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MEDITIAMO LE SCRITTURE (Vol 3)

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2011 08.44
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02/07/2011 08.19
 
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Commento su Luca 2,41-51
Eremo San Biagio  
Vangelo: Lc 2,41-51   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Lc 2,41-51)

Dalla Parola del giorno
"Sua madre disse a Gesù: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo. Rispose loro: perché mi cercavate? Non sapevate che io devo ESSERE nelle cose del Padre mio? [...] E la Madre sua conservava tutte quelle parole nel suo cuore".

Come vivere questa Parola?
In questo giorno, sacro alla memoria del cuore di Maria, la Chiesa ci propone una pagina forte. Vi è narrato il pellegrinaggio di Maria e Giuseppe a Gerusalemme che era un'adempienza richiesta (almeno una volta all'anno) dalla legge mosaica. Essi portano con sé Gesù dodicenne, cioè nell'anno in cui Egli sta per diventare "adulto". A tredici anni, infatti, l'ebreo era considerato adulto e dunque "figlio della legge" con tutti gli obblighi del caso. A Gerusalemme, però, Maria e Giuseppe vivono un momento drammatico. Per tre giorni cercano Gesù che hanno smarrito. E l'ansia di questo evento, proprio da Maria è espressa, quando dice al figlio, appena ritrovato mentre esprime sapienza tra i dottori nel tempio: "Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo". Mirabile la risposta di Gesù: "Io devo essere nelle cose del Padre mio". E' come l'apparire di un barbaglio forte di luce nel fitto velo di un'esistenza apparentemente in tutto come le altre. Sì, i tre giorni di smarrimento di Gesù a Gerusalemme sono il preludio dei tre giorni della sua morte e risurrezione. Sua madre non sa, non capisce. Anche per Maria tutto è MISTERO da accogliere e custodire nel cuore. E' lì dove ella vive quel che riguarda il Figlio: nella fede pura che è anche gestazione di amore; nel cuore sede dell'interiorità.

A Maria mi affiderò oggi nella mia pausa contemplativa. Starò con lei, chiedendole di imparare il silenzio di una fede profonda che, nel cuore, diventi affidamento al mistero di Gesù e gestazione di un amore sempre nuovo: il suo da donare a tutti.

La voce di una santa contemplativa
"La Vergine conservava queste cose nel suo cuore", tutta la sua vita si può riassumere in queste parole! E' dentro il suo cuore che ella è vissuta e in una tale profondità che lo sguardo umano non la può seguire.
Elisabetta della Trinità

03/07/2011 11.19
 
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Wilma Chasseur  
XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (06/07/2008)
Vangelo: Mt 11,25-30   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 11,25-30)

Il tema dominante dei testi di questi domenica è l'umiltà. "Imparate da me che sono mite e umile di cuore". Termine ormai in via d'estinzione in una società che predica l'arrivismo a tutti i costi, la corsa ai primi posti, l'importanza di strappare il consenso, l'applauso, l'audience, la prima pagina e poi anche la seconda e la terza e via di seguito.
In un mondo dunque, dove tutti dicono che bisogna farsi avanti, il Vangelo invita a farsi indietro o, perlomeno, a stare al proprio posto. "Imparate da me che sono mite e umile di cuore ed ecco il bello!- troverete ristoro per le vostre anime". Ecco perché il mondo non trova ristoro e neanche riposo: perché è una gran fatica stare dietro a tutto quel farsi avanti, e anche un gran dispendio di energie, mentre starsene indietro o, perlomeno, starsene al proprio posto, sarebbe, oltre che un gran riposo, anche un gran ristoro per le nostre anime. Infatti solo allora saremmo veramente ristorati perché saremmo visitati dalla presenza dell'Amico per eccellenza che - finché siamo tutti occupati a cercare noi stessi- non possiamo pretendere di incontrarlo per il semplice fatto che non ci sogniamo neanche di cercarlo! E Lui rispetta e sta in disparte…
"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli". Solo occupandoci di ascoltare lui - e non le voci tonanti del mondo- impareremmo infatti, "quelle cose" che ci renderebbero veramente sapienti, di quella sapienza tutta speciale, nascosta, non appariscente né ridondante, ma tanto più sostanziale, perché procedente dalla Sapienza stessa, fatta Persona incarnata.
"Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò". Siamo affaticati certo, perché continuamente alla ricerca di cose che non ci sono, cioè che ci sfuggono perché non ci saziano: sono come dei miraggi che appena crediamo di afferrarli e di spremerli fino all'ultima goccia, ecco che si volatilizzano nel nulla, lasciandoci l'amaro in bocca e il vuoto nel cuore.
Siamo stanchi perché continuiamo a correre e non abbiamo neanche più il tempo di chiederci dove andiamo, anzi addirittura il tempo si è messo a correre pure lui - non diciamo forse sempre più spesso" coi tempi che corrono"… Siamo riusciti a far correre anche il tempo, come se, stando fermo, non passasse lo stesso!. E poi ci stupiamo di essere stanchi! Di questo passo arriveremo, non solo stanchi, ma sfiniti! Dove? Ecco il punto: nessuno lo sa! Si corre e si continua a correre, ma la meta, nessuno sa quale sia e, forse, nessuno se la prefigge più. Quindi la conseguenza più logica è che siamo anche oppressi, è il minimo! Come non essere oppressi da questo continuo correre senza mai sapere perché si corre e dove si corre? Siamo oppressi dal non senso della nostra esistenza, dal non trovare risposte perché non siamo più capaci di farci le vere domande: perché vivo, da dove vengo, dove vado? Abbiamo perso la nostra carta d'identità, quella vera, esistenziale, che ci verrà chiesta, non ai confini di Stato, ma a quelli della vita:
Da dove vieni? Dall'Esilio (questa terra)
Dove vai? Torno in Patria (il Cielo)
Chi è tuo padre? Dio
Il visto d'entrata? I meriti di Gesù Cristo morto e risorto per me.
E' questa la nostra realtà: veniamo da Qualcuno e torniamo a Qualcuno. Non veniamo dal nulla e non torniamo al nulla, ma veniamo da Dio e torniamo a Lui. Non esiste il nulla, esiste Dio. Jahwè significa "Colui che è", mentre il nulla vuol dire "ciò che non è". Come si può credere di tornare nel nulla che, per definizione non esiste. C'è una contraddizione in termini. Ma Dio non è solo colui che è, cioè che esiste per forza propria, ma anche Colui che è vicino. Vicino ad ognuno di noi: ci ascolta, ci perdona e ci ristora quando siamo stanchi, affaticati e oppressi.

04/07/2011 09.37
 
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Mt 9,18-26
Le letture di oggi devono suscitare in noi il desiderio di una fede più grande. Gesù dice a questa donna: "La tua fede ti ha guarita". La fede ha fatto sì che il contatto fisico con lui ("Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita") fosse un contatto ben diverso da quello ordinario: "In quell'istante la donna guarì". La fede vede nella realtà nuove possibilità, invisibili nell'assenza di fede. Gesù stesso esprime ciò che vede la fede, quando dice: "La fanciulla non è morta, ma dorme". Sembra morta, ma la fede vede che può rivivere. Per quelli che non hanno fede queste sono parole senza senso e, dice il Vangelo, "si misero a deriderlo". Vedono la realtà concreta e dicono: "E evidente, è morta, ne siamo ben sicuri, non può certo vivere di nuovo", perché non vedono la nuova possibilità che la fede mette in quella realtà.
Noi che crediamo in Gesù siamo chiamati a vedere queste nuove possibilità e a trasformare anche realtà di morte in realtà di vita.
Il racconto della visione di Giacobbe suscita gli stessi pensieri. Giacobbe ha preso una pietra, se l'è posta come appoggio sotto la testa: è una pietra. Ma in questa pietra c'è la presenza di Dio e Giacobbe al suo risveglio lo riconosce: "Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo". C'era una possibilità che lui ignorava, e il Signore gliel'ha rivelata; era possibile una relazione fra il cielo e la terra: "una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli Angeli di Dio salivano e scendevano su di essa". Quella non era una comune pietra, ma il luogo della presenza di Dio.
Quante volte noi vediamo soltanto "pietre", fermandoci all'aspetto più immediato della realtà: qualche difficoltà, la malattia, le contrarietà, qualche dissenso sul lavoro o in famiglia, li vediamo solo come tante pietre sul nostro cammino. Se abbiamo fede viva scopriamo che queste pietre, concrete, non sono la realtà totale. Noi vediamo l'apparenza ma nel profondo c'è l'amore del Signore, che ci offre la possibilità di un rapporto più vivo con lui, di una trasformazione della realtà quotidiana.
Chiediamo al Signore la grazia di avere gli occhi aperti e di aumentare la nostra fede, perché possiamo vedere le cose nella loro vera, profonda realtà.
05/07/2011 07.57
 
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L'idolatria, vizio del cuore umano
Monaci Benedettini Silvestrini  
Martedì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno II)
Vangelo: Mt 9,32-38   Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Mt 9,32-38)

Nel brano del profeta Osea si ripete l'accusa che Dio fa al suo popolo perché si dà all'idolatria alle divinità fabbricate dalle mani dell'uomo che non sanno e non possono salvare. Mi colpiscono però le parole che descrivono una constatazione di fatto: "E poiché hanno seminato vento raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia, non darà farina e se ne produce, la divoreranno gli stranieri". Mi sembra di riscontrare la situazione di tanti nostri fedeli che si confessano una volta l'anno o anche di meno e intanto vivono in uno stato di privazione di grazia per cui tutte le loro azioni, anche umanamente buone, sono come grano senza spiga, infruttuose per la salvezza eterna. Non mi sembra fuori posto questo richiamo e rimprovero del profeta. Quando ci si abbandona al peccato senza avvertire il bisogno di chiedere perdono a Dio è come se rendessimo il nostro culto a un Dio creato dalle nostre mani o immaginazione. Opportunamente il brano del vangelo ci presenta il muto e per di più indemoniato. La mutolezza è il peccato dell'uomo che non sa parlare a Dio, non sa rivolgere a Lui una preghiera e nemmeno ascoltare la sua voce. Quando non si ha il colloquio con Dio, necessariamente ci si rivolge a chiedere aiuto ad altri esseri che si trovano nella incapacità di aiutarci. Volesse il cielo che ci si rivolga agli inviati dal Signore, agli operai del vangelo! Si avrebbe almeno una parola di verità e un invito a ricorrere all'aiuto del Dio misericordioso che sa guarire senza umiliare. Tre terzi dell'umanità che vive nella ignoranza della salvezza operata dal Signore Gesù ma molti credenti affetti da sordità e mutolezza spirituale fanno dire a Gesù: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe." Invito che impegna tutti i credenti nel Signore a supplicare perché la sua vigna non manchi di validi e generosi operai.

06/07/2011 08.01
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Idolatria e missione dei Dodici

Spesso sentiamo della frasi che ci riportano all'incredulità di san Tommaso: Se non vedo, non credo! E dal momento che Dio è invisibile e le realtà della sua esistenza non cadono sotto i sensi, allora si è spinti a rigettare questo Dio che appare così lontano dalle nostre povere vicende umane per affidarle a divinità che ci costruiamo con la nostre mani. L'idolatria infatti consiste nel rendere culto divino a opera costruita dalle mani dell'uomo, a un simulacro o animale ben visibile. Gli Ebrei del tempo di Osea andavano ad adorare le divinità dei popoli pagani da cui erano circondati. Il mondo moderna ha idoli ben più raffinati: il potere, la ricchezza, il piacere, l'egoismo, lo sport, la droga, l'internet?Quando nel cuore entrano questi idoli, a cui affidano cose e progetti, il vero Dio viene ignorato e cacciato, «non c'era posto per lui», leggevamo nel vangelo del Natale. Proprio per togliere l'uomo da questa umiliazione della su dignità di figlio di Dio, il Signore annuncia il suo vangelo come ci testimonia Paolo nella lettera ai Romani. Perché questa predicazione giunga a tutti, egli elegge i dodici apostoli che pur nella loro fragilità umana, costituiranno le colonne del tempio di Dio e proclameranno in tutto il mondo che Gesù è vero e unico figlio di Dio che va adorato e riconosciuto come salvatore. Per il nostro tempo, in cui l'annunzio della salvezza è risuonata e risuona costantemente, l'idolatria diventa un peccato e una deviazione etica molto più grave che per gli Ebrei al tempo dei profeti. Il richiamo a camminare nella giustizia si fa quanto mai impellente anche ai nostri giorni. La giustizia, intesa come santità, esige di rendere a Dio quello che Lui appartiene: adorazione e ringraziamento? e agli uomini il rispetto della personale dignità. Forse si deve concordare amaramente con il vangelo quando dice: Il mondo è posto nella malignità! Quanta indifferenza, trascuratezza o anche avversione per tutto ciò che riguarda il culto al vero Dio! Vive nell'ingiustizia l'uomo che nega a Dio il suo culto spirituale nell'osservanza delle norme evangeliche, commette gravi ingiustizie quando opprime, disprezza, sfrutta, abusa del suo simile. Voglia il Signore raddolcire la durezza del cuore umano suscitando sentimenti di riconoscenza verso il Signore e di misericordia e di comprensione verso il prossimo.

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07/07/2011 14.23
 
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Riflessione sul brano di Gen 44,18-21.23-29; 45,1-5

La storia di Giuseppe è già come una bellissima anticipazione del Vangelo; vi si trovano sentimenti così delicati di bontà da commuoverci sempre. Nella lettura di oggi Giuseppe si rivela ai suoi fratelli: "Io sono Giuseppe!". Atterriti alla presenza di colui che avevano voluto sopprimere, essi non trovano neppure la forza di parlare, ma egli li rassicura: "Venite vicino a me! Sono il vostro fratello che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate: Dio mi ha mandato qui prima di voi per mantenervi in vita". Questo è meraviglioso. Giuseppe riconosce, nella terribile vicenda di cui egli stesso fu vittima, l'intenzione provvidente e misericordiosa di Dio. Avrebbe potuto dire: "Dio mi ha salvato e ora mette nella tribolazione i miei persecutori. Adesso io posso rallegrarmi, e loro portano giustamente il peso del peccato che hanno commesso". In fondo è anche detto nella Scrittura che Dio premia i buoni e punisce i malvagi. Ma Giuseppe ha letto più profondamente l'intenzione di Dio. "Voi mi avete venduto". E la cruda realtà, ma al disotto di essa c'è l'intenzione positiva di Dio:
"Dio mi ha mandato qui prima di voi per salvarvi".
La generosità divina si serve anche del male per il bene, ma non è facile riconoscerlo quando il male si è accanito contro di noi. E ancor meno facile è aiutare chi ci ha fatto del male, capire che Dio vuol associarci alla sua infinita bontà dandoci la possibilità di perdonare e di compiere il bene a favore di chi ci ha offeso. E veramente rivelazione divina.
Infatti la storia di Giuseppe è prefigurazione di quella di Cristo, della sua passione e glorificazione. Gesù fu consegnato alla morte per invidia, come Giuseppe fu mandato incontro a una morte quasi sicura per l'invidia dei suoi fratelli. Ma questa vicenda di morte sfocia invece, per volontà di Dio, nella glorificazione di Giuseppe; e Gesù, per aver accettato volontariamente la morte, è glorificato alla destra del Padre suo. Giuseppe avrebbe potuto punire duramente i suoi fratelli ed invece li ha salvati dalla morte; Gesù potrebbe usare il suo potere divino per punire i peccatori, invece porta loro risurrezione e vita. L'ingiustizia tremenda della morte
di Gesù si è trasformata in salvezza e giustificazione per tutti; Giuseppe, alla morte di Giacobbe, dirà ai suoi fratelli pieni di timore: "Non temete! Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene. Sono io forse al posto di Dio?". E stupendo: Giuseppe aderisce di tutto cuore a questa trasformazione operata da Dio. Proprio per questo è figura del Signore Gesù ed è insieme un modello per noi, insegnandoci a riconoscere in ogni vicissitudine l'intenzione di amore di Dio.

08/07/2011 14.36
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome

Il discepolo di Gesù deve avere una verità forte nel suo cuore: lui non è solo per le vie del mondo, non è abbandonato a se stesso, non è lasciato in balia della grande tempesta. La tempesta ci sarà sempre. Essa è in tutto simile a quella vissuta da Paolo e raccontata nel Libro degli Atti: "Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell'Espiazione; Paolo perciò raccomandava loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. Ma non molto tempo dopo si scatenò dall'isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva.
La grande tempesta della persecuzione, dell'odio, dell'invidia, della stoltezza, della stupidità umana si abbatterà sempre contro i missionari di Cristo Gesù con un solo fine: ottenere la loro eliminazione sia fisica che spirituale. Il Vangelo lo afferma con divina chiarezza. Nessuno sarà mai immune da questa grande tempesta.
Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un'altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo.
Come Cristo non è stato solo - il Padre era con Lui sempre -, come Paolo non è stato mai solo - Gesù era sempre vicino a lui per assisterlo e confortarlo -, così sarà di ogni discepolo del Signore. Gesù sarà sempre con lui in ogni momento della tempesta per suggerirgli le cose da fare e da evitare. La tempesta di cui si serve il mondo per il più grande male è trasformata da Cristo Gesù e dal Padre suo in uno strumento di più grande credibilità e di testimonianza alla verità del Vangelo.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli e Santi, dateci questa forte fede.

09/07/2011 08.50
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

O Dio, che nell?umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l?umanità dalla sua caduta,
donaci una rinnovata gioia pasquale,
perché, liberi dall?oppressione della colpa,
partecipiamo alla felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...




2) Lettura

Dal Vangelo secondo Matteo 10,24-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ?Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari! Non li temete dunque, poiché non c?è nulla di nascosto che non debba esser svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all?orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l?anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l?anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch?io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch?io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli?.



3) Riflessione

? Il vangelo di oggi ci presenta diverse istruzioni di Gesù sul comportamento che i discepoli devono adottare nell?esercizio della loro missione. Ciò che maggiormente colpisce in queste istruzioni sono due avvertenze: (a) la frequenza con cui Gesù allude alle persecuzioni e alle sofferenze che dovranno sopportare; (b) l?insistenza tre volte ripetuta al discepolo di non avere paura.
? Matteo 10,24-25: Persecuzioni e sofferenze che marcano la vita dei discepoli. Questi due versetti costituiscono la parte finale di una avvertenza di Gesù ai discepoli riguardo alle persecuzioni. I discepoli devono sapere che, per il fatto di essere discepoli di Gesù, saranno perseguitati. (Mt 10,17-23). Ma ciò non deve essere per loro motivo di preoccupazione, poiché un discepolo deve imitare la vita del maestro e condividere con lui le prove. Questo fa parte del discepolato. ?Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone?. Se hanno chiamato Belzebù a Gesù, quanto più insulteranno i suoi discepoli! Con altre parole, il discepolo di Gesù dovrà preoccuparsi seriamente se nella sua vita non spuntano persecuzioni.
? Matteo 10,26-27: Non abbiate timore di dire la verità. I discepoli non devono aver paura di essere perseguitati. Coloro che li perseguitano, riescono a sovvertire il senso dei fatti e spargono calunnie che cambiano la verità in menzogna, e la menzogna in verità. Ma per grande che sia la menzogna, la verità alla fine trionferà e farà crollare la menzogna. Per questo, non dobbiamo aver paura di proclamare la verità, le cose che Gesù ha insegnato. Oggigiorno, i mezzi di comunicazione riescono a sovvertire il significato delle cose e le persone che proclamano la verità sono considerate criminali; fanno apparire giusto il sistema neoliberale che sovverte il senso della vita umana.
? Matteo 10,28: Non aver paura di coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli non devono aver paura di coloro che uccidono il corpo, che torturano, che colpiscono e fanno soffrire. I torturatori possono uccidere il corpo, ma non riescono ad uccidere la libertà e lo spirito nel corpo. Devono aver paura, questo sì, del fatto che il timore di soffrire li porti a nascondere o a negare la verità, e ciò li spinga ad offendere Dio. Perché chi si allontana da Dio si perde per sempre.
? Matteo 10,29-31: Non aver paura, ma avere fiducia nella Provvidenza Divina. I discepoli non devono temere nulla, perché stanno nella mano di Dio. Gesù ordina di guardare gli uccelli. Due passeri si vendono per un soldo, ma nessuno di essi cadrà a terra senza che il Padre lo voglia. Tutti i nostri capelli sono contati. Luca dice che nessun capello cade senza che il Padre lo voglia (Lc 21,18). E sono tanti i capelli che cadono! Per questo, ?non abbiate timore. Voi valete più di molti passeri?. E? la lezione che Gesù trae dalla contemplazione della natura.
? Matteo 10,32-33: Non aver paura di essere testimone di Gesù. Alla fine, Gesù riassume tutto nella frase: ?Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch?io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch?io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli?. Sapendo che stiamo nelle mani di Dio e che Dio è con noi, in ogni momento, abbiamo il coraggio e la pace necessari per rendere testimonianza ed essere discepoli e discepole di Gesù.



4) Per un confronto personale

? Tu hai paura? Paura di cosa? Perché?
? A volte, sei stato/a perseguitato/a a causa del tuo impegno con l?annuncio della Buona Notizia di Dio che Gesù ci ha annunziato?




5) Preghiera finale

Degni di fede sono i tuoi insegnamenti,
la santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore.
(Sal 92)

10/07/2011 15.04
 
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mons. Ilvo Corniglia


Nel cap. XIII del suo Vangelo Matteo raccoglie sette parabole di Gesù. E' il terzo grande discorso, dopo quello della montagna (Mt 5-7) e quello missionario (Mt 10). Gesù è il Maestro messianico che riunisce la sua comunità e la educa con la sua parola. La prima parabola è quella del seminatore o del seme. E' anche la più nota. Le parabole di Gesù non sono "storielle" che accarezzano gli orecchi dell'uditorio, ma intendono scuotere, portando a riflettere e a prendere una decisione nei suoi confronti. E' importante cogliere i motivi che hanno spinto Gesù a usare il linguaggio delle parabole. Da tempo ormai sta annunciando che il Regno di Dio è vicino e un gruppo di discepoli si è formato attorno a Lui. Essi, però, vivono un momento di crisi, di disorientamento. Si chiedono con inquietudine: dov'è il Regno, cioè l'intervento decisivo di Dio che cambia tutto? E' davvero efficace la parola di Gesù? Molti, infatti, soprattutto i responsabili del popolo, non si sono convertiti davanti all'annuncio del Vangelo, anzi lo contrastano. Tanti, che si erano avvicinati a Gesù, si sono ritirati. Anche quelli che aderiscono a Lui sono poi veramente "cambiati"? Un sottile scetticismo si fa strada tra la folla e in particolare nel cuore dei discepoli, come anche in noi: vale ancora la pena seguire Gesù? Ecco allora il messaggio che vuole trasmettere con la parabola. Nell' "avventura" del Regno di Dio, che annuncia e rende presente, avviene come quando si semina. In Palestina il campo non veniva arato prima della semina, ma dopo: la semente veniva sparsa in tutte le parti del campo, anche nei sentieri che lo attraversavano e nelle zone sassose o piene di spine. Per questo molta semente andava perduta (i tre quarti secondo la parabola, che calca intenzionalmente le tinte). M a il risultato finale, cioè la resa del seme caduto sulla terra buona, compensava tutte le perdite. Così il Regno di Dio - cioè la presenza di Dio Amore che si dona attraverso Gesù - si manifesterà pienamente e già si sta facendo realmente strada, nonostante gli ostacoli e i fallimenti che Gesù incontra, nonostante lo scacco supremo che Egli vede profilarsi (la sua passione e morte). Gesù non condivide la concezione spettacolare e trionfalistica dei giudei - e di molti cristiani - i quali pretendono che, se Dio interviene, deve abbattere ogni resistenza e si scandalizzano per la lentezza, la fatica con cui la sua opera avanza nella storia. Gesù, però, vede già la fioritura e la maturazione del seme, l'abbondanza del raccolto. Questa fiducia sconfinata nella potenza di Dio e nella forza della Parola (cfr. Is. 55,10-11: I lettura) Egli vuole comunicarla ai discepoli. Vuole infondere speranza nei cristiani di ogni tempo, tentati di cedere allo scoraggiamento e alla rassegnazione davanti agli insuccessi della missione.
Il seminatore Gesù sparge il seme dovunque, con "spreco" si direbbe, non scartando nessun terreno ma ritenendo ciascuno degno di fiducia e di attenzione. Così la Chiesa deve offrire la Parola a tutti e deve farlo senza risparmio di energie. E' la vocazione di ogni cristiano. Tutti sono seminatori della Parola, dal Papa all'ultimo battezzato. Non tutti siamo seminatori allo stesso grado e con le stesse responsabilità, ma tutti siamo incaricati di portare la Parola al mondo, sapendo che è Parola la nostra vita prima ancora che la nostra voce.
Ogni mattina ogni cristiano dovrebbe "uscire a seminare", senza scoraggiarsi se una parte del seme dovesse cadere su un terreno non buono...Il seminatore evangelico è sostenuto dalla certezza che esiste il buon terreno e che il terreno apparentemente non buono potrebbe invece esserlo o comunque diventarlo per l'intervento di Dio. "Seminate, seminate la Parola di Dio" (Santa Caterina da Siena).
La parabola mostra il contrasto fra l'inizio umile e modesto del Regno, nella parola e attività di Gesù, e il suo splendore futuro. In tal modo mette in luce la fecondità del seme e invita a riporre ogni fiducia nella potenza di Dio che porta avanti il suo Regno attraverso l'opera di Gesù e la missione evangelizzatrice della Chiesa, anche se apparentemente infruttuose.
E il medesimo contrasto che richiama s. Paolo fra la realtà attuale ? segnata dalla precarietà e dal dolore ? e il compimento finale: "...le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che deve essere rivelata in noi" (Rm 8, 18-23: II lettura).

Invece nella spiegazione della parabola ai discepoli (vv 18-23) Gesù sposta l'interesse sulla risposta libera dell'uomo, che ha la terribile capacità di condizionare l' "onnipotenza" della Parola di Dio. Il terreno su cui il seme cade può essere in vario modo refrattario...Gesù elenca alcuni tipi di terreno che indicano altrettanti atteggiamenti nei confronti del Regno e del Vangelo.
L'uditore che somiglia alla strada è impenetrabile: su di lui la Parola rimbalza e non ha nessuna possibilità di attecchire. Con un'immagine diversa, è come una pietra immersa nell'acqua del fiume: spaccandola, dentro la trovi asciutta, perché impermeabile.
L'uditore che risponde al terreno sassoso è un superficiale: è facile all'entusiasmo ma non persevera, promette tutto e non mantiene nulla. Appena sente odore di persecuzione, si tira indietro.
Il terreno "spinoso" richiama l'uditore che davanti alle esigenze severe della Parola si lascia soffocare dalla seduzione del denaro e dalle preoccupazioni terrene...In tutte queste situazioni è all'opera il "maligno" che vanifica e rende improduttiva la Parola. E' un quadro...desolante. C'è, però, la "terra buona": colui che "ascolta la Parola e la comprende", cioè lascia che penetri nel cuore e si traduca nell'agire concreto. E il "frutto" è strepitoso. Ma la condizione è appunto un ascolto che "comprende", cioè mette in pratica la Parola con impegno attivo e costante.
E' forte il richiamo a verificare a quale tipo di terreno io appartengo. O meglio, siccome ognuno di noi in un certo senso è tutte queste gradazioni di terreno, si tratta di osservare qual è la dominante e impegnarsi a fondo perché il terreno buono rubi sempre più spazio agli altri terreni, favorendo una resa corrispondente alle attese di Dio. Gesù, infatti, ci apre gli occhi su cosa è in gioco "tutte le volte che uno ascolta la Parola" (v.19). Se, come i discepoli, è disponibile e cerca di capire, chiedendo a Gesù un'ulteriore spiegazione, otterrà sempre più luce per penetrare nella Rivelazione e aver chiaro il senso della propria esistenza: "A chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza". Ma a chi, ascoltando Gesù, non è interessato a capire di più e a lasciarsi guidare da Lui, "sarà tolto anche quello che ha". Cioè, trascurando la Parola, rimarrà nel buio e vi sprofonderà sempre di più.
Se la maggioranza sembra voler fare a meno della parola di Gesù e i discepoli hanno la percezione di essere sempre più minoranza, essi però rimangono fedeli a Lui e perseverano nella missione, rinnovando la speranza che il frutto sarà sovrabbondante. Non pretendono di vedere la messe matura, ma vivono in un'attesa serena e paziente: "Il Signore ha messo un seme nella terra del mio giardino. Io vorrei che nascesse il fiore, io vorrei che fiorisse il seme. Ma il tempo del germoglio lo conosce il mio Signore" (nota canzone). Ma intanto l'opera di Dio possono già vederla: "Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono". Beati perché avete me! L' "opera" di Dio, il suo Regno, non è forse tutto concentrato in Gesù? Nello stesso tempo vigilano contro i pericoli che minacciano la nostra accoglienza piena della Parola:

Proverò a riascoltare questa parabola cercando di cogliere la buona notizia che contiene, la carica di speranza che infonde, ma anche la provocazione molto forte che offre per la mia vita.

11/07/2011 07.15
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto.

Come vivere questa Parola?
Questa parola è il cuore di una vera vita cristiana. Il Patrono d'Europa, S.Benedetto, l'ha vissuta a fondo, proponendola anche ai suoi seguaci. Così ha ottenuto che la schiera dei suoi monaci diventasse un esercito di "pacifici", capaci di evangelizzare e civilizzare l'Europa. Ciò che va sottolineato della parola di Gesù è la correlazione del "rimanere" e il "portare frutto". Si tratta di una correlazione vitale anche per me oggi. "Rimanere" significa curare quella dimensione contemplativa che opera unificazione e pace in me. Non è un "rimanere" qualunque e comunque. È un "rimanere in Gesù", un apprendere a dimorare alla sua Presenza, dato che S.Paolo dice chiaramente: "Per la fede Cristo abita nei vostri cuori". Attenzione anche a quel "portare frutto" che è la dimensione attiva, testimoniante il vangelo e apostolica del mio vivere. La colgo in profondità dentro la precisazione di Gesù: "Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi". Sì, il fruttificare viene da questo mio mettere radici nella Parola di Gesù, ogni giorno, direi ogni ora. Nel senso che tutto nella giornata: in quello che penso, decido, parlo e opero, io ho da lasciarmi vivificare e plasmare dalla Parola, soprattutto da quella che ho meditato e pregato al mattino.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, indugio per qualche tempo a "dimorare" dentro il mio cuore abitato dal Signore. Mi "pacifico" alla sua Presenza che sta effondendo in me energie positive, armonia di amore. Pacificato, o in via di pacificazione, io prego:

Signore, Tu non pretendi che io sia un albero forte. L'albero forte, la vite feconda sei Tu! Mi chiedi solo di essere un tralcio che rimane in te nell'ascolto della Parola perché Tu possa rimanere in me con le tue energie d'amore. Per esse purificami sempre, perché io fruttifichi nel tuo Spirito amore e pace per quanti avvicino.

Dalla Regola prima del Monachesimo d'Occidente
Nulla anteporre all'AMORE di Cristo.
San Benedetto

12/07/2011 13.43
 
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Eremo San Biagio


Dalla Parola del giorno
Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l'ho salvato dalle acque»

Come vivere questa Parola?
Una madre ebrea attanagliata dall'angoscia, tenta di salvare il suo bambino ancora molto piccolo, mettendolo in una cesta e deponendolo tra i giunchi nelle acque del Nilo. Le sembra l'unico modo di salvarlo dalla legge emanata dal Faraone circa la strage di tutti i neonati maschi appartenenti al popolo ebreo. La sorella, incaricata di "osservare da lontano", nota la compassione destata nel cuore della figlia del Faraone da quel tenero "bimbo che piangeva", e con uno stratagemma propone che venga allattato dalla madre stessa. Intanto nella donna egiziana scocca la decisione positiva: il bambino non solo sarà salvato dalle acque, ma crescerà, ricevendo un'educazione raffinata alla corte del faraone. È vero che la vicenda di Mosè non è tranquilla e nel suo stesso cuore si annida una sete di giustizia ancora non scevra di violenza, però egli intanto è lo strumento con cui Dio entra a viva forza nella storia del suo popolo. Col decreto di dare la morte a tutti i figli maschi la decisione del faraone (personificazione dell'onnipotenza in terra) aveva in pratica decretato addirittura l'estinzione del popolo ebreo. Ebbene, il Signore decide invece per la vita: una nuova straordinaria vita. Attraverso uno salvato dalle acque del fiume, salva un intero popolo dalle acque della morte. Una sottolineatura importante. Non c'è situazione tragica della mia storia e di quella del tempo in cui vivo, dentro cui il Signore non possa operare salvezza. Credere è dunque fidarsi di lui sempre, in qualsiasi situazione

Oggi, nella mia pausa contemplativa, lascio per un momento "gorgogliare" in me l'acqua minacciosa di tante notizie perturbanti di cui gli strumenti di comunicazione oggi più che mai sono pieni. Ma poi subito mi lascio salvare da queste acque dentro il cesto della Parola. "Abbiamo conosciuto e creduto all'AMORE di Dio per noi" (1 Gv 4,16)

Signore Gesù, dammi una fede forte nel tuo amore che opera salvezza. E concedimi di essere salvato dalle acque dello scoraggiamento e dell'ansia.Il mio futuro è nelle tue mani sempre.

La voce di una santa "dottore della Chiesa"
Niente ti turbi, niente ti spaventi. Nulla manca a chi ha Dio. Dio solo basta
S.Teresa d'Avila

13/07/2011 13.58
 
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Riflessione        e commento

Es 3,1-6.9-12



L'episodio della vocazione di Mosè ha una importanza fondamentale in tutta la storia della salvezza. In essa Dio rivela il suo essere in due maniere complementari.
Da un lato, Dio si rivela nel roveto ardente, o meglio attraverso la fiamma splendente in mezzo al roveto, e si manifesta come forza viva. Il fuoco fiammeggiante è infatti l'immagine più impressionante di una forza vitale. Questo modo di manifestare se stesso fa risaltare la differenza tra ciò che Dio è e la definizione che di lui hanno dato i filosofi: "Primo Motore immobile". il pensiero umano, cercando faticosamente di conoscere Dio, è giunto a questa definizione. Nella narrazione dell'Esodo che la liturgia ci fa leggere oggi, Dio si fa conoscere invece attraverso una fiamma viva, una fiamma diversa da tutte le altre, perché non consuma, perché non ha bisogno di essere alimentata.
Dio si manifesta ancora come un Dio che si interessa degli uomini. Dice a Mosè: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe".
I pagani si rappresentavano Dio come il padrone delle forze naturali: il Dio della fecondità, il Dio della vegetazione, il Dio che si rivela nel tuono. Dio invece rivela se stesso come colui che intesse rapporti interpersonali, che ha avuto relazioni personali con precise persone, alle quali si è manifestato e con le quali ha fatto alleanza. il nostro Dio è un Dio che si interessa delle persone, che si fa vicino, che cerca gli uomini. Questo non esclude che egli si manifesti attraverso le forze naturali, ma la sua identità profonda è di essere presente, di farsi vicino, di interessarsi delle sue creature. Le parole di Gesù nel Vangelo di oggi corrispondono pienamente a questa attenzione divina: "Ti benedico, o Padre,... perché hai rivelato queste cose ai piccoli". Dio non è impressionato dalla grandezza, dall'intelligenza, dalla sapienza umana, ma ha una attenzione particolare per i più piccoli.
Notiamo ancora che Dio qui si rivela come relazione tra il Padre e il Figlio: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio". "Conoscere" nel linguaggio biblico significa una conoscenza di amore intima, profonda con qualcuno: Dio si è fatto vicino a noi, si è rivelato personalmente a noi, a ciascuno di noi; è il Buon Pastore che conosce le sue pecorelle ad una ad una e chiama ciascuna per nome. E un Dio ardente, un Dio di fuoco, un Dio di amore, che si rivela e si comunica con amore a ogni uomo che lo cerca con cuore sincero.
14/07/2011 12.53
 
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Es 3,13-20
Io sono colui che sono! Io-Sono mi ha mandato a voi.



La prima lettura ci dà una rivelazione misteriosa di Dio, e gli esegeti non si stancano di ricercare il senso preciso di questa espressione, discutono indefinitamente per sapere che cosa significa questo "éheyé asher éheyé", come si dice in ebraico. "Io sono colui che sono", "io sono chi sono", e altre traduzioni ancora sono possibili, ma è certo che Dio in seguito nomina se stesso come "IoSono": "Dirai agli Israeliti: "IoSono" mi ha mandato a voi". il nome di Dio è misterioso: "IoSono". Egli non può rivelarsi se non così all'uomo, in prima persona: "Io sono". Questa è senza dubbio la più profonda rivelazione di Dio. Dio non può essere nominato come un oggetto; è lui che deve "nominarsi" nella nostra vita, è lui che fa sentire la sua presenza, è lui che rivela il suo essere: "IoSono". E non si può parlare di Dio in altro modo, bisogna che sia lui a parlare di sé. "IoSono mi ha mandato a voi". E continuamente nella vita egli dice a noi, come ha detto a Mosè: "IoSono".
"Io sono". Questo lo mette nello stesso tempo lontanissimo e vicinissimo a noi. Molto lontano perché questa affermazione: "Io sono" è il contrario di quello che noi possiamo dire di noi stessi. Noi non possiamo che constatare i limiti del nostro essere e continuamente siamo chiamati a dire: "Io non sono". Se siamo sinceri, dobbiamo confessare che veramente non siamo. Siamo talmente limitati, talmente deboli, talmente impotenti! In ogni momento dobbiamo convenire di non essere all'altezza degli avvenimenti, di non essere capaci di fare ciò che sarebbe necessario, di non essere fedeli, di non essere generosi. E Dio, all'opposto, dice continuamente: "Io sono", senza limite alcuno. E la sua rivelazione. E dunque molto diverso da noi. E nello stesso tempo ci è vicinissimo, perché dicendo: "Io sono" dice: "Io sono qui, Io sono presente, sono vicino a te, sono con te". Infatti in questo testo egli si rivela come il Dio dei padri, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, come colui che vuol liberare, colui che vuol far cessare l'oppressione, che vuol far uscire il suo popolo dall'Egitto dove è umiliato, verso il paese dove scorre latte e miele. La presenza di Dio è una presenza intima, soccorrevole.
"Io sono". Possiamo contare su di lui: questo "Io sono" illimitato è nello stesso tempo un "Io sono con te", come egli dice in altri testi.
Questa misteriosa parola, "Io sono" è stata ripresa da Gesù per rivelare in modo paradossale di essere egli stesso Dio. Ha detto ai suoi avversari: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono" (Gv 8,28), e ancora: "Se non credete che Io Sono morirete nei vostri peccati". L'adesione a questa rivelazione di Dio è radicalmente indispensabile per uscire dai nostri peccati, per uscire dai nostri limiti umani. Al momento del suo arresto Gesù ha ripetuto ancora questa parola. Nel Vangelo di Giovanni la si deve chiaramente comprendere come una manifestazione della sua divinità. "Gesù si fece innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù, il Nazareno". Disse loro Gesù: "Sono io!"". Come succede spesso nel Vangelo giovanneo, queste parole hanno il significato ordinario: "Gesù di Nazaret sono io" e nello stesso tempo un significato più profondo: "Io Sono, in unione con il Padre".
Gesù si è dunque rivelato come il Nome del Padre, e si è rivelato, paradossalmente, nel momento in cui, in un certo senso, egli si spogliava della sua divinità per essere soltanto un uomo che soffre. Ma così egli ha realizzato in un modo più profondo la presenza di Dio al centro dell'esistenza umana.
Così egli ha dato un profondo significato al suo invito: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo su di voi; imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".
Perché è dolce il giogo del Signore Gesù, perché il suo carico è leggero?
Possiamo rispondere: perché "Io Sono", Gesù, ha portato la presenza di Dio fino al fondo della nostra miseria, morendo sulla croce per noi e con noi, prendendo su di sé tutti i nostri dolori. Da allora possiamo davvero ascoltare la parola di Dio: "Io Sono! " in qualunque circostanza. Per quanto oppressi siamo, possiamo, dobbiamo sentire Gesù che ci dice: "Io sono! Sono vicino a te, sono con te in questa difficoltà, in questa angoscia. Non c'è angoscia umana che mi rimanga estranea, perché Io sono per sempre nel cuore dell'angoscia umana". Ecco perché il carico del Signore è leggero: si è sempre in due a portarlo, perché egli lo porta con noi.
"Io Sono". In Gesù il Dio lontano, il Dio diverso, si è fatto vicino, si è identificato con noi per poterci dire: "Io sono con te, Io, il Dio che era, che è, che sarà".
15/07/2011 10.12
 
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don Luciano Sanvito Misericordia e sacrificio

"Misericordia io voglio e non sacrificio"
****************************************************
Il prevalere del culto sull'esperienza della vita e i suoi bisogni non è solo un problema di Gesù e dei farisei un tempo.

Anche oggi, nelle nostre assemblee eucaristiche, spesso il culto rende lontano il cuore dell'uomo al cuore di Dio.
Il sacrificio fatto in nome della misericordia di Dio diventa un culto fatto di sacrifici, di leggi religiose da osservare o da riti da espletare, a scapito proprio della misericordia, allontanando dal cuore dell'uomo e di Dio tutto quello che avviene...per noi, per un ritualismo appagante.

Certo, non è sempre così che avviene; ma la tendenza va verso questa dimensione esteriore e legalista a scapito della legge dell'amore presentata nel sacrificio di Gesù.

Forse è la paura di perdere qualcosa di quello che ci stiamo costrendo come Chiesa, forse la logica di una pubblicità religiosa maggiore che porti anche un maggior consumo e adesione da parte dei fedeli, forse anche la logica del potere che soggiace sempre come tentazione in chi è chiamato a servire dall'altare o vicino ad esso, sta di fatto che il sacrificio diventa sempre più lontando dalla misericordia.

L'EUCARESTIA E' IL SACRIFICIO DELLA MISERICORDIA DI DIO
AFFINCHE' NOI DIVENTIAMO MISERICORDIA NEL SACRIFICIO.
16/07/2011 23.37
 
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Wilma Chasseur
Sprofondare per rinascere

Anche il Vangelo di questa domenica, viene spiegato direttamente da Gesù. Infatti dopo aver raccontato la parabola del buon grano e della zizzania, gli apostoli gli si avvicinano e Gli chiedono: "Spiegaci la parabola del zizzania nel buon grano". E Gesù la spiega loro, ma alla fine aggiunge: "Chi ha orecchi intenda". Quindi, se domenica scorsa dovevamo interrogarci sul nostro cuore e che tipo di terreno esso fosse, oggi dobbiamo chiederci che tipo di orecchie abbiamo, o, perlomeno, che tipo di orecchie occorrerebbe avere per capire questa parabola.

-Sprofondare

Il discorso che fa Gesù, verte in generale sul regno dei Cieli che può essere paragonato a un seme gettato nel terreno, a un granellino di senapa e al lievito che si mette nella farina per farla fermentare. Tutte cose che per produrre l'effetto, devono scendere dentro, sprofondare, scomparire - il seme nella terra e il lievito nella pasta - altrimenti non servono a nulla. E non solo sprofondare, ma devono trovare l'ambiente adatto per poter germinare (la buona terra) e lievitare, (la pasta ben lavorata). Quindi il regno dei cieli è anzitutto una realtà che è dentro, nelle profondità nascoste del cuore umano ("non c'è Dio fuori di te" dice la prima lettura): e per potersi sviluppare deve trovare un cuore fertile e ben lavorato.
Sappiamo che la grazia è il germe della gloria, ma come ogni germe, se si vuole che si trasformi in pianta rigogliosa, non basta seminarlo, occorre ogni giorno strappare le erbacce che sono i vizi e le cattive inclinazioni che rischiano di soffocarlo; bisogna lavorare il terreno affinché sia morbido e soffice, cioè lavorare su sé stessi cercando di eliminare l'egoismo e la durezza di cuore, affinché questo germe della grazia possa espandersi e diventare un albero carico di frutti, cioè di opere buone.

- La preghiera del gemito

Il cuore umano non è una realtà statica, ma in continua evoluzione. "Rinascere dall'alto", come diceva Gesù a Nicodemo, è diventare sempre qualcosa di meglio, significa realizzare quel regno dei cieli che è già dentro di noi: non è di là da venire, dopo che saremo trapassati. E' lo Spirito di Dio che "viene in aiuto alla nostra debolezza", (seconda lettura). E intercede per noi con gemiti inenarrabili. Ecco un nuovo tipo di preghiera (strana preghiera diremmo noi): la preghiera del gemito. Noi pensiamo che quando gemiamo non preghiamo: o l'uno o l'altra. E invece no! Il gemito è preghiera; è invocazione che sale dal profondo quando siamo "sfiniti dal gridare"; è il momento in cui siamo più autentici, più veri. Non presentiamo a Dio prodezze varie, ma andiamo a Lui con la nostra indigenza, come dei poveri mendicanti che hanno bisogno di tutto. Allora non presentiamo a Dio moneta falsa, ma andiamo a Lui nella nostra verità ontologica, in un gemito che si manifesta a volte, con un improvviso bisogno di preghiera, con un sentirsi bene, quando tutto attorno va male: allora è sicuro che è lo Spirito che prega in noi. Lui che scruta i cuori, vedendo il nostro così malconcio, geme con noi e ci presenta al Padre. E il Padre si china su di noi e ci fa uno con Lui.

-Cosa farò da bambino?

L'uomo inizia a cambiare quando comincia ad essere diverso: amare, pensare, desiderare e sentire in modo diverso. Allora tutto va meglio: sto meglio io e sta meglio anche chi mi vive accanto. E' l'interiorità che determina tutto, dalla nostra conversione alle sorti dell'umanità. Se avessimo potere sull'atto interiore di volontà di una persona (e sulla nostra ce l'abbiamo), potremmo cambiare le sorti dell'umanità. Se potessimo orientare verso il bene la volontà di chi vuol fare il male, cesserebbero immediatamente le guerre e ogni genere di ostilità. Ma iniziamo da noi!
Se vogliamo fare, fin da ora, l'esperienza del regno dei cieli, dobbiamo cambiare "dentro". Allora rinasceremo veramente di nuovo e invece di chiederci "cosa farò da adulto", potremo finalmente chiederci: "Cosa farò da bambino?"

Pensiero della settimana:
Non sai come fare per svegliare l'aurora e dove rifugiarti nel momento del pericolo?
Ebbene, per svegliare l'aurora devi, prima di tutto, svegliare l'arpa e la cetra e poi devi svegliare anche il tuo cuore. Quanto al momento del pericolo non c'è di meglio che rifugiarti all'ombra delle ali dell'Altissimo e invocare il suo nome finché non sia passato:
"Pietà di me, pietà di me o Dio, in te mi rifugio,
mi rifugio all'ombra delle tue ali finché sia passato il pericolo.
Invocherò Dio l'Altissimo, Dio che mi fa il bene?
Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore.
Voglio cantare, a te voglio inneggiare, svegliati mio cuore,
svegliatevi arpa e cetra: voglio svegliare l'aurora.
Ti loderò tra i popoli Signore, a te canterò inni tra le genti,
perché la tua bontà è grande fino ai cieli e la tua fedeltà fino alle nubi".

SALMO 57

18/07/2011 13.07
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore,
e donaci i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 12,38-42
In quel tempo, alcuni scribi e farisei interrogarono Gesù: "Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno". Ed egli rispose: "Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona!
La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!"


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi ci presenta una discussione tra Gesù e le autorità religiose dell'epoca. Questa volta sono i dottori della legge ed i farisei che chiedono a Gesù di fare loro vedere un segno. Gesù aveva fatto molti segni: aveva guarito il lebbroso (Mt 8,1-4), il servo del centurione (Mt 8,5-13), la suocera di Pietro (Mt 8,14-15), i malati e i posseduti della città (Mt 8,16), aveva calmato la tempesta (Mt 8,23-27), scacciato i demoni (Mt 8,28-34) ed aveva fatto molti altri miracoli. La gente, vedendo questi segni, riconobbe in Gesù il Servo di Yavè (Mt 8,17; 12,17-21). Ma i dottori e i farisei non furono capaci di percepire il significato di tanti segnali che Gesù aveva già fatto. Loro volevano qualcosa di diverso.
? Matteo 12,38: La richiesta di un segno da parte dei farisei e dei dottori. I farisei giunsero e dissero a Gesù: "Maestro, vogliamo vedere un segno fatto da te". Vogliono che Gesù faccia un segno per loro, un miracolo, così potranno verificare ed esaminare se Gesù è o no colui che è mandato da Dio secondo ciò che loro immaginavano e speravano. Vogliono constatarlo. Vogliono sottoporre Gesù ai loro criteri, in modo da poterlo inquadrare nello schema del loro messianismo. In loro non c'é apertura per una possibile conversazione. Non avevano capito nulla di ciò che Gesù aveva fatto.
? Matteo 12,39: La risposta di Gesù: il segno di Giona. Gesù non si sottopone alla richiesta delle autorità religiose, perché non è sincera. "Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta." Queste parole costituiscono un giudizio molto forte riguardo ai dottori e ai farisei. Loro evocano l'oracolo di Osea che denunciava il popolo, accusandolo di essere una sposa infedele ed adultera (Os 2,4). Il vangelo di Marco dice che Gesù, dinanzi alla richiesta dei farisei, sospirò profondamente (Mc 8,12), probabilmente di disgusto e di tristezza dinanzi ad una cecità così grande. Perché a nulla serve mettere un bel quadro davanti a chi non vuole aprire gli occhi. Chi chiude gli occhi non può vedere! L'unico segno che sarà loro dato è il segno di Giona.
? Matteo 12,41: Qui c'è più di Giona. Gesù guarda verso il futuro: "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra". Ossia, l'unico segno sarà la risurrezione di Gesù che si prolungherà nella risurrezione dei suoi seguaci. Questo è il segno che nel futuro sarà dato ai dottori e ai farisei. Loro saranno messi dinanzi al fatto che Gesù, da loro condannato a morte e a una morte di croce, Dio lo risusciterà e continuerà a risuscitare in molti modi coloro che crederanno in lui. Per esempio, lui risusciterà nella testimonianza degli apostoli, "persone non istruite" che avranno il coraggio di affrontare le autorità annunciando la risurrezione di Gesù (At 4,13). Ciò che converte è la testimonianza! Non i miracoli: "Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona". La gente di Ninive si convertì dinanzi alla testimonianza della predicazione di Giona e denunciò l'incredulità dei dottori e dei farisei. Poiché "ecco, qui ora c'è più di Giona".
? Matteo 12,42: Qui ora c'è più di Salomone. L'allusione alla conversione della gente di Nivine associa e fa ricordare l'episodio della Regina di Saba. "Nel giorno del giudizio la regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!" Questa evocazione dell'episodio della Regina di Saba che riconosce la saggezza di Salomone, indica come veniva usata la Bibbia in quel tempo. Per associazione. La regola principale dell'interpretazione era questa: "La Bibbia si spiega mediante la Bibbia". Finora questa è una delle norme più importanti per l'interpretazione della Bibbia, soprattutto per la lettura orante della Parola di Dio.


4) Per un confronto personale

? Convertirsi vuol dire cambiare comportamento morale, ma anche cambiare le idee e il modo di pensare. Moralista è colui che cambia comportamento, ma conserva inalterato il suo modo di pensare. E io, come sono?
? Dinanzi all'attuale rinnovamento della Chiesa, sono fariseo che chiede un segno o sono come la gente che riconosce che questo è il cammino voluto da Dio?



5) Preghiera finale

Poiché la tua grazia Signore vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode.
Così ti benedirò finché io viva,
nel tuo nome alzerò le mie mani.
(Sal 62)

19/07/2011 13.33
 
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Movimento Apostolico - rito romano
Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?

Conosciamo la grande libertà di Cristo Gesù dalle cose, dalle persone, dalle usanze, dalle convenienze, da tutto ciò che non è il fine della sua vita. Tutto in Gesù è orientato alla perfetta realizzazione della sua missione, in una obbedienza puntuale, costante, ininterrotta, senza alcuna omissione o trasgressione, alla volontà del Padre.
Gesù è l'Uomo dal purissimo ascolto del Padre. Lui vive per ascoltare il Padre suo che è nei cieli. Vive per amare solo Lui. Vive per lasciarsi consumare da questo amore. Nell'amore del Padre e per il Padre vi è ogni altro amore, sempre però comandato dal Padre. Lui ama per obbedienza, per ascolto, per realizzare la volontà del Padre.
Vivere di quest'unico amore significa lasciare che sia sempre il Padre a governare ogni sua azione, gesto, comportamento, desiderio, pensiero, opera. Gesù ama tutti, perché per tutti Lui offre al Padre la sua vita. Nella concretezza del quotidiano, nell'opera particolare, singolare, specifica, Lui si reca per amare là dove il Padre lo manda.
Gesù è a Cafarnao o a Nazaret o a Cana o a Tiberiade o a Corazin o a Gerusalemme o in Samaria presso il pozzo di Giacobbe mai per sua volontà, sempre per comando del Padre. Lo ha detto hai suoi discepoli: "Mio cibo è fare la volontà del Padre mio e compiere la sua opera". Oggi, domani, sempre dovrà essere dove il Padre lo manda.
Chi ama Cristo Gesù? Lo ama chi lo rispetta nella sua obbedienza al Padre suo celeste. Lo ama chi lo lascia perennemente libero per poter assolvere senza alcun intralcio, senza perdere neanche un solo istante, alla missione che il Padre gli indica oggi e qui e che deve essere portata a compimento. Lo ama solo chi si lascia amare da Gesù senza chiedere a Lui nessun gesto di amore, neanche quello di un saluto o di un incontro. Lo ama chi non va alla ricerca di Lui, ma si lascia sempre trovare da Lui.
Chi non ama Cristo Gesù? Chi lo tenta? Chi lo ama non in modo perfettamente vero? Chi vorrebbe trattenerlo, sottraendogli poco o assai tempo, al compito che il Padre gli ha assegnato per oggi e che oggi deve essere portato a buon fine. Il tempo di Gesù è sempre per la salvezza di un'anima, di un cuore, di un corpo. Dove non c'è salvezza da creare, lì non c'è tempo per Gesù. Se desse del tempo, esso sarebbe sciupato.
Oggi la madre e i fratelli, cioè i suoi molti parenti, vogliamo parlare con Gesù. Il loro non è né un dialogo di salvezza, né di redenzione. È un parlare familiare, amicale, di amore fraterno e materno. Tempo per queste cose il Padre non gliene ha donato e Lui lo dice apertamente. Chi vuole amare Gesù deve mettersi in piena comunione con la volontà del Padre suo celeste. Qual è questa volontà? Che non vi sia alcuna relazione personale con Cristo Gesù, ma solo con la Parola che Gesù proferisce, dice, annunzia, proclama. Chi ascolta la Parola di Gesù, parla con Gesù, perché si lascia parlare da Lui. Questa comunione il Padre vuole che vi sia con Gesù. Nessun'altra dovrà mai esistere. Altre forme di comunione sarebbero per lui vere tentazioni.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, anche Tu ai dovuto apprendere questa grande via dell'amore e lo hai fatto rinnegando te stessa. Angeli e Santi di Dio aiutateci a crescere in questa comunione di amore con Gesù. È la via del nostro rinnegamento.

20/07/2011 13.29
 
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Paolo Curtaz


Maria Maddalena è diventata, nell'immaginario cristiano, l'emblema dell'esperienza della salvezza e della redenzione, della misericordia che converte, dello sguardo compassionevole di Cristo. A lei il Signore affida l'annuncio della resurrezione!

Oggi ricordiamo con gioia la presenza di Maria di Magdala, prima testimone del risorto. In realtà, a causa di una piccola confusione storica, le tre Marie citate nei vangeli: la prostituta diventata discepola, Maria sorella di Lazzaro e Maria di Magdala, hanno finito col diventare un'unica persona. Poco importa, di lei conosciamo il suo struggente amore per il Maestro, il pianto dirotto al sepolcro, l'ansia dell'annuncio. Maria Maddalena è così diventata, nella storia della Chiesa, l'immagine della tenerezza di Dio, della sua infinita misericordia, di colui che fa di una prostituta la prima e la più credibile della missionarie. Non finiremo mai di lodare e ringraziare il Signore per la sua tenerezza, perché il Signore è così splendidamente diverso da quel fantasma che ne facciamo, da quel Dio severo e burbero che abita le nostre paure e il nostro inconscio? Nessuno è perduto, mai, di fronte a Dio. Sia lei, Maria Maddalena, discepola del compassionevole e del misericordioso, destinataria dello sguardo immensamente rispettoso e dolce del Signore, a renderci testimoni del Risorto, in questa giornata, così come ella fece, divenendo apostola degli apostoli.

21/07/2011 09.16
 
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don Luciano Sanvito
Intravedere il Cristo

Maria Maddalena addita a noi lo stile evangelico della sequela.

Pur incontrando Gesù sulla sua strada, come noi nei segni della Chiesa, non lo riconosce e lo può solo intravedere, e come ausilio del cammino della propria fede e della testimonianza.

Maria Maddalena è immagine del credente, che con tutte le sue pecche storiche, trapassa e va oltre il limite dell'esperienza umana, anticipando nel segno del nome - del proprio nome e del nome del Maestro - niente meno che l'esperienza dell'infinito, dell'eternità, del Paradiso.

Ecco questa pagina del Vangelo, dove Maria Maddalena incontra il Cristo nel giardino della morte, trasformato in giardino della vita; e lei, da Eva viene trasformata per grazia in Maria...Maria Maddalena. E il morto Gesù riappare morto in Adamo e risuscitato come Cristo.

Questo brano è l'icona del credente, che pregusta e anela in quello che già c'è e ancora non c'è: il Paradiso.
Nella contemplazione, nell'esperienza della fede, anche noi siamo stimolati a fare questo "mitico" incontro che tra il mito e la magia dello Spirito riproduce in noi le emozioni, le sensazioni e gli atteggiamenti di Maria Maddalena, povera peccatrice ma ricca della santità della grazia.

CREDENTI E PECCATORI, DAVANTI A LUI CHE VIENE INCONTRO ANCHE A NOI, POSSIAMO ENTRARE NELLA SUA GIOIA CRISTICA

22/07/2011 10.47
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Giovanni 20,1.11-18

1) Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore,
e donaci i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-2.11-18
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Maria stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto".
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo".
Gesù le disse: "Maria!". Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: "Rabbunì!", che significa: Maestro! Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro".
Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "Ho visto il Signore" e anche ciò che le aveva detto.


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi ci presenta l'apparizione di Gesù a Maria Maddalena, la cui festa celebriamo oggi. La morte di Gesù, il suo grande amico, le fa perdere il senso della vita. Ma non smette di cercarlo. Va al sepolcro per incontrare di nuovo colui che la morte le aveva rubato. Ci sono momenti nella vita in cui crolla tutto. Sembra che tutto è finito. Morte, disastri, dolori, delusioni, tradimenti! Tante cose che possono farci perdere la terra sotto i piedi e produrre in noi una crisi profonda. Ma può succedere anche qualcosa di diverso. Improvvisamente, l'incontro con un'amicizia può ridare senso alla nostra vita e farci scoprire che l'amore è più forte della morte e della sconfitta. Nel modo in cui viene descritta l'apparizione di Gesù a Maria Maddalena scorgiamo le tappe del suo percorso, dalla ricerca dolorosa dell'amico morto all'incontro con il risorto. Sono anche le tappe che percorriamo noi tutti, lungo la vita, alla ricerca di Dio e nel vissuto del vangelo E' il processo di morte e di resurrezione che si prolunga giorno dopo giorno.
? Giovanni 20,1: Maria Maddalena va al sepolcro. C'era un amore profondo tra Gesù e Maria Maddalena. Lei fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di rimanere con Gesù fino all'ora della sua morte in croce. Dopo il riposo obbligatorio del sabato, lei ritornò al sepolcro, per stare nel luogo dove aveva incontrato l'Amato per l'ultima volta. Ma, con sua grande sorpresa, il sepolcro era vuoto!
? Giovanni 20,11-13: Maria Maddalena piange, ma cerca. Piangendo, Maria Maddalena si inchina e guarda nel sepolcro, dove vede due angeli vestiti di bianco, seduti nel luogo dove era stato collocato il corpo di Gesù, uno alla testa l'altro ai piedi del sepolcro. Gli angeli le chiedono: "Perché piangi?" Risposta: "Hanno portato via il mio signore e non so dove l'hanno messo!" Maria Maddalena cerca il Gesù che lei ha conosciuto, lo stesso con cui aveva vissuto tre anni.
? Giovanni 20,14-15: Maria Maddalena parla con Gesù senza riconoscerlo. I discepoli di Emmaus videro Gesù, ma non lo riconobbero (Lc 24,15-16). Lo stesso avviene con Maria Maddalena. Lei vede Gesù, ma non lo riconosce. Pensa che è il custode del giardino. Anche Gesù chiede, come hanno fatto gli angeli: "Perché piangi?" Ed aggiunge: "Chi stai cercando?" Risposta: "Se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto ed io andrò a prenderlo!" Lei cerca ancora il Gesù del passato, lo stesso di tre giorni prima. L'immagine di Gesù del passato impedisce che lei riconosca il Gesù vivo, presente dinanzi a lei.
? Giovanni 20,16: Maria Maddalena riconosce Gesù. Gesù pronuncia il nome "Maria!" (Miriam) Ecco il segno di riconoscimento: la stessa voce, lo stesso modo di pronunciare il nome. Lei risponde: "Maestro!" (Rabuni) Gesù si volta. La prima impressione è che la morte non è stata che un incidente doloroso di percorso, ma che ora tutto è ritornato come prima. Maria abbraccia Gesù con forza. Era lo stesso Gesù che era morto in croce, lo stesso che lei aveva conosciuto ed amato. Qui avviene ciò che Gesù dice nella parabola del Buon Pastore: "Lui le chiama per nome e loro conoscono la sua voce". - "Io conosco le mie pecore, e le mie pecore mi conoscono! (Gv 10,3.4.14).
? Giovanni 20,17: Maria Maddalena riceve la missione di annunciare la risurrezione agli apostoli. Infatti, è lo stesso Gesù, ma il modo di stare con lei non è lo stesso. Gesù le dice: "Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre!" Gesù va a stare insieme al Padre. Maria Maddalena non lo deve trattenere e deve assumere la sua missione: "Ma va' dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro. Chiama i discepoli "miei fratelli". Salendo al Padre, Gesù ci apre il cammino per farci stare vicino a Dio. "Voglio che loro stiano con me dove io sto" (Gv 17,24; 14,3).
? Giovanni 20,18: La dignità e la missione di Maria Maddalena e delle donne. Maria Maddalena viene chiamata discepola di Gesù (Lc 8,1-2); testimone della sua crocifissione (Mc 15,40-41; Mt 27,55-56; Jo 19,25), della sua sepoltura (Mc 15,47; Lc 23,55; Mt 27,61), e della sua risurrezione (Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-10; Gv 20,1.11-18). Ed ora riceve l'ordine, le viene ordinato, di andare dai Dodici ad annunciare che Gesù è vivo. Senza questa Buona Novella della Risurrezione, le sette lampade dei sacramenti si spegnerebbero (Mt 28,10; Jo 20,17-18).


4) Per un confronto personale

? Tu hai avuto un'esperienza che ha prodotto in te la sensazione di perdita e di morte? Cosa ti ha dato nuova vita e ti ha ridato la speranza e la gioia di vivere?
? Maria Maddalena cercava Gesù in un certo modo e lo incontrò di nuovo in un altro modo. Come avviene oggi questo nella nostra vita?



5) Preghiera finale

O Dio, tu sei il mio Dio,
all'aurora, ti cerco,
di te ha sete l'anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta, arida, senz'acqua.
(Sal 62)

23/07/2011 09.29
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Voi siete ... del mondo

Un Vangelo provocante, quello odierno, per il celebre paragone di Gesù che disse ai suoi discepoli: "Voi siete il sale della terra..., voi siete la luce del mondo". Si noti la dimensione universalistica, espressa in "la terra" e "il mondo", sono l'intera umanità. Grandissima missione, essere uomini e donne che danno sapore e senso alla vita, che danno luce e convinzioni agli altri. Con altrettanta evidenza tuttavia c'è il rischio di essere insipidi, di perdere quella novità a cui tutti dovrebbero poter guardare per imparare a sperare in Dio. Se i discepoli venissero meno al loro compito rispetto al mondo, non servirebbero più a nulla, anzi, rischiano di essere "gettati via e calpestati dagli uomini". "Voi siete", grande fiducia da parte del Signore per i suoi discepoli! Grande responsabilità per i discepoli nei confronti di coloro a cui sono mandati! "Voi siete", costituisce già un'entità, data certo come dono, in unione con Gesù, vera "luce degli uomini". La luce, che non può essere nascosta come una città elevata e che sarebbe assurdo metterla sotto il moggio come la lucerna in casa, sono le "buone opere" dei discepoli. Si tratta di quelle opere che rendono visibili "la giustizia, la misericordia, la pace, l'impegno sociale" dei discepoli per mezzo delle quali si rivelano autentici figli di Dio. Infatti questo dovere, coerente e pratico dei discepoli è un irraggiamento di quella luce che deve condurre gli uomini a riconoscere la fonte luminosa e sapienziale: il Padre che è nei cieli. E se volessimo leggere ancora quel "voi siete..." nella luce della festa della Patrona d'Europa, santa Brigida? "Voi, siete per il mondo..." Non risuonano forse queste parole come profezia?, come compito..., come funzione, come dovere? Di fronte al "mondo" che vede nelle cose materiali il valore supremo... l'Europa deve dare il sapore giusto all'umanità. Che compito, che missione... che responsabilità...

24/07/2011 10.55
 
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don Carlo Occelli
Tesoro!

Tesoro.
Parola che accende in ognuno sfumature diverse. Da bambini, fruitori consapevoli o meno di Stevenson o Salgari o di altri romanzieri, chi non ha sognato di calarsi in mille avventure alla ricerca di qualche forziere segreto?
E alla caccia di tesori nascosti uomini di ogni tempo hanno abbandonato tutto per partire nelle località più sperdute della terra.
Quando gli uomini cercano un tesoro sono un portento, si trasformano. Basta guardare i ragazzi quando partono per una caccia al tesoro.
Penso agli innamorati: il tesoro che è quel lui o quella lei ti fanno cambiare tutto nella vita, non vedi altro che il suo splendore e trovi l'energia di stravolgere completamente il tuo stile di vita. E gli occhi di una mamma o di un papà mentre guardano al proprio figlio? Portano nell'iride l'immagine stessa del tesoro, luccicanti.
Così è il regno dei cieli. Tre semplici e chiari esempi di Gesù.
Il regno è simile ad un tesoro nascosto: Gesù parla della gratuità e della sorpresa che non sono un prodotto del nostro impegno. La vita di fede è un dono. Non basta la buona volontà: oggi spesso siamo abituati ad avere tutto e subito ciò che desideriamo, basta un portafoglio pieno e disponibile. Così non è per il regno di Dio. Capita di trovarlo questo tesoro, che è Dio e il suo regno, quasi per caso. Proprio come quell'uomo anonimo del vangelo: lo trova per caso, "inciampando" in esso.
Eh eh, attenzione ai casi della vita, in essi si nasconde il tesoro. Chi ha fede questo lo sa bene: succede di partecipare ad un incontro, ad una Messa, ad un campeggio? e improvvisamente trovi il tesoro. Incontri una persona sotto i portici, osservi una scena, ammiri un albero una montagna una farfalla? e si accende qualcosa.
Dio è così amici. Sorprende.
Allora la gioia avanza, inaspettata e gratuita. E ti fa cambiare. Tutto. Ma è la gioia del tesoro a muovere l'uomo. Seguire Cristo non è una rinuncia alla vita, ma un tuffo nella gioia.
O non è niente.
Senza gioia noi cristiani siamo insipidi e non credibili.
Se Dio non ti ha mai sorpreso, se non è nata in te l'intuizione di essere di fronte ad un tesoro? allora hai sbagliato a leggere il vangelo. Non può essere quello di Matteo.
Lui l'aveva trovato il tesoro. Seduto al banco delle imposte poteva comprarsi tutto nella vita, tranne la gioia del tesoro più prezioso. E quando il rabbi di Nazareth puntò gli occhi e il dito su di lui, Matteo riconobbe il tesoro. Si alzò e lasciò tutto.
Anni dopo si mise a raccontarlo. Ancora sentiva il brivido nel cuore.
Lasciamoci sorprendere dal regno di Dio in questa settimana. Tranquilli, ci saranno dei segni da riconoscere.

C'è un altro lato della medaglia, ecco il secondo esempio di Gesù. La vita di fede è certo un dono che non produciamo, ma è anche legato alla ricerca. Il credente è sempre in movimento, in un costante dinamismo esodale. Simile ad un cercatore di perle!
È fantastico questo modo di intendere il regno da parte di Gesù. Non si sta a guardare, bisogna muoversi, cercare. I cristiani sono cercatori instancabili di perle preziose!
La vita, e la fede, sono veramente un mistero di cui cerchiamo continuamente il senso. Non arriviamo mai a comprenderla, ma non vogliamo smettere di cercare. Spesso siamo tentati di volere capire tutto nella vita e finiamo talvolta col non capirne niente!
L'interrogarsi, il domandare, il cercare perle? sono il modo migliore per trovare il senso alla vita. Solamente quando cerchiamo stiamo già trovando.
Cercatori di perle: in questi giorni che ho davanti cercherò bellezza dentro me e attorno a me. Perché la perla è simbolo di bellezza, di preziosità, come il tesoro di sopra.
Resistiamo alla tentazione di essere cercatori di tutte le cose che nel mondo non vanno bene. Cerchiamo le perle, cerchiamo bellezza, trasfiguriamoci in bellezza.
L'altro è perla preziosa.
Così fa Dio per noi. Sei prezioso ai miei occhi, dice Dio all'uomo. Sei il mio tesoro. Come non lasciarci stupire da questo coraggio di Dio? Io sono il tesoro di Dio? ma ce ne rendiamo conto?
Dai, nel tran tran di ogni giorno, regalati qualche istante in cui ricordarti di essere il tesoro di Dio.
E se anche lui fosse la nostra perla preziosa per noi?

Infine nell'ultimo esempio Gesù paragona il regno ad una rete gettata nel mare, essa raccoglie pesci buoni e pesci cattivi. Qualcosa di simile a ciò che Gesù proponeva con l'esempio della zizzania e del seme buono.
Di cosa parla Gesù riferendosi alla fine del mondo, alla divisione dei pesci, al regno dei cieli?
Il regno dei cieli non è quello che verrà, non è un mondo ipotetico del futuro. Inizia ora. Con la tua fede, con la tua ricerca di perle preziose e la tua gioia contagiosa. Solo così c'è la fine di un mondo vecchio e l'inizio di un mondo nuovo: la rivoluzione del regno conosce il tempo al presente, non al futuro.
La venuta degli angeli riguarda anzitutto il regno dei cieli qui ed ora. Chi sono questi angeli che separano i cattivi dai buoni?
Ognuno di noi è chiamato a farsi angelo, mediatore del mondo nuovo, costruttore del mondo nuovo. I primi cristiani hanno osato essere nel loro contesto mediatori e costruttori di un mondo nuovo, del regno di Dio. Angeli in terra. Così il vangelo è arrivato fino a noi.
Oseremo anche noi così tanto?

25/07/2011 15.00
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Raccomandato ma Santo vero

«Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». È la madre dei due figli di Zebbedeo, soprannominati «Figli del tuono» che parla ed implora per loro un posto di privilegio nel futuro regno. Come ogni buona mamma aspira a vedere i suoi due figli al primo e al secondo posto nel «Regno». Dalla risposta di Gesù appare evidente che a sollecitare la raccomandazione sono stati gli stessi due suoi figli Giacomo e Giovanni. Del resto non erano estranei a simili discorsi neanche gli altri apostoli. Mentre il Signore sta preannunciando la sua prossima passione, sente i suoi che lo seguono discutere su chi di loro dovrà essere il primo. Dice loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Il divino maestro non indugia ad indicare di che trono si tratti e quale è la condizione per sedervi. Il suo regno non è di questo mondo e aggiunge che vuole essere il primo deve essere l'ultimo di tutto e il servo di tutti. Si tratta di bere il calice amaro della passione, di offrirsi in libagione come vittime. Gesù dinanzi a quella passione atroce invocò il Padre suo celeste: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Dovranno arrivare i giorni della passione, dello scandalo della croce, della fuga e della paura per comprendere che cosa significhi bere il calice. Sia Giacomo che Giovanni berranno allo stesso calice di Cristo e coroneranno con la palma del martirio la loro vita. Così ci si svela il vero valore della sofferenza e del martirio: è la partecipazione al sacrificio di Cristo, la condivisione di una crudeltà assurda che sgorga dal peccato per infliggere la morte, ma quella morte che ormai per la forza di Cristo ci conduce alla risurrezione.

26/07/2011 11.40
 
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padre Raniero Cantalamessa
Gesù chiede la comunione delle risorse della terra

Un giorno Gesù si era ritirato in un luogo solitario, lungo la sponda del mare di Galilea. Ma quando fece per sbarcare, trovò una grande folla che lo attendeva. Egli "sentì compassione per loro e guarì i loro malati". Parlò loro del regno di Dio. Intanto però si era fatto sera. Gli apostoli gli suggeriscono di congedare le folle, perché si procurino da mangiare nei villaggi vicini. Ma Gesù li lascia di stucco, dicendo loro, in modo che tutti sentano: "Date loro voi stessi da mangiare!". "Non abbiamo, gli rispondono sconcertati, che cinque pani e due pesci!" Gesù ordina di portarglieli. Invita tutti a sedersi. Prende i cinque pani e i due pesci, prega, ringrazia il Padre, poi ordina di distribuire il tutto alla folla. "Tutti mangiarono e furono saziati e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati". Erano cinquemila uomini, senza contare, dice il Vangelo, le donne e i bambini. Fu il picnic più gioioso nella storia del mondo!

Cosa ci dice questo vangelo? Primo, che Gesù si preoccupa e "sente compassione" di tutto l'uomo, corpo e anima. Alle anime distribuisce la parola, ai corpi la guarigione e il cibo. Voi direte: allora, perché non lo fa anche oggi? Perché non moltiplica il pane per i tanti milioni di affamati che ci sono sulla terra? Il vangelo della moltiplicazione dei pani contiene un dettaglio che ci può aiutare a trovare la risposta. Gesù non fece schioccare le dita e apparire, come per magia, pane e pesci a volontà. Chiese che cosa avevano; invitò a condividere quel poco che avevano: cinque pani e due pesci.

Lo stesso fa oggi. Chiede che mettiamo in comune le risorse della terra. È risaputo che, almeno dal punto di vista alimentare, la nostra terra sarebbe in grado di mantenere ben più miliardi di esseri umani di quelli attuali. Ma come possiamo accusare Dio di non fornire pane a sufficienza per tutti, quando ogni anno distruggiamo milioni di tonnellate di scorte alimentari, che chiamiamo "eccedenti", per non abbassare i prezzi? Migliore distribuzione, maggiore solidarietà e condivisione: la soluzione è qui.

Lo so: non è così semplice. C'è la mania degli armamenti, ci sono governanti irresponsabili che contribuiscono a mantenere tante popolazioni nella fame. Ma una parte di responsabilità ricade anche sui paesi ricchi. Noi siamo ora quella persona anonima (un ragazzo, secondo uno degli evangelisti) che ha cinque pani e due pesci; solo che ce li teniamo stretti e ci guardiamo bene dal consegnarli perché siano divisi tra tutti.

Per il modo in cui è descritta ("prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, li benedisse, spezzò i pani e li diede ai discepoli"), la moltiplicazione dei pani e dei pesci ha fatto sempre pensare alla moltiplicazione di quell'altro pane che è il corpo di Cristo. Per questo le più antiche rappresentazioni dell'Eucaristia ci mostrano un canestro con cinque pani e, ai lati, due pesci, come il mosaico scoperto a Tabga, in Palestina, nella chiesa eretta sul luogo della moltiplicazione dei pani, o nell'affresco famoso delle catacombe di Priscilla.

In fondo, anche quello che stiamo facendo in questo momento è una moltiplicazione dei pani: il pane della parola di Dio. Io ho spezzato il pane della parola e Internet ha moltiplicato le mie parole, sicché ben più di cinquemila uomini, anche questa volta, hanno mangiato e si sono saziati. Resta un compito: "raccogliere i pezzi avanzati", far giungere la parola anche a chi non ha partecipato al banchetto. Farsi "ripetitori" e testimoni del messaggio.

27/07/2011 12.44
 
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a cura dei Carmelitani


1) Preghiera

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...



2) Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo 13,44-46
In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra".


3) Riflessione

? Il vangelo di oggi ci riporta due brevi parabole del Discorso delle Parabole. Le due sono simili tra di loro, ma con differenze significative per chiarire meglio determinati aspetti del Mistero del Regno, che le parabole stanno rivelando.
? Matteo 13,44: La parabola del tesoro nascosto nel campo. Gesù racconta una storia molto semplice e breve che potrebbe avvenire nella vita di qualsiasi persona. Dice: "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo". Gesù non spiega. Solamente dice. Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo". Così spinge gli uditori a condividere con gli altri ciò che questa storia ha suscitato in loro. Condivido alcuni punti scoperti: (a) Il tesoro, il Regno, si trova già nel campo, nella vita. E' nascosto. Passiamo e calpestiamo il campo senza rendercene conto. (b) L'uomo incontra il tesoro. Per puro caso. Non spera di incontrarlo, perché non lo stava cercando. (c) Scoprendo che si tratta di un tesoro molto importante, cosa fa? Ciò che faremmo tutti per avere il diritto di appropriarsi del tesoro. Va, vende tutto ciò che ha, e compra il campo. E così, insieme al campo, ottiene anche il tesoro, il Regno. La condizione è vendere tutto! (d) Se il tesoro, il Regno, è già nella mia vita, allora un aspetto importante della vita comincia ad avere un nuovo valore. (e) In questa storia, ciò che domina è la gratuità. Il tesoro viene incontrato per caso, indipendentemente dai nostri programmi. Il Regno avviene! E noi dobbiamo trarne le conseguenze e non permettere che questo momento di grazia passi senza dare frutto.
? Matteo 13,45-46: La parabola del mercante di pietre preziose. La seconda parabola è simile alla prima, ma con una differenza importante. Cerchiamo di scoprirla. La storia è la seguente: "Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra". Condivido alcuni punti che ho scoperto: (a) Si tratta di un mercante di perle. La sua professione è cercare perle. Fa solo questo nella sua vita: cercare e trovare perle. Cercando, trova una perla di grande valore. Qui la scoperta del Regno non è puro caso, ma frutto di una lunga ricerca. (b) Il commerciante di perle conosce il valore delle perle, perché molte persone vorranno vendergli le perle che trovano. Ma il mercante non si lascia ingannare. Lui conosce il valore della sua merce. (c) Quando trova una perla di grande valore, va e vende tutto ciò che possiede e compra la perla. Il Regno è il valore più grande.
? Riassumendo l'insegnamento delle due parabole. Le due hanno lo stesso obiettivo: rivelare la presenza del Regno, ma ognuna lo rivela in modo diverso: attraverso la scoperta della gratuità dell'azione di Dio in noi, e attraverso lo sforzo e la ricerca che ogni essere umano fa per scoprire sempre meglio il senso della sua vita.


4) Per un confronto personale

? Tesoro nascosto: l'ho trovato qualche volta? Ho venduto tutto per poterlo comprare?
? Cercare perle: qual è la perla che cerchi e che non hai ancora trovato?



5) Preghiera finale

Signore, io canterò la tua potenza,
al mattino esalterò la tua grazia
perché sei stato mia difesa,
mio rifugio nel giorno del pericolo.
(Sal 58)

28/07/2011 11.18
 
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padre Lino Pedron
Commento su Matteo 13, 47-53

Il compito della chiesa è la missione, raffigurata mediante la pesca, affidata alla responsabilità dei discepoli (cfr Mt 4,19), ma l'incarico della cernita, immagine della separazione dei malvagi dai buoni, è affidata agli angeli (cfr Mt 13,41). Contro ogni tendenza integrista, che sogna una comunità credente di separati e di puri, Gesù annuncia che il tempo presente è l'ambito della tolleranza e della pazienza senza tendenze discriminatorie. Dunque compito della chiesa è la missione, non il giudizio.

Gesù termina il suo discorso con una domanda: "Avete capito tutte queste cose?". La risposta è "sì". E siamo noi oggi che dobbiamo rispondere positivamente.

Gesù illustra il senso dell'impegno che la comprensione delle parabole richiede, attraverso un'ultima parabola: quella di ogni scriba fattosi discepolo del regno dei cieli. Diventare discepolo implica la missione di insegnare agli altri. Lo scriba è lo specialista della Scrittura; se scopre in Gesù il tesoro nascosto (Mt 13,44), rinnova tutte le sue concezioni religiose e sa utilizzare egregiamente tutta la ricchezza dell'Antico Testamento accresciuta e perfezionata dal Nuovo.

I discepoli sono coloro che hanno compreso il messaggio racchiuso nei discorsi di Gesù. Comprendere non significa solo capire ma accettare, attuare nella propria vita. Se ciò è vero, i discepoli sono diventati i veri "figli del regno"(v.38) ormai in possesso del tesoro e della perla preziosa. Per tutti questi motivi sono i nuovi scribi, i maestri nel regno dei cieli.

La risposta dei discepoli è importante non solo per la loro salvezza personale, ma anche per la loro futura missione nella Chiesa. Essi dovranno insegnare ciò che hanno udito. E potranno farlo con la stessa autorità di Gesù, solo se lo avranno capito e lo avranno veramente creduto e praticato.

Il cristiano resta per tutta la vita un discepolo, uno scolaro. L'esame deve ancora venire. Nell'immagine del padrone di casa ci si rivolge particolarmente a quelli che sono attivi nella predicazione e nella catechesi. Essi devono distribuire il nuovo e l'antico. L'incarico costa fatica e non può essere preso alla leggera.

Matteo incoraggia a riprendere anche gli scritti dell'Antico Testamento, in gran parte dimenticati nella predicazione. In essi si trovano tante cose importanti da ricordare, che ci aiutano e ci scuotono. Ma il solo ricordo non basta: ad esso va aggiunta una esegesi guidata dallo Spirito, come fa Matteo nel suo vangelo.

In conclusione, tutte le parabole ci parlano del regno dei cieli; tutte ne rivelano un aspetto ed esprimono in primo luogo la realtà di Gesù, evento centrale della storia, che segna il definitivo punto di incontro tra il cielo e la terra.

La parola di Dio, che è Gesù, viene seminata nella terra del mondo per farne germinare e crescere il popolo di Dio. Il discernimento ultimo tra i buoni e i cattivi è già operato in questo mondo dall'adesione o dal rifiuto nei confronti di Cristo.

29/07/2011 10.40
 
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a cura dei Carmelitani
Commento Luca 10,38-42

1) Preghiera

Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio fu accolto come ospite a Betania
nella casa di santa Marta,
concedi anche a noi
di esser pronti a servire Gesù nei fratelli,
perché al termine della vita
siamo accolti nella tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...




2) Lettura

Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: ?Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti?.
Ma Gesù le rispose: ?Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c?è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta?.
Parola del Signore.



3) Riflessione

? La dinamica del racconto. La condizione di Gesù come maestro itinerante offre a Marta la possibilità di accoglierlo a casa sua. Il racconta presenta gli atteggiamenti delle due sorelle: Maria, seduta, ai piedi di Gesù, è tutta presa dall?ascolto della sua Parola; Marta, invece, è tutta presa dai molti servizi e si avvicina a Gesù per contestare il comportamento della sorella. Il dialogo tra Gesù e Marta occupa un largo spazio nel racconto (vv.40b-42): Marta inizia con una domanda retorica, «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire?»; poi chiede un intervento di Gesù perché richiama la sorella che si è defilata dalle faccende domestiche, «Dille dunque che mi aiuti?» . Gesù risponde con un tono affettuoso, è questo il senso della ripetizione del nome «Marta, Marta»: gli ricorda che lei è preoccupata per «molte cose», in realtà, c?è bisogna di «una soltanto» e conclude con un richiamo alla sorella che ha scelto la parte migliore, quella che non le sarà tolta. Luca ha costruito il racconto su un contrasto: le due diverse personalità di Marta e Maria; la prima è presa dalle «molte» cose, la seconda ne compie una sola, è tutta presa dall?ascolto del Maestro. La funzione di questo contrasto è sottolineare l?atteggiamento di Maria che si dedica all?ascolto pieno e totale del Maestro, diventando così il modello di ogni credente.
? La figura di Marta. È lei che prende l?iniziativa di accogliere Gesù nella sua casa. Nel dedicarsi all?accoglienza del Maestro è presa dall?affanno per le molteplici cose da preparare e dalla tensione di sentirsi sola in questo impegno. È presa dai tanti lavori, è ansiosa, vive una grossa tensione. Pertanto Marta «si fa avanti» e lancia a Gesù una legittima richiesta di aiuto: perché deve essere lasciata sola dalla sorella. Gesù le risponde costatando che lei è solo preoccupata, è divisa nel cuore tra il desiderio di servire Gesù con un pasto degno della sua persona e il desiderio di dedicarsi all?ascolto di Lui. Gesù, quindi, non biasima il servizio di Marta ma l?ansia con cui lo compie. Poco prima Gesù aveva spiegato nella parabola del seminatore che il seme caduto tra le spine evoca la situazione di coloro che ascoltano la Parola, ma si lasciano prendere dalle preoccupazioni (Lc 8,14). Quindi Gesù non contesta all?operosità di Marta il valore di accoglienza riguardo alla sua persona ma mette in guardia la donna dai rischi in cui può incorrere: l?affanno e l?agitazione. Anche su questi rischi Gesù si era già pronunciato: «Cercate il suo regno e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta» (Lc 12,31).
? La figura di Maria. È colei che ascolta la Parola: viene descritta con un imperfetto «ascoltava», azione continuativa nell?ascoltare la Parola di Gesù. L?atteggiamento di Maria contrasta con quello pieno di affanno e tensione della sorella. Gesù dice che Maria ha preferito «la parte buona» che corrisponde all?ascolto della sua parola. Dalle parole di Gesù il lettore apprende che non ci sono due parti di cui una è qualitativamente migliore dell?altra, ma c?è soltanto quella buona: accogliere la sua Parola. Questa attitudine non significa evasione dai propri compiti o responsabilità quotidiane, ma soltanto la consapevolezza che l?ascolto della Parola precede ogni servizio, attività.
d. Equilibrio tra azione e contemplazione. Luca è particolarmente attento a legare l?ascolto della Parola alla relazione con il Signore. Non si tratta di dividere la giornata in tempi da dedicare alla preghiera e altri al servizio, ma l?attenzione alla Parola precede e accompagna il servizio. Il desiderio di ascoltare Dio non può essere supplito da altre attività: bisogna dedicare un certo tempo e spazio a cercare il Signore. L?impegno per coltivare l?ascolto della Parola nasce dall?attenzione a Dio: tutto può contribuire, l?ambiente il luogo, il tempo. Tuttavia il desiderio di incontrare Dio deve nascere dentro il proprio cuore. Non esistono tecniche che automaticamente ti portano a incontrare Dio. È un problema di amore: bisogna ascoltare Gesù, stare con Lui, e allora il dono viene comunicato, e inizia l?innamoramento. L?equilibrio tra ascolto e servizio coinvolge tutti i credenti: sia nella vita familiare che professionale e sociale: come fare perché i battezzati siano perseveranti e raggiungano la maturità della fede? Educarsi all?ascolto della Parola di Dio. È la via più difficile ma sicura per arrivare alla maturità di fede.



4) Per un confronto personale

? So creare nella mia vita situazioni e itinerari di ascolto? Mi limito solo ad ascoltare la Parola in chiesa, oppure, mi dedico a un ascolto personale e profondo cercando spazi e luoghi idonei?
? Ti limiti a un consumo privato della Parola o diventi annunciatore di essa per diventare luce per gli altri e non solo lampada che illumina la propria vita privata?




5) Preghiera finale

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sul tuo santo monte?
Colui che cammina senza colpa,
agisce con giustizia e parla lealmente.
(Sal 14)
30/07/2011 19.49
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
"La legge morale in me e il cielo stellato sopra di me" (I. Kant)

Il brano del Levitico è stato più volte ascoltato qualche anno fa durante l'anno del Giubileo, ma forse più come fatto fondante di un evento che celebravamo, il Giubileo appunto, che come esperienza liberante pur nella minuziosa elencazione dei precetti e delle norme. Ancora una volta vediamo che in Dio gli opposti coincidono, infatti la legge che egli dona, ben al di là dal coartare è liberante, propone la giustizia sociale, la distribuzione equa delle ricchezze, è la garanzia del rispetto dell'uomo chiunque egli sia. Nel Vangelo appare un'altra "autorità", quella di Erode e quanto sia meschina è sotto gli occhi di tutti. La prevaricazione, l'utilizzare il potere per assecondare i propri fini sono i metodi che questo re usa. L'ingiustizia diviene legge e la vita dei suoi sudditi un giocattolo nelle sue mani. Il cristiano da buon scriba del regno "estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (cf Mt 13, 52): il rispetto del prossimo, il mettere l'uomo e il suo benessere al primo posto sono valori che non ricaviamo solo dal Vangelo, ma ne parla tutta la storia della salvezza. È un codice di comportamento, però, valido per tutti e non solo per i credenti. Ci sono realtà infatti che in quanto uomini ci uniscono al di là delle differenze culturali, di razza o di religione. È intorno a questo patrimonio comune che, quanti sentono più forte l'impegno di costruire un mondo migliore, devono trovare un punto di incontro e lavorare per l'affermazione di quei valori che propugnano una diversa convivenza tra gli uomini. Non è forse anche questo piccolo seme diffusione del Regno di Dio? E il credere in tali realtà è senz'altro affermare che c'è una legge divina inscritta dentro di noi e che emerge al di là dell'appartenenza ad un determinato credo.

31/07/2011 13.52
 
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mons. Ilvo Corniglia


Avuta la notizia che Giovanni Battista è stato ucciso da Erode, "Gesù parti di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte". Desidera cautelarsi, ma soprattutto riflettere nella calma per capire quanto la volontà del Padre esige da Lui in questa nuova situazione. Sente anche il bisogno di un po' di riposo nella quiete e nella compagnia dei suoi amici, i discepoli. Lo fa specialmente per loro. C'è qui un richiamo a saperci ritagliare uno spazio quotidiano per "stare con Gesù" in un dialogo affettuoso, cuore a cuore.
Nel nostro episodio, però, il programma salta a causa della folla: a contatto con essa Gesù si lascia "giocare" dalla "compassione". Conosciamo già questo meccanismo che scatta in Lui. L'abbiamo incontrato in Mt. 9,36ss (domenica XI): "Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore". Nel nostro testo leggiamo che "Gesù vide una grande folla": non solo allora, ma anche oggi. È una società non soltanto divisa, ma anche malata ("guarì i loro malati"): quante infermità fisiche e morali! Una umanità affamata (vv15ss): fame molteplice. Fame di cibo, ma anche soprattutto di valori, di affetto, di libertà, di felicità. Fame di Dio. Quanti denutriti anche tra i cristiani stessi!
Nel suo sguardo attento Gesù non rimane neutrale, insensibile: "sentì compassione". Anche nell'episodio della seconda moltiplicazione dei pani (Mt 15,32) ritornerà il motivo della "compassione". Anzi è Gesù stesso che confida ai discepoli: "Sento compassione di questa folla". Tale verbo ha un senso pregnante. Di per sé significa sentirsi "fremere e sconvolgere le viscere". Esprime quindi non una compassione emotiva, superficiale, ma una reale partecipazione e coinvolgimento. È immedesimarsi nella situazione dell'altro, un "patire-sentire insieme con l'altro". Una "compassione" che è attiva: spinge Gesù a guarire i malati e poi a saziare la folla affamata.
Stupisce l'insistenza con cui Matteo presenta Gesù come il medico che risana i malati. Sta in questa attività una delle caratteristiche inconfondibili del Messia. A Lui sta a cuore tutto l'uomo, l'integrità totale della persona. Egli sa che la malattia tende a isolare le persone dalla vita sociale. Guarendo i malati intende reintegrarli pienamente nella società.
Nella concatenazione dinamica di questi tre momenti - sguardo, compassione, intervento concreto - Gesù si rivela come il Messia misericordioso che si lascia catturare e calamitare da ogni forma di sofferenza che incontra. In tal modo rivela anche il vero volto di Dio quale "Padre misericordioso", che si prende a cuore ogni forma di miseria.
Tale sequenza di tre momenti, però, Gesù non la esaurisce in se stesso. Vuole invece innescare una reazione a catena. Vuole contagiarci il suo sguardo di "compassione" coinvolgendoci: "Voi stessi date loro da mangiare". Come i discepoli, noi faremmo notare la sproporzione tra l'insufficienza, la scarsità dei mezzi a nostra disposizione e le necessità smisurate a cui occorre fare fronte: "Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci": non possiamo farci nulla. Quindi suggeriamo che la gente "si arrangi". Ma la parola "impossibile" non esiste nel vocabolario di Gesù. Il suo comando è perentorio e non dà adito a scappatoie: "Voi stessi date loro da mangiare". Il seguito del racconto mostra che Gesù non opera magicamente, non parte da zero. Ha bisogno che qualcuno metta a disposizione quel poco che ha. Ha bisogno che qualcuno quel giorno rischi di saltare il pranzo perché condivide. Il primo miracolo sta proprio nel sapere condividere. Un gesto che dà il via libera a Gesù: quel "poco" condiviso gli consente di sfamare una moltitudine. "È il miracolo della carità, che vede coinvolti Gesù e i suoi discepoli nel servizio alla gente che ha fame" (ETC1). Il pane spezzato e condiviso non si esaurisce, ma in mano a Gesù si moltiplica, saziando un numero sterminato di persone.
Questo miracolo, che è il più documentato nella tradizione evangelica (viene riportato sei volte), ci mostra chi è Gesù: è il Messia che al suo popolo offre un banchetto durante il suo cammino, come già Dio aveva nutrito Israele nel deserto. Gesù compie le promesse dei profeti, che avevano raffigurato il Regno di Dio con l'immagine di un banchetto festivo e abbondante (Is 55, 1-3: I lettura. Cfr.pure Is 25, 6-10). Gesù è l'unico che può saziare l'uomo completamente e in misura sovrabbondante.
Egli, però, compiendo questo miracolo non intende soltanto sfamare la folla, ma anche e soprattutto vuole creare e consolidare la comunione. In effetti, Gesù non vuole che la gente si disperda. Così proponevano i discepoli, nel loro tentativo di disimpegno: "congeda la folla". Ma vuole mantenerla unita. Subito dopo, col miracolo dei pani mostrerà di essere il pastore di questo gregge. Il pastore vero che raccoglie nell'unità una folla dispersa, le prepara un banchetto, la riunisce intorno a sé trasformandola in una grande comunità conviviale, dove tutti, senza discriminazioni e differenze sociali, godono la libertà di stare insieme, di far festa, di vivere nella comunione con Dio e tra di loro.
È il significato ecclesiale del miracolo: Gesù circondato dai Dodici, che distribuiscono i suoi doni alla folla "seduta" sull'erba (propriamente "sdraiata": posizione che era consentita durante la mensa soltanto ai signori e agli uomini liberi). Ecco un'immagine viva della Chiesa, che Gesù vuole raccolta insieme come una sola famiglia. La Chiesa dove i Dodici (e i loro successori) continuano a distribuire la Parola e l'Eucaristia. Si pensi ai dodici canestri di pezzi avanzati: simbolo di una ricchezza inesauribile a cui attingeranno i cristiani di tutti i tempi.
Il racconto ha anche, appunto, un chiaro significato eucaristico: la successione dei gesti che Gesù compie ("prese i cinque pani...recitò la benedizione...spezzò i pani e li diede ai discepoli") è la stessa che ritroviamo nell'ultima cena.

I cristiani si sentono chiamati a riscrivere oggi questa pagina di Vangelo, rivivendo la medesima esperienza:
- Lasciano che Gesù con la sua Parola e l'Eucaristia li nutra e li sostenga nel cammino, stringendoli sempre più nella comunione con Lui e tra di loro.
- Il "poco" che hanno e che sono (vita, tempo, qualità, beni, sofferenze) lo mettono a disposizione di Gesù perché Egli operi il miracolo della comunione e della festa. Così il Signore continua a spezzare il pane della Parola, dell'Eucaristia e della Carità attraverso il loro impegno nei diversi ambiti dell'educazione alla fede, della celebrazione liturgica e del servizio ai bisognosi.
-
La "compassione" di Gesù, riflesso della misericordia del Padre, non verrà mai meno. È la certezza che vibra nel testo della lettera ai Romani (8,35-39: II lettura). La speranza cristiana, che attende la salvezza definitiva, ha un fondamento solidissimo: l'amore di Dio che si è fatto visibile in Gesù. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?...Nessuna creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore". Paolo è sicuro che nulla e nessuno potrà mai strapparci all'abbraccio tenerissimo di Cristo e di Dio. È sicuro che il Padre e Gesù ci ameranno sempre in modo efficace. Ogni domenica l'Eucaristia è il momento in cui ci è dato di sperimentarlo in modo sempre nuovo e coinvolgente. Non si può non sottoscrivere l'affermazione: "Nel giorno del giudizio preferirò essere giudicato da Cristo che da mia madre" (Faber).

Lo spezzare insieme ogni domenica il pane eucaristico, il condividere il pane della vita che è Cristo, ci stimola e ci sostiene nell'amore concreto ai fratelli in una stile di solidarietà e condivisione?

Invitandoci a guardare con misericordia i "popoli della fame", Gesù ci ripete: "Voi stessi date loro da mangiare".

Davanti a ogni persona ascolterò Gesù che mi dice: "Dalle da mangiare".
Siccome ogni persona ha fame di amore, in definitiva Gesù mi dice: "Amala!"

01/08/2011 09.28
 
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Monaci Benedettini Silvestrini
Aumenta la nostra fede?

Da un po? di tempo stiamo seguendo le vicende del popolo eletto e il mistero di salvezza iniziato con loro. E? la storia sacra, la storia della Promessa fatta da Dio, la Promessa che verrà mantenuta sempre, «perché Dio non può smentire se stesso». E? una storia sacra ma essa è anche una storia dell?uomo. La storia della salvezza ma anche la storia della disobbedienza, della ribellione, del peccato. E anche oggi gli Israeliti si lamentano, protestano: Stavamo meglio quando stavamo peggio? eravamo schiavi ma avevamo buoni pesci, bei cocomeri, la cipolla, l?aglio? Ma Dio è paziente, Dio ascolta i loro lamenti, li dà la manna da mangiare, li dà tutto gratuitamente. Nel Vangelo la folla non ha tempo di lamentarsi. Gesù previene il loro desiderio, la loro fame, si preoccupa della loro sorte. Con fiducia guarda verso il celo, rende grazie in un momento in cui non c?è abbondanza, c?è solo un po? di qualcosa. Non si abbatte, non si lamenta. Confida. Quante volte ci siamo trovati in difficoltà, magari non di mancanza di cibi ma di qualche altra cosa? Qual?era il nostro atteggiamento? Quello degli Israeliti che protestano, che si ribellano, che rimpiangono le cose passate o quello di Gesù che anche in difficoltà sa ringraziare, sa alzare le mani a Dio, sa guardare il cielo con supplicante fiducia? Chiediamo perché il Signore aumenti la nostra fede e anche nelle situazioni difficili siamo in grado trovare la giusta via.

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