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MEDITIAMO LE SCRITTURE (Vol 3)

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2011 08.44
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02/09/2011 08.59
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 5, 33-39

E' utile spiegare il significato del digiuno e della supplica. Come il cibo è vita, così il digiuno è privazione di vita, cioè morte. Esso è una pratica religiosa indispensabile per prendere coscienza della propria realtà di creatura e del proprio limite: l'uomo non ha la vita in proprio, ma la riceve da Dio come dono. Questo è il fondamento di un rapporto corretto con Dio, con se stessi, con gli altri e con le cose. E' il gesto più alto di libertà della creatura, che consiste nel riconoscere la propria verità senza mentire.

Così anche la supplica, che è la forma primordiale della preghiera, è sempre invocazione di qualcosa che non si possiede e di cui si ha bisogno. Essa esprime con lo spirito la fame e la sete di Dio che il corpo manifesta attraverso il digiuno.

Nel Vangelo questi due aspetti fondamentali dell'uomo vengono superati: al digiuno subentra il banchetto, alla supplica lamentosa la danza della gioia nuziale. I cristiani sostituiscono ogni pratica religiosa con il mangiare e il bere, cioè con l'Eucaristia. Invece di digiunare e di supplicare, mangiano e bevono.

Gesù dice il motivo di questa sazietà ed ebbrezza di vita concessa ai discepoli. Essi stanno partecipando al banchetto di nozze tra Dio e l'uomo. In Gesù l'umanità, che è la sposa, consuma le nozze con lo sposo, che è Dio.

Le nozze sono uno dei simboli preferiti dell'Antico Testamento per esprimere il significato profondo del rapporto tra l'uomo e Dio che gli ha dato come primo comandamento: "Ascoltami!... Amami!" (Dt 6,4-5).

Questa immagine ci permette di conoscere chi sia Dio per l'uomo e l'uomo per Dio. Dio è passione per l'uomo, lo ama e cerca di unirsi a lui. L'amore porta ad unirsi, a fondersi e a identificarsi con la persona amata.

Così Dio, in Gesù si unisce, si fonde, si identifica con l'uomo, perché ogni uomo possa, a sua volta, amare Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze (Dt 6,5) e identificarsi con Dio in Cristo.

La natura vera dell'uomo può essere capita solo se si considera la passione che Dio ha per lui, come quella di uno sposo per la sua sposa (Ef 5,32). E' questo amore di Dio che dà all'uomo la sua essenza, la sua esistenza e la sua smisurata dignità.

Solo ponendo il suo capo sul cuore di Dio, l'uomo è appagato in ogni suo più profondo desiderio. L'uomo è se stesso solo nel suo rapporto con Dio. Dio è qui e si è unito all'uomo.

La parabola dei vv.36-39 ci insegna che il vestito nuovo dell'uomo è Cristo risorto (Gal 3,27). Per il battezzato è indispensabile prendere coscienza di questa novità di vita, per non fare operazioni inutili e dannose come strappare una pezza dal vestito nuovo per cucirla su quello vecchio. Fuori metafora: non si può continuare a vestire l'uomo vecchio rattoppandolo con qualche novità evangelica. Ciò che è vecchio va buttato: "Dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e nella santità vera" (Ef 4,22ss).

Gli otri nuovi sono gli uomini nuovi che contengono il vino nuovo che è lo Spirito Santo. Il vino migliore è proprio quello nuovo, offerto generosamente dal Cristo (Gv 2,10).

E' un invito a superare la falsa sapienza dell'ovvio, del ripetitivo, che è sempre rivolta al passato, e ad avere il coraggio del nuovo che è ignoto.

03/09/2011 08.04
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Il Signore del Sabato

Gli occhi di molti erano puntati sulla persona del Cristo durante la sua esperienza terrena. I più ne traevano motivo di ammirazione per quanto egli andava annunciando e testimoniando; i soliti scribi e farisei cercavano invece di coglierlo in fallo per poi trarne motivi di accusa. La loro mente era inquinata da false interpretazioni sulla legge, di cui si sentivano immeritatamente i custodi unici e gelosi. Erano poi incappati in una forma di religiosità solo esteriore ed ipocrita, si preoccupavano di minuzie e tralasciavano l'essenziale. Gesù stigmatizza ripetutamente il loro comportamento. Li definisce sepolcri imbiancati, guide cieche e smaschera più volte le loro ipocrisie. Oggi prendono lo spunto da un gesto semplice ed innocente degli apostoli, i quali, passando attraverso rigogliosi campi di grano, raccolgono in giorno di Sabato qualche spiga per mangiarne i chicchi. Ecco pronta la critica rivolta a loro, ma indirizzata allo stesso Gesù: «Perché fate ciò che non è permesso di sabato?». Ignorano la novità di Cristo, ignorano la libertà che egli vuole dare ai suoi, non vogliono riconoscere che egli è l'inviato di Dio, il Messia tanto atteso ed ora rifiutato e contestato. È terribile essere privi della vista degli occhi del nostro corpo, è di gran lunga peggiore la situazione di chi cade nella cecità dell'anima. I puri di cuore vedono Dio e percepiscono la sua divina presenza. I ciechi nell'anima sono capaci di rinnegare anche l'evidenza per restare aggrappati al loro misero orgoglio. Senza il dono della fede saremmo cechi anche noi. Ringraziamo Dio per tutti i suoi doni. ringraziamolo dei segni quotidiani con i quali ci conferma nel bene e nella verità. Ringraziamolo perché ci ha liberati dai lacci della legge per aprirci all'amore, che supera ogni timore e ci congiunge direttamente a Dio.

04/09/2011 09.35
 
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padre Raniero Cantalamessa
La correzione non sia un atto di accusa

Nel Vangelo di questa domenica leggiamo: "In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato un fratello". Gesù parla di ogni colpa; non restringe il campo alla colpa commessa nei nostri confronti. In quest'ultimo caso infatti è praticamente impossibile distinguere se a muoverci è lo zelo per la verità, o se non è invece il nostro amor proprio ferito. In ogni caso, sarebbe più autodifesa che correzione fraterna. Quando la mancanza è nei nostri confronti, il primo dovere non è la correzione ma il perdono.

Perché Gesù dice: "ammoniscilo fra te e lui solo"? Anzitutto per rispetto al buon nome del fratello, alla sua dignità. La cosa peggiore sarebbe voler correggere un marito in presenza della moglie, o una moglie in presenza del marito, un padre davanti ai suoi figli, un maestro davanti agli scolari, o un superiore davanti ai sudditi. Cioè, alla presenza delle persone al cui rispetto e alla cui stima uno tiene di più. La cosa si trasforma immediatamente in un processo pubblico. Sarà ben difficile che la persona accetti di buon grado la correzione. Ne va della sua dignità.

Dice "fra te e lui solo" anche per dare la possibilità alla persona di potersi difendere e spiegare il proprio operato in tutta libertà. Molte volte infatti quello che a un osservatore esterno sembra una colpa, nelle intenzioni di chi l'ha commessa non lo è. Una franca spiegazione dissipa tanti malintesi. Ma questo non è più possibile quando la cosa è portata a conoscenza di molti.

Quando, per qualsiasi motivo, non è possibile correggere fraternamente, da solo a solo, la persona che ha sbagliato, c'è una cosa che bisogna assolutamente evitare di fare al suo posto, ed è di divulgare, senza necessità, la colpa del fratello, sparlare di lui o addirittura calunniarlo, dando per provato quello che non lo è, o esagerando la colpa. "Non sparlate gli uni degli altri", dice la Scrittura (Gc 4,11). Il pettegolezzo non è cosa meno brutta e riprovevole solo perché adesso gli si è cambiato il nome e oggi lo si chiama "gossip".

Una volta una donna andò a confessarsi da san Filippo Neri, accusandosi di aver sparlato di alcune persone. Il santo l'assolse, ma le diede una strana penitenza. Le disse di andare a casa, di prendere una gallina e di tornare da lui, spiumandola ben bene lungo la strada. Quando fu di nuovo davanti a lui, le disse: "Adesso torna a casa e raccogli una ad una le piume che hai lasciato cadere venendo qui". La donna gli fece osservare che era impossibile: il vento le aveva certamente disperse dappertutto nel frattempo. Ma qui l'aspettava san Filippo. "Vedi -le disse- come è impossibile raccogliere le piume, una volta sparse al vento, così è impossibile ritirare mormorazioni e calunnie una volta che sono uscite dalla bocca".

Tornando al tema della correzione, dobbiamo dire che non sempre dipende da noi il buon esito nel fare una correzione (nonostante le nostre migliori disposizioni, l'altro può non accettarla, irrigidirsi); in compenso dipende sempre ed esclusivamente da noi il buon esito nel... ricevere una correzione. Infatti la persona che "ha commesso una colpa" potrei benissimo essere io e il "correttore" essere l'altro: il marito, la moglie, l'amico, il confratello o il padre superiore.

Insomma, non esiste solo la correzione attiva, ma anche quella passiva; non solo il dovere di correggere, ma anche il dovere di lasciarsi correggere. Ed è qui anzi che si vede se uno è maturo abbastanza per correggere gli altri. Chi vuole correggere qualcuno deve anche essere pronto a farsi, a sua volta, correggere. Quando vedete una persona ricevere un'osservazione e la sentite rispondere con semplicità: "Hai ragione, grazie per avermelo fatto notare!", levatevi tanto di cappello: siete davanti a un vero uomo o a una vera donna.

L'insegnamento di Cristo sulla correzione fraterna dovrebbe sempre essere letto unitamente a ciò che egli dice in un'altra occasione: "Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?" (Lc 6, 41 s.).

Quello che Gesù ci ha insegnato circa la correzione può essere molto utile anche nell'educazione dei figli. La correzione è uno dei doveri fondamentali del genitore. "Qual è il figlio che non è corretto dal padre?", dice la Scrittura (Eb 12,7); e ancora: "Raddrizza la pianticella finché è tenera, se non vuoi che cresca irrimediabilmente storta". La rinuncia totale a ogni forma di correzione è uno dei peggiori servizi che si possano rendere ai figli e purtroppo oggi è frequentissima.

Solo bisogna evitare che la correzione stessa si trasformi in un atto di accusa o in una critica. Nel correggere bisogna piuttosto circoscrivere la riprovazione all'errore commesso, non generalizzarla, riprovando in blocco tutta la persona e la sua condotta. Anzi, approfittare della correzione per mettere prima in luce tutto il bene che si riconosce nel ragazzo e come ci si aspetta da lui molto. In modo che la correzione appaia più un incoraggiamento che una squalifica. Era questo il metodo usato da S. Giovanni Bosco con i ragazzi.

Non è facile, nei singoli casi, capire se è meglio correggere o lasciar correre, parlare o tacere. Per questo è importante tener conto della regola d'oro, valida per tutti i casi, che l'Apostolo dà nella seconda lettura:"Non abbiate nessun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole? L'amore non fa nessun male al prossimo". Agostino ha sintetizzato tutto ciò nella massima "Ama e fa' ciò che vuoi". Bisogna assicurarsi anzitutto che ci sia nel cuore una fondamentale disposizione di accoglienza verso la persona. Dopo, qualsiasi cosa si deciderà di fare, sia correggere che tacere, sarà bene, perché l'amore "non fa mai male a nessuno".

05/09/2011 08.41
 
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Eremo San Biagio
Commento su Col 1,25-27

Dalla Parola del giorno
Sono diventato ministro della Chiesa secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria.

Come vivere questa Parola?
"Cristo in voi", ci dice Paolo, è il "mistero nascosto da secoli e da generazioni". In quel "in" è la sintesi di tutta la storia della salvezza. Sì, il sogno di Dio, all'alba della creazione, è condensato in questa semplice preposizione. Da sempre Dio ha pensato l'uomo quale suo intimo, chiamato ad assidersi al desco trinitario. Un desiderio che è all'origine dell'incarnazione e di tutta l'opera redentiva. Un desiderio che riecheggia insistente in quel discorso del giovedì santo che può essere definito il testamento di Gesù: "Rimanete in me" "Tu [Padre] in me, io in loro". È il mistero dell'inabitazione di Dio in noi. Una realtà impensabile, a cui, però, abbiamo fatto l'abitudine o che prendiamo come una semplice metafora. Per questo non ci meraviglia più. Per questo c'è carenza di speranza e quindi di gioia. Cristo in me in te in ogni uomo è il fondamento del nostro essere figli di Dio; è il motivo del nostro ostinato ottimismo; è la certezza che "già" partecipiamo della vita trinitaria, anche se sperimentiamo il "non ancora" di una pienezza verso cui ci protendiamo. Prendere sul serio questa realtà non ci estranea dai problemi in cui la società si dibatte, facendoci rifugiare in un intimismo di cattiva lega. Tutt'altro! Se Cristo vive "in" noi, questa storia è riscattata dal non-senso e l'impegno diventa un obbligo morale. "In" me Egli vuole continuare a percorrere le vie del mondo, perché ogni uomo abbia "la pienezza della vita". "In" me ogni fratello deve poterlo incontrare e "in" loro io devo imparare a scoprirlo.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò in silenziosa adorazione di Dio presente "in" me. Mi lascerò stupire da questo mistero, assaporandone la gioia. Prenderò poi la ferma decisione di ritirarmi sovente nella cella segreta del mio cuore abitato.

Non cessi mai di stupirmi, Dio d'infinita tenerezza. Il tuo amore conosce sempre un "oltre", un "di più" che non oserei mai immaginare. Possa, la mia breve esistenza, essere un palpito di riconoscente amore.

La voce di una santa carmelitana
Ho trovato il cielo sulla terra. Perché il cielo è Dio e Dio è nell'anima mia. Il giorno in cui l'ho compreso, tutto per me si è illuminato
Beata Elisabetta della Trinità

06/09/2011 10.21
 
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Meditazione del giorno
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa
La preghiera della Chiesa

« Gesù se ne andò sulla montagna a pregare »

        Ogni anima umana è un tempio di Dio: Questo ci apre una prospettiva vasta e veramente nuova. La vita di preghiera di Gesù è la chiave per capire la preghiera della Chiesa. Vediamo che Cristo ha partecipato al servizio divino, alla liturgia del suo popolo...; ha portato la liturgia dell'antica alleanza a compiersi in quella della nuova alleanza.

        Tuttavia, Gesù non ha semplicemente preso parte al servizio divino pubblico prescritto dalla Legge. I vangeli fanno accenni più numerosi ancora alla sua preghiera solitaria nel silenzio della notte, sulle vette selvagge dei monti, nei luoghi deserti. Quaranta giorni e quaranta notti di preghiera hanno preceduto la vita pubblica di Gesù (Mt 4, 1-2). Si è ritirato nella solitudine della montagna per pregare, prima di scegliere i suoi dodici apostoli e di mandarli per la missione. Nell'ora del monte degli Ulivi, si è preparato ad andare fino al Golgota. Il grido che ha rivolto al Padre nell'ora più penosa della sua vita ci è svelato da alcune brevi parole che brillano come stelle anche nelle nostre ore sul monte degli Ulivi. «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). Sono come un lampo che illumina per noi, in un istante, la vita più intima dell'anima di Gesù, il mistero insondabile del suo essere uomo-Dio e del suo dialogo col Padre. Questo dialogo è durato certamente per tutta la sua vita, senza mai interrompersi.

07/09/2011 08.06
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.

Come vivere questa Parola?
Avulse dal contesto, queste espressioni potrebbero indurci a credere che, morti con Cristo alle cose di quaggiù e con Lui risuscitati in speranza, la nostra vita deve essere tutta tesa al "dopo": un vagheggiare solo la vita del Cielo, in fuga dalle nostre responsabilità e impegni e lecite gioie della terra. Ciò è molto sbagliato!
Certamente, il nostro vivere deve sempre avere l'orizzonte escatologico che anima la nostra speranza nella felicità senz'ombra che ci è promessa dopo questa vita. Bisogna però avere ben chiaro che le "cose di lassù " non sono soltanto da relegarsi nel "dopo". Si tratta di quelle realtà che il cristiano autentico vive nel suo cammino spirituale; sono il frutto dello Spirito: "amore, pace, gioia, pazienza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé" ( Gal. 5, 22 ).Questo frutto dello Spirito si manifesta però solo se "mortifichiamo", cioè accettiamo di morire a tutto quello che di inautentico e negativo ci tenta: sbandamenti circa la sessualità e circa l'uso delle ricchezze con ogni tipo di "avarizia che è idolatria". Anche "ira, malizia, maldicenza, e un cattivo parlare" che minano a fondo le relazioni interpersonali e impediscono la comunione devono essere messe a morte, a cominciare da qualsiasi rapporto menzognero e sleale.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, riposerò il cuore su questa luminosa proposta di "cercare le cose di lassù ": dunque tutto ciò che lo Spirito fa sbocciare e crescere in me, se accetto di morire a ciò che, in senso negativo, è solo di terra. Verbalizzerò:

" Sei Tu, Signore, la fonte della vita. Donami il Tuo Spirito e vivrò".

La voce di un grande pensatore del secolo scorso
Il vivere insieme, da uomo a uomo, può accadere soltanto laddove gli uomini sperimentano insieme, discutono insieme e gestiscono insieme gli aspetti più autentici della loro vita in comune, senza però consentire alle negatività che possono insorgere. Martin Buber

08/09/2011 09.10
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Da te e' nato il Sole di giustizia, Cristo Dio nostro

Alla data della nostra nascita siamo soliti scambiarci gli auguri di buon compleanno. Dovremmo oggi farlo nei confronti della nostra Madre celeste, celebriamo infatti la sua natività. I Vangeli non parlano di questo lieto evento né ci rivelano i nomi dei genitori della Vergine; ci li rivelano invece i vangeli apocrifi. Per noi però la festa di oggi più che celebrare una data o una semplice ricorrenza, vuole ricordarci che la futura Madre del Signore è stata concepita senza ombra di peccato, preservata dal peccato originale, che tutti ci ha coinvolti. Vuole ancora dirci che è lei la donna che schiaccerà il capo al serpente, preannunciata sin dal principio, e ancora che quella fanciulla, nata da Gioacchino ed Anna, sarà poi la prescelta da Dio per diventare la Madre di Cristo. Maria viene così in modo prodigioso innestata nel mistero della redenzione di tutto il genere umano. In questa luce noi vediamo e celebriamo le feste della Vergine Maria. La nascita della fanciulla di Nazaret diventa quindi «la pienezza dei tempi», quando cioè i disegni di Dio trovano il loro compimento nella storia e i diversi protagonisti assumono i compiti previsti e preannunciati dallo stesso Signore. Così gli eventi umani si legano indissolubilmente ai disegni divini, così anche noi dovremmo impostare e vivere le nostra storia quotidiana per farla diventare storia sacra, la storia del Dio con noi. Potremmo così realizzare l'ideale principale della nostra esistenza quello di fare del nostro tempo, dei nostri eventi, una celebrazione di salvezza, un approdo alla meta finale, dove vivremo senza tempo, nell'eternità di Dio. Ci sgorghi una preghiera particolare in questo giorno: chiediamo alla Beata Vergine una particolare protezione per tutti coloro che si affacciano alla vita in questo giorno, per tutti i bimbi e le bimbe del mondo, spessi minacciati dalle cattiverie degli adulti.

09/09/2011 11.29
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
La pagliuzza e la trave

«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt'e due in una buca?». Gesù era circondato da falsi maestri, sempre pronti a giudicare e condannare gli altri e incapaci di esaminare se stessi. Egli li stigmatizza con una serie di invettive, scatenando la loro indignazione, che culminerà con le false accuse e l'assurda sentenza di morte. Alla radice delle loro falsità c'era la presunzione, l'atteggiarsi ipocritamente a maestri e guide senza averne le doti. Dice loro esplicitamente «ciechi e guide di ciechi». Gesù ammonisce anche i suoi: «voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli». Anche il miglior discepolo del miglior maestro deve ornarsi di umiltà e mai deve ergersi a giudice degli altri. «Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?» Ecco cosa accade quando presumiamo di poter essere giudici degli altri senza averci prima esaminato attentamente sui nostri comportamenti. C'è una facile ed insidiosa convinzione in noi quando crediamo che scoprendo e smascherando gli altri difetti, ammantiamo e sminuiamo i nostri. Questa subdola insidia ci spinge a giudicare gli altri e a puntare lo sguardo indagatore e il dito accusatore verso gli altri e non verso noi stessi. Ci capita quando ci siamo disabituati a fare un attento esame di coscienza che ci indurrebbe a vedere prima la trave nel nostro occhio e poi la pagliuzza nell'occhio del nostro fratello. Gesù definisce tale atteggiamento come una forma di ipocrisia: «Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello». Attenzione allora agli inquinamenti della nostra vista. Abbiamo il dovere di purificare il nostro occhio affinché possa vedere nella pienezza della luce che lo stesso Signore ci dona e procedere prima, nella verità e nella carità, alla nostra personale correzione e poi a quelle dei nostri fratelli.

10/09/2011 09.53
 
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Eremo San Biagio
Commento su 1Cor 10,21

Dalla Parola del giorno
Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni.

Come vivere questa Parola?
Paolo fa notare che gli idoli sono una nullità e che i sacrifici in loro onore sono in effetti offerti ai demoni e quindi mettono in comunione con questi.
L'espressione è certamente molto forte e crea un moto di rifiuto. Chi vorrebbe essere in comunione con i demoni? Verrebbe da dire che Paolo esagera e che comunque la cosa, oggi, non ci riguardi. Ma ne siamo proprio sicuri? Se siamo onesti dobbiamo ammettere che la tentazione dell'idolo è ricorrente sia a livello sociale sia a livello individuale. Non c'è epoca che ne vada esente.
Anch'io posso nascondere nel mio cuore un idoletto a cui brucio incenso. Può chiamarsi ricerca esasperata di primeggiare di essere al centro del mio piccolo universo, può essere la persona che ho idealizzato e di cui finisco con l'amare l'immagine che mi sono fatto, può essere un bene materiale. Il rischio, tutt'altro che utopico, è di farlo convivere tranquillamente con una vita che vorrebbe essere au-tenticamente e pienamente cristiana. Si partecipa, magari anche quotidianamente, alla mensa eucaristica e ci si asside poi tranquillamente alla mensa imbandita in onore del mio idolo.
L'Eucaristia, se presa sul serio, è un bere al calice di Cristo, un entrare in comunione profonda con la sua volontà di redenzione con il suo "sì" al Padre, è un mangiare il suo corpo spezzato per me, per tutti e quindi un impegnarmi a diventare anch'io pane spezzato per gli altri. E tutto questo non può andare d'accordo con un uso distorto di quei beni, spirituali e materiali, che mi sono stati dati perché collabori con Cristo ad edificare il Regno.

Nel mio rientro al cuore, cercherò di scovare l'idolo che vi si annida e di rimuoverlo decisamente

La partecipazione alla tua mensa, Signore, mi faccia entrare in comunione profonda con te e mi liberi dall'attrattiva insidiosa degli idoli.

La voce di un testimone
Al termine della Messa il prete ci congeda con la formula: "La Messa è finita, andate in pace!". [?]È come se dicesse: "Adesso tocca a voi, è il vostro momento". Dunque non un segnale di "riposo", ma di "partenza" per una missione. Significa "agganciarsi" alla vita quotidiana. Ci si alza dalla mensa eucari-stica e si attacca a lavorare, a costruire il Regno.
Alessandro Pronzato

11/09/2011 08.43
 
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don Luigi Trapelli
La forza del perdono

Il brano del Vangelo di oggi prosegue la lettura del capitolo 18 di Matteo, incentrato sui rapporti all'interno della comunità. Abbiamo visto domenica scorsa la correzione fraterna. Oggi, invece, affrontiamo il tema del perdono.
La domanda di Pietro di chiedere a Gesù quante volte bisogna perdonare, può sembrare banale. Tuttavia, in un contesto ebraico sottoposto a miriadi di leggi, non si sapeva come comportarsi. Gesù sostiene che bisogna perdonare non solo in alcuni occasioni, ma fino a settanta volte sette, cioè sempre. E si è chiamati a perdonare anche i nostri nemici, e chi ripaga il nostro bene con il suo male.
La parabola dei due debitori che segue non illustra i caratteri del perdono, ma punta sull'urgenza e necessità del perdono. Il padrone arriva a condonare il debito del servo, una cifra astronomica, perché ha pietà di lui. La stessa persona a cui è stato condonato il debito, si comporta in modo malvagio verso chi gli è debitore di pochi denari.
In fondo, è il rapporto tra Dio che perdona sempre e l'uomo che fa fatica a vivere tale perdono. Perdonare, perché Dio ci ha perdonato per primo.
Ma il padrone agisce così perché usa misericordia, quale sentimento di pietà e di compassione che nasce dal cuore dell'uomo per la miseria della condizione umana. Il perdono è, allora, la capacità di mantenere vivo il rapporto in un matrimonio e tra amici. Infatti si perdona poco, quando si ama poco!!
Ma perdonare non vuol dire rinuciare alla lotta, perché quando subisci dei torti devi lottare perché questo non avvenga.
Correzione fraterna e perdono si integrano insieme.
Non basta solo perdonare, ma bisogna anche domandare perdono: non solo dire: "Ti perdono", ma anche: "Perdonami". Non è sufficiente smettere a livello intimistico, ma bisogna fare qualche gesto concreto, per cui il perdono di Gesù porta alla riconciliazione. Lo stesso valore della riconciliazione sussiste solo se entriamo nella logica di cambiare lo stile di vita.
La riconciliazione è il coronamento del perdono, tanto che Gesù ci dice che se abbiamo qualcosa contro il fratello, di lasciare l'offerta sull'altare e riconciliarsi con il fratello.
La logica del perdono, quale dono di Dio, diventa lo stile di vita in grado di scardinare qualsiasi difficoltà. Puntando all'umiltà del cuore e alla pazienza, per chi attende la piena riconciliazione con il proprio fratello o sorella.

12/09/2011 08.36
 
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Eremo San Biagio
Commento Luca 7,1-10

Dalla Parola del giorno
Io non sono degno che entri sotto il mio tetto... ma comanda una parola e il mio servo sarà guarito.

Come vivere questa Parola?
Luca riporta il racconto della guarigione del servo del centurione dopo le beatitudini e il comandamento dell'amore. Non basta conoscere le Scritture, osservare la legge e invocare "Signore, Signore", bisogna praticare le opere con amore e semplicità mente e di cuore. Da qui scaturisce la fede.
Il centurione romano è un 'piccolo del Regno': il suo sguardo sul servo e su Gesù è illuminato dall'amore e dall'umiltà. Anche i giudei che fanno da mediatori tra lui e Gesù ne parlano come di un uomo buono: "Egli merita che tu gli faccia questa grazia, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruire la sinagoga." Egli è degno perché ama a fatti!
A questo elogio fa riscontro l'umiltà e la fede del centurione che mentre prega il Signore Gesù attraverso gli amici giudei per il suo servo, intona una delle più belle professioni di fede nella efficacia della Sua Parola: "Io non sono degno... ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito." La potenza della Parola di Gesù opera anche in Sua assenza! Il centurione sa che quando si ha in cuore l'amore, le opere che ne derivano sono cariche di amore. Ecco la sua fede operosa.
E Gesù ne resta ammirato: "Neanche in Israele ho trovato una fede così grande!"
La fede germoglia e fiorisce in una terra abitata dall'amore.

Oggi nel mio rientro al cuore ripeterò con semplice umiltà e con decisa certezza:

"Signore non sono degno... ma credo che la tua Parola d'Amore mi guarisce e mi salva."

La voce di un Padre del deserto
O Signore, che scruti il cuore e i sentimenti, perdonami ogni sconveniente impeto del cuore.
Tu sai, o Signore di tutte le cose, che essi sono contro la mia volontà. Sono indegno di accostarmi a te, ma tu perdonami, perché ti ho sempre desiderato e ancora ti desidero...
Tu, che solo sei buono e misericordioso, vieni in mio aiuto e salvami...
Macario l'Egiziano

13/09/2011 08.26
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 7, 11-17

Questo fatto raccontato da Luca ci richiama due episodi dell'Antico Testamento: quello di Elia che restituisce la vita al figlio unico della vedova di Sarepta (1Re 17,17-24) e quello di Eliseo che risveglia dalla morte il figlio della Sunammita (2Re 4,32-37).

Questo racconto mette in evidenza la potenza di Gesù e la sua misericordia. Egli previene senza richiesta, preghiera o fede chi è totalmente perduto e non è più capace di chiedere, di pregare o di credere.

Apparentemente Gesù è in cammino senza meta. In realtà, arriva inaspettato dove c'è bisogno di lui. La sua misericordia è calamitata dalla nostra miseria. Gesù che vede, si commuove e si accosta alle persone morte o sofferenti è l'immagine del Dio misericordioso, che sente compassione per l'uomo, suo figlio perduto. Solo vedendo questo Dio in Gesù si riesce a passare dalla paura di Dio alla fiducia, dalla morte alla vita, dalla legge al Vangelo.

Dio patisce con noi la stessa pena e condivide con noi la stessa morte, per liberarci dalla pena e dalla morte. La sua parola che ha creato dal nulla tutte le cose, risuscita la vita dalla morte. Vincendo la morte, Gesù ci libera dalla nostra peggiore schiavitù, che è la paura della morte (cfr Eb 2,14-15).

Alla porta della città di Nain si incontrano due cortei: il corteo di Gesù che dona la vita e il corteo dalla morte. La folla che accompagna questa vedova poteva forse consolarla un po', ma non poteva risolvere il suo problema. Gesù, invece, sente una compassione che ha la potenza di risolvere i problemi. Egli che aveva detto:" Beati voi che ora piangete, perché riderete" (Lc 6,21), ora porta concretamente la misericordia di Dio a coloro che gemono e piangono. Dio inaugura il suo regno con la misericordia per gli oppressi.

La risurrezione di questo ragazzo è la dimostrazione della potenza di Gesù e della sua misericordia. La potenza di Dio è sempre al servizio della sua misericordia, perché è la potenza dell'amore. Dio interviene con amore potente nella vita dei singoli e mostra la sua benevolenza verso il suo popolo. Trova così compimento ciò che Zaccaria aveva profetizzato:" Benedetto il Signore, Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un salvatore potente nella casa di Davide, suo servo,... per illuminare (= dare la vita) quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte" (Lc 1, 68-69.79).

14/09/2011 09.22
 
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Omelie.org - autori vari


Una sfida e una opportunità
La festa dell?esaltazione della croce ricorre ogni sette anni in domenica e sostituisce la liturgia del tempo ordinario perché il suo contenuto è profondamente Cristologico. Indipendentemente dalla sua origine storica, nell?anno liturgico questa festa è come un richiamo al grande mistero del triduo pasquale, e specificamente al giorno del venerdì santo (un po? come il Corpus Domini ci fa rivivere alla fine del tempo pasquale il mistero del giovedì santo). Dipende da noi ?sopportare? questa liturgia fuori dalla serie ordinaria o farla diventare una opportunità pastorale di evangelizzazione, magari collegandola alla festa dell?Addolorata (15 settembre) che si comprende alla luce di questa.
Il titolo con cui la tradizione ci ha trasmesso questa festa rappresenta a sua volta una difficoltà e una opportunità: si può infatti ?esaltare? la croce, che è stata per Gesù e per moltissimi altri uno strumento di morte? (immaginiamoci che entrando in Chiesa troviamo una sedia elettrica al centro?). È possibile esaltare la morte? Se nella liturgia partecipasse un nostro amico che frequenta poco la Chiesa che cosa penserebbe di noi? Che senso ha questa festa? Può aiutarci ad entrare più profondamente nel mistero cristiano e dare un passo avanti nella fede? Le letture ci danno una risposta.

Un racconto
Si racconta che nel suo cammino attraverso il deserto il popolo di Israele non sopportò la fatica del viaggio, nauseato com?era dal cibo leggero della manna. Questa sofferenza fece nascere nel popolo il sospetto che Dio non volesse davvero liberarlo ma farlo morire, e per questo sentirono nostalgia della schiavitù (che per lo meno li manteneva in vita). La ribellione contro Mosè e contro Dio provocò la risposta divina: Dio mandò serpenti brucianti e quello che doveva essere un cammino di libertà si trasformò in una prigione di morte. Quando il popolo si rese conto dell?accaduto chiese aiuto a Mosè che ricevette da Dio l?ordine di costruire l?immagine di un serpente e issarlo su un?asta affinché fosse visibile da tutti. Chi infatti lo guardava dopo essere stato morso restava in vita. Nell?antico Oriente ai serpenti si riconosceva un potere sanante: il racconto risente di questa credenza ma attribuisce il potere della cura a Dio, della cui potenza il serpente di bronzo è soltanto un segno: guardarlo significa credere in Dio, che ha dato a Mosè quest?ordine. La cura fisica diventa il cammino e il segno di una cura più profonda e interiore: quella della fede, che toglie il sospetto e la disperazione (Dio ci ha abbandonati!) e porta a confidare di nuovo totalmente in Dio.

Un discorso
Durante il dialogo notturno con Nicodemo Gesù, dopo aver rivelato la condizione per entrare nel Regno, cioè nascere dall?alto, dall?acqua e dallo Spirito, rivela a questo maestro di Israele i misteri del Regno, le ?cose del cielo?. Lo può fare perché Egli è disceso dal Cielo e dice ciò che sa. Per parlare di queste ?cose celesti? fa un paragone tra l?episodio del serpente nel deserto e il Figlio dell?uomo, che sarà innalzato perché chi crede possa avere la vita. Anticipa in questo modo il senso della sua crocifissione (essere innalzato) e della sua morte. Per comprenderla, dice Gesù a Nicodemo e a noi, dovete ricordare la storia di Israele che nel deserto ha perso la fiducia nel suo Dio, si è sentito abbandonato, ma quando ha sperimentato l?angoscia della morte è ritornato a Dio e Dio gli è venuto incontro. Come il serpente, così il Figlio dell?uomo deve essere innalzato: perché tutti possano volgere a lui lo sguardo, e riconoscere in lui ciò che Dio fa per tutti; vedendo Dio che si dona in Gesù fino alla fine, possano superare il sospetto che Dio sia contro il loro bene e felicità. Le parole di Gesù che seguono spiegano di fatto la sua morte in croce come una consegna totale di Dio: consegna ciò che ha di più caro, il Figlio unico, perché tutti possano vederlo, e vedendo possano credere che Dio sta dalla loro parte. Credere questo significa avere la vita eterna; quando questa fiducia ha raggiunto il fondo del cuore, nulla può minacciare la vita, neppure la morte. Dio vuole soltanto la vita dell?umanità, non vuole giudicare o condannare, ma portare a compimento il suo progetto di creazione. Questa vita la può sperimentare soltanto chi crede, chi guardando il crocifisso vede, per fede, il segno dell?amore donato fino in fondo e non la prova di un Dio adirato o vendicativo.

Un inno
Nel brano della lettera ai Filippesi l?inno antico che Paolo ha ricevuto dai cristiani canta l?obbedienza di Gesù al Padre ?fino alla morte, e morte di croce? e l?esaltazione che il Padre fa del Figlio risuscitandolo dalla morte. Il Padre esalta il Figlio che ha accettato di obbedire fino al dono della vita; questo è il senso più corretto dell?esaltazione della croce, cioè il crocifisso che manifesta pienamente il cuore di Dio mentre dona la sua vita. La croce è segno della obbedienza di Gesù: non un?obbedienza forzata a una volontà superiore e non compresa, ma una adesione interiore che accompagna tutta la vita, fino a costargli tutta la vita. La vittoria di Gesù sulla morte non viene, per così dire, dopo il brutto momento della crocifissione, ma consiste nell?affidarsi totalmente nelle mani del Padre sentendosi sicuro, anche quando deve affrontare la morte.

Che significa esaltare la croce?
La croce è da esaltare perché è da guardare (per questo è messa in alto nelle nostre chiese). Non ha senso però per se stessa, ma per colui che su di lei fu innalzato. E Gesù non rivela Dio per il fatto che muore, ma per il motivo e il modo con cui dona la sua vita. Allora guardando la croce, contemplandola, siamo invitati a credere che Dio sta presente nella nostra vita come Gesù ce lo ha mostrato umanamente; siamo invitati a riconoscere che Dio ci ama nelle alterne e a volte tragiche situazioni della vita. La fede è questo sguardo capace di andare oltre la superficie, capace di riconoscere in un uomo che muore torturato una persona profondamente libera e realizzata, che sa amare fino in fondo.
Dio ci conceda che il nostro sguardo, formato così sulla croce di Gesù, possa guardare di nuovo al dolore umano, nostro e di chi ci sta accanto, riconoscendovi un senso, chiamandolo con il nome di ?croce?, ed esso non sia più un peso disperante e inutile, privo di senso. Infatti ciò che non riusciamo a sopportare non è il dolore o le difficoltà della vita, ma il non senso del dolore. La festa dell?esaltazione della croce, che ci presenta ancora una volta la ?buona notizia della croce?, non è un invito doloristico alla sopportazione passiva di chi non può reagire alle situazioni, ma la proposta di credere che nulla di ciò che accade sta fuori dalla mano di Dio che ci educa anche con il dolore per farci nascere (i dolori del parto) per una vita nuova, la sua.

Commento a cura di Padre Gianmarco Paris

15/09/2011 13.50
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Giovanni 19,25-27

1) Preghiera

O Padre, che accanto al tuo Figlio,
innalzato sulla croce,
hai voluto presente la sua Madre Addolorata:
fa? che la santa Chiesa,
associata con lei alla passione del Cristo,
partecipi alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni 19,25-27
In quell?ora, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala.
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ?Donna, ecco il tuo figlio!? Poi disse al discepolo: ?Ecco la tua madre!? E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
Parola del Signore.


3) Riflessione

? Oggi, festa dell?Addolorata, il vangelo del giorno ci presenta il passaggio in cui Maria, madre di Gesù, ed il discepolo amato, si incontrano sul calvario dinanzi alla Croce. La Madre di Gesù appare due volte nel vangelo di Giovanni: all?inizio, alle nozze di Cana (Gv 2,1-5), ed alla fine, ai piedi della Croce (Gv 19,25-27). Questi due episodi, presenti solo nel vangelo di Giovanni, hanno un valore simbolico assai profondo. Il vangelo di Giovanni, paragonato agli altri tre vangeli, è come una radiografia degli altri tre, mentre che gli altri tre sono solo una fotografia dell?accaduto. Il raggio X della fede aiuta a scoprire negli eventi dimensioni che l?occhio umano non riesce a percepire. Il vangelo di Giovanni, oltre a descrivere i fatti, rivela la dimensione simbolica che esiste in essi. Così, nei due casi, a Cana ed ai piedi della Croce, la Madre di Gesù rappresenta simbolicamente l?Antico Testamento in attesa della venuta del Nuovo Testamento e, nei due casi, lei contribuisce all?avvento del Nuovo. Maria appare come l?anello tra ciò che c?era prima e ciò che verrà dopo. A Cana simbolizza l?AT, percepisce i limiti dell? Antico e prende l?iniziativa affinché giunga il Nuovo. Dice a suo Figlio: ?Non hanno vino!? (Gv 2,3). E sul Calvario? Vediamo:
? Giovanni 19, 25: Le donne ed il Discepolo Amato, insieme ai piedi della Croce. Così dice il Vangelo: ?La madre di Gesù, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa', e Maria Maddalena stavano presso la Croce di Gesù?. La ?fotografia? mostra la madre insieme al figlio, in piedi. Donna forte, che non si lascia abbattere. ?Stabat Mater Dolorosa!? E? una presenza silenziosa che appoggia il figlio nel suo dono fino alla morte, ed alla morte di croce (Fil 2,8). Ma il ?raggio-X? della fede mostra come avviene il passaggio dall?AT al NT. Come è avvenuto a Cana, la Madre di Gesù rappresenta l?AT, la nuova umanità che si forma a partire dal vissuto del Vangelo del Regno. Alla fine del primo secolo, alcuni cristiani pensavano che l?AT non era più necessario. Infatti, all?inizio del secondo secolo, Marcione rifiutò tutto l?AT e rimase solo con una parte del NT. Per questo, molti volevano sapere quale fosse la volontà di Gesù riguardo a questo.
? Giovanni 19,26-28: Il Testamento o la Volontà di Gesù. Le parole di Gesù sono significative. Vedendo sua madre, ed accanto a lei il discepolo amato, Gesù dice: "Donna, ecco tuo figlio." Dopo dice al discepolo: "Ecco tua madre." L?Antico ed il Nuovo Testamento devono camminare insieme. La richiesta di Gesù, il discepolo amato, il figlio, il NT, riceva la Madre, l?AT, a casa sua. Nella casa del Discepolo Amato, nella comunità cristiana, si scopre il senso pieno dell?AT. Il Nuovo non si capisce senza l?Antico, né l?Antico è completo senza il Nuovo. Sant? Agostino diceva: ?Novum in vetere latet, Vetus in Novo patet?. (Il Nuovo è nascosto nell?Antico. L?Antico sboccia nel Nuovo). Il Nuovo senza l?Antico sarebbe un edificio senza basi. E l?Antico senza il Nuovo sarebbe un albero fruttale che non arriva a dare frutti.
? Maria nel Nuovo Testamento. Di Maria parla poco il NT, e lei dice ancora meno. Maria è la Madre del silenzio. La Bibbia conserva appena sette parole di Maria. Ognuna di esse e come una finestra che permette uno sguardo dentro la casa di Maria e scoprire come era il suo rapporto con Dio. La chiave per capire tutto questo ci viene data da Luca: ?Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica." (Lc 11,27-28)
1ª Parola: "Como può avvenire ciò se non conosco uomo!" (Lc 1,34)
2ª Parola: "Ecco la serva del Signore, si faccia in me secondo la tua parola!" (Lc 1,38)
3ª Parola: "L?anima mia glorifica il Signore, esulta il mio spirito in Dio mio Salvatore!" (Lc 1,46-55)
4ª Parola: "Figlio mio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo" (Lc 2,48).
5º Parola: "Non hanno vino!" (Gv 2,3)
6ª Parola: "Fate tutto ciò che vi dirà!" (Gv 2,5)
7ª Parola: Il silenzio ai piedi della Croce, più eloquente di mille parole! (Gv 19,25-27)


4) Per un confronto personale

? Maria ai piedi della Croce. Donna forte e silenziosa. Come è la mia devozione a Maria, madre di Gesù?
? Nella Pietà di Michelangelo, Maria sembra molto giovane, più giovane del figlio crocifisso, quando doveva avere per lo meno una cinquantina di anni. Chiestogli perché aveva scolpito il volto di Maria da giovane, Michelangelo rispose:
?Le persone appassionate di Dio non invecchiano mai!? Appassionata di Dio! C?è in me questa passione per Dio?


5) Preghiera finale

Quanto è grande la tua bontà, Signore!
La riservi per coloro che ti temono,
ne ricolmi chi in te si rifugia
davanti agli occhi di tutti.
(Sal 30)

16/09/2011 07.36
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 8, 1-3

Gesù è un viandante instancabile. La sua vita si svolge sulla strada. Egli passa attraverso le località grandi e piccole. Il vangelo deve camminare sulle vie del mondo. Nel suo peregrinare lo accompagnano gli apostoli, che sono il primo nucleo del popolo di Dio. Ma anche le donne fanno parte del seguito di Gesù. Queste accompagnatrici, collaboratrici, benefattrici di Gesù svolgono nei confronti del Cristo e del gruppo degli apostoli un'azione assistenziale: mettono a disposizione i loro beni e il loro lavoro.

La caratteristica comune di queste donne che seguono Gesù è l'esperienza della cura che Gesù si è preso di loro. Hanno fatto l'esperienza del dono e del perdono: si sono sentite amate e per questo amano. L'amore si manifesta nel servire l'altro liberandolo dalle sue necessità. Questo amore si manifesta più con i fatti che con le parole. Lo spirito di servizio di queste donne le porterà fino ai piedi della croce e davanti al sepolcro, le farà entrare in esso e diventeranno le prime testimoni del Risorto. Gli apostoli e queste donne sono il piccolo gregge al quale il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno (Lc 12,32), cioè Gesù Cristo Signore.

Caratteristica di questi primi cristiani: ascoltano Gesù e stanno con lui. Questo ascoltare Gesù e stare con lui è la qualifica più bella e più profonda del discepolo: sottolinea l'aspetto personale d'amore che lo lega al suo Signore.

Attraverso l'annuncio della parola e i miracoli che Gesù compie, la gente fa esperienza della bontà, della misericordia e della grazia di Dio nei loro riguardi. Il regno di Dio (v.1) è il nuovo contesto sociale e religioso in cui tutti sono chiamati a vivere liberi dalla paura di Dio, dalle reciproche inimicizie e da ogni forma di male.

17/09/2011 08.44
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

O Dio, che hai creato e governi l?universo,
fa? che sperimentiamo la potenza della tua misericordia,
per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...




2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca 8,4-15
In quel tempo, poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: ?Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono. Un?altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità. Un?altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono. Un?altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto?.
Detto questo, esclamò: ?Chi ha orecchi per intendere, intenda!?
I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola. Ed egli disse: ?A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perché ??vedendo non vedano e udendo non intendano."
Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l?hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati.
Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell?ora della tentazione vengono meno.
Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione.
Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza?.



3) Riflessione

? Nel vangelo di oggi, meditiamo sulla parabola del seme. Gesù aveva uno stile assai popolare di insegnare per mezzo di parabole. Una parabola è un paragone che usa le cose conosciute e visibili della vita per spiegare le cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. Gesù aveva una capacità enorme di trovare immagini ben semplici per paragonare le cose di Dio con le cose della vita che la gente conosceva e sperimentava nella sua lotta quotidiana per sopravvivere. Ciò suppone due cose: stare dentro le cose della vita, e stare dentro le cose di Dio, del Regno di Dio. Per esempio, la gente della Galilea se ne intendeva di semi, di terreno, di pioggia, di sole, di sale, di fiori, di raccolto, di pesca, etc. Ora, sono esattamente queste cose conosciute che Gesù usa nelle parabole per spiegare il mistero del Regno. L?agricoltore che ascolta dice: ?Semente in terra, so cosa vuol dire. Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà mai?? Ed è possibile immaginare le lunghe conversazioni con la gente! La parabola entra nel cuore della gente e la spinge ad ascoltare la natura ed a pensare alla vita.
? Quando termina di raccontare la parabola, Gesù non la spiega, ma è solito dire: ?Chi ha orecchi per intendere, intenda!? Che significa: ?Avete sentito questa parabola. Ora cercate di capirla!? Ogni tanto lui spiegava ai discepoli. Alla gente piaceva questo modo di insegnare, perché Gesù credeva nella capacità personale di scoprire il senso delle parabole. L?esperienza che la gente aveva della vita era per lui un mezzo per scoprire la presenza del mistero di Dio nella loro vita e di prendere forza per non scoraggiarsi lungo il cammino.
? Luca 8,4: La moltitudine dietro Gesù. Luca dice: una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città. Allora disse questa parabola. Marco descrive come Gesù racconta la parabola. C?era tanta gente intorno a lui. Per non cadere, sale su una barca e sedutosi insegna alla gente che si trova sulla spiaggia (Mc 4,1).
? Luca 8,5-8a: La parabola del seme rispecchia la vita degli agricoltori. In quel tempo, non era facile vivere dell?agricoltura. Il terreno era pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole. Inoltre, molte volte, la gente accorciava il cammino e passando in mezzo ai campi calpestava le piante (Mc 2,23). Ma malgrado ciò, ogni anno l?agricoltore seminava e piantava, con fiducia nella forza del seme, nella generosità della natura.
? Luca 8,8b: Chi ha orecchi per intendere, intenda! Alla fine, Gesù termina dicendo: ?Chi ha orecchi per intendere, intenda!? Il cammino per giungere a capire la parabola è la ricerca: ?Cercate di capire!? La parabola non dice tutto immediatamente, ma spinge la persona a pensare. Fa in modo che scopra il messaggio partendo dall?esperienza che la persona stessa ha del seme. Spinge ad essere creativi e partecipativi. Non è una dottrina che si presenta pronta per essere insegnata e decorata. La parabola non è acqua in bottiglia, è la fontana.
? Luca 8,9-10: Gesù spiega la parabola ai discepoli. In casa, soli con Gesù, i discepoli vogliono sapere il significato della parabola. Gesù risponde per mezzo di una frase difficile e misteriosa. Dice ai discepoli: ?A voi fu dato di conoscere i misteri del Regno. Ma agli altri solo in parabole, perché ??vedendo non vedano e udendo non intendano." Questa frase fa sorgere una domanda nel cuore della gente: A cosa serve la parabola? Per chiarire o per nascondere? Gesù usava le parabole affinché la gente continuasse nella sua ignoranza e non giungesse a convertirsi? Certamente no! In un altro punto si dice che Gesù usava le parabole ?secondo quello che potevano intendere? (Mc 4,33). La parabola rivela e nasconde allo stesso tempo! Rivela per coloro che ?sono dentro?, che accettano Gesù Messia Servo. Nasconde per coloro che insistono nel vedere in lui il Messia Re grandioso. Costoro intendono le immagini della parabola, ma non capiscono il suo significato.
? Luca 8,11-15: La spiegazione della parabola, nelle sue diverse parti. Una ad una, Gesù spiega le parti della parabola, la semina, il terreno fino al raccolto. Alcuni studiosi pensano che questa spiegazione fu aggiunta dopo. Non sarebbe di Gesù, ma di qualche comunità. E? possibile! Non importa! Perché nel bocciolo della parabola c?è il fiore della spiegazione. Bocciolo e fiore, ambedue hanno la stessa origine che è Gesù. Per questo, anche noi possiamo continuare a riflettere e scoprire altre cose belle nella parabola. Una volta, una persona in una comunità chiese: ?Gesù disse che dobbiamo essere sale. A cosa serve il sale?? Le persone dettero la loro opinione partendo dall?esperienza che ognuna di loro aveva del sale! Ed applicarono tutto questo alla vita della comunità e scoprirono che essere sale è difficile ed esigente. La parabola funzionò! Lo stesso vale per la semente. Tutti ne hanno una certa esperienza.



4) Per un confronto personale

? La semente cade in quattro luoghi diversi: per la strada, tra le pietre, tra gli spini e in un buon terreno. Cosa significa ognuno di questi quattro terreni? Che tipo di terreno sono io? A volte la gente è pietra. Altre volte spini. Altre volte cammino. Altre volte terreno buono. Nella nostra comunità, cosa siamo normalmente?
? Quali sono i frutti che la Parola di Dio sta producendo nella nostra vita e nella nostra comunità?




5) Preghiera finale

Manifestino agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno Signore è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione.
(Sal 114)

18/09/2011 14.42
 
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padre Paul Devreux


Nel vangelo di oggi si nota la bontà di Dio e l'invidia dei lavoratori. L'invidia è un sentimento da tutti considerato come cattivo; infatti ho tendenza a dire che io non sono invidioso. Però quello che mi lascia perplesso è che se da una parte dico di non essere invidioso, molto facilmente vedo l'invidia negli altri. Da qui la domanda: possibile che io sia cosi diverso dagli altri? E come mai non riesco a vedere in me ciò che cosi facilmente vedo negli altri?

Dire che sono invidioso è come dire che l'altro ha qualche cosa che io non ho; è più ricco, più bello, più intelligente, più libero, più, più, più di me, e di conseguenza io mi sento meno, meno, meno. In altre parole riconoscere che sono invidioso è come dire che sono povero ed è questo che non sopporto.

Come si manifesta? Quando faccio discorsi sulla giustizia o su qualche ingiustizia che denuncio con un'animosità non proporzionale all'argomento discusso. Quando mi scurisco in volto e divento brutto, allora posso domandarmi se sono mosso veramente dal desiderio di fare trionfare la giustizia o non piuttosto dall'invidia.
Invece è molto bello contemplare questo padrone che esce tutto il giorno per verificare se ci sono ancora persone da assumere. Visibilmente non lo fa per se; ama il suo popolo e desidera renderlo felice facendolo lavorare nella sua vigna. Nella sua logica è beato chi arriva prima, perché lavorarci significa diventare protagonisti e non più spettatori nel suo Regno, e non si lascia condizionare da chi è invidioso.

Anche oggi il Signore invita ognuno di noi a lavorare nella sua vigna. Non mi dice cosa devo fare perché chi ha voglia lo vede da se cosa c'è da fare e sa cosa è in grado di fare. L'importante è accogliere questo invito e fare. Posso leggere, scrivere, cantare, pregare, fare catechismo, visitare i malati, pulire la chiesa, aiutare il mio vicino di casa, essere caritatevole sul lavoro; in sintesi sono invitato a testimoniare in parole e opere l'amore di Dio. Il lavoro non manca mai. Siamo tutti invitati a dare il nostro contributo senza rimanere spettatori, e a ciascuno il Signore darà la sua ricompensa non in base ai suoi meriti ma in base ai suoi bisogni.

Il Signore ci aiuti ad essere sempre più protagonisti nel suo regno.

19/09/2011 09.17
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Fate attenzione dunque a come ascoltate, perché a chi ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche ciò che crede di avere.

Come vivere questa Parola?
Solo nell?Antico Testamento la parola ascoltare è ripetuta circa 1100 volte, è una parola chiave, usata molte volte anche da Gesù. Molto importante in una civiltà orale, ma non solo. Il Maestro si è reso conto troppo spesso di quanto sia difficile mettersi in ascolto e comprendere quanto viene annunziato. I suoi interlocutori erano, in vari momenti, ottusi di fronte alle sue parole o addirittura ne cambiavano il significato. Persino i suoi più intimi, i discepoli, non capivano e facevano richieste assurde di gloria e gratificazione personale a Colui che mirava solo alla volontà del Padre e alla salvezza degli altri, a costo della propria vita.
Già sulla via del Calvario, Gesù deve spiegare alle pie donne, con l?aiuto della similitudine del legno secco e del legno verde, il senso del dramma a cui stanno assistendo. Poco tempo prima aveva rimproverato Pietro che rifiutava di ascoltare la profezia della sua passione.
Oggi, in una società dell?immagine, dove è ascoltato chi grida più forte, lo stare in silenzio di fronte all?altro e cercare di capire quanto ci vuole comunicare è un atteggiamento inattuale. Ancora di più è difficile l?ascolto dell?Altro, attraverso la Parola, che spesso viene soffocata dalle parole.
Eppure l?ascolto è una questione vitale, senza il quale ci impoveriamo e davvero ci viene tolto ciò che crediamo di avere. Il continuo riferirsi solo a noi stessi, senza aprirci alla novità che ci viene dagli altri ci inaridisce, ci atrofizza. Veniamo meno come ha detto Enzo Bianchi, allo statuto di umanità profonda che è proprio del cristiano.
Nella pausa di silenzio che cercherò di trovare nella giornata chiederò al Signore la grazia di assumere nella mia vita uno stile di ascolto che dia udienza a Dio, ai fratelli e alle sorelle, perché possano arricchirmi con la loro esperienza.

La voce di un dottore della Chiesa
So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio, che da solo non ero riuscito a comprendere. Siete voi che mi fate imparare ciò che insegno. E? la verità: assai spesso io dico a voi ciò che ascolto con voi.
S. Gregorio Magno

20/09/2011 08.31
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

O Dio, che nell?amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa? che osservando i tuoi comandamenti
meritiamo di entrare nella vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca 8,19-21
In quel tempo, andarono a trovare Gesù la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fu annunziato: ?Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti?.
Ma egli rispose: ?Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica?.


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi presenta l?episodio in cui i genitori di Gesù, anche sua madre, vogliono conversare con lui, però Gesù non presta loro attenzione. Gesù ebbe problemi con la famiglia. A volte la famiglia aiuta a vivere il vangelo ed a partecipare alla comunità. Altre volte, lo impedisce. Così è successo con Gesù e così succede con noi.
? Luca 8,19-20: La famiglia cerca Gesù. I parenti giungono a casa dove si trovava Gesù. Probabilmente erano venuti da Nazaret. Da lì a Cafarnao la distanza è di circa 40 km. Sua madre era con loro. Probabilmente non entrarono perché c?era molta gente, ma gli mandano a dire: "Tua madre ed i tuoi fratelli sono fuori e desiderano vederti". Secondo il vangelo di Marco, i parenti non vogliono vedere Gesù. Loro vogliono riportarselo a casa (Mc 3,32). Pensano che Gesù si era impazzito (Mc 3,21). Probabilmente, avevano paura, poiché secondo ciò che dice la storia, i romani vigilavano assai da vicino tutto ciò che aveva a che fare, in un modo o nell?altro, con il popolo (cf. At 5,36-39). A Nazaret, tra le montagne sarebbe stato più al sicuro che nella città di Cafarnao.
? Luca 8,21: La risposta di Gesù. La reazione di Gesù è chiara: "Mia madre ed i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica." In Marco la reazione di Gesù è più concreta. Marco dice: Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre (Mc 3,34-35). Gesù allarga la famiglia! Non permette che la famiglia lo allontani dalla missione: né la famiglia (Gv 7,3-6), né Pietro (Mc 8,33), né i discepoli (Mc 1,36-38), né Erode (Lc 13,32), né nessuno (Gv 10,18).
? E? la parola di Dio che crea una nuova famiglia attorno a Gesù: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio, e la mettono in pratica." Un buon commento di questo episodio è ciò che dice il vangelo di Giovanni nel prologo: ?Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto.
A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità."
(Gv 1,10-14). La famiglia, i parenti, non capiscono Gesù (Gv 7,3-5; Mc 3,21), non fanno parte della nuova famiglia. Fanno parte della nuova comunità solo coloro che ricevono la Parola, cioè, che credono in Gesù. Costoro nascono da Dio e formano la Famiglia di Dio.
? La situazione della famiglia al tempo di Gesù. Nel tempo di Gesù, sia il momento politico, sociale ed economico come pure l?ideologia religiosa, tutto cospirava a favore dell?indebolimento dei valori centrali del clan, della comunità. La preoccupazione con i problemi della famiglia impediva alle persone di unirsi in comunità. Orbene, affinché il Regno di Dio potesse manifestarsi, di nuovo, nella convivenza comunitaria della gente, le persone dovevano oltrepassare gli stretti limiti della piccola famiglia ed aprirsi alla grande famiglia, verso la comunità. Gesù dà l?esempio. Quando la sua famiglia cerca di impadronirsi di lui, Gesù reagisce ed allarga la famiglia (Mc 3,33-35). Crea la comunità.
? I fratelli e le sorelle di Gesù. L?espressione ?fratelli e sorelle di Gesù? causa molta polemica tra cattolici e protestanti. Basandosi su questo e su altri testi, i protestanti dicono che Gesù aveva più fratelli e sorelle e che Maria aveva più figli! I cattolici dicono che Maria non ebbe altri figli. Cosa pensare di questo? In primo luogo, le due posizioni, sia dei cattolici che dei protestanti, partono da argomenti tratti dalla Bibbia e dalla Tradizione delle loro rispettive Chiese. Per questo, non conviene discutere questa questione con argomenti solo intellettuali. Poiché si tratta di convinzioni che hanno a che vedere con la fede e con il sentimento. L?argomento solo intellettuale non riesce a distogliere una convinzione del cuore! Anzi, irrita ed allontana! Ed anche quando non sono d?accordo con l?opinione dell?altra persona, devo rispettarla. In secondo luogo, invece di discutere attorno a testi, noi tutti, cattolici e protestanti, dovremmo unirci insieme per lottare in difesa della vita, creata da Dio, vita totalmente sfigurata dalla povertà, dall?ingiustizia, dalla mancanza di fede. Dovremmo ricordare alcune frasi di Gesù: ?Sono venuto perché abbiano vita e l?abbiano in abbondanza? (Gv 10,10). ?Perché tutti siano una cosa sola, ed il mondo creda che tu mi hai mandato? (Gv 17,21). ?Non lo impedite! Chi non è contro di noi è a favor nostro? (Mc 10,39.40).


4) Per un confronto personale

? La famiglia aiuta o rende difficile la tua partecipazione alla comunità cristiana?
? Come assumi il tuo impegno nella comunità cristiana, senza pregiudicare né la famiglia né la comunità?



5) Preghiera finale

Signore, ho scelto la via della giustizia,
mi sono proposto i tuoi giudizi.
Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge
e la custodisca con tutto il cuore.
(Sal 118)

21/09/2011 09.23
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Dal banco delle imposte alla sequela di Cristo

Fra le tante curiosità che vorremmo soddisfare sulla persona di Cristo c'è anche quella di poter ascoltare la sua voce; ciò non tanto per sentirne l'accento, ma per poterne comprendere la profondità e il fascino che esercitava sugli ascoltatori. Oggi lo sentiamo ancora una volta scandire un comando a una persona che per il ruolo che svolgeva, molti evitavano e non suscitava sicuramente simpatia; poi l'immediata risposta: «Egli si alzò e lo seguì». Il banco delle imposte dove sedeva Matteo poteva essere anche considerato una comoda poltrona e un buon mestiere, che garantiva un reddito sicuro e un discreto prestigio oltre che incutere timore. Non è perciò facile distogliere dalla loro posizione persone così ben accomodate e apparentemente soddisfatte. Gesù lo fa con un imperativo categorico: «Seguimi». Evidentemente il Signore voleva sin dal primo impatto rivelare una grandissima verità al suo futuro apostolo ed evangelista: la forza divina della sua Parola, quella parola che Matteo riporterà fedelmente nel suo Vangelo e che risuona ancora, grazie a lui, in tutto il mondo. Voleva poi che egli in prima persona potesse godere di una predilezione sicuramente immeritata ed insperata affinché potesse raccontare al mondo che Gesù non è venuto per i sani che non hanno bisogno del medico, ma per i malati. Voleva fare di Matteo, convertito dai suoi meschini e forse anche illeciti guadagni, un cantore della misericordia divina; voleva che proprio un pubblicano intonasse quel canto, che tanti e tante hanno poi ripreso e cantato con identico fervore. Voleva infine far comprendere a tutti che i chiamati da Cristo non sono santi prefabbricati, ma anime che, avendolo incontrato e ascoltato la sua voce, hanno il coraggio di seguirlo da vicino dando con tutta la vita una risposta di gratitudine al bene ricevuto dalla divina misericordia. Vediamo perciò in Matteo un primo anello di una catena d'oro, che ha portato la voce viva di Cristo fino a noi, con l'immediatezza con cui egli stesso l'ha accolta e ne ha goduto. Egli ci invita ad accogliere le sollecitazioni divine che ancora giungono a noi per farci conoscere la verità e renderci capaci di viverla nella gioia.

22/09/2011 08.31
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Luca 9,7-9

1) Preghiera

O Dio, che nell'amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa' che osservando i tuoi comandamenti
meritiamo di entrare nella vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca 9,7-9
In quel tempo, il tetrarca Erode sentì parlare di tutto ciò che accadeva e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: "Giovanni è risuscitato dai morti", altri: "È apparso Elia", e altri ancora: "È risorto uno degli antichi profeti".
Ma Erode diceva: "Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?". E cercava di vederlo.


3) Riflessione

- Il vangelo di oggi presenta la reazione di Erode alla predicazione di Gesù. Erode non sa come porsi davanti a Gesù. Aveva ucciso Giovanni Battista ed ora vuole vedere Gesù da vicino. L'orizzonte sembra minacciato.
- Luca 9,7-8: Chi è Gesù? Il testo inizia con l'esposizione delle opinioni della gente e di Erode su Gesù. Alcuni associavano Gesù a Giovanni Battista e a Elia. Altri lo identificavano con un Profeta, cioè con una persona che parla a nome di Dio, che ha il coraggio di denunciare le ingiustizie dei poderosi e che sa animare la speranza dei piccoli. E' il profeta annunciato nell'Antico Testamento come un nuovo Mosè (Dt 18,15). Sono le stesse opinioni che Gesù stesso raccoglie dai discepoli quando domanda: "Chi sono io secondo la gente?" (Lc 9,18). Le persone cercavano di capire Gesù partendo da cose che loro conoscevano, pensavano e speravano. Cercavano di inquadrarlo nei criteri familiari dell'Antico Testamento con le sue profezie e speranza, e nella Tradizione degli Antichi con le loro leggi. Ma erano criteri insufficienti. Gesù non vi entrava, lui era più grande!
- Luca 9,9: Erode vuole vedere Gesù. Ma Erode diceva "Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?" E cercava di vederlo. Erode, uomo superstizioso e senza scrupoli, riconosce di essere lui l'assassino di Giovanni Battista. Ora vuole vedere Gesù. In questo modo Luca suggerisce che le minacce incominciano a spuntare sull'orizzonte della predicazione di Gesù. Erode non ha avuto paura di uccidere Giovanni. Non avrà paura di uccidere Gesù. D'altro canto, Gesù, non ha paura di Erode. Quando gli dissero che Erode cercava di prenderlo per ucciderlo, gli mandò a dire: "Andate a dire a quella volpe: ecco io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; ed il terzo giorno avrò finito" (Lc 13,32). Erode non ha potere su Gesù. Quando nell'ora della passione, Pilato manda Gesù ad essere giudicato da Erode, Gesù non risponde nulla (Lc 23,9). Erode non merita risposta.
- Da padre a figlio. A volte si confondono i tre Erodi che vissero in quell'epoca, poi i tre appaiono nel Nuovo Testamento con lo stesso nome:
a) Erode, chiamato il Grande, governò su tutta la Palestina dal 37 a. Cristo. Lui appare alla nascita di Gesù (Mt 2,1). Uccise i neonati di Betlemme (Mt 2,16).
b) Erode, chiamato Antipas, governò sulla Galilea dal 4 al 39 dopo Cristo. Appare nella morte di Gesù (Lc 23,7). Uccise Giovanni Battista (Mc 6,14-29).
c) Erode, chiamato Agrippa, governò su tutta la Palestina dal 41 al 44 dopo Cristo. Appare negli Atti degli Apostoli (At 12,1.20) e uccise l'apostolo Giacomo (At 12,2).
Quando Gesù aveva più o meno quattro anni, il re Erode morì. Era lui che aveva fatto uccidere i neonati di Betlemme (Mt 2,16). Il suo territorio fu diviso tra i figli, Archelao, ricevette il governo sulla Giudea. Era meno intelligente di suo padre, ma più violento. Quando assunse il potere, furono massacrate circa 3000 persone sulla pizza del Tempio! Il vangelo di Matteo dice che Maria e Giuseppe, quando seppero che questo Archelao aveva assunto il governo della Giudea, ebbero paura di ritornare per quel cammino e si ritirarono a Nazaret, in Galilea (Mt 2,22), governata da un altro figlio di Erode, chiamato Erode Antipa (Lc 3,1). Questo Antipa durò oltre 40 anni. Durante i trenta e tre anni di Gesù non ci furono cambiamenti nel governo della Galilea.
Erode il Grande, il padre di Erode Antipa, aveva costruito la città di Cesarea Marittima, inaugurata nell'anno 15 prima di Cristo. Era il nuovo porto di sbocco dei prodotti della regione. Doveva competere con il grande porto di Tiro nel Nord e, così, aiutare a svolgere il commercio nella Samaria e nella Galilea. Per questo, fin dai tempi di Erode il Grande, la produzione agricola in Galilea iniziava ad orientarsi non più a partire dai bisogni delle famiglie, come succedeva prima, ma partendo dalle esigenze del mercato. Questo processo di mutazione nell'economia continuò durante tutto il governo di Erode Antipa, oltre quarant'anni, e trovò in lui un organizzatore efficiente. Tutti questi governatori erano ?servi del potere'. Infatti chi comandava in Palestina, dal 63 prima di Cristo, era Roma, l'Impero.


4) Per un confronto personale

- E' bene chiedersi sempre: Chi è Gesù per me?
- Erode vuole vedere Gesù. Era una curiosità superstiziosa e morbosa. Altri vogliono vedere Gesù perché cercano un senso per la loro vita. Ed io che motivazione ho che mi spinge a vedere ed incontrare Gesù?



5) Preghiera finale

Saziaci al mattino con la tua grazia:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio:
rafforza per noi l'opera delle nostre mani.
(Sal 89)

23/09/2011 08.26
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Gesù domandò: «Chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».

Come vivere questa Parola?
Il passo evangelico, che ci viene proposto quest'oggi, presenta Gesù mentre interroga i discepoli sulla sua identità. Prima chiede che cosa pensino gli altri di lui. Quindi la domanda si fa diretta: «Ma voi chi dite che io sia?». Una domanda che vuole spingere a prendere posizione. La risposta sembra scontata e lineare: "Il Cristo di Dio". Ma è proprio da questo "scontato" che Gesù vuol mettere in guardia i suoi discepoli. L'affermazione acquista tutta la sua valenza salvifica solo se letta alla luce dell'evento pasquale. Per questo Gesù continua annunciando l'"esaltazione" della croce. Nella risposta degli apostoli è presente l'ambiguità di un'attesa che ricalca il pensiero messianico cor-rente (attesa trionfalistica di una liberazione politica) e non ha che un debole legame con la promessa di Dio (salvezza come liberazione interiore e totale). La croce esorcizza e purifica la fede incipiente, facendola maturare verso l'accoglienza piena di Dio e del suo mistero di Amore. Sì, Gesù è il Figlio di Dio, è Dio, ma un Dio che si china sull'uomo, sveste la sua dignità regale per farsi nostro compagno di viaggio, abbraccia l'umiliazione e la morte perché l'uomo ritrovi la sua realtà di "immagine di Dio". È questo Dio che continua a percorrere le nostre strade, che entra nella mia vita chiedendo di condividerne il peso. È questo Dio che devo imparare a riconoscere proprio là dove sembra trionfare l'assurdità del male, perché dove un uomo è calpestato, lì Cristo è presente per redimere e riscattare, per risollevare e rilanciare.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, sosterò dinanzi alla croce, lasciando che mi parli. Proverò poi a formulare la "mia" risposta alla sua muta domanda: "Per te, io chi sono?", evitando di ricorrere alle formulette precostruite.

Mio Dio, che sei sempre oltre ogni nostra intuizione; lontano, inafferrabile eppure così vicino da essere intimo a me più di me stesso, svelami il tuo volto. Concedimi la semplicità del bambino che non si meraviglia del tuo farti nostro prossimo fino a condividere l'amarezza del nostro andare.

La voce di un Padre della Chiesa
Accettando la passione e la morte, Cristo doveva essere innalzato. E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e verso Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace.
Lattanzio

24/09/2011 10.37
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Mettetevi bene in mente queste parole: il figlio dell?uomo sta per essere consegnato in mano degli uomini.

Come vivere questa Parola?
Gesù è giunto ormai alla soglia della sua passione, ma i suoi più intimi non capiscono, non vogliono capire. Prendere distanze dalla sofferenza è naturale per la condizione umana. Nel caso degli apostoli, a causa della loro idea di Messia, il rifiuto di un tale esito di vita è ancora più totale. Nonostante i ripetuti annunci della tragedia imminente, che sovrasta il Maestro, loro continuano ad attendere il suo trionfo. Per loro è davvero impensabile che Cristo debba soffrire per salvare gli uomini. Il disegno di Dio è davvero incredibile, e misteriose sono le sue vie.
Con l?espressione ?essere consegnato? Gesù esprime la sua lucida coscienza riguardo a ciò che lo attende: cadere senza possibilità di difesa in balia di forze a cui tutto è permesso.
La meditazione dei sentimenti del Maestro nell?approssimarsi del suo olocausto ce lo fa conoscere nell?intimo e nello stesso tempo lo fa vicino e solidale ai dolori della nostra esistenza. Lo sentiamo compagno e amico nei giorni grigi della nostra disfatta, nei momenti del non senso. Con una differenza fondamentale: lui era assolutamente incompreso. Gli sembrava che anche il Padre lo avesse abbandonato. Noi abbiamo una sicurezza: accanto alla nostra croce lui è presente, la porta con noi. Ci segue in questo essere " consegnati" a ore tristi, a persone indifferenti, a compiti gravosi e indesiderati, a tradimenti subdoli, alla irrealizzazione dei nostri sogni.

Oggi, nella pausa di preghiera, chiederò al Signore di starmi vicino, in ricordo della sua passione, nei momenti difficili e impetrerò questa grazia per quanti sono ormai giunti alla disperazione.

La voce di un biblista
Gesù deve essere consegnato. Questo termine ritornerà più volte nel corso della passione per indicare una dolorosa realtà. Gesù che passa di mano in mano, da Giuda alle guardie, dal sinedrio a Pilato, da Pilato ai soldati che lo conducono al supplizio.
G. Guillet

25/09/2011 07.13
 
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don Carlo Occelli Costruiamo il regno, ma sul serio!

Il vangelo è lettera viva. Ogni volta che ci accostiamo ad una pagina non ci viene raccontato semplicemente qualche avvenimento del passato, ma un evento che si dilata nel tempo. Era già così per l'evangelista Matteo: ripensa agli episodi di Gesù e vede che molti elementi ritornano anche in quella comunità alla quale annuncia la buona notizia.

Vieni Spirito vivo che abita le parole dell'evangelo! Vieni e ridestaci dal torpore di chi già ti conosce. Liberaci dall'invidia degli operai della prima ora, purificaci dalle incrostazioni che hanno rabbuiato la nostra fede.

Perché Gesù non è stato accolto? Perché pubblicani e peccatori sono passati davanti al fior fiore degli israeliti? Come hanno potuto non riconoscere il Signore?
Talvolta rileggendo la Scrittura mi pongo questi interrogativi. Ma non è possibile, mi dico, non aderire! Questi anziani che conoscono la Scrittura e frequentano il tempio, gente che osserva tutto ciò c'è da osservare? come possono essere così ciechi?!
Eppure anche Matteo ritrovava nelle comunità le medesime difficoltà: i pagani accoglievano con entusiasmo l'avvento del regno, mentre i giudei se ne infischiavano.
Sembrerebbe così lineare credere a Cristo!
Mmm? mi sa che questa linearità è una bella maschera che indosso. Ossì! Ci metto poco a giudicare farisei e scribi, anziani e categorie religiose varie! Ipocriti!
Ma io sarò così distante?! Farisei e simili si sono costruiti un mondo religioso a loro misura e vi aderiscono pienamente: sanno per diritto e per traverso la strada giusta per arrivare a Dio. Conoscono il percorso nei minimi particolari, fuori di lì niente.
Gli anziani sanno che, da che mondo e mondo, Dio ha un solo figlio: Israele. Non c'è altro popolo prescelto, non si dà la possibilità per altri di lavorare nella vigna.

Poi ti arriva questo maestro di Nazareth che pensa di saperla più degli altri. È arrivato il primo della classe, il signorino Gesù, e noi si dovrebbe cambiare le nostre pratiche millenarie! Il nostro passato ci assicura che se vogliamo essere cristiani dobbiamo fare così e così, altrimenti non si arriva ad una fede matura.
Mah? non siamo anche noi nel pericolo di costruirci dei percorsi, nominalmente cristiani, la cui pratica diamo per scontato che porti a Dio?! Penso alla mia testardaggine pastorale, liturgica e catechetica: mi convinco da solo che quel canto lì non ha nulla da insegnarmi, che la chitarra non è uno strumento liturgico, e le mani se non le tengo così non vanno bene, per non parlare che oggi senza un percorso di teologia settimanale non si va da nessuna parte e inoltre il catechismo si deve fare in prima elementare e alla prima comunione non ha senso che?
E così mi ritrovo talvolta, inconsciamente, ad aver ridotto la mia fede ad una religiosità degli atti. Senza più cuore, senza più vita, senz'amore. Pratiche vuote? parlo per me s'intende.
Come quel figlio che dice il suo sì tutto impettito. Dice sì, aderisce, ma nella vigna non si è visto mai. Non si è visto mai sul serio, cioè a lavorare nello stile del padrone di casa.
Oh, certo io posso vivere in un contesto nel quale inserisco la Messa, la confessione, l'educazione cattolica dei figli, l'otto per mille, la processione alla Madonna? ma rimanere sempre ai bordi della vigna. Accontentarmi di una religione disgiunta dalla fede che interpella, rompe, stuzzica!

Oggi ancora Cristo viene a me come voce che chiama: va a lavorare nella mia vigna.
Non so, se penso alla situazione di oggi, a tutte le difficoltà, a dover ricominciare? non ne ho mica voglia.
Potrei accontentarmi del minimo, stare ai bordi della vigna, vivacchiare senza tanti fastidi.
In fondo mi sembra di fare già tanto.
Appunto. Mentre nel regno di Dio passano avanti coloro che non si ritengono dentro, come pubblicani e peccatori del tempo.
Ci ripenso, mi interrogo sulla mia fede. Mi domando: che fare? Continuare ad aderire con le parole? Con un sì detto ogni settimana che non rivoluzioni la mia vita?
Usciremo dalle nostre chiese belli belli come se niente fosse?
No, basta, sono stufo. Via le maschere, mi butto nella vigna, a lavorare. Con il rischio di sbagliare. Non voglio passare la vita a dire si e vivere no, mi disgusta il mio consenso con le mani giunte e la mia lontananza nella vita vera!

Basta. Si parte. Senza tornare più indietro.
Dicevo domenica scorsa che queste settimane sono un tempo di inizi: dai catechismi alle cantorie, dalle catechesi agli oratori? anche qui, facciamoci sotto amici! Al lavoro nella vigna, con passione e con gioia, con amore ed entusiasmo!
Mai Gesù viene a noi per farci sentire in colpa. Sempre, come qui ed ora, viene per cantare la sua fiducia immensa in noi!
Sì, Cristo dona a te la sua vigna, osa costruire il regno nella tua libertà! Si fida.
Evviva!
26/09/2011 08.11
 
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Paolo Curtaz
Commento Luca 9,46-50

Ricordate sabato scorso il vangelo? Gesù diceva che stava per essere consegnato alla morte e che i discepoli non capivano ciò che stava dicendo. Ecco, oggi è la continuazione di quel vangelo. Nel momento tragico del dono totale della sua vita, Gesù deve sentire gli apostoli che discutono chi tra loro sia il più grande. Sentite lo stridore? Luca lo mette qui appositamente. Gli apostoli non hanno ancora capito il valore del dono, non hanno colto ciò che sta succedendo, non ne colgono la dimensione. Capiranno solo quando saranno masticati dalla croce, quando la loro fede smetterà di essere un'adesione sensibile ed emotiva al Rabbì Gesù per riconoscere in lui il Dio della gloria.
E mi vedo le discussioni prima o dopo le nostre celebrazioni su chi si mette in mostra per il canto, sulle discussioni di chi è più o meno nelle grazie del parroco, sui musi tirati per un lettore scelto al posto di un altro... Che tristezza! Anche noi, come gli apostoli, capiremo veramente chi è il Signore Gesù solo quando la nostra fede sarà piantata ai piedi della croce, come un parafulmine, quando la nostra fede si staccherà dalle piccole soddisfazioni degli "addetti al sacro" per diventare autentici.
Gesù, avete sentito, si mette da parte, ancora una volta. Mettetevi nei suoi panni: non avreste voluto una parola di incoraggiamento? Una frase di sostegno? Macché, Gesù si mette da parte, ancora una volta e diventa Maestro, insegna lo stile che deve prevalere nei rapporti tra i discepoli. Logica del fanciullo che dipende dagli adulti, logica di chi accetta di essere condotto, di chi non pretende nulla per sé. Impariamo dal Maestro, amici, impariamo la logica del dono nei nostri rapporti.

Siamo pieni di stupore, Signore, davanti al tuo atteggiamento. Avresti bisogno di ascolto e invece, come sempre ti passi sopra, ti metti da parte e insegni ai tuoi discepoli, a noi, ad essere come dei bambini, solari e semplici. Nessun gioco di potere tra i cristiani, perché noi siamo tutti fratelli e uno solo è il Maestro, il Signore Gesù che vive nei secoli dei secoli.

27/09/2011 14.16
 
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Eremo San Biagio
Commento Luca 9,51-56

Dalla Parola del giorno
I discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Come vivere questa Parola?
Per penetrare più a fondo nel cuore di questo comportamento di Gesù, bisogna cogliere l'intensità degli eventi descritti all'inizio del brano evangelico di oggi. La vita del Signore Gesù sta andando verso quel compimento del suo mistero di amore che, con ferma decisione (e consapevolezza di quello che sta per avvenire) sospinge Gesù a imboccare la strada per Gerusalemme. Secondo l'itinerario previsto dovrebbe attraversare anche qualche villaggio dei Samaritani che, per discordie motivate dal modo di interpretare certe quisquiglie della Legge, sono acerrimi nemici di quanti vivono a Gerusalemme. Non solo. Ma non permettono neppure a Gesù e ai suoi di sostare in mezzo a loro, dato che sono incamminati verso la città nemica. Giovanni e Giacomo che - notiamolo! - sono con Pietro gli apostoli più vicini al Signore, danno in escandescenze di fronte a questa mancanza di riguardo per il loro maestro. E chiedono a lui se non è il caso di invocare dal cielo un fuoco che li punisca a dovere.
Il testo è lapidario dicendo: "Ma Gesù si voltò e li rimproverò". Nella redazione di un altro evangelista troviamo anche le parole di quel monito: "Voi non sapete di che spirito siete".
Tutto l'episodio è una scena di vita che mi aiuta a prendermi in mano. In un'epoca come la nostra dove tutto il correre e l'efficientismo generano conflitti a non finire, è facile anche per me cedere all'ira, alla passionalità del rimprovero forte, fuori misura.

Vivo la sosta silenziosa chiedendo pace e pacatezza.

Signore Gesù, mite e umile di cuore, non finirò mai di pregarti: rendi il mio cuore simile al tuo.

La voce di un grande
Credo nel messaggio di Verità trasmesso da tutti i maestri religiosi del mondo. Ed è una mia preghiera costante quella di non avere mai un pensiero di rabbia contro i miei aguzzini, anche se cadessi vittima di un proiettile assassino, vorrei poter rendere l'anima con il ricordo di Dio sulle labbra. Sarei contento di essere svilito come un impostore se le mie labbra all'ultimo momento pronunciassero una parola di rabbia o un insulto contro il mio assalitore.
Gandhi

28/09/2011 08.33
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Luca 9,57-62

1) Preghiera

O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, camminando verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca 9,57-62
In quel tempo, mentre andavano per la strada, un tale disse a Gesù: ?Ti seguirò dovunque tu vada?.
Gesù gli rispose: ?Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell?uomo non ha dove posare il capo?.
A un altro disse: ?Seguimi?. E costui rispose. ?Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre?.
Gesù replicò: ?Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va? e annunzia il regno di Dio?.
Un altro disse: ?Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa?.
Ma Gesù gli rispose: ?Nessuno che ha messo mano all?aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio?.


3) Riflessione

? Nel vangelo di oggi continua il lungo e duro cammino di Gesù dalla periferia della Galilea verso la capitale. Uscendo dalla Galilea, Gesù entra in Samaria e prosegue verso Gerusalemme. Ma non tutti lo capiscono. Molti lo abbandonano, perché l?impegno è enorme. Ma altri si avvicinano e si presentano per seguire Gesù. All?inizio della sua attività pastorale, in Galilea, Gesù aveva chiamato tre uomini: Pietro, Giacomo e Giovanni (Lc 5,8-11). Anche qui in Samaria sono tre le persone che si presentano o che sono chiamate. Nelle risposte di Gesù, emergono le condizioni per poter essere discepolo/a di Gesù.
? Luca 9,56-58: Il primo dei tre nuovi discepoli. ?In quel tempo, mentre andavano per la strada, un tale disse a Gesù: ?Ti seguirò dovunque tu vada?. Gesù gli rispose: ?Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell?uomo non ha dove posare il capo?. A questa prima persona che vuole essere discepolo, Gesù chiede di spogliarsi di tutto: non ha dove posare il capo, tanto meno deve cercare una falsa sicurezza dove posare il suo pensiero.
? Luca 9,59-60: Il secondo dei tre nuovi discepoli. Ad un altro disse: ?Seguimi?. E costui rispose. ?Signore, concedimi di andare prima a seppellire mio padre?. Gesù replicò: ?Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va? e annunzia il regno di Dio?. A questa seconda persona chiamata da Gesù a seguirlo, Gesù chiede di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Si tratta di un detto popolare che significa: lascia le cose del passato. Non perdere tempo con ciò che è stato e guarda avanti. Dopo aver scoperto la vita nuova in Gesù, il discepolo non deve perder tempo con ciò che è già accaduto.
? Luca 9,61-62: Il terzo dei tre nuovi discepoli. ?Un altro disse: ?Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa?. Ma Gesù gli rispose: ?Nessuno che ha messo mano all?aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio?. A questa terza persona chiamata ad essere discepolo, Gesù chiede di spezzare i legami familiari. In un?altra occasione aveva detto: Chi ama suo padre e sua madre più di me, non può essere mio discepolo (Lc 14,26; Mt 10,37). Gesù è più esigente del profeta Elia che lascia che Eliseo saluti e si accomiati dai suoi genitori (1Re 19,19-21). Significa anche rompere con l?attaccamento alle proprie origini razziali e con la struttura familiare patriarcale.
? Sono tre le esigenze fondamentali presentate quali condizione necessaria per colui o colei che vuole essere discepolo/a di Gesù:
(a) abbandonare i beni materiali,
(b) non attaccarsi ai beni personali goduti ed accumulati nel passato, e
(c) rompere con i legami familiari. In realtà, nessuno, pur volendolo, può spezzare i legami familiari, né rompere con le cose vissute nel passato. Ciò che è chiesto è sapere reintegrare tutto (beni materiali, vita personale e vita familiare) in modo nuovo attorno al nuovo asse che è Gesù e alla Buona Novella di Dio che lui ci porta.
? Gesù, lui stesso, visse e si rese conto di ciò che chiedeva ai suoi seguaci. Con la sua decisione di salire verso Gerusalemme Gesù rivela qual è il suo progetto. Il suo cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51 a 19,27) è rappresentato come l?assunzione (Lc 9,51), l?esodo (Lc 9,31) o la traversata (Lc 17,11). Giunto a Gerusalemme, Gesù compie l?esodo, l?assunzione o la traversata definitiva da questo mondo verso il Padre (Gv 13,1). Solo una persona veramente libera può farlo, perché un tale esodo presuppone di dedicare completamente la propria vita ai fratelli (Lc 23,44-46; 24,51). Questo è l?esodo, la traversata, l?assunzione di cui le comunità devono rendersi conto per portare avanti il progetto di Gesù.


4) Per un confronto personale

? Paragona ciascuna di queste tre esigenze con la tua vita.
? Quali sono i problemi che emergono nella tua vita a seguito della decisione che hai preso di seguire Gesù?



5) Preghiera finale

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie.
(Sal 138)

29/09/2011 08.42
 
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Eremo San Biagio
Commento Ap 12,10

Dalla Parola del giorno
Udii una gran voce che diceva: ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che lo accusava davanti al nostro Dio giorno e notte.

Come vivere questa Parola?
Nella liturgia odierna la Chiesa ci invita a fare memoria delle potenze angeliche. In particolare ricorda, con Gabriele e Raffaele, San Michele, l'arcangelo che riuscì vittorioso sul "grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato il diavolo e satana" (v.9), per esprimerci con le parole stesse dell'Apocalisse.
La pericope su cui ci soffermiamo è l'inneggiare di una voce misteriosa che, dal cielo, proclama l'esito ultimo della storia, un esito che ci rinfranca il cuore perché è salvezza per tutti quelli che, facendo buon uso della libertà, scelgono di lasciarsi detergere dal sangue del Cristo e di affidarsi alla "potenza" di Dio e al Regno di Cristo. Proprio in forza del suo mistero pasquale, satana è stato precipitato, buttato fuori dall'ambito di ogni possibilità di prevaricazione definitiva. Egli, che invidioso dell'amore di Dio per l'umanità, accusava gli uomini presso Dio mentre li tentava a ribellarsi alla sua signoria di amore, ha ormai perduto la guerra. L'Arcangelo Michele l'ha sconfitto dentro il dilagare salvifico del sangue di Gesù, l'Agnello crocifisso.
Il grande conflitto, dunque, tra la luce e le tenebre, ha esito positivo. Non c'è da temere. Le forze diaboliche non prevarranno e il fiume della storia, anche con acque agitate, scorre verso un porto sicuro, una foce di salvezza.
Ma, come diceva un uomo spirituale che ho avuto il dono di conoscere, Satana ha perduto la "guerra", ma noi non dobbiamo fargli vincere le piccole o grandi "battaglie" in cui lui cerca di... "rumoreggiare" dentro le nostre giornate. Bisogna stare all'erta. Senza però alcuna paura o ansia! A darci man forte, ci sono anche gli Angeli, in prima linea l'Arcangelo S.Michele.

Nella pausa pausa contemplativa, mi lascio interpellare dal mistero della lotta tra il bene e il male dentro tutta la storia e dentro la mia vita. Lo dimentico, lo sottovaluto o ne sono turbato, confuso e angosciato?

Signore, dammi una mente pensosa e un cuore vigilante. Fa' che non sia ingenuo e superficiale, ma capace di chiamare in causa chi, come l'Arcangelo Michele, se pregato, mi può aiutare a essere "figlio della luce".

La parola di un certosino del XVI secolo
Dio dà all'uomo gli angeli, che sono principi nobilissimi del cielo, al suo servizio. E non potrebbe sembrare sconveniente deputare spiriti così nobili al servizio dell'uomo, povera creatura terrena, se non sapessimo che ciò proviene dall'immensa carità di Dio verso l'uomo?
Lanspergio

30/09/2011 15.00
 
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padre Lino Pedron
Commento su Luca 10,13-16

Le città di Corazin, di Betsaida e di Cafarnao erano i luoghi nei quali Gesù aveva sviluppato, più che altrove, la sua attività. Di questa attività vengono messi in particolare rilievo i miracoli, nei quali si era manifestata la potenza divina di Gesù. Il centro dell'attività di Gesù era Cafarnao, la "sua città" (Mt 9,1). Ad essa, come alle altre due città, aveva offerto salvezza, potenza e gloria. Ma esse non hanno corrisposto.

Gesù sa che Tiro e Sidone, le due città pagane ritenute il centro del materialismo e dello sfruttamento dei poveri (cfr Is 23,1-11; Ez 26-28), avrebbero fatto penitenza se avesse compiuto in esse i miracoli compiuti a Corazin, a Betsaida e a Cafarnao.

L'esclamazione "Guai a te!" non è una minaccia, ma un grido di compianto e di lamento, "ahimè!" (cfr Lc 6,24ss). E' il dolore di Dio per il male dell'uomo, il dolore dell'Amore non riamato. La pena del giudizio non è "Guai a te!", ma "Guai a me per te". Diventa infatti la croce di Cristo, che è l'"ahimè!" di Dio per l'uomo.

In sé il rifiuto, come ogni altro male, non è direttamente contro Dio, ma contro chi lo rifiuta e così fa il proprio male. Ma come il male dell'amato tocca profondamente chiunque ama, così il male dell'uomo tocca infinitamente il cuore di Dio, perché egli ama l'uomo in modo infinito. Per questo il peccato provoca il lamento e la sofferenza reale di Dio. La croce di Cristo esprime insieme la serietà del suo amore e la gravità del nostro male. Il vero amore, quando non è amato, non minaccia. Non può che lamentarsi e morire di passione. La passione di Dio è infinita come il suo amore.

Da questo si può capire la libertà, ma anche la tremenda responsabilità di rifiutare la salvezza offerta da Dio. Ma, ancor più, il giudizio del rifiuto e il male che ne consegue non ricadono su di noi, ma su di lui che continua ad amare e ad offrirsi, senza lasciarsi condizionare dal nostro rifiuto e dalla durezza del nostro cuore. Infatti "il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui" (Is 53,5), e "colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio" ( 2Cor 5,21), e ancora "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi" ( Gal 3,13). Questo "ahimè!" di Dio è il più forte annuncio della salvezza e non, come qualcuno erroneamente crede, la minaccia della dannazione eterna.

Gesù non condanna Corazin, Betsaida e Cafarnao, ma vuole far comprendere loro la grandezza del dono d'amore che esse hanno rifiutato, perché si ravvedano e l'accolgano. Il fine di ogni parola di Dio all'uomo non è la condanna, ma la conversione.

La missione ha il suo principio e la sua sorgente nell'amore del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr 1Tm 2,3-4). Egli ha mandato il suo Figlio per la salvezza del mondo (cfr Gv 3,16).

Come Gesù è l'apostolo del Padre, così anche noi siamo gli apostoli di Gesù, designati a continuare la sua missione di salvezza. Nei suoi messaggeri è presente Gesù e in Gesù è presente il Padre. La parola detta dai messaggeri, quando parlano secondo il vangelo, è la parola di Gesù e, in definitiva, la parola del Padre: "Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato" (v.16).

Esiste una catena inscindibile tra i messaggeri, Gesù e il Padre. Per la sua mediazione verso il popolo Gesù si serve dei messaggeri. L'uomo viene condotto a Dio dall'uomo.

Tra i due atteggiamenti, ascoltare o disprezzare, non esiste una via di mezzo. Nessuno può restare indifferente di fronte alla parola di Dio. Chi non è con Gesù, è contro di lui. Chi non osserva la sua parola, la rifiuta e la disprezza.

L'annuncio del regno di Dio è la forma più alta di testimonianza cristiana, perché associa alla passione di Cristo: ci espone insieme con lui, inviato a testimoniare l'amore del Padre, al rifiuto, alla persecuzione e alla croce.

01/10/2011 08.07
 
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Paolo Curtaz
Commento Luca 10,17-24

I discepoli tornano pieni di gioia: la Parola del maestro, che loro annunciano prima del suo passaggio nei villaggi, suscita stupore, smuove i cuori, libera dalla paura e dalla tenebra... Si percepisce questa euforia nel racconto di oggi: Gesù gioisce per i suoi, Gesù gioisce per ciascuno di noi, quando abbiamo capito di essere chiamati a rendere testimonianza nella semplicità, Gesù gioisce della nostra gioia, ciascuno di noi è la gioia di Dio.
Il Signore vede che la sua Parola diventa concretezza, si trasforma in annuncio, converte i cuori. Sta nascendo la Chiesa, la comunità di coloro che - trasformati dalla Parola di Dio - preparano la strada al Maestro e vivono momenti di comunione e di speranza in cui i serpenti della divisione e gli scorpioni dell'egoismo vengono sconfitti dalla nuova fraternità.
La gioia più grande, però, deriva dal fatto dello scoprire di essere conosciuti e amati da Dio. Troppe volte facciamo l'esperienza dell'essere dimenticati e - in fondo - la più grande paura della nostra vita consiste nel non essere ricordati, cioè non amati. La più bella notizia della Scrittura è proprio questa: ognuno di noi è conosciuto e prezioso agli occhi di Dio, il nostro nome è scritto sul palmo della sua mano e mai saremo dimenticati. Iniziamo la giornata alla luce di questa parola, siamo la gioia di Dio e il nostro nome, il nostro destino è scritto nel cuore stesso di Dio!

Anche noi, Signore, siamo pieni di gioia nel vedere che la tua Parola porta luce, scalda i cuori, incoraggia gli sfiduciati. Ma più di ogni altra cosa, ci riempie il cuore di gioia il sapere che il nostro nome è sempre davanti ai tuoi occhi, Dio amorevole benedetto nei secoli!

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