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MEDITIAMO LE SCRITTURE (Vol 3)

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2011 08.44
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02/11/2011 08.13
 
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padre Gian Franco Scarpitta
Il dono della gioia e della speranza

Si affermava in epoche remote che il sentire religioso intorno al trapasso fosse dettato dalla volontà intrinseca dell'uomo di prolungare la propria esistenza e di sfuggire alle ombre della morte e della fine: di fronte alla prospettiva della fine ci si è sempre interrogati sul perché della morte, ricercando continuamente il senso di questa realtà ineluttabile, il significato del termine del morire umano messo in realizione con i trascorsi del vissuto e finalmente anche la possibilità dell'esistenza di un'altra vita dopo la morte; sicché secondo alcuni l'aldilà sarebbe stato determinato dalla consapevolezza di dover affronatare la fine e dal desiderio intrinseco di eternità che da sempre cova l'animo umano. E' proprio dell'uomo avanzare delle reazioni alla morte, che non viene mai accettata come termine ultimo e chiusura definitiva, ragion per cui anche l'aldilà non è una concezione nuova da parte dello spirito umano poiché da sempre è esistita un'idea o una concezione che fosse espressiva del destino della nostra vita al termine del nostro corpo mortale. Per i Greci l'oltretomba era l'Ade, per i Romani era il regno degli inferi chiamato poi Averno dall'omonimo fiume che ne era il passaggio immediato dalla terra e l'intera mitologia descrive il regno delle "ombre" umane come realtà ultraterrena; questo rende l'idea di come da sempre l'uomo abbia nutrito l'aspettativa dell'aldilà dando a se stesso una risposta alle proprie ansie esistenziali.

Qual è invece il rapporto che noi cristiani abbiamo con la morte e con la vita oltre il feretro?
In parte anch'esso è inerente agli interrogativi dell'uomo sul proprio destino e anche esso tende a risolvere dubbi, perplessità e angosce ma a differenza che nelle culture antiche e orientali esso non scaturisce dalla fantasia, né dal pensiero, né dalle elucubrazioni concettuali dell'intelletto umano; ci viene dato piuttosto dalla rivelazione di Dio che si dispiega nella Parola e soprattutto nell'evento culminante dell'incarnazione del Verbo Gesù Cristo: noi infatti apprendiamo il senso del morire cristiano nel mistero stesso di Dio e lo concepiamo in base a quanto Egli ci ha rivelato.
La nostra concezione della morte e della vita ultraterrena è allora un fatto di fede, che impone adesione del nostro spirito e apertura incondizionata del cuore affinché noi possiamo avere la certezza che la morte non esiste in quanto è stata soppiantanta dall'opera di salvezza realizzata da Cristo.
In latre parole noi ci immedesimiamo nella realtà del trapasso considerando che Dio si è espresso su questo argomento in temini di vita eterna e di salvezza per cui chi muore nel Signore è destinato alla vita gioiosa senza fine, che viene descritta con immagini simboliche di banchetto sontuoso e di festa continua. Nel libro della Sapienza siamo edotti sul fatto che "le anime dei giusti sono nelle mani di Dio; nessun tormento le toccherà"; Giobbe nutre la speranza di vedere il Signore egli stesso, faccia a faccia, al termine del suo itinerario mortale; Paolo ragguaglia i Tessalonicesi sulla speranza cristiana della vita senza fine ed espone altrove il suo desiderio di essere eternamente con Cristo uscendo dal Corpo. Ma il nostro privilegiato concetto sulla morte come incontro gioiso con la vita senza fine lo si evince dallo stesso mistero di Dio che in Cristo decide di morire nell'abbandono e nella solitudine sottomettendosi anche alle incertezze che caratterizzano la sensibilità umana di fronte al morire e risolve pertanto di accettare egli stesso la morte come un comune soggetto umano. Dio muore ucciso sulla croce. Tuttavia la morte non ha potere su di lui, giacché egli risorge e ricompare al nostro cospetto come vittorioso e glorioso Signore su di essa: nel fenomeno della Risurrezione la morte insomma viene sconfitta e non assume più rilevanza alcuna nella nostra vita, cosicché adesso in Cristo possiamo parlare di vita senza fine, vita eterna alla quale ciascuno di noi è destinato.
Ne deriva allora che la celebrazione odierna di commemorazione dei defunti, guarda caso collocata dal calendario liturgico immediatamente dopo la Festività dei Santi, non riguarda un rito funereo né impone una circostanza luttuosa, né invita in alcun modo a versare lacrime su chi ci ha lasciti, ma ci sospinge a ravvivare la certezza che i nostri defunti vivono con Cristo e si rendono partecipi della sua gloria di Risorto, oppure vi parteciperanno una volta raggiunto l'obiettivo dell'eventuale purificazione delle scorie del peccato (Puragatorio) e che quello che comunemente l'uomo cerca a tentoni per soddisfare le proprie ansie esistenziali sul trapasso ci viene donato gratuitamente nel mistero di Dio che in Cristo è morto e risorto per noi. Sta a noi appropriarci della ricchezza del mistero di vita etena che ci viene data coltivando la fiducia e la speranza nelle perole della Scrittura che vogliono semplicemente essere accolte e meditate e soprattutto vissute poiché lo stesso viverle e metterle in pratica è di aiuto a che noi riscontriamo sempre la presenza dei nostri cari defunti.
Dove esattamente essi li si scopre sempre con noi?
Certamente nella vita cristiana di fede, speranza e carità che suppone la preghiera e l'esercizio dell'amore al prossimo: nell'orazione si possiede un elemento non indifferente per rinvigorire la nostra fede nel Signore morto e risorto e di conseguenza anche per incontrare coloro che comunemente vengono definiti i nostri morti; loro vievendo con Cristo la vita di Dio nell'eternità si compiacciono della nostra vita di preghiera, esercitando la quale costantemente, con entusiasmo e nelle varie forme in cui essa si esprime, noi possiamo incontrarli tutti incontrando il Salvatore. La preghiera è tuttavia maggiormente rafforzata e sostenuta dalla grazia dei Sacramenti, primo fra tutti l'Eucarestia, nella quale il Risorto sostanzialmente agisce nei nostri cuori rendendo ravvicinate le distanze con i nostri risorti. Nelle opere di carità e nella reciproca accoglienza dell'amore fraterno fra di noi si riscontra inoltre come ulteriormente reale la possibilità di incontrare i nostri cari defunti nel prossimo, specialmente nel bisognoso e nell'abbandonato, dove oltretutto presenzia anche lo stesso Signore Gesù Cristo e in questo solidarizzare con gli altri noi si mette in pratica lo stesso desiderio fondamentale dei nostri trapassati, ovvero quello dell'amore e della fraternità comune.
La Commemorazione delle anime dei defunti insomma ci ravvisa la bellezza della resurrezione per la vita e oltre che risveglaire in noi la speranza della vita immortale nei nostri cari ci sprona al raggiungimento finale dello stesso obiettivo di gioia e di salvezza che ci verrà riservato in futuro, e verso il quale anche noi siamo diretti. Tale fiducia nella resurrezione non può non incutere coraggio nella perseveranza e costanza nella fede anche nelle incertezze e nelle prove invitandoci a rifuggire quello che in effetti realizza di fatto la vera morte di tutti i giorni quale illusione di vivere: il peccato.

03/11/2011 09.49
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
La gioia del perdono

Nella tradizione giudaica era ferma convinzione che bisognasse tenersi a debita distanza dai peccatori e da tutti coloro che, con giudizio inappellabile, erano ritenuti immondi. Il pretesto era originato da rischio del contagio e dal pericolo di contrarre la stessa impurità, circostanza questa che impediva l'accesso al tempio e la partecipazione ai diversi riti sacri. L'atteggiamento di Gesù, che riceve i peccatori e mangia con loro, scandalizza scribi e farisei. Egli cerca ancora una volta, con santa pazienza, di illuminarli ricorrendo a due semplici ed eloquenti parabole. L'immagine del pastore che si pone alla ricerca della pecora smarrita, lasciando al sicuro le altre nell'ovile, è particolarmente cara a Gesù. Egli dirà di se stesso: "Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me". Lui per primo si è posto alla ricerca di tutti noi, smarriti nei meandri del peccato. Già durante la sua vita terrena ha cercato i lontani per ricondurli a sé, all'ovile dell'amore. Si è chinato su tutte le miserie umane, si è paragonato ad un medico che guarisce le nostre malattie, ha dimostrato una preferenza per i piccoli e i poveri, si è lasciato toccare dai lebbrosi, si è caricato letteralmente di tutti i nostri peccati, si è assiso alla loro mensa, affinché essi fossero partecipi della sua, entrassero nel banchetto divino. Questi sono i motivi della gioia di Dio perché significano il ritorno dei suoi figli: "Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". Davvero siamo tutti figli della redenzione perché eravamo figli della perdizione. Per questo ogni ritorno è una festa. La festa del perdono.

04/11/2011 08.24
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa' che camminiamo senza ostacoli
verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 16,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore.
L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua.
Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta.
Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce".


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi presenta una parabola che riguarda l'amministrazione dei beni e che troviamo solamente nel vangelo di Luca. E' chiamata La parabola dell'amministratore disonesto. Parabola sconcertante. Luca dice: "Il padrone lodò l'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza". Il padrone è Gesù stesso e non l'amministratore. Come mai Gesù loda un impiegato corrotto?
? Luca 16,1-2: L'amministratore è minacciato di rimanere senza lavoro. "C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore". L'esempio tratto dal mondo del commercio e del lavoro parala da sé. Allude alla corruzione esistente. Il padrone scopre la corruzione e decide di mandar via l'amministratore disonesto. Costui si trova, improvvisamente, in una situazione di emergenza, obbligato dalle circostanze impreviste a trovare un'uscita per poter sopravvivere. Quando Dio si rende presente nella vita di una persona, lì, improvvisamente tutto cambia e la persona si trova in una situazione di emergenza. Dovrà prendere una decisione e trovare un'uscita.
? Luca 16,3-4: Cosa fare? Qual è l'uscita? "L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno". Lui comincia a riflettere per scoprire una soluzione. Analizza, una ad una, le alternative possibili: zappare o lavorare la terra per sopravvivere, pensa che per questo non ha forza e per mendicare si vergogna. Analizza le cose. Calcola bene le alternative possibili. "So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua." Si tratta di garantire il suo futuro. L'amministratore è coerente con il suo modo di pensare e di vivere.
? Luca 16,5-7: Esecuzione della soluzione trovata. "Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta". Nella sua totale mancanza di etica l'amministratore fu coerente. Il criterio della sua azione non è l'onestà e la giustizia, né il bene del padrone da cui dipende per vivere e per sopravvivere, ma il suo proprio interesse. Lui vuole la garanzia di avere qualcuno che lo riceva a casa sua.
? Luca 16,8: Il Signore loda l'amministratore disonesto. Ed ecco la conclusione sconcertante: "Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce". La parola Signore indica Gesù e non l'uomo ricco. Costui non elogerebbe mai un impiegato disonesto con lui nel servizio e che ora ruba più di 50 barili di olio e 20 sacchi di grano! Nella parabola chi tesse l'elogio è Gesù. Elogia non certo il furto, ma la presenza di spirito dell'amministratore. Seppe calcolare bene le cose e trovare una via di uscita, quando improvvisamente si vide senza lavoro. Come i figli di questo mondo sanno essere esperti nelle loro cose, così anche i figli della luce devono imparare da sé ad essere esperti nella soluzione dei loro problemi, usando i criteri del Regno e non i criteri di questo mondo. "Siate prudenti come serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16).


4) Per un confronto personale

? Sono coerente?
? Quale criterio uso nella soluzione dei miei problemi?



5) Preghiera finale

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.
(Sal 26)

05/11/2011 09.03
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodito, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio.

Come vivere questa Parola?
Paolo si trova in catene a causa della predicazione del vangelo. In questa situazione è raggiunto da un aiuto economico da parte dei Filippesi. Se ne rallegra, non tanto per l'indiscutibile sollievo materiale che gliene deriva, quanto piuttosto per ciò che il gesto rivela di benevolenza nei suoi riguardi e, in particolare, di sottomissione ai voleri di Dio.
Il linguaggio marcatamente commerciale: aprire "un conto di dare e avere", accreditare "il frutto in abbondanza sul vostro conto", è utilizzato per far passare dalla materialità del dono che ha come destinatario Paolo, al suo significato spirituale legato all'atteggiamento interiore che lo ha determinato.
È nelle profondità del cuore, infatti, che va rintracciato il senso e il valore intrinseco di quanto si compie. La stessa opera può rappresentare un vuoto bruciare incenso alla propria persona e un tacitare la propria coscienza, oppure un sacrificio di soave odore particolarmente gradito a Dio.
È l'intenzione a riscattare l'opera dalla sua inconsistente esteriorità, trasformandola in espressione di amore verso Dio e verso i fratelli. Non più gesto fugace ma autentico atto di culto realizzato in spirito e verità, secondo la raccomandazione di Gesù.

Nella mia pausa contemplativa, verificherò la radice dei miei gesti di attenzione verso gli altri, con l'impegno di rimuovere quanto può inquinarli e di purificare costantemente l'intenzione.

Purifica, Signore, il mio cuore, perché tutta la mia vita divenga un sacrificio di soave odore.

La voce di un saggio
La vita è oscurità se non vi è slancio, e ogni slancio è cieco se privo di sapienza, e ogni sapienza è vana senza agire, e ogni azione è vuota senza amore, e lavorare con amore è un vincolo con gli altri, con voi stessi e Dio.
Gibran Kahlil

06/11/2011 16.00
 
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don Giovanni Berti L'olio del tempo da non perdere


Un amico prete, con il quale ogni settimana mi trovo per riflettere sulle letture della domenica, mi ha fatto notare una piccola ma decisiva incongruenza nel racconto. Lui dice spesso che proprio dietro queste incongruenze apparenti dei racconti evangelici ci nascondono gli insegnamenti più profondi. Sembrano messe li apposta per suscitare interrogativi e domande? e andare così in profondità.
La pagina del Vangelo di conclude con una sentenza che vorrebbe essere il riassunto dell'insegnamento. Gesù dice: "Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora". La parabola parla di uno sposo che arriva nel cuore della notte e queste dieci ragazze sono li proprio per accompagnarlo con le loro lampade alla festa (come era usanza a quel tempo). Vegliare dovrebbe significare "stare svegli" in modo da accorgersi quando arriva lo sposo? Se fosse così allora tutte e dieci le ragazze non sono state capaci di "stare sveglie", perché il racconto dice espressamente che "?poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono". Non hanno dunque vegliato! Tutte e dieci hanno fatto fatica ad aspettare e la pesantezza del sonno ha prevalso. Ecco l'incongruenza del racconto: anche le sagge non hanno vegliato e sono addormentate! Perché allora Gesù dice di "vegliare"? Che cosa dunque significa "vegliare"?
L'attesa dello sposo è iniziata ben prima del momento nel quale si sono messe per strada da aspettare che passi lo sposo. L'attesa e la preparazione sono iniziate già in casa con la preparazione delle lampade. E' in quel momento remoto del racconto che inizia la separazione tra le dieci ragazze. Cinque infatti preparano una riserva d'olio per le lampade, le altre cinque non portano via alcuna riserva. Se lungo la strada sembrano tutte prese allo stesso modo, per l'imminenza dell'arrivo dello sposo, è nella preparazione che dimostrano di essere sveglie le prime, che portano l'olio, e assai poco sveglie le seconde che non portano nulla. Dal loro atteggiamento, chiunque le conosce, vedendole uscire di casa, può già immaginare con quale atteggiamento si preparano per questo incontro con lo sposo, che si sa che avverrà?ma non con precisione! Le ragazze definite "sagge" hanno un vero atteggiamento di attesa e per loro il tempo che prepara il momento dell'incontro è tutto orientato a questo. Le ragazze definite "stolte" perdono infatti il tempo e non sembrano realmente intenzionate ad incontrare questo sposo. Si potrebbe dire che il tempo delle stolte è fuori sincrono con il tempo dello sposo, e il tempo perso a recuperare l'olio, alla fine fa loro perdere il momento dell'incontro.

Con questa parabola Gesù ovviamente parla del tempo della venuta del Messia, un tempo che i suoi contemporanei non hanno saputo riconoscere. Parla ai suoi discepoli invitandoli a non buttare via il tempo della vita, ma ad impiegarlo per incontrare il Signore che viene.
Il cristiano leggendo questa parabola ha come una scossa e una esortazione interriore a vivere il proprio tempo con la consapevolezza che questo incontro con il Signore (qui identificato in modo bello e gioioso con uno sposo? e non un becchino!!) avviene non solo alla fine dei tempi, ma anche nella storia di ciascuno.
Tante volte il Signore ci passa vicino? forse siamo anche noi affaticati e addormentati nella vita che a volte è oscura come la notte. Abbiamo preparato una riserva di olio per tenere accese la speranza e la fede? In questo olio vedo la lettura e meditazione della Parola di Dio, vedo la carità di piccoli gesti, vedo la preghiera del cuore? Questo olio va preparato con cura e messo da parte, perché non ci verrà dato da nessuno se non ce lo procuriamo noi per tempo, nel tempo che abbiamo.
In questa parabola vedo anche un bel insegnamento a vivere il tempo delle nostre relazioni umane, simile al tempo dell'incontro con il Signore. Le persone ci passano accanto e desiderano incontrarci a volte in modo improvviso e non sempre secondo i tempo da noi stabiliti. Per tempo dunque dobbiamo preparaci, con l'olio dell'amorevolezza, con l'olio dell'ascolto, con l'olio della pazienza. Se questo olio lo mettiamo per tempo nei piccoli vasi spirituali che abbiamo dentro di noi, quando verrà il mento improvviso di accedere le lampade non saremo impreparati? Nessuno infatti ci potrà dare l'olio della vita interiore quando ci sarà utile, se non l'avremo preparato e messo da parte in noi.
Il tempo che abbiamo va vissuto in modo saggio? vegliando, sia in attesa del Signore che ci vuole incontrare, sia in attesa dei nostri fratelli, che anche loro ci vogliono incontrare?
07/11/2011 08.13
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 17, 1-6

La misericordia è l'anima della comunità cristiana nei suoi rapporti interni ed esterni. Essa non è composta da impeccabili, e quindi tutti possono essere motivo di scandalo verso tutti. Il cristiano deve stare attento a non dare scandalo a nessuno. La dura condanna di Gesù verso coloro che danno scandalo ci fa pensare che gli scandali possono essere frequenti e anche gravi sia all'interno che all'esterno della comunità cristiana. L'invito a scomparire nel profondo del mare manifesta con forza l'amarezza e l'indignazione con cui Gesù si scaglia contro coloro che scandalizzano i piccoli. Lo scandalo travolge sempre una determinata categoria di persone: i piccoli, cioè i deboli, coloro che non hanno una sufficiente maturità spirituale. E gli scandali sono più deleteri quando provengono da persone più influenti e altolocate.

Per eliminare gli scandali Dio dovrebbe togliere la libertà agli uomini. L'inevitabilità dello scandalo corrisponde alla necessità della croce, con cui chi ama porta su di sé il male dell'amato. Il cristiano non è un perfetto e la salvezza è un esercizio costante di misericordia. La comunità cristiana non è un luogo dove non si pecca, ma dove si perdona.

Quando un fratello smarrisce la retta via non lo si può abbandonare a se stesso: ognuno deve sentirsi in dovere di intervenire e di soccorrerlo. Il peccatore è un ammalato spirituale che ha bisogno di cure urgenti e tutti gliele devono somministrare. Non si può rimanere indifferenti verso il fratello che pecca, perché si tratta della sua salvezza. La prima cosa che bisogna fare è questa: "Rimproveralo" (v.3). Chi lo lascia fare e non si cura del suo peccato, si rende colpevole: "Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per causa sua" (Lv 19,17). Il rimprovero non è disapprovazione del fratello (cfr Lc 6,37-38), ma del male che è in lui. Esso suppone l'accettazione incondizionata di chi pecca (cfr Lc 15). Prima di spalancare la bocca per sgridare, bisogna aprire il cuore per accogliere e perdonare. La correzione fraterna è il più alto grado di misericordia, non lo sfogo peggiore della nostra cattiveria e del nostro rancore.

La correzione fraterna è in gesto scomodo da cui ognuno vorrebbe essere dispensato, ma il vero bene del fratello deve far passare in second'ordine il proprio disagio per liberare chi è in pericolo.

La comunità dei discepoli sarà veramente cristiana se un fratello perdona all'altro, se perdona sempre, nonostante le ricadute. Se il cristiano perdona al fratello, il Padre perdona a lui i suoi peccati (cfr Lc 11,4). Il popolo di Dio diventa santo con la sollecitudine di tutti per la salvezza di ciascuno e col perdono di ogni offesa personale e di ogni dispiacere ricevuto.

Il perdono dev'essere radicale, totale, senza riserve e senza limiti. Bisogna sempre venire incontro a chi cerca comprensione e aiuto. Il perdono deve accordare nuovamente al fratello la nostra fiducia, la simpatia e l'amicizia. Perdonare significa lasciar cadere ogni risentimento, malanimo, rivendicazione, diritto. Bisogna condonare, non addebitare, non esigere nulla. Spesso siamo magnanimi nel perdonare il male fatto agli altri, quasi mai nel perdonare quello fatto a noi.

Il perdono è reso possibile dalla forza della fede: per mezzo di essa possiamo superare anche le più grandi difficoltà. Un minimo di fede in Dio è sufficiente per operare i più grandi prodigi, perché la fede, anche quando è poca, è sempre una comunione con Dio, quindi una partecipazione alla sua onnipotenza. Con la fede si ottiene tutto (cfr Mc 11,23-24). Tutto è possibile a chi crede (cfr Mc 9,23). Nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,37; 18,37). Credere è smettere di confidare in se stessi e lasciare che Dio agisca in noi.

08/11/2011 10.13
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Dio grande e misericordioso,
allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te,
perché, nella serenità del corpo e dello spirito,
possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...




2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 17,7-10
In quel tempo, Gesù disse: "Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare".



3) Riflessione

- Il vangelo di oggi narra la parabola che si trova solo nel vangelo di Luca, senza parallelo negli altri vangeli. La parabola vuole insegnare che la nostra vita deve essere caratterizzata dall'attitudine di servizio. Inizia con tre domande ed alla fine Gesù stesso dà la risposta.
- Luca 17,7-9: Le tre domande di Gesù. Si tratta di tre domande tratte dalla vita di ogni giorno, per cui gli uditori sono spunti a pensare ciascuno alla loro esperienza e dare una risposta a partire da essa. La prima domanda: "Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?" Tutti risponderanno: "No!" Seconda domanda: "Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?" Tutti risponderanno: "Sì! Chiaro!" Terza domanda: "Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?" Tutti risponderanno: "No!" Dal modo in cui Gesù porge le domande, la gente si rende conto verso quale direzione vuole orientare il nostro pensiero. Vuole fare di noi servi gli uni degli altri.
- Luca 17,10: La risposta di Gesù. Alla fine, Gesù stesso trae una conclusione che era già implicita nelle domande: "Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". Gesù stesso ci ha dato l'esempio quando ha detto: "Il Figlio dell'uomo non è venuto ad essere servito, ma a servire" (Mc 10,45). Il servizio è un tema che piace a Luca. Il servizio rappresenta il modo in cui i poveri nel tempo di Gesù, gli anawim, aspettavano il Messia: non come un re e messia glorioso, sommo sacerdote o giudice, bensì come il Servo di Yavè, annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Maria, la madre di Gesù, disse all'angelo: "Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola!" (Lc 1,38). A Nazaret, Gesù si presenta come il Servo, descritto da Isaia (Lc 4,18-19 e Is 61,1-2). Nel battesimo e nella trasfigurazione, fu confermato dal Padre che cita le parole rivolte da Dio al Servo (Lc 3,22; 9,35 e Is 42,1). Ai suoi seguaci Gesù chiede: "Chi vuole essere il primo sia il servo di tutti" (Mt 20,27). Servi inutili! E' la definizione del cristiano. Paolo parla di ciò ai membri della comunità di Corinto quando scrive: "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere" (1Cor 3,6-7). Paolo e Apollo non sono nulla; solo semplici strumenti, "servi". Ciò che vale è Dio, solo Lui! (1Cor 3,7).
- Servire ed essere servito. Qui, in questo testo, il servo serve il signore, e non il signore il servo. Ma nell'altro testo di Gesù si dice il contrario: "Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli. In verità vi dico: si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli" (Lc 12,37). In questo testo, è il Signore che serve il servo, e non il servo il signore. Nel primo testo, Gesù parlava del presente. Nel secondo testo, Gesù sta parlando del futuro. Questo contrasto è un altro modo per dire: trova la vita colui che è disposto a perderla per amore a Gesù e al Vangelo (Mt 10,39; 16,25). Chi serve Dio in questa vita presente, sarà da Dio servito nella vita futura!



4) Per un confronto personale

- Come definisco la mia vita?
- Mi rivolgo le stesse tre domande di Gesù. Vivo forse come un servo inutile?




5) Preghiera finale

Conosce il Signore la vita dei buoni,
la loro eredità durerà per sempre.
Il Signore fa sicuri i passi dell'uomo
e segue con amore il suo cammino.
(Sal 36)

09/11/2011 09.31
 
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padre Raniero Cantalamessa
Frequentare la Chiesa non è una pratica esteriore

Quest'anno, al posto della XXXII Domenica del Tempo ordinario, si celebra la festa della dedicazione della chiesa-madre di Roma, la basilica Lateranense, dedicata inizialmente al Salvatore e in seguito a san Giovanni Battista. Che cosa rappresenta per la liturgia e per la spiritualità cristiana la dedicazione di una chiesa e l'esistenza stessa della chiesa, intesa come luogo di culto? Dobbiamo partire da queste parole del Vangelo: "È venuto il momento, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori".

Gesù insegna che il tempio di Dio è, primariamente, il cuore dell'uomo che ha accolto la sua parola. Parlando di sé e del Padre dice: "Noi verremo in lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14, 23) e Paolo scrive ai cristiani: "Non sapete che voi siete il tempio di Dio?" (1 Cor 3, 16). Tempio nuovo di Dio è, dunque, il credente. Ma luogo della presenza di Dio e di Cristo è anche là, "dove due o più sono riuniti nel suo nome" (Mt 18, 20). Il concilio Vaticano II arriva a chiamare la famiglia cristiana una "chiesa domestica" (LG, 11), cioè un piccolo tempio di Dio, proprio perché, grazie al sacramento del matrimonio, essa è, per eccellenza, il luogo in cui "due o più" sono riuniti nel suo nome.

A che titolo, allora, noi cristiani diamo tanta importanza alla chiesa, se ognuno di noi può adorare il Padre in spirito e verità nel proprio cuore, o nella sua casa? Perché questo obbligo di recarci in chiesa ogni domenica? La risposta è che Gesù Cristo non ci salva separatamente gli uni dagli altri; egli è venuto a formarsi un popolo, una comunità di persone, in comunione con lui e tra di loro.

Quello che è la casa, una abitazione propria, per una famiglia, è la chiesa per la famiglia di Dio. Non c'è famiglia, senza una casa. Uno dei film del neorealismo italiano che ancora ricordo è "Il tetto" scritto da Cesare Zavattini e diretto da Vittorio De Sica. Due giovani, poveri e innamorati, si sposano, ma non hanno una casa propria. Alla periferia della Roma del dopoguerra escogitano un sistema per farsene una, lottando contro il tempo e contro la legge (se la costruzione non è arrivata al tetto prima di sera verrà demolita). Quando alla fine completato il tetto, sono sicuri di avere una casa e una intimità propria, si abbracciano felici; sono una famiglia.

Ho visto questa storia ripetersi in tanti quartieri di città, paesi e villaggi che non avevano una chiesa propria e hanno dovuto costruirsene una loro. La solidarietà, l'entusiasmo, la gioia di lavorare insieme con il prete per dare alla comunità un luogo di culto e di incontro sono storie ognuna delle quali meriterebbe un film come quello di De Sica?

Dobbiamo però evocare anche un fenomeno doloroso: l'abbandono in massa della frequenza alla chiesa e quindi della Messa domenicale. Le statistiche sulla pratica religiosa sono da pianto. Non è detto che chi non va in chiesa abbia sempre perso la fede; no, solo che si sostituisce alla religione istituita da Cristo la cosiddetta religione del "fai da te", in America dicono del "pick and choose", prendi e scegli. Come si fa al supermercato. Fuori metafora, ognuno si fa una sua idea di Dio, della preghiera e si sente tranquillo con essa.

Si dimentica, in questo modo, che Dio si è rivelato in Cristo, che Cristo ha predicato un vangelo, ha fondato una ekklesia, cioè una assemblea di chiamati, ha istituito dei sacramenti, come segni e tramiti della sua presenza e della salvezza. Ignorare tutto questo per coltivare una propria immagine di Dio espone al soggettivismo più totale. Non ci si confronta più con nessun altro se non con se stessi. In questo caso, sì, che si verifica quello che diceva il filosofo Feuerbach: Dio si riduce alla proiezione dei propri bisogni e desideri; non è più Dio che crea l'uomo a sua immagine, ma l'uomo che si crea un Dio a sua immagine. Ma è un Dio che non salva!

Certo una religiosità fatta solo di pratiche esteriori non serve a nulla; Gesù combatte contro di essa lungo tutto il vangelo. Però non c'è contrasto tra la religione dei segni e dei sacramenti e quella intima, personale; tra il rito e lo spirito. I grandi geni religiosi (pensiamo ad Agostino, Pascal, Kierkegaard, il nostro Manzoni) erano uomini di una interiorità profonda e personalissima e nello stesso tempo erano inseriti in una comunità, frequentavano la loro chiesa, erano "praticanti".

Nelle Confessioni (VIII,2) S. Agostino narra come avvenne la conversione dal paganesimo del grande retore e filosofo romano Vittorino. Convinto ormai della verità del cristianesimo, diceva al sacerdote Simpliciano: "Sappi che io ormai sono cristiano". Simpliciano gli rispondeva: "Non ci credo finché non ti vedo nella chiesa di Cristo". Lui di rimando: "Sono dunque le pareti che ci fanno cristiani?" La cosa andò avanti per un po' tra queste schermaglie. Ma un giorno Vittorino lesse nel vangelo la parola di Cristo: "Chi si vergognerà di me in questa generazione anch'io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio". Capì che era il rispetto umano, la paura di cosa avrebbero detto i suoi dotti colleghi, a trattenerlo dall'andare in chiesa: si recò da Simpliciano e gli disse: "Andiamo in chiesa, voglio farmi cristiano". Credo che questa storia ha qualcosa da dire anche oggi a più d'una persona di cultura.

10/11/2011 08.23
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
La venuta del regno di Dio

Gesù aveva iniziato la sua predicazione annunciando l'avvento del suo regno: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Molti avevano però frainteso quel messaggio. Erano convinti che il messia atteso dovesse restaurare il regno di Israele, riportarlo al primitivo splendore, riaffermarne il primato sancito da Dio stesso. Una visione tutta umana e ben lontana dalla verità che Cristo stava annunciando. Egli parla del Regno dei cieli e aggiunge, volendo far conoscere la verità della sua missione: «Il regno di Dio è in mezzo a voi». Ribadisce in un altro contesto che il regno di cui egli parla è l'eredità dei santi: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo». Nonostante ciò sarà vittima di quell'equivoco lo stesso Giuda Iscariota, che deluso nelle sue attese, svenderà il suo maestro per pochi denari. Fino all'ultimo Gesù, prossimo alla sua passione, cercherà di correggere tale errore: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». La domanda dei farisei è ancora sulla scia della loro visione distorta sul significato del Regno. Una visione che tra l'altro non è stata mai smessa nel corso della storia. La Chiesa spesso ha subito il fascino del potere e la tentazione del dominio. Pur adorna di divina bellezza, è stata più volte macchiata dalle umane debolezze. Gesù aveva preventivamente messo in guardia i suoi da questa umana tentazione: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti» e ancora: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Tutto il contrario di ciò che pensavano e facevano gli scribi e i farisei: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì» dalla gente». La Chiesa e tutti noi che siamo le sua membra vive non possiamo prescindere dalla virtù dell'umiltà; il nostro compito nel Regno è quello di affermare con tutta la nostra vita il primato assoluto di Dio. Non dovremmo essere ancora noi a ripudiare il Cristo perché si è lasciato inchiodare alla croce. Il suo regno ora è il regno dei risorti.

11/11/2011 09.24
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 17, 26-37

Il giorno del Figlio dell'uomo, presentato come una folgore nel brano precedente, ora è paragonato al diluvio (vv.26-27). L'indifferenza e la corruzione nelle quali furono sorpresi e colpiti i contemporanei di Noè servono a far comprendere la disattenzione con cui gli uomini pensano e attendono la salvezza. Le ragioni per cui l'uomo non si accorge dell'avvicinarsi della giustizia di Dio, sono sempre le stesse: gli affari, gli interessi e i piaceri della vita. Tutte cose che sostituiscono qualunque altra occupazione, anche quella della salvezza eterna.

La Bibbia offre un altro esempio di disattenzione ai segni di Dio distribuiti nel corso della storia. Anche la vita dei Sodomiti trascorreva nei bagordi e nei vizi e non pensavano affatto di poter incorrere in qualche castigo (vv.28-29). E così il castigo arrivò senza che alcuno potesse scamparne. La cosa non era impossibile: bisognava essere attenti e giusti come Lot.

I tempi di Noè, di Lot, di Sodoma sono come tutti i giorni della storia umana. La salvezza o la perdizione non stanno in qualcosa di straordinario, ma nella quotidianità della vita. L'uomo si perde se è mosso dall'egoismo, si salva se è mosso dall'amore. Due persone che fanno la stessa azione hanno una sorte diversa. Questo indica che la salvezza non dipende da cosa si fa', ma da come la si fa', e soprattutto per chi la si fa.

I cadaveri attirano gli uccelli di rapina (cfr Ap 19,17). Come gli uccelli di rapina sono attirati dai cadaveri, così sarà attirato sul mondo il giudizio di condanna dagli uomini che giacciono nella morte del peccato. Non è la domanda circa il luogo del giudizio che conta, ma la libertà dal peccato, il presentarsi davanti al Signore pentiti e convertiti.

Quando Gesù annuncia la fine dei tempi, ammonisce a far penitenza. Egli proclama il regno divino della misericordia, affinché la venuta del Figlio dell'uomo non deva portare a nessuno la condanna.

12/11/2011 08.10
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Dio grande e misericordioso,
allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te,
perché, nella serenità del corpo e dello spirito,
possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 18,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: "C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé. Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi".
E il Signore soggiunse: "Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente.
Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"


3) Riflessione

- Il vangelo di oggi riporta un elemento molto caro a Luca: la preghiera. E' la seconda volta che Luca riporta le parole di Gesù per insegnarci a pregare. La prima volta (Lc 11,1-13), ci insegnò il Padre Nostro e, per mezzo di paragoni e parabole, insegnò che dobbiamo pregare con insistenza, senza stancarci. Ora, questa seconda volta (Lc 18,1-8), ricorre di nuovo ad una parabola tratta dalla vita per insegnare la costanza nella preghiera. E' la parabola della vedova che scomoda il giudice senza morale. Il modo di presentare la parabola è molto didattico. In primo luogo, Luca presenta una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi racconta la parabola. Alla fine, Gesù stesso la spiega:
- Luca 18,1: L'introduzione. Luca presenta la parabola con la frase seguente: "In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi ". La raccomandazione di "pregare senza stancarsi" appare molte volte nel Nuovo Testamento (1 Tes 5,17; Rom 12,12; Ef 6,18; ecc). Ed è una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane.
- Luca 18,2-5: La parabola. Poi Gesù presenta due personaggi della vita reale: un giudice senza considerazione per Dio e senza considerazione per gli altri, ed una vedova che lotta per i suoi diritti presso il giudice. Il semplice fatto di indicare questi due personaggi rivela la coscienza critica che aveva della società del suo tempo. La parabola presenta la gente povera che lotta nel tribunale per ottenere i suoi diritti. Il giudice decide di prestare attenzione alla vedova e di farle giustizia. Il motivo è questo: per liberarsi dalla vedova molesta e non essere più importunato da lei. Motivo di interesse personale. Ma la vedova ottiene ciò che vuole! Ecco un fatto di vita quotidiana, di cui Gesù si serve per insegnare a pregare.
- Luca 18,6-8: L'applicazione. Gesù applica la parabola: "Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente". Se non fosse Gesù, noi non avremmo avuto il coraggio di paragonare Gesù ad un giudice disonesto! Ed alla fine Gesù esprime un dubbio: "Ma il Figlio dell'Uomo quando viene, troverà fede sulla terra?" Ossia, avremo il coraggio di sperare, di avere pazienza, anche se Dio tarda nel fare ciò che gli chiediamo?
- Gesù in preghiera. I primi cristiani avevano un'immagine di Gesù in preghiera, in contatto permanente con il Padre. Infatti, la respirazione della vita di Gesù era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva, affinché la gente e i suoi discepoli pregassero. Poiché è confrontandosi con Dio che emerge la verità e che la persona ritrova se stessa in tutta la sua realtà ed umiltà. Luca è l'evangelista che più ci informa sulla vita di preghiera di Gesù. Presenta Gesù in costante preghiera. Ecco alcuni momenti in cui Gesù appare in preghiera. Tu, voi potete completare l'elenco:
- A dodici anni va al Tempio, alla Casa del Padre (Lc 2,46-50).
- Prega quando è battezzato e nell'assumere la missione (Lc 3,21).
- All'inizio della missione, trascorre quaranta giorni nel deserto (Lc 4,1-2).
- Nell'ora della tentazione, affronta il diavolo con testi della Scrittura (Lc 4,3-12).
- Gesù ha l'abitudine di partecipare il sabato a celebrazioni nelle sinagoghe (Lc 4,16)
- Cerca la solitudine del deserto per pregare ( Lc 5,16; 9,18).
- Prima di scegliere i dodici Apostoli, trascorre la notte in preghiera (Lc 6,12).
- Prega prima dei pasti (Lc 9,16; 24,30).
- Prega prima della sua passione e nell'affrontare la realtà (Lc 9,18).
- Nella crisi, sale sulla Montagna ed è trasfigurato quando prega (Lc 9,28).
- Dinanzi alla rivelazione del vangelo ai piccoli, dice: "Padre io ti ringrazio!" (Lc 10,21)
- Pregando, suscita negli apostoli la volontà di pregare (Lc 11,1).
- Prega per Pietro affinché non perda la fede (Lc 22,32).
- Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli (Lc 22,7-14).
- Nell'Orto degli Ulivi, prega, anche sudando sangue (Lc 22,41-42).
- Nell'angoscia dell'agonia, chiede ai suoi amici di pregare con lui (Lc 22,40.46).
- Nell'ora di essere inchiodato sulla croce, chiede perdono per i malfattori (Lc 23,34).
- Nell'ora della morte dice: "Nelle tue mani consegno il mio spirito!" (Lc 23,46; Sal 31,6)
- Gesù muore emettendo il grido del povero (Lc 23,46).
- Questa lunga lista indica quanto segue. Per Gesù la preghiera è intimamente legata alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedeli al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con Lui. Lo ascoltava. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù recitava i Salmi. Come qualsiasi giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei Salmi non spense in lui la creatività. Anzi. Gesù creò lui stesso un Salmo che ci trasmise: il Padre Nostro. La sua vita è una preghiera permanente: "Cerco sempre la volontà di colui che mi ha mandato!" (Gv 5,19.30) A lui si applica ciò che dice il Salmo: "Io sono preghiera!" (Sal 109,4)


4) Per un confronto personale

- C'è gente che dice di non saper pregare, ma parla con Dio tutto il giorno? Tu conosci persone così? Racconta. Ci sono molti modi in cui oggi la gente esprime la sua devozione e prega. Quali sono?
- Cosa ci insegnano queste due parabole sulla preghiera? Cosa mi insegnano sul mio modo di vedere la vita e le persone?



5) Preghiera finale

Beato l'uomo che teme il Signore
e trova grande gioia nei suoi comandamenti.
Potente sulla terra sarà la sua stirpe,
la discendenza dei giusti sarà benedetta.
(Sal 111)

13/11/2011 09.23
 
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don Roberto Seregni
L'amore raddoppia

Rieccoci con una nuova parabola del Rabbì. Per capirla fino in fondo è necessario "decodificare" alcune immagini, prima fra tutte quella del talento. Si tratta di una moneta dei tempi di Gesù che poteva pesare anche trentasei chilogrammi e il suo valore era di circa seimila denari. Calcolando che un denaro era la paga quotidiana di un operaio dei tempi di Gesù, un talento corrispondeva (tenetevi forti!) a circa diciassette anni di retribuzione!
Pazzesco! Ve l'immaginate la faccia degli ascoltatori?
Molti di loro, probabilmente, non avevano mai visto tanti soldi in una volta sola?
Come spesso capita nelle parabole, Gesù sfrutta queste esagerazioni per far capire che non sta dando lezioni per un master di economia, ma che vuole portare la nostra attenzione su altro.
Altro, come la nostra percezione della responsabilità che ci è affidata.
Altro, come il nostro modo di stare davanti a Dio.

A questo punto guardiamo da vicino i tre uomini della parabola.
I primi due sono coraggiosi, generosi, concreti; riconoscono la grande fiducia del padrone che gli ha affidato tutta quella ricchezza e si giocano (ma non si dice come!) per raddoppiare quello che hanno ricevuto. Il terzo, invece, sotterra tutto. Vive nel terrore. Si accontenta di restituire il talento conservato.
Ciò che fa la differenza tra i primi due e il terzo è la paura, e forse anche - come qualcuno dice - la pigrizia.

Quante delle nostre comunità vivono così, come questo servo che si accontenta, frenate dalla paura, ripetitive e pigre! Quanti cristiani confondono l'umiltà con l'elegante rifiuto delle proprie responsabilità e sotterrano il tesoro prezioso che è stato dato loro in dono.
Tutta questa paura che frena e rende ripetitiva e dimissionaria la nostra vita cristiana, dipende anche - o soprattutto? - dall'idea di Dio che custodiamo nel cuore.
Che idea del padrone avevano i primi due servi e che idea, invece, aveva il terzo?
Che idea ho io di Dio e che idea, invece, mi propone il Rabbì di Nazareth?
Questo è il centro. Non solo della parabola, ma del Vangelo.
Trovo ancora molti cristiani che pensano a Dio come a un ragioniere spietato che ci registra in partita doppia; o come a un poliziotto sadico che si diverte a staccare multe salate per ogni nostra infrazione; o come a un enorme "devotimetro" che fa piovere dal cielo favori e preferenze in base ai meriti acquisiti sul campo di battaglia.
Questo è un incubo, non è il Dio rivelato da Gesù di Nazareth.
Il Dio di Gesù è quel Padre appassionato che si fida di noi - ?affare raro di questi tempi! - e ci affida un tesoro prezioso senza nemmeno chiedere un colloquio informativo e senza rimanere a controllare. Se ne va. Si fida. Ci tratta da adulti.
Spetta a noi decidere che fare di questo dono. Scoprirci figli e metterci in gioco nell'amore, o rimanere all'ombra dei nostri fantasmi e deprimerci mentre ci scaviamo la fossa per sotterrare l'amore?

E tu, che pensi di fare?

14/11/2011 09.14
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43
Mentre Gesù si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno!"
Allora incominciò a gridare: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!". Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!"
Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: "Che vuoi che io faccia per te?"
Egli rispose: "Signore, che io riabbia la vista".
E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato".
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.


3) Riflessione

- Il vangelo di oggi descrive l'arrivo di Gesù a Gerico. E' l'ultima fermata prima di salire a Gerusalemme, dove avverrà l' "esodo" di Gesù secondo quanto ha annunciato nella sua Trasfigurazione (Lc 9,31) e lungo il cammino fino a Gerusalemme (Lc 9,44; 18,31-33).
- Luca 18,35-37: Il cieco seduto lungo la strada. "Mentre Gesù si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: "Passa Gesù il Nazareno!" Nel vangelo di Marco, il cieco si chiama Bartimeo (Mc 10,46). Siccome era cieco, non poteva partecipare alla processione che accompagnava Gesù. In quel tempo, c'erano molti ciechi in Palestina, poiché il forte sole che batte sulla terra rocciosa imbiancata faceva male agli occhi non protetti.
- Luca 18,38-39: Il grido del cieco e la reazione della gente. "Allora incominciò a gridare: Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Invoca Gesù con il titolo di "Figlio di Davide". Il catechismo di quell'epoca insegnava che il messia apparteneva alla discendenza di Davide, "figlio di Davide", messia glorioso. A Gesù questo titolo non piaceva. Nel citare il salmo messianico, lui giunse a chiedersi: "Come mai il messia può essere figlio di Davide se perfino Davide lo chiama "Mio Signore" (Lc 20,41-44)? Il grido del cieco scomoda la gente che accompagna Gesù. Per questo, "quelli che camminavano davanti lo sgridavano perché tacesse. Loro cercavano di soffocare il suo grido. Ma lui gridava ancora più forte: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!" Ancora oggi, il grido dei poveri spiazza la società consolidata: migranti, mendicanti, rifugiati, malati di AIDS, tanti!
- Luca 18,40-41: La reazione di Gesù davanti al grido del cieco. E Gesù, cosa fa? "Gesù allora si fermò e mandò che glielo conducessero". Coloro che volevano soffocare il grido scomodo del povero, ora, a richiesta di Gesù, sono obbligati ad aiutare il povero ad arrivare fino a Gesù. Il vangelo di Marco aggiunge che il cieco lasciò tutto e si recò da Gesù. Non aveva molto. Solamente un manto. Era ciò che possedeva per coprire il suo corpo (cf. Es 22,25-26). Era la sua sicurezza, la sua terra! Anche oggi Gesù ascolta il grido del povero che noi, a volte, non vogliamo ascoltare. "Quando gli fu vicino gli domandò: Cosa vuoi che io faccia per te?" Non basta gridare, bisogna sapere perché gridare! Il cieco risponde: "Signore, che io riacquisti la vista."
- Luca 18,42-43: Vai! La tua fede ti ha salvato! Gesù disse: "E Gesù gli disse: "Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato". Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio". Il cieco aveva invocato Gesù con idee non del tutto corrette, poiché il titolo "Figlio di David" non era molto corretto. Ma lui ebbe più fede in Gesù che nelle sue idee su Gesù. Non presentò esigenze come fece Pietro (Mc 8,32-33). Seppe dare la sua vita accettando Gesù senza imporre condizioni. La guarigione è frutto della sua fede in Gesù. Curato, segue Gesù e si incammina con lui verso Gerusalemme. Così, diventa discepolo modello per tutti noi che vogliamo "seguire Gesù lungo il cammino" in direzione verso Gerusalemme: credere più in Gesù e non tanto nelle nostre idee su Gesù! In questa decisione di camminare con Gesù si trova la fonte di coraggio ed il seme della vittoria sulla croce. Poiché la croce non è una fatalità, né un'esigenza di Dio. E' la conseguenza dell'impegno di Gesù, in obbedienza al Padre, di servire i fratelli e non accettare privilegi.
- La fede è una forza che trasforma le persone. La Buona Novella del Regno annunciata da Gesù era una specie di fertilizzante. Faceva crescere il seme della vita nascosto nella gente, nascosto come un fuoco sotto le ceneri di ciò che osserviamo. Gesù soffiò sulle ceneri ed il fuoco si accese, il Regno apparve e la gente se ne rallegrò. La condizione era sempre la stessa: credere in Gesù. La guarigione del cieco chiarisce un aspetto molto importante della nostra fede. Pur invocando Gesù con idee non del tutto corrette, il cieco ebbe fede e fu guarito. Si convertì, lasciò tutto e seguì Gesù lungo il cammino verso il Calvario! La comprensione piena del seguire Gesù non si ottiene dall'istruzione teorica, bensì dall'impegno pratico, camminando con lui lungo il cammino del servizio, dalla Galilea fino a Gerusalemme. Chi insiste nel mantenere l'idea di Pietro, cioè, del Messia glorioso senza la croce, non capirà nulla di Gesù e non giungerà ad assumere l'atteggiamento del vero discepolo. Chi sa credere in Gesù e si dona (Lc 9,23-24), chi sa accettare di essere l'ultimo (Lc 22,26), chi sa bere il calice e caricare la propria croce (Mt 20,22; Mc 10,38), costui, come il cieco, pur non avendo idee completamente giuste, riuscirà a "seguire Gesù lungo il cammino" (Lc 18,43). In questa certezza di camminare con Gesù si trovano la sorgente del coraggio ed il seme della vittoria sulla croce.


4) Per un confronto personale

- Come vedo e sento il grido dei poveri: migranti, negri, malati di AIDS, mendicanti, rifugiati e tanti altre?
- Com'è la mia fede: mi fisso più nelle mie idee su Gesù o in Gesù?



5) Preghiera finale

Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi,
non indugia nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli stolti;
ma si compiace della legge del Signore,
la sua legge medita giorno e notte.
(Sal 1)

15/11/2011 08.25
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 19, 1-10

L'incontro di Gesù con Zaccheo ripropone uno dei temi fondamentali del vangelo: la preferenza di Dio per i peccatori. Quest'uomo altolocato e benestante è insoddisfatto di sé. In apparenza ha tutto, in realtà gli manca tutto. In quanto pubblicano è escluso dalla salvezza secondo la legge, in quanto ricco è escluso dalla salvezza secondo il vangelo (cfr Lc 18,24ss). E' un peccatore della peggior specie, è un caso impossibile.

Anche in questo caso, come nel brano precedente, la moltitudine dei discepoli nasconde agli occhi di Zaccheo il Gesù che cercava di vedere. La comunità è il luogo dell'incontro con Dio, ma qualche volta impedisce di vederlo. La folla non aiuta Zaccheo a trovare Gesù e criticherà Gesù quando deciderà di andare nella sua casa.

Il pubblicano viene chiamato per nome: "Zaccheo". Questo nome significa "Dio ricorda". Dio si ricorda di lui e gli usa misericordia, come aveva cantato il suo omonimo, Zaccaria: "Ha soccorso il suo servo, ricordandosi della sua misericordia"(cfr Lc 1,54). In Zaccheo si compie la volontà di salvezza del Padre, che Gesù ha la missione di attuare in questo mondo. E tutto deve avvenire "subito" e "in fretta" (vv.5-6). E' l'urgenza della salvezza. Ci ricorda Maria che corre a portare il Salvatore a chi l'attende (cfr Lc 1,39). Ma questa volontà di Dio che desidera salvare tutti e subito suscita incomprensione e mormorazione nei benpensanti di allora come in quelli di tutti i tempi.

L'ansia e la tensione di Zaccheo si trasformano in esultanza, che è la partecipazione alla felicità di Dio. L'angelo Gabriele ha invitato Maria a rallegrarsi, ora tale allegrezza passa a un peccatore convertito. L'incontro con Gesù libera l'uomo dalle sue colpe, dalle sue perplessità e angosce e lo riempie di pace e di gioia.

La folla critica il comportamento di Gesù perché non lo capisce. Egli è venuto a portare agli uomini il perdono di Dio, e non deve fare meraviglia che lo conceda a coloro che ne hanno più bisogno. Dio non è come l'hanno presentato gli scribi e i farisei di tutti i tempi. E' diverso. Non ha nemici, non è contro nessuno, non fa distinzioni tra giudei e pagani, tra giusti e peccatori. Tutti sono uguali davanti a lui, tutti bisognosi di grazia, di perdono e di aiuto.

Luca si compiace di presentare Gesù che si trova a suo agio in casa di un peccatore. La salvezza è per tutti, e prima di tutto per i peccatori che si pentono. E il pentimento si manifesta nel riordinare la propria condotta, riparando i torti commessi. E poiché le ingiustizie sociali pesano in definitiva sempre sui poveri, Zaccheo darà loro la metà dei suoi beni. E nei casi specifici di truffa', restituirà secondo la legge: quattro volte tanto (cfr Es 21,37; 2Sam 12,6). La giustizia sociale è il primo frutto della conversione.

Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare. La sua missione si compie dando accoglienza ai peccatori. San Paolo ha scritto: "Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1Tm 1,15-16).

Zaccheo cercava Gesù, ma alla fine di questo episodio evangelico scopriamo che, ancor più e ancor prima, era Gesù che cercava Zaccheo che si era perduto (v.10). La lezione di questo brano di vangelo ha bisogno di essere sempre ricordata nella Chiesa. C'è sempre qualcuno nella comunità cristiana che ha paura di avvicinare i peccatori, gli scomunicati e i nemici della religione e della fede. Il vangelo ci spinge ad essere vicini a tutti, a stabilire buoni rapporti con tutti, perché tutti hanno bisogno di salvezza, e tocca proprio a noi portarla a loro.

"Il Figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto" (v.10). E' la chiave di lettura di tutta la storia di Gesù.

16/11/2011 08.14
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 19,11-28
In quel tempo, Gesù disse una parabola perché era vicino a Gerusalemme e i discepoli credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro.
Disse dunque: "Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno.
Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un'ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi.
Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato.
Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città.
Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. A questo disse: Sarai tu pure a capo di cinque città.
Venne poi anche l'altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato.
Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi.
Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine!
Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me".
Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.


3) Riflessione

- Il vangelo di oggi ci presenta la parabola dei talenti, in cui Gesù parla dei doni che le persone ricevono da Dio. Tutte le persone hanno qualche qualità, ricevono qualche dono o sanno qualche cosa che possono insegnare agli altri. Nessuno è solo alunno, nessuno è solo professore. Impariamo gli uni dagli altri.
- Luca 19,11: La chiave per capire la storia della parabola. Per introdurre la parabola Luca dice quanto segue: "In quel tempo, Gesù disse una parabola perché era vicino a Gerusalemme e i discepoli credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro". In questa informazione iniziale, Luca presenta tre motivi che portano Gesù a raccontare la parabola: (a) L'accoglienza da dare agli esclusi, riferendosi quindi all'episodio di Zaccheo, l'escluso, che Gesù accoglie. (b) L'avvicinarsi della passione, morte e risurrezione, poiché diceva che Gesù era vicino a Gerusalemme dove sarebbe stato a breve condannato a morte. (c) L'imminente avvento del Regno di Dio, poiché le persone che accompagnavano Gesù pensavano che il Regno di Dio sarebbe giunto dopo.
- Luca 19,12-14: L'inizio della Parabola. "Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno". Alcuni studiosi pensano che in questa parabola, Gesù si riferisca ad Erode che settanta anni prima (40 aC), era andato a Roma per ricevere il titolo e il potere di Re della Palestina. Alla gente non piaceva Erode e non voleva che diventasse re, poiché l'esperienza che avevano di lui da comandante per reprimere le ribellioni nella Galilea contro Roma fu tragica e dolorosa. Per questo dicevano: "Non vogliamo che questo uomo regni su di noi." A questo stesso Erode si applicherebbe la frase finale della parabola: "E quanto a questi nemici, che non vogliono che io regni su di loro, portateli qui, ed uccideteli dinanzi a me". Infatti Erode uccise molta gente.
- Luca 19,15-19: Rendiconto dei primi impiegati che ricevettero cento monete d'argento. La storia informa inoltre che Erode, dopo aver ottenuto il titolo di re, ritornò in Palestina per assumere il potere. Nella parabola, il re chiamò gli impiegati a cui aveva dato cento monete d'argento, per sapere quanto avevano guadagnato. Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. A questo disse: Sarai tu pure a capo di cinque città.
D'accordo con la storia sia Erode Magno che suo figlio Erode Antipa, tutti e due sapevano trattare con il denaro e promuovere le persone che li aiutavano. Nella parabola, il re dette dieci città all'impiegato che moltiplicò per dieci le cento monete che aveva ricevuto, e cinque città a colui che le moltiplicò per cinque.
- Luca 19,20-23: Rendiconto dell'impiegato che non guadagnò nulla. Il terzo impiegato giunse e disse: Venne poi anche l'altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. In questa frase appare un'idea sbagliata di Dio che è criticata da Gesù. L'impiegato considera Dio un padrone severo. Dinanzi a un Dio così, l'essere umano ha paura e si nasconde dietro l'osservanza esatta e meschina della legge. Pensa che, agendo in questo modo, non sarà castigato dalla severità del legislatore. In realtà, una persona cosi non crede in Dio, ma crede solo in se stessa, nella sua osservanza della legge. Si rinchiude in se stessa, si allontana da Dio e non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come una persona libera. Questa immagine falsa di Dio isola l'essere umano, uccide la comunità, spegne la gioia ed impoverisce la vita. Il re risponde: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi. L'impiegato non è coerente con l'immagine che aveva di Dio. Se immaginava Dio così severo, avrebbe dovuto mettere per lo meno il denaro nel banco. Non è condannato da Dio, ma dall'idea sbagliata che si era fatta di Dio e che lo rende più immaturo e più pauroso di quanto avrebbe dovuto essere. Una delle cose che influisce maggiormente sulla vita della gente è l'idea che ci facciamo di Dio. Tra i giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano Dio come un giudice severo che li trattava secondo il merito conquistato dalle osservanze. Ciò causava timore ed impediva alle persone di crescere. Sopratutto impediva che aprissero uno spazio dentro di sé per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava.
- Luca 19,24-27: Conclusione per tutti. "Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me". Il signore ordina di togliergli le cento monete e darle a colui che ne aveva già mille, perché "A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha". In questa frase finale si trova la chiave che chiarisce la parabola. Nel simbolismo della parabola, le monete d'argento del re sono i beni del Regno di Dio, cioè tutto quello che fa crescere la persona e rivela la presenza di Dio: amore, servizio, condivisione. Chi si chiude in sé, per paura di perdere il poco che ha, costui perderà anche il poco che ha. Quindi la persona che non pensa a sé, ma si dà agli altri, crescerà e riceverà, sorprendentemente, tutto ciò che ha dato e molto di più: "cento volte tanto" (Mc 10,30). "Perde la vita colui che vuole salvarla, la salva colui che ha il coraggio di perderla" (Lc 9,24; 17,33; Mt 10,39;16,25;Mc 8,35). Il terzo impiegato ha paura e non fa nulla. Non vuole perdere nulla e, per questo, non guadagna niente. Perde perfino il poco che ha. Il regno è un rischio. Chi non corre rischi, perde il Regno!
- Luca 19,28: Ritorno alla triplice chiave iniziale. Alle fine, Luca chiude il tema con questa informazione: "Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme". Questa informazione finale evoca la triplice chiave data all'inizio: accoglienza da dare agli esclusi, vicinanza della passione, morte e risurrezione di Gesù a Gerusalemme e l'idea della venuta imminente del Regno. A coloro che pensavano che il Regno di Dio stesse per giungere, la parabola ordina di cambiare lo sguardo. Il Regno di Dio, arriva sì, ma attraverso la morte e la risurrezione di Gesù che avverrà tra breve a Gerusalemme. E il motivo della morte è l'accoglienza che Gesù da agli esclusi, come per esempio a Zaccheo e a tanti altri. Scomoda i grandi e loro lo elimineranno condannandolo a morte, e ad una morte di croce.


4) Per un confronto personale

- Nella nostra comunità, cerchiamo di conoscere e di valorizzare i doni di ogni persona? A volte, i doni di alcuni generano gelosie e competitività negli altri. Come reagiamo?
- Nella nostra comunità c'è uno spazio dove le persone possono mostrare i loro doni?



5) Preghiera finale

Lodate il Signore nel suo santuario,
lodatelo nel firmamento della sua potenza.
Lodatelo per i suoi prodigi,
lodatelo per la sua immensa grandezza.
(Sal 150)

17/11/2011 08.26
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Mattatia rispose: "Anche se tutti i popoli nei domini del re lo ascolteranno e ognuno abbandonerà la religione dei suoi padri e vorranno tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell'alleanza dei nostri Padri".

Come vivere questa Parola?
Mattatia è il capo della stirpe dei Maccabei da cui prende nome questo libro dell'Antico Testamento. A lui, gli inviati del re Antioco IV Epifanie, chiedono di rinnegare e sopprimere ogni atto di culto al vero Dio per professare invece l'idolatria. Essi sanno bene che, essendo Mattatia una personalità di primissimo piano nella società giudaica, se ottengono obbedienza da lui, più facilmente il popolo si adeguerà alla volontà del re, realizzando in tal modo quel processo di ellenizzazione che è l'obiettivo del sovrano invasore. Quello che viene proposto a Mattatia, se eseguirà gli ordini del re, è molto lusinghiero: "Tu sei uomo autorevole, stimato e grande (...) entrerai nel numero degli amici del re, tu e i tuoi figli avrete in premio oro argento e doni in quantità". In fondo è la subdola seduzione di sempre. Mattatia è uomo e credente. Lo è fino in fondo. Fino a tener testa non solo alle minacce ma alle promesse più allettanti. E -lo sappiamo ? qui sta anche la difficoltà. Senza accorgersi questo mondo provvisto di tante comodità e "centrato" sulla ricerca dell'avere sempre di più nel campo della ricchezza, del piacere e dell'immagine di sé, è un mondo sostanzialmente idolatra. Ma camminare nell'Alleanza, che significa camminare con Dio, nel suo amore comporta decise rotture, il coraggio di scegliere ciò che veramente conta, fuori da ogni illusionistica promessa allettante.

Oggi, a questo penserò nella mia pausa contemplativa. Voglio lucidamente prendere coscienza della realtà che mi circonda; non per oppormi agli uomini che sono miei fratelli e sorelle, ma al sistema idolatrico che spesso c'imprigiona. Nel modo di gestire il denaro, di vestire, di realizzare incontri, di sostenere o criticare idee emergenti, io sono davvero cristiano o vivo nel compromesso?

Signore, qualsiasi possa essere la mia vocazione, fammi vivere fuori dal compromesso. Nel tuo amore io cammini con te nell'Alleanza nuova che è la forza e la luce del tuo Mistero pasquale.

La voce di una donna Dottore della Chiesa
I predicatori non ottengono che gli uomini si liberino perché quelli che predicano hanno troppo buon senso... E' per questo che la loro fiamma riscalda.
S. Teresa d'Avila

18/11/2011 08.57
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 19, 45-48

Il viaggio di Gesù a Gerusalemme si conclude nel tempio. Egli entra nei cortili del tempio non tanto per pregare, quanto per compiere un rito di purificazione della casa del Padre. Scaccia tutti i commercianti e pronuncia contro di loro severe parole di biasimo e di condanna. La casa di Dio non deve essere adibita a luogo di mercato e la religione non può essere pretesto e paravento di operazioni commerciali.

A differenza dei suoi sacerdoti, Dio non vende i suoi favori a chi cerca di conquistarselo con prestazioni religiose o addirittura con il denaro. Il peccato più grave contro di lui è quello di voler comperare il suo amore: è come trattarlo da prostituta. Egli è il Padre pieno di grazia e di misericordia. La salvezza è suo dono gratuito al quale rispondiamo con un amore filiale gratuito. Questo è il vero culto spirituale, gradito a Dio (cfr Rm 12,1). La cattiva immagine di Dio è l'origine di tutti i mali dell'uomo.

Il culto di mammona cerca sempre di sostituirsi a quello del vero Dio. Ma Gesù ci ha detto senza mezzi termini che non possiamo servire a due signori (cfr Lc 16,13). Infatti Dio e mammona sono inconciliabili tra loro, come il dono e il possesso, la vita e la morte, l'amore e l'egoismo.

Il profeta Zaccaria aveva preannunciato la venuta del Messia con queste parole: "In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa di Dio" (14,21). Permane sempre anche per la Chiesa il pericolo di diventare una spelonca di ladri alla ricerca del turpe guadagno (1Pt 5,2). La povertà e la gratuità sono le due condizioni indispensabili che Gesù ha posto per l'annuncio del vangelo (cfr Lc 9,1ss; 10,1ss). Esse manifestano l'essenza di Dio che è amore. E l'amore dà gratuitamente tutto ciò che è e ha.

Con la predicazione nel tempio Gesù si inimica i capi del giudaismo, i quali decidono subito di farlo morire. Ma il popolo si schiera dalla sua parte e ascolta le sue parole. Da queste persone usciranno i primi elementi per edificare il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.

19/11/2011 08.39
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 20,27-40
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadduccei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: "Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie".
Gesù rispose: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui".
Dissero allora alcuni scribi: "Maestro, hai parlato bene". E non osavano più fargli alcuna domanda.


3) Riflessione

- Il vangelo di oggi ci riporta la discussione dei sadduccei con Gesù sulla fede nella risurrezione.
- Luca 20,27: L'ideologia dei sadduccei. Il vangelo di oggi comincia con questa affermazione: "I sadduccei affermano che non esiste resurrezione". I sadduccei erano un'elite di latifondisti e di commercianti. Erano conservatori. Non accettavano la fede nella risurrezione. In quel tempo, questa fede cominciava ad essere valorizzata dai farisei e dalla pietà popolare. Spingeva il popolo a resistere contro il dominio sia dei romani sia dei sacerdoti, degli anziani e dei sadduccei. Per i sadduccei, il regno messianico era già presente nella situazione di benessere che loro stavano vivendo. Loro seguivano la così detta "Teologia della Retribuzione" che distorceva la realtà. Secondo tale teologia, Dio retribuisce con ricchezza e benessere coloro che osservano la legge di Dio e castiga con sofferenza e povertà coloro che praticano il male. Così, si capisce perché i sadduccei non vogliono mutamenti. Volevano che la religione permanesse tale e come era, immutabile come Dio stesso. Per questo, per criticare e ridicolizzare la fede nella resurrezione, raccontavano casi fittizi per indicare che la fede nella risurrezione avrebbe portato le persone all'assurdo.
- Luca 20,28-33: Il caso fittizio della donna che si sposò sette volte. Secondo la legge dell'epoca, se il marito fosse morto senza figli, suo fratello si doveva sposare con la vedova del defunto. Questo per evitare che, in caso che qualcuno morisse senza discendenza, la sua proprietà passasse ad un'altra famiglia (Dt 25,5-6). I sadduccei inventarono la storia di una donna che seppellì sette mariti, fratelli l'uno dell'altro, e lei stessa morì senza figli. E chiesero a Gesù: "Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie". Caso inventato per mostrare che la fede nella resurrezione crea situazioni assurde.
- Luca 20,34-38: La risposta di Gesù che non lascia dubbi. Nella risposta di Gesù emerge l'irritazione di chi non sopporta la finzione. Gesù non sopporta l'ipocrisia dell'elite che manipola e ridicolizza la fede in Dio per legittimare e difendere i suoi propri interessi. La risposta contiene due parti: (a) voi non capite nulla della risurrezione: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio" (vv. 34-36). Gesù spiega che la condizione delle persone dopo la morte sarà totalmente diversa dalla condizione attuale. Dopo la morte non ci saranno più sposalizi, ma tutti saranno come angeli nel cielo. I sadduccei immaginavano la vita in cielo uguale alla vita sulla terra; (b) voi non capite nulla di Dio: "Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui". I discepoli e le discepole, che stiano attenti ed imparino! Chi sta dalla parte di questi sadduccei si trova al lato opposto a Dio!
- Luca 20,39-40: La reazione degli altri di fronte alla risposta di Gesù. "Dissero allora alcuni scribi: Maestro, hai parlato bene. E non osavano più fargli alcuna domanda". Probabilmente questi dottori della legge erano farisei, poiché i farisei credevano nella risurrezione (cf Atti 23,6).


4) Per un confronto personale

- Oggi i gruppi di potere, come imitano i sadduccei e preparano trabocchetti per impedire cambiamenti nel mondo e nella Chiesa?
- Tu credi nella risurrezione? Quando dici che credi nella risurrezione, pensi a qualcosa del passato, del presente o del futuro? Hai mai avuto un'esperienza di resurrezione nella tua vita?



5) Preghiera finale

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.
(Sal 26)

20/11/2011 09.18
 
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don Alberto Brignoli
Re nell'Amore

Chi di noi non si è mai posto domande simili a queste: "Quando avverrà, e che cosa avverrà, alla fine del mondo? Come terminerà tutto? Ci sarà davvero un'altra creazione? Come sarà il Giudizio Universale, su che cosa Dio ci giudicherà? In base a cosa peserà sulla bilancia le nostre buone o cattive opere? E chi, alla fine, si salverà?"
C'è pure che, in modi tra loro molto diversi, abbozza risposte a queste domande: c'è chi è convinto di poter addirittura fissare una data che si approssimi alla conclusione di questo ordine cosmico (e poi, quando si avvicina, la sposta sempre di un po', perché vede che non la azzecca?); chi, guardando solo alle cose brutte che accadono, invita se stesso e gli altri a cambiare stile di vita in maniera drastica perché ormai tutto sta per terminare; chi si disinteressa totalmente di temi apocalittici e, anzi, cerca di fare tutto ciò che più gli piace e che più sta alla portata (e anche oltre) delle proprie possibilità, in barba pure alla situazione austera che stiamo vivendo, tant'è, si vive una volta sola; chi invece si prende gioco di tutti questi discorsi perché secondo lui con la morte finisce tutto, per cui non c'è affatto da preoccuparsi per un giudizio finale che sembra anzi alquanto improbabile se non addirittura ridicolo; o per contro ci può essere pure chi attende con ansia questo momento finale e lo invoca come soluzione giusta e vendicativa di tutte le cattiverie che nella vita ha dovuto sopportare e per le quali il Signore, giusto giudice, gli renderà giustizia alla fine dei tempi.
Forse il Vangelo di oggi ci da una mano, non tanto nel pensare come sarà quel giorno e che cosa avverrà alla fine dei tempi, quanto nel comprendere che ciò che conta di più è di essere molto realisti e concreti, di vivere bene qui e oggi fino in fondo la vita di ogni giorno, senza fantasticare troppo, anche perché la situazione sociale ed economica nella quale ci troviamo non ci da assolutamente il lusso di farlo: e questo ci permetterà di non avere paura di nessun tipo di giudizio universale o di alcuna realtà finale, perché se avremo vissuto la vita con dignità non avremo nulla da temere.
Cos'è, nella logica del Vangelo, una vita vissuta "con dignità"? Stando a ciò che abbiamo ascoltato nel Vangelo di oggi, ossia ciò su cui saremo giudicati alla fine dei tempi, vivere con dignità significa costruire il Regno di Dio, rendendo visibile, con i fatti concreti, il volto di quel Re di cui siamo chiamati a essere sudditi fedeli: significa, in definitiva, far trasparire dai nostri gesti concreti che il Regno di Dio è un Regno di Amore, perché Dio è Re nell'Amore.
Il brano - parabola del Giudizio Finale sembra essere una sintesi di ciò che Matteo sviluppa lungo tutto il suo Vangelo quando parla del Regno di Dio e di ciò che l'uomo deve fare per essere da Dio riconosciuto come parte integrante del suo Regno.
Chi, secondo il Vangelo di Matteo che ci ha accompagnato lungo tutto questo anno liturgico, sarà riconosciuto da Cristo come suo discepolo e potrà quindi entrare nel Regno del Padre? Chi fa la volontà di Dio, e non avanza pretese nei suoi confronti in base a privilegi che gli vengano dalla fede (cfr Mt 7,21); chi userà misericordia agli altri, certo che Dio farà altrettanto con lui (cfr Mt 5,7); chi perdonerà sempre, allo stesso modo in cui Dio, da sempre, perdona a tutti (cfr Mt 6,14); chi non avrà paura a dichiararsi per lui, e a testimoniare a tutti la sua fede (cfr Mt 10,22); chi non si lascerà turbare inutilmente da segnali apocalittici e da discorsi inquietanti sulla fine del mondo, ma sarà perseverante nelle opere di bene (cfr Mt 24,13 e Mt 25,14-30, la parabola dei talenti che immediatamente precede questo brano).
Tra l'altro, questi atteggiamenti fanno parte del bagaglio e del modo consueto di comportarsi delle persone più umili e più semplici, che mentre fanno la volontà del Padre e lo servono nei fratelli più poveri, nemmeno si interrogano su ciò che stanno facendo e sul perché lo facciano, ma lo vivono come una cosa naturale perché poveri di spirito e umili di cuore: "Ma quando mai, Signore, abbiamo fatto tutte queste cose?"
Pare invece che nel Regno di Dio non ci sia posto per chi costruisce troppe teorie sulla carità, per chi si interroga se sia giusto o meno fare del bene, per chi, al momento di essere misericordioso, avanza delle pretese di chiarezza che non sempre nella vita ci sono ("Prima di aiutare una persona, voglio vederci chiaro?"), o per chi è talmente pieno di sé che addirittura arriva al punto di accusare Dio di non essersi fatto riconoscere in maniera evidente nel momento in cui gli veniva incontro: "Ma quando mai, Signore, noi ci siamo rifiutati di fare tutte queste cose per te? Dov'eri, in quel momento? Chi sapeva mai che eri tu, che ci chiedevi questo? Figurati se ti avremmo detto di no!".
"Difficilmente Dio giudica e condanna - era solita ripetere Madre Teresa di Calcutta - ma se un giorno dovesse farlo, ci giudicherà sulla carità, sulla nostra capacità di riconoscerlo presente nei nostri fratelli più piccoli".
Ogni tanto penso a questa cosa, e provo una certa angoscia quando, rifiutando con teorie e motivazioni più o meno legittime un gesto di carità a qualcuno, penso che un giorno Dio, che magari avrà il viso di questo "qualcuno", possa dirmi: "Ero io, quel mendicante che ti chiedeva un po' di soldi per mangiare e per bere, e tu non mi hai dato nulla perché mi dicevi che mi sarei drogato o ubriacato; ero io, quel contadino boliviano che ti chiedeva di essere ospitato in parrocchia per una notte con la famiglia, e tu mi hai detto che non avevi posto solo perché non volevi che lasciassi sporco in giro; ero io, quello zingaro che ti chiedeva vestiti vecchi per coprirsi, e tu mi hai detto che dovevo andare alla Caritas; ero io, quello straniero che ti vendeva fazzoletti alla stazione dei treni e tu, nella tua impeccabile tenuta sacerdotale da ufficio, non li hai voluti comprare perché ne avevi già troppi nei cassetti; ero io, il vicino di casa di quell'ammalato in ospedale che non sei venuto a visitare perché prima dovevano avvisarti i parenti; ero io, in carcere magari anche per giusti motivi e tu mi hai mandato a dire "dovevi pensarci prima, ora ti arrangi?"
E se poi Dio mi dicesse: "Adesso tu, che ritieni di avere più diritto degli altri ad entrarvi per aver consacrato tutta la tua vita a me, stai fuori dal mio Regno"?
E se nel frattempo, intento a discutere con Dio sulla questione, mi toccasse vedere i più umili tra i miei fratelli passarmi avanti perché hanno vissuta una carità senza troppe fantasie?
Che Dio mi risparmi questo dramma?

21/11/2011 08.22
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli
perché, collaborando con impegno alla tua opera
di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 21,1-4
In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro.
Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: "In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti.
Tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere".


3) Riflessione

- Nel vangelo di oggi Gesù tesse l'elogio di una vedova povera che sa condividere più che i ricchi. Molti poveri di oggi fanno lo stesso. La gente dice: "Il povero non lascia morire di fame il povero". Ma a volte, nemmeno questo è possibile. Una signora che andò a vivere dalla campagna nella periferia di una città del Brasile, a Paraíba, diceva: "In campagna, la gente è povera, ma ha sempre qualcosa da condividere con il povero che bussa alla porta. Ora che mi trovo qui in città, quando vedo un povero che bussa alla porta, mi nascondo per la vergogna, perché non ho nulla in casa da condividere con lui!" Da un lato: gente ricca che ha tutto, ma che non sa condividere. Dall'altro: gente povera che non ha quasi nulla, ma che vuole condividere il poco che ha.
- All'inizio della Chiesa, le prime comunità cristiane, nella stragrande maggioranza, erano formate da gente povera (1 Cor 1,26). Dopo poco tempo, entrarono anche persone più benestanti, e ciò recò vari problemi. Le tensioni sociali presenti nell'impero romano, iniziarono a presentarsi anche nella vita delle comunità. Ciò si manifestava, per esempio, quando si riunivano per celebrare la cena (1Cor 11,20-22), o quando facevano la riunione (Gia 2,1-4). Per questo, l'insegnamento del gesto della vedova era molto attuale, sia per loro sia oggi per noi.
- Luca 21,1-2: L'elemosina della vedova. Gesù si trovava dinanzi al tesoro del tempio ed osservava la gente che dava la propria elemosina. I poveri mettevano pochi centesimi, i ricchi monete di grande valore. I tesori del tempio ricevevano molto denaro. Tutti davano qualcosa per la manutenzione del culto, per il sostentamento del clero e per la conservazione dell'edificio. Parte di questo denaro veniva usato per aiutare i poveri, poiché in quel tempo non c'era la previdenza sociale. I poveri vivevano alla mercé della carità pubblica. Le persone più bisognose erano gli orfani e le vedove. Dipendevano in tutto dalla carità degli altri, ma pur così, cercavano di condividere con gli altri il poco che avevano. Così, una vedova molto povera mise la sua elemosina nel tesoro del tempio. Appena due centesimi!
- Luca 21,3-4: Il commento di Gesù. Cosa vale di più: i pochi centesimi della vedova o le molte monete dei ricchi? Secondo la maggioranza, le monete dei ricchi erano molto più utili dei pochi centesimi della vedova, per fare la carità. Per esempio, i discepoli pensavano che il problema della gente potesse essere risolto solo con molto denaro. In occasione della moltiplicazione dei pani, loro avevano suggerito di comprare pane per dare da mangiare alla gente (Lc 9,13; Mc 6,37). Filippo riuscì a dire: "Duecento denari di pane non sono sufficienti nemmeno perché ognuno possa riceverne un pezzo" (Gv 6,7). Infatti, per chi la pensa così, i due centesimi della vedova non servono proprio a nulla. Ma Gesù dice: "Questa vedova povera ha messo più di tutti". Gesù ha criteri diversi. Richiamando l'attenzione dei discepoli sul gesto della vedova, insegna a loro ed a noi dove dobbiamo cercare la manifestazione della volontà di Dio: nei poveri e nella condivisione. E un criterio molto importante è questo: "Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere"
- Elemosina, condivisione, ricchezza. La pratica di dare l'elemosina era molto importante per i giudei. Era considerata una "buona opera", poiché la legge dell'Antico Testamento diceva: "Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese. (Dt 15,11). Le elemosine, poste nel tesoro del tempio, sia per il culto sia per i bisognosi, orfani o vedove, erano considerate un'azione grata a Dio (Eccle 35,2; cf. Eccle 17,17; 29,12; 40,24). Fare l'elemosina era un modo per riconoscere che tutti i beni della terra appartengono a Dio e che noi siamo solo amministratori di questi doni. Ma la tendenza all'accumulazione continua molto forte. Rinasce, sempre di nuovo, nel cuore umano. La conversione è sempre necessaria. Per questo Gesù diceva al giovane ricco: "Va, vendi tutto ciò che hai, dallo ai poveri" (Mc 10,21). Negli altri vangeli viene ripetuta la stessa esigenza: "Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma" (Lc 12,33-34; Mt 6,9-20). La pratica della condivisione e della solidarietà è una delle caratteristiche che lo Spirito di Gesù vuole realizzare nelle comunità. Il risultato dell'effusione dello Spirito il giorno di Pentecoste era questo: "Nessuno, infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli" (At 4,34-35ª; 2,44-45). Queste elemosine poste ai piedi degli apostoli non erano accumulate, ma "distribuite a ciascuno secondo il bisogno" (At 4,35b; 2,45). L'entrata dei ricchi nella comunità cristiana rende possibile, da un lato, l'espansione del cristianesimo, dando migliori condizioni per i viaggi missionari. Ma, d'altro lato, la tendenza all'accumulazione bloccava il movimento di solidarietà e di condivisione. Giacomo aiutava le persone a prendere coscienza del cammino sbagliato: "E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano. Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme." (Ger5,1-3). Per intraprendere il cammino del Regno, tutti hanno bisogno di diventare alunni di quella vedova povera, che condivise con gli altri ciò che le era necessario per vivere (Lc 21,4).


4) Per un confronto personale

- Quali sono le difficoltà e le gioie che trovi nella tua vita nel praticare la solidarietà e la condivisione con gli altri?
- Come mai i due centesimi della vedova possono valere di più che le molte monete dei ricchi? Qual è il messaggio di questo testo per noi oggi?



5) Preghiera finale

Riconoscete che il Signore è Dio;
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.
(Sal 99)

22/11/2011 08.21
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 21, 5-11

Il tempio di Gerusalemme era considerato una delle sette meraviglie del mondo. Ed ecco che ad alcuni che ammirano e magnificano il tempio, Gesù dà una predizione di sventura: il tempio sarà distrutto. Dio non bada alla bellezza dei marmi e alla preziosità dei doni, ma vuole un popolo dalla cui vita traspaia che Dio abita in mezzo ad esso. Il profeta Michea aveva predetto: "Udite dunque, o principi della casa di Giacobbe, o giudici della casa d'Israele, che avete in orrore la giustizia e pervertite ogni diritto, che edificate Sion con il sangue e Gerusalemme con l'iniquità!... Per colpa vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine e il monte del tempio un'altura boscosa" (3,9-12).

Gesù viene interrogato qui unicamente circa la fine del tempio. La distruzione di Gerusalemme non fa parte degli avvenimenti della fine del mondo. Essa è già avvenuta quando Luca scrive il suo vangelo.

L'intento primo dell'evangelista è mostrare che non stiamo andando verso "la fine", ma verso "il fine". Il dissolversi del mondo vecchio è contemporaneamente la nascita del mondo nuovo. Gesù non risponde alla nostra curiosità circa il futuro, ma vuole toglierci le ansie e gli allarmismi sulla fine del mondo, che non servono a nulla e producono unicamente del danno. Alla paura della fine del mondo e della morte Gesù offre l'alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento d'amore che ha già vinto la morte. Il Figlio di Dio diventato uomo ci ha già rivelato il destino dell'uomo e del mondo: il suo mistero di morte e risurrezione è la verità del presente e del futuro.

Per gli ascoltatori di Gesù la distruzione del tempio significava la fine del mondo e il ritorno del Figlio dell'uomo (cfr Mt 24,3). In realtà significa la fine di un mondo vecchio e l'inizio di un mondo nuovo.

Il credente in Cristo non deve dare ascolto a voci false e fuorvianti. Anche san Paolo ha dovuto avvertire i cristiani di Tessalonica, scrivendo loro: "Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro ricongiungimento con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare né da pretese ispirazioni né da parole né da qualche lettera fatta passare per nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! (2Ts 2,1-3).

Verranno molti e usurperanno il nome stesso di Cristo e la predizione della sua manifestazione al mondo, dicendo: "Io sono". Con queste parole, che sono la traduzione del nome di Dio, ognuno di essi si presenterà come il salvatore mandato definitivamente da Dio per portare a compimento la storia del mondo. Gesù smaschera questi "salvatori" chiamandoli seduttori. San Paolo presenta così il seduttore: "Verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità, l'avversario, colui che si innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio" (2Ts 2,3-4).

La mancanza di umiltà è il primo segno della menzogna. Uno solo è il Salvatore e il Signore: colui che si è fatto ultimo di tutti e servo di tutti. Tutti i seduttori sono mossi dall'orgoglio, dall'interesse, dall'invidia, dalla cupidigia. Usano Dio, la sua parola e i suoi doni per affermare il proprio io. Nei confronti di questi figuri Gesù ci dà un avvertimento grave: "Non lasciatevi ingannare!... Non seguiteli"(v.8).

23/11/2011 14.14
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.

Come vivere questa Parola?
Tra le pagine più drammatiche del vangelo c'è anche quella da cui è tolta questa pericope. Gesù parla di quelle cose che saranno preludio della fine di questo nostro mondo. Il clima apocalittico non è certo all'insegna di una festa, ma è un'occasione per riflettere anche su alcuni aspetti della nostra vita che, se nella quotidianità non sono tragici, rappresentano però la durezza e la fatica della sofferenza, qualche volta dello smacco, del fallimento e dell'appressarsi della morte.
Ma come può dunque dire il Signore che, dentro tutto questo, "neppure un capello del vostro capo andrà perduto"? Ecco, proprio qui riposa la nostra ferma speranza. Perché Dio è il Dio della salvezza e non della perdizione; è il Dio che non ha esitato, nel Figlio suo, a dare la sua stessa vita. E dunque non troverà modo, proprio nella sua onnipotenza amante di preservarci da quello che, per ognuno di noi, è male veramente?
Ci ha talmente amati da dare, in morte di croce, Gesù; come potrebbe lasciar perdere la preziosità che siamo dunque noi ai suoi occhi?

Mi soffermo su queste considerazioni e chiedo, in preghiera, che si rinvigorisca la mia fede.

Signore, tu sei infinita tenerezza! Fa di me un pozzo di fiducia inesauribile.

La voce di un padre spirituale
Ogni cosa passa! Abbiate cura dell'anima, confessatevi, fate la santa comunione, conducete una vita pura, fate elemosine di misericordia, fate tutto quello che potete e vivete nell'amore reciproco, perché l'amore non muore mai».
Padre Cleopa di Sihastria

24/11/2011 08.27
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera
Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli
perché, collaborando con impegno alla tua opera
di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 21,20-28
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ?Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia.
Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo.
Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l?attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell?uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina?.


3) Riflessione

? Nel vangelo di oggi continua il Discorso Apocalittico che riporta due segnali, il 7° e l? 8°, che dovevano accadere prima della fine dei tempi o meglio prima della venuta della fine di questo mondo per dar luogo al nuovo mondo, al ?cielo nuovo ed alla Terra nuova? (Is 65,17). Il settimo segnale è la distruzione di Gerusalemme e l?ottavo è lo sconvolgimento dell?antica creazione.
? Luca 21,20-24. Il settimo segnale: la distruzione di Gerusalemme. Gerusalemme era per loro la Città Eterna. Ed ora era distrutta! Come spiegare questo fatto? Forse Dio non si rende conto? Difficile per noi immaginare il trauma e la crisi di fede che la distruzione di Gerusalemme causò nelle comunità sia dei giudei sia dei cristiani. Qui è possibile un?osservazione sulla composizione dei Vangeli di Luca e di Marco. Luca scrive nell?anno 85. Lui si serve del Vangelo di Marco per comporre la sua narrativa su Gesù. Marco scrive nell?anno 70, lo stesso anno in cui Gerusalemme era accerchiata e distrutta dagli eserciti romani. Per questo Marco scrive dando una traccia al lettore: ?Quando vedrete l?abominio della desolazione stare là dove non conviene, - (e qui apre una parentesi e dice) ?chi legge capisce!? (chiusa la parentesi) ? allora, quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti?. (Mc 13,14). Quando Luca menziona la distruzione di Gerusalemme, da oltre quindici anni Gerusalemme era in rovina. Per questo lui omette la parentesi di Marco e Luca dice: ?Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti?. Udendo Gesù che annuncia la persecuzione (6° segnale) e la distruzione di Gerusalemme (7° segnale), i lettori delle comunità perseguitate nel tempo di Luca conclusero dicendo: ?Questo è il nostro oggi! Siamo nel 6° e nel 7° segnale!?
? Luca 21,25-26: L?ottavo segnale: cambiamenti nel sole e nella luna. Quando sarà la fine? Alla fine, dopo aver parlato di tutti questi segnali che già erano avvenuti, rimaneva questa domanda: ?Il progetto di Dio va molto avanti e le tappe previste da Gesù si realizzano già. Or siamo nella sesta e nella settima tappa. Quante tappe o segnali mancano ancora fino a che giunga la fine? Manca molto?? La risposta viene ora nell?8° segnale: "Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l?attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte?. L? 8° segnale è diverso dagli altri segnali. I segnali nel cielo e nella terra sono un?indicazione di ciò che sta avvenendo, nello stesso tempo, alla fine del vecchio mondo, dell?antica creazione, e l?inizio dell?avvento del cielo nuovo e della terra nuova. Quando il guscio dell?uovo comincia a incrinarsi è segno che la novità sta per apparire. E? la venuta del Mondo Nuovo che sta provocando la disintegrazione del mondo antico. Conclusione: manca molto poco! Il Regno di Dio sta arrivando già.
? Luca 21,27-28: La venuta del Regno di Dio e l?apparizione del Figlio dell?Uomo. ?Allora vedranno il Figlio dell?uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina?. In questo annuncio, Gesù descrive la venuta del Regno con immagini tratte della profezia di Daniele (Dn 7,1-14). Daniele dice che, dopo le disgrazie causate dai regni di questo mondo, verrà il Regno di Dio. I regni di questo mondo, tutti essi, avevano figure di animali: leone, pantera, orso e bestia feroce (Dn 7,3-7). Sono segni animaleschi, che disumanizzano la vita, come avviene con il regno neoliberale, fino ad oggi! Il Regno di Dio, quindi, appare con l?aspetto del Figlio dell?Uomo, cioè, con l?aspetto umano (Dn 7,13). E un regno umano. Costruire questo regno che umanizza, è compito delle persone delle comunità. E? la nuova storia che dobbiamo portare a compimento e che deve riunire gente dei quattro confini della terra. Il titolo Figlio dell?Uomo è il nome che a Gesù piaceva usare. Solo nei quattro evangeli, il nome appare più di 80 volte! Qualsiasi dolore che sopportiamo fin d?ora, qualsiasi lotta a favore della vita, qualsiasi persecuzione a causa della giustizia, qualsiasi dolore da parto, è seme del Regno che verrà nell?8° segnale.


4) Per un confronto personale

? Persecuzione delle comunità, distruzione di Gerusalemme. Disperazione. Dinanzi ad avvenimenti che oggi fanno soffrire mi dispero? Qual è la fonte della mia speranza?
?
Figlio dell?Uomo è il titolo che a Gesù piaceva usare. Lui vuole umanizzare la vita. Quanto più umano, tanto più divino, diceva il Papa Leone Magno. Nel mio rapporto con gli altri sono umano?


5) Preghiera finale

Buono è il Signore,
eterna la sua misericordia,
la sua fedeltà per ogni generazione.
(Sal 99)

25/11/2011 08.35
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno

Gesù mette il suo sigillo divino sul discorso fatto circa gli ultimi giorni della nostra storia e la fine di Gerusalemme. In eterno ogni uomo dovrà confessare che nessuna Parola di Gesù è stata vana, non vera, non realizzata. Quanto Lui ha detto si è compiuto anche nelle più piccole, minime parti. Veramente a Gesù possiamo applicare quanto Lui stesso disse nel momento della guarigione del paralitico: "Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire "Ti sono perdonati i tuoi peccati", oppure dire "Àlzati e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose»" (Lc 5,17-26). Il compimento della Parola che parla del visibile deve attestarci la verità di tutta la Parola che annunzia il mistero invisibile. Uno è Cristo Gesù e una è la sua Parola. Uno è il messaggio, una la Lieta Novella, uno il Vangelo, non due.
I figli di Israele avrebbero dovuto pentirsi del loro peccato e aprirsi alla fede in Gesù Signore proprio per il compimento della profezia sulla loro città. Distrutta Gerusalemme, raso al suo il tempio, non lasciata nella città pietra su pietra, avrebbero dovuto riconoscere che Gesù è vero profeta del Dio vivente. Poiché vero profeta, a Lui si deve un purissimo ascolto di fede, nella conversione e nel ritorno all'obbedienza, dal momento che ogni profeta è parola attuale di Dio che va ascoltata sempre.
E disse loro una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l'estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
In fondo ogni profezia di Gesù - ed ogni sua Parola è vera profezia - ha un solo scopo: aprire i cuore alla fede nel regno di Dio che sta per venire, che è vicino, che è già presente nel mondo. Il regno di Dio non è da identificare con il regno di Davide. Quello di Davide è stato un regno nazionale. Quello di Dio sarà un regno universale. Il primo è stato un regno dell'uomo contro l'uomo, dell'uomo che sottometteva l'uomo. Il secondo è il regno nel quale l'uomo è per l'uomo, l'uomo è liberatore di ogni altro suo fratello. Dove un uomo in qualsiasi modo è o sarà contro l'uomo, lì mai vi potrà essere regno di Dio. Manca la verità essenziale, prima di esso: che è il servizio, l'offerta, l'olocausto, il sacrificio dell'uomo per la salvezza dell'uomo. Il regno di Dio infatti è pace, verità, carità, giustizia, libertà, misericordia, pietà, compassione, morte dell'uomo per la vita di ogni suo fratello. Questo regno non solo dovrà essere annunziato, quanto soprattutto manifestato attraverso la vita di quanti già sono parte di esso.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, fateci vero regno di Dio.

26/11/2011 10.16
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli
perché, collaborando con impegno alla tua opera
di salvezza,
ottengano in misura sempre più abbondante
i doni della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 21,34-36
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo".


3) Riflessione

- Stiamo giungendo alla fine del lungo discorso apocalittico ed anche alla fine dell'anno ecclesiastico. Gesù dà un ultimo consiglio, invitandoci alla vigilanza (Lc 21,34-35) ed alla preghiera (Lc 21,36).
- Luca 21,34-35: Attenzione a non perdere la coscienza critica. "State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazione, ubriacature e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso, come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra". Un consiglio simile Gesù l'aveva già dato quando gli chiesero dell'avvento del Regno (Lc 17,20-21). Lui rispose che l'avvento del Regno avviene come un lampo. Improvvisamente, senza preavviso. Le persone devono stare attente e preparate, sempre (Lc 17,22-27). Quando l'attesa è lunga, corriamo il pericolo di essere distratti e di non fare attenzione agli avvenimenti della vita "i cuori si appesantiscono in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita". Oggi, le molte distrazioni ci rendono insensibili e la propaganda può perfino cambiare in noi il senso della vita. Lontani dalla sofferenza di tanta gente nel mondo, non ci rendiamo conto delle ingiustizie che si commettono.
- Luca 21,36: Preghiera, fonte di coscienza critica e di speranza. "Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo". La preghiera costante è un mezzo assai importante per non perdere la presenza di spirito. Approfondisce nel nostro cuore la consapevolezza della presenza di Dio in mezzo a noi e, così, ci dà forza e luce per sopportare i giorni brutti e crescere nella speranza.
- Riassunto del Discorso Apocalittico (Lc 21,5-36). Abbiamo trascorso cinque giorni, da martedì ad oggi sabato, meditando ed approfondendo il significato del Discorso Apocalittico per la nostra vita. Tutti e tre i vangeli sinottici riportano questo discorso di Gesù, ognuno a modo suo. Cerchiamo di vedere da vicino la versione che il vangelo di Luca ci offre. Qui diamo un breve riassunto di ciò che abbiamo potuto meditare in questi cinque giorni.
Tutto il Discorso Apocalittico è un tentativo di aiutare le comunità perseguitate a collocarsi nell'insieme del piano di Dio e cosi avere speranza e coraggio per continuare il cammino. Nel caso del Discorso Apocalittico del vangelo di Luca, le comunità perseguitate vivevano nell'anno 85. Gesù parlava nell'anno 33. Il suo discorso descrive le tappe o i segnali della realizzazione del piano di Dio. In tutto sono 8 i segnali e i periodi da Gesù fino ai nostri tempi. Leggendo e interpretando la sua vita alla luce dei segnali dati da Gesù, le comunità scoprivano a che altezza si trovava l'esecuzione del piano. I primi sette segnali erano già avvenuti. Appartenevano tutti al passato. Sopratutto il 6º e il 7º segnale (persecuzione e distruzione di Gerusalemme) le comunità trovano l'immagine o lo specchio di ciò che stava avvenendo nel loro presente. Ecco i sette segnali:
Introduzione al Discorso (Lc 21,5-7)
1º segnale: i falsi messia (Lc 21,8);
2º segnale: guerra e rivoluzioni (Lc 21,9);
3º segnale: nazioni che lottano contro altre nazioni, un regno contro un altro regno (Lc 21,10);
4º segnale: terremoti in diversi luoghi (Lc 21,11);
5º segnale: fame, peste e segni nel cielo (Lc 21,11);
6º segnale: persecuzione dei cristiani e missione che devono svolgere (Lc 21,12-19) + Missione
7º segnale: distruzione di Gerusalemme (Lc 21,20-24)
Giungendo a questo 7º segnale le comunità concludono: "Siamo nel 6° e nel 7° segnale. E questa è la domanda più importante: "Quanto manca alla fine?" Chi è perseguitato non ne vuole sapere di un futuro distante. Ma vuole sapere se sarà vivo il giorno dopo o se avrà la forza per sopportare la persecuzione fino al giorno seguente. La risposta a questa domanda inquietante viene nell'ottavo segnale:
8º segnale: cambiamenti nel sole e nella luna (Lc 21,25-26) annunciano la venuta del Figlio dell'Uomo. (Lc 21,27-28).
Conclusione: manca poco, tutto è secondo il piano di Dio, tutto è dolore da parto, Dio è con noi. E' possibile sopportare. Cerchiamo di testimoniare la nostra fede nella Buona Novella di Dio, annunciataci da Gesù. Alla fine, Gesù conferma tutto con la sua autorevolezza (Lc 21,29-33).


4) Per un confronto personale

- Gesù chiede vigilanza per non lasciarci sorprendere dai fatti. Come vivo questo consiglio di Gesù?
- L'ultimo avvertimento di Gesù, alla fine dell'anno ecclesiastico è questo:
Vegliate e pregate in ogni momento. Come vivo questo consiglio di Gesù nella mia vita?


5) Preghiera finale

Grande Dio è il Signore,
grande re sopra tutti gli dei.
Nella sua mano sono gli abissi della terra,
sono sue le vette dei monti.
Suo è il mare, egli l'ha fatto,
le sue mani hanno plasmato la terra.
(Sal 94)

26/11/2011 10.23
 
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TERMINANO QUI LE RIFLESSIONI QUOTIDIANE DELL'ANNO LITURGICO (A).
PROSEGUIREMO CON LE RIFLESSIONI DELL'ANNO B AL SEGUENTE COLLEGAMENTO:

http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=10021707&a=2#last
[Modificato da Coordinatrice 29/11/2011 08.44]
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TUTTO QUELLO CHE E' VERO, NOBILE, GIUSTO, PURO, AMABILE, ONORATO, VIRTUOSO E LODEVOLE, SIA OGGETTO DEI VOSTRI PENSIERI. (Fil.4,8) ------------------------------------------
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