antico diritto imperiale sull’elezione pontificia che era stato dei carolingi e ancor prima degli imperatori bizantini e già lo aveva esercitato facendo appunto eleggere Leone l’anno avanti, dopo aver deposto Giovanni XII. Così, alla fine del 964, Benedetto fu condotto in territorio tedesco da Ottone. Benché non più da papa, fu accolto con grande rispetto ad Amburgo – non bisogna pensare che sempre si ripetessero situazioni da grand-guignol solo perché siamo nell’Alto Medioevo – dove visse esemplarmente, tanto che si pensò di nuovo a lui come possibile successore del suo competitore Leone, alla morte di questi nel 965.

A proposito di Leone VIII e Benedetto V si legge, non in una pubblicazione qualsiasi ma nello stesso Annuario pontificio, che, nel loro caso, «come all’incirca alla metà del secolo XI, sono in campo elezioni sulle quali, per ragione delle difficoltà di accordare i criteri storici e i teologico-canonici, non si riesce a decidere perentoriamente da qual parte sia la legittimità, che, esistendo in facto, assicura la legittima continuazione ininterrotta dei successori di san Pietro» (pag. 12*, nota 19). E dunque, «se Leone VIII fu papa legittimo […], Benedetto V è antipapa» (p. 13*, nota 20). Note interessantissime, in grado di stornare ogni indebita curiositas tipica di solito di estemporanei cultori del genere storico che pretendono di saperne una più del diavolo sulla storia dei papi. Quello che conta per la successione apostolica è la successione in facto. Il resto non va mai enfatizzato.

Come viene invece fatto da costoro, oscurando e mistificando più o meno consapevolmente l’essenziale.

San Benedetto

San Benedetto

A qualche anno di distanza da Benedetto V, Benedetto VI (972-974), anch’egli romano, sale sul trono di Pietro sulla base dell’accordo con l’imperatore Ottone I ma, morto costui, dopo essere stato incarcerato, viene fatto strangolare in Castel Sant’Angelo. Nuovi poteri locali, infatti, rappresentati dai Crescenzi, sicuramente sostenuti da Bisanzio, nel momento del passaggio fra Ottone I e Ottone II intendevano riprendersi Roma e il papato. Benedetto VI «viene sostituito da un papa “nazionale”» scrive Duchesne (I primi tempi dello Stato pontificio, p. 150), «il diacono Francone, figlio di Ferruccio», “romano de Roma”, ma non per questo necessariamente parte della cittadinanza di Dio presente in quel momento a Roma. Sant’Agostino docet.

Regno breve di uno, due o tre anni al massimo, dunque per i primi sei Benedetto. Se questo non dice niente di per sé, perché spesso nel Medioevo si registrano brevi pontificati, è significativo invece che il primo Benedetto a registrare un pontificato di una durata considerevole sia stato Benedetto VII. Infatti quel pontificato fu non a caso segnato da una stretta e fiduciosa collaborazione con l’imperatore Ottone II, il cui regno coincide esattamente con il pontificato di Benedetto VII (973-983). Interessante è che durante il suo pontificato Benedetto VII abbia favorito sull’Aventino il formarsi di una realtà monastica intitolata ai santi Bonifacio e Alessio costituita da monaci benedettini e basiliani, cioè latini e greci, a testimonianza che ancora alla fine del X secolo, a Roma, l’Occidente cristiano non era estraneo all’Oriente. Lì morirà fra l’altro, dopo aver rivestito l’abito monastico («ut tandem scelerum veniam mereatur habere» si legge nel suo epitaffio), il Crescenzio che era stato il caporione dell’insurrezione “nazionale” fra gli anni Settanta e Ottanta. La cittadinanza di Dio si può sempre riacquisire.

Con Benedetto VIII (1012-1024) si è già varcata la fatidica soglia dell’anno mille, a cavallo del quale aveva regnato la figura per certi versi inquietante di Silvestro II. Benedetto VIII, pur essendo anch’egli della “provincia” romana (dei famigerati, non sempre a ragione, Tuscolani), non fu succubo di interessi particolaristici e impostò un rapporto di pace e di collaborazione con l’autorità imperiale, a sua volta capace di non far valere ragioni di parte. Ebbe così un pontificato ancor più lungo (1012-1024) del precedente Benedetto e, coincidenza anche nel suo caso non priva di significato, il regno dell’imperatore Enrico II, con cui il Papa aveva fruttuosamente collaborato per la riforma della Chiesa, terminò nel medesimo 1024, a pochi mesi di distanza dalla morte del Papa. Benedetto, quasi per consolidare la riforma a livello temporale, aveva anche cercato l’alleanza militare con l’imperatore, in ordine alla sottomissione del sud dell’Italia.
Ma in questo i suoi progetti, come accadrà successivamente anche ad altri santi papi, non ebbero grande successo. Un segno?

E veniamo a Benedetto IX, la cui storia è di tutti i primi Benedetto la più complessa. Se si sta all’Annuario pontificio, infatti, lo stesso Benedetto IX fu papa tre volte. Cerchiamo di capire.

Anch’egli si chiamava Teofilatto ed era membro della famiglia dei Tuscolani esattamente come lo zio Benedetto VIII. Fu eletto nel 1032. Era molto giovane ma probabilmente non un bambinetto, come pretendono quelle fonti che lo descrivono come una scandalosa marionetta. Seppure la scelta fosse caduta su di lui anche per la sua parentela con un casato potente e non sgradito all’imperatore (fatto, d’altronde, accaduto spesso, per non dire sempre, nella storia del pontificato e che di per sé dunque non deve meravigliare), «seppe guidare con mano abile la Chiesa durante i [primi!] dodici anni del suo pontificato».
Risultando fra l’altro capace di operare sul territorio a sud di Roma in modo più efficace dei predecessori, tanto da favorire «il monastero di Montecassino, ripristinato nella sua indipendenza», e da «gettare le fondamenta per una vasta riorganizzazione ecclesiastica». Mantenne «i contatti coi circoli riformatori» e acquisì «grande prestigio» in Francia, dove operò per la pace, estendendo la cosiddetta
tregua Dei, cioè quella sospensione in certi periodi dell’anno di ogni attività bellica che era stata una delle più lungimiranti iniziative di Cluny. (Tutte le citazioni provengono dal Dizionario storico del papato già citato, I, pp. 159-160, ma qualunque testo che consideri con attenzione l’insieme delle fonti non può che scrivere lo stesso).

Ma a un certo punto, ed è bene ribadirlo, dopo dodici anni di pontificato, Benedetto IX fu costretto a fuggire dall’Urbe nel settembre 1044, per una sollevazione probabilmente indotta. Infatti il riconoscimento delle prerogative patriarcali a Grado (Venezia) contro il volere dell’imperatore sembra gli avesse alienato la protezione di costui. I romani, o comunque quella parte dei romani che l’aveva messo in fuga, elessero (ancora l’elezione non era ristretta, perché non esisteva come tale, al Collegio cardinalizio), col nome di Silvestro III, un certo Giovanni vescovo di Sabina. Benedetto riuscì però a riprendere Roma rientrandovi manu militari nel marzo 1045. Di lì a poco però si decise a cedere il pontificato, con una vera e propria carta di cessione e dietro indennizzo, a Giovanni de’ Graziani che prese il nome di Gregorio VI.

La situazione era ingarbugliata. Nel dicembre, a Sutri, un sinodo presieduto dall’imperatore, benché i loro titoli di legittimazione non fossero tutti dello stesso valore (Silvestro da tutte le fonti e anche nell’
Annuario pontificio è considerato un intruso), depose sia Benedetto IX sia Silvestro III sia Gregorio VI. Al loro posto fu eletto quello che è considerato il primo papa tedesco, anche se in assoluto non lo è: Clemente II.

La Nicchia dei palli nella Basilica di San Pietro

La Nicchia dei palli nella Basilica di San Pietro

Con tutto ciò, Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI, le cui date di pontificato si incrociano più che succedersi, risultano tranquillamente nella lista dei papi, e Benedetto IX per ben tre volte, perché dopo la morte di Clemente II, il 9 ottobre 1047, egli fu aiutato per la seconda volta dai suoi a reinsediarsi a Roma. E ci volle un altro papa tedesco, Damaso II, e poi ancora un altro, san Leone IX, perché Benedetto alla fine accettasse di ritirarsi nel monastero di Grottaferrata, dove finì i suoi giorni tra il 1055 e il 1056.

Resta da dire qualcosa su Benedetto X. Anch’egli romano, forse nipote di Benedetto IX, ed eletto dai romani, regnò di fatto fra l’aprile e il dicembre 1058. Risulta però ufficialmente fra gli antipapi per il giudizio solenne di deposizione che su di lui fu pronunciato dal suo stesso successore Niccolò II, nel 1060. Peraltro Benedetto X ebbe un’importante funzione maieutica, perché il suo pontificato determinò la scelta, che poi si sarebbe rivelata definitiva, di riservare l’elezione pontificia ai cardinali: «Il suo pontificato […] fornì l’occasione per il decreto sull’elezione pontificia del 1059, tramite il quale il gruppo dei riformatori si assicurò una decisiva influenza sull’elezione stessa e si preoccupò soprattutto di decretare legittima l’elezione di Niccolò II, compiuta in maniera che ben difficilmente poteva considerarsi canonica secondo le regole che erano in uso in precedenza» (Dizionario storico del papato I, 161).

Quasi a risarcimento postumo, l’ordinale dei papi Benedetto tiene conto di Benedetto X. Infatti il papa che dopo due secoli e mezzo avrebbe ripreso quel nome è da tutti ricordato come Benedetto XI, il beato Benedetto XI, domenicano, di cui parliamo qui.


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Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma

La lapide con l’epitaffio di Benedetto VII


 


traduzione di Lorenzo Bianchi

In questo sepolcro riposa il corpo di papa Benedetto, il settimo pontefice con questo nome.

Egli per primo respinse le lordure del superbo Francone [l’antipapa Bonifacio VII] che aveva usurpato il vertice della Sede apostolica e che aveva fatto prigioniero nella fortezza [Castel Sant’Angelo] il suo signore [il papa Benedetto VI], il quale, messo in catene nei sotterranei, vi morì strangolato. Però, dopo aver molto lottato, il papa Benedetto VII, con un santo decreto, cacciò dalla Sede apostolica l’iniquo invasore. Egli poi sottomise i predoni delle cose sante con la falce della Chiesa di Roma e con le sentenze dei Padri. Si rallegra il pastore amorevole, e insieme tutto il gregge.

Egli infine fondò il monastero [dei Santi Bonifacio e Alessio sull’Aventino] e vi mise dei monaci che cantano le lodi al Signore notte e giorno; sostenne inoltre le vedove trascurate e i bambinetti poveri con assiduità, come fossero figli suoi. Tu, che osservi la tomba, di’ con cuore compunto: «Regna con Cristo, o signore Benedetto». Il giorno 10 del mese di luglio, nel nono anno di pontificato, andò incontro a Cristo, nell’indizione dodicesima.






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Caterina63
00venerdì 24 agosto 2012 21.54

Nomen omen


Breve rassegna dei  papi che hanno portato il nome Benedetto.


Un “continuum” discontinuo


La seconda puntata della rassegna dei papi che hanno portato il nome Benedetto presenta la figura di Benedetto XI, il successore di Bonifacio VIII, e quella di Benedetto XII, il terzo dei cosiddetti papi avignonesi. In appendice, i due antipapi Benedetto XIII e Benedetto XIV


di Lorenzo Cappelletti


Busto di Bonifacio VIII proveniente 
dal suo sacello,
Sala San Giovanni, Palazzo Apostolico Vaticano, Città 
del Vaticano

Busto di Bonifacio VIII proveniente dal suo sacello, Sala San Giovanni, Palazzo Apostolico Vaticano, Città del Vaticano

Nessun papa di nome Benedetto regnò nei secoli XII e XIII, al tempo dei frutti ormai maturi della Riforma gregoriana, i primordi della quale vanno rintracciati proprio nell’antagonismo dei riformatori contro “due Benedetti”: contro Benedetto IX, la cui resistenza fu così tenace da dar luogo all’inusitato triplice pontificato di questo medesimo Papa, fra il 1032 e il 1048, e poi contro Benedetto X, deposto da Niccolò II nel 1059. Ne abbiamo scritto nel numero precedente di 30Giorni.
Il nome Benedetto si riaffaccia, forse non a caso, potremmo dire a posteriori, con Benedetto XI (1303-1304), l’immediato successore di Bonifacio VIII (1294-1303) che, sul crinale fra XIII e XIV secolo, era stato come l’ultimo alfiere di quella Riforma a presumere di poter dare scacco matto al re.

Benedetto XI
A quanto pare, Benedetto XI prese quel nome non in discontinuità ma per omaggio a Bonifacio VIII (Benedetto Caetani), al quale fu fedele in vita e in morte. Eppure il suo pontificato, nei limiti delle possibilità e del tempo troppo breve di otto mesi, mostra una certa discontinuità rispetto a quello del predecessore, segnalata già, secondo gli autorevoli studi di Gerhart Ladner, dalla forma semplice della tiara da lui indossata a differenza di quella monumentale a triplice corona di Bonifacio.
Poco importa che questa discontinuità sia stata il frutto di un’impotenza piuttosto che di una deliberata strategia. La Chiesa è o non è del Signore? Sono gli idealismi vecchi e nuovi, di destra e di sinistra, a cui piace distinguere nella storia del papato, quasi come fasi dialettiche, soggettività forti e soggettività deboli: «la fede e la volontà incrollabile» (G. Falco,
La Santa Romana Repubblica, 346) di Bonifacio, da una parte; dall’altra, la inadeguatezza e incapacità di Benedetto XI, leitmotiv della voce a lui dedicata nella recente Enciclopedia dei papi. Voce già comparsa identica, finanche negli a capo, nel Dizionario Biografico degli Italiani 35 anni prima (brutta pubblicità per la Treccani! Soprattutto in considerazione dei numerosi studi recenti di Vito Sibilio, Carlo Longo e altri).

Qui sopra, Benedetto XI, particolare del monumento sepolcrale, scuola di Arnolfo di Cambio, chiesa di San Domenico, Perugia

Qui sopra, Benedetto XI, particolare del monumento sepolcrale, scuola di Arnolfo di Cambio, chiesa di San Domenico, Perugia

In realtà il pontificato di Benedetto XI segna una discontinuità tanto più forte quanto più inalterata rimase la fedeltà di Benedetto a Bonifacio. In fondo, cedendo rispetto alle pretese del suo predecessore, Benedetto non solo ne preservò la memoria, ma preservò la successione apostolica. La condanna postuma di Bonifacio da parte di un concilio, richiesto pervicacemente dai consiglieri del re francese, avrebbe infatti significato l’annullamento degli atti di Bonifacio, e questo andava evitato comunque.
Benedetto XI, al secolo Niccolò di Boccassio, figlio di un notaio trevigiano, si fece domenicano nel 1257, nel convento della sua città natale, e percorse poi un iter normale sia come insegnante che come superiore all’interno dell’Ordo praedicatorum, che, insieme alla «sua propensione a comporre i grandi dissidi» (come si legge in Bibliotheca sanctorum, perché Benedetto XI, unico fra i papi che portano questo nome, fu proclamato beato: va tenuto presente), fu la migliore carta di credito al momento della sua elezione a maestro generale dell’Ordine nel maggio 1296. In quel momento era in pieno svolgimento, infatti, l’asprissima contesa dei Colonna – eredi, si potrebbe dire, delle antiche pretese localistiche dei romani sul papato – contro Bonifacio VIII. Pretese efficaci perché si stavano per saldare a quelle nuove del re di Francia Filippo IV il Bello.

Niccolò di Boccassio, nel capitolo generale del 1297, schierò decisamente il suo Ordine dalla parte della legittimità di papa Bonifacio messa in discussione in quella lotta. L’elevazione al cardinalato l’anno successivo e poi, nel 1300, l’ulteriore promozione a decano del Sacro Collegio lo ricompensò di tale fedeltà. Una fedeltà che lo portò non solo ad agire come legato in diverse missioni di pace, ma a condividere in prima persona tutto il dramma degli ultimi giorni di Bonifacio, dall’ingiuria di Anagni fino al ritorno e alla morte del Papa a Roma nell’ottobre 1303. Il misfatto si svolse «palam [...] in nostris etiam oculis», scriverà poi Benedetto XI nella bolla di condanna degli autori materiali fra cui Sciarra Colonna e Guillaume de Nogaret.

D’altra parte egli non era Bonifacio né per temperamento né per curriculum. La sua elezione come papa alla prima votazione fu la scelta consapevole da parte dei cardinali di un pontefice che non smentisse, certo, ma che allo stesso tempo non ripetesse Bonifacio. Proprio il suo essere inerme e super partes favorì, almeno inizialmente, il venir meno di disastrose conflittualità. Tanto che alcuni autori, come lo storico domenicano Pierre Mandonnet, hanno creduto di rinvenire in Benedetto XI il profetico Veltro dantesco che avrebbe dovuto sconfiggere la cupiditas dominandi simboleggiata dalla lupa e riportare la pace: «… infin che ’l veltro / verrà, che la [la lupa] farà morir con doglia. / Questi non ciberà terra né peltro, / ma sapienza, amore e virtute, / e sua nazion sarà tra feltro e feltro. / Di quella umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Cammilla, / Eurialo e Turno e Niso di ferute. / Questi la caccerà per ogne villa, / fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, / là onde ’nvidia prima dipartilla» (Divina Commedia, Inferno, I, 101-111).
Dante assalito dalle tre fiere (Inferno, I), particolare dell’affresco 
di  Joseph Anton Koch, 
Stanza di Dante, Casino Massimo, Roma

Dante assalito dalle tre fiere (Inferno, I), particolare dell’affresco di Joseph Anton Koch, Stanza di Dante, Casino Massimo, Roma

In effetti Benedetto tolse la scomunica a Filippo il Bello e l’interdetto a diverse città di Francia, concedendo il perdono a tutti, tranne a coloro che erano stati coinvolti direttamente nell’attentato di Anagni, i quali furono chiamati a comparirgli davanti, pena la solenne promulgazione della scomunica (ma il Papa morì improvvisamente e dunque neppure costoro furono colpiti da provvedimenti). Liberò dalla scomunica anche i due cardinali Giacomo e Pietro Colonna, pur non reintegrandoli nel Collegio cardinalizio. E dal carcere Iacopone da Todi.

Bisogna considerare, per capire la portata di tali atti di clemenza, che l’uso fin troppo esteso, anche per motivi politici e fiscali, della scomunica e dell’interdetto – cosa che significava privare dei sacramenti non solo singoli ma intere città e province – aveva e avrebbe costituito nella prima età moderna uno dei più gravi e oggettivi motivi di scandalo. E dunque non fu solo un escamotage diplomatico da parte di Benedetto, nella lettera del 2 aprile 1304 a Filippo il Bello, motivare tale magnanimità con la sua sollecitudine pastorale.

Ma, nonostante tutte le accortezze diplomatiche e pastorali, già col mese seguente Benedetto fu costretto a lasciare Roma, fattasi di nuovo pericolosa per lui, e a rifugiarsi a Perugia da dove non sarebbe più tornato. Morirà infatti il 7 luglio per un’improvvisa dissenteria attribuita a fichi. Avvelenati? «L’improvvisa morte dette corso alle solite dicerie che l’attribuirono al veleno dei cardinali o addirittura del Nogaret», taglia corto la voce dell’Enciclopedia dei papi, forse perché doveva uscire in fretta in occasione del Grande Giubileo. Ma, stando anche solo a quel che alcuni cardinali insieme a Nogaret avevano tramato e continuavano a tramare, non sarebbe opportuno elevare la diceria almeno al rango di ipotesi? Vox populi...
Dunque è a partire da Benedetto XI che i papi e la Curia si allontanano da Roma per non farvi più ritorno se non dopo un sessantennio. È lui il primo papa “avignonese”. D’altronde il territorio di Avignone (non si tiene mai presente) era pontificio né più né meno di Anagni o Segni. E inoltre, già nei due secoli precedenti, il tempo trascorso dai papi fuori Roma era stato maggiore di quello trascorso in città. Per dire che va ridimensionata la «cattività babilonese» di Avignone lamentata dal Petrarca. Gli studi del Novecento l’hanno evidenziato.

Benedetto XII

Benedetto XII (1334-1342) è l’altro papa del Trecento ad assumere il nome Benedetto. Scelta che nel suo caso sembra di nuovo riferita innanzitutto al santo patriarca del monachesimo occidentale. Benedetto XII era stato infatti cistercense. Ma non è escluso che si volesse richiamare anche a Benedetto XI. In effetti accomunavano i due papi tanto la professione religiosa quanto il rigore della vita. Ma non solo. Li accomunava anche la fedeltà personale, unita alla necessità di prendere le distanze, rispetto ai loro immediati predecessori che erano stati coinvolti in lotte talmente cruciali col potere regio e imperiale (ormai non più distinti se non per nazionalità) da costringerli ad affermazioni e reazioni aspre tanto quanto quelle che intendevano combattere.
Se Bonifacio VIII, predecessore di Benedetto XI, aveva ingaggiato una lotta senza quartiere con Filippo il Bello, Giovanni XXII (1316-1334) si era trovato a fronteggiare l’assalto per certi versi ancora più deciso, tanto dal punto di vista dottrinale che disciplinare, di Ludovico il Bavaro, che era arrivato a farsi incoronare imperatore a Roma da un antipapa fatto appositamente eleggere e che per la prima volta nella storia fu definito proprio con questo epiteto.


Papa Benedetto XII in un busto di Paolo da Siena, XIV secolo, Sacre Grotte, Città del Vaticano

Papa Benedetto XII in un busto di Paolo da Siena, XIV secolo, Sacre Grotte, Città del Vaticano

Tanto sovrani che papi duellavano con tutti i mezzi a disposizione, ivi compresi eserciti di scrittori e scorte di trattati. Quelli di ecclesiologia conoscono allora la loro nascita ufficiale: «Mentre la grande Scolastica non aveva redatto trattati separati di ecclesiologia, di colpo, nel giro di qualche anno, ne compaiono parecchi dai titoli simili. Titoli significativi in cui si parla essenzialmente dei poteri, dei due poteri e dei loro difficili rapporti». Così Yves Congar, ne L’Eglise de saint Augustin à l’époque moderne (ristampa del 1997, 270-271).

Il clima dell’epoca in effetti è determinato da contrapposte pretese di potere, in cui qualunque schieramento, anche il più legittimo, era destinato a servire un “particulare”. Tanto più si teorizzava una globalità tanto più i fatti intervenivano a smentirla. Non più il papa ma un francese a cui contrapporre un italiano, non più l’imperatore ma un tedesco a cui contrapporre un Angiò. Dalle famiglie ai partiti, dalle nazioni ai chierici, tutti erano in lotta: Colonna contro Caetani, guelfi contro ghibellini, francesi contro inglesi, clero secolare contro clero regolare.

Non era solo Dante nella
Monarchia (rimasta all’Indice, ricordiamo, finché nel 1921 non venne l’enciclica di un altro Benedetto, la In praeclara di Benedetto XV, a legittimarlo) a richiamare la necessità e la necessaria autonomia del potere imperiale. Più o meno nello stesso tempo insigni giuristi, come Bartolo da Sassoferrato, lamentavano che feroci tirannie erano insorte proprio dalla prostrazione dell’Impero: «Cum imperium fuit in statu et in tranquillitate totus mundus fuit in pace et in tranquillitate ut tempore Octaviani Augusti et cum imperium fuit prostratum insurrexerunt dirae tyrannides» (De tyranno). E quando la politica del mondo va in crisi, anche la libertà nella Chiesa ne risente. È per questo dolore e non per altro, o se si vuole per questo amore, che uomini come Dante e Bartolo intervengono. «L’idea fondamentale di Dante non è la rivendicazione del potere laicale. L’idea è che la lotta contro la cupiditas implica la dualità dei rimedi», scriveva Augusto Del Noce in uno dei tanti inediti che attendono ancora di veder le stelle.


Ma torniamo a Benedetto XII, al secolo Giacomo Fournier. È il terzo dei sette papi cosiddetti avignonesi. Quello che ebbe il regno più breve, dal dicembre 1334 all’aprile 1342. Era nativo della contea di Foix (Pirenei), dove aveva imperversato e continuava a covare l’eresia catara (i genitori di Nogaret, anch’egli originario della Linguadoca, erano caduti sotto il giudizio dell’Inquisizione): contro di essa Giacomo Fournier avrebbe agito una volta divenuto vescovo di Pamiers e poi di Mirepoix. Anche per questa sua competenza Giovanni XXII lo elevò al cardinalato nel dicembre 1327, così da averlo accanto a sé come teologo della Curia pontificia. E sarà una fortuna, come vedremo.

La sua scelta come papa fu rapida, dopo appena qualche giorno di conclave, e anche questo ricorda Benedetto XI. «Sembra che la scelta rappresentasse una sorpresa: il nuovo Papa non aveva alcuna esperienza di questioni politiche, ma la sua competenza teologica, la sua attività pastorale, la sua austerità erano atte a produrre un serio sforzo di rettitudine dottrinale, morale e amministrativa. […] Fin dal suo primo concistoro segreto invitò i cardinali che lo avevano eletto ad aiutarlo a “rendere produttiva la vigna del Signore”» (dalla voce nel Dizionario Biografico degli Italiani, a firma di Bernard Guillemain che, insieme a Guillaume Mollat, è forse il più grande studioso del papato avignonese).

Si può star certi che non intendeva la produttività in termini finanziari della Curia avignonese, che anzi diminuì. All’inizio del pontificato revocò infatti “grazie aspettative” (l’assegnazione di un beneficio ancora non vacante) e commende (l’assegnazione dei soli frutti economici di un beneficio a chi non avrebbe svolto il corrispondente ufficio); limitò le tasse pretese nelle visite pastorali e stabilì un’inchiesta sulle bustarelle intascate dagli ufficiali di Curia. Ma soprattutto cercò di regolamentare la vita del clero secolare, rispedendo alle rispettive chiese la folla di chierici che girava attorno ad Avignone in aspettativa, e quella dei nuovi ordini religiosi che, insieme a tanto fervore, stavano portando anche turbamento in seno alla cristianità, fungendo spesso da legittimazione religiosa per l’una o per l’altra fazione o semplicemente da fattore di anarchia.

Tanti opposero però resistenze invincibili che vanificarono in parte il tentativo del Papa. Contro lo spirito del tempo, benché impalpabile (ma san Paolo è lì a ricordarci quanto pesino le potenze dell’aria, sottomesse sì dal Signore eppure gravitanti sulla nostra vita), a volte non c’è argine che valga. In Italia, ad esempio, lo scisma in cui erano incorsi tanti signori unitisi a Ludovico il Bavaro fu sanato, ma dietro il formale riconoscimento del potere di costoro sui rispettivi territori, ormai pronti a divenire tante signorie armate l’una contro l’altra e tutte contro il Papa. A Bologna in particolare, che doveva costituire il primo ponte per il rientro a Roma da Avignone, proprio colui che aveva guidato la ribellione antipapale fu riconosciuto dal Papa come «amministratore dei diritti e dei beni della Chiesa», scrive Guillemain. Che conclude piuttosto amaramente la voce del Dizionario Biografico degli Italiani: «In realtà l’opera di papa Benedetto non modificò né lo Stato della Chiesa né il corso della politica europea».

Ma fuori dei confini dell’Europa, favorite da quella stessa temperie che determinava zuffe e contese all’interno, nuove occasioni di incontro con genti sconosciute si presentano a frati e mercanti che si ritrovano fianco a fianco fra la Persia e la Cina. «Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio…», diceva ancora san Paolo all’Areopago. Il movimento degli uomini, popoli e nazioni, in ultima analisi è governato da Dio. E papa Benedetto fu pronto ad assecondarlo.
Ma il suo più duraturo successo papa Benedetto XII lo riportò in campo teologico. «Il documento più importante del magistero ecclesiastico circa l’escatologia intermedia è senza dubbio la costituzione Benedictus Deus di Benedetto XII» (C. Pozo, Teologia dell’aldilà). A secoli di distanza, in qualunque trattato di escatologia si legge un giudizio simile. Non è cosa da poco, vista la presunzione che spesso accompagna i teologi.

Bisogna partire da lontano per capire come e perché fu decisivo l’intervento di Benedetto XII sulla questione.

Il suo predecessore si era lasciato andare a pericolose elucubrazioni, sostenendo in una serie di sermoni che le anime non conosceranno la perfetta beatitudine se non al momento dell’ultimo giudizio, quando saranno riunite ai corpi. Era una tesi che Giovanni XXII pretendeva poggiare sull’autorità di san Bernardo.
Benedetto XII, ancora cardinale, non solo salvaguardò l’ortodossia di san Bernardo, dando un’interpretazione dei suoi scritti che gli rendeva giustizia, ma anche quella di Giovanni XXII, riducendo la sua tesi a una pura opinione personale su di una questione ancora non formalmente definita. Nel frattempo, mentre preparava quella definizione dogmatica che da allora fa testo al riguardo (cfr. Denzinger-Hünermann 1000-1002), corresse amabilmente il Papa fino a farlo ravvedere in punto di morte. Le parole che Eco nel
Nome della rosa mette in bocca a Giovanni XXII sono quelle da lui effettivamente pronunciate, secondo la testimonianza dello stesso Benedetto, ma l’atmosfera in cui le situa è un debito pagato alla lettura convenzionale di quell’epoca, anzi… un credito acquistato.

Non basta.
Nel
De statu animarum, un grande trattato in sei libri che uscì una volta che fu fatto papa, Benedetto affrontò da par suo – come teologo tomista, ma allo stesso tempo memore della lezione che san Bernardo aveva tratto dai Padri, in particolare Agostino – tutta la questione, lasciando intravedere fra l’altro una possibile via per comprendere correttamente, senza tradire né Tommaso né Agostino, come si possa parlare di un progresso dell’intensità della visione beatifica fra giudizio particolare e giudizio finale. Oggi che alcuni autori anche famosi sostengono un’assoluta coincidenza dei due momenti fino al punto da annullare il senso stesso del giudizio finale, potrebbe essere saggio valorizzare la dottrina di Benedetto, come d’altronde già indicava il padre Henri de Lubac (Cattolicismo, 81-92).

Palazzo dei Papi, Avignone, Francia

Palazzo dei Papi, Avignone, Francia


Benedetto XIII  e Benedetto XIV antipapi

Ma torniamo alla storia.
Fra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento incontriamo altri due Benedetti. L’aragonese Pedro de Luna, l’antipapa che sul finire del secolo XIV prese il nome di Benedetto XIII nella linea avignonese o clementista del Grande scisma d’Occidente, meriterebbe una lunga trattazione sia per la ricchezza della sua personalità sia per i problemi che coinvolge la sua elezione (la più recente monografia a lui dedicata nel 2002 si chiede ancora Benedicto XIII ¿Antipapa o papa?).
Ci dovremo invece limitare a brevi note per non perdere anche gli ultimi dei venticinque lettori che hanno resistito fin qui.


Fatto cardinale ancora da Gregorio XI nel 1375, prima del definitivo ritorno da Avignone di questo Papa, si adoperò per portare all’obbedienza di Clemente VII – che era stato eletto nel 1378 in alternativa al papa romano successore di Gregorio XI – tutti i regni iberici. Succedette poi lui stesso nel 1394 a Clemente VII e pretese regnare anche dopo la deposizione in cui era incorso nel 1417 al Concilio di Costanza, che aveva risolto la compresenza non solo di Benedetto XIII e del papa romano, ma anche di un terzo papa che si era venuto ad aggiungere nel frattempo, deponendo anche costui e favorendo la rinuncia del papa romano.

La pretesa di Benedetto XIII, come abbiamo detto, rimase intatta fino alla sua morte avvenuta nel 1423 nel castello di Peñiscola dove si era ritirato, pretesa basata ancor più che su sponde politiche e su motivi giuridici soprattutto sul carattere indomabile dell’uomo. Fu l’ultimo vero antipapa, anche se altri due gli tennero dietro. Uno dei quali, Benedetto XIV, fu antipapa dell’antipapa, perché segretamente eletto da uno dei quattro cardinali seguaci di Pedro de Luna in opposizione al candidato degli altri tre. La fine dell’Impero toglieva ormai ogni altro spessore agli antipapi che non fosse quello di poveri Don Chisciotte con un solo scudiero.
La Chiesa non ne avrebbe infatti conosciuti altri, se non l’effimero Felice V (1439-1449) conosciuto in assoluto come l’ultimo antipapa. Da qui l’illusione che in epoca moderna il nemico stia solo all’esterno.


Dei legittimi Benedetto XIII e Benedetto XIV parleremo nella prossima puntata.

Fu detto a ragione, di nome e di fatto, Benedetto


traduzione di Lorenzo Bianchi


L'epigrafe sepolcrale di Benedetto XI, chiesa di San Domenico, Perugia

L'epigrafe sepolcrale di Benedetto XI, chiesa di San Domenico, Perugia

Quanto è degno di lode, quanto dolcemente è da venerare questo inclito padre. Già semplice frate dell’Ordine di san Domenico, che fu solerte amico di Cristo, insegnò con onore, anzi fu ritenuto il primo dei dottori. Poi fu fatto maestro generale dei frati. Uomo di tanta dottrina, divenne poi cardinale di Sabina, e con gioia gli danno il titolo le due sedi di Ostia e di Velletri. Fu gioiello di sapienza come legato in Ungheria.
Divenne quindi pater patrum, signore del mondo, gloria dei frati. Fu detto a ragione, di nome e di fatto, Benedetto. Nacque a Treviso e qui a Perugia venne nel primo anno di pontificato; governò con giustizia ogni cosa a lui sottoposta; nel nono mese fu atterrato dalla spada della morte. I miracoli rendono santo quest’uomo così grande, che a coloro che ne sono degni dispensa aiuti di grazia con segni innumerevoli. Tu che leggi tieni a mente: correva l’anno milletrecentoquattro, quando quest’uomo mite se ne dipartì. Ciò avvenne nel sesto giorno di luglio.


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Caterina63
00venerdì 24 agosto 2012 22.39

Nomen omen


Breve rassegna dei  papi che hanno portato il nome Benedetto.


Benedetti riformatori


Da conclavi dominati dalle potenze emergono nel Settecento due “indipendenti”: Benedetto XIII e Benedetto XIV. Per tanti versi dissimili, non è però solo il nome ad accomunarli, ma un sincero tentativo di riforma


di Lorenzo Cappelletti


Illustrazione con cui si apre l’edizione degli Atti del Sinodo romano del 1725 stampata in Roma nello stesso anno dalla tipografia 
Rocchi Bernabò

Illustrazione con cui si apre l’edizione degli Atti del Sinodo romano del 1725 stampata in Roma nello stesso anno dalla tipografia Rocchi Bernabò

BENEDETTO XIII (1724-1730)
Bisogna aspettare il XVIII secolo per vedere ricomparire il nome Benedetto nella lista dei papi. Forse perché gli ultimi ad averlo prescelto erano stati, fra il Trecento e il Quattrocento, due antipapi.
Lo sceglie di nuovo, al momento della sua elezione al soglio pontificio nel maggio 1724, il cardinale Pietro Francesco Orsini ovvero, secondo il nome di religione, il domenicano fra Vincenzo Maria Orsini. Che da papa prese il nome di Benedetto in riferimento al beato papa domenicano Benedetto XI (1303-1304). Rifacendosi all’umile successore di Bonifacio VIII dell’inizio del Trecento – e non a Pio V, ad esempio, papa domenicano di epoca più recente e proclamato santo pochi anni prima, nel 1712 –, Benedetto XIII, a chi voleva intendere, già offriva la cifra del suo pontificato, come vedremo.

Di nobile e religiosissima famiglia pugliese (sua madre, rimasta vedova nel 1658, avrebbe poi vestito l’abito domenicano), fece la sua professione fra i domenicani nel febbraio 1669 poco più che diciannovenne. Sul momento, con grave scorno dei suoi, che gli stavano preparando un matrimonio degno dell’erede del duca di Gravina. Ma i suoi non si persero d’animo e rimediarono combinando l’unione dell’altro maschio con la nipote del papa allora regnante Clemente X Altieri, facendo nominare nel contempo cardinale, con grave scorno di lui, lo stesso fra Vincenzo Maria pochi mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale, nel 1672.
Poteva trattarsi dell’esordio di una tipica carriera ecclesiastica da ancien régime. E in qualche modo fu così. In quell’epoca non c’era cardinale che non emergesse dalla combine fra trono e altare. Chi può prescindere dal periodo storico che gli è dato di vivere? Eppure, scrive Luigi Fiorani nel Dizionario storico del Papato, «il suo itinerario personale e la sua ascesa seguono solo in parte la falsariga della carriera di un prelato di rango» (DSP, I, p. 163).

Anche il suo pontificato ebbe caratteri difficilmente inquadrabili in uno schema, per quanto, se letto attraverso alcuni parametri, non si distacchi da altri tipici pontificati “deboli” dell’età moderna. Egli, settantacinquenne, italiano, zelante, cioè facente parte del gruppo dei cardinali che si volevano solleciti solo del bene della Chiesa, fu eletto all’unanimità proprio perché le potenze del momento, rispecchiate in conclave, dopo essersi fronteggiate per oltre due mesi, trovarono alla fine l’accordo attorno a un candidato ritenuto politicamente inoffensivo.
Tanto meglio se, nel caso dell’Orsini, la sua neutralità non era tattica, ma scaturiva da autentica profondità religiosa. Scriveva il cardinale Cienfuegos all’imperatore pochi giorni dopo l’elezione di Benedetto: «Il pronostico che si fa del governo del Papa si riduce a crederlo rigido nelle cose ecclesiastiche, e che dove si tratti di queste possa egli dare in qualche stortura anche colle corone. Peraltro le sue intenzioni sono rettissime e la vita sua lo canonizza per santo» (citato dal Pastor,
Storia dei papi, XV, p. 502, nota 2).


Busto di Benedetto XIII, Pietro Bracci, battistero della Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma

Busto di Benedetto XIII, Pietro Bracci, battistero della Basilica di Santa Maria Maggiore, Roma

Nel giudizio storiografico viene messo in rilievo soprattutto lo zelo religioso di Benedetto XIII. Sia che lo si legga in chiave puramente elogiativa fino a negare la sua più o meno voluta (ne riparleremo) inettitudine politico-diplomatica, sia che l’inettitudine politico-diplomatica sia fatta risalire in modo neppur troppo velato allo stesso zelo. Se nella scheda a lui dedicata come “servo di Dio” nel I Supplemento della Bibliotheca Sanctorum (sulla scorta, è facile capirlo, della monumentale “memoria difensiva” che G. B. Vignato gli ha dedicato fra il 1952 e il 1976) si legge che «fu la fama di “santo” ad attirargli il consenso unanime [ingenuamente enfatizzato nel testo] dei cardinali» (p. 159), il Pastor, pur ribadendo che «non può esserci dubbio che egli sia stato uno dei papi più devoti e umili», a conclusione della sua trattazione scrive una sentenza di condanna: «Non basta essere un religioso eccellente per riuscire anche un papa capace» (XV, p. 638).
Al che ci si può chiedere – ci sia permesso l’ardire – se le oltre centocinquanta pagine di documentatissima analisi che il Pastor dedica a Benedetto XIII (le abbiamo ripercorse tutte), in questo caso non siano l’incartamento giudiziario dell’accusa più che un vero tentativo di comprensione storica.


Dagli uni e dagli altri, comunque, e anche dal tiers-parti storiografico intermedio, per mettere in sicurezza la santità del Papa, si fa ricadere la responsabilità dei limiti della sua azione di governo sui corrottissimi beneventani di cui il Papa si circondò, e in particolare su Niccolò Coscia, già suo segretario a Benevento, creato nel giugno 1725 cardinale e diventato il factotum del suo pontificato. «Uomo di sentimenti bassissimi», dice il Pastor con enfasi giudiziale, «abusò della posizione di fiducia fattagli da Benedetto XIII nel modo più vergognoso» (XV, p. 507).
In questo caso, d’altronde, il giudizio degli storici è concorde e coincide con una vera sentenza di condanna che raggiunse il Coscia dopo la morte di Benedetto XIII. Le sue manovre sembra riuscirono a influire addirittura sui rapporti internazionali della Santa Sede nel caso delle trattative concordatarie con l’imperatore per la Sicilia e con i Savoia per il Regno di Sardegna.


Per capire il perché di tale decisivo influsso beneventano, bisogna ricordare che Benedetto XIII aveva mantenuto anche da papa un legame privilegiato con l’arcidiocesi di Benevento, dove era rimasto per 38 anni dedicandovi, non senza personale gratificazione, le migliori sue energie. Qui aveva sperimentato l’intercessione di san Filippo Neri, suo santo prediletto, cui attribuì la propria salvezza nel terremoto che aveva seminato morte a Benevento nel 1688.
Qui aveva provveduto a un’intensa azione riformatrice dell’organizzazione ecclesiastica effettuando ben quindici visite pastorali. Qui aveva dato luogo a iniziative di carattere fiscale e sociale. Benevento infatti non era solo un’importante sede arcivescovile, era parte dello Stato pontificio, un’
enclave di esso, quasi una Avignone post litteram all’interno del Regno di Napoli; e all’arcivescovo spettavano naturalmente anche compiti di governo civile.


«L’opera di riforma perseguita per quasi un quarantennio dall’Orsini nella provincia di Benevento difficilmente potrebbe essere sopravvalutata […], prova che egli non fu così privo di esperienza delle cose amministrative e politiche e così esclusivamente dedito alle pratiche ascetiche, come poi fu sempre giudicato», scrive G. De Caro nell’acuta voce del Dizionario biografico degli italiani dedicata a Benedetto XIII (DBI, VIII, p. 385). Dunque non fu probabilmente per pura «dabbenaggine» (Pastor, XV, p. 638) che egli si affidò ai beneventani. Il Papa pensava che appoggiandosi ai “suoi”, che conosceva bene, avrebbe avuto maggiore libertà di azione per la «politica nuova che meditava» (DBI, VIII, p. 394)

In effetti, non solo a livello della disciplina ecclesiastica (basta pensare al Sinodo romano celebrato nel 1725, il primo dall’epoca di Innocenzo III!), non solo a livello sociale (basta pensare, in occasione del Giubileo di quell’anno e in obbedienza letterale al senso di esso, alla clamorosa processione a Roma di schiavi liberati, su cui ha richiamato recentemente l’attenzione Guido Miglietta, o all’iniziativa, simile a quella già sperimentata a Benevento, di agevolazione del credito e di corrispondente defiscalizzazione), egli ebbe il coraggio di fare un passo indietro, o avanti che dir si voglia, rispetto ai suoi immediati predecessori. Anche nei terreni minati dei cosiddetti riti cinesi (l’uso di continuare a celebrare i riti tradizionali della propria stirpe da parte di convertiti del Celeste Impero) e della querelle sulla grazia (i cui strascichi in Francia si facevano ancora sentire), aveva tentato un’opera di riconciliazione. Quasi emulo, a secoli di distanza, dell’opera del suo lontano predecessore Benedetto XI, Benedetto XIII in un breve del novembre 1724 cercava di riconquistare all’unità i dissidenti francesi concedendo che «la dottrina della grazia per sé stessa efficace e della predestinazione alla gloria senza previsione di meriti era una dottrina antica conforme alla Sacra Scrittura, ai decreti pontifici e agli insegnamenti di sant’Agostino e di san Tommaso» (DBI, VIII, p. 390).

Ma sono proprio i “suoi” che remano contro. Da un lato, la Curia, e segnatamente gli zelanti, cioè l’originario schieramento d’appartenenza del Papa, d’accordo con le potenze cristianissime e cattolicissime, rintuzzarono «le aperture dottrinali tentate da Benedetto XIII» (DBI, VIII, p. 389), anche con furfanterie come la interpolazione di testi dogmatici del Sinodo del ’25. I furfanti beneventani, dall’altro lato, mandarono a monte il tentativo innovatore di politica fiscale intascandone i proventi insieme coi loro sodali. E non si fermarono lì.

L’incipit degli Atti del Sinodo romano 
del 1725 stampati in Roma 
dalla tipografia Rocchi Bernabò

L’incipit degli Atti del Sinodo romano del 1725 stampati in Roma dalla tipografia Rocchi Bernabò

Forse proprio in questa “presbiopia”, in parte voluta, per cui fin troppo ciecamente si fidava, o era costretto a fidarsi, dei vicini, e fin troppo acutamente sospettava, o era costretto a sospettare, dei lontani, risiede l’effettiva debolezza di Benedetto XIII. «Inflessibile l’Orsini si mostrava verso gli attacchi esterni, effettivi o presunti», si legge in un passaggio marginale della voce del DBI, (VIII, p. 386), che può però rivelarsi una chiave interpretativa centrale non solo per il pontificato di Benedetto. Perché ci fa riflettere su come sempre più, nel secondo millennio, le due cittadinanze di Agostino siano state ridotte indebitamente a un “essere dei nostri” e a un “essere dei loro” a prescindere dal dinamismo della grazia. E questo proprio da parte di coloro che hanno cercato magari di vivere fedelmente la Tradizione.
Non è un caso che sia stato Benedetto XIII, al culmine del suo pontificato, a estendere a tutta la Chiesa il culto a san Gregorio VII e con ciò ad approfondire il solco, scatenando un vero e proprio putiferio diplomatico. Dando ben più che «in qualche stortura colle corone», come aveva pronosticato il roboante cardinale Cienfuegos.


Ma proprio tutto questo rumore per nulla ci suggerisce di rintracciare l’autentica cifra del pontificato di Benedetto XIII (in attesa che ulteriori studi da tutti invocati ne illustrino più a fondo la figura) in alcuni dati e in alcune date che nessuno, ci sembra, ha sottolineato.
Non si può non rilevare, infatti, a partire dalla sua morte, avvenuta alla vigilia della festa della Cattedra di San Pietro del 1730, che la data del 22 febbraio accompagnava da sempre Benedetto XIII quasi come un presagio.
Infatti in quel medesimo giorno (in cui, nell’anno 1700, era morta sua madre, a cui da gestante era stato predetto il destino del figlio!) egli era stato creato cardinale, e prima ancora era stato ordinato diacono. Anche se lo era restato solo per lo spazio di due giorni, come si usava allora, Benedetto, che come nome di battesimo si chiamava Pietro Francesco, non poteva avere come destino che quello di essere per tutta la vita, e anche dopo, un papa “diacono”, un servo (dei servi) di Dio. È il titolo che la Tradizione gli assegnava e che accompagna per ora la sua memoria.


Ritratto di papa Benedetto XIV, 
Pierre Subleyras, 1740-41, 
Musée du Château, Versailles

Ritratto di papa Benedetto XIV, Pierre Subleyras, 1740-41, Musée du Château, Versailles

BENEDETTO XIV (1740-1758)
Se c’è un papa studiato, e divulgato, è invece Benedetto XIV. Questo eviterà a noi di dilungarci e consentirà ai nostri venticinque lettori, se nel frattempo non sono diminuiti, di andare a rileggere quanto su queste stesse colonne ne scriveva recentemente il cardinal Bertone (cfr. 30Giorni del maggio 2005, pp. 74-77): ubi maior...

Benedetto XIV non segue immediatamente Benedetto XIII, ma succede, dieci anni dopo la morte di questi, a Clemente XII (1730-1740), che era stato un papa ancora più ancien… régime (era stato eletto settantottenne) e per certi versi più debole (cieco per davvero per quasi tutto il pontificato) di Benedetto XIII.
Benedetto XIV fu un papa che apparì tanto diverso da costui come da altri predecessori e successori, che si è potuto sviluppare un mito di Benedetto XIV analogo ma ben più durevole di quello di Pio IX, che, come si sa, svanì prestissimo.
Fondato sulla bonomia faceta di papa Lambertini, sulla sua moderazione e sulla sua sana apertura alla modernità, divulgate già da scritti ricchi di aneddoti, a lui coevi o appena posteriori alla sua scomparsa, quel mito è stato rinverdito nel Novecento dall’opera teatrale
Il cardinale Lambertini interpretata, in una nota riduzione televisiva, da quel grande maestro delle scene che fu Gino Cervi.

Ma la storia non è il mito. Tutti i papi, qualunque siano le lodi o il biasimo che gli uomini hanno loro tributato, realizzano volenti o nolenti il detto secondo cui non possono andare dove vogliono e cingersi da soli la veste.
A cominciare dalla loro elezione. Specie quando, come nel caso di Benedetto XIV, si viene eletti inaspettatamente al termine del conclave più lungo e penoso dell’epoca moderna. Solo dopo sei mesi emerse il suo nome: tutta la sua esperienza giuridica e pastorale non era bastata ad accreditare la sua candidatura fintantoché il conclave, che «lungo tutto il Settecento riflette gli equilibri politici in mutamento»
, per troppo equilibrio non finì in stallo.


Prospero Lorenzo Lambertini si chiamò Benedetto, dicono gli storici, perché Benedetto XIII gli aveva concesso la porpora. Non affacciano altri motivi. Anzi, Mario Rosa nota che Benedetto XIV intese abbandonare in tutto le tracce dell’omonimo predecessore «se non riguardo a una tensione religiosa che, con tutti i limiti di un governo debole, dominato da spregiudicati gruppi affaristici, fu tuttavia una connotazione reale del discusso pontificato di papa Orsini» (DSP, I, p. 169). A parte che già questo non è poco, come abbiamo potuto vedere, e che Benedetto XIV inoltre liberò il Coscia (cosa su cui forse bisognerebbe riflettere di più), si può stabilire qualche altro collegamento fra i due papi.

Prestando attenzione, anche nel caso di Benedetto XIV, ad alcune date – su cui ha giustamente richiamato l’attenzione Tarcisio Bertone in un bel libro del 1977,
Il governo della Chiesa nel pensiero di Benedetto XIV.
Se lo si fa, si scopre, ad esempio, che egli diventa diacono e sacerdote molto tardi, quasi cinquantenne, giusto all’indomani dell’elezione di Benedetto XIII, da cui poi viene ordinato vescovo il 16 luglio 1724. Per diventare, durante quel pontificato, lo stimato «dottore» chiamato a svolgere un ruolo importante nelle trattative con i Savoia e con l’imperatore Carlo VI. Ma al lavoro anche dietro le quinte del Sinodo diocesano del 1725, da cui trarrà materiali e ispirazione per comporre
De synodo dioecesana, forse la più autorevole e riuscita delle sue opere.

Pure un certo isolamento lega Benedetto XIV a Benedetto XIII, derivato a entrambi dalla tensione religiosa con cui vissero il loro pontificato.
Detto questo, però, non c’è dubbio che il pontificato di Benedetto XIV segni una svolta decisa nella storia del papato, non solo settecentesco. Perché Benedetto XIV dell’isolamento vede il pericolo. Benedetto XIV non sacrifica i prìncipi ai princìpi.

Da una parte, così, nei diversi concordati coi governi cattolici, essi stessi «infetti dallo spirito dell’assolutismo e dell’illuminismo anticlericale» (Pastor, XVI, pp. 460-461), cede tutto il cedibile, accettando di fatto «il ruolo secondario e passivo nello scacchiere politico europeo» (DBI, VIII, p. 398) che il papato aveva dovuto assumere a partire dalla metà del Seicento. Dall’altra va incontro all’emergente Regno di Prussia di Federico II, accettando per la prima volta dal tempo della Riforma di trattare direttamente con rappresentanti di un principe protestante al quale, come scriveva nel 1746, riconosce il titolo di re «per non pregiudicare a tanti poveretti che hanno il collo esposto al colpo della manaja».
E in terza battuta sceglie in realtà non la neutralità ma un «atteggiamento particolarmente favorevole alla Francia», scrive Tarcisio Bertone (p. 25) trovandone conferma nelle innumerevoli lettere al ministro della Corona francese cardinale Pierre Guérin de Tencin, vero “amico di penna” col quale il Papa intrattenne una corrispondenza di incredibile confidenza e ampiezza, raccolta in tre volumi da Emilia Morelli dopo un lavoro trentennale.


Federico II di Prussia

Federico II di Prussia

Quando però nella querelle del secolo che opponeva, su quello stesso suolo francese, giansenisti e antigiansenisti, si sollecita un suo schieramento di principio per ragioni di Stato, egli nel giugno 1746 è capace di rispondere per le rime anche all’amico Tencin: «Ella nella sua lettera dice d’avere un’avversione particolare alla setta dei giansenisti. Ci protestiamo d’averla anche Noi, e l’assicuriamo che nel ceto degli uomini di garbo che sono in Roma vi è la stessa avversione: ma qui si crede non doversi dar ciecamente l’accusa di giansenismo in quelle cose nelle quali non entra». Insomma, come «non trova rispondenza nei documenti che conosciamo», scrive la Morelli, la sua avversione ai gesuiti, di cui anzi stimava soprattutto l’ardore missionario, così è indebito attribuire a Benedetto XIV simpatie gianseniste.
Semplicemente egli non dà credito a quelle «troppe patenti di giansenista [che] si spediscono anche a chi condanna di vero cuore le proposizioni di Giansenio e tutte le altre condannate» (da una lettera del Papa del 1748 indirizzata ancora al cardinale Tencin).


All’inizio del secolo scorso l’accusa di filomodernismo sarà analogamente sparsa a volte come un veleno che raggiungerà anche tanti sinceri uomini di Chiesa, colpevoli solo di mancato torpore di mente e di cuore. Ne fu vittima papa Giovanni XXIII, che per certi versi assomiglia nel tratto a Benedetto XIV e i cui accenti all’atto dell’apertura del Concilio Vaticano II sembrano rievocarne la lungimiranza.

Anche Paolo VI, a conclusione del Vaticano II, nel motu proprio con cui riformava il Sant’Uffizio, riprenderà una disposizione di Benedetto XIV (dal Settecento mai più rispettata) per cui, conformemente al diritto, si concedeva a qualunque autore cattolico la cui opera fosse stata condannata all’Indice di poter essere ascoltato. Saggiamente applicata in anni recentissimi, questa disposizione ha potuto favorire la giustizia.

D’altronde, al modo di certi suoi lontanissimi predecessori di nome Benedetto che avevano imparato il diritto e la giustizia studiando e lavorando assiduamente in seno alla Chiesa di Roma, anche Benedetto XIV si era fatto romano risiedendo all’ombra del Cupolone dal 1688 al 1724, prima come studente poi percorrendo tutti i gradi e gli uffici di Curia. Tanto che quando era divenuto arcivescovo della natia Bologna nel 1731, «siccome le condizioni della sua città natale gli erano divenute piuttosto estranee, egli non prese subito dei provvedimenti ma cercò dapprima di informarsi esattamente su tutto» (Pastor, XVI, p. 23). E una volta informatosi – anche questo va rimarcato – notificò che non intendeva «far novità, ma rimettere in piedi lo stabilito dalle sacre leggi ed il praticato altre volte in questa nostra diocesi, con aggiugnervi ancora qualche moderazione e qualche segno di ogni maggiore equità» (dalla Raccolta di notificazioni pubblicata a Roma nel 1742, I, p. 5).

Lo stesso avrebbe fatto, dopo quella parentesi, a Roma, cui avrebbe appartenuto per sempre venendoci inaspettatamente riportato come papa.


[SM=g1740733] L’Ospedale di San Gallicano in Trastevere, un’opera buona e bella grazie a Benedetto XIII

Neglectis reiectisque ab omnibus


 


di Simona Benedetti



L’Ospedale di San Gallicano in Trastevere in una stampa 
di Giuseppe Vasi, metà del XVIII secolo

L’Ospedale di San Gallicano in Trastevere in una stampa di Giuseppe Vasi, metà del XVIII secolo

La caritatevole opera assistenziale di don Emilio Lami da Monterotondo, inizialmente prestata nell’ospizio dei poveri di Santa Galla (dove venivano ricoverati i senzatetto, molti dei quali afflitti da malattie cutanee), poi, per intercessione del cardinale Corradini, presso una casa in affitto vicino alla chiesa di San Benedetto in Piscinula, è all’origine dell’opera promossa da Benedetto XIII, che volle la costruzione dell’Ospedale di San Gallicano per assistere le persone affette da malattie cutanee.

Appena eletto, Benedetto XIII incaricò il cardinale Corradini di individuare il sito per la costruzione del nuovo ospedale da realizzarsi con fondi pontifici della Dataria in occasione del Giubileo del 1725. È nota l’avversione di Benedetto XIII per il lusso. Una fonte coeva e ben informata riporta la critica che da cardinale aveva espresso sulle magnifiche scuderie papali del Quirinale: «Quanto sarebbe stato meglio che quel denaro fusse applicato in benefizio dei poveri e non al commodo delle bestie!».

Per il nuovo edificio venne elaborato dal Lami un «piccolo sbozzo» per la distribuzione funzionale degli ambienti, sistemati in pianta inizialmente con l’aiuto dell’architetto Lorenzo Possenti. Tuttavia è Filippo Raguzzini «napolitano, già architetto in Benevento di Sua Santità», ad essere designato per il progetto definitivo dell’Ospedale. Egli peraltro accolse sia gli aspetti di massima del progetto sia taluni innovativi suggerimenti funzionali, probabilmente dettati dall’esperienza sul campo del Lami, come il ballatoio per aprire e chiudere dall’esterno le finestre (poste in quota elevata rispetto al livello delle corsie dei degenti) o la dotazione di servizi igienici tutti marmorei, «cosicché l’acqua abbondantissima vi scorre dentro e li pulisce tutti», collocati in nicchie, chiuse da porte, poste nelle murature perimetrali delle corsie, e areati da ventole che trovano la loro corrispondenza in bucature sulle paraste esterne mimetizzate come elementi decorativi circolari.

La disposizione planimetrica per l’organismo originario prevedeva due lunghe corsie, una per gli uomini e l’altra per le donne. Sulle due testate erano previsti gli ambienti per gli assistenti (chierici per gli uomini e vergini per le donne). Parallelamente all’estensione degli ambienti delle corsie dei degenti (per un totale di 160 metri) si dispiegava il corpo di fabbrica dei servizi: locali con camini per l’inverno; stanze per i moribondi che venivano allontanati dagli ambienti comuni; logge e loggioni per stendere la biancheria d’inverno; vani con “lavamano per gli infermi”; cucine; refettori, ecc. I sotterranei erano adibiti a depositi e rimesse.

Nel cuore dell’intera composizione emerge la chiesa a pianta centrale e coperta a cupola, fuoco architettonico e urbano di tutto il complesso, sia funzionalmente (nello spazio interno della chiesa, in corrispondenza con le corsie dei degenti, sono aperti un finestrone e due porte su ciascun lato per permettere ai malati di assistere alle liturgie), sia figurativamente: sul fronte strada, infatti, il corpo di fabbrica della chiesa interrompe la lunghissima quinta dell’edificio distaccandosi dalla ripetitività della parete e rinvigorendo volumetricamente le modulate cadenze formali dei corpi laterali.
Le linee architettoniche convesse e concave della chiesa prettamente barocche unite al grande arcone d’ingresso segnalano e impreziosiscono formalmente questo cuore dell’intero complesso assistenziale, dedicato «agli abbandonati e respinti da tutti».

Nell’epigrafe all’ingresso dell’ospedale si legge infatti: «Benedetto XIII padre dei poveri eresse questo ospizio ampio e imponente, e dotato di censo annuo, per curare gli abbandonati e respinti da tutti che soffrono per il prurito in testa per la tigna e per la scabbia, e per strapparli dalle fauci di una morte precoce. Nell’anno della salvezza 1725».


[SM=g1740758]

Caterina63
00venerdì 24 agosto 2012 23.20

Nomen omen


Breve rassegna dei  papi che hanno portato il nome Benedetto.



Una medaglia per Benedetto XV


Gli eventi più significativi del suo breve pontificato possono essere ripercorsi attraverso alcune medaglie annuali, incise da tre diversi artisti


di Roberto Saccarello


Un ritratto di Benedetto XV

Un ritratto di Benedetto XV

Nel conclave che iniziò il 1° settembre 1914 per eleggere il successore di Pio X erano presenti 57 cardinali e ci vollero dieci scrutini in tre giorni per arrivare a una conclusione; la scelta era in pratica tra la politica "sociale" di Leone XIII e quella "prettamente dottrinale-catechetica" di papa Sarto.

Nessuno parlava del cardinale Giacomo della Chiesa, ignoto ai più data anche la sua recentissima promozione alla porpora. Fu quindi una sorpresa generale quando il 3 settembre fu annunciata dalla loggia interna della Basilica di San Pietro la sua elevazione al Soglio di Pietro.

L’arcivescovo di Bologna assunse il nome di Benedetto XV in memoria dell’ultimo Papa con questo nome, il quale aveva tenuto la sede arcivescovile di San Petronio. E del celebre Lambertini il della Chiesa sembrava possedere, oltre alla vasta cultura giuridica, la sicurezza e la serenità d’animo.

Giacomo della Chiesa era nato a Genova-Pegli, in Liguria, il 21 novembre 1854, da nobile famiglia; il padre, marchese Giuseppe, discendeva da Berengario II; la madre Giovanna era una Migliorati, e nella sua genealogia figurava Innocenzo VII. Aveva studiato nella sua città natale fino a laurearsi in Giurisprudenza nel 1875, anno in cui si era trasferito al Collegio Capranica di Roma per seguire gli studi di Teologia. Ordinato sacerdote nel 1878, seguitò ancora a studiare nei corsi di specializzazione all’Accademia dei Nobili Ecclesiastici. Monsignor Mariano Rampolla del Tindaro lo volle, poi, come suo segretario alla nunziatura di Madrid, presso la quale rimase quattro anni approfondendo la sua conoscenza del mondo diplomatico.

Divenuto cardinale e segretario di Stato con Leone XIII, il Rampolla chiamò il della Chiesa nel suo ufficio con il grado di minutante di segreteria.

Diplomatici anziani ed esperti non esitavano a rivolgersi per pareri nei casi più difficili al “piccoletto”, alludendo con tale nomignolo alla bassa statura del bravo minutante, dalla fronte alta e dagli occhi penetranti. Nell’aprile 1901 fu promosso sostituto della Segreteria di Stato e in tale ufficio rimase anche dopo il ritiro del cardinale Rampolla, in seguito alla morte di papa Pecci.

Qui sopra e nell'immagine seguente, alcune medaglie annuali del pontificato di Bendetto XV

Qui sopra e nell'immagine seguente, alcune medaglie annuali del pontificato di Bendetto XV

Pio X lo nominò arcivescovo di Bologna nel 1907, elevandolo poi, nel giugno del 1914, due mesi prima della sua morte, alla dignità cardinalizia. Il 1° novembre dello stesso anno il della Chiesa, già assiso sul trono pontificio, indirizzava la sua prima enciclica a tutto il mondo cristiano, per invitarlo a ritornare alla pratica del Vangelo.
Le circostanze tragiche in cui venne eletto aprirono subito al nuovo Papa un campo di missione vasto e difficile. Egli doveva essere il padre della pace in un mondo che si dilaniava ferocemente, conservando una netta imparzialità tra i belligeranti. Il 24 maggio 1915 anche l’Italia, in un primo tempo neutrale, entrava in guerra. Benedetto, il 1° agosto 1917, esortò a terminare «l’inutile strage», con un messaggio appassionato e angosciato, suscitando però fra gli interventisti più accaniti, anche cattolici, aperto disprezzo. Il Pontefice cercò allora di alleviare le pene delle famiglie dei caduti; durante la guerra l’attività della Santa Sede fu immensa, capillare, imparziale.

Il prestigio che il papato venne acquistando nel periodo bellico apparve appena le armi furono deposte. Quando Benedetto era salito al pontificato, presso il Vaticano 14 Stati soltanto tenevano dei rappresentanti; quando morì, le rappresentanze erano salite a 27.
Il 27 maggio 1917 Benedetto, con la costituzione apostolica Providentissima mater, promulgava il nuovo Codice di diritto canonico. Al testo furono riconosciute dai giuristi di tutte le scuole una precisione e una chiarezza quali raramente si riscontrano nei codici degli Stati civili. Pose fine anche al “non expedit”, consentendo ai cattolici di fare politica e ai sovrani cattolici di visitare Roma e il papa.

La morte lo colse improvvisamente la mattina del 22 gennaio 1922.
Le sue spoglie mortali furono deposte nelle Grotte Vaticane di fronte alla tomba del suo predecessore.

A lui vivo era stata eretta nel 1919 a Costantinopoli una statua, recante questa iscrizione: «Al grande Pontefice della tragedia mondiale, Benedetto XV, benefattore dei popoli, senza distinzione di nazionalità o di religione, in segno di riconoscenza, l’Oriente».

Gli eventi più significativi del breve pontificato di papa della Chiesa possono essere ripercorsi attraverso le medaglie annuali, incise da tre diversi artisti. Francesco Bianchi realizza quella dell’anno I che reca l’aristocratico profilo e lo stemma di Benedetto XV (figura 1),e quella dell’anno II – l’anno in cui più violenta infuria la guerra – su cui compare il Pontefice implorante la Madonna che porge un ramo di olivo (figura 2); davanti, in ginocchio, le figure simboliche dei cinque continenti; attorno, «Regina pacis ora pro nobis», l’invocazione che fin dal 16 novembre 1915 il Papa ha permesso ai vescovi di adottare temporaneamente nelle litanie.
Più tardi, con lettera del 5 maggio 1917 al segretario di Stato, ordinerà che tale invocazione sia fissata per sempre nelle litanie lauretane .

Sono opera del Bianchi anche la medaglia dell’anno III – celebrativa della promulgazione del Codice di diritto canonico e che mostra il Pontefice in piedi davanti al trono circondato dalla corte con in mano un esemplare del Codice e legenda «Novo ecclesiae legum Codice publicato» (figura 3) – e dell’anno IV che ricorda la creazione nel maggio 1917 del Pontificlo Istituto per gli Studi Orientali: il Pontefice seduto in trono riceve l’omaggio di vari prelati cattolici di rito orientale ai quali indica l’edificio destinato agli studi superiori delle discipline orientali e legenda «Orientis christiani studiis auctis» (figura 4).

La medaglia dell’anno V, firmata da Giuseppe Romagnoli, fa memoria dei dolori sofferti dall’umanità a causa della guerra e assicura il conforto e l’aiuto della Chiesa ai suoi figli più bisognosi: il Redentore in piedi tra due gruppi di sofferenti, tra cui un reduce con il figlioletto tra le braccia; una donna che legge la lettera del figlio lontano; un ferito sulla lettiga confortato da una suora; un mutilato; una vedova che stringe a sé il piccolo orfano; attorno la legenda «Ministerio Sedis Apostolicae», all’esergo «Misereor super turbam».


La realizzazione della medaglia dell’anno VI (figura 5),che celebra le solenni canonizzazioni avvenute nel maggio del 1920, è affidata ad Aurelio Mistruzzi. Vi sono rappresentate santa Margherita Maria Alacoque, san Gabriele dell’Addolorata e santa Giovanna d’Arco, sulle nubi e irradiati dallo Spirito Santo, con legenda «Caelitum Sanctorum honoribus aucti». Anche la medaglia dell’anno VII, l’ultima del pontificato benedettino, è opera di Aurelio Mistruzzi, e descrive in modo originale la proclamazione di sant’Efrem dottore della Chiesa: accanto al santo orientale è seduto il grande dottore dell’Occidente san Girolamo, ritratto con la penna, il libro e il leone accovacciato; nel centro sopra un’ara la Bibbia irradiata dallo Spirito Santo, attorno la legenda «Doctorum Scripturae Dux celebratus» (figura 6).


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La “polizia” del Papa entra in sala d’incisione, settembre 2012

La Gendarmeria Vaticana

Nonostante gli impegni (non pochi) per le recenti indagini sul Vatileaks, la Gendarmeria Vaticana sbarca nei negozi di musica con una novità assoluta e un omaggio unico all’Italia.


Non si tratta di un’operazione d’intelligence e nemmeno di una copertura, ma dell’ultima fatica della Banda Musicale del corpo pontificio. Sarà presentato al pubblico solo martedì prossimo (nella Sala Conferenze dei Musei Vaticani) ma sta già facendo parlare di se in tutto il mondo il cd musicale inciso dalla “polizia” del Papa dal titolo: “1861-2011 Omaggio all’Unità d’Italia”, prodotto dalle Edizioni Musei Vaticani e dalla Carosello Records e contenente una serie di brani eseguiti dalla banda musicale.

Il primo a incidere un disco era stato Giovanni Paolo II, con il suo Abbà Pater, poi è toccato nel 2009 a Benedetto XVI con Alma Mater ed ora è la volta della Gendarmeria Vaticana con la celebrazione dell’Unità d’Italia in occasione dei 150° anniversario. Il più soddisfatto per la nuovissima produzione (la prima opera di una nuova collana musicale) è senza dubbio il Comandante Domenico Giani: fu lui infatti nell’ottobre del 2007, per volere dell’allora Presidente del Governatorato Vaticano, il Card. Giovanni Lajolo, a costituire il corpo bandistico.

La banda è formata oggi da 100 elementi, tutti volontari e diplomati in Conservatorio, provenienti dalle diverse bande militari italiane.. Come si legge sul sito ufficiale del Governatorato, “La Banda del Corpo della Gendarmeria riprende i compiti e le funzioni di rappresentanza propri della Banda della Gendarmeria Pontificia. Quest’ultima, nata nel luglio del 1851, era a quel tempo particolarmente rinomata provenendo dal Corpo dei Veliti Pontifici, dove l’organizzazione musicale era stata notevolmente curata”.


[SM=g1740771]

Caterina63
00sabato 25 agosto 2012 14.29

[SM=g1740733] Papa Borgia e l’Anno Santo


Alessandro VI mise una particolare cura nell’organizzazione logistica e spirituale del Giubileo del 1500


di Serena Ravaglioli


La fama di Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, Pontefice dal 1492 al 1503, è prevalentemente legata, in negativo, alla licenziosità dei costumi morali, all’avidità delle pratiche simoniache e alla spregiudicatezza con cui favorì, economicamente e politicamente, i suoi figli, soprattutto il pluriassassino Cesare, detto il Valentino, e la bionda Lucrezia, più volte disinvoltamente vedova.

Molto meno rinomata è la sua opera di difensore dell’ortodossia, di riformatore di monasteri e di ordini religiosi, e di promotore di missioni nei Paesi orientali e nel Nuovo Mondo appena scoperto. E ancor meno nota è la sincera devozione con cui praticò e promosse varie forme di pietà e di preghiera. Così per esempio favorì largamente il culto di sant’Anna e della Madonna, facendo ripristinare, fra l’altro, il suono dell’Angelus. Ma è soprattutto l’impegno che profuse nella preparazione del Giubileo del 1500 che testimonia come, nonostante la sregolatezza della sua vita e l’ambizione sconfinata per sé e per i suoi figli, Alessandro VI fosse un sincero credente, almeno a tratti consapevole dei suoi doveri.
La preparazione all’Anno Santo si svolse su due piani: pratico e spirituale. Dal primo punto di vista gli interventi furono di carattere urbanistico e organizzativo, e fra di essi spicca soprattutto la costruzione di una nuova strada rettilinea da Castel Sant’Angelo a piazza San Pietro, attraverso la quale, secondo il progetto, sarebbe potuta passare la maggior parte dei pellegrini, evitando gli ingorghi che avevano funestato il Giubileo del 1450. La costruzione iniziò nell’aprile 1499 e i lavori procedettero così veloci che l’inaugurazione poté avvenire alla vigilia di Natale. La strada prese il nome di via Alessandrina, ma poi fu comunemente chiamata dai romani “Borgo Nuovo”.

Per quanto riguarda l’organizzazione andarono a buon fine i provvedimenti presi per assicurare l’approvvigionamento alimentare (mediante la raccolta di grandi quantità di vettovaglie nei magazzini e il calmieramento dei prezzi) e per offrire ai pellegrini alloggiamenti adeguati, con l’apertura di ospizi. Meno successo ebbero i tentativi, invero in molti casi del tutto falliti, di tutelare la sicurezza delle strade di accesso alla città, frequentemente infestate dai briganti, in particolar modo la Cassia. A protezione dei pellegrini provenienti dal mare, che erano minacciati dai pirati, Alessandro VI fece stazionare a Ostia un incrociatore.

Dal punto di vista spirituale, si deve ad Alessandro VI la definizione delle cerimonie di inaugurazione e di chiusura degli anni santi, che fino ad allora non avevano seguito riti specifici. Alessandro VI stabilì invece un cerimoniale solenne e di alta spiritualità, da allora rimasto sostanzialmente inalterato.

In questa elaborazione ebbe compagno e consigliere prezioso Giovanni Burcardo, che dal gennaio 1484 ricopriva la carica di maestro della Cappella papale e che descrisse diligentemente le cerimonie religiose vaticane, cui aveva assistito o che aveva organizzato, nel suo diario, il Liber notarum, ricca fonte di notizie sulla vita curiale e cittadina della Roma dei suoi tempi. Può essere curioso ricordare che a Burcardo si deve un toponimo romano fra i più famosi: “Argentina”; il maestro pontificio chiamò infatti così la casa-torre che possedeva nel centro di Roma, in onore della sua città natale, Strasburgo, in latino Argentoratus, e il nome passò poi a tutta quella zona della città.

Alessandro VI volle che l’inizio dell’anno giubilare fosse segnato da un evento di forte impatto simbolico e lo individuò nell’apertura della Porta Santa, esplicito richiamo alle parole del Vangelo di Giovanni: «Io sono la porta. Chi per me passerà sarà salvo». Dispose quindi che si estendesse anche alle altre tre Basiliche patriarcali l’uso, fino allora seguito soltanto a San Giovanni, di riservare una porta ai pellegrini degli anni santi, mantenendola murata per tutto il resto del tempo. L’apertura della Porta Santa di San Pietro sarebbe stata riservata al Pontefice, quella nelle altre tre Basiliche a suoi legati.

L’individuazione delle porte in quella prima occasione non fu indenne da confusioni. Così a San Paolo, il legato del Papa non trovò alcuna indicazione relativa a quale fosse la porta giusta e per sicurezza ne fece aprire tre. Nella stessa San Pietro la localizzazione della Porta fu frutto di un equivoco: poiché infatti una tradizione antica, ma incerta, parlava di una “porta aurea”, si pensò di ripristinare quella, individuandola in una nicchia della cappella della Veronica. Ma quando i lavori iniziarono fu subito evidente l’infondatezza della notizia.

In ogni modo alla vigilia di Natale 1499 tutto era pronto per il rito solenne, che Burcardo ha descritto nei minimi particolari. Prima dei Vespri Alessandro VI, accompagnato dal suono di tutte le campane della città, si fece portare in sedia gestatoria fino al portico di San Pietro, seguito dal corteo dei cardinali che avevano lunghi ceri accesi. Mentre il coro cantava le parole del salmo «Aperite mihi portas iustitiae...», bussò tre volte e più con un martello al centro della Porta, poi si sedette in trono e aspettò che gli operai finissero di scoprirla. Quando fu aperta, il Papa si inginocchiò, recitò una preghiera da lui stesso composta e finalmente, sorretto dal Burcardo, oltrepassò la soglia, recando nella mano sinistra un cero mentre con la destra impartiva la benedizione. Il cerimoniale avrebbe previsto a questo punto la recita del Te Deum, ma – è sempre Burcardo a raccontare – tanta fu la «pressura et angustia» che il Papa se lo dimenticò. Il canto del Vespro concluse la cerimonia che, come si è detto, da allora non ha subito modifiche di rilievo.

Identico rito si svolse contemporaneamente a San Giovanni, a Santa Maria Maggiore e a San Paolo, presieduto da un cardinale legato. Le Porte Sante dovevano restare aperte notte e giorno, custodite da quattro chierici a turno ed era vietato ai mendicanti e agli infermi sostare nelle loro vicinanze. Nei pressi della Porta Santa di San Pietro il Papa fece sistemare una grande cassa per l’elemosina, con tre serrature le cui chiavi erano affidate a tre diversi dignitari della corte papale. Chiunque volesse ottenere il perdono e le grazie del Giubileo doveva passare per la Porta Santa e deporre il suo obolo. Fu questa circostanza a favorire l’impressione che per ottenere l’indulgenza bisognasse pagare, e a far nascere quella polemica contro il “commercio delle indulgenze”, che pochi anni più tardi avrebbe portato alle 95 tesi di Lutero.
Alessandro VI volle seguire egli stesso, come i comuni pellegrini, la pratica della visita alle quattro Basiliche per l’acquisto dell’indulgenza giubilare. Lo fece nella settimana santa, il 13 aprile, con lo sfarzoso accompagnamento degli ambasciatori, dei familiari e dei prelati di palazzo.

Il giorno di Pasqua il Papa celebrò un solenne pontificale in San Pietro, dopo il quale impartì la benedizione e l’indulgenza. Stando al Burcardo, a quella solennità avrebbero assistito circa 200mila persone, cifra probabilmente esagerata, ma che certamente rende l’idea del concorso di folla che quell’Anno Santo richiamò. Fra i romei celebri è da ricordare Nicolò Copernico, che giunse a Roma verso Pasqua e vi si trattenne un anno intero.

Il Giubileo si concluse il 6 gennaio 1501. Ancora una volta fu mostrato il sudario della Veronica, ma il Papa, malato, non partecipò al rito, presieduto in sua vece da due cardinali. Dopo i Vespri cantati nella Basilica di San Pietro e seguiti da una solenne processione, i cardinali iniziarono a murare la Porta, uno dall’esterno cominciando con un mattone dorato, l’altro dall’interno con un mattone argentato. Subito dopo gli addetti tirarono su un muro da entrambe le parti, mentre si recitavano Pater noster e Oremus. Da allora è sempre stato il Papa ad aprire e richiudere la Porta Santa di San Pietro, in ossequio alle parole di Isaia: «Se egli apre nessuno chiuderà e se egli chiude nessuno aprirà».


Perdono di colpa e di pena


Persino durante il lungo Scisma d’Occidente gli Anni Santi furono celebrati rispettando il loro scopo specifico, che è quello di offrire ai pellegrini misericordia e pace


di Serena Ravaglioli


Fra il 1390 e il 1423 furono celebrati ben tre anni santi. Lo svolgimento di tutti e tre si lega in qualche modo allo Scisma d’Occidente, la grave spaccatura avvenuta nella Chiesa nel 1378 dopo l’elezione al soglio pontificio di Urbano VI, quando i cardinali francesi, che non avevano voluto riconoscere il nuovo Papa italiano, ne avevano eletto un altro con il nome di Clemente VII.

Per quarant’anni il papa da Roma e l’antipapa da Avignone andarono avanti scomunicandosi a vicenda – e scomunicando l’uno i fedeli dell’altro, sicché il provvedimento finì per riguardare l’intero orbe cattolico – e affrontandosi in armi.

In questo clima si pone il Giubileo del 1390, voluto da Urbano VI proprio con il fine di ribadire il primato della sede di Roma e di assicurarsi allo stesso tempo il favore della popolazione romana in perenne turbolenza. La motivazione ufficiale non era evidentemente questa: nella bolla d’indizione si parla della volontà di ridurre a 33 gli anni d’intervallo fra un giubileo e l’altro per commemorare gli anni di Cristo. Si teneva in conto anche il fatto che gli uomini «debilitati dalle lunghe contagioni» e in maniera particolare dalla peste, che in quegli anni la faceva da padrona in tutte le regioni europee, spesso non arrivavano ai cinquant’anni e restavano quindi privi dell’opportunità di lucrare l’indulgenza giubilare.

Poiché i 33 anni dall’ultimo Giubileo, che era stato celebrato nel 1350, erano già passati, Urbano VI indisse il nuovo per il 1390, ma la sorte non gli fu amica ed egli morì prima dell’inizio dell’anno. Fu dunque il suo successore, Bonifacio IX, a dare inizio all’Anno Santo con le cerimonie del Natale. Rispetto ai due precedenti, questo Giubileo vide un’affluenza di pellegrini molto ridotta. Vennero infatti soltanto quelli che riconoscevano il Papa italiano: i tedeschi, gli inglesi, i polacchi, gli ungheresi; gli altri, invece, dalla Francia, dalla Spagna e dall’Italia meridionale, rimasero in patria per fedeltà a Clemente VII, che da Avignone negava a Urbano VI ogni facoltà di concedere “perdonanze”.

A due fedeli d’eccezione, il re d’Inghilterra Riccardo II e il re del Portogallo Giovanni I, l’indulgenza giubilare fu inviata a domicilio, tramite un confessore. In cambio ambedue i sovrani si impegnarono a impiegare in chiese e opere buone quanto avrebbero speso per venire a Roma.

Ben diversa fu la temperie in cui ebbe inizio l’Anno Santo del 1400. Secondo la nuova periodicità stabilita da Urbano VI, in quell’anno non avrebbe dovuto celebrarsi il Giubileo e di fatto non venne emessa alcuna bolla d’indizione. Fu la pietà popolare a imporlo, spinta da una devozione che la scadenza secolare sembrava acuire e alla quale non era certamente estraneo lo sconforto per la triste situazione della Chiesa divisa in due sedi apostoliche. Un gran numero di romei cominciò così a recarsi nell’Urbe, incurante della peste e dell’insicurezza del viaggio su strade infestate da banditi e malfattori, e a loro il Papa concesse il perdono e la benedizione.

Il pellegrinaggio di gran lunga più significativo fu quello dei Bianchi. Si chiamò così un movimento religioso popolare che aveva avuto origine a Chieri in Piemonte, ove un gruppo di persone esasperate dalla lunga guerra tra Savoia e Monferrato era sceso in piazza gridando «pace e misericordia» e flagellandosi a sangue in segno di penitenza. Da lì i flagellanti si erano presto diffusi in varie parti dell’Italia settentrionale e cominciarono a discendere verso Roma. Sopra le vesti indossavano un lungo saio bianco, da cui il loro nome, e anche il capo era coperto da un cappuccio bianco con due fori per gli occhi.
Avanzavano in processione dietro una croce, allineati a due o a tre, tenendo in mano candele accese e battendosi forte con una sferza mentre chiedevano perdono dei peccati e cantavano laudi sacre. I primi versi di quella intonata più di frequente recitavano: «Misericordia, eterno Dio / Pace, pace, Signore pio». Alla “passata” dei Bianchi aderiva il popolo in massa, ma non furono pochi anche i notabili che si unirono a loro, come l’arcivescovo Fieschi di Genova o il marchese Niccolò d’Este a Ferrara. Il fervore mistico che li contraddistingueva portò un cronista dell’epoca a commentare così il loro pellegrinaggio: «Pareva proprio cosa di Dio».


Il papa Bonifacio a Roma li attendeva con una certa diffidenza, timoroso della portata rivoluzionaria di un simile movimento spontaneo e incontrollato. Poi però il racconto di un miracolo verificatosi a Sutri, dove un crocefisso fu visto sorridere ai Bianchi, l’adesione convinta di molti cardinali, che si diedero a seguire scalzi i pellegrini, e il ruolo di guida assunto dal conte Nicolò dell’Anguillara, che si mise a capo della folla portando egli stesso una grande croce nera, oltre che naturalmente l’impressionante spettacolo di fede che i Bianchi offrivano, conquistarono Bonifacio al loro stesso entusiasmo. Il cronista Sercambi riferisce che il Papa mostrò a una folla di 120mila persone il sudario della Veronica e proclamò il «perdono di colpa e di pena» a chi avesse compiuto opere di penitenza per nove giorni. Fu, tuttavia, l’epilogo del movimento dei Bianchi, ché di lì a poco la peste scoppiò implacabile fra di loro, facendo strage e disperdendo i pochi superstiti.

L’ultimo Giubileo che si collega allo Scisma d’Occidente è quello del 1423, celebrato da Martino V poco dopo il suo trionfale ritorno a Roma, dopo che il Concilio di Costanza lo aveva riconosciuto unico Pontefice mettendo termine allo scisma. L’Anno Santo fu dunque un’occasione propizia per dimostrare l’accresciuto prestigio papale e la riconquistata unità cattolica.

I pellegrini italiani non furono moltissimi. Risultarono di gran lunga più numerosi quelli provenienti dai Paesi del Nord Europa e questo non riuscì molto gradito al raffinato entourage del primo Papa dell’Umanesimo. Poggio Bracciolini, che Martino V si era portato a Roma da Firenze in veste di segretario, ha lasciato un giudizio abbastanza significativo a questo proposito: «L’affluenza dei pellegrini fu grande e come inondazione di barbari riempirono la città di sporcizia e di sudiciume». Non è improbabile che la mancanza di apprezzamento fosse reciproca e che i pellegrini oltremontani già da allora cominciassero a nutrire serie riserve nei confronti della cristianità romana, troppo mondanizzata.

Un’ultima notizia sul 1423 riguarda la Porta Santa.
È infatti a questo Giubileo che si riferisce la prima notizia relativa all’uso di un ingresso alle Basiliche patriarcali, nella fattispecie quella del Laterano, riservato all’Anno Santo. Scrive infatti nella
Cronica di Viterbo Nicola della Tuccia: «Papa Martino fe’ poi aprire la porta santa di S. Joanni».

Notizie più precise ci vengono però per il Giubileo successivo, quello del 1450, da Giovanni Rucellai, ricco mercante fiorentino che raccolse le impressioni del suo pellegrinaggio romano in uno
Zibaldone
indirizzato ai figli: «Delle cinque porte (del Laterano) ve n’è una che del continuo sta murata, eccetto che l’anno del giubileo, che si smura per Natale, quando comincia il giubileo; ed è tanta la divozione che le persone hanno nei mattoni e calcinacci che subito come è smurata a furia di popolo sono portati via et gli oltremontani se li portavano a casa come reliquie sancte... et per detta divozione ciascuno che va al perdono passa per detta porta la quale si rimura subito finito il giubileo».


[SM=g1740771]
Caterina63
00lunedì 27 agosto 2012 17.01

[SM=g1740758] Per secoli san Domenico ha rivissuto la sua Parola di Vita nei suoi figli. Il suo Ordine ha dato alla Chiesa 15 Santi canonizzati e 221 beati; e ne dà ancora.
san Pio X ha posto sugli
altari 11 domenicani; 3 Benedetto XV; 2 Pio XI; e ben 26 Pio XII.
L’Ordine Domenicano ha dato 4 Papi alla Chiesa, di cui uno Santo (san Pio V) due Beati (Papa Innocenzo V
e Benedetto XI) ed un servo di Dio (Benedetto XIII); innumerevoli dottori che hanno predicato dalle loro cattedre (ne ricordiamo due sant'Alberto Magno vescovo e san Tommaso d'Aquino), come tanti altri nelle chiese e nelle piazze: in terra cristiana e in terra pagana, attuando il disegno del Padre di evangelizzare gli infedeli.
Fucina
cattolica per i laici come santa Caterina da Siena Dottore e Patrona d'Italia e Compatrona d'Europa, e per le tante Congregazioni femminili riconosciute nell'Albo d'oro della Famiglia Domenicana.

[SM=g1740733] Altre piccole curiosità....

A causa della tremenda severità di riforma di Papa Innocenzo  VI (1352-1362) con la quale perseguì non pochi cosìddetti "spirituali francescani" mandandone molti in prigione.... intervenne duramente contro di lui niente meno che santa Brigida di Svezia che all'epoca si trovava a Roma (+1373) e che in un primo momento aveva salutato con entusiasmo la sua elezione. Santa Brigida addirittura lo denunciò pubblicamente come persecutore delle "pecore di Cristo"....
Papa Innocenzo ignorò queste denuncie e proseguì la sua riforma....

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Per quanto il dogma dell'Immacolata Concezione lo dobbiamo al beato Pio IX, la Festa dell'Immacolata Concezione fu dichiarata obbligatoria per tutta la cristianità nel 1708 da Papa Clemente XI.


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Papa Martino V (1417 - 1431) condannò la predicazione "violenta" contro gli Ebrei, proibì il battesimo forzato dei bambini ebrei inferiori ai dodici anni. Nel 1427 ricevette il riformatore francescano Bernardino da Siena e approvò il culto del Santissimo Nome di Gesù da lui propagato.

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Papa Marcello II (9 aprile 1555 - 1 maggio 1555). Pieno di santo zelo per la riforma della Chiesa, seppur regnò meno di un mese, ridusse tutte le spese curiali e, per evitare il rischio di nepotismo, vietò severamente a tutti i suoi numerosi parenti di avvicinarsi a Roma.... Il grande compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina gli dedicò la  famosa "Missa Papae Marcelli", la cui importanza è legata alle riforme del Concilio di Trento.

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Papa Sisto V, Felice Peretti (1585 - 1590) fu davvero un papa "di ferro".
Provenendo dall'Ordine francescano ne mantenne per se lo stile vita, riducendo al minimo le spese di corte, ma al tempo stesso creò introiti mediante l'imposizione di nuove tasse. Papa Sisto accumulò più di 4 milioni di scudi, in parte in oro; ciò lo rese uno dei più ricchi principi d'Europa e gli assicurò una importante e strategica indipendenza finanziaria senza precedenti.
Per quanto questo quadro possa suscitare oggi qualche disagio a certa mentalità moralista, o a chi non ha ancora compreso cosa si intenda per povertà.... vi è da annotare che quel tesoro fu subito usato dal Pontefice per risanare completamente la città di Roma ridotta completamente in rovina. Dall'urbanistica all'edilizia, alle chiese, agli acquedotti, al funzionamento fognario, alla questione morale, risollevando l'occupazione.... Ricostruì il Laterano e completò i lavori della Basilica san Pietro, infine fondò la
tipografia Vaticana.... e il tutto senza dover fare compromessi con nessuno e senza dover rischiare di dover cedere ai ricatti di altri ricchi contribuenti.
Famosa nella memoria della tradizione popolare è l' "insalata sistina".
Quando era ancora frate francescano Felice Peretti strinse amicizia con un avvocato che si occupava di questioni giuridiche assumendo spesso la difesa di povera gente che si trovava sotto la protezione del convento. Appena eletto Papa, avendo saputo dal suo medico che questo amico avvocato si trovava in gravi difficoltà economiche a tal punto che non aveva più il "pane quotidiano", gli disse che lo avrebbe aiutato a guarire "con una buona insalata".... e poco dopo fece giungere a casa dell'avvocato una buona cesta.
Il medico si incuriosì e volle verificare di persona le proprietà mediche di questa presunta prodigiosa insalata, e così si recò a casa dell'avvocato. Quale sorpresa fu la sua quando, nello scoprire la cesta inviata dal Papa, vide che era piena di ducati che senza dubbio fecero ristabilire il fortunato destinatario.... Il fatto è che questa speciale "insalata" veniva consegnata ogni tanto a qualche famiglia in difficoltà, e sempre rigorosamente anonima, ma per tutta Roma si sparse la voce della capacità culinaria di Papa Sisto, e il popolo battezzò l'insalata di ducati con l'appellativo di "insalata sistina"....
Gioacchino Belli  dedicandogli alcune strofe, ingiustamente lo definisce "matto", ma papa Sisto era tutt'altro che matto.
Scettico per certe apparizioni o prodigi che fermavano i fedeli al sensazionalismo, avvenne un fatto che gli procurò il famoso detto: "Papa Sisto che non la perdonò neppure a Cristo!" Avvenne che in un campo appena fuori di Roma un Crocifisso ligneo cominciò a trasudare sangue.... e naturalmente la voce si sparse e tutta la gente correva lì per vedere il miracolo.... Appena che lo ebbe saputo anche Papa Sisto vi si recò e cominciò ad andare su e giù e per tutti i lati del Crocefisso, pensieroso.
A quel punto il Papa si fece protare un'ascia e dicendo: "come Cristo ti adoro, ma come legno ti spacco", spaccò il crocefisso e.... con non sua sorpresa, uscì fuori l'inghippo: una spugna imbevuta di sangue animale legata ad una corda che, tirata dal truffatore, faceva sgorgare il sangue....
Naturalmente il proprietario del campo e del crocefisso venne arrestato e giustiziato. Forse la condanna a morte ci risulta eccessiva per noi oggi, ma all'epoca questa era la legge, inoltre l'azione del truffatore, oltre ad ingannare la gente e ad essersi preso gioco della Chiesa, aveva costretto un Papa a distruggere un Crocefisso, e questo Papa Sisto non lo perdonava.

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C'è il detto proverbiale "stare da papa" per indicare l'agiatezza del Pontefice.
Non così fu per il povero Papa Leone XI (1 aprile 1605 - 27 aprile 1605), Alessandro Ottaviano dè Medici eletto Papa a 70 anni e già con una salute fragile.
Durante la presa di possesso del Laterano, prese una brutta infreddata che lo portò a morire in pochi giorni con una brutta polmonite.


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Più complessa la situazione di Papa Urbano V (1362 - 1370), sesto Pontefice della cattività avignonese, che riuscì a riportare a Roma almeno la Curia....
Provenendo dal monachesimo benedettino, ne conservò l'abito nero anche da Papa, continuando lo stile monacale che gli permise di respirare in quei tempi turbolenti e di viaggi continui.... Nel maggio del 1963 Papa Urbano aveva informato i Romani del suo desiderio di riportare la Corte pontificia a Roma, ma le condizioni abitative erano davvero inagibili, il Vaticano era in completa rovina, un tempo di lungo abbandono avevano reso inospitali tutti gli ambienti..... e così procedette prima ad una restaurazione.
Nel 1370, scoraggiato per i tanti problemi, decise di fare ritorno ad Avignone. E qui c'è un piccolo episodio degno di ricordo: Papa Urbano si era convinto che lo Spirito Santo che l'aveva prima portato a Roma, lo stava riportando ad Avignone. Così non volle ascoltare gli appelli dei Romani, le suppliche del Petrarca..... persino i tremendi richiami di santa Brigida di Svezia; la Santa aveva fatto  profezia al Papa di una morte prematura se avesse lasciato Roma..... i fatti andarono così: il 26 agosto Urbano partì, il 27 settembre fece il suo ingresso in pompa magna in Avignone, in novembre cadde gravemente ammalato e il 19 dicembre morì. Comunque sia venne beatificato da Pio IX nel 1870.

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Nell'estate del 1398 Papa Bonifacio IX (1389 -1404), avendo scoperto di un complotto contro di lui appena eletto Pontefice, abolì l'indipendenza della città affidandone l'amministrazione a dei senatori di sua nomina, retti, onesti e saggi. Incredibile, ma tutto il popolo fu soddisfatto dell'azione papale.
Per dimostrare di non provare rancori o vendetta nei confronti dell'antipapa Clemente VII, gli promise che se avesse abdicato con i suoi cardinali, gli avrebbe confermato la porpora nominandolo suo legato pontificio per la Francia e la Spagna....
Dal cuore grande e mite, tuttavia, Bonifacio IX si circondò anche di incompetenti e truffatori i quali lo spinsero a risanare le casse aumentando le tasse a tal punto da diventare proverbiale il detto "le annate di Bonifacio", queste andarono a colpire persino le indulgenze e i privilegi giubilari.... Responsabile di tal disatro fu il finanziere Baldassarre Cossa che divenne poi antipapa col nome di Giovanni XXIII.  Quando Bonifacio morì, il popolo romano ne fu addolorato e si sacgliò contro gli ambasciatori e i collaboratori definendoli responsabili di tutto.....

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Questa è carina!! [SM=g1740727]

Papa Leone XIII (1878 - 1903), Gioacchino Pecci, fu uno dei Papi più longevi, morì a 93 anni e 25 anni di Pontificato, lucido di mente e di parola, e conservò sempre un gran senso dell'umorismo.
Un giorno un anziano centenario espresse il desiderio, subito accordato, di essere ricevuto dal Papa. Il centenario era nato sotto il pontificato di Pio VI, e Leone XIII era il suo settimo Papa. Giunto ai piedi del Santo Padre, tutto emozionato si inginocchiò senza risparmiarsi, e gli dice: " Oh! Come sono felice! Alla mia età sono riuscito a conoscere Sua Santità! Pensate Beatissimo Padre, pochi giorni prima di morire anche Pio IX mi concesse l'udienza!"....
Leone XIII sorrise e nel sollevare il centenario gli rispose: "Figliolo! Se avessi saputo che siete così pericoloso per i Papi, avrei ritardato di qualche anno questa udienza...."




[SM=g1740771]

Quanto segue lo riprendo da un volume d'epoca, Movimento Cattolico Bollettino Italiano Anno IX  Bologna 1888 - riporta tutti gli eventi della Chiesa e in particolare tutti i testi di Papa Leone XIII fino al 1889, un anno, l'Anno del suo Giubileo Sacerdotale....

E c'è una simpatica curiosità...... a pag 74....

Berretta


Nel giorno 3 febbraio 1888, Papa Leone XIII firma un "Breve Pontificio" per autorizzare i Vescovi all'uso della "berretta color violaceo".....
Leggiamo il passo:

(..) Noi, perchè resti perenne la memoria di questo fausto avvenimento (l'Anno del Giubileo sacerdotale del Pontefice), e per dare ai Venerabili Fratelli un pubblico segno della Nostra benevolenza, abbiamo giudicato di adornare i Vescovi di tutto il mondo con qualche esterna insegna onorifica.
Però con questa Lettera, usando della Nostra Autorità Apostolica, concediamo in perpetuo, che tutti i Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi possano adesso ed in avvenire liberamente e lecitamente usare della berretta di colore violaceo.
Vogliamo che ciò sia loro riservato così, che altri, il quale non sia insignito della Episcopal dignità, non possa assolutamente adoperare tale ornamento.
Non ostanti le Costituzioni e sanzioni Apostoliche e tutte le altre cose in contrario, quali si sieno, anche se degne di speciale e individuale menzione e deroga.
Dato a Roma presso San Pietro sotto l'Anello del Pescatore, il dì 3 febbraio 1888, Anno Decimo del Nostro Pontificato
Leone XIII

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Caterina63
00domenica 6 gennaio 2013 11.36

LO STEMMA SCELTO DA MONS. GEORG E' OMAGGIO AL GRANDE PONTEFICE, DOTTORE DELLA CHIESA, PAPA BENEDETTO XVI   


     http://www.korazym.org/images/stories/santino%20georg.jpg


Sarà un futuro nel segno di Benedetto XVI, quello di Georg Gaenswein? Sì, a giudicare dalla scelta dello stemma episcopale del segretario particolare di Sua Santità, che domani sarà ordinato vescovo. Lo stemma è diviso in due parti: sulla sinistra, la riproduzione esatta dello stemma di Benedetto XVI – la conchiglia di Sant’Agostino, l’orso di San Corbiniano e il moro incoronato dello stemma dei vescovi di Frisinga, che per Ratzinger era espressione dell’universalità della Chiesa; sulla destra il drago in campo azzurro con la stella. Il campo azzurro con la stella di Betlemme è un chiaro riferimento mariano. Il drago è usato in araldica per rappresentare la fedeltà, la vigilanza e il valore militare. Ma in araldica ecclesiastica ricorda il drago contro cui combatté San Giorgio. Il drago sputa fuoco verso la “casa “ del Papa, ma viene trafitto da una lancia che proviene dalla stella di Betlemme.

Il motto è “Testimonium perhibere veritati”, “Rendere testimonianza alla verità”.

Tutto, insomma, lascia intendere che Gaenswein voglia dare al suo ministero episcopale l’impronta di Benedetto XVI. L’immagine che viene fuori dallo stemma e dal motto è quella di un collaboratore fedele, leale e vigile. Non solo: si pone come difensore di un Papa continuamente messo sotto attacco in questi ultimi anni.


E lo fa utilizzando un privilegio araldico di cui godono i Prefetti della Casa Pontificia, ovvero di far "inquartare" (cioè, dividere lo scudo dello stemma in quarti) nel suo scudo lo stemma del Papa regnante. Non lo aveva fatto il suo diretto predecessore James Michael Harvey - ora cardinale e arciprete della Basilica di San Paolo Fuori Le Mura - e non lo aveva fatto nemmeno Stanislaw Dziwisz, lo storico segretario di Giovanni Paolo II (che però era Prefetto aggiunto). Lo aveva fatto, invece, Dino Monduzzi, che aveva preceduto Harvey come Prefetto della Casa Pontificia: lo stemma di Giovanni Paolo II era inquartato nel suo stemma episcopale.

Con la sua scelta araldica, Gaenswein si rappresenta in contrasto netto con molto di quello che è stato scritto e detto di lui durante il periodo dello scandalo di Vatileaks. Scandalo da cui don Giorgio (come si fa chiamare a Roma) è uscito più forte di prima, con la promozione ad arcivescovo e la nomina a Prefetto della Casa Pontificia. Gaenswein è ormai il solo filtro per l’accesso diretto a Benedetto XVI. E questo nonostante i vari attacchi che si sono succeduti contro di lui, specialmente in ambiente tedesco. È ancora ulteriormente significativo che il primo nome segnalato da Gaenswein per l’abbraccio della pace dopo l’ordinazione sia quello di mons. Robert Zoelltisch, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca. Spesso, nell’ambiente tedesco più “fedele” a Roma, Zoellitsch è stato dipinto come un vescovo in balia di correnti progressiste. Ma è considerato comunque – nell’ambiente tedesco vaticano che circonda il pontefice – un vescovo fedele, il cui vero problema è di aver fatto un salto di carriera più grande di lui. Il fatto che sia stato chiamato da Gaenswein per l’abbraccio della pace sta a testimoniare anche una premura, da parte del neo-arcivescovo, di tenere buoni rapporti con il clero tedesco. Un clero cui Gaenswein non è mai stato simpatico. Non è forse un caso che è soprattutto dalla Germania che sono venuti gli attacchi più forti verso la figura del segretario del Papa, addirittura “promosso” vescovo dai media tedeschi almeno una dozzina di volte in sempre diverse diocesi della Germania, con l’intento di promuoverne l’allontanamento dall’Appartamento Pontificio.

Tra i vescovi scelti per l’abbraccio della pace, c’è anche Gehrard Ludwig Mueller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, vicinissimo al pensiero di Benedetto XVI, di cui sta curando l’opera omnia e di cui ha ereditato la casa in piazza della Città Leonina. Una presenza che segnala ancora di più la volontà di mantenere forte il legame con il Papa. E poi, Charles J. Brown, divenuto nunzio apostolico in Irlanda dopo una carriera non diplomatica in Congregazione per la Dottrina della Fede: una nomina che fu caldeggiata fortemente dallo stesso Gaenswein. Quale sarà il futuro di Gaenswein? La nomina episcopale apre per lui nuovi orizzonti. Il suo ruolo nella Fondazione Joseph Ratzinger si avvia a diventare fondamentale.
Per un vescovo che nasce come difensore del Papa, quale cosa migliore che difenderne attivamente il pensiero e fare in modo che gli studi di Joseph Ratzinger siano perpetuati e interpretati nel giusto modo? Allora, si può ipotizzare per Gaenswein un futuro da presidente della Fondazione, impegnato con Mueller a pubblicare e ri-editare l’opera omnia del Pontefice. Un lavoro che, per quanto riguarda la traduzione italiana, Mueller sta facendo in collaborazione stretta e fruttuosa con la Libreria Editrice Vaticana. D’altronde, lo stesso motto scelto da Gaenswein richiama quello di Benedetto XVI, Cooperatores Veritatis, cooperatori della verità. Il suo, “Rendere testimonianza alla verità”, vuole in qualche modo stare a significare una vicinanza e fedeltà al Pontefice “cooperatore” della verità.


Non solo: l’espressione fu utilizzata da Pio XII nella sua prima enciclica Summus Pontificatus, in cui scrisse: “Di nulla ci sentiamo più debitori al nostro ufficio e anche al nostro tempo come di ‘rendere testimonianza alla verità’”. Quello di Gaenswein non è però un motto particolarmente originale. Ed è curioso notare come prima di lui lo abbia utilizzato John Charles McQuaid, vescovo di Dublino morto nel 1973, che era stato accusato di abusi sessuali (accusi che poi sono stati completamente smentiti). E oggi lo stesso motto lo ha scelto Piotr Jarecki, ausiliare di Varsavia, recentemente arrestato per guida in stato di ebbrezza. I precedenti non sono di buon auspicio per il segretario del Papa. Ma c’è da starne certi: con la sua meticolosità, precisione, fedeltà e amore per il Pontefice, Georg Gaenswein andrà oltre i cattivi auspici.
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Caterina63
00lunedì 11 febbraio 2013 18.57

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO - DECLARATIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI SULLA SUA RINUNCIA AL MINISTERO DI VESCOVO DI ROMA, SUCCESSORE DI SAN PIETRO, 11.02.2013

Nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione di alcuni Beati, tenuto alle ore 11 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, durante la celebrazione dell’Ora Sesta, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto ai cardinali presenti il seguente annuncio:


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Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando.
Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.


Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013


BENEDICTUS PP XVI















Dall’età tardo antica a oggi tutte le volte che un Papa ha rinunciato (o dovuto rinunciare) al suo ministero

Scesi dal soglio di Pietro

 La risposta di Benedetto XVI  nel libro-intervista Luce del mondo, era stata esplicita. Alla domanda del giornalista Peter Gregorio XII in una miniatura delle «Cronache di Norimberga» (XV secolo)Seewald («Quindi è immaginabile una situazione nella quale lei ritenga opportuno che il Papa si dimetta?») aveva detto «Sì. Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi».

In verità, la ricostruzione storica dei casi in cui si è interrotto un pontificato prima della morte del Papa, ci riconduce a pochissime figure e in nessun caso a una situazione come quella che si è verificata con la decisione di Benedetto XVI.

Si comincia da anni assolutamente incerti dal punto di vista della documentazione storica con i dubbi sulla corretta ricostruzione storica della successione che da Pietro porta a Papa Clemente. Si giunge al XV secolo quando la rinuncia di Papa Gregorio XII (indotta dal concilio di Costanza) favorì la ricomposizione dello scisma d'Occidente.

Nel mezzo si incontrano figure come quelle di Ponziano, di Silverio e di Benedetto IX. E, naturalmente, la più nota, Pietro del Morrone, Celestino V.

 
12 febbraio 2013



Osservatore Romano



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Dimissioni, anche Paolo VI ci pensò
di Antonio Margheriti Mastino

da lanuovaBussolaQuotidiana 14-02-2013

Di papi che hanno rinunciato per amore o per forza ce ne sono stati nella storia della Chiesa; per la verità anche di deposti (ma non è il caso che qui vogliamo trattare). Pochi ma ci sono. E sarebbero stati molti di più, se tanti pontefici che nell’ora grave pensarono alla rinuncia avessero davvero osato.

I PAPI CHE SI SONO DIMESSI
Sin dall’inizio si cominciò con le dimissioni. Prendi san Clemente I, che rinunciò intorno al 97. Era il quarto papa, presbitero forse consacrato direttamente da Pietro. Ponziano, in una nuova ondata di persecuzione anticristiana, fu fatto arrestare dall’imperatore Massimino e deportare in Sardegna, ma prima di partire, sapendo che vi sarebbe morto per le dure condizioni di prigionia, si dimise (e fu la prima rinuncia con tutti i crismi) nel 235. Silverio, imposto come papa in seguito (e suo malgrado) a intrighi imperiali, fu poi deposto per gli stessi intrighi. Dopo un tira e molla intricatissimo, essendoci già un altro papa (imposto alla stessa maniera di Silverio), già in esilio camuffato, gli fu estorta la rinuncia nel 537. Si dimise pure un altro Benedetto, il IX. Un pontificato sinistro, vittima e correo di vicende pazzesche, rinunciò nel 1045 e nel 1048, collezionando diversi primati: salì al trono di Pietro tre volte, vi ridiscese due volte. La prima fu rinuncia, la seconda una sorta di deposizione: il secondo pontificato fu dichiarato nullo poiché, avendo ceduto simoniacamente la carica alla prima dimissione, fu ritenuto moralmente non degno.

Gregorio VI pare che avesse ottenuto la carica tramite simonia. Purtroppo il re Enrico III di Germania, desideroso di mettere ordine nella Chiesa, s’insospettì, scese a Roma e presiedendo egli stesso il concistoro processò il papa. Si dice che Gregorio ammise. Taluni dicono fu deposto, altri che gli fu estorta la dimissione. Di Celestino V che rinunciò nel 1294 – in fondo per ragioni non dissimili da Benedetto XVI, non ultima la tarda età e il riconoscere la sopravvenuta “inadeguatezza” a svolgere il grave ufficio – di lui già molto sappiamo da secoli (e Dante ci mise del suo, forse) e troppo si sta dicendo in queste ore. Gregorio XII si dimise nel 1415, in una situazione la più incredibile e complicata della storia della Chiesa, essendoci contemporaneamente al trono diversi papi e antipapi. Ci furono appositi concilii. Alla fine, generosamente Gregorio abdicò in favore dell’elezione di un nuovo papa sulla cui designazione “legittima” si era trovato un accordo.

I PAPI CHE SONO STATI TENTATI DALLE DIMISSIONI
Poi ci sono quelli del “vorrei ma non posso”… Per restare all’epoca moderna e contemporanea, si verificò l’elezione imprevista di un altro “tedesco”, che poi era un olandese, nel 1522: Adriano VI di Utrecht. Sarà per quattro secoli l’ultimo papa non italiano. Estraneo all’ambiente romano, era un ascetico e severo professore di teologia e diritto, che da subito si ritrovò psicologicamente a disagio nella frivola corte rinascimentale ereditata da Leone X. Non conosceva la lingua italiana, ma riuscì a comprendere che spesso si facevano beffe di lui. Non lo appassionò mai quella suprema carica, la visse come un fardello massacrante. Sentendosi “inadeguato”, vedendo le sue decisioni rimbalzare su muri di gomma, pensò sin dall’inizio alle dimissioni ma non poteva. Decise di avere ancora un po’ di pazienza: intanto, però, non riusciva a domare la Curia. Sopraggiunse finalmente la morte, dopo un anno e mezzo di silenzioso martirio petrino, a liberarlo. Sulla sua tomba ancora oggi è scritto: “Qui giace Adriano VI, che ebbe la maggiore delle sventure, quella di regnare”.

Il veneziano Clemente XIII, papa dal 1758 al 1769, in un clima di forti prepotenze da parte dell’Impero da una parte e della Francia dall’altro, con per l’aria già il sentore della non lontana Rivoluzione Francese, si ritrovò al centro di pretese imperiali che ne tormentarono gli ultimi anni di papato. Prima fra tutte la richiesta, sotto minaccia di scisma, della soppressione dei gesuiti. Si macerò a lungo. Ma alla fine questo dolce e mite papa fece sapere che forse avrebbe preferito dimettersi. Un improvviso infarto, in una notte di tribolazione, lo liberò dal peso del pontificato.

La situazione pessima dovette ereditarla il suo successore, Clemente XIV: centro della contesa ancora la soppressione della Compagnia di Gesù. Alla fine cedette. Ma poi i fantasmi, il rimorso, la paura presero il sopravvento sul suo animo scosso e ne turbarono la ragione. E fra manie di persecuzione e paure ossessive di avvelenamento, stante pure la salute che precipitava a vista d’occhio, pensò anche di “salvarsi” tagliando la testa al toro e rinunciando al pontificato. Qui pure, non ce ne fu bisogno: la sua mente vacillò ancora, i suoi mali degenerarono e lo portarono in breve, nonostante la giovane età, alla tomba.

Arrivarono tempi peggiori, scoppiò la Rivoluzione Francese e poi venne anche Napoleone. Sul soglio di Pietro da un ventennio c’era Pio VI, uomo di mondo, non era proprio un mistico. Le truppe napoleoniche scesero a Roma e si vide qualcosa che non si era più visto dai tempi degli imperatori romani: il papa fu arrestato e deportato in Francia. Napoleone aveva idea di farla finita una volta per tutte col papato e di fare del pontefice un cappellano di corte dell’imperatore. Pio era ormai ultraottantenne, deportato in carrozza sino in Francia durante un inverno gelido, ne risentì gravemente la sua salute. Arrivò quasi morto a destinazione, ma sopravvisse circa un anno ancora, da prigioniero. Nel frattempo la sua fede divenne esemplare, docile accettò il martirio. In realtà aveva avuto dal primo momento idea di dimettersi per fare a Napoleone l’affronto di ritrovarsi con un semplice prete fra le mani. Se non lo fece è perché non poté: il collegio cardinalizio era stato disperso, nessuno aveva notizie di nessuno, troppi erano in stato d’arresto o controllati a vista, altri erano passati col nemico. Mancandogli notizie certe su quale fosse la situazione a Roma e dintorni, preferì non commettere l’imprudenza di dimissioni “al buio”, che avrebbero potuto favorire elezioni non legittime ad opera dei francesi e di quant’altri. Morì nel 1799 eroicamente, docile agnello sacrificale, da prigioniero, da martire e da santo. Soprattutto da papa regnante sebbene impossibilitato a regnare.

Pio VII, immediato successore, si trovò nella stessa identica situazione. Già abate di San Paolo a Roma, monaco amabile e timido come pochi, è eletto papa a Venezia, nel 1800, in un conclave di fortuna. Già conscio che stava per salire sul calvario. E fin da subito con la segreta intenzione, qualora fosse stato come il predecessore deportato, di rinunciare. Ma si trovò nella stessa condizione di Pio VI, quando fu arrestato e deportato una prima e una seconda volta. E stavolta per lunghi anni. Una abdicazione in quel frangente sarebbe stata un’arma ulteriore consegnata nelle mani di Napoleone. Decise di optare per il “martirio della pazienza”, così congeniale al suo carattere: prigioniero nella gabbia d’oro che qua e là Napoleone gli metteva a disposizione tenendosene la chiave, mite e fermo, tenendosi in pectore l’eventualità di abdicazione, rispose alle pressioni imperiali con una snervante resistenza passiva. Che rese sterile il gesto sacrilego dell’imperatore e al contempo aumentò ovunque la popolarità del papa e il prestigio del papato proprio nel momento in cui sembrava divelto per sempre. La sua pazienza era stata premiata, ritornando trionfalmente a Roma.

La vicenda travagliata di Pio IX la conosciamo: è l’ultimo papa re, e vede crollare sotto i suoi occhi lo Stato Pontificio, sotto le truppe piemontesi. Sino a proclamarsi “prigioniero del Vaticano”. In questo che fu il più lungo pontificato della storia, troppi eventi catastrofici si abbatterono sul papato e sul papa, che si vide costretto a fuggire, vestito da semplice prete, a Gaeta, in esilio. Pensò anche all’eventualità, dopo la presa garibaldina di Roma, di trasferire altrove le insegne del papato. Ma di una cosa era certo, come gli altri Pio: se in qualche modo i piemontesi avessero osato violare la sua persona e la sua libertà personale, si sarebbero ritrovati in mano “non un papa ma don Giovanni Mastai, al quale oltretutto nemmeno funziona una gamba… voglio proprio vedere che se ne fanno…”. Perché nel frattempo avrebbe già rinunciato.

Ancora a un altro Pio toccò regnare in tempi maledetti. A Pio XII spettò affrontare l’epoca della grandi dittature ideologiche, il comunismo e il nazismo. Essendo la Seconda Guerra mondiale giunta al punto di non ritorno, avendo sentore dell’attività sotterranea della Santa Sede a danno del nazismo, Hitler mise nero su bianco un piano segreto per invadere il Vaticano e deportare in Germania il papa. Pacelli lo seppe. E subito preparò delle bolle, che consegnò a pochi fedelissimi come il cardinale Maglione e suor Pascalina: erano l’atto di rinuncia in caso di arresto per mano nazista. E precisò loro: “Vengano pure a portarmi via. Ma dovranno incatenarmi; non basta, mi devono trascinare fuori incatenato, perché io di mia volontà non mi muovo da qui. E anche qualora mi trascinassero fuori incatenato, si ritroverebbero a trascinare in Germania il cardinale Pacelli, che conta niente, non Pio XII". In realtà, i suoi propositi di dimissioni non si fermarono qui. Passata la guerra, venuti tempi apparentemente migliori, aumentati gli anni, diminuita la salute, aveva seriamente prospettato a suor Pascalina il suo proposito di presto o tardi dimettersi, e ritirarsi in un monastero immerso nel verde che con cura aveva scelto. In Svizzera.

Si arrivò a Paolo VI. Quando a Concilio chiuso, invece che una giornata di sole, come ci si aspettava, ne era giunta una “plumbea”, a smentire ogni facile ottimismo. E per giunta, “il fumo di satana da qualche fessura” era entrato nel Santo Edificio. La terra sembrò aprirsi sotto i piedi di Paolo. Ormai stanco, deluso, pieno di amarezza, con la salute sempre più flebile e le artrosi che non gli davano pace, con un papato giunto ai minimi storici di prestigio, prossimo agli 80, aveva praticamente preso la sua decisione. Aveva intenzione di rinunciare e ritirarsi in solitudine nell’abbazia di Montecassino, sotto il suo pontificato inaugurata, dopo la ricostruzione. Ne volle parlare per scrupolo col suo amico, il gran filosofo cattolico e accademico di Francia Jean Guitton. Il quale, turbato ma fermo, rispose: “Santità, il papato non è una carica, è una paternità. Non ci si dimette da una paternità”.







Caterina63
00domenica 24 febbraio 2013 22.37


[SM=g1740758] IL CONCLAVE......

Verso il grande appuntamento dell'elezione del nuovo Papa. Storie e aneddoti
Maria Chiara Giorda *
Roma

La regola della maggioranza dei due terzi per l’elezione del papa stabilita nel 1179 (costituzione Licet de vitanda di Alessandro III) aveva portato all’eliminazione di numerosi inconvenienti, ma ebbe come conseguenza alcuni effetti collaterali quali periodi di vacanza lunghissimi e una resistente ingerenza da parte del potere imperiale che in alcuni casi arrivò a trattenere come prigionieri i cardinali ostili ai propri disegni. Anche il popolo della cristianità romana trovò il modo di fare sentire l’esigenza di vedere garantito il vertice ecclesiastico in tempi rapidi: se la chiesa doveva essere governata regimen unius personae, chi doveva provvedervi andava piuttosto costretto a farlo.

Mutuando un rude sistema di accelerazione delle pratiche da altri procedimenti civili, nel 1216 i cittadini di Perugia, alla morte di Innocenzo III, costrinsero i cardinali a eleggere il pontefice mediante una clausura forzata; nel 1241, alla morte di Gregorio IX, il senato romano guidato da Matteo Rosso Orsini, rinchiuse nei ruderi carcerari del Septizonio di Settimio Severo, alle pendici del Palatino, i dieci cardinali presenti a eleggere il papa, poiché non trovavano un accordo sul nome. Quasi torturati da guardiani violenti, i cardinali dovettero superare le esitazioni che erano state indotte da Federico II di Svevia che voleva un papa favorevole al suo disegno di unificare la corona imperiale e quella di Sicilia.

Fu questo il primo caso di conclave, ma l’indisponibilità ad accettare e a formalizzare tale metodo come regola fu totale.


Alla morte di Clemente V (1268), dopo diciotto mesi di deliberazioni, i diciassette cardinali aventi diritto furono murati nel palazzo papale di Viterbo e portati allo stremo fisico, con limitazioni nel cibo, ridotto a pane e acqua e introdotto dall’alto dopo che era stato rimosso il tetto per ordine del podestà della città. La manovra fu subita, ma solo dopo la fine del blocco e il restauro del palazzo, dopo due anni, nove mesi e due giorni, i cardinali elessero il nuovo papa Gregorio X. Alcuni anni più tardi, attraverso la costituzione Ubi periculum nel 1274 (concilio di Lione) fu regolata la reclusione e fu istituito il conclave: i cardinali elettori del papa dovevano essere rinchiusi nel luogo della morte del papa, dopo un massimo di dieci giorni di lutto.

Dovevano avere vita comune durante gli scrutini e una dieta regolata in progressione di austerità (trascorsi tre giorni in cui erano nutriti in modo ordinario si passava a un pasto al giorno per cinque giorni, per arrivare a un digiuno di pane e acqua). Fu inoltre limitata la corrispondenza con l’esterno e vietata la possibilità di manovre finanziarie, di accesso alla cassa e di assunzione di impegni di spesa. Tali norme furono tuttavia abolite per l’eccessivo rigore nel giro di pochi anni e ripristinate soltanto alla fine del XIII secolo.

* Ricercatrice di storia del cristianesimo

http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/conclave-22591/

[SM=g1740771]

Caterina63
00domenica 10 marzo 2013 21.55

[SM=g1740758] L’una e l’altra chiave del Regno. Una breve storia dei conclavi

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CONCLAVE:

per conoscerlo meglio, per scoprire che il vero “mistero” non sta nelle alleanze umane, ma in quell’altrove… dove Qualcuno “atterra e suscita”

L’evento di un Conclave ha sempre richiamato l’attenzione di tutto il mondo fin dal primo secolo. Come avveniva nei primi tempi? Come riuscivano uomini, compromessi e talora intrighi di palazzo ad eleggere pontefici che poi, spesso, diventavano grandi santi? In tutta questa storia qui, si intravede davvero il soffio dello Spirito Santo. Laddove gli uomini imponevano spesso i propri prescelti, alla fine è sempre prevalso il vero Capo, Gesù Cristo, che ha dato alla sua Chiesa pontefici che hanno saputo infine rigare diritti, al di là delle elezioni controverse. Lunghe ed estenuanti sedi vacanti superate con i più semplici espedienti, come quello di mettere letteralmente a pane e acqua i cardinali, o scoperchiare il tetto a Viterbo, o scomunicare quanti si dedicavano alle scommesse sul futuro Papa. Il Conclave si rivela così in tutta la sua grandezza: ha sempre sapientemente unito l’umano al divino, docili al soffio dello Spirito. Che avrebbe innalzato l’umano.

di Tea Lancellotti dal sito papalepapale.com

Di storie e storiografie sul Conclave ce n’è a palate: perciò non vogliamo  ripetere qui cose risapute. Ma un breve excursus sarà utile a tutti, cercando di offrire magari qualche particolare inedito.

Partiamo dal fatto che il Conclave, così come lo conosciamo oggi, non risale a duemila anni fa e il fatto che questa struttura si sia ben articolata nel tempo, cambiando in meglio e offrendo maggior sicurezza e garanzie, non toglie nulla al concetto di Tradizione attraverso la quale abbiamo ancora oggi un Conclave per l’elezione del Successore di Pietro.

Nei primi 400 anni della Chiesa – afflitta da dure persecuzioni e quando i papi si succedevano perché sovente venivano fatti prigionieri, esiliati o uccisi -  l’elezione era piuttosto spicciola e se ne occupava direttamente il clero di Roma con il popolo romano, il quale aveva anche una profonda familiarità con il proprio vescovo, sia quando lo rispettava sia quando lo accusava di qualche malefatta.

Molte volte questa elezione non avveniva affatto in modo pacifico. Tuttavia, ciò che ci racconta la storia è proprio l’importanza che questa elezione aveva a tutti i livelli e per tutto il mondo allora conosciuto. L’eco dell’elezione del papa raggiungeva inspiegabilmente tutti i confini della terra: lo stesso mondo pagano da subito riconobbe l’importanza dell’elezione del Vescovo di Roma. Il tutto avveniva in modo, diremmo, rudimentale, spesso senza regole, e tante volte viziato da interessi politici. E proprio l’assenza di regole rigide fu spesso la causa principale dei frequenti scismi e del moltiplicarsi di antipapi.

Nei primi secoli, l’elezione del “Sommo Pontefice” non differiva di molto dalle elezioni dei vescovi nelle proprie sedi vescovili. Dall’epistolario di San Cipriano, per esempio, abbiamo notizia dell’elezione di Cornelio avvenuta nel marzo del 251, fra tumulti e guerriglia provocati da Novaziano che si era autoproclamato papa. Cornelio venne proclamato papa dal Clero Romano e dal popolo, con i vescovi che si limitarono a confermare la scelta.

 RE E IMPERATORI SI IMPICCIANO DELL’ELEZIONE DEL PAPA

Carlo Magno: da lui in poi l’interesse per l’elezione del papa crebbe a dismisura presso l’autorità imperiale.

I primi cambiamenti li troviamo a partire dal quarto secolo, dopo il Concilio di Nicea, quando si diede la regola che il papa dovesse essere eletto esclusivamente dal clero romano e che il popolo e l’aristocrazia avrebbero potuto confermare tale elezione.

Il candidato doveva avere i requisiti richiesti dal Vangelo: doveva essere un uomo pio e di sani principi e aver passato i gradi della gerarchia. La prassi voleva anche che l’elezione del nuovo papa avvenisse dopo tre giorni dalla morte del predecessore e che la consacrazione dovesse avvenire la domenica successiva. Naturalmente tali termini erano ben lungi dal poter essere rispettati e questo per molti ed ovvi motivi.

Certo è che la prassi ha sempre favorito una brevissima anziché lunga ed estenuante Sede Vacante e questo proprio a causa dei tumulti, degli interessi che crescevano dietro una elezione, delle faziosità, nonché del rischio di avere degli antipapi. E’ proprio le lunghissime sedi senza pontefice furono causa dei maggiori problemi per la Chiesa, al punto da dover sollecitare l’intervento dell’autorità imperiale per convalidare un’elezione o per contrastarla nel caso di antipapi. Ma la stessa autorità imperiale ben presto dimostrò di non essere in grado di occuparsi di un’elezione così particolare: è il caso dell’imperatore Costanzo che, nell’anno 355, mandò in esilio il papa legittimo Liberio, patrocinando lui stesso l’elezione dell’antipapa Felice.

L’autorità imperiale intervenne anche, nell’anno 418, quando Bonifacio I chiese all’imperatore Onorio che lo aiutasse a liberarsi dell’antipapa Eulalio. O ancora quando l’eletto – e questo avvenne più volte – dovette chiedere all’imperatore la “iusso” per l’ordinazione, versando alla cancelleria una congrua tassa, e il benestare dell’Esarca di Ravenna. Tutte ingerenze che cessarono con Gregorio III nell’anno 731.

Con Carlo Magno e la nascita del Sacro Romano Impero le cose non andarono meglio. Cominciarono a scendere in campo anche fazioni cittadine, capitanate dalle grande famiglie romane, che imponevano i propri rampolli sul Soglio. Senza dubbio,  molti di loro furono anche eccellenti pontefici, tanto da diventare Santi, ma è anche vero che l’esigenza e la necessità di dare delle regole al Conclave si facevano sempre più pressanti.

All’atto pratico, diciamoci la verità, la battaglia per l’elezione del pontefice si faceva sempre più agguerrita e senza esclusioni di colpi: inutile nascondere che non di rado si finiva per eliminare il pontefice eletto attraverso l’uso di potenti veleni… (o almeno così vogliono le leggende nere dell’epoca, quasi sempre senza fondamento storico).

UN PRIMO TENTATIVO DI SOLUZIONE: L’ELEZIONE PER MAGGIORANZA. LE TRIBOLAZIONI DI UN “ELETTO A FUROR DI POPOLO”

Papa Gregorio VII: eletto a furor di popolo… e poi cacciato, da incolpevole, con il benestare del popolo. Quando si dice “la coerenza…”

Dunque, nel quinto secolo, abbiamo un primo tentativo da parte di Papa Simmaco, sardo di origine, e pontefice dal 498 all’anno 514, divenuto poi santo, di stabilire delle regole per l’elezione del Successore di Pietro. In sostanza ottenne solo che il sinodo romano non trattasse della successione del Papa mentre questi era ancora in vita e regnante e che, qualora i pareri sulla candidatura fossero diversi, prevalesse “sententia plurimorum”, ossia la decisione della maggioranza. Due norme che, come la storia ci dimostrerà, furono  regolarmente disattese.

Si deve attendere così Niccolò II, di origine francese e vescovo di Firenze, che, diventato papa  nel 1058 e avendo dovuto spodestare un antipapa, per avanzare opportunamente con delle regole più vincolanti per l’elezione del Pontefice.

Nel sinodo lateranense del 1059, egli promulgò il primo ed importante decreto elettorale: si stabiliva che le elezioni papali dovevano essere conformi ai principi dei riformatori. Per evitare poi la simonia dovevano essere per primi i cardinali vescovi, con piena efficacia giuridica, a scegliere il nuovo Papa; dopo dovevano essere interpellati tutti gli altri cardinali e infine potevano esprimere il proprio consenso tutti gli altri ecclesiastici e il popolo. Se le circostanze lo avessero reso opportuno, e si fossero verificate condizioni talmente gravi da non trovare fra i candidati prelati il futuro papa, i cardinali vescovi potevano scegliere un chierico non romano e tenere persino le elezioni fuori Roma. Nel decreto era scritta anche la clausola che concedeva all’imperatore il diritto di esprimere la sua approvazione; tale diritto tuttavia, per evitare ingerenze politiche, doveva rinnovarsi ad ogni nuovo imperatore e, in caso di abuso, la Chiesa stessa poteva revocarlo.

Questo era un buon decreto di passaggio fra il vecchio sistema e quello nuovo, ma che non raggiunse lo scopo che Niccolò si era proposto. Fu, infatti, letteralmente ignorato e proprio per l’elezione del suo successore, nel 1061, Alessandro II, il quale dovette presentarsi, nel 1064, davanti al sinodo di Mantova, e paradossalmente presiederlo, per discolparsi dall’accusa di simonia; riuscì così a far riconoscere la sua innocenza e prestò un giuramento di purificazione…

Una curiosità: dopo la morte di Alessandro II, il 22 aprile del 1073 viene eletto a furor di popolo il priore del Monastero dell’abbazia di san Paolo, tale Ildebrando, grande timorato di Dio nei costumi. Tale elezione non rispettò il decreto emanato da Niccolò, ma come non approvare una tale elezione? Ildebrando di Soana divenne Papa con il nome di Gregorio VII e fu anche santo, dopo aver regnato per 12 anni portando grandi riforme nella Chiesa. A lui si deve la prima grande opera sulla difesa del Primato Petrino, i “Dictatus Papae, nei quali  contemplava non solo la santità del Papa nel suo specifico ruolo derivante direttamente da san Pietro, ma anche la sua supremazia su tutte le autorità tanto temporali quanto spirituali, e perfino il diritto di deporle. Inoltre, emanò un decreto con il quale si vietava ai laici l’ingerenza nella elezione dei vescovi. Questo provocò polemiche ma non certo nel popolo: le rimostranze furono dei politici e, soprattutto, di re Enrico IV che vedeva sfumare la possibilità di nominare vescovi a lui compiacenti. Così i vescovi lombardi, con il re ed altri vescovi tedeschi, elessero nel 1080 l’antipapa Clemente III.

E il popolo? Facilmente persuadibile, inneggiava ora all’uno ora all’atro. Come abbiamo detto, Ildebrando fu eletto a furor di popolo. Ma, alla discesa di Enrico nel 1084 a Roma, Papa Gregorio fu costretto a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo, altrettanto a furor di popolo (forse perché messo sotto scacco), e Papa Clemente III fu dichiarato legittimo. Clemente incoronò Enrico imperatore in san Pietro. Tutto ciò si consumò nel giro di un mese, quando le truppe del Duca di Puglia, Roberto il Guiscardo, insieme alle truppe normanne, fecero sentire il loro arrivo. Enrico allora abbandonò immediatamente Roma e l’antipapa, dato che era anche arcivescovo di Ravenna – che nel frattempo era diventato luogo di libelli contro Papa Gregorio – fece ritorno alla sua sede.

Infine, Papa Gregorio pagò a duro prezzo la sua liberazione perché, a causa delle violenze commesse dalle truppe del Guiscardo, il popolo si accanì contro di lui ed egli dovette andare in esilio a Salerno, dove morì attestando che aveva amato la giustizia e odiato l’iniquità “e perciò muoio in esilio”. Anche se i suoi sforzi sembrarono sfociare in un completo fallimento, le idee per cui lottò erano destinate a prevalere, grazie all’opera dei suoi successori, e servirono a modellare un’autentica riforma del cristianesimo occidentale, a cui più tardi contribuirono anche altri grandi santi.

Abbiamo divagato, ma queste pagine di storia sono comunque collegate ad uno sviluppo delle norme dei conclavi successivi e alle modalità di scelta del pontefice. Come ha ribadito giustamente Benedetto XVI, lo Spirito Santo non sta lì a dettare il nome del futuro Vicario di Cristo, Egli illumina nella scelta, dirige in molti modi le Sue azioni e i cardinali devono prestarvi attenzione attraverso un clima di preghiera, rispetto, giustizia nei confronti della Chiesa e del gregge, dialogo e confronto con gli altri, alimentando l’onestà nella scelta e lasciandosi guidare appunto dal Suo soffio vivificante.

ARRIVANO LE COSTITUZIONI PER IL CONCLAVE CON REGOLE VALIDE ANCORA OGGI

Papa Alessandro III: propose un ottima Costituzione contro la piaga degli antipapi, ma proprio nel suo periodo ce ne furono ben quattro.

Arriviamo così al Concilio lateranense del 1179, con Papa Alessandro III che emana la Costituzione “Licet de vitanda”, con la quale si decide di eliminare ogni ulteriore ingerenza ed intromissione nell’elezione del pontefice da parte del popolo. Quest’ultimo, infatti, non sempre aveva dimostrato fedeltà, ma piuttosto aveva spesso fatto vedere il suo essere volubile alle mode del momento e facilmente circuibile dalle pressioni dei potenti e prepotenti del momento. La Costituzione stabilisce che l’elezione del pontefice passa direttamente all’esclusiva competenza dei cardinali.

E’ la prima norma basilare ancora oggi valida, tranne che per l’introduzione del limite dell’età dei porporati ammessi al Conclave disposta da Paolo VI. Nel decreto, Papa Alessandro III stabiliva anche, migliorandola,  la norma che fissava la maggioranza di due terzi dei voti quale soglia minima per essere eletti, norma ancora oggi riconfermata.

Queste norme non impedivano certo l’elezione di antipapi – proprio in questo pontificato ce ne furono ben quattro – ma almeno davano più garanzia al legittimo pontefice e responsabilizzavano di più il Collegio Cardinalizio.

La Licet de vitanda fu molto efficace contro gli scismi: nonostante gli antipapi, di fatto non si verificarono gravi rotture. Questo, naturalmente, fino al grande scisma d’Occidente, avvenuto in condizioni eccezionali e storicamente diverse, senza alcuna responsabilità storica della Costituzione di Alessandro III che, ripetiamo, mantiene tuttora il suo fondamento.

Si discute ancora oggi dell’efficacia della maggioranza dei due terzi richiesta per l’elezione del pontefice poiché questa rendeva ancora più difficile l’elezione del Papa in tempi ristretti, laddove il coagulo dei consensi era lontano. Sui lunghi periodi trascorsi dai cardinali in Conclave nell’indecisione più totale, la storia è talmente ricca da aver dato origine a molti aneddoti e estenuanti Sedi Vacanti.

CONCLAVI ESTREMI? ESTREMI RIMEDI

San Bonaventura: fu lui a suggerire di chiudere a chiave i cardinali. Crudeltà? No. Sapienza cristiana.

L’aneddoto più famoso di tutti è certamente quello accaduto dopo la morte di Clemente IV, il 29 novembre del 1268. I diciotto cardinali che componevano allora il Sacro Collegio e che si erano riuniti a Viterbo, non riuscivano a trovare una intesa per il successore. Dopo ben diciotto mesi dovette intervenire un santo, Bonaventura, che suggerì ai cittadini di chiudere a chiave i cardinali riuniti. Da qui il termine con-clave (=chiusi a chiave) affinché, isolati e al di fuori dalle influenze di fazione, e avendo anche più tempo per stare in preghiera, potessero finalmente dare alla Chiesa il suo Pontefice. Neppure questo, però, valse a risolvere il problema. Così, trascorso un altro anno, il podestà e il capitano delle milizie, che erano custodi del Conclave, scoperchiarono il palazzo e misero i cardinali letteralmente a “pane e acqua”.

Finalmente dopo due anni, nove mesi e due giorni, fu eletto Gregorio X.

Anche lui apportò delle norme per il Conclave con la Costituzione Ubi periculum del 7 luglio 1274, con la quale si ordina che, dopo la morte del papa, i cardinali attendano dieci giorni gli assenti. Oggi questa norma è stata modificata e da dieci si è passati a quindici giorni. Inoltre, in questo periodo, per nove giorni dovevano essere tributate solenni esequie al pontefice scomparso. Sono i “novendiali” ancora oggi mantenuti nelle regole della Sede Vacante.

Questa Costituzione di Papa Gregorio composta da 15 articoli, annovera al V° articolo questa curiosità: “Passati i tre giorni dopo l’ingresso dei cardinali in Conclave, se non sarà fatta l’elezione del nuovo Pontefice, i prelati e gli altri deputati alla guardia del Conclave dovranno impedire che nei seguenti cinque giorni si imbandisca la tavola dei cardinali con più di un piatto sì al desinare come alla cena e, decorsi questi cinque giorni, da allora in poi non permetteranno loro altro che pane e acqua sino a tanto che termineranno di fare l’elezione”.

I pontefici che man mano tentarono di migliorare le regole per il Conclave erano mossi non soltanto da una estenuante esperienza diretta, ma soprattutto da amore verso la Chiesa. Immensi danni, infatti, derivavano da queste lotte intestine, per il prolungamento di Sede Vacanti, durante la quale la Chiesa non poteva lavorare a pieno ritmo e promulgare atti solenni.

Così Papa Gregorio dava otto giorni di tempo per eleggere il nuovo papa: dopodiché, messi a pane e acqua, i cardinali sarebbero stati “ispirati” dallo Spirito… per mezzo della fame.

NESSUNO SI AVVICINI AI CARDINALI IN CONCLAVE

Papa Celestino V: il papa del “gran rifiuto”, paradossalmente, si preoccupò molto delle modalità di elezione del pontefice.

Questa Costituzione è stata poi sostanzialmente la base dell’elezione del Sommo Pontefice per sei secoli e anche le attuali e moderne Costituzioni, da Pio XII fino a Benedetto XVI, sono riprese in gran parte da quella di Gregorio X: finanche il medesimo spirito non è stato disatteso.

Infatti alla regola tre dell’ Ubi periculum Gregorio X imponeva quanto segue: “Non vi sia accesso alcuno ai cardinali rinchiusi in Conclave; niuno con questi possa parlare segretamente, né questi possono ricevere veruno fuori di quelli che col permesso di tutti i presenti vi saranno chiamati per il solo fine dell’elezione; niuno possa mandare ambasciatori o scritture ai cardinali, né ad alcuno dei conclavisti, sotto pena di scomunica”.

Si concedeva esclusivamente che si lasciasse una finestra aperta “per la quale si possa introdurre comodamente il vitto ai cardinali, ma non vi possa essere l’ingresso ad essi per chicchessia”.

Insomma, se le regole precedenti venivano disattese, qui il cambiamento radicale fu dato da quella parola importante: “sotto pena di scomunica”. Con questa affermazione non si dava più un’interpretazione liberale o opzionale al decreto di elezione. La sua applicazione diventava vincolante ed obbligatoria: una vera svolta per l’elezione del Pontefice.

Tuttavia ci vollero vent’anni prima che questa Costituzione entrasse a buon diritto nel Diritto Canonico. Infatti, dopo la morte di Gregorio X, cadde sulla Chiesa un anno nefasto. Morirono uno dietro l’altro bene tre papi: Innocenzo V, che fu eletto dopo un solo giorno di Conclave e durò cinque mesi; Adriano V, che visse trentotto giorni dopo l’elezione; Giovanni XXI, portoghese, che durò pochi mesi.

Sia Adriano che Giovanni sospesero la Ubi periculum, ritenendo che ci fosse bisogno di più tempo per eleggere un nuovo papa e si ritornò ai conclavi di non breve durata, come per Niccolò IV in cui furono impiegati dieci mesi e mezzo e alla sua morte, avvenuta il 4 aprile 1292, la Sede fu vacante per due anni e tre mesi, ripetendo la medesima vicenda avvenuta per l’elezione di Gregorio X.

Così Celestino V (successore di Niccolò IV e il Papa che fece il “gran rifiuto”) non esitò con tre Bolle a far ritornare in pieno vigore la Ubi periculum:

- Quia in futurum 28.9.1294; la Pridem del 27.10.1294 e la Costitutionem del 10.12.1294.

E’ curioso: il Papa del “gran rifiuto”, che dopo appena cinque mesi dall’insediamento operò la rinuncia, non se ne andò senza prima aver sistemato l’urgente problema dell’elezione del pontefice e agendo con grande coraggio e determinazione. Il suo successore, Bonifacio VIII, venne eletto dopo un giorno di Conclave. A lui si deve non solo la conferma della Ubi periculum, ma persino il suo inserimento nel libro del Corpus iurus canonici, dandole così definitiva validità. Una validità giunta fino ai giorni nostri e che non ebbe scossoni neppure nel tormentato periodo della cattività avignonese.

LA SEGRETEZZA E LO STOP ALLE SCOMMESSE

Scommettere sull’elezione del papa: ieri come oggi.

La “segretezza” del Conclave è una regola successiva, entro la quale era compresa anche la questione del “luogo” più adatto a queste e più sicuro per riunire l’assise.

Non c’è una data precisa, ma ci aggiriamo intorno agli inizi del XIV secolo. Tuttavia da un Ordo Romanus attribuito al cardinale Cencio Savelli, futuro Onorio III, sappiamo che per oltre un millennio il luogo abituale per l’elezione del Pontefice, a parte i casi particolari o le trasferte spesso forzate, era una chiesa. Una chiesa nella quale, il terzo giorno dopo la tumulazione del pontefice, dovevano recarsi per celebrare la Messa “dello Spirito Santo”, e quindi procedere all’elezione. Si votava oralmente e a voce. L’atto che poi consacrava la scelta dei cardinali e dava così il valore canonico, era costituito dall’imposizione all’eletto del piviale rosso accompagnato dal canto del Te Deum.

Per ogni situazione venutasi a creare, difficile stabilire date precise se non dietro ciò che chiamiamo documenti, Costituzioni, Bolle… materiale ufficiale della Chiesa e perciò più sicuro che non le mille interpretazioni o supposizioni.

Per esempio, da una autobiografia di Papa Innocenzo III (1198-1216), apprendiamo che i cardinali riuniti in Conclave ascoltavano prima una esortazione, una sorta di predicazione sul grave Ufficio al cui adempimento si stavano apprestando, con l’invito a provvedervi in spirito di concordia, ecclesialità e amore per la Chiesa e il gregge che attendeva un pastore; manifestando tale impegno con la preghiera in ginocchio e con il bacio di pace che essi si dovevano dare. Qui, spiega Innocenzo, si votò per iscritto. Vi si trovano tracce delle schede elettorali nella citazione di particolari, come quella in cui si legge che i suffragi dei singoli cardinali furono raccolti “in scriptis redactis”.

Innocenzo descrive anche il dopo dell’annuncio dell’elezione del nuovo pontefice: “…. si era raccolta una moltitudine di gente fra clero e popolo, che con grande gioia accolsero la notizia dell’elezione, dopo di ché accompagnò in corteo il nuovo Papa al palazzo del Laterano, dove si svolse la cerimonia detta “ammantatio”, ossia la vestizione con il piviale rosso e il canto del Te Deum”

Possiamo dire che la clausura dei cardinali divenne abituale dal XIII secolo e che la Costituzione Ubi periculum la sancì in via definitiva, tant’è che ancora oggi è non solo complessivamente valida, ma per certi aspetti applicata con norme più severe e sempre con il rischio di essere scomunicati.

Un’altra curiosità è data dalle “scommesse” sul futuro Papa. Oseremo dire “nulla di nuovo”: laddove c’è olezzo di danaro, lasciarsi contagiare è spesso inesorabile.

Nel 1562, con Papa Pio IV, ci si rese conto che le Costituzioni per l’elezione del Pontefice erano davvero centuplicate a tal punto che il Papa decise di fare un’unica Costituzione dal titolo In elegendis. In essa vennero raccolte, unificate tutte le varie regole sparse in altri documenti. Egli vi aggiunse il meccanismo per l’elezione, ossia i tre modi principali, o criteri, con i quali votare: per ispirazione (quindi pregando); per compromesso, laddove la maggioranza dei due terzi non venisse raggiunta; per scrutinio segreto. Infine condannava senza mezzi termini il malcostume scandaloso di fare scommesse sul futuro Papa, da parte dei nobili ma anche del popolino.

Le scommesse erano arrivate a livelli inaccettabili tanto che taluni scommettitori, pur di non perdere le ingenti somme puntate, arrivavano a premere sui cardinali, spesso anche con il ricatto o con promesse di futuri favori, pur di vincere le scommesse.

Più duro fu Papa Gregorio XIV con la Bolla Cogit nos del 1591 con la quale stabiliva la confisca della posta in gioco, anche se non fosse stata pagata, destinata a beneficio delle opere pie. Inoltre stabilì la pena della scomunica per quanti vi fossero coinvolti, una dura scomunica che solo il pontefice avrebbe potuto togliere e non una semplice confessione privata. Per gli ecclesiastici coinvolti la pena era, oltre la scomunica, anche la dismissione dal ruolo che occupavano e addirittura l’impossibilità di ricoprire altri incarichi in futuro.

Oggi come sappiamo ci sono i book-makers che puntano anche cifre esorbitanti, senza che la Chiesa possa più opporsi, ma per i fedeli scommettere è di per sé un peccato: la responsabilità di una coscienza retta dovrebbe indurli a desistere da questo malcostume.

Con la Costituzione Decet Romanum Pontificem del 12.3.1622 Papa Gregorio XV fissò definitivamente le regole del Conclave e il cerimoniale che doveva essere seguito. Due sono le disposizioni di rilievo: la disposizione tassativa di non procedere all’elezione se non all’interno del Conclave e il divieto assoluto ai cardinali di autovotarsi. Per verificare questa seconda disposizione, ogni scheda che comunque era segreta, aveva una speciale linguetta di controllo: solo il Papa eletto aveva l’obbligo di consentire ad un controllo per l’identificazione della scheda. Certo, era chiaro che un atteggiamento del genere denotava la scarsa fiducia che si aveva nei componenti del Collegio Cardinalizio: questa prassi poi lentamente venne tralasciata dai futuri pontefici.

A quanti poi accusano la Chiesa di ogni colpa, raccontiamo questo particolare curioso. Furti, omicidi, rapine, imbrogli… caratterizzavano spesso i momenti che precedevano l’elezione del nuovo Papa. Gli studiosi hanno osservato che questi fatti incresciosi aumentavano in quel periodo perché vi era la certezza dell’impunità, dal momento che con il nuovo Papa si era soliti concedere sempre una generosa amnistia. Giacinto Gigli, autore di un diario sull’elezione di Urbano VIII (1624), annota che: “i disordini erano quali niuno che viveva si ricordava di avere mai visto. Non passava giorno senza molte questioni, risse, omicidi, tradimenti. Trovavansi molti uomini e donne uccisi in diversi luoghi; et molti furono ritrovati e raccolti senza testa, che erano stati in quel modo gettati nel Tevere…”

LE RIVOLUZIONI NON FERMANO I CONCLAVI, CHE,  ANZI, MIGLIORANO

San Pio X: quando il Conclave fa perdere la pazienza pure ad un santo…

E veniamo così al nostro tempo, dopo l’unità d’Italia.

Effettivamente dal 1600, dopo Urbano VIII, non troviamo più modifiche importanti riguardanti il Conclave. Dobbiamo arrivare alle tre Costituzioni del beato Pio IX per risentire parlare del Conclave: In hac sublimi del 23.8.1871; Licet per apostolicas dell’8.9.1874; e la Consultari del 10.10.1877.

Data la situazione di quel momento e i rapporti interrotti tra il Vaticano e lo Stato italiano, si resero necessarie ulteriori norme dirette a garantire la libertà e l’integrità del Conclave. C’era intoltre da considerare la nuova situazione in cui veniva a trovarsi il Romano Pontefice “esiliato” in Vaticano e privato non solo della sua libertà ma anche dell’uso libero delle basiliche romane che servivano per le grandi celebrazioni liturgiche come il Laterano e la Scala Santa per la Settimana Santa.

A questa sacrosanta libertà miravano i nuovi decreti di Pio IX, il cui regolamento venne poi pubblicato da Leone XIII che lo unì alla sua Costituzione Praedecessores nostri del 24.5.1882. Era da risolvere definitivamente anche l’ingerenza dei laici, niente affatto inferiore per tracotanza e peso a quella dei regnanti, in materia ecclesiale e per l’elezione del Romano Pontefice. Da questo momento in poi, il conclave, come sappiamo, non uscirà più dal Vaticano mentre altri conclavi, come quello che elesse lo stesso Pio IX furono svolti al Quirinale, anche questo confiscato alla Chiesa.

L’esempio più famoso e clamoroso di tale ingerenza si ebbe nel conclave successivo alla morte di Leone XIII, che si tenne appunto nel 1903, e che vide a sorpresa eletto il trevigiano Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia. L’Arcivescovo di Cracovia, cardinale Puzyna, si alzò per esercitare il diritto di veto su Rampolla, favorito, per conto dell’imperatore d’Austria e Re d’Ungheria, Francesco Giuseppe. Parlando in latino, il porporato si dichiarò investito di potere per “imporlo con sommo dolore”. Nonostante non fossero dei novellini a questi giochi, tutto il Collegio Cardinalizio si indignò di fronte a questa pretesa di ingerenza ai danni della Chiesa intera e della libera volontà del Sacro Collegio.

C’è da dire che tutte queste notizie non sarebbero mai dovute uscire fuori dal Conclave, e probabilmente anche noi qui non avremmo avuto nulla da scrivere a riguardo, ma il minuzioso diario del Cardinale Francois Desirè Mathieu, pubblicato in varie lingue  il 15.3.1904- con la firma anonima “Un testimone” -  fece perdere la pazienza persino al più pacifico e mite dei pontefici, diventato poi Santo, san Pio X, Giuseppe Sarto, che non solo si indignò per la fuoriuscita di particolari, che per altro avrebbero potuto mettere la Chiesa e i fedeli in gravissime difficoltà, ma si accinse a dare disposizioni immediate nella Costituzione Vacante Sede Apostolica del 25.12.1904, affinché un fatto del genere non potesse più verificarsi.

I successivi Pontefici appesantirono tali disposizioni tanto da ordinare e prescrivere che tutto il materiale riguardante il Conclave, compresi i foglietti, le schede e gli appunti, venisse bruciato prima che i cardinali uscissero dal Conclave.

Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, mitigarono questo divieto, tolsero l’obbligo di bruciare tutto il materiale, ma si mantennero fermi sull’obbligo del silenzio pena la scomunica immediata e la perdita del ruolo ecclesiastico.

E GIOVANNI PAOLO II, IN VERSI, RIFLETTE SUL CONCLAVE

Trittico Romano: Papa Giovanni Paolo II, guardando la Capella Sistina, ha un pensiero anche per il Conclave.

Nel Trittico Romano, libro di poesie di Giovanni Paolo II ispirato alla Cappella Sistina, l’allora cardinale Ratzinger, nella prefazione, ricordando gli ultimi Conclavi e rivolto, quasi profeticamente, al conclave che poi lo avrebbe visto Successore di Pietro, così scriveva e di certo ammoniva nel 2003:

“Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei Conclave dell’agosto e dell’ottobre 1978.

Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità.

Il Papa parla ai cardinali del futuro Conclave “dopo la mia morte” e dice che a loro parli la visione di Michelangelo. La parola Con-clave gli impone il pensiero delle chiavi, dell’eredità delle chiavi lasciate a Pietro. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni.

Si ricordano così le parole di Gesù, il “guai” che ha rivolto ai dottori della legge: “avete tolto la chiave della scienza” (Lc 11, 52).

Non togliere la chiave, ma usarla per aprire affinché si possa entrare per la porta: a questo esorta Michelangelo”.

Al nuovo Pontefice assicuriamo Preghiere

Ad maiorem Dei gloriam

 

NOTA

* Invitiamo a leggere l’ultima Costituzione sul Conclave, la Universi Dominici Gregis di Giovanni Paolo II, al cui interno si trovano le ultime aggiunte fatte da Benedetto XVI.

* le fonti dalle quali abbiamo attinto per l’articolo sono due:

1. Grande Dizionario dei Papi – Oxford University Press di John N.D. Kelly

2. P. Francia – il Conclave del 2005


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Caterina63
00lunedì 11 marzo 2013 16.53
[SM=g1740733]altre curiosità.... sul Conclave....

I CONCLAVI DEGLI ULTIMI SECOLI

Città del Vaticano, 11 marzo 2013 (VIS). Di seguito pubblichiamo una cronologia a cura di Radio Vaticana, dei conclavi degli ultimi secoli, con alcune particolarità che si verificarono nel loro svolgimento.

Il conclave più lungo della storia moderna fu quello del 1740 per l'elezione di Benedetto XIV: si svolse dal 18 febbraio al 17 agosto: 181 giorni; gli elettori erano 51, 4 morirono nel corso del conclave.

Nel 1758 il conclave per l'elezione di Clemente XIII durò dal 15 maggio al 6 luglio (53 giorni). Entrarono in conclave 45 Cardinale elettori, ma nella votazione finale erano presenti soltanto 44.

L'elezione di Clemente XIV nel conclave del 1769 durò 94 giorni, dal 15 febbraio al 19 maggio e i Cardinali elettori furono 46.

Il Papa Pio VI fu eletto in un conclave che si svolse dal 5 ottobre 1774 al 15 febbraio 1775 (133 giorni). I Cardinali elettori erano 44, ma due morirono durante il conclave.

L'elezione di Pio VII ebbe luogo a Venezia e non a Roma che era occupata dalle truppe napoleoniche. Il conclave si svolse dal 1° dicembre 1799 al 14 marzo 1800 (105 giorni). Fu l'ultimo conclave fuori di Roma e vi parteciparono 34 elettori.

Nel 1823 Papa Leone XII fu eletto dopo 27 giorni (2 settembre - 28 settembre) e i cardinali elettori furono 49.

Nel 1829 il conclave per l'elezione di Pio VIII durò 36 giorni, dal 24 febbraio al 31 marzo e vi parteciparono 50 elettori.

Gregorio XVI fu l'ultimo Cardinale non vescovo eletto Papa. Il conclave per la sua elezione durò 51 giorni, dal 14 dicembre 1830 al 2 febbraio 1831 (51 giorni) e i Cardinali elettori furono 45.

I conclavi "brevi" cominciano nel 1846 con l'elezione del Beato Pio IX. 50 elettori lo eleggono Papa dopo un conclave della durata di tre giorni, dal 14 al 16 giugno.

Nel 1878 salì al soglio pontificio Leone XIII dopo un conclave di tre giorni, dal 18 al 20 febbraio al quale parteciparono 61 elettori. Il Cardinale John McCloskey, Arcivescovo di New York, primo Cardinale non europeo a far parte di un conclave arrivò troppo tardi per potervi partecipare.

Nel 1903 è eletto Papa San Pio X. Durante il conclave che lo elegge si esercita per l'ultima volta lo "Ius Exclusivae" (il diritto di veto che diversi monarchi cattolici d'Europa potevano esercitare nei confronti di un candidato al papato). In questa occasione fu l'Imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria che esercitò il veto sul Cardinale italiano Mariano Rampolla. Il conclave durò 5 giorni dal 31 luglio al 4 agosto. Parteciparono 64 elettori e vi furono 7 scrutini. Dopo la sua elezione San Pio X abolì il diritto di veto.

Nel 1914 il conclave che elesse Benedetto XV durò 4 giorni, dal 31 agosto al 3 settembre. Gli elettori furono 57 e gli scrutini 10. Rimasero fuori della porta della Sistina tre Cardinali nordamericani per essere arrivati tardi. Tuttavia per la prima volta partecipò un Cardinale latinoamericano.

Nel 1922 durante il conclave che elesse Pio XI rimangono fuori 2 Cardinali americani ed un canadese perché in ritardo. Si stabilisce allora la regola che dall'inizio della Sede Vacante i Cardinali dispongano di quindici giorni di tempo per giungere a Roma. Gli elettori questa volta sono 53. Il conclave dura 5 giorni, dal 2 al 6 febbraio e gli scrutini sono 7.

Nel conclave che elegge Pio XII nel 1939 partecipa il primo Patriarca di rito orientale, dopo lo scisma. Il conclave, il più breve, dura due giorni: dal 1° al 2 marzo. Gli elettori sono 62 e gli scrutini sono 3.

Il Beato Giovanni XXIII è eletto nel 1958. Per la prima volta partecipano al conclave Cardinali cinesi, indiani e africani. Gli elettori sono 51. Il conclave dura 4 giorni, dal 25 al 28 ottobre e gli scrutini sono 11.

Nel 1963 un conclave di 3 giorni, dal 19 al 21 giugno, al quale partecipano 80 elettori, elegge Paolo VI dopo 6 scrutini.

Nel 1978 il conclave che elegge Giovanni Paolo I è il primo al quale non partecipano i Cardinali che hanno compiuto 80 anni. Il conclave dura due giorni, dal 25 al 26 agosto, gli scrutini sono 4 e gli elettori 111.

Nel secondo conclave del 1978, dal 14 al 16 ottobre, (3 giorni) 111 elettori eleggono il Beato Giovanni Paolo II dopo otto scrutini.

Nel 2005 Benedetto XVI è eletto papa al quarto scrutinio di un conclave che dura 2 giorni, dal 18 al 19 aprile e che conta il maggior numero di Cardinali elettori della storia: 115.

Il conclave che inizia domani, 12 marzo, è il primo dal 1829 che si tiene in tempo di Quaresima.


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Ester mi ha segnalato questo brevissimo ma intenso ed interessante articolo che va ad arricchire l’articolo sopra, leggiamo di Mario Prignano:

Ecco. Per i credenti, il conclave è il momento in cui la Storia (la Storia della salvezza, e lo Spirito Santo che la anima) incontra le storie degli uomini e, misteriosamente, le illumina. Misteriosamente, cioè senza nascondere paure, debolezze, piccoli sotterfugi. Basta scorrere le cronache di una qualunque elezione pontificia per rendersene conto. Quella del 1378, tra innumerevoli altre, ha molto da insegnare.

La scena si svolge nel palazzo apostolico. Appena sedici cardinali, quasi tutti francesi, e un problema enorme: evitare di essere fatti a pezzi dai romani, contrari a qualunque papa che non sia “romano o almanco italiano”. Mentre i più scalmanati già prendono a colpi d’ascia le porte del conclave (e vengono in mente certe pressioni della stampa oggi…) in alcuni all’interno balena l’idea: fingiamo di avere eletto l’unico romano tra noi e diamolo in pasto ai suoi concittadini.
La messinscena sacrilega funziona solo perché il poveretto è vecchio, pieno di acciacchi e del tutto incapace di opporsi.
Ma non dura.
Il giorno dopo i romani riassaltano il palazzo più inviperiti di prima. La scelta dei cardinali cade quindi su un semplice arcivescovo, napoletano di nascita, che decide di chiamarsi Urbano VI. Soddisfatto il popolino, però, i porporati si accorgono di avere fatto male i conti su tutto il resto: tra i piedi si ritrovano un papa per nulla acquiescente, a tal punto diverso da come l’hanno immaginato, da sentirsi in diritto di deporlo ed eleggerne un altro. Dove sia finito lo Spirito Santo e chi sia il vero Vicario di Cristo nessuno sa dirlo.
Tranne una donnicciola appena trentenne, analfabeta, figlia di un tintore. Costei osa l’inosabile: apostrofa i cardinali «matti», perché con l’elezione di Urbano hanno dato al mondo la «verità» mentre per se stessi vogliono «gustare la menzogna». Arriva a definirli «adoratori del membro del diavolo», convinta com’è che lo Spirito Santo soffia dove vuole, perfino quando sembra costretto nelle circostanze di un conclave drammatico e violento come quello che ha eletto Urbano. È santa Caterina da Siena.

Riguardata oggi, in fondo, la sua lezione non pare dissimile da quella che Ratzinger ha consegnato a Peter Seewald nel libro Luce del mondo, laddove osserva che «se dipendesse solo dagli uomini, la Chiesa sarebbe già affondata da un pezzo». Magari il prossimo conclave sarà un’occasione per ricordarlo.

http://www.tempi.it/conclave-lelezione-rocambolesca-di-urbano-vi-e-la-caparbieta-dello-spirito#.UT3gWtaQV8E

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Caterina63
00venerdì 3 maggio 2013 10.59

[SM=g1740758] La Chiesa di Cristo o la chiesa del Papa?

02.05.2013 13:22

 

La Chiesa di Cristo o la chiesa del Papa?

 

Ennesima provocazione di un frasario modernista atto, però, a voler usare certi termini con l'intenzione di modificarne l'originaria sostanza.

Se c'è un punto fermo, ripetitivo fino all'ossessione è proprio il concetto espresso da Benedetto XVI dall'annuncio del suo ritiro in quel dire: "la Chiesa è di Cristo!"

Perché ripeterlo molte volte prima di ritirarsi?

Perché è evidente che da dopo il Concilio, volente o dolente, i nemici della Chiesa hanno sposato una immagine a seconda del Pontefice regnante, così come della propria immagine.

 

Ha cominciato Paolo VI con il suo gesto eclatante nel togliersi la tiara e dismetterla.

Il Papa sapeva bene che non poteva (e non voleva) abolire un segno che non gli appartiene, ma di certo poteva modificarne l'uso secondo ciò che ritenesse utile o meno utile in quei tempi di regno complesso e difficile.

Paolo VI, infatti, non vendette le tiare della Sacrestia Pontificia, ma diede via la sua, quella che gli regalarono i milanesi e ne mantenne il segno sullo stemma personale.

Papa Montini temeva l'incalzare apparentemente inarrestabile della modernità, ed a costo di immani sacrifici, ricercò costantemente un compromesso con la società moderna, o meglio con i simboli, le immagini di questa, disposto a modificare l'immagine della Chiesa almeno sotto il suo Pontificato. In quegli anni, tanto per fare un esempio sui simboli, mentre le femministe bruciavano i reggiseno, certi preti, in preda ad una triste smania di emulazione bruciavano pianete ed abbattevano altari e balaustre a martellate incoraggiati dal gesto montiniano nel dar via la tiara e nel modificare simboli e segni.

Pur volendo ammettere la buona fede di Paolo VI occorre dire che questo suo gesto, mai spiegato, né ufficialmente redatto da un Documento ufficiale, di fatto si rivelò come "peccato originale" della sua strategia di rendere il papato più "accessibile" più vicino alla gente, più "umano" e meno divino, insomma, un Pontificato ad personam.

 

Ma leggiamo ora un passo di storia indispensabile, come nasce la Tiara?

Ce lo facciamo spiegare da un libro del 1878 scritto dalla Casa editrice dei Salesiani proprio per il sacerdote don Bosco,  che riporta l'incoronazione di Papa Leone XIII

leggiamo:

Triregno. È un ornamento del capo, rotondo, chiuso al di sopra,  circondato da tre corone. È questa una magnifica e splendida insegna di onore, di maestà, di giurisdizione del Sommo Pontefice. La sua origine rimonta ai tempi di Costantino, che la diede a s. Silvestro in segno di onore. Era fatto a forma del Pileo dei Romani, berretto, che usavano solamente i liberi e non gli schiavi. Perciò vuolesi che Costantino l’ abbia data a s. Silvestro, appunto per indicare che la Chiesa cessava di essere schiava e tiranneggiata dai persecutori, e cominciava ad essere libera nei suoi spirituali esercizi.

            Quest’ ornamento da prima portava una sola corona, ed era detto Regno. Fu chiamato poscia Triregno quando ebbe aggiunte due altre corone. La seconda corona fu aggiunta da Bonifacio VIII; la terza da Benedetto XII. Sebbene una sola possa esprimere il sommo potere del Papa, tuttavia le tre corone esprimono meglio le tre potestà che egli ha in Cielo, in terra e nel Purgatorio, coelestium, terrestrium, et infernorum. Le tre  corone possono ancora significare che il Papa è Sommo Sacerdote, Signore temporale, e universale Legislatore. Il Triregno è sormontato da un globo su cui sorge una croce. Il globo e la croce posta sul Triregno indica il mondo assoggettato a Gesù Cristo in virtù della Croce, ed è sostenuto dal Papa, perché tutta la terra è alla sua cura affidata.

Sempre dal medesimo testo, che parla dell'incoronazione di Papa Leone XIII, leggiamo la descrizione dell'evento:

...allora il Cardinale secondo Diacono, che stava a sinistra del trono, toglieva dal capo del Pontefice la mitra, ed il Cardinale primo Diacono, che stava alla destra, gli imponeva il Triregno, proferendo a voce alta e vibrata le famose parole:  Accipe Tiaram tribus coronis ornatam,et scias Te esse Patrem Principum et Regum, Rectorem Orbis, in terra Vicarium Salvatoris N. J. C. cui est honor et gloria in saecula saeculorum.

           Ossia:  Ricevi la Tiara ornata di tre corone, e sappi che Tu sei Padre dei Principi e dei Re, Reggitore del mondo, Vicario in terra del Salvator Nostro Gesù Cristo, cui è onore e gloria nei secoli dei secoli.

            Il Triregno imposto al S. Padre Leone XIII fu già donato al Santo Padre Pio IX dalla Guardia Palatina d’ onore.

            L’ atto e le parole suddette fecero correre come un fremito di commozione fra gli astanti, molti dei quali ne rimasero inteneriti fino alle lagrime. Era questo di fatto il punto più bello e più solenne della grandiosa cerimonia, e non poteva non produrre un effetto vivissimo nel cuore di tanti figli devoti ed affezionati alla nostra santissima religione.

 

***

Quindi, ad onor del vero, Paolo VI  fu per un certo verso un martire imponendo semmai a sé stesso dei grandi sacrifici  al solo scopo di non porsi in urto frontale - a scanso di mali peggiori - con le nefaste tendenze che allora imperversavano, nella speranza, purtroppo infondata che, finita l'ubriacatura dell'euforia conciliarista,  gradatamente le cose si sarebbero assestate. Ma l'assestamento non ci fu.

Cosa ci fa credere o interpretare che la deposizione della tiara fu un atto personale di Paolo VI, un sacrificio di rinuncia a sé stesso?

Il Documento "Romano Pontifici Eligendo", promulgato dallo stesso Pontefice, prevedeva che il suo Successore fosse incoronato, secondo l'uso, dal Cardinale Protodiacono.

Più precisamente è l'ultimo punto della Costituzione Apostolica che lo esprimeva chiaramente (n. 92): Infine il Pontefice sarà incoronato dal Cardinale Protodiacono e, entro un tempo conveniente, prenderà possesso della Patriarcale Arcibasilica Lateranense, secondo il rito prescritto....

Fu per scelta di "umiltà" che Giovanni Paolo I  disattendendo la "Romano Pontifici Eligendo", rifiutò il rito dell'incoronazione.

Appare perciò evidente che il gesto di Paolo VI che sarebbe dovuto rimanere isolato, o che al limite non avrebbe dovuto ricadere sulla "incoronazione" del Vicario di Cristo, di fatto venne usato per cominciare dei Pontificati "di stile personale", lasciando così ogni Pontefice "libero" di fare ciò che vuole, avanzare non più secondo una logica giunta a noi per e nella Tradizione, ma in sostanza per avanzare a seconda del proprio e personale stile, umiltà personale se preferite. Resta palese che qui sta anche uno dei segnali più inquietanti e drammatici della vera rottura con la Tradizione: Giovanni Paolo I si rifiutò di farsi incoronare. Giovanni Paolo II, suo Successore due mesi dopo, comprendendo bene la gravità della situazione e per evitare probabilmente un problema al suo predecessore di ordine persino Canonico, non si fece incoronare ma trasformò detta incoronazione con la "intronizzazione", un concetto più moderno ed anche più collegiale come infatti è l'uso del termine che indica anche la presa di possesso dei nuovi Vescovi e Patriarchi della sede di loro nomina spettante.

 

Sia ben chiaro, il problema non è nella tiara in sé, ma in ciò che rappresenta come sopra è stato ben spiegato e del come si stia tentando di affondarlo, ma non per volontà dei Papi o del Concilio, quanto a causa di una certa infiltrazione modernista nel modo stesso di pensare anche dei Papi.

Non è più importante che si chiami "intronizzazione" ed oggi, con Papa Francesco si è voluto togliere anche questo termine, oramai il danno è stato è stato fatto ma le risorse della Chiesa che è di Gesù Cristo, sono molte e continueranno a difendere questa Istituzione divina con il suo specifico Primato Petrino.

Infatti se è vero che gli stessi significati (i tre poteri) possono essere assunti tranquillamente dalla nuova mitria imposta a Benedetto XVI con le tre strisce dorate, è altrettanto vero che si è imposto ai fedeli e al mondo un cambiamento atto a sminuire, nel segno, la potenza e il valore dei tre poteri di Cristo (1 - Re dei re e principi della terra; 2 - Re e Governatore del cielo, della terra e dell'universo intero; 3 - Salvatore delle Anime) distaccandoli sempre di più dall'agire degli uomini e degli Stati. Prova ne è che nel momento in cui Paolo VI fece la sua scelta e Giovanni Paolo I la impose col suo rifiuto, si è verificato anche il crollo della politica cattolica.

Non escludiamo che tale crisi dei valori e dei principi non negoziabili sarebbero crollati lo stesso, ma dal momento che la storia non si fa con i se e i ma, ma con dati alla mano, l'unica prova sostenibile che è sotto gli occhi di tutti è il crollo simultaneo avvenuto da ambo le parti anzi, cedendo la prima (il papato montiniano) ha finito per cedere anche la seconda.

Come possiamo sostenere questi fatti?

Basta ascoltare la massa dei fedeli sui principi non negoziabili, basta ricordare che nel momento in cui l'Italia cedeva all'aborto e al divorzio si parlava ancora di un popolo cattolico al 90% ma, attenzione, che identificava le proprie scelte moderniste associandole spesso ai "cambiamenti apportati da Paolo VI".

Il gesto di Paolo VI doveva rimanere contestualizzato nel suo tempo e, ad onor del vero, lo stesso Pontefice si spese senza riserve per denunciare i fraintendimenti associati ai suoi gesti di apertura, nonché alle false interpretazioni e strumentalizzazioni che si davano alla "volontà" del Concilio.

Ma intanto la rottura con la Tradizione era avvenuta e non si sarebbe più arrestata.

 

Venendo ai giorni nostri non possiamo non constatare questo oscillare da un Pontificato ad un altro, non a caso gli stessi Media parlano di "chiese diverse" usando termini aberranti quali: "la Chiesa di Paolo VI; la Chiesa di Giovanni Paolo II; la Chiesa di Benedetto XVI; ed oggi la Chiesa di Francesco...."

Non esiste più nel gergo, e dunque nel pensiero dei fedeli, la Chiesa nella sua Tradizione; la Chiesa di Gesù Cristo nei suoi tre poteri; la Chiesa dei Successori di Pietro, tanto che Benedetto XVI per tutto il mese, dopo l'annuncio della rinuncia, non ha fatto altro che ripetere che "la Chiesa non è mia o di altri, ma è di Cristo, è sua...".

Oramai si tende ad identificare una Chiesa a seconda del Pontefice eletto continuando ad alimentare una estenuante rottura con quella Tradizione che ha reso grande la Chiesa in ogni tempo, anche nei giorni nostri, e che solo così ha reso alcuni Pontefici tanto grandi da essere ricordati e venerati.

Non è un caso che lo stesso Giovanni XXIII viene ricordato non per la dottrina ma per aver aperto il Concilio Vaticano II; lo stesso Paolo VI viene ricordato per tutta una serie di "aggiornamenti e cambiamenti, aperture e ammodernamento della Chiesa" ma guai a nominarlo nella sua Enciclica Humanae Vitae lineare con la Tradizione; lo stesso Giovanni Paolo II viene ricordato per i suoi gesti moderni ma guai a nominare la sua Evangelium Viate o la Ecclesia de Eucharistia o la sua denuncia contro coloro che volevano abbandonare il celibato presbiteriale o persino avanzare con le donne prete; al contrario Benedetto XVI è stranamente l'unico Papa della serie che viene ricordato negativamente per aver riportato segni e gesti abusivamente cancellati e per aver ridato asilo alla forma antica della Messa, abusivamente vietata.

Tutto questo ci fa vedere bene come da Giovanni XXIII la Chiesa abbia subito dei cambiamenti che se da una parte li possiamo ritenere lineari con certi cambiamenti epocali (ogni Concilio ha apportato cambiamenti nella Chiesa), dall'altra parte lo stesso silenzio dei Pontefici e gli stessi abusi compiuti da molta Gerarchia non hanno fatto altro che alimentare questa visione delle cose e rafforzare l'aberrazione che ogni Pontefice userebbe la Chiesa a seconda della propria immagine che vuole darle.

 

Se questi esempi ancora non vi convincono vi invitiamo a rileggervi alcuni articoli precedenti quali quelli dedicati al Pontificato passionale vissuto da Benedetto XVI e, possiamo aggiungere, la chicca di queste settimane: il vescovo ex cerimoniere pontificio tale Piero Marini avrebbe affermato che finalmente oggi, grazie all'atteggiamento liberale di Papa Francesco, ci ritroviamo nell'ennesima "nuova" Chiesa non più oscurantista dove lui stava davvero soffocando, poverino! Viene da chiedersi cosa si aspetta questo "signore" dal nuovo Pontefice!

Non possiamo che rispondere con l'articolo del teologo domenicano Padre Giovanni Cavalcoli O.P. su Riscossa Cristiana, già da noi più volte a buona ragione citato, dove dice:

" Il Papato con Paolo VI non è più Cristo che guida le folle, che compie prodigi, che corregge i discepoli, che caccia i demòni, che minaccia farisei, sommi sacerdoti e dottori della legge, ma è Cristo sofferente, “crocifisso e abbandonato”, inascoltato, disobbedito, contestato, beffato, emarginato, angosciato.

La forza del Papato postconciliare è la forza di Cristo crocifisso, è il potere della croce. Il Papa deve stare continuamente in croce, fino all’ultimo...."

 

Se Papa Francesco sarà sostenuto da Vescovi come quello che sparla del Pontificato precedente, ha da stare molto attento ai tradimenti!

Al momento questi modernisti dipingono infatti una "nuova" Chiesa all'insegna non della dottrina, ma dei cambiamenti esteriori e nei gesti apportati dal nuovo Pontefice.

A questo proposito è interessante l'analisi fatta da Sandro Magister con il suo recente: L'incantesimo di Papa Francesco.

Spicca la parte iniziale dell'articolo dove leggiamo: " La sua popolarità è in buona misura legata all'arte con cui parla. Tutto gli viene perdonato, anche quando dice cose che dette da altri verrebbero investite dalle critiche. Ma le prime proteste cominciano ad affiorare..."

L'arte con cui parla Papa Francesco, che è poi il suo stile, nulla toglie alla Dottrina sia del Papato quanto al Catechismo della Chiesa. La Chiesa è di Cristo, Papa Francesco lo sa assai bene e molto più di certi prelati crapuloni e profittatori.

 

Quanto agli stili dei Pontefici, in verità, non sono affatto una novità del dopo Concilio.

Possiamo partire dai Giardini Vaticani che dal Medioevo ad oggi hanno subito centinaia di cambiamenti apportati ognuno dal Pontefice di turno i quali aggiungevano o toglievano qualcosa; così come gli appartamenti papali dentro i quali ogni Pontefice ha portato la propria firma, trasformazioni superficiali, ma anche radicali a seconda dei gusti. Il 5 luglio del 2010 Benedetto XVI inaugurava la centesima fontana nei Giardini Vaticani dedicata a san Giuseppe, le precedenti 99 sono a firma dei suoi predecessori che si perdono nel tempo. Così come quando fu appena eletto si recò nella sua ex abitazione per organizzare il trasloco (solo libri e pianoforte) preoccupandosi di regolare l'ultima rata dell'affitto. I media l'hanno presto dimenticato.

 

Come non ricordare anche il Beato Pio IX il quale, appena raggiunto Castel Gandolfo, andava per i vicoli e entrava anche nelle case e spesso sollevava il coperchio della pentola sui fornelli per saggiare la consistenza del brodo. E se vedeva che il cibo non era sufficiente lasciava un po’ di denaro alla famiglia.

In fondo è stato più facilitato Pio IX che non Papa Francesco il quale farebbe lo stesso se solo potesse, ma l'avvento mediatico non gioca sempre a favore dei Papi.

Ma possiamo anche accennare l’ istituzione degli "esercizi spirituali" in Vaticano per il Papa e i suoi più stretti collaboratori la quale risale "solo" di recente, al 1925 con Pio XI, che poi nel 1929, con l’enciclica Mens nostra, stabilì che vi si svolgessero puntualmente ogni anno. Se un Papa "domani" dovesse toglierli, non gridiamo allo scandalo, fanno parte dello stile e del carisma, della sensibilità di qualcuno che al momento opportuno li ha istituzionalizzati.

Pio XI fu anche il primo Papa ad assumere una donna, pure Ebrea, non come donna delle pulizie (con tutto il rispetto per la preziosa categoria), ma in qualità di esperta per riordinare l'archivio fotografico dei Musei Vaticani.

E sempre di lui è risaputo che fin da quando era Vescovo preferiva portarsi sempre dietro un revolver.... Quando fu nominato Nunzio in Polonia si legge negli appunti di trasferimento delle cose da portarsi dietro: “Tutte le carte che stanno nelle due scrivanie in casa (…). Mettere tutte le dette carte nella valigia comperata a Milano, e portare a Varsavia – come anche il piccolo revolver e munizioni.”

E ancora, fu Papa Leone XIII che inserì lo sport tra i nuovi strumenti di comunicazione di massa e i movimenti cattolici italiani dettero vita, nei primi anni del ventesimo secolo, a una propria organizzazione che ebbe in Papa Pio X un convinto assertore ed uno strenuo sostenitore. Il suo discorso ai giovani italiani l'8 ottobre 1905 lo potremmo quasi considerare una magna charta: «... ammiro e benedico di cuore tutti i vostri giochi e passatempi, la ginnastica, il ciclismo, l'alpinismo, la nautica, il podismo, le passeggiate, i concorsi e le accademie, alle quali vi dedicate; perché gli esercizi materiali del corpo influiscono mirabilmente sugli esercizi dello spirito; perché questi trattenimenti richiedono pur lavoro, vi toglieranno dall'ozio che è padre dei vizi; e perché finalmente le stesse gare amichevoli saranno in voi una immagine dell'emulazione dell'esercizio della virtù».

 

Per non parlare poi delle interviste, la prima fu rilasciata da Leone XIII su "Le Figaro" il 4 agosto 1892, la prima di un Romano Pontefice, concessa tra l'altro a una giornalista donna di tendenza socialista. Non dimentichiamo che Leone XIII condannò l'ideologia socialista senza mezzi termini nell'Enciclica Rerum Novarum.

Insofferente all’etichetta di corte, secondo la quale il Papa doveva mangiare da solo, come avveniva fin dai tempi di Urbano VIII, San Pio X ammise a tavola prima uno e poi due segretari. Alcuni dignitari fecero notare lo strappo alla regola.

Pio X rispose: «Ho letto e riletto i Vangeli e gli Atti degli apostoli; ma non vi ho mai trovato che San Pietro mangiasse da solo».

Il 27 maggio 1917 Benedetto XV, con la costituzione apostolica Providentissima mater, promulgava il nuovo Codice di diritto canonico. Al testo furono riconosciute dai giuristi di tutte le scuole una precisione e una chiarezza quali raramente si riscontrano nei codici degli Stati civili. Pose fine anche al “non expedit”, consentendo ai cattolici di fare politica e ai sovrani cattolici di visitare Roma e il Papa.

A lui ancora regnante era stata eretta nel 1919 a Costantinopoli una statua, recante questa iscrizione dal sapore ecumenico: «Al grande Pontefice della tragedia mondiale, Benedetto XV, benefattore dei popoli, senza distinzione di nazionalità o di religione, in segno di riconoscenza, l’Oriente».

 

Potremmo continuare all'infinito. Qui abbiamo voluto brevemente dimostrarvi come i cambiamenti nella Chiesa non solo ci sono sempre stati, ma che superato l'impatto emotivo sono stati sempre cambiamenti che hanno ringiovanito la Chiesa, rinvigorito la sua struttura umana e di governo. L'interesse mediatico volto spesso a senso unico, purtroppo, penalizza certi cambiamenti usandoli come modifiche all'Istituzione, per la quale si intende tutto l'apparato dottrinale e dogmatico, Istituzione perciò Divina ed immodificabile.

La Chiesa è di Cristo, il Suo Vicario senza dubbio può rendere più bella la Sposa, più giovanile, più snella, una volta più mistica, un'altra volta più umana attraverso le personali iniziative che ritiene più o meno opportune durante il suo regno, ma non può modificarne la struttura e questo, fino ad oggi, nessun Papa l'ha fatto. Chi ha tentato di farlo non c'è mai riuscito perché era illegittimo ed antipapa.

Concentriamoci perciò sulla Dottrina e sul Magistero ufficiale dei Pontefici, il resto lasciamolo alle fantasie dei Media che tali resteranno.

 

***


Maggiori informazioni http://anticlericali-cattolici.webnode.it/news/la-chiesa-di-cristo-o-la-chiesa-del-papa-/

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Caterina63
00mercoledì 19 giugno 2013 17.13

Domenica riapre la stazione vaticana per il treno dei bambini (Izzo)

PAPA: DOMENICA RIAPRE STAZIONE VATICANA PER TRENO BAMBINI

Salvatore Izzo


(AGI) - CdV, 18 giu.


Legata al ricordo dei viaggi compiuti in treno da Giovanni XXIII (pellegrino a Assisi e Loreto) Giovanni Paolo II (che se ne servi' per rientrare da Napoli dove era atterrato di ritorno dall'India a causa della neve) e Benedetto XVI che vi ha viaggiato il 27 ottobre 2011 con i capi delle grandi religioni diretti ad Assisi), ed utilizzata in pochissime altre occasioni, la Stazione Ferroviaria della Citta' del Vaticano sara' riaperta eccezionalmente domenica prossima, 23 giugno, per accogliere il "Treno della Bellezza" su cui viaggeranno circa 300 bambini di varie nazionalità: cinesi, giapponesi, ivoriani, peruviani,singalesi, albanesi, filippini, serbi, rumeni, ucraini, italiani, tedeschi, accompagnati da 164 fra educatori, familiari e volontari delle case famiglia che li accolgono in diverse citta' italiane.

Papa Francesco incontrera' i bambini - non si sa ancora se all'arrivo o alla partenza del treno - probabilmente proprio alla Stazione, che sara' cosi' teatro di un evento in qualche modo storico: mai finora un Pontefice vi era andato se non per salire egli stesso sul treno.
La meta del viaggio sara' infine piazza San Pietro, dove Papa Francesco guidera' come ogni domenica l'Angelus dalla finestra dello studio dell'Appartamento Pontificio, disabitato dalla partenza di Benedetto XVI lo scorso 28 febbraio.
"Per quasi tutti i bambini - sottolinea il Pontificio Consiglio per la cultura, che collabora all'iniziativa - si trattera' del primo viaggio in treno, e nei giorni precedenti al viaggio, essi compiranno anche quella che per molti di loro sara' la prima visita al Duomo della citta' dove vivono: Milano, da dove prendera' avvio il convoglio, e poi Bologna e Firenze, che saranno le fermate intermedie del treno Frecciargento, interamente messo a disposizione da Ferrovie dello Stato Italiane.
Nella stazione di San Pietro il treno sara' agganciato a una locomotiva disel da qui nella stazione Vaticana. Scopo del "Treno dei bambini, un viaggio attraverso la bellezza" e' anche, spiega una nota del dicastero vaticano, "quello di promuovere l'esperienza diretta della creazione artistica, avvicinare cioe' i bambini alla comunicazione visiva e al linguaggio delle immagini". Un percorso iniziato nei Duomi delle loro citta', "educandoli alla bellezza e alla forza della cooperazione come bene comune". Durante il viaggio da Milano a Roma, saranno proposti altri percorsi educativi ed artistici dedicati ai bambini, forniti dal personale di Ferrovie dello Stato Italiane.
"L'anima dell'iniziativa - ha spiegato il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura - e' la stessa che informa il Cortile dei Gentili", e si rivolge ai bambini "perche' e' li' la radice dalla quale dobbiamo costruire una generazione di giovani che abbiano ancora, da un lato la bellezza della creativita', cioe' che non appaiano gia' vecchi in partenza, che non siano gia' scoraggiati come lo siamo noi".
"Dedicheremo a questi piccoli viaggiatori - ha assicurato da parte sua l'ingegner Mauro Moretti, ad del Gruppo FS Italiane tutte le migliori attenzioni , come del resto gia' facciamo ogni giorno con i nostri passeggeri. Le donne e gli uomini di FS Italiane faranno tutto
quello che serve per assicurare ai bambini un viaggio sereno e lasciare loro un ottimo ricordo
della giornata".
Il sostegno al "Treno dei bambini" conferma quello che Moretto ha definito "il forte impegno sociale che da
sempre contraddistingue l'azione del Gruppo FS".
All'iniziativa collabora anche l'Ospedale pediatrico Bambino Gesu', di proprieta' della Santa Sede, che fornira' assistenza e personale specializzato.



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Caterina63
00sabato 6 luglio 2013 11.03
[SM=g1740758]  mi piace aver scoperto che di Acerenza era Papa Urbano VI, sì, il Papa che santa Caterina da Siena difese con tutte le sue forze ;-) http://www.telemacoedizioni.it/2008/04/bartolomeo-prignani-vescovo-di-acerenza-1363-1377-poi-1378-papa-urbano-vi/

Bartolomeo Prignani Vescovo di Acerenza (1363 – 1377) poi (1378) papa URBANO VI.

Michele Di Pietro ci invia questo suo testo già pubblicato su “Il Lucano Magazin” con il titolo: “IL PAPA ACHERUNTINO”

urbano vi Bartolomeo Prignani Vescovo di Acerenza (1363   1377) poi (1378) papa URBANO VI.

Nato a Napoli nel 1318 da una famiglia toscana, Bartlomeo PRIGNANI in giovinezza è ad Avignone e il 31 marzo 1363 viene nominato da Gregorio XI arcivescovo di Acerenza e qui reggerà la cattedra per ben 14 anni. Nel 1377 viene trasferito a Bari dallo stesso papa.

(Gregorio XI è il papa che nel 1377 ha trasferito a Roma la sede papale dopo che questa era stata per decenni trasferita ad Avignone.) L’arcivescovo PRIGNANI dopo pochi mesi dal suo trasferimento a Bari viene eletto papa, con il nome di URBANO VI nel corso di un conclave nel quale influiscono i tumulti del popolo che esige un papa romano o almeno italiano. E’ il 1378. Appena nominato Pontefice, per sollevare lo sorti religiose e sociali di Roma, con la bolla “Salvator noster Unigenitus” dell’otto aprile 1379 stabilisce che l’intervallo tra un giubileo e l’altro sia di 33 anni, con riferimento agli anni della vita di Gesù Cristo, anticipa perciò la data del giubileo e lo indice per l’anno 1390 aggiungendo alla tre Basiliche designate per lucrare le indulgenze, quella di Santa Maria Maggiore.

Urbano VI dal carattere duro, ostinato, si scontra presto con i cardinali che lo hanno eletto che, anche con l’appoggio della Francia eleggono un antipapa con il nome di Clemente VII. Questi viene sconfitto dalle truppe di Urbano VI e si rifugia ad Avignione dando inizio così allo scisma d’Occidente.

Urbano VI scomunica l’antipapa, depone la regina Giovanna I di Napoli, incorona al suo posto nel 1381 Carlo III D’Angiò – Durazzo. Entra ben presto in contrasto anche con questo, lo attacca, ma viene sconfitto, catturato e tenuto prigioniero per alcuni anni ad Aversa e a Nocera.

Con l’aiuto della flotta genovese scappa e si rifugia a Genova. Nel 1388 tenta la riconquista del regno di Napoli poichè Carlo III è morto nel 1386, ma una banale caduta dalla mula lo costringe atrattenersi a Roma dove muore nel 1389.

Michele Di Pietro.

urbano vi stemma Bartolomeo Prignani Vescovo di Acerenza (1363   1377) poi (1378) papa URBANO VI.

Bibliografia.

Acerenza e i suoi Vescovi, di Giuseppe Lettini.
Presuli del più antico vescovado della Lucania, di Canio Muscio.
Cronologia dei papi, Vallardi.



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Caterina63
00lunedì 2 settembre 2013 09.39

[SM=g1740758] Pietro il giovane e il vecchio Pietro. Il nuovo Segretario di Stato di Francesco: Pietro Parolin

pietro-parolin-tuttacronaca-nomina

CAMBIERA’ IN MEGLIO LA CURIA ROMANA?

 

di Ariel S. Levi di Gualdo da papalepapale.com

Ariel-Stefano-Levi-di-Gualdo-foto-11Quella del Segretario di Stato di Sua Santità rappresenta al momento una figura chiave nell’organizzazione della curia romana, sulla base dell’assetto — volendo anche discutibile — dato alla Segreteria di Stato da Paolo VI [vedere qui], in seguito da Giovanni Paolo II attraverso la costituzione apostolica Pastor Bonus [vedere qui].

Nonostante più riforme operate nel tempo, la curia romana è rimasta di fondo strutturata secondo assetti di cinque secoli fa. Cosa questa lamentata dal Sommo Pontefice Benedetto XVIII nel 2023 nella sua enciclica Quanta Cura in Cordibus Nostris [vedere qui, qui, qui] nella parte dedicata alla riforma della curia romana qua riportata nell’allegato [vedere qui Allegato - QUANTA CURA].

Lasciamo però valutare a chi di competenza, ma anche a qualsiasi cattolico dotato di  buonsenso, se in certe parole scritte da questo pontefice immaginario c’è del vero o almeno del verosimile …

NON CONOSCENDO IL NUOVO SEGRETARIO DI STATO ELETTO SONO LIBERO DI PARLARE IN MODO DEL TUTTO IMPERSONALE

Tarcisio Bertone, il segretario di Stato di Benedetto XVI

Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Benedetto XVI

Nulla ho da dire sull’arcivescovo Pietro Parolin attuale nunzio apostolico in Venezuela perché non lo conosco, non l’ho mai incontrato né mai ho avuto modo di scambiare con lui due parole, neppure di circostanza, se però l’attuale Vescovo di Roma l’ha scelto, sarà sicuramente la persona giusta al momento giusto. In compenso ho letto come dei veri e propri articoli comico-grotteschi i tripudi dei vari vaticanisti italiani che hanno subito elogiato il neo eletto segretario di Stato con lo spirito cortigiano di chi si affretta a saltare sull’auriga del nuovo cavaliere, immemori del modo col quale fino a ieri facevano salti acrobatici per assicurarsi la presenza del Cardinale Tarcisio Bertone alla presentazione dei loro libri o alle loro conferenze, o per far battezzare i propri figlioletti. Qualora infatti non lo sappiate, vi informo che un battesimo impartito da un cardinale, tanto più al figlio di un vaticanista, è da considerare come un sacramento che vale di più rispetto ai sacramenti di “seconda classe” amministrati da noi semplici preti. Della serie: «Sai, mio figlio è stato battezzato dal Segretario di Stato». Che equivale a dire: i figli di mio figlio nasceranno direttamente senza peccato originale.

Angelo Sodano, segretario di stato di Giovanni Paolo II

Angelo Sodano, Segretario di Stato di Giovanni Paolo II

Confido pertanto che questo piccolo esercito di irredimibili adulatori molto più clericali di quanto non lo siano certi preti — che è tutto dire! — abbiamo almeno la virilità di non pronunciare mai, da oggi a seguire, mezza parola di critica sul precedente Segretario di Stato, al quale hanno baciato centimetro dietro centimetro la coda della cappa magna in tutta quanta la sua lunghezza.

Per questo motivo, a tutti quelli che mi hanno chiesto del neo eletto Pietro Parolin a questo alto ufficio, ho replicato: “Non lo conosco”. L’unica cosa sulla quale ho reputato di soffermarmi è la sua giovane età, 57 anni, il tutto da un punto di vista puramente storico-ecclesiale, a prescindere totalmente dalla persona del neo eletto e dalla sua esperienza che sicuramente sarà a dir poco straordinaria.

I NUMERI HANNO PERDUTO OGNI SENSO, SPECIE IN RAPPORTO ALLA OPPORTUNITÀ E ALLA PRUDENZA DI CUI LA SANTA MADRE CHIESA DOVREBBE ESSERE MAESTRA?

Agostino Casaroli, segretario di stato di Giovanni Paolo II

Agostino Casaroli, Segretario di Stato di Giovanni Paolo II

Socialmente ed ecclesialmente parlando, un cinquantenne di oggi non è un cinquantenne di un secolo fa. Era dal lontano 1930 che non si procedeva alla nomina di un cinquantenne alla carica di segretario di Stato, l’ultimo in ordine di serie non è stato un uomo qualunque ma il cardinale Eugenio Pacelli, nominato a questo delicato ufficio a 54 anni mentre il regnante pontefice Pio XI ne aveva 75. Una nomina avvenuta quasi 90 anni fa e caduta non a caso su un soggetto unico e irripetibile nella sua straordinaria completezza umana, morale, spirituale, pastorale e teologica.

Oggi si è ripetuto qualche cosa di simile, perché tra l’attuale Vescovo di Roma e il nuovo segretario di Stato corrono vent’anni di differenza. Ciò vuol forse dire che Francesco I ha la tempra sanguigna dell’Augusto Pontefice Pio XI, che quando si arrabbiava faceva sentire le proprie urla fino al cortile di San Damaso e che in più occasioni, battendo i pugni sul piano della sua scrivania, fece saltare la pietra dall’incastonatura dell’anello piscatorio? Un uomo — Pio XI — che proprio per la sua tempra aveva bisogno della grande autorevolezza di un giovane uomo come Eugenio Pacelli, che in più occasioni placò il Santo Padre dicendo: «Ciò che Vostra Santità intende pronunciare sarebbe nocivo in questo clima di tensioni politiche internazionali». E in una delicata occasione aggiunse: «Se però l’Augusto Pontefice intende esprimersi in questi termini, allora lo prego di dimettermi dalla carica di segretario di Stato».

Jean Villot, segretario di stato di Paolo VI (e Giovanni Paolo I)

Jean Villot, Segretario di Stato di Paolo VI  poi riconfermato durante il breve pontificato di Giovanni Paolo I (26 agosto 1978  – 28 settembre 1978)

Qualità, come dicevamo poc’anzi, uniche e irripetibili, ce lo dimostra la storia della Chiesa, perché se andiamo a vedere cos’è accaduto nei successivi novant’anni scopriremo in che modo i numeri, aridi solo alla matematica apparenza, parlano in modo eloquente: alla sua nomina a segretario di Stato il Cardinale Luigi Maglione aveva 62 anni, il regnante pontefice Pio XII ne aveva 66. Il Cardinale Domenico Tardini aveva 71 anni, il regnante pontefice Giovanni XXIII ne aveva 77. Il Cardinale Amleto Cicognani aveva 78 anni, il regnante pontefice Giovanni XXIII ne aveva 80. Il Cardinale Jean Villot aveva 66 anni, il regnante pontefice Paolo VI ne aveva 71. Il Cardinale Jean Villot, all’epoca 73 anni, fu riconfermato segretario di Stato anche da Giovanni Paolo I, che alla sua elezione al sacro soglio avvenuta nell’agosto del 1978 aveva 66 anni. Il Cardinale Agostino Casaroli aveva 65 anni, il regnante pontefice Giovanni Paolo II ne aveva 58. Il Cardinale Angelo Sodano aveva 65 anni, il regnante pontefice Giovanni Paolo II ne aveva 70. Il Cardinale Tarcisio Bertone aveva 72 anni, il regnante pontefice Benedetto XVI ne aveva 78 …

Perché, tra il regnante pontefice e il suo segretario di Stato, non correvano di media più di cinque anni di differenza in età, ad eccezione di Giovanni Paolo I che aveva sette anni meno di Jean Villot e di Giovanni Paolo II che ne aveva otto meno di Agostino Casaroli, rientrando comunque anch’esso in questi parametri, quando alla nomina del secondo segretario di Stato correvano, tra il Santo Padre e Angelo Sodano, cinque anni di differenza in età?

ALLE SOGLIE DEGLI OTTANT’ANNI E’ OPPORTUNO LASCIARE GIOVANI EREDITÀ AL FUTURO SUCCESSORE? O LA CHIESA SI STA FORSE FOSSILIZZANDO IN UN PRESENTE MEDIATICO CHE POTREBBE IMPEDIRLE DI PROIETTARSI NEL FUTURO?

Amleto Cicognani, segretario di stato di Giovanni XXIII (e Paolo VI)

Amleto Cicognani, Segretario di Stato di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI

Sono io il primo a dire “largo ai giovani!”. Ma in questo momento storico che necessita una vera e propria ricostruzione occorre più che mai il meglio della saggezza degli anziani e dei pochi santi ecclesiastici che abbiamo, prima di lanciare i giovani; altrimenti si rischia di mandare i giovani allo sbaraglio in una situazione che versa in una gravità senza precedenti storici.

Il neo eletto segretario di Stato ha 57 anni, il Vescovo di Roma ne ha 77. E’ presto detto: è ragionevole ipotecare il futuro del successore al sacro soglio, o perlomeno metterlo in eventuale imbarazzo, casomai vi fosse un nuovo conclave tra cinque o sei anni e il nuovo eletto si ritrovasse con un segretario di Stato di appena 62 anni?

Ciò mi induce a un quesito: nella Chiesa sono forse saltate le regole di prudenza, opportunità e, non ultimo, anche del dovuto rispetto da tributare alle libere decisioni di chi verrà dopo di noi?

Sebbene nelle orecchie di coloro che come me avevano all’epoca 15 anni risuonino sempre indimenticabili e affilate le parole «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo e alla sua salvatrice potestà» [vedere qui], nulla da eccepire al presente sul fatto che la bontà sia una gran cosa e gli inviti a non avere paura della tenerezza sortiscano di per sé un grande effetto sociale e mediatico, specie non andando troppo a fondo sia dell’una che dell’altra cosa [vedere qui], col potenziale rischio che il popolo bue confonda la bontà col buonismo e la tenerezza con lo spirito tenerone, ma soprattutto senza nulla togliere al fatto che la prudenza e il suo santo esercizio rimanga tutt’oggi nella Chiesa la regina di tutte le virtù, almeno fin quando non saranno riformate le virtù cardinali [vedere qui] e con esse l’impianto strutturale del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Montini e Tardini, furono prosegretari di stato di Pio XII, che faceva da sé il segretario di stato. Montini diventerà Paolo VI e Tardini segretario di stato di Giovanni XXIII

Giovanni Battista Montini e Domenico Tardini, furono prosegretari di Stato di Pio XII, che svolgeva il ruolo di segretario di Stato di se stesso. In seguito Montini diventerà Paolo VI e Tardini Segretario di Stato di Giovanni XXIII

Se io fossi un ordinario diocesano di 73/74 anni, non prenderei mai delicate decisioni destinate a incidere a lungo termine e in modo molto risolutivo, perché ricadrebbero sul mio successore, che potrebbe anche trovarsi in difficoltà con certe mie scelte, o con giovani persone preposte a cariche dalle quali non sarà facile estrometterle per due motivi: si potrebbe giudicare che il nuovo vescovo eletto rimuova persone che reputa non all’altezza dei compiti a loro assegnati dal suo predecessore, o si potrebbe dare l’impressione di smentire in modo indiretto ma comunque implicito il suo operato, creando in tal modo, nell’uno e nell’altro caso, rotture e potenziali instabilità sia nel clero sia nei fedeli …

Nella Chiesa contemporanea il principio di stabilità e continuità — che vuol dire anche prudente salvaguardia di persone e istituzioni — conta sempre qualche cosa? O forse siamo diventati la Chiesa dell’immediato, la Chiesa del «Così è se vi pare?», opera criptica nella quale Luigi Pirandello ci trasmette come messaggio subliminale che “la verità non esiste”? [vedere, qui]. O come diceva quell’aquila reale del Padre Federico Lombardi s.j. con l’uso di terminologie tratte dall’ereticale ecclesiogenesi di Leonard Boff [vedere qui e qui] mentre si festeggiava in gran pompa il 70° genetliaco di Sua Beatitudine il Patriarca di Bose Enzo Bianchi [crf. Antonio Livi, qui], alla presenza del gotha del laicismo, del modernismo cattolico ed episcopal-cardinalesco: «Fratel Enzo Bianchi ci aiuta a reinventare la Chiesa»  [vedere qui]. Oh, mirabile! Il portavoce ufficiale della sala stampa vaticana, vale a dire di Sua Santità e della Sede Apostolica, si esprime pubblicamente coi più venefici frasari creati dalla Teologia della Liberazione? Cos’altro dobbiamo aspettarci? Forse le scimmiette ammaestrate, i giocolieri e i venditori di noccioline tra un cambio di scena e l’altro, in questo diabolico circo equestre che ormai non allarma né scandalizza più alcuna autorità ecclesiastica preposta alla salvaguardia del dogma, del deposito della fede e della dottrina cattolica?

Luigi Maglione, segretario di stato di Pio XII

Luigi Maglione, Segretario di Stato di   Pio XII

… se io fossi un vescovo prossimo al compimento dei 75 anni con la lettera di rinuncia al sacro ministero episcopale già pronta per essere consegnata alla Sede Apostolica, eviterei con prudente buona educazione episcopale di ordinare diaconi dei candidati al sacerdozio, attenderei il mio successore e glieli presenterei, garantirei di averli seguiti e formati al meglio delle mie capacità pastorali e poi direi al nuovo vescovo eletto: adesso decidi tu in totale libertà e coscienza, perché questi non saranno più miei presbiteri ma presbiteri tuoi. Un conto è infatti lasciare al nuovo vescovo un presbiterio da governare, fosse anche costituito da cattivi preti, un conto lasciargli nel presbiterio delle ipoteche accese poco prima del suo arrivo e con le quali obbligarlo a fare i conti senza poterle in alcun modo estinguere.

Il Santo Padre Francesco, al contrario di diversi suoi predecessori provenienti dagli uffici della curia romana, dalla diplomazia e dal mondo accademico, è stato per lunghi anni vescovo diocesano, inserito in tutte le articolate dinamiche pastorali, ossia quanto basta per conoscere la portata di certe scelte anche in rapporto al momento, all’età dei protagonisti e al futuro della Chiesa al quale bisogna sempre guardare come a un bene supremo proiettato nel futuro, nell’aderenza totale al dogma — come da anni insegna e predica purtroppo “nel deserto” Antonio Livi [vedere qui] — e nel rispetto della dottrina e della tradizione.

Con la sua indubbia e lunga esperienza pastorale e teologica il Vescovo di Roma avrà fatto sicuramente queste valutazioni molto più e molto meglio di noi che tra poco ne potremo vedere i frutti e raccogliere i benefici per la Chiesa e per l’intero Popolo di Dio.

UN AUGURIO E UNA PREGHIERA

Eugenio Pacelli, segretario di stato di Pio XI

Eugenio Pacelli, Segretario di Stato di Pio XI

Il nuovo eletto a questo gravoso ufficio necessita di essere confortato e assicurato con le preghiere dei fedeli cattolici, perché divenire segretario di Stato di questi tempi è un po’ come finire legati al palo nel cortile di Ponzio Pilato pronti per la fustigazione, al fine di placare le ire del Sommo Sacerdote Kaifa nostro diletto fratello maggiore nel tentativo di concludere la vexata quaestio con 39 “ragionevoli” frustate. Assurgere a questo incarico vuol dire ritrovarsi sulle spalle una croce di cemento armato, più che di legno, anche se oggi vanno di moda tra i vescovi quelle di ferro, alla maniera di certi lupi che perdono il pelo ma difficilmente il vizio: compiacere e cercare in un modo o nell’altro di ottenere tutto ciò che di più ambìto si può ottenere, costasse pure mettersi al collo una croce di cartone colorata a mano dai bambini dell’asilo per poveri orfanelli, recante non più la scritta I.N.R.I. Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, bensì C.R.D.P. Croce Realizzata Dai Poveri, per vescovi veramente poveri, che giammai ambirebbero a un dicastero vaticano, meno che mai a una porpora rossa, ci mancherebbe altro!

Pietro Gasparri, segretario di stato di Pio XI e Benedetto XV

Pietro Gasparri, Segretario di Stato di Pio XI e poi di Benedetto XV

Povertà e umiltà avanti a tutto e sopra a tutto, irrorate con la dolce rugiada della bontà e della tenerezza, affinché i serpenti privati di veleno possano convivere nei pascoli con le greggi e i lupi ammansiti divenuti vegetariani possano fare da baby sitter agli agnellini. Forse sarà questa la ricetta con la quale finalmente, da ottobre in poi, si procederà alla riforma della curia romana, affinché si possa finalmente … «reinventare la Chiesa».

E che Dio ci assista!


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Caterina63
00martedì 22 ottobre 2013 09.50

  Illustrissimo e beatissimo padre Giulio II…


Posted on 21/10/2013 da papalepapale.com

IlLastrissimi 4°




Caro Giulio II,

non sei stato un papa santo,

ma c’era del buono anche in te…

 

C’era una volta un Papa… che con buona probabilità non era il più santo tra i pontefici. Ma questo – che pure fu un grande limite – non inficia la sua grandezza di uomo che seppe essere quella guida che i tempi richiedevano. Stiamo parlando di Giulio II. Il quale non era certo la persona evangelica che l’alta missione a cui era stato chiamato avrebbe richiesto, ma si sa bene che i tempi in cui visse furono particolari per il papato. Eppure a lui, al suo mecenatismo, dobbiamo quel capolavoro senza pari che è la Cappella Sistina. Troppo poco per rivalutare il suo illustre committente? Noi pensiamo di no. Anche perchè l’amore per la cultura e l’interesse per la Chiesa ispirò molte altre sue azioni.

 

 

di Alessandro Lastra

Illustrissimo e beatissimo padre Giulio II,

tra la moltitudine di papi del passato ho scelto di scrivere a voi per primo. Incuriosito dalla figura del Papa in armatura, così famigerato da guadagnarsi l’appellativo “il Terribile”, compii su di voi qualche ricerca. Ciò che più di tutto mi sorprese fu che, se oggi possiamo ammirare le meraviglie della Cappella Sistina di Michelangelo e le Stanze di Raffaello, dobbiamo essere grati a voi che le avete commissionate a quei grandi artisti.

Alcuni anni fa, il vostro onorato successore Benedetto XVI disse che l’arte del Medioevo e del Rinascimento è il vivo testimone di un’epoca in cui la fede era vitale, palpabile, diversamente dagli storici che vogliono propinarcela come secoli bui.

Per amor del vero, bisogna ammettere che voi, Santità, foste un principe del Rinascimento, dedito alla politica e alla guerra, più che un Papa. C’è stato chi ha tentato di tracciare un vostro ritratto in antitesi con Alessandro VI, un predecessore del cui passaggio vi premuraste di cancellare ogni traccia. Nonostante l’astio che c’era tra voi due, operaste concordemente sia negli eccessi che nella politica: entrambi inclini alle donne, al nepotismo e ferventi propugnatori della supremazia temporale della Chiesa. Io però ammetto di preferire voi.

Giuliano Della Rovere, in età matura, nella sua tenuta preferita: quella di soldato

Nel decennio in cui portaste il triregno (dal 1503 al 1513) vi impegnaste assiduamente nel mestiere delle armi. Dapprima scendeste in campo per sottomettere le città della Romagna che si erano ribellate all’autorità pontificia; cingeste d’assedio Bologna, Faenza, Rimini e Ravenna, il più delle volte comandando gli eserciti di persona. Poi, assieme all’imperatore Massimiliano e ai sovrani di Francia e Spagna (riuniti nella Lega di Cambrai) attaccaste Venezia, trionfando nella battaglia di Agnadello. In seguito a questa comune esperienza, i francesi rimasero insoddisfatti della vostra decisione di trattare una pace separata e, da alleati, divennero vostri agguerriti nemici. Il re Luigi XII riunì persino alcuni cardinali in concilio per rimuovervi dal soglio pontificio ma aveva fatto il passo più lungo della gamba.

Senza indugio dichiaraste nullo il “conciliabolo” e ingaggiaste una milizia di soldati elvetici per la vostra protezione personale (la famosissima e ancora esistente Guardia Svizzera Pontificia). Dopodiché, marciaste di nuovo verso la guerra; settantenne e afflitto dalla malattia, giuraste di non tagliarvi mai più la barba prima di aver scacciato per sempre i barbari francesi dall’Italia.

Il giovane cardinale nepote, Giuliano della Rovere, futuro Giulio II. Un bell’uomo certamente

Ai primi mesi del 1511 risale il più memorabile dei vostri trionfi: la conquista di Mirandola. I cronisti riportano che vi aggiravate per il campo, incurante di neve, vento e pioggia, mostrando «una tempra di gigante» e tenendo alto il morale dei soldati. Il vostro voler stare vicino alle truppe per poco non vi costò la vita, poiché una palla di cannone piombò sul vostro alloggio, ferendo due attendenti e mancandovi di poco. Dopo un assedio diciotto giorni, la città si arrese e, poiché le porte erano state distrutte, per penetrare in testa a tutti gli uomini doveste salire su per una scala a pioli, arrancando per il male alle gambe.

 Quanto al mecenatismo, non foste secondo a Lorenzo il Magnifico. Vi adoperaste per la costruzione della Basilica di San Pietro, il cui progetto originario affidaste a Bramante. Quanto vorrei che poteste ammirarla così come è oggi, Santità, e poter così vedere la realtà superare ogni vostra aspettativa. Per nulla disposto ad occupare l’Appartamento Borgia, affidaste a Raffaello il compito di affrescare il secondo piano del Palazzo Apostolico (che già presentava pitture di grandi artisti delle mie terre quali Piero della Francesca, Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli) ed egli diede vita alle Stanze Vaticane.

Cappella Sistina: la dobbiamo al mecenatismo di Giulio II

Per non parlare di quel capolavoro universale che è la Cappella Sistina! Dopo un lungo muro contro muro tra voi e Michelangelo – che si considerava più che altro uno scultore, poco addentro alla tecnica dell’affresco – alla fine la spuntaste e l’artista, seppur di malavoglia, si accinse all’opera che lo rese immortale. Costretto a lavorare sulla schiena, al fioco lume di un candela e con la tintura fresca che gli cadeva sugli occhi, l’artista fu consumato da quell’impresa titanica, che lo tenne impegnato quattro anni. L’unico ad aver accesso alla cappella eravate voi e, quando vi trovavate a Roma, non mancavate di far visita a Michelangelo, arrampicandovi su per l’impalcatura col bastone e minacciando di percuotere l’artista quando la stanchezza gli impediva di proseguire.

Ora Santità, se me lo permettete, vorrei per un momento parlare dell’uomo che eravate prima di diventare Papa. Dopo un’infanzia senza troppo sfarzo, nel savonese, molto giovane vi faceste francescano e, sotto la protezione dello zio paterno, studiaste in Francia e a Perugia. Quando il vostro prozio salì al soglio col nome di Sisto IV, iniziò per voi una rapida carriera ecclesiastica che portò all’elevazione a cardinale a ventisette anni (non insolito, dal momento che il vostro successore Leone X indossò la porpora a soli quattordici). Otteneste i benefici di numerose abbazie e ricopriste incarichi apostolici ad Avignone, Bologna, Ostia e Vercelli, diventando anche protettore dell’Ordine Francescano.

Giulio II Della Rovere, in preghiera

Il potere che iniziava a radunarsi nelle vostre mani esercitò su di voi una forte tentazione e la vostra fede non dovette essere solida abbastanza da resistergli. Allora iniziaste ad indulgere a tutti i vizi che erano in voga nell’alto clero. Si dice che foste anche sodomita ma pare si tratti di una maldicenza messa in giro dai francesi che, desiderosi com’erano di screditarvi, si sarebbero inventati qualunque cosa. È vero che aveste molte amanti e una vi diede tre figlie.

Mai in tutta la vostra vita trascuraste l’amore per la cultura tanto che, ottenuto il controllo di alcune università francesi, vi chiamaste ad insegnare famosi umanisti e istituiste anche dei collegi per i poveri che volevano far studiare i loro figli.

Ad essere onesto è proprio l’uomo d’armi che io ammiro in voi. Non cercaste mai di mascherare i vostri reali intenti che, per un pontefice del vostro tempo, sono più che comprensibili. Il vostro sogno era di unire gli stati d’Italia sotto le chiavi incrociate di San Pietro e, fatto ciò, bandire una nuova crociata contro i turchi, per la quale metteste da parte un capitale e proclamaste anche un’indulgenza, nella speranza di celebrare un giorno la messa solenne in Santa Sofia a Costantinopoli.

Che oggi un Papa si ponga alla testa di un esercito è impensabile, anche perché in effetti andrebbe contro i princìpi del Vangelo. Malgrado ciò, se mi è consentito fare il processo alle intenzioni, la vostra opera di condottiero non fu violenza fine a se stessa. Secondo la mentalità del vostro tempo, raramente le contese si risolvevano con la diplomazia e un atto di guerra si rendeva spesso inevitabile. Avete combattuto coloro che vedevano un nemico nella potenza politica della Chiesa e avete saputo metterli a bada, mostrandovi a volte anche clemente con gli sconfitti. La lunga guerra mossa ai francesi che volevano deporvi, fu fatta per difendere la vostra autorità e, al contempo, per liberare le terre della Chiesa da un popolo di invasori.

Erasmo da Rotterdam: immaginò che san Pietro aveva chiuso la porta del Paradiso a Giulio II.

Trovo fastidiosi i tentativi di esaltare in voi l’immagine negativa che si ebbero già tra i vostri contemporanei: ci fu chi asserì che avevate gettato le chiavi di San Pietro nel Tevere, conservando solo la spada di San Paolo. Erasmo da Rotterdam scrisse il dialogo Iulius exclusus a coelis in cui, dopo la vostra morte, si vede San Pietro rifiutarvi l’ingresso in Paradiso poiché vi ritiene colpevole di aver reso la Chiesa «schiava dei poteri terreni», tanto che «non c’è da meravigliarsi che lassù capiti così poca gente». Si aggiunga che, per ingraziarsi Leone X, l’umanista negò la paternità di quest’opera, che gli studiosi stabiliscono però concordemente provenire di suo pugno. Per quanto mi riguarda, l’Unico che doveva giudicarvi lo ha già fatto e nessuno di noi può sindacare.

Il Grande Vecchio, Indro Montanelli. Fu uno dei pochi a valutare obiettivamente Giulio II.

Ho notato però che solo Indro Montanelli, il più atipico degli storici che si sono interessati a voi, pur non risparmiandosi in biasimi, ha la premura di riportare un fatto importante, avvenuto negli ultimi giorni della vostra vita.

“La mattina del 4 febbraio 1513 [il Papa] chiamò il cerimoniere e diede istruzioni sul funerale. Disse che non doveva essere troppo sfarzoso, ma nemmeno scalcagnato come quello di Alessandro. I cardinali non vedevano l’ora che il pontefice li liberasse della sua incomoda presenza, ma Giulio, nonostante i continui collassi, non si decideva ad accontentarli. Negl’intervalli di lucidità riceveva ambasciatori e prelati, dettava lettere, impartiva ordini. Teneva sotto il letto una bottiglia di malvasia che tracannava di nascosto dai medici, i quali invano tentavano di propinargli i comuni farmaci. Ogni poco faceva capolino nella stanza il confessore, ma Giulio regolarmente lo cacciava bestemmiando e brandendo l’inseparabile bastone. Il 20 febbraio, presagendo la fine, si decise finalmente a ricevere il viatico, quindi chiamò al capezzale i cardinali e al loro cospetto dichiarò di esser un gran peccatore e di aver malgovernato la Chiesa. Fu il suo ultimo – e unico – gesto di umiltà”.

Particolare del michelangiolesco monumento funebre a Giulio II in San Pietro in Vincoli, ma non vi fu mai sepolto. In realtà, il papa avrebbe voluto fare dell’intera basilica vaticana la sua tomba. Ironia della sorte, Pio XII ordinò che i resti dei due papi Della Rovere fossero sepolti nella più umile forma: sotto il pavimento della basilica vaticana, un’anonima lapide che passa inosservata da tutti, mentre la calpestano, rassegnata ne indica il punto.

Sul perché la maggior parte degli storici tralasci questa parte non c’è molto da interrogarsi. È vero, Santità, foste un uomo dai grandi eccessi, tirannico, iracondo, lussurioso e chi più ne ha più ne metta, ma quest’unico atto di contrizione cambia tutto. In piena regola si tratta di un pentimento in punto di morte, più che sufficiente a farvi guadagnare l’accesso al Regno dei Cieli, che Erasmo – e non San Pietro – vi avrebbe negato.

Sinceramente vostro,

Alessandro Lastra







Caterina63
00martedì 29 ottobre 2013 12.34
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Necrofilia, eccentricità, grandezza e altre amenità nella persona di Alessandro VII Chigi



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tomba chigi


 


Il papa che “edificò”, nel senso architettonico, Roma. Uomo della penitenza o uomo della stravaganza? Quella sua bara sotto il letto, era “memento mori” o gusto del macabro?  


 


 


 


di Antonio Margheriti Mastino da papalepapale.com


1001458_10200579178534774_422173223_nHo sempre ammirato la figura di Fabio Chigi, che fu il primo vero segretario di stato sotto Innocenzo X Pamphilj, destinato poi a succedergli come Alessandro VII.  E in 12 anni di pontificato fece per la Chiesa e per Roma quanto potevano fare dieci papi in un secolo: non dimentichiamo che “suo” è il famoso colonnato del Bernini, per citate solo la più macroscopica delle sue commissioni.



L’uomo della penitenza: Fabio Chigi



Il giovanissimo Fabio Chigi, già in carriera.

Il giovanissimo Fabio Chigi, già in carriera.



L’ho ammirato non solo per l’operosità e la concretezza, la dirittura morale, l’assoluta severità verso se stesso e di riflesso – capace sempre di impietosirsi – verso gli altri: era esigente e intransigente dal punto di vista etico. Ho ammirato questo e anche la sua estrema franchezza nel distribuire giudizi, algidamente brusco quando le circostanze e certi soggetti lo richiedessero. Sebbene covasse sempre sulle sue labbra sottili e si riverberasse  sugli occhi eternamente febbricitanti, un lieve, ironico sorriso. Machiavellico. O di uomo dal realismo tetragono (ma del resto, come poteva non essere così provenendo dalla prima famiglia italiana di grandi banchieri? I Chigi di Siena), ma sensibile alla giustizia. Terribile anche, nel suo senso di giustizia.


Gracile, quasi anoressico e malaticcio, certo, una precaria salute di ferro tormenta dal “mal della pietra”, ma qualcuno a suo tempo annotò un particolare sulle sue mani, che dovevano essere particolarmente grandi: «Aveva tanta forza nella mani, che avendo presa la mano di un altro, questi non se ne poteva liberare, per quanto fosse robusto e forte». Come abbiano fatto a stabilirlo non è dato sapere: che avessero fatto una gara di tira e molla col papa? Bah!


24486Era uomo che non si faceva concessioni, aveva rispetto di se stesso ma senza vanità. Anzi, con quella sua figura affilata come una sciabola e segaligna come una radice, i tratti ossuti, un corpo nodoso e secco, il volto fatto di spigoli e cavità dalle cui misture di ombre e luci emergevano i suoi tratti fisiognomici, era esso stesso imago di ascetismo: era un uomo della penitenza. Ma per se stesso, non per gli altri. Non l’imponeva a nessuno, almeno.


Conosceva a fondo l’animo umano, non si aspettava mai granché dagli uomini, ma lo amareggiava la debolezza dei grandi personaggi, quelli sui quali, lui uomo senza illusioni, aveva nutrito qualche aspettativa edificante:  accolse con gioia l’esule regina di Svezia, Cristina, diventata una star della Controriforma in seguito alla rinuncia al trono svedese per non dover abiurare la fede cattolica alla quale s’era convertita in quella terra luterana. Alessandro VII ne rimase profondamente disilluso e scosso quando seppe dello scarso contegno morale (anche con dei porporati, si vociferò, e del resto il suo più intimo amico era un cardinale, che l’adorava) che la pur non bella (e qualcuno dice un po’ saffica, qualcuno un po’ troppo “riformato” però) ex sovrana manteneva nella città del papa. Fu persino tentato di mandarla via, ma lo scandalo sarebbe stato maggiore del vantaggio.



Necrofilia



Tomba monumentale di papa Chigi nella Basilica Vaticana. Particolare

Tomba monumentale di papa Chigi nella Basilica Vaticana. Particolare



Sono affascinato per tutto questo da papa Chigi, certo. Ma anche per una cosa che ho scoperto col tempo: sotto quei paludamenti di austerità invincibile, c’era qualcos’altro, mai venuto completamente a galla, ma gli indizi sono tantissimi e concordanti, tanto da farci dire che forse forse non doveva essere un tipo noioso come sembra all’apparenza; anzi, pare fosse un uomo estremamente curioso. Un po’ troppo, per non rasentare l’eccentricità. Che spesso e volentieri sforò nella stravaganza. Tante stravaganze. Starei per dire che… quasi quasi mi somiglia assai, troppo: sarà per questo che amo Alessandro VII.


Ecco, credo che sotto tante scuse “penitenziali”, di “autoumiliazione” rituale, col pretesto del “memento mori”, c’era piuttosto la voglia di mascherare una sua certa passione necrofila, fascino per il macabro almeno.


Passi la (sua) bara che teneva sotto il letto, per ricordarsi che “si deve morire”… anche se è difficile scordarsene pur senza feretri sotto il giaciglio. Passi pure il fatto che ancora vivo si era fatto costruire il monumento funebre entro il quale sarebbe stato sepolto un giorno; passi anche il fatto che quel magnifico monumento barocco è sì fra i più belli della Basilica, il più suggestivo e scenografico, ma anche il più scopertamente macabro, avvolto com’è in un nugolo di inquietanti scheletri incappucciati e alati, clessidra alle mani, modellati a tutto tondo… “tridimensionali” si direbbe oggi… che spuntano e da tutte le parti. Passi pure che, sempre da Bernini, si fosse fatto scolpire un teschio (purtroppo andato perduto, pare) in marmo che teneva sulla scrivania; e passino i tanti teschi in miniatura che teneva ovunque. Passi tutto.


 La più sontuosa e barocca delle tombe monumentali dei papi: quella di Alessandro VII nella navata laterale di San Pietro. E' anche la più macabra... Fu progettata, mentre il papa era ancora in vita, dal suo prediletto Bernini


La più sontuosa e barocca delle tombe monumentali dei papi: quella di Alessandro VII nella navata laterale di San Pietro. E’ anche la più macabra… Fu progettata, mentre il papa era ancora in vita, dal suo prediletto Bernini

Ma farsi cesellare nel fondo della tazza d’argento da dove a tavola beveva un’immagine raccapricciante nientemeno che della Morte, beh signori, questo è troppo! Qua non è più questione di umiltà e memento mori: qua siamo alla necrofilia bella e buona, al gusto dell’orrido. E dire che un po’ a Dario Argento assomiglierebbe pure… Stravaganze!

Anche perché come tutti quelli sempre malaticci da sempre, non moriva mai, e maligno il Pasquino chiosava: «Per ingannare il popolo cristiano/ Sempre sta moribondo e mai non muore…». E di morire non aveva alcuna voglia: ancora nunzio, afflitto dal mal della pietra che a momenti – così raccontava – lo conduceva alla pietra tombale, incontra il futuro santo Francesco di Sales, che lo guarisce. Diventato papa, una congiura gestita da un gruppo di donne fece arrivare dalla Sicilia un nuovo veleno, trasparente, inodore e insapore che avrebbero dovuto miscelare alle sue bevande per farlo fuori: scoperto il proposito omicida ai suoi danni, furono tutte giustamente decapitate. Fu anche il primo papa che andò a villeggiare a Castel Gandolfo, dove ricevette un prete tedesco. Il papa gli domandò se Roma gli fosse piaciuta, e quello disse che dell’Urbe ormai non gli restava niente altro da vedere. Poi osservando l’aspetto macilento e febbricitante di papa Alessandro, aggiunse improvvidamente: «Salvo un conclave: perciò ci resterò ancora un altro po’». Fu seduta stante congedato dal papa, con l’ingiunzione di tornarsene immediatamente in Germania «anche perché vi toccherebbe aspettare troppi anni». Non lo vide mai quel conclave, il pretino, perché Alessandro VII sarebbe stato il suo ultimo papa: morirà lui, il prete, durante il viaggio di ritorno in Germania.

Orologi

Fabio Chigi finalmente papa Alessandro VII. Dipinto splendidamente dal Baciccia, che per l'occasione volle "ingrassarlo" un po', lui che era pelle e ossa...

Fabio Chigi finalmente papa Alessandro VII. Dipinto splendidamente dal Baciccia, che per l’occasione volle “ingrassarlo” un po’, lui che era pelle e ossa…

A proposito del celeberrimo monumento funebre di papa Chigi: dicevamo poco fa del macabro scheletro che lo sorregge, sventolando una clessidra, simbolo del tempo che passa. Immagine e sintesi più emblematica delle passioni un tantino insane di Alessandro VII non potrebbe esserci. Infatti quella clessidra è rivelatrice di un altro suo collezionismo compulsivo: quello degli orologi, che proprio in quell’epoca stavano vivendo un boom, tecnologico, stilistico e di diffusione in misure che potessero tenersi in casa, invece che esiliati sui campanili dei grandi edifici. E un contributo determinate lo diede proprio il papa, non volendo magari.

Infatti, così come si circondava di casse da morto e altra oggettistica mortuaria con la scusa del “memento mori” (bugia: gli piaceva e basta!, ribadisco); alla stessa maniera, con la scusa di soffrire d’“insonnia”, chiamò degli esperti e si fece brevettare un orologio da camera da letto in tal guisa che soltanto le fisime dell’appassionato del genere potevano immaginare: che non facesse rumore, neppure un ticchettio; che s’illuminasse di notte e, soprattutto, a determinate ore proiettasse sul muro e sul pavimento con un gioco di luci l’ora esatta. Fisime!… cose da maniaci. Riuscirono davvero a crearglielo, mandandolo in un brodo di giuggiole, tanto che i due orologiai, i fratelli Campanini, furono premiati coll’ambitissimo brevetto di “fornitori pontifici”, e dunque, lanciata da papa Chigi, scoppiò fra i ricchi la moda dell’orologio da camera, alla maniera di Alessandro VII: le richieste furono talmente tante che i due orologiai, muniti dell’esclusiva pontificia, si spaccarono la schiena per ottemperare alle commissioni che giungevano da tutta Europa, e divennero persino ricchi. Qualcuno osò insinuare che la loro invenzione non era poi così originale: mosso più dall’orgoglio del collezionista che dal senso di giustizia – con tutti i problemi che c’erano – immediatamente Alessandro VII mise su una commissione d’inchiesta. Che, va da sé, stabilì il suo orologio essere originalissimo, nessun plagio.

Un esemplare di "orologio notturno" realizzato sempre dai fratelli Campanini, molto simile a quello di Alessandro VII (ammesso non sia proprio l'originale)

Un esemplare di “orologio notturno” realizzato sempre dai fratelli Campanini, molto simile a quello di Alessandro VII

Fosse solo quello: la verità (ecco il maniaco) è che oltre ai teschietti, Alessandro VII discretamente si era portato appresso al Quirinale tutti gli orologi di ogni forma e dimensione, meccanismo ed epoca che collezionava da una vita. Collezione è dir poco: era, per esser precisi, la più imponente collezione privata di orologi dell’intero Occidente. Altro che “insonnia”… restava sveglio per giocare con gli orologi semmai!

È un grandissimo peccato, oltre che un mistero sul come sia successo (ma è facile immaginare: alla morte del papa uno ruba qua, uno ruba là… aggiungici i parenti in genere più ladri degli inservienti… e i conti tornano), è un peccato, dicevo, che tutta quella spettacolare collezione di orologi di papa Chigi, compreso quello “geniale” da camera che si era fatto fare su misura e lo aveva reso felice come un bambino, che tutta quanta questa collezione si sparita da immemorabili: non esiste più. Sicuramente qualche pezzo esisteRà ancora, ma chi può dirlo dov’è e se è quello alessandrino? [ per qualche altro spunto su questo tema, si veda QUIQUIQUI ]

Dentiere e talamo

Da studioso di storia dell’igiene e della medicina, mi sono sempre meravigliato di com’è che non sia mai incappato nella storia delle dentiere: perciò avevo dato per scontato (scioccamente) che fossero un’invenzione moderna. Invece sono forse la più antica delle invenzioni mediche: persino nell’antica Grecia ve n’erano degli esemplari, un po’ rudimentali. Ecco, mi ha colpito il particolare che per – così spiega la bizzarra diagnosi medica – «le flussioni contratte nel clima umido di Munster, aveva perduto i denti» e perciò, udite udite, Fabio Chigi portava una dentiera: siamo nel cuore del Seicento! Ma la “finta dentatura” già c’era.

Il famoso "talamo" di papa Chigi, utilizzato ancora fino a pochi anni fa dai papi, per la processione del Corpus Domini

Il famoso “talamo” di papa Chigi, utilizzato ancora fino a pochi anni fa dai papi, per la processione del Corpus Domini

Poi ho scoperto un’altra cosa.Quando vedevo le incisioni dei papi antichi o dal vivo i papi della mia epoca (salvo l’attuale, sui generis pure in questo) alla processione del Corpus Domini – avete presente? – con l’ostensorio sulla “macchina” processionale, avvolti nel piviale, mi sono sempre chiesto “ma stanno in ginocchio o stanno seduti?”: non si riusciva mai a capire. In un certo senso, non stanno né seduti né in ginocchio. Quasi sdraiati…

Mi spiego, perché c’è una spiegazione, e risale proprio a papa Chigi. Costui aveva subìto (immaginate, all’epoca!) un’operazione al ginocchio, ragion per cui non poteva stare a lungo inginocchiato, come, ad esempio, richiedeva proprio la processione del Corpus Domini. Si industriò Bernini in persona, che il Chigi adorava, per aggirare l’increscioso ostacolo. Inventando il “Talamo”, una specie di lettuccio, sul quale il papa coperto dal voluminoso piviale a dissimulare la realtà prosaica, pur stando a sedere sembra stare in ginocchio. Il commento di Pasquino non tardò a svelare l’arcano del profano altarino:  «Perché chiamarlo talamo? Meglio sarebbe letto – e al più presto possibile – magari cataletto».

Io amo quest’uomo: Fabio Chigi. Adoro questo papa: Alessandro VII ! Ce ne fossero ancora… uno dietro a ogni colonna del Bernini ce ne vorrebbe… oggi!




Caterina63
00lunedì 9 dicembre 2013 00.53

"Il Papa che si rade, maddài!"


IL PAPA CHE SI RADE


Dai disegni di Molino al sistema mediaticoil mondo toglie a Chiesa e Papa il loro quid cristiano
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - "il Foglio" 4-XII-2013

Poi vennero le prime telecamere in Vaticano regnante Giovanni XXIII, i teleobiettivi su Paolo VI, il papato mediatico di Giovanni Paolo II e, ora, la quasi consustanzialità tra massmedia e Papa Francesco. Ma, in principio, fu la cara, vecchia, borghesissima “Domenica del Corriere”: fu proprio lì, su una sua copertina, che il 4 maggio 1952 Pio XII venne disegnato in vestaglia beige, ritto davanti al lavabo con un rasoio elettrico nella mano destra e un cardellino sulla sinistra.

Le raccolte dei quotidiani e dei periodici di quei giorni non raccontano reazioni sdegnate, o almeno un poco infastidite, quasi fosse cosa del tutto normale trovarsi davanti al Papa esibito come un borghese qualsiasi nell’atto di radersi la barba. Vista oggi, la tavola a colori di Walter Molino ha persino dell’ingenuo, ma allora aveva la forza di un servizio di apertura del telegiornale di prima serata.Tra i pochi a scandalizzarsene si segnalò Giovannino Guareschi. Quel sentore di popolo e di Bassa Padana che portava nel sangue dal Primo Maggio 1908, induceva il malcreato compaesano di Giuseppe Verdi a coltivare un senso del pudore di cui la borghesia non aveva mai saputo cosa fare. “Vedendo sulla prima pagina della ‘Domenica’ il Papa che si sta facendo la barba nel gabinetto, in vestaglia da camera” scrisse allora Guareschi su “Candido” “ho provato un senso di acutissimo disagio. Non ho mai pensato che fosse un angelo a radere la barba al Papa, e mai ho pensato che in Vaticano non esistessero camerini da bagno.Però qualcosa mi ha sempre impedito di pensare il Santo Padre in atto di farsi la barba nel camerino del bagno. (…) In seguito ho fatto in modo che quel disegno cadesse sotto gli occhi di molte persone per osservare le reazioni. E poiché mi sono accorto che la quasi totalità dei soggetti ha trovato la cosa quanto mai normale, ho concluso, ancora una volta di più, che io sono un sorpassato. (…) Siamo dei superati (…) e la prima pagina della ‘Domenica’ col Papa in borghese che si fa la barba nel gabinetto, ci sembra addirittura qualcosa di sacrilego.Siamo dei sorpassati. Non fatecene una colpa: è soltanto una disgrazia. O una fortuna”.

L’era trionfale del Grande Fratello tecnologico divenuto ormai un facsimile del Corpo Mistico era di là da venire. Marshall McLuhan non aveva ancora spiegato che “l’idea secondo la quale ciò che conta è il modo con cui un mezzo viene usato è l’opaca posizione dell’idiota tecnologico”. Ma il grande inganno era già lì, in copertina sull’inoffensiva “Domenica del Corriere”, e il popolo di Dio, fin da allora in grave carenza di anticorpi contro lo spirito mondano, non ne avvertiva il fetore. Salvo qualche candida eccezione che, un decennio più tardi, la nuova ecclesiologia conciliare avrebbe rubricato tra i profeti di sventura.La cesura tra Chiesa e mondo, che non separa un’epoca dall’altra ma corre intransigente lungo i secoli, come sempre era lì da vedere. Ma troppi cattolici avevano cominciato a socchiudere i loro occhi miopi nell’illusione di guardare più lontano.Tentavano di intravedere un futuro e amabile incontro con lo spirito mondano e non si curavano del presente.

Pur delicato come richiedevano le buone maniere del tempo, quel “Papa in borghese che si fa la barba” sulla “Domenica del Corriere” era un’astuta aggressione mondana mascherata da educata attenzione. Vero e proprio atto di guerra posto per via affettuosa e familiare, procedeva alla spoliazione di Pietro dai segni che i secoli cristiani avevano elaborato per farne il Vicario di Cristo agli occhi di ogni uomo: dei cattolici di “Famiglia cristiana”, dei borghesi della “Domenica del Corriere” e dei comunisti di “Vie Nuove”. Paramento dopo paramento, concetto dopo concetto, preghiera dopo preghiera, prima per sola mano del mondo e poi con complicità cattolica, la persona del Papa sarebbe stata spogliata di tutto, fino a lasciarle la sola logora veste da cappellano di ospedale da campo.Ma, così denudato, il Vicario di Cristo, che anche a volerlo non può essere un altro San Francesco, diventa flebile persino nella voce. Per quanto meritori siano, i richiami che lancia contro lo spirito del mondo sono destinati a rimanere inoperanti: il discorso cristiano, privato degli ornamenti che gli sono propri, anche quando si fa invettiva, finisce per farsi rivestire di significati e di simboli orditi dal mondo stesso e, quindi, a per essere muto.


Da quando ha deciso di abbracciarlo, la Chiesa ha preso a parlare al mondo facendo proprio il suo bon ton, che negli Anni Cinquanta era borghese e di destra e oggi è borghese e di sinistra, ma comunque sempre un po’ radical e un po’ chic.Per questo sono stati messi da parte intellettuali genuinamente popolari come Guareschi, che allo spirito mondano gettavano in faccia il suo peccato d’orgoglio con una ferocia esemplare anche oggi. Nessuna madame Verdurin avrebbe voluto nel suo salotto un bifolco capace di scandalizzarsi per il Papa ritratto in vestaglia, refrattario alle magnifiche sorti progressive e così poco comme il faut. “La storia non la fanno gli uomini.” Aveva osato scrivere quel contadino “gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia.E la storia, del resto, è in funzione della geografia. Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono si dare un corso diverso alla storia, ma non modificano un bel niente, perché, un bel giorno, tutto andrà a catafascio.
E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere; crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra. E i superstiti dovranno lottare a colpi di sasso con le bestie, e ricomincerà la storia. La solita storia”.Se ogni secolo, per rinsavire, ha bisogno di santi che lo contraddicano in nome di Cristo, quello attuale, popolato da troppe madame Verdurin extra muros e intra muros, mendica parole malgarbate come queste. Invettive che nulla hanno di mondano e perciò ricordano a ogni uomo la pochezza del suo potere sul tempo e sulla vita. Là dove impera l’orgogliosa frenesia del fare la storia, un po’ da salotto e un po’ da revolucion, si può contrapporre solo l’umile assunzione di ciò che nel tempo e nello spazio non è soggetto alle mode e non può mutare.

Chi voglia soccorrere un’epoca in cui la rivoluzione manifesta i suoi esiti più blasfemi deve offrire in elemosina la moneta pulita e sonante tradizione.Per restituire il vero senso della libertà a un uomo oppresso dalla tirannia della storia che registra il meramente avvenuto, bisogna indurlo a contemplare la nobiltà della tradizione che rappresenta il possibile e perciò l’universale. Ma oggi i cristiani trovano più comodo assoggettarsi al senso ultimo di qualsiasi filosofia della storia, che finisce sempre per spiegare che quanto è avvenuto doveva avvenire, togliendo alla tradizione il regno dei significati e lasciandole quello della fantasticheria.Chiunque voglia sanare gli uomini dall’orgoglio originale e indurli alla vera povertà, quella di ogni creatura davanti all’eternità e all’infinità di Dio, come fa Guareschi nelle sue scandalose considerazioni, dovrebbe ribellarsi a una cultura che trasforma dei semplici fatti in verità intolleranti. Dovrebbe mostrare che la storia è il cortile angusto di ciò che è accaduto e non tornerà più, mentre la tradizione è il manifestarsi dell’eterno nel tempo e non perirà mai.Una è la celebrazione grigia e senza prospettiva delle fortune dei potenti, l’altra è un mondo dalle mille dimensioni che consegna il suo destino anche all’ultimo degli ultimi.

Ma la Chiesa d’oggi, meaculpista per il suo passato costantiniano e il matrimonio con un potere che pur sapeva tenere a bada, finisce per fornicare con un potente che non ne vuole sapere di vincoli spirituali e morali. Così premia senza vergogna Giorgio Napolitano, per mano della Pontificia Università Lateranense, in virtù del suo “generoso e sacrificato impegno nella promozione dei diritti della persona e nella tutela della dignità di ogni donna e ogni uomo (…) per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni (…) il cospicuo magistero e la coerente testimonianza di vita”. Non è così che si evoca almeno un senso di nostalgia di Dio, che si insinua anche l’ultimo dei barabba un filo di speranza da indurlo a sospirare “Che bello se il mondo fosse così”.Il senso più profondo della narrativa guareschiana, che nasce dal sacro irrompere della tradizione nelle lande profane del mondo, sta nel coraggio che oggi la Chiesa non riesce più a darsi. Tuonare contro le ricchezze di qua e di là dal Tevere finendo per travolgere anche lo splendore dovuto a Dio non è affare da capitani coraggiosi, ma da furbi public relations. Però non produce prodigi perché anche il più abile dei pr non riuscirà mai a rendere desiderabile un mondo votato alla povertà e alla sciatteria.
Non indurrà mai l’uomo a guardare in alto, ma lo costringerà a cercare in basso.Il prodigio che per secoli la Chiesa ha prodotto con la sua liturgia, la sua preghiera, la sua predicazione, la sua teologia, la sua dottrina, il suo catechismo, e che oggi sopravvive a ogni voltare di pagina in opere come quelle di Guareschi e fa sospirare sul quel “Che bello se il mondo fosse così”, è frutto di un miracolo capace di mostrare come sarebbe il mondo se l’uomo non si opponesse alla Grazia.

Non il mondo perfetto inventato dalle ideologie: anzi, un mondo ancora piagato dal dolore, dal male e dalla morte, ma in cui tutto, finalmente, ha un senso.Un mondo trasfigurato già qui e ora per la presenza di Cristo crocifisso e della Chiesa che ne distribuisce la Grazia attraverso i sacramenti per mano dei suoi sacerdoti.

E’ qui che la tradizione, oltre la soglia anche della più povera cappella di campagna, si fa liturgia e, oltre il frontespizio della più popolare opera letteraria, si fa poesia. Alimentati dal senso della tradizione, il linguaggio poetico e quello liturgico, che nulla hanno di sentimentale, si incaricano di restituire il suo vero essere a ciò che il discorrere profano aveva illuso di esistere altrimenti e altrove. E’ il momento del grande ritorno a casa, un rimettersi al Creatore che Guareschi descrive con linguaggio quasi da predicatore medievale:“(…) gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche.E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria”.

Allora, solo il senso della tradizione, che è fatto di cerimoniosa precisione dottrinale e rituale, può ricomporre l’ordine voluto dal Creatore una volta per sempre. “Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, e lì attorno si fanno presenti tutti: i Serafini, i Cherubini, i Troni, le Dominazioni, le Virtù, le Potestà, i Principati, gli Arcangeli, gli Angeli, i Santi, i Beati e tutti i morti e, nel cuore di chi si inginocchia con devozione, anche tutti i vivi a cui vuole bene.Tra i Kyrie eleison, i Dominus vobiscum e gli Oremus, il tempo riprende il suo scorrere verso ordinato il Cielo con l’incenso, la luce delle candele e le preghiere, anche quelli ad maiorem Dei gloriam. E, fedele alla sua promessa, Nostro Signore viene ancora una volta a immolarsi per noi. Lo guardi, ti fai bambino e gli chiedi tutto quello che hai nel cuore e vorresti proteggerlo anche se lui è immensamente forte. Ma è proprio questo il bello di essere cattolici: provare tenerezza nei confronti dell’essere più potente dell’universo.Tutto questo lo si comprende davvero soltanto entrando in chiesa. Non c’è linguaggio mondano che lo possa trasmettere neanche al più ben disposto degli uomini.

Per quanto pia, è solo un’illusione quella che spinge i pastori ad assumere l’odore del gregge per farsi comprendere e per guidarlo. Nathaniel Hawthorne, nel “Il fauno di marmo”, scrive: “Gli amici uscirono dalla chiesa e guardando in su, dall’esterno, alla finestra che avevano ammirato da dentro, non vedevano nient’altro che il semplice contorno di un’ombra tetra. Niente poteva più essere distinto, né il singolo ritratto di un santo, di un angelo o del Salvatore, né tanto meno lo schema complessivo e il significato del disegno.‘Tutto questo’, pensò lo scultore, è il più sconvolgente emblema di quanto sia diverso l’aspetto di una verità religiosa o di una storia sacra quando è visto dal caldo interno della fede oppure dal suo freddo e cupo esterno. La fede cristiana è una grande cattedrale, con vetrate divinamente dipinte. Stando fuori, tu non vedi alcuna gloria, né riesci a immaginarne una; stando dentro, ogni raggio di luce rivela un’armonia di ineffabili splendori’”.Il tentativo di spiegare la Chiesa al mondo usando parole mondane è destinato a mostrare agli uomini “il semplice contorno di un’ombra tetra. E’ un parlare concitato da ospedale da campo, dominato dal pathos, che finisce per mondanizzare in arrendevolezza la misericordia. E’ un arrendevole ospedale da campo quello in cui si fermò Simone Weil, sulla soglia della conversione, senza mai entrare in Chiesa. Scrive in proposito Cristina Campo: “’Potrei darle il battesimo anche così’ disse a Simone Weil padre Perrin, e inevitabilmente, Simone fece un passo indietro. Un più profondo e rigoroso teologo le avrebbe negato il battesimo tout court, senza tentare né l’arrendevolezza né il ptahos.E Simone Weil avrebbe, con ogni probabilità, piegato il ginocchio. La rivelazione di una Chiesa pura perché tremenda, pietosa perché inflessibile, in totale contraddizione con il mondo, tetragona e bruciante, non era certo per atterrire Simone Weil ma solo, appunto, ciò di cui, in Simone Weil, Simone Weil soprattutto desiderava la morte: la partie médiocre de l’âme”.Chiunque offra di meno, pur a fin di bene, imbroglia e chiunque accetti di meno ci rimette.

E ciò avviene perché, quasi sempre, nella Chiesa di oggi si scambiano i luoghi e i ruoli: si distribuisce misericordia dove servirebbe il rigore e si impiega il rigore dove servirebbe la misericordia. Per questo un prete come don Camillo, inflessibile dal pulpito e misericordioso in confessionale, è fuori moda. Quando celebra la Messa e predica tuonando contro le nefandezze del mondo moderno, comunismo compreso, si rende odioso alla borghesia di sinistra. Ma, quando assolveva Peppone con quindicimila “Pater noster” di penitenza, si inimica la borghesia di destra. Però alla fine Peppone, che ben poco ha del comunista e don Camillo lo sa benissimo, entra in chiesa e non solo di notte quando non vuole perdere la faccia davanti ai suoi compaesani.Grazie a quel prete cattolicamente mal garbato e tridentino, Peppone ha vinto il peccato d’orgoglio che sfigura l’uomo moderno e postmoderno e si traduce nella pretesa di ricevere i sacramenti da una Chiesa a cui non si riconosce il potere di negarli. Ma ci vuole un don Camillo per guarire le pecorelle da tale malattia.

Lui che, in riva al fiume per la benedizione rituale prega:  “Gesù se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità”.E l’amen rituale non sgorga dalle gole dei borghesi rintanati nelle loro case per timore di qualche palla di fucile. “’Amen’ disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. ‘Amen’ risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso”.







Caterina63
00mercoledì 11 dicembre 2013 10.25

L’amicizia tra Alessandro Elishà da Fano e Achille Ratti,

di David Sciunnach

Due lettere - conservate presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana e datate l’una 21 luglio 1908, l’altra 10 aprile 1909 - costituiscono le prime prove accertate di un’amicizia a oggi sconosciuta, ma che segna invece una pagina importante nei rapporti tra ebraismo e Chiesa cattolica nel Novecento. È l’amicizia tra il rabbino Alessandro Elishà da Fano, una delle figure più importanti dell’ebraismo italiano di primo Novecento, e Achille Ratti, futuro Pio XI.

Destinato a durare tutta la vita, il rapporto di stima e amicizia tra il rabbino da Fano e monsignor Achille Ratti (allora Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e professore presso il locale seminario) iniziò nella dialettica tra alunno e docente. Da Fano fu infatti l’insegnante di lingua ebraica di Ratti. E anche all’infuori delle ore di lezione, Ratti amava intrattenersi nei locali dell’Ambrosiana o nella sede del rabbinato con il rabbino da Fano a discutere di grandi questioni religiose e culturali. La stima era veramente profonda: il futuro Papa fu il primo professore di seminario a portare i propri allievi in sinagoga ad ascoltare le lezioni del rabbino di Milano.

Il legame speciale tra i due continuò anche dopo l’elezione di Ratti al soglio pontificio. In una visita di Mussolini avvenuta l’11 febbraio 1932 è lo stesso Pio XI a informare il duce: “Sono stato anche scolaro del rabbino di Milano, da Fano, quando volli penetrare certe “nuances” della lingua ebraica”. Giunto a Roma, Pio XI ricevette in Vaticano più volte il suo vecchio maestro e amico. Giotti da Fano, nipote del rabbino, ricorda che nell’udienza del 1935 (prima dunque della promulgazione delle leggi razziali), quando da Fano richiese di incontrare il Papa per ottenere il suo ausilio al fine di scongiurare provvedimenti antiebraici, Pio XI si espresse all’incirca così: “Fino a che siederò sulla Cattedra di Pietro non potrà accadere nulla agli ebrei italiani”. Parole che trovano conferma nella famosa critica interlocuzione che Pio XI rivolse a Mussolini in seguito al varo delle leggi razziali nel 1938: “Spiritualmente siamo tutti semiti”. Purtroppo però Pio xi non potrà mantenere la parola data perché morirà il 10 febbraio 1939.

Giotti da Fano ricorda anche come al termine di quello che fu l’ultimo incontro tra Pio XI e suo nonno avvenne un gesto che ha dell’incredibile: dopo l’abbraccio commosso tra loro, prima il rabbino da Fano impose le sue mani sulla testa del Papa benedicendolo con la benedizione sacerdotale, quindi il Papa impose le sue mani sul capo del rabbino da Fano benedicendolo. Un duplice gesto storico, impensabile prima del concilio e di Nostra aetate. […]

L’Osservatore Romano (9-10 dicembre 2013)







San Damaso I (Papa tra il 366 e il 384) era appassionato di archeologia, compose epigrammi e incoraggiò San Girolamo ad intraprendere una traduzione completa in lingua latina della Sacra Scrittura. Ma non aveva la spocchia di chi pensa che, perché ha studiato, il mondo non sia degno di lui. Nella Cripta dei Papi, all'interno delle Catacombe di San Callisto, leggiamo questa sua iscrizione: "Qui io, Damaso, desidererei far seppellire i miei resti, ma temo di disturbare le pie ceneri dei Santi".









La cosiddetta "Dalmatica di Carlo Magno".
secolo undicesimo. Regalo del Patriarca di Costantinopoli, Isidoro di Kiev (1439) a papa Eugenio IV (1431-1447)

L'unico paramento liturgico medievale conservato nel Tesoro di San Pietro è questo dalmatica. Si tratta di un capolavoro dell'arte del ricamo praticata a Costantinopoli durante l'undicesimo secolo. Non è noto come la leggenda crebbe che è stato indossato da Carlo Magno per la sua incoronazione come imperatore nel 800 dC. E 'realizzato interamente in ricami d'oro, d'argento e filo colorato su seta blu con scene della iconografia bizantina del IX e X secolo.









Siamo nel tardo secolo XIII o i primi del XIV ed ecco un anello in argento dorato, sul quale troviamo scritta, in caratteri lombardi: '' AVE MARIA GRACIA Plena 'che significa appunto:
' Ave Maria piena di grazia '. Trovato nella zona di Chester Lackes - Inghilterra.






 

Caterina63
00sabato 25 gennaio 2014 09.09

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   Il papa parroco di tanti anni fa: Benedetto XIII. Povertà per sé, carità per gli altri, fasto per l’altare

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Non è una novità, nulla è nuovo sotto il Cupolone, tutto si ripete. Ed è così che il monaco domenicano pugliese Pierfrancesco Orsini, destinato a diventare papa Benedetto XIII, questo innamorato del culto divino, già nel Settecento sarà il papa “povero” e dei poveri, “spirituale”, “parroco” e “pastore”. Ma anche duro, intransigente: anzitutto con sé stesso, poi anche con gli altri. Sull’Essenziale specialmente; e sulla vanità e mondanità ecclesiastica. Nulla di nuovo, dunque.

 

 

Non amava starci. Ma come ultimo dei servitori visse nei sacri palazzi, allora ubicati presso il Palazzo del Quirinale, o meglio ancora come un monaco; nient’altro che una cella monacale come qualunque altra fu per lui quel grandioso palazzo reale. Aborrì le ricchezze e le comodità, non rifuggendo da esse, ma vivendoci a contatto, nella più estrema delle povertà, a dimostrazione che la povertà può e deve essere vissuta anche a contatto con quello che si ritiene un “male”. Forse persino necessario. L’importante è non confondere e non confondersi; distinguere e distinguersi. Sicché, la sua stessa stanza era e fu la riproposizione della sua cella conventuale. Due sedie di paglia, un inginocchiatoio, un crocifisso, un letto con un materasso di paglia, lenzuola di lana rozza e pesante, alcune immagini di santi, di carta, attaccate alle pareti. Fu frugale nel pranzo, che spesso saltava, digiunando secondo i precetti della Chiesa o per i suoi continui impegni pastorali.

 

 

 

di Giuseppe Massari da papalepapale.com 

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   Costretto alla porpora a 22 anni

Pierfrancesco Orsini di Gravina seppe e volle rinunciare ai benefici, ai titoli nobiliari che gli sarebbero derivati dal suo casato, essendo il primogenito. A 17 anni si recò a Venezia, con la scusa di un viaggio d’istruzione, e nel convento di san Domenico a Castello vestì le bianche lane del santo di Guzman. A Santa Sabina, a Roma, compì la sua vocazione avviandosi al noviziato prima, al sacerdozio successivamente. All’età di 21 anni, con dispensa papale (occorrendo almeno 24 anni compiuti per il presbiterato), il 24 febbraio 1671, venne ordinato sacerdote.

Solo un anno dopo, il 22 febbraio del 1672, fu creato cardinale, del titolo di san Sisto, nonostante le sue riluttanze, la sua forte contrarietà, perché voleva continuare a vivere nella quiete del convento, come semplice frate domenicano. A nulla valsero le sue resistenze. Dovette piegarsi al volere dei suoi superiori che gli intimarono il dovere alla santa ubbidienza. Dal 1675 al 1680 fu alla sua prima esperienza di pastore di anime nella Diocesi di Manfredonia, la vecchia Siponto. Da qui, dal 1680 al 1686 fu traslato alla sede vescovile di Cesena e da questa, il 1686, fino alla sua morte, avvenuta in Roma il 21 febbraio 1730, a quella di Benevento, che conservò anche da papa e che visitò due volte: il 1727 e il 1729.

Il papa  che volle restare vescovo

Busto di Benedetto XIII, opera del Bracci

Busto di Benedetto XIII, opera del Bracci

In questi sessant’anni di ministero episcopale e petrino il suo lungo cammino spirituale non si interruppe mai. Fu umile, semplice, povero. Volle continuare a vivere nello spirito di povertà e di obbedienza, secondo la regola monastica della sua vita. Fu sempre un figlio di san Domenico. Non si sentì mai superiore, mai distaccato dai suoi doveri verso la sua famiglia religiosa. Fu figlio del Tridentino, attuando ed applicando, nelle sue Diocesi, tutti i decreti, le norme per regolamentare al meglio la vita della Chiesa e del clero. Fu discepolo di san Carlo Borromeo. Fu collaboratore, se non ispiratore, dell’opera del Crispino: Trattato della visita pastorale.

Sulla base di questi insegnamenti, egli non trascurò mai di visitare le sue diocesi, con apposite visite pastorali e la celebrazione di sinodi diocesani. A Benevento ne celebrò 34 diocesani e due provinciali. Aristocratico per nascita, l’arcivescovo Orsini amò gli umili, la plebe, i diseredati, li protesse dai soprusi e dalle prepotenze dei tirannelli locali e si fece promotore o sostenitore di svariate forme assistenziali che miravano ad alleviare la loro miseria e, come leggiamo in una lapide commemorativa del tempo, «a rivestire i loro animi del verde della speranza».

Aristocratico allergico alle pompe mondane; sacerdote del fasto liturgico

Busto di Benedetto XIII, atrio Sacrestia Vaticana

Busto di Benedetto XIII, atrio Sacrestia Vaticana

Sul piano strettamente spirituale, la sua azione mirava ad educarli cristianamente, tanto è vero che egli, nonostante le dignità che rivestiva, i ruoli che esercitava, non disdegnava di farsi catechista ai piccoli, agli adulti, alle donne e agli uomini. Fu sempre parroco nell’istruire, nel predicare, nel sermoneggiare, nel non avere fretta per i riti sacri, che celebrava con solennità e gaudio del popolo orante. Non amava vivere nei palazzi apostolici. Non amava codazzi di gente, di guardie del corpo. Di solito, usciva da solo, facendosi accompagnare, quando era necessario, da un seguito molto ristretto. Abolì guardie e gendarmi, ma soprattutto gli orpelli inutili, badando all’essenziale.

Spartano nelle esigenze personali, austero nell’indole, caritatevole per fede, povero per scelta, nonostante gli usi correnti in cui venivano praticati anche abusi che egli combatté fino in fondo. Non consentì che i parroci non vestissero degnamente, o che fossero trasandati nei loro portamenti. Vietò l’uso indiscriminato, ai chierici e, soprattutto, ai prelati delle parrucche. Fu rigoroso, intransigente ed inflessibile, fino a prevedere e comminare scomuniche.

Il guinness dei primati come edificatore del sacro

Benedetto al trono, riceve alcuni generali di ordini religiosi

Benedetto al trono, riceve alcuni generali di ordini religiosi

Benedetto crea cardinale Prospero Lambertini, futuro Benedetto XIV

Benedetto crea cardinale Prospero Lambertini, futuro Benedetto XIV

La sua lunga azione pastorale si distinse nell’esercizio delle funzioni più semplici. Dall’amministrare i sacramenti, al benedire nuove chiese, consacrare nuovi altari (un’autentica passione, che accentuò da pontefice), campane, suppellettili ed arredi sacri. Dai suoi diari, dai diari delle funzioni pontificali, i suoi biografi, tra i quali, in particolar modo il domenicano suo confratello, padre Giuseppe Bartolomeo Vignato, hanno ricavato cifre importanti e significative. Non numeri, ma azioni continue e frequenti per la edificazione della Chiesa.

Una tabella eloquente è quella riportata dal Vignato. Da questa si ricavano dati unici, rari, originali; dei veri e propri primati che nessun successore è riuscito ad eguagliare o superare. Un primato che parte dagli anni del suo ministero episcopale, fino a quelli in cui fu al timone della Barca di Pietro. Proviamo a leggerli e farcene una ragione di tanto impegno, di tanto zelo, di tanta solerzia.

427 battezzati, 94.973 i cresimati; concesse gli ordini minori e maggiori per i candidati al sacerdozio, fino al sacerdozio stesso, in questa misura: 2.715 tonsure, 1.455 ostiari, 1851 lettori, 1.922 esorcisti, suddiaconi 2.397, diaconi 2.347, preti 2.526, tra i quali, nella basilica vaticana, il passionista fondatore della omonima famiglia religiosa, Paolo della Croce e suo fratello Giovanni Battista. Ordinò e consacrò 152 vescovi, 40 abati, 4 badesse. Partecipò alla consacrazione di 183 monache, fra le quali, la prima fu quella di sua sorella Fulvia Maria Orsini, nel convento di santa Sofia di Gravina.

Un busto di papa Orsini, scolpito dal Bracci

Un busto di papa Orsini, scolpito dal Bracci

Non da meno e con lo stesso ardore benedisse 36 prime pietre, per la costruzione di nuove chiese, alcune delle quali dedicate al suo santo protettore, san Filippo Neri. Consacrò 380 chiese; benedisse 1.632 altari fissi, alcuni dei quali, fatiscenti e fatti ricostruire, anche a sue spese, se era il caso, e 630 portatili. Non mancò la sua attenzione per le sepolture dei defunti, tanto che si prodigò nel costruire alcuni cimiteri e nel consacrarne altri, per un totale complessivo di 92. Celebrò 22 matrimoni e partecipò alla consacrazione e alla benedizione degli oli santi per ben 36 volte. Benedisse sempre ed ovunque 1.150 patene, 991 calici, 659 campane, oltre a tutti gli altri arredi sacri tra i quali amitti, camici, pianete, dalmatiche, tunicelle e piviali.

Fu colui che canonizzò san Giovanni della Croce, san Luigi Gonzaga, san Stanislao Kostka, san Pellegrino Laziosi, san Turibio da Mongrovejo, santa Margherita da Cortona e sant’Agnese da Montepulciano. Portò ai primi gradini della santità, tra gli altri, la beata Giacinta Marescotti e Fedele da Sigmaringen.

Vivere al Quirinale come in una cella monacale

Agostino Masucci, ritratto a cavallo di papa Benedetto

Agostino Masucci, ritratto a cavallo di papa Benedetto

Un pastore sempre presente. Un pastore non abituato ad essere statico. In continuo movimento, da mane a sera, anche quando l’età non gli consentiva più di dover e poter essere efficiente. Egli, incurante dei consigli che lo invitavano alla prudenza, si consumò fino alla fine, vivendo la sua vita a contatto con gli infelici, ammalati, moribondi, ai quali portava il conforto della preghiera, della benedizione finale e del Viatico.

Molti storici ed osservatori lo hanno accusato di curarsi poco degli affari della Chiesa. Il giudizio può avere qualche riscontro e fondamento di verità, soprattutto se si considera che egli, se voleva, poteva essere uomo di governo nel curare gli affari politici della sua famiglia. Preferì abbracciare la vita religiosa, incurante, non immaginando o lontanamente pensando che sarebbe stato rivestito della sacra porpora o che avrebbe raggiunto il traguardo del Soglio di Pietro. Questi impegni non lo distrassero dal suo voler essere e farsi servo, a cominciare dalle comunità religiose, a cui era appartenuto, o apparteneva, e, che, di tanto in tanto, visitava, dove serviva a tavola, lui, il papa.

Benedetto XIII

Benedetto XIII

Come ultimo dei servitori visse nei sacri palazzi, allora ubicati presso il Palazzo del Quirinale, o meglio ancora come un monaco; nient’altro che una cella monacale come qualunque altra fu per lui quel grandioso palazzo reale. Aborrì le ricchezze e le comodità, non rifuggendo da esse, ma vivendoci a contatto, nella più estrema delle povertà, a dimostrazione che la povertà può e deve essere vissuta anche a contatto con quello che si ritiene un “male”. Forse persino necessario. L’importante è non confondere e non confondersi; distinguere e distinguersi. Sicché, la sua stessa stanza era e fu la riproposizione della sua cella conventuale. Due sedie di paglia, un inginocchiatoio, un crocifisso, un letto con un materasso di paglia, lenzuola di lana rozza e pesante, alcune immagini di santi, di carta, attaccate alle pareti. Fu frugale nel pranzo, che spesso saltava, digiunando secondo i precetti della Chiesa o per i suoi continui impegni pastorali.

images (4)Di questa sua vita spartana, egli, non ne fece una lode di merito o di vanto. Silenziosamente, senza il frastuono delle sia pur limitate ed esigue cronache del tempo, visse i suoi giorni sforzandosi di essere un modello di santità per sé e per gli altri, visto che fu severo prima e più con se stesso che verso gli altri. Fu uomo di preghiera, partecipando alle ore liturgiche nel coro, sedendo all’ultimo posto, insieme agli altri, anzi, confondendosi con gli altri. Fu uomo di preghiera nel momento in cui, spesso, entrava in una chiesa a pregare. Si fermava al suono della campana per l’Angelus.

Nei pochi e lunghi viaggi cui si sottopose, per esempio a Benevento, come abbiamo accennato innanzi, nelle due volte che vi si recò, da papa, per fare visita alla Diocesi che egli tanto aveva amato e nella quale e per la quale molto si era speso, soprattutto durante e dopo gli anni della ricostruzione, si accompagnava con il Santissimo Sacramento.

Nessuno osi essere il “rivoluzionario” a nome di Cristo: Lui solo è l’Unico e Irripetibile. Rivoluzionario

Benedetto XIII, del Bracci

Benedetto XIII, del Bracci

Per sommi capi, abbiamo descritto la vita di un pastore, che fu fedele agli insegnamenti delle verità dottrinali e dogmatiche sanciti con chiarezza dal Concilio di Trento; di uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa; di un paterno uomo di Chiesa, sempre pronto e disponibile a farsi tutto per tutti, senza distinzioni di ceto, di razza o di condizione sociale.

La Chiesa ha il dovere di non dimenticare, prima di incamminarsi in avventure sperticate, in cui spesso dimentica il proprio passato, di esaltare, di far lumeggiare questo personaggio ricco ed intriso di santità fino in fondo all’anima.

Tomba di Benedetto in Santa Maria Sopra Minerva, basilica dei domenicani. Opera del Bracci

Tomba di Benedetto in Santa Maria Sopra Minerva, basilica dei domenicani. Opera del Bracci

Chi, oggi, pensa che la Chiesa sia stata solo un covo di delinquenti, di farabutti, di malfattori, pensa, e pensa male, sbagliando e dimenticando, con indicibile ignoranza, che questa istituzione, pur attraversata da marosi e da tempeste, è ancora lì ad insegnare – possibilmente, nel silenzio, senza troppi fastidiosi fragori, o senza troppo fragoroso, fastidioso e ricorrente divismo ecclesiastico, a cui molti stanno ricorrendo, e molti stanno inseguendo, a cominciare dai mezzi di comunicazione – che la Chiesa, dicevo, è ancora lì a testimoniare, per testimoniare, innanzitutto, la sua storia passata; ma, anche, quella da costruire. Senza lasciarsi prendere da certe frenesie emotive o lasciarsi suggestionare dai malefici spiriti emozionali; ma con compostezza, con garbo e con gusto. Nel dovere e nella consapevolezza che nessuno può essere il rivoluzionario o il rivoltoso in nome di Cristo, perché è solo Cristo, che rimane il primo, unico ed irripetibile Rivoluzionario della storia universale e della storia  dei popoli. L’unico in grado di garantire, ora e sempre, fino alla consumazione dei tempi, come recita il salmista,  misericordia e verità, giustizia e pace.

 






Caterina63
00venerdì 14 marzo 2014 18.59
Il Vaticano tra storia e natura 

Come sono verdi 
i giardini del Papa

 

di Francesco M. Valiante 

Pio XII ci andava ogni giorno, col sole o con la pioggia, e ci rimaneva un'ora esatta camminando sempre lungo lo stesso muro.
Paolo VI, al contrario, non era solito passeggiarvi e restava nel giardino pensile del Palazzo apostolico.
Pio XI li attraversava solo in macchina e per questo ne aveva fatto asfaltare i viali. Giovanni Paolo II invece, da buon sportivo, amava percorrerli a piedi di buona lena, almeno fino all'attentato del 1981.
Giovanni XXIII vi cercava refrigerio alla calura pomeridiana:  pare anzi che, di tanto in tanto, non disdegnasse una partita a bocce nel campo situato nella zona più a nord. E si racconta che Leone XIII li avesse trasformati addirittura in un piccolo zoo, con tanto di daini, gazzelle e caprioli giunti dall'Africa. 

La storia dei Pontefici potrebbe essere scritta anche così:  guardandoli, cioè, attraverso la lente del singolare rapporto che ciascuno di loro ha avuto con i Giardini Vaticani. Una sorta di "visti dal giardino", per azzardare un titolo a metà tra l'indiscreto e l'ecologista. Si comincia più di settecento anni fa con Niccolò III, al quale si deve la creazione della prima zona coltivata all'interno delle mura.
E si finisce con Benedetto XVI, le cui passeggiate quotidiane in mezzo al verde alle spalle di San Pietro non sono certo un mistero. Lui stesso, a conclusione del viaggio in Francia del settembre scorso, ha confidato la sua abitudine di fermarsi a pregare dinanzi alla Grotta di Lourdes, donata a Leone XIII nel 1902 e collocata lungo le mura leonine nella parte più occidentale del colle Vaticano. "Il Pontefice visita spesso i Giardini per raccogliersi in preghiera nella tranquillità e nella bellezza di questi luoghi" conferma il primo capotecnico Elio Cortellessa, che da trentacinque anni si occupa della loro cura. E che in questa intervista ci guida tra curiosità, splendori e piccoli segreti di un luogo unico al mondo. 


Bacone diceva che un giardino rappresenta "il più puro dei piaceri umani" e "il più grande ristoro per lo spirito". È una definizione che si può applicare anche ai Giardini Vaticani? 

Direi di sì. Questa duplice dimensione si coglie anzitutto nella loro collocazione:  sono nel cuore di una grande metropoli come Roma e, allo stesso tempo, si affacciano su un luogo di straordinaria suggestione spirituale come la tomba di Pietro. Anche al loro interno c'è un singolare intreccio di natura e ingegno umano, di vegetazione e monumenti:  alla varietà delle piante e delle sistemazioni paesaggistiche si alternano edifici, statue, fontane, frammenti archeologici e opere moderne - dai resti di antichi sarcofagi a un pezzo del muro di Berlino - che formano un'architettura assolutamente ineguagliabile. Certo, il loro valore aggiunto, se così si può dire, sta nel fatto che costituiscono il luogo di riposo e di meditazione del Romano Pontefice. 

A quando risale il loro nucleo originario? 

La prima notizia storica che abbiamo si riferisce a Papa Niccolò iii, il romano Giovanni Gaetano Orsini, che dal Laterano riportò la residenza papale in Vaticano. Nel 1279 fece erigere le nuove mura entro cui furono impiantati un prato, un frutteto e un viridarium, che costituì il primo abbozzo di un giardino, anche se non nel senso che intendiamo oggi:  era piuttosto un orto, uno spazio verde riparato e protetto. Da lì poi il suo successore Niccolò iv ricavò un "giardino dei semplici", dove il suo medico personale - il frate semplicista Simone da Genova - coltivava piante e erbe medicinali. 

Resta ancora qualcosa dell'originario viridarium? 

Non c'è più niente, perché in quella zona è stato edificato da Innocenzo viii (1484-1492) il palazzetto del Belvedere. Il viridarium era situato proprio nel punto in cui ora sorge l'atrio dei quattro cancelli. L'area dove invece si estendono attualmente i Giardini è stata realizzata successivamente, soprattutto dopo il 1929. 

Qual è la zona più antica tutt'oggi esistente? 

Quella  della  Casina  di  Pio  IV,  la cui edificazione inizia con Paolo IV (1555-1559) e viene poi completata dal suo successore, il Papa del quale porta il nome. È un piccolo gioiello di arte rinascimentale, oggi sede delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali. Lì ci sono attualmente i due pini domestici che rappresentano le piante più vecchie cresciute nei Giardini Vaticani. 

A quando risalgono? 

Una datazione certa non c'è. Ma considerando l'epoca della costruzione della Casina, si potrebbe addirittura ipotizzare un'età compresa tra i sette e gli otto secoli. In ogni caso, i due esemplari non hanno meno di seicento anni. Sempre in quella zona sorgono anche imponenti cedri del Libano, che risalgono a trecento o quattrocento anni fa. Ma il primato assoluto di età spetta a due piante che non sono cresciute qui:  si tratta di monumentali ulivi plurisecolari offerti dalla regione Puglia in occasione della Domenica delle Palme del 2000. Sono stati piantati lungo viale Pio XII, proprio dove Papa Pacelli amava passeggiare, e hanno attecchito perfettamente. Pensi che hanno quasi mille anni. 

E le piante più rare? 

Per la sua bellezza particolare ricorderei, per esempio, l'esemplare di Erythrina, detta anche albero del corallo, che risale alla fine dell'Ottocento ed è l'unico superstite del giardino botanico di piante esotiche fatto sistemare da Leone XIII proprio sotto la torre leonina, oggi torre della Radio. Si tratta di una pianta di origine brasiliana, dai bellissimi fiori rosso scarlatto, molto rara in Italia e tra le più preziose che abbiamo. Ci sono anche grandi sequoie e Cycas revoluta di sette o otto metri, che difficilmente raggiungono tali altezze. 

Qual è il numero complessivo delle piante che crescono oggi nei Giardini? 

Possiamo parlare di circa 300 specie vegetali e 6.500 esemplari di dimensioni misurabili, tutti catalogati. Nella grande maggioranza si tratta di piante cresciute in loco. Ma ci sono anche esemplari giunti da altri Paesi, donati al Papa o alla Città del Vaticano in occasione di ricorrenze particolari. 

Per esempio? 

Nei pressi della Grotta di Lourdes c'è un ulivo di Israele piantato nel 1995 in ricordo della ripresa delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ci sono poi, tra l'altro, un pino nero e un tiglio slovacchi, sequoie statunitensi, un faggio della Slovenia e venti esemplari di ciliegi da fiore giunti dal Giappone. 

La disposizione della vegetazione è stabile o ci sono modifiche periodiche? 

La quasi totalità dei Giardini richiede, in genere, solo un'opera di manutenzione quotidiana. Peraltro, c'è qualche piccola zona che di tanto in tanto cambia. L'esempio più evidente è quello dello stemma pontificio disegnato con piante di diverso colore nel prato dinanzi al Governatorato. Mentre la cornice, con il triregno e le chiavi, resta sempre la stessa, la parte centrale - il cosiddetto scudo - viene modificato ogni volta che è eletto un nuovo Pontefice. 

Quali piante formano lo stemma? 

Si tratta di migliaia di piante scelte ovviamente in base alla colorazione. Se per alcuni colori adoperiamo esemplari stabili, per altri dobbiamo ricorrere a piante stagionali, per sostituire quelle che non resistono all'inverno. Le parti verdi dello stemma sono formate da cespugli di bosso nano. Per lo scudo di Papa Ratzinger abbiamo utilizzato l'evonimo nei campi gialli - la chiave di destra, parti della faccia del moro, la conchiglia del pellegrino e i campi intorno al moro e all'orso - mentre con l'alternantera rossa e la convallaria nera abbiamo composto il volto del moro, la pelliccia dell'orso e il campo intorno alla conchiglia. Infine, l'elicriso colora d'argento la chiave di sinistra e contorna tutto l'insieme. 

Altri esempi di piante che vengono rinnovate? 

Dinanzi alla Grotta di Lourdes le fioriture vengono cambiate periodicamente, così come le bordure e le aiuole. In questo periodo, poi, stiamo completando il rinnovamento - curato dal botanico e agronomo Vincenzo Scaccioni - della vegetazione della scogliera artificiale, che si estende per oltre duecento metri lungo via dell'Osservatorio. Diciamo che c'è un'evoluzione costante, anche se l'impostazione generale resta ormai pressoché definitiva. 

Ma la superficie dei Giardini è sottoposta a vincoli particolari in materia di edificabilità? 

Non so se esistono disposizioni giuridiche in proposito. Ma posso dirle, per esempio, che sino a una quindicina di anni fa, nella zona della Galea, avevamo un vivaio a terrazze - circa un ettaro di terreno - in cui coltivavamo fiori destinati al Palazzo Apostolico e ad addobbi interni. Adesso, dopo la realizzazione di parcheggi e altre strutture, ci è rimasta appena una piccola area coltivata a orto. Per andare più indietro nel tempo, ricordo stupendi esemplari di pompelmi oggi purtroppo scomparsi dopo l'edificazione di un muro. Stessa sorte è toccata al piccolo campo di bocce dove Giovanni XXIII amava giocare. 

Che tipo di fauna popola i Giardini? 

È una fauna particolare, inaspettatamente varia, anche perché vive indisturbata. Si tratta anzitutto di uccelli:  ci sono quelli comuni ma anche specie più rare, come picchi e upupe. In questo periodo, in particolare, siamo invasi dai pappagalli, i parrocchetti monaco, che non passano certo inosservati per la loro vivacità e i loro versi. Per il resto, ci sono rane, rospi, bisce. Una volta, nella zona del bosco, si potevano vedere persino gli scoiattoli o qualche volpino. Ci sono ancora dei ricci. E poi i gatti, gli animali certamente più diffusi tra le mura vaticane. 

Quanta acqua è necessaria per irrigare un territorio così vasto? 

Ne occorre una grande quantità. Quella che noi utilizziamo è acqua non potabile che viene direttamente dal lago di Bracciano - la cosiddetta Acqua Paola dell'antico acquedotto traiano, poi restaurato da Papa Paolo v - e si raccoglie nella grande cisterna interrata nella zona dell'eliporto, dalla capacità di 8 milioni di litri. 

E come è organizzata l'irrigazione? 

Una parte dei Giardini richiede un'irrigazione manuale, mentre un'altra si avvale di un impianto automatizzato che funziona durante la notte, in prevalenza da mezzanotte alle sei di mattina. Le dodici zone in cui sono suddivisi vengono alimentate a rotazione nell'arco di una settimana. Gli irrigatori di ogni area sono calibrati per il fabbisogno delle diverse tipologie di vegetazione - un prato, ad esempio, ha bisogno di una quantità di acqua diversa rispetto a una siepe - così da evitare sprechi. 

Quante persone lavorano nei Giardini? 

In totale 36. Di queste, 12 sono i responsabili delle singole zone. Ognuno di loro risponde personalmente ai superiori per quanto riguarda esigenze e problemi specifici del settore di competenza. Gli altri sono assegnati ai diversi servizi che rientrano nella nostra competenza:  il servizio serre, la sala floreale per gli addobbi, la nettezza urbana. 

A voi compete anche la cura degli addobbi floreali per le celebrazioni pontificie. Nella scelta contano più i gusti del Papa o prevalgono altri criteri? 

Com'è ovvio la scelta è legata essenzialmente ai segni e ai significati liturgici. Per questo spetta a noi d'intesa con l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Esistono ormai modelli ben collaudati per le cerimonie che si ripetono ogni anno. Per la solennità dei santi Pietro e Paolo, tanto per fare un esempio, il colore dominante è il rosso, simbolo del martirio. Per l'Immacolata prevale il bianco, in Quaresima e in Avvento il verde, mentre a Pasqua e nelle canonizzazioni c'è una vera e propria esplosione di colori. 

Quanti fiori occorrono per ornare la basilica o la piazza in occasione di queste celebrazioni? 

Col trascorrere dei pontificati le esigenze sono notevolmente aumentate. Mentre con Pio XII, per esempio, bastavano pochi esemplari solo per le più importanti occasioni, oggi - anche a causa dell'afflusso di persone e delle esigenze televisive - le varietà devono essere non soltanto più numerose ma sempre più grandi, belle, durature. Per i santi Pietro e Paolo, per esempio, adoperiamo migliaia di rose rosse. Nella notte della Natività, collochiamo in basilica centinaia di vasi di stelle di Natale. 

Sono tutti esemplari coltivati in Vaticano? 

No. I fiori recisi sono acquistati o donati:  com'è noto, i principali donatori sono i fiorai olandesi e quelli liguri. Quanto alle piante in vaso, invece, le coltiviamo e le manteniamo in serra. Vengono portate in basilica per le celebrazioni o negli ambienti dei palazzi vaticani per esigenze di servizio. Poi vengono ritirate e fatte riprendere, per restituire loro le condizioni ottimali di crescita. 

È vero che i frutti del vostro lavoro finiscono anche sulla tavola del Pontefice? 

In parte sì. C'è un piccolo orto, proprio accanto al monastero Mater Ecclesiae, che serve al fabbisogno giornaliero del Papa. Vi si coltiva verdura e frutta:  naturali al cento per cento, ovviamente, in quanto per l'orto non utilizziamo trattamenti chimici e adoperiamo solo concime organico. Per tutti i Giardini, del resto, la nostra logica è quella di ricorrere il meno possibile a prodotti chimici.



(©L'Osservatore Romano - 22 ottobre 2008)




Caterina63
00mercoledì 26 marzo 2014 14.18
  LA SANTITA' DEI PAPI


La santità dei Papi nel medioevo ha conosciuto modalità diverse, se non altro perché i processi di canonizzazione non iniziano prima degli ultimi decenni del XII secolo. 

Se è vero che un solo Papa — Celestino V, il “Papa del gran rifiuto” — è salito gli onori degli altari in seguito a un processo di canonizzazione, è anche vero la santità dei Papi fu nei secoli precedenti espressa attraverso l’iscrizione dei martirologi o nei sacramentari, una memoria liturgica che è peraltro in costante crescita dall’VIII secolo in poi. Lo scrive Agostino Paravicini Bagliani precisando che se il sacramentario papale annoverava allora dodici vescovi di Roma succeduti a san Pietro, otto dei quali martiri e ne definiva altri quattro come “confessori”, in un altro martirologio di origine romana dell’VIII secolo troviamo registrati ben 71 Pontefici.

Più di due secoli dopo – continua Paravicini Bagliani - nel calendario liturgico della basilica di San Giovanni in Laterano dell’XI secolo fu inserita la memoria liturgica di 25 Papi, grazie forse a un’iniziativa di Gregorio VII, che anche in altra occasione dimostra di rivolgere un’attenzione particolare alla santità dei Pontefici romani. In una sua lettera del 15 marzo 1081 all’arcivescovo Ermanno di Metz, Gregorio VII affermava infatti che se «dal tempo del beato Pietro apostolo si annoverano circa cento Papi tra i più santi». Il numero è altamente simbolico, ed è una chiara testimonianza del grande interesse di Gregorio VII per la santità del Papa anche nell’esercizio della sua funzione.

(Osservatore Romano 25.3.2014)





















Caterina63
00martedì 22 aprile 2014 10.20

Abiti dei Prelati regolari prima del 1968

 
di Daniele Di Sorco



Forse non tutti sanno che, prima del 1968, i Prelati (Vescovi e Cardinali) provenienti dagli Ordini monastici e mendicanti usavano abiti che, pur avendo la stessa foggia di quelli dei Prelati secolari, erano però del colore della veste religiosa. In questo modo si sottolineava il particolare legame tra l'Ordine e i suoi membri che venivano elevati alla dignità prelatizia.

Tale prassi, la cui abolizione ha avuto l'effetto di rendere meno visibile al grande pubblico la peculiarità degli Ordini religiosi e la loro peculiarità all'interno della Chiesa, è descritta nei particolari da J. A. Nainfa nel suo volumetto Costume of Prelates of the Catholic Church, Baltimore, 1925, di cui offro una traduzione:

«Nel diritto canonico, il titolo di Prelato regolare viene attribuito a quei Superiori religiosi che esercitano sui loro sottoposti una giurisdizione quasi-episcopale.

Qui lo intendiamo come titolo di un Prelato (nel senso largo, liturgico del termine) appartenente ad un Ordine religioso; in questa accezione esso include soltanto Cardinali, Vescovi e Abati.

I Cardinali e i Vescovi che provengono da un Ordine religioso rimangono sostanzialmente legati ai loro voti religiosi, nella misura in cui questi non sono in contrasto con i loro doveri e la loro dignità di Prelati.

Secondo l'antico diritto comune, essi dovrebbero mantenere l'abito del loro Ordine e sono tutt'ora liberi di farlo, se preferiscono. È però invalsa la consuetudine di utilizzare un abito di forma identica a quello dei Prelati secolari. Invece il colore della veste prelatizia dev'essere lo stesso dell'abito religioso, a meno che le tradizioni dell'Ordine (come nel caso dei Francescani) o speciali concessioni e ordinamenti della Santa Sede non stabiliscano diversamente.

I differenti abiti dei Prelati provenienti da Ordini religiosi sono regolati come segue:

I Chierici regolari, cioè coloro che seguono il nuovo tipo di vita religiosa istituito nel XVII secolo, quali Teatini, Barnabiti, Gesuiti, Oratoriani, Passionisti, Redentoristi, Paolisti, ecc., quando vengono nominati Cardinali o Vescovi assumono l'abito dei Prelati secolari, perché tali sono considerati; non hanno però la facoltà di utilizzare la seta, tranne che per gli ornamenti e gli accessori del loro abito.

Cardinali e Vescovi appartenenti agli Ordini di S. Basilio, di Vallombrosa, e dei Canonici regolari ed Eremiti di S. Agostino (Agostiniani) portano un abito completamente nero.

L'abito prelatizio dei Benedettini è nero con fodera e ornamenti rossi. Il mantello (ferraloione), però, dev’essere interamente nero.

I monaci di S. Silvestro, se promossi alla Prelatura, indossano un abito di colore blu.

Certosini, Camaldolesi, Premostratensi, Mercedari, Trinitari e Olivetani hanno un abito prelatizio completamente bianco.

Cistercensi e Cistercensi riformati (Trappisti) hanno talare, abito piano, fascia, collare e calze di colore bianco; mozzetta, mantelletta e mantello (ferraiolone) sono neri. La cappa magna è pure nera, con mantellina d’ermellino in inverno e di seta bianca in estate. Il colore degli ornamenti è conforme a quello della corrispondente parte dell'abito.

I Prelati domenicani (Ordine dei Predicatori) usano gli stessi colori dei Cistercensi, ma ornamenti, fodera e bottoni sono sempre bianchi, anche nelle parti nere dell'abito.

I Francescani [Minori e Conventuali], se promossi alla Prelatura, abbandonano il marrone o il nero del loro abito e assumono una veste grigio cenere (colore che i pittori contemporanei attribuiscono all'abito portato da S. Francesco). La cappa magna di questi Prelati è del medesimo colore e, in inverno, viene guarnita con pelliccia di vigogna.

Della famiglia francescana, solo i Cappuccini non cambiano il colore del loro abito quando diventano Prelati. La mantellina invernale della cappa magna è in pelliccia di lontra.

I Prelati carmelitani mantengono nel proprio abito i due colori, marrone e bianco, dell'abito religioso dell'Ordine. Talare, abito piano e fascia sono marroni; mozzetta, mantelletta, ferraiolo o ferraiolone, e cappa magna sono bianchi. I Cardinali appartenenti a tale Ordine hanno il privilegio di portare questo abito foderato e ornato in viola, con calze e fascia pure violacee.

Tutti i Cardinali, tanto secolari quanto regolari, indossano le insegne proprie del cardinalato – ossia cappello, berretta e zucchetto in seta scarlatta – indipendentemente dal colore del proprio abito.

Parimenti Arcivescovi e Vescovi, quale che sia la loro provenienza, hanno il diritto di portare il cappello con cordone e fiocco verdi, e la berretta e lo zucchetto violacei, poiché queste sono le insegne proprie della dignità episcopale».


Disposizioni analoghe sono contenute nelle Norme ceremoniali per gli Eminentissimi Signori Cardinali, pubblicate nel 1943 dalla Tipografia Poliglotta Vaticana.

«6. Per i Cardinali assunti dagli Ordini monastici e mendicanti l'abito cardinalizio è sempre di lana, fatta eccezione per la fascia, il collare, le fodere, le guarnizioni e gli altri accessori, che sono di seta. Quanto al colore, e salvo il prescritto del n. 39:

a) Se l’abito dell'Ordine da cui il Cardinale proviene è tutto di un sol colore, l'abito cardinalizio, compresa la cappa con l'ermellino o la pelliccia, quando vi è, e le relative fodere, è pur tutto di questo medesimo colore, e così il collare, le calze, i fiocchi della fascia, - dai quali è escluso l’oro, - le fodere, le orlature, le asole, i bottoni e gli altri accessori.

b) Se l'abito dell'Ordine è bicolore, allora: la sottana, con fodere, orlature, bottoni, asole ed accessori, la fascia con i suoi fiocchi senza oro, il collare e le calze sono del colore della tonaca religiosa; invece, la mozzetta, la mantelletta e la cappa con l'ermellino o la pelliccia, quando vi è, e le relative fodere ecc., come sopra, sono del colore della cocolla, o della cappa o mantello dell'Ordine, salvo consuetudini speciali legittimamente introdotte. Nell'uno e nell'altro caso, lo zucchetto e la berretta sono sempre di color rosso: le scarpe sono sempre ed unicamente di pelle nera, con fibbie d'argento.

11. Per i Cardinali assunti dagli Ordini monastici e mendicanti, l'abito cardinalizio Pïano di cui al n. 10 ha queste differenze: che la sottana, con accessori, la fascia, il collare e le calze sono del colore della tonaca del rispettivo Ordine; le scarpe sono sempre di pelle nera, con fibbie d'argento; il ferraiolone è di lana, del colore della cocolla o della cappa o mantello dell'Ordine, con mostre di seta del medesimo colore, salvo consuetudini legittimamente introdotte; lo zucchetto e la berretta sono di lana.

14. I Cardinali assunti dagli Ordini monastici e mendicanti hanno il mantello di panno sempre del colore di quello dell'Ordine, salvo consuetudini legittimamente introdotte, con bavero di velluto e mostre di seta dello stesso colore e senza l'orlatura d'oro di cui al numero precedente.

39. Il Cardinale Legato a latere, nominato in Concistoro, o con Breve Apostolico che lo costituisce in questa qualità per una determinata missione [...] indossa le vesti rosse, anche se proviene da un Ordine monastico o mendicante, e in ogni tempo liturgico [...]».

Una rassegna completa dei colori impiegati dai Prelati regolari si trova anche in J. Nabuco, Ius Pontificalium, Romae-Tornaci-Parisiis, 1956:

 

«SRE cardinales, patriarchae, archiepiscopi sive episcopi, abbates, necnon locorum ordinarii, qui privilegiis protonotariorum apostolicorum de numero fruuntur et regularibus ordinibus sunt adscripti, in suis vestibus praelatitiis uti debent colore seu coloribus sui quisque ordinis vel colore violaceo sive rubro.

Si regulares utuntur cappa seu mantello vel cogulla alterius coloris ac habitus ipse, praelati hunc retinent colorem in mantelleto, palliolo et cappa, cum suis subsutis, globulis, ocellis et torulis.

Supervestes hic intelleguntur mantelletum, palliolum humerale et cappa pontificalis.

 

Praelati canonici regulares:

1 - Lateranenses sancti Augustini sequuntur colorem praelatorum cleri saecularis. Idem faciunt:

2 - Sancti Augustini du Grand saint Bernard et

3 - A sancto Mauritio Agaunensi.

4 - Praemonstratenses utuntur colore albo.

5 - Cruciferi utuntur colore nigro, tamen iuxta Caeremoniale color cleri saecularis adhibendus est sicut etiam

6 - Sanctae Crucis a stella rubea qui colore nigro utuntur.

 

Praelati monachi:

1 - Congregationum Confoederationis Leonianae Ordinis sancti Benedicti utuntur colore nigro.

2 - Ordinis Emeritarum Camaldulensium OSB albo utuntur colore cum supervestibus nigris.

3 - Sancti Basilii Magni utuntur colore nigro.

4 - Congregationis Vallis Umbrosae OSB nigrum adhibent colorem.

5 - Congregationis Silvestrinae OSB utuntur colore caelestino (bleu foncé), sed antiquitus utebantur colore violaceo-caeruleo.

6 - Congregationis Montis Oliveti OSB utuntur colore albo.

7 - Cistercienses (SOC) utuntur habitu talari albi coloris: supervestes vero sunt nigri coloris cum subsutis, globulis et ocellis pariter nigris, sed caputium cappae ornatur pellibus armellinis vel serico albo, nam utuntur cogulla alba.

8 - Cistercienses strictioris observantiae (Trappistes) se vestiunt uti ceteri monachi Cistercienses, sed adhibent pannum rudiorem.

9 - Cartusiani sancti Brunonis utuntur colore albo, cum supervestibus nigris non secus ac Cistercienses.

10 - Ordinis sancti Pauli primi Eremitae album adhibent colorem.

 

Praelati ex ordinibus mendicantibus:

1 - Ordinis sancti Dominici: Vestis talaris albi coloris; supervestes nigri coloris cum subsutis, globulis et ocellis albi coloris.

2 - Ordinis Fratrum Minorum sancti Francisci: Color cineris toni levioris. Caputium cappae ornatur pellibus vicuniae.

3 - Ordinis Fratrum Minorum Conventualium utuntur colore cinericeo, licet fratres nunc nigrum adhibeant colorem in habitu.

4 - Ordinis Fratrum Minorum Cappucinorum usque ad annum 1826 utebantur colore cinericeo non secus ac ceteri franciscani. Nunc tamen utuntur colore habitus suae religionis, id est pullo. Caputium cappae ornatur pellibus otter.

5 - Tertii Ordinis Regularis sancti Francisci se vestiunt veluti Fratres Minores.

6 - Ordinis sancti Augustini utuntur colore nigro.

7 - Ordinis Recollectorum sancti Augustini utuntur colore nigro.

8 - Ordinis Emeritarum Discalceatorum sancti Augustini utuntur colore nigro.

9 - Ordinis B. Mariae V. de Monte Carmelo utuntur vestibus talaribus coloris suae religionis seu coloris pulli; supervestes vero sunt albi coloris; cappa magna erit coloris albi cum pellibus armellinis vel serico albo.

10 - Ordinis Fratrum Carmelitarum Discalceatorum se vestiunt non secus ac ceteri carmelitae.

11 - Ordinis Ssmae Trinitatis utuntur colore albo cum supervestibus nigri coloris sicuti monachi Camaldulenses. Super palliolo adhibent crucem rubri-caerulei coloris.

12 - Ordinis B. Mariae V. de Mercede utuntur colore albo cum supervestibus albis uti supra.

13 - Ordinis Servorum Mariae utuntur colore nigro.

14 - Ordinis Minimorum sancti Francisci de Paula utuntur colore nigro.

 

Praelati clerici regulares:

Octo numerantur ordines clericorum regularium, videlicet Theatinorum; Barnabitarum; Societatis Iesu; a Somascha; Ministrantium infirmis; Minorum; a Matre Dei; Scolopi.

Clerici regulares horum octo ordinum, quando ad cardinalatum vel ad episcopatum seu ad protonotariorum ordinem elevantur, vel ad eorum honoribus fruendum admittuntur, in suis vestibus praelatitiis quoad colorem se conformare debent clericis saecularibus, excluso serico nisi in subsutis et zona seu collario.

 

Vicarii generales vel capitulares ex canonicis regularibus, seu ex ordinibus monachorum sive fratrum mendicantium assumpti, retinent colorem praelatorum sui quisque ordinis in habitu talari et mantelleto; canonici regulares tamen retinere debent colorem sui ordinis si eorum episcopi regulares utuntur colore violaceo, qui quidem color protonotariis titularibus non competit.

 

Praelati congregationum:

Sex super octoginta adnumerantur congregationes ecclesiasticae cum votis non solemnibus.

Clerici harum congregationum ad cardinalatum, episcopatum vel praelaturam promoti, quoad colorem vestium praelatitiarum sese omnino conformare debent clericis saecularibus, excluso serico excepto quoad subsuta, globulos, ocellos et zonam seu collarium.

 

Quoad regolares omnes observa:

Subsutum mantelleti vel pallioli humeralis, globuli et ocelli, necnon zona, collarium, chirothecae eiusdem coloris sint ac vestes ipsae quas ornant sed e serico. Sericum etiam erit subsutum cappae, quod aestivo tempore, pellibus depositis, eorum adhibetur loco. Eiusdem coloris ac vestes, excluso tamen serico, erunt caligae. Biretum et pileolum praelatorum ordinis episcoporum erunt violacei coloris».

 


Come si vede, i testi di Nainfa e di Nabuco discordano in non pochi punti. Quest'ultimo è generalmente più attendibile, ma certe volte neppure le sue informazioni trovano riscontro nella documentazione fotografica che ho raccolto. Per esempio, un'immagine degli anni Quaranta attesta che i Vescovi trinitari avevano un abito prelatizio completamente bianco, munito della croce bicolore tipica dell'Ordine, mentre secondo Nabuco essi avrebbero dovuto usare sopravvesti nere. È possibile, tuttavia, che la causa di tale divergenza vada cercata non tanto in un errore di Nabuco, la cui opera si distingue per abbondanza di documentazione e rigore argomentativo, ma in una variazione negli usi locali. Del resto, neppure le sviste di Nainfa vanno attribuite unicamente all'uso disinvolto delle fonti che caratterizza il suo lavoro. Si sa, per esempio, che per un breve periodo i Prelati benedettini adoperarono effettivamente un abito nero con fodera rossa.


Vescovo francescano.
 

Vescovo trinitario.


A sinistra del trono papale, vescovo agostiniano.


Tra i cardinali riuniti in conclave, si notano alcuni regolari.


Cardinale cappuccino prostrato durante il concistoro.


In seconda fila, un cardinale religioso, probabilmente carmelitano.


Cardinale francescano in cappa magna.


Cardinale cappuccino al concistoro.


A destra, cardinale domenicano.


Vescovo cappuccino.


A fianco del Papa, vescovo religioso.


Vescovo domenicano in abito piano.


Vescovo domenicano in abito piano.


Gruppo di Vescovi al Concilio Vaticano II. Tra di essi si notano diversi francescani.




Caterina63
00sabato 6 dicembre 2014 17.55

 Quattro secoli di storia in un video del Centro televisivo vaticano - Quella scritta scomoda nella stanza di Cristina



2014-12-06 L’Osservatore Romano


Da quattro secoli l’Archivio Segreto Vaticano rappresenta la memoria storica dell’attività millenaria della Chiesa; una memoria raccontata per immagini dal documentario Archivio Segreto Vaticano. Un viaggio nella storia, una passeggiata attraverso i lunghi corridoi vaticani, visionando antiche pergamene, bolle e codici, ma anche il Laboratorio di Restauro e di Conservazione oppure la Legatoria.


Il documentario sarà presentato in anteprima come evento speciale di apertura, il prossimo 9 dicembre, al XVIII Tertio Millennio Film Fest della Fondazione Ente dello Spettacolo e proiettato pochi giorni dopo, il 12 dicembre, al XXXVI Festival Internacional del Nuevo Cine Latinoamericano de La Habana a Cuba. La voce di Giancarlo Giannini accompagnerà lo spettatore in luoghi raramente accessibili. Il video ha un andamento narrativo che miscela riprese originali e interviste ad hoc, con l’integrazione di alcune immagini di archivio per la parte storica, in particolare relative alla Seconda guerra mondiale e al concilio Vaticano II.

Una curiosità raccontata nel documentario riguarda la ex regina Cristina di Svezia che, dopo aver pronunciato la professione di fede cattolica, partì alla volta di Roma, dove giunse il 20 settembre 1655, entrando in città dalla Porta del Popolo, allestita con maestosi apparati scenografici.Il Papa Alessandro VII le offrì ospitalità nel Palazzo Apostolico, scegliendo per la sua ospite una delle stanze più famose del Vaticano, la cosiddetta Sala della Meridiana. La parete sud mostra ancora oggi la scena evangelica della Tempesta sedata: la barca su cui si trovano Gesù e i discepoli è immagine della Chiesa sbattuta dalle onde sollevate dal vento del Nord, raffigurato allegoricamente sulla parete opposta come un vecchio e canuto personaggio. Sotto questa immagine era stato scritto a chiare lettere il motto ab Aquilone pandetur omne malum. Quando Alessandro VII scelse la Sala della Meridiana per ospitare Cristina, diede ordine di cancellare quella scritta, che avrebbe potuto offendere l’ex regina protestante proveniente dall’estremo Nord.


 



Papa insignisce Gasbarri. Becciu: esempio di servizio alla Santa Sede

Papa Francesco insignisce Alberto Gasbarri della Medaglia di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano. (Foto di p. Antonio Spadaro) - RV

Papa Francesco insignisce Alberto Gasbarri della Medaglia di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano. (Foto di p. Antonio Spadaro) - RV

05/04/2016

Papa Francesco ha ricevuto, ieri pomeriggio, presso Casa Santa Marta il dottor Alberto Gasbarri, accompagnato dai familiari, già direttore amministrativo della Radio Vaticana e organizzatore dei viaggi papali, per insignirlo della Medaglia di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, i cardinali Filoni, Re, Bertello e Stella, mons. Piero Marini, il prof. Navarro-Valls, mons. Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia, con leMemores Domini e i colleghi coinvolti nell’organizzazione dei viaggi papali. A rivolgere il discorso per l’occasione il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Angelo Becciu. Il servizio di Alessandro Gisotti

“Un lavoro impegnativo ed avvincente”, “un’occupazione che lo ha portato a visitare numerosissimi Paesi”, sempre servendo la Chiesa, il Papa e la Santa Sede con “discrezione, prudenza” e “amore”. Mons. Angelo Becciu ha tratteggiato così lo straordinario servizio svolto da Alberto Gasbarri che, dal 1982 al 2016, e quindi durante ben tre Pontificati, si è occupato dell’organizzazione dei viaggi pontifici fuori dall’Italia. Nel momento di ricevere l’onorificenza da Papa Francesco, Gasbarri ha voluto accanto a sé non solo i suoi familiari, ma anche i colleghi coinvolti nell’organizzazione dei viaggi apostolici, quasi una “seconda famiglia” per il tanto tempo trascorso assieme. Un dato che il Sostituto alla Segreteria di Stato non ha mancato di rilevare quando ha sottolineato che per questo compito “è necessaria una pronta disponibilità a donare il proprio tempo, a volte sottratto a quello da trascorrere in famiglia, per seguire da vicino l’organizzazione dell’evento”.

Viaggi papali, un’avventura ogni volta nuova
Ancora, mons. Becciu ha definito i viaggi papali “un’avventura”, “una scommessa ogni volta nuova, nella quale occorre cogliere da un lato l’intento e lo spirito che anima il viaggio e dall’altra le attese, le speranze e le preoccupazioni delle autorità e dei popoli che si dispongono a ricevere il Pontefice, a partire dalla loro cultura, dalle loro tradizioni e dalla loro storia ed avendo inoltre presente il contesto politico ed ecclesiale in cui viene ad incidere la visita”.

Onorificenza a Gasbarri, riconoscimento a lealtà e professionalità
Tale onorificenza, ha proseguito, è “un riconoscimento alla lealtà ed alla professionalità dimostrate in questi decenni”. Mons. Becciu si è quindi soffermato su alcuni aspetti peculiari delle visite del Papa alle Chiese e agli Stati. Queste, ha detto, “sono sempre dense di incontri, di celebrazioni, di momenti solenni e di altri più distesi, tutti però con una loro scansione programmata quasi in ogni dettaglio ipotizzabile”. Alla buona riuscita delle visite, ha proseguito, “contribuiscono molti fattori, uno dei quali certamente è la cura e la professionalità con la quale il viaggio viene attentamente preparato dall’équipe di coloro che ne hanno ricevuto il compito”. Mons. Becciu ha quindi ringraziato il dott. Gasbarri per il suo servizio non dimenticando anche la sua “qualificata opera in qualità di direttore amministrativo della Radio Vaticana”. L'Ordine Piano (indicato anche con il nome di Ordine di Pio IX, che lo fondò nel 1847) è attualmente il primo Ordine cavalleresco regolarmente conferito della Santa Sede.





















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